Mario Monti: “Noi ammiriamo la Germania e vogliamo imitarla in alcune riforme” (20 gennaio 2013, Fonte).

Beppe Grillo: “Dobbiamo realizzare un piano comparabile con l’Agenda 2010 tedesca. […] Quel che ha dato buoni risultati in Germania lo vogliamo anche noi” (15 marzo 2013, Fonte).

Matteo Renzi: “La pretesa di creare posti di lavoro con una legislazione molto severa e strutturata e’ fallita. Dobbiamo cambiare le regole del gioco. In questo senso abbiamo nella Germania il nostro punto di riferimento” (17 marzo 2014, Fonte).

 

Gli ultimi governi e persino Grillo (presunto oppositore) sembrano concordi nel dire che sul mercato del lavoro “dobbiamo fare come la Germania”. Vediamo, dunque, cosa ha fatto il governo tedesco  rosso-verde (sic) guidato da Gerhard Schroeder introducendo a partire dal 2003 il pacchetto di riforme del mercato del lavoro denominato Piano Hartz (una serie di riforme proposte da una Commissione guidata dall’amministratore delegato della Volkswagen, Peter Hartz).

Il risultato (lodato a più riprese in Italia da quasi tutti i partiti e giornalisti vari), per usare le parole di uno storico consulente del governo tedesco, Roland Berger, è stato questo: ” il successo delle riforme tedesche, iniziate nel 2003 con una liberalizzazione del mercato del lavoro e un aumento degli stipendi reali inferiore all’ incremento della produttività. Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale, l’ aumento dell’ età pensionabile a 67 anni, la creazione di un segmento di bassi salari” (4 dicembre 2011, Fonte).

Una confessione peraltro tardiva rispetto a quella fatta dallo stesso Schroeder già nel 2005 durante il suo discorso al World Economic Forum di Davos: “Dobbiamo e abbiamo già liberalizzato il nostro mercato del lavoro. Abbiamo dato vita ad uno dei migliori settori a bassa salario in Europa” (Fonte). Più chiaro di così.

In particolare, ciò che le riforme Hartz hanno introdotto in Germania sono stati contratti di impiego a basso salario denominati minijob, molto attrattivi per i datori di lavoro tedeschi perché “non è previsto il pagamento dei contributi sociali. Pagano solo un piccolo contributo forfettario. Da gennaio 2013 in teoria per il datore di lavoro ci sarebbe l’obbligo di versare i contributi sociali. I minijobber di loro iniziativa possono tuttavia chiedere di essere esonerati da questo obbligo. E secondo le prime stime lo stanno facendo quasi tutti” (Fonte). Chissà perché?

La retribuzione dei minijobber? 400 euro mensili (diventati 450 a partire dal gennaio 2013) per 15 ore settimanali di lavoro.

Pensione prevista? “Il ministero del lavoro ha calcolato l’importo della loro pensione. Dopo un anno di attività, un minijobber acquisisce il diritto ad una pensione di 3.11 euro. Dopo aver versato per 45 anni, l’importo a cui avrà diritto, ai valori attuali, sarà di 139.95 euro” (Fonte). Questo fintanto che la retribuzione era fissata a 400 euro mensili, con gli attuali “450 euro al mese un minijobber dopo 45 anni di lavoro riceverà solamente 205,7 euro di pensione al mese” (Fonte).

Nel 2003 i lavoratori con un minijob erano circa 5,5 milioni mentre a fine 2011 il loro numero era salito ad oltre 7,5 milioni (vedi figura).

 

minijob germania

 

Questa una fotografia preliminare che inquadra cosa sono state le Riforme Hartz, ma ovviamente le conseguenze e le ripercussioni sulla società e sui lavoratori tedeschi sono state molteplici e le andremo ad analizzare dati alla mano una per una. Nell’ordine vedremo come ci sia stato:

1) Un aumento vertiginoso dei lavoratori che percepiscono un  basso salario.

2) Una crescita massiccia del lavoro temporaneo e part-time.

3) Un crollo dei salari reali medi.

4) Un aumento della disuguaglianza sociale e reddituale.

5) Un calo delle tutele contrattuali per i lavoratori.

E, infine, cercheremo di capire a chi era funzionale questo disegno e chi ne ha tratto beneficio.

La prima conseguenza come detto è stata quella di creare un mercato del lavoro altamente segmentato, con lavoratori che effettivamente hanno salari alti (gli unici di cui parla La Repubblica) e un esercito di bassi salariati, spesso costretti a un secondo lavoro (fra i minijobber sono 2,5 milioni quelli con un secondo impiego) o richiedere un sussidio statale per sopravvivere. Non a caso, come mostra il grafico sotto, la quota di lavoratori che rientrano nella categoria di lavoratore a basso salario (per basso salario si intende un salario che, rispetto alla media complessiva dei redditi da lavoro dipendente, è inferiore ai due terzi del salario mediano) erano a fine 2012 (ultimo dato disponibile) il 24,3 per cento degli occupati. Ossia, praticamente un quarto dei lavoratori tedeschi (si parla di 8,4 milioni) percepiva un basso salario, che equivalava nel 2012 a una paga oraria lorda inferiore ai 9,30 euro.

 

quota lavoratori a basso salario Germania

 

Una quota che pone i lavoratori tedeschi in una posizione tutt’altro che invidiabile. Pensate che secondo i dati rilasciati da Eurostat, nel 2010 all’interno dell’Unione Europea su 27 Paesi membri, solamente sei avevano una quota di lavoratori a basso salario maggiore di quella tedesca: Estonia, Cipro, Lituania, Lettonia, Polonia e Romania.

 

percentuale lavoratori a basso salario UE

 

Ed entrando nel dettaglio, il grafico sotto ci mostra che non solo 8,4 milioni di lavoratori percepivano nel 2012 una paga oraria inferiore ai 9,30 euro, ma che di questi 6,6 milioni guadagnavano meno di 8,5 euro all’ora, 5,7 milioni meno di 8 euro, 4 milioni meno di 7 euro, 2,5 meno di 6 euro e 1,7 milioni avevano una paga oraria inferiore addirittura ai 5 euro.

Numero lavoratori per paga oraria in Germania

 

Inoltre, aver introdotto per i datori di lavoro la possibilità di impiegare persone con minijob, non solo ha permesso loro di poter risparmiare sulla contribuzione sociale, ma ha di fatto creato le premesse per sostituire lavoratori che avevano contratti a tempo indeterminato o impiegati a tempo pieno con minijobber. Secondo l’Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB) “il fenomeno è maggiormente visibile nei servizi. Qui molti minijobber svolgono lavori in precedenza assegnati ad occupati a tempo pieno – ma lo fanno con una paga più bassa. […] Le prove della sostituzione sono visibili prima di tutto nel commercio al dettaglio, nel turismo, nella sanità e nel sociale, scrive lo IAB, istituto di ricerca interno all’Agenzia federale per il lavoro. […] Soprattutto nelle piccole aziende con meno di 10 dipendenti i ricercatori hanno potuto confermare che la creazione di nuovi minijobs va di pari passo con l’eliminazione degli occupati a tempo pieno con regolare contratto. […] I ricercatori di IAB ritengono un pericolo la sostituzione dei lavoratori regolari nelle piccole imprese: indeboliscono le casse sociali e quindi il sistema sociale tedesco. In particolare, i lavoratori che per un lungo periodo hanno svolto un minijob, rischiano la trappola della povertà in vecchiaia a causa di una pensione troppo bassa. I minijobber non hanno inoltre diritto alle ferie e non hanno accesso ai bonus e alle indennità aziendali” (Fonte).

Un trend che viene confermato dalla figura in basso: i dati dell’OCSE certificano che la quota complessiva di lavoratori a tempo determinato e part-time è aumentata notevolmente a partire dal 2003 (a danno ovviamente del lavoro con contratto a tempo indeterminato e full-time) e ha superato abbondantemente la soglia del 50 per cento fra i giovani occupati tedeschi.

 

Mercato lavoro germania

 

Non dovrebbe dunque stupire che i salari reali medi (redditi da lavoro dipendente depurati dall’inflazione) siano calati in Germania fra il 2003 e il 2009 di oltre il 6 per cento (vedi sotto).

 

germania salari reali 1991-2013

 

E di pari passo al calo dei salari reali dei lavoratori anche la quota salari, ossia la porzione di reddito nazionale che finisce nelle tasche dei lavoratori, ha seguito un trend analogo (vedi figura in basso).

 

quota salari

 

“Beh – penserà qualcuno – magari i tedeschi producevano meno e quindi i loro salari crescevano meno”. Purtroppo non è andata affatto così. Al contrario: come mostra il grafico in basso l’andamento dell’indice dei salari reali (quello che abbiamo visto nella figura in alto) è stato ampiamente più contenuto rispetto al trend dell’indice della produttività dei lavoratori tedeschi (sia che la si misuri come valore aggiunto reale per occupato che come produzione reale per occupato). In soldoni, i lavoratori producevano più di prima ma i loro salari reali scendevano.

 

INDICE SALARI REALI E PRODUTTIVITA' MEDIA IN GERMANIA 1991-2013

 

Pensate che il tutto ha richiamato persino l’attenzione dell’International Labour Office (ILO) delle Nazioni Unite, che nel 2012 ha lanciato l’allarme sulla questione nel suo Global Employment Trends 2012 (p. 46), sottolineando come la competitività alemanna rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona non sia stato certo ottenuta grazie  ad aumenti della produttività: “gli sviluppi della produttività sono rimasti in linea con gli altri paesi dell’Eurozona“. Il trucco, tutto a danno dei lavoratori tedeschi, sono state “politiche di deflazione salariale che non solo hanno avuto un impatto sui consumi privati […] Ma hanno anche condotto ad un ampliamento delle disuguaglianze reddituali, ad un velocità mai vista prima, nemmeno dopo la riunificazione, quando molti milioni di persone della Germania Est persero il loro lavoro”.

Come testimonia il grafico in basso tratto proprio dal documento dell’ILO non è stata la produttività a divergere fra Germania e altri Paesi dell’Eurozona ma solamente i salari reali dei lavoratori.

 

ILO salari-tedeschi

 

E, persino la Commissione Europea nel 2012, ormai a babbo morto, si è accorta del problema. Il Commissario Europeo agli Affari Sociali, Laszlo Andor, intervistato dal giornale tedesco Faz.net ha infatti dichiarato: ” il mercato del lavoro in Germania è sempre più segmentato. Un gran numero di occupati ha solo un Minijob. Se continua così, il divario fra lavori regolari e Minijobs crescerà rapidamente. I minijobber rischiano di restare in questa situazione e di cadere nella trappola della povertà. […] La Germania negli ultimi 10 anni ha esercitato una enorme moderazione salariale per poter diventare più competitivita – e questo ha avuto conseguenze per gli altri stati EU. […] Gli squilibri nell’Eurozona non sono solo il risultato di politiche sbagliate nei paesi in crisi. La Germania ha avuto un ruolo importante, con la sua politica mercantilista ha rafforzato gli squilibri in Europa e causato la crisi. In futuro dovremo seguire da vicino lo sviluppo dei salari a livello europeo e fare in modo che all’interno dell’area monetaria non divergano in maniera così forte, come è accaduto negli anni precedenti” (Fonte).

Meglio tardi che mai dirà qualcuno, peccato che adesso tutti ripetano che anche i Paesi del sud Europa dovrebbero fare come la Germania. Lo ha detto la Merkel al World Economic Forum di Davos a inizio 2013: “L’esperienza politica ci dice che spesso per ottenere riforme strutturali è necessario esercitare pressione. Ad esempio anche in Germania i disoccupati sono dovuti arrivare fino a 5 milioni, prima di ottenere la disponibilità all’attuazione delle riforme strutturali. La mia conclusione è questa: se l’Europa oggi è in una situazione difficile, è necessario introdurre riforme strutturali, affinché domani si possa vivere meglio” (Fonte). Aggiungendo: “negli ultimi anni ci siamo resi conto che i cambiamenti devono essere fatti e sono essenziali le riforme strutturaliQuelle che abbiamo fatto in Germania ha portato a grandi miglioramenti” (Fonte).

Ok potete cominciare a ridere (o piangere forse): si sa tra farsa e tragedia il confine è spesso labile.

Inoltre, il governo federale  tedesco nella primavera del 2013, rispondendo a un’interrogazione del gruppo parlamentare dei Verdi sul Coordinamento delle politiche salariali e la riduzione degli squilibri delle partite correnti ha replicato: “il problema centrale per la competitività dei paesi in crisi…è stata una dinamica salariale non sufficientemente orientata allo sviluppo della produttività”; il che peraltro è falso, come il grafico dell’ILO testimonia: l’andamento della produttività all’interno dell’Eurozona è stato piuttosto omogeneo. Proseguendo: “le riforme del mercato del lavoro concordate con i paesi in crisi…fra l’altro hanno l’obiettivo della flessibilizzazione del salario, che in futuro dovrà essere orientato allo sviluppo della produttività. Questo è un requisito fondamentale per garantire l’occupazione e aumentarla” (Fonte).

Ma andiamo avanti. L’ILO notava in Germania un aumento delle disuguaglianze reddituali dovuto alle nuove riforme del mercato del lavoro. Esiste un coefficiente che si chiama Coefficiente di Gini, che viene utilizzato proprio per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza. Il suo valore va da zero a uno: zero rappresenta la massima uguaglianza (o la minima differenza possibile fra redditi alti e bassi), uno invece indica la massima disuguaglianza di reddito possibile. Quindi più alto è il coefficiente, maggiori saranno le differenze reddituali. Indovinate qual è stato il suo andamento in Germania negli ultimi anni? Sarà aumentato o diminuito? Vedi il grafico in basso.

 

Coefficiente Gini in Germania

 

A fare da corollario al tutto, anche le tutele e la protezione del lavoro – che viene misurata dall’OCSE tramite un apposito indicatore chiamo Employment Labour Legislation (EPL) e indica in sostanza quanto la legislazione vigente sul lavoro protegge il lavoratore e quanto sia facile per l’impresa licenziare il lavoratore stesso in base alle norme contrattuali vigenti – sono diminuite enormemente per quanto riguarda i contratti temporanei e atipici (con cui, come abbiamo visto, vengono assunti sempre più lavoratori).

 

Indice protezione lavoro Germania 1985-2013

 

Questo quadro, tutt’altro che roseo, dovrebbe farci capire una cosa: “Quando si parla di Germania, dobbiamo tenere a mente che in Germania ci sono le grandi multinazionali mercantiliste e i lavoratori. E che l’Euro ha beneficiato sicuramente i primi e danneggiato enormemente gli ultimi”.

La politica economica e commerciale tedesca di tipo mercantilistico (esportare il più possibile e ridurre le importazioni per mantenere un saldo estero positivo: “essere competitivi” come si dice spesso sui media) ha dapprima condotto a una forte riduzione dei salari dei lavoratori tedeschi, che sono fortemente scesi in termini reali a partire soprattutto dal 2003.

“E perché – domanderete – i salari non crescevano?”. Ovviamente perché se il salario non cresce difficilmente il lavoratore tedesco può comprare beni e servizi prodotti a casa propria o all’estero (meno soldi hai e meno cose compri). In questo modo, da un lato, i beni prodotti dai lavoratori tedeschi  potevano essere esportati e, dall’altro, si conteneva anche la spesa per beni e servizi di importazione. Il tutto a vantaggio del produttore tedesco che vedeva così aumentare la propria competitività e i propri profitti via export.

Il grafico in basso esemplifica bene il concetto: il volume delle esportazioni in termini reali è esploso a partire dalla fine degli anni novanta, mentre il volume dei consumi delle famiglie (espresso sempre in termini reali), gli investimenti interni e i salari reali sono rimasti pressoché stazionari.

 

Indice del volume a prezzi costanti delle esportazioni, consumi delle famiglie, investimenti e salari reali in Germania (1991-2013)

 

Qual è in altre parole il concetto di fondo: deprimere i consumi interni per favorire una politica di stampo mercantilistico che punta tutto su un saldo commerciale ed estero attivo. Ovviamente se i salari non crescono in linea con ciò che si produce (lo abbiamo visto prima: la produttività aumenta ma i salari non seguono lo stesso andamento), anche i consumi interni stenteranno a crescere. Infatti, non stupisce che la Germania dall’ingresso nell’Euro e fino allo scoppio della crisi americana nel 2007 sia stata il paese che è cresciuto meno in Europa (dietro solo all’Italia). Non ci credete?! Ecco i dati tratti dal Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook Database, aprile 2013):

 

media-tasso-crescita-1999-2007

Insomma più che di “Locomotiva Tedesca” si dovrebbe parlare di “Ciaetto Teutonico”.

Qualcuno a questo punto (di solito i più integerrimi convinti che l’Euro sia stato fatto per il bene dei popoli, per info chiedere a Jacques Attali  e soci) salterà fuori dicendo: “Eh ma la Germania ha il tasso di disoccupazione fra i più bassi in Europa e poi meglio un lavoro e un salario infimo che niente”.

In effetti vedendo il grafico in basso i dati dicono che la disoccupazione è diminuita negli ultimi anni, c’è stato un picco dopo il 2003 che però è rientrato a partire dal 2006.

 

tasso di disoccupazione in Germania

 

A chi (anche in buona fede) pensa che questo basti a magnificare le riforme tedesche (e inficiare quanto di poco idilliaco visto finora) suggerisco di leggere cosa dice in merito ai dati sulla disoccupazione in Germania l’Agenzia Federale per il Lavoro tedesca (Bundesagentur für Arbeit) a fine 2012: “L’agenzia calcola a settembre 2,78 milioni di disoccupati. Allo stesso tempo l’agenzia comunica che in totale 5.089 milioni di persone in età lavorativa ricevono un sussidio di disoccupazione (Arbeitslosengeld I oder II). Con questi numeri si arriva ad un tasso di circa l’11.9 %. L’agenzia federale fornisce anche il motivo per cui circa 2.3 milioni di persone in grado di lavorare, destinatarie di un sussidio di disoccupazione, non siano incluse nel tasso di disoccupazione ufficiale. Non vengono considerati disoccupati tutti coloro che si trovano all’interno di un programma di politica del mercato del lavoro (formazione e inserimento) organizzato del governo federale o dell’agenzia del lavoro (889.000 nel settembre 2012). Anche coloro che hanno un basso reddito e che per questo ricevono un’integrazione (Arbeitslosengeld II) non vengono considerati disoccupati (655.000 nel maggio 2012, nessun dato più recente disponibile). I destinatari dei sussidi di disoccupazione che crescono dei figli, si prendono cura dei parenti oppure vanno a scuola, vengono considerati come non disponibili e non rientrano nel numero dei disoccupati (630.000 nel maggio 2012). A questi si aggiungono le persone non capaci di lavorare perché malate e quindi destinatarie di un sussidio di disoccupazione (248.000 nel maggio 2012). Ma la cosa più sorprendente è il trattamento dei dati relativi agli anziani beneficiari di un’indennità di disoccupazione. Chi ha oltre 58 anni, non viene considerato disoccupato, se nei precedenti 12 mesi non ha avuto una occupazione coperta da assicurazione sociale (235.000 in maggio). Di fatto, più della metà dei destinatari dei sussidi di disoccupazione in grado di lavorare, per diversi motivi non vengono considerati come disoccupati. La vera causa del basso tasso ufficiale di disoccupazione è l’arbitraria definizione di cosa sia la disoccupazione nelle corrispondenti leggi” (Fonte).

Inoltre, spiega sempre la stessa Agenzia: “Solo il 56.6 % dei 5.5 milioni di beneficiari di un sussidio di disoccupazione sono ufficialmente registrati come disoccupati” ed ” è necessario considerare che a partire dai 58 anni non si viene più considerati disoccupati se entro un anno dalla perdita del lavoro non si riceve almeno un’offerta di lavoro” (Fonte).

Gli ultimi giapponesi rimasti a questo punto partiranno con la solita solfa moralistica: “Beh ma in Italia abbiamo la corruzione, la casta, le auto blu, i tedeschi sono migliori…”. E avanti così in una lunga litania sulla superiorità teutonica.

Bene, in genere consiglio di lasciarli sfogare e poi rivolgergli questa semplice domanda: “Caro mio, ma secondo te come hanno fatto i sostenitori delle riforme a convincere i sindacati e lavoratori della loro bontà?”. Dopo un attimo di silenzio, dopo il quale partiranno con molta probabilità una serie di voli pindarici della logica, nel corso dei quali c’è il rischio di veder saltare per aria con il tritolo il principio di non contraddizione parmenideo, potrete fermarli e dirglielo: inizia per CORRU e finisce per ZIONE.

 

hartz condanna

 

Ah e a scanso di equivoci si tratta dello stesso Peter Hartz che ha dato il nome alle riforme del mercato del lavoro.

Come disse qualcuno: “Andiamo a Berlino Beppe!!!!”. Ma siamo proprio sicuri?

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