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di Marco Cavedon fonte http://memmtveneto.altervista.org/crisi_banche_italiane.html
1) Perché le popolari Banca Marche, Carichieti, Carife e Banca Etruria sono fallite?
Banca Marche.
La crisi della banca è scaturita da concessioni “libertine” di prestiti, erogati per gran parte dal vecchio Cda e dall’ex-direttore generale della banca Massimo Bianconi. I prestiti erogati si sono ben presto trasformati in crediti incagliati per un valore complessivo di oltre € 3 miliardi, che hanno convinto Banca d’Italia a chiedere il commissariamento della banca marchigiana nel 2011 (nel 2012 la banca rivelò un buco di bilancio pari a €512 milioni).
Banca Etruria.
La banca laziale, di cui il padre dell’ex ministro Boschi era vice-presidente, tra il 2011 e il 2013 ha visto allargare l’ammontare dei crediti deteriorati a livelli insostenibili.
Crediti deteriorati che, molto spesso, venivano generati da prestiti concessi sempre in maniera troppo libera.
Visto l’ammontare di crediti deteriorati sempre più pesante nel bilancio della banca, il management ha deciso di compiere operazioni di copertura attraverso l’acquisto di titoli di Stato che, effettivamente, hanno generato ingenti profitti e hanno aiutato in parte a coprire le sofferenze.
Nel 2015 però Bankitalia decide di commissariare la banca, reputando il trading sui titoli di Stato troppo pericoloso e soprattutto vista la situazione finanziaria della banca emersa dalle trimestrali 2014 (buco di bilancio di €120 milioni).
Carichieti.
Nel 2014 arriva il commissariamento anche per Carichieti visto l’ammontare dei crediti in sofferenza pari a €430 milioni e la perdita da circa €300 milioni dell’istituto di credito abruzzese. Le perdite e i crediti in sofferenza sembra che siano stati causati da prestiti facili erogati ad imprenditori abruzzesi.
Carife.
Carife ha dichiarato perdite per 376 milioni di euro, dovute ad investimenti immobiliari non redditizi(1).
Vediamo quindi, come abbiamo ribadito molte volte, come il comun denominatore che ha determinato la crisi di queste banche sia il fatto che esse ad un certo punto si siano trovate tra le mani molti prestiti non più esigibili. Questa è una diretta conseguenza dell’applicazione delle politiche di bilancio dell’Eurozona, che impongono al settore pubblico di operare una costante riduzione dei deficit di bilancio annuali. Lo Stato quindi drena al netto dall’economia reale con la tassazione sempre più risorse, diminuendo la domanda aggregata che è il primo motore dell’economia e obbligando imprese e famiglie ad indebitarsi col settore finanziario privato a condizioni sempre più rischiose.
I grafici di cui sotto raffigurano l’evoluzione annuale del debito delle famiglie sul reddito disponibile e del debito delle imprese non finanziarie in rapporto al surplus legato alla produzione lorda (non si tiene conto dell’interesse derivante dal possesso di attività finanziarie).

Fig 1: debito delle famiglie sul totale del reddito disponibile (dati OCSE) – dati dal 2002 al 2015.
Fig. 2: debito delle imprese in rapporto al surplus annuale di produzione lorda – dati dal 2002 al 2015.

2) Decreto legge “salva banche” del 2015. Cos’è e in che cosa consiste?
Per permettere il salvataggio di queste 4 banche, il Governo vara l’ormai famoso decreto “salva-banche”. Attraverso il decreto si fa in modo di scorporare le parti deteriorate delle banche (i crediti inesigibili) in una bad bank mentre, per le parti sane, vengono costituite 4 nuove banche capitanate dall’ex manager di Unicredit Roberto Nicastro.
Le nuove banche verranno messe presto all’asta, cercando di massimizzare il profitto in modo da remunerare un apposito Fondo di Risoluzione(1).
3) A cosa serve il Fondo di Risoluzione?
ll Fondo di Risoluzione sarà utile a rifinanziare le banche ponte costituite con le parti sane degli istituti di credito falliti.
Questo fondo sarà finanziato completamente dalle banche italiane quali Ubi banca, Unicredit, Intesa San Paolo e via discorrendo, per un importo totale di €3,6 miliardi.
I crediti in sofferenza confluiti nella bad bank verranno svalutati di un 70-80% in modo da permettere un più facile smaltimento degli stessi (permetterne la vendita sul mercato tramite una forte svalutazione che ne faciliti il rimborso da parte dei debitori)(1).
4) Quali sono state le conseguenze per i risparmiatori clienti di queste banche?
La parte del decreto sul quale si sono accese feroci polemiche riguarda il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti subordinati che risponderanno in solido del fallimento delle banche. Il decreto, infatti, prevede la svalutazione totale delle azioni dei 4 istituti di credito e la conversione coatta delle obbligazioni subordinate in azioni(1).
E’ stata in tale modo anticipata da parte dello stato italiano la normativa europea sul “bail – in” che vieta al settore pubblico di intervenire per salvare i risparmiatori e le banche e che sarebbe entrata in vigore solo a partire dal primo gennaio 2016 (della serie, più reali del re).
Dopo le forti proteste dei risparmiatori, il Governo cercherà di trovare una soluzione per risarcire in parte gli obbligazionisti subordinati, mediante la costituzione di un Fondo di Solidarietà finanziato in minima parte da soldi pubblici per non violare le regole UE sugli aiuti di Stato, attraverso il quale si risarcirebbe di circa il 30% ogni obbligazionista subordinato.
In più, il Governo valuterà di erogare crediti di imposta ai risparmiatori danneggiati utilizzabili nel corso degli anni in modo da alleviare ulteriormente la situazione economica di questi ultimi(1).
Il 3 luglio 2016 entra in vigore il decreto che prevede il rimborso dell’80% per gli obbligazionisti subordinati a determinate condizioni, tra le quali quelle di non superare un reddito complessivo di 35.000 euro e un patrimonio mobiliare pari a 100.000 Euro(2).
5) Che cosa sono le obbligazioni subordinate?
I bond subordinati sono uno strumento finanziario di debito che è una via di mezzo tra un titolo azionario ed un’obbligazione. Il detentore del bond subordinato riceve delle cedole da parte dell’emittente anche se, tuttavia, non garantisce l’esenzione dal rischio di impresa al possessore dell’obbligazione.
In termini sintetici, gli obbligazionisti subordinati possono essere definiti come creditori di serie B (in caso di fallimento vengono prima liquidati dipendenti, creditori, obbligazionisti e, nel caso delle banche, i correntisti, almeno per ora).
In questo modo circa 150.000 risparmiatori hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita (portando, come tristemente noto, al suicidio di un pensionato 68 enne) di cui 130.000 sono azionisti e 20.000 obbligazionisti subordinati.
E’ stato calcolato che, in totale, i risparmiatori degli istituti di credito ci hanno rimesso circa €1,2 miliardi.
Il decreto “salva banche” adottato dal Governo sembra ricalcare in parte la nuova normativa europea del bail-in che coinvolge azionisti, obbligazionisti e correntisi sopra i 100.000 Euro nel caso di insolvenza bancaria(1).
6) Il caso Banca Popolare di Vicenza. Cosa è accaduto?
Il 22 settembre 2015 vengono effettuate perquisizioni da parte della Guardia di Finanza. Le indagini riguardano il periodo precedente al dicembre 2014, cioè prima che la vigilanza sulla banca Popolare di Vicenza passasse dalla Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea e che quest’ultima intervenisse imponendo una drastica pulizia nei conti che ha comportato svalutazioni e perdite per miliardi di euro(3).
Dalle risultanze degli accertamenti del team ispettivo della Banca Centrale Europea è emerso che la Popolare di Vicenza ha erogato finanziamenti per 974,9 milioni ai propri clienti per far loro comprare azioni della banca. Un fatto gravissimo che ha ripercussioni molto pesanti sul patrimonio dello stesso istituto. Nel primo semestre del 2015 la banca ha chiuso con un rosso pari a più di un miliardo di euro, dei quali la maggior parte dovuti alla svalutazione di crediti deteriorati (703 milioni di euro)(4).
A seguito di ciò la BCE ha imposto alla banca un aumento di capitale pari a 1,5 miliardi di euro al fine di rientrare nel rispetto del limite del criterio patrimoniale CET1 ratio, pari ad un valore minimo del 10%.
Risultano indagati per aggiotaggio (rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio) e ostacolo alla vigilanza il presidente Gianni Zonin e l’ex direttore generale Samuele Sorato.
L’amministratore delegato Francesco Iorio ha varato un nuovo piano industriale che punta ad un ritorno all’utile nel 2016, con la chiusura di 150 filiali “improduttive”, l’eliminazione di tutte le partecipazioni non profittevoli, l’aumento di capitale in aprile 2016 e, subito dopo, la quotazione in Borsa.
Il 23 novembre 2015 il presidente Zonin rassegna le sue dimissioni dopo quasi 20 anni alla guida della banca. Al suo posto viene nominato l’imprenditore vicentino e vicepresidente di Confindustria, Stefano Dolcetta.
Il 5 marzo 2016 più di 11 mila soci della banca si sono riuniti in assemblea per votare la trasformazione in società per azioni, l’aumento di capitale e la quotazione in Borsa. Tutte le tre delibere sono state approvate, non senza polemiche e contestazioni.
All’aumento di capitale di fine aprile 2016 aderiscono solamente 5.000 vecchi azionisti su 120 mila, corrispondenti al 7,66% del capitale sociale, notevolmente meno della percentuale minima stabilita dalla Borsa Italiana per assicurare un flottante (il numero di azioni circolanti, emesse da una società, non rappresentative della parte di capitale che costituisce partecipazione di controllo) sufficiente, pari al 25%; per cui il 2 maggio viene negata l’autorizzazione alla quotazione alla Borsa di Milano.
Come conseguenza di ciò le domande presentate sono considerate nulle e tutto l’aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro, con l’emissione di 15 miliardi di nuove azioni a 0,10 euro, viene interamente sottoscritto dal “Fondo Atlante” che arriva così a controllare il 99,33% del capitale azionario dell’istituto. Francesco Iorio ha rassegnato le dimissioni il 6 dicembre 2016 e il suo posto è stato preso da Fabrizio Viola(3).
7) E per il caso Veneto Banca?
Sostanzialmente le modalità sono state le stesse rispetto quanto verificatosi con Banca Popolare di Vicenza.
L’assemblea straordinaria dei soci del 19 dicembre 2015 approva la trasformazione da Soc. Coop. a Società per Azioni (S.p.A.) come richiesto dal decreto legge 3/2015 del Governo Renzi, e la conseguente quotazione in borsa, con la necessità di un aumento di capitale da 1 miliardo di € per migliorare i deteriorati coefficienti patrimoniali (CET1 ratio). I soci dissenzienti possono recedere al prezzo di 7,30 € (perdita del valore dell’80% sul valore nominale), come determinato dal consiglio di amministrazione del 2 dicembre 2015.
All’aumento di capitale di fine giugno 2016 aderiscono solamente il 2,2% dei vecchi azionisti, notevolmente meno della percentuale minima stabilita dalla Borsa Italiana per assicurare un flottante sufficiente, pari al 25%; per cui il 27 giugno viene revocata l’autorizzazione alla quotazione alla Borsa di Milano. Come conseguenza di ciò, agli aderenti viene riconosciuto il diritto di revoca, che viene esercitato per un totale di 108.131.234 nuove azioni; tutto il resto dell’aumento di capitale da un miliardo di euro, con l’emissione di 10 miliardi di nuove azioni a 0,10 euro, viene sottoscritto dal “Fondo Atlante” (9.885.823.295 azioni, per un controvalore complessivo di 988.582.329,50 euro), Fondo che arriva così a controllare il 97,64% del capitale azionario dell’istituto(5).
Anche in questo caso, nel 2015 si è dovuto far ricorso ad una massiccia svalutazione dei crediti deteriorati (pari a 530 milioni di euro). La presenza di prestiti divenuti inesigibili ha avuto anche qui un peso preponderante nella crisi di questa banca(6).
Dopo il quasi totale azzeramento del valore delle azioni di Veneto Banca e Popolare di Vicenza avvenuto nel 2016 e a seguito della ricapitalizzazione avvenuta grazie al “Fondo Atlante”, questi due istituti hanno proposto un’offerta di indennizzo a 169.000 azionisti (pari all’82% del totale) che hanno acquistato azioni negli ultimi 10 anni, pari però ad una minima parte delle perdite e a condizione che nei primi 3 mesi del 2017 aderisca alla proposta almeno l’80% dei risparmiatori coinvolti.
8) Che cos’è l’indice patrimoniale CET1 ratio (o Common Tier Equity 1)?
E’ il parametro principale a cui banche, investitori e risparmiatori fanno riferimento per valutare la solidità di una banca. La BCE istituisce valori soglia di CET1 per ogni banca e per ogni Paese, anche se in linea generale il valore minimo indicato è quello dell’8%.
L’acronimo CET1 ratio sta in realtà per Common Tier Equity 1 ratio ed è il maggiore indice di solidità di una banca. Questo rapporto, espresso in percentuale, viene calcolato rapportando il capitale ordinario (azioni ordinarie più riserve) (Tier 1) con le attività (crediti della banca) ponderate per il rischio.
Cosa significa in sintesi questo rapporto? In sostanza il CET1 ratio ci dice con quali risorse l’istituto oggetto di valutazione riesce a garantire i prestiti concessi ai clienti ed i rischi rappresentati dai crediti deteriorati (o non performing loans).
La BCE e le autorità europee hanno deciso che tale indice non può essere inferiore all’8% in tutti gli Stati, pena il commissariamento della banca come avvenuto in Italia con Banca Etruria per fare un esempio.
Ad ogni Paese membro dell’UE è stato assegnato un CET1 ratio minimo per i propri istituti e all’Italia è stato designato un 10,5% in linea generale. Si parla di linea generale poiché la BCE, tramite il meccanismo unico di vigilanza, decide di volta in volta il target di CET1 per ogni istituto di credito.
Come viene regolato ogni singolo CET1? La BCE periodicamente svolge gli Srep test (acronimo di Supervisor Review and Evaluation Process) che le banche devono superare. Superata la fase di test, la BCE indica all’istituto di credito interessato il target di CET1 ratio da raggiungere in un certo periodo di tempo(7).
9) Banca Monte dei Paschi di Siena. Cos’è accaduto?
Anche in questo caso la crisi della banca è scaturita in prima istanza dai crediti deteriorati (45 miliardi di euro su un totale di 350 miliardi che coinvolgono l’intero sistema bancario italiano), oltre che a causa di operazioni rischiose (quali l’acquisto a sovraprezzo di Banca Antonveneta) e l’utilizzo di strumenti finanziari derivati (cioè legati al valore di un altro strumento finanziario o sottostante, quindi strumenti speculativi) per coprire le perdite (conseguenza comunque anche questa delle politiche europee che impongono con la restrizione dei deficit la riduzione della domanda aggregata, che causa la crisi delle aziende e il deteriorarsi dei crediti loro concessi).
Un’altra causa è sempre legata alle politiche imposte dall’UE (la normativa sul bail-in) che coinvolgono i risparmiatori nel salvataggio degli istituti in difficoltà e che hanno causato dal settembre 2014 al settembre 2015 per le banche italiane un calo del 27% dei titoli bancari nelle mani di investitori retail (investitori che comprano e vendono titoli per il proprio vantaggio e non per altre compagnie o organizzazioni)(8,9).
Di seguito si riassumono le principali vicende.
Il 30 luglio 2013, a Siena il pubblico ministero ha concluso le indagini sul dissesto che l’acquisizione sovrapprezzo della Banca Antonveneta avrebbe portato al Monte dei Paschi di Siena e mandato undici avvisi di garanzia, uno dei quali all’ex presidente Giuseppe Mussari, uno ad Antonio Vigni, ex direttore generale e uno a Gianluca Baldassarri, ex capo dell’area finanza, ai quali vengono imputati molti reati, come la manipolazione dei mercati e l’ostacolo alle attività di vigilanza. Oltre il Monte dei Paschi è stata indagata l’americana JPMorgan Chase.
Un altro filone d’inchiesta riguarda i contratti derivati Alexandria e Santorini, sottoscritti con la banca giapponese del Gruppo Nomura e la banca tedesca Deutsche Bank. I dirigenti incriminati si sono serviti dei derivati per coprire alcune perdite accusate in bilancio, spostandole sugli esercizi futuri. Questi contratti non sono stati rivelati né ai controllori interni né alla Banca d’Italia, che vigila su tutti gli istituti di credito; anche il consiglio d’amministrazione non è stato informato. Solo quando sono arrivati al Monte i nuovi vertici, queste operazioni e altre simili sono state scoperte. La Deutsche Bank era già sotto inchiesta in Germania. Il 31 ottobre 2014 si è concluso un processo riguardo un primo stralcio di questa inchiesta, con la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno e con l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, di Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri, per ostacolo all’Autorità di Vigilanza. I restanti filoni d’inchiesta vengono trasferiti successivamente per competenza territoriale al Tribunale di Milano.
Un’altra inchiesta, aperta dalla Procura di Siena, riguarda la «banda del 5 per cento»: Gianluca Baldassarri, secondo l’accusa, era il capo di una banda di esperti della finanza che per più di dieci anni hanno rubato il 5% sulle operazioni finanziarie. Un’ultima inchiesta riguarda i reati fiscali durante la gestione dal 2005 al 2008; sono imputate 11 persone fra ex vertici e manager del Monte dei Paschi(8).
A seguito del fallimento dell’aumento di capitale necessario per il rispetto di quanto richiesto dalla BCE (che ha elevato la richiesta di ricapitalizzazione da 5 miliardi a 8,8 miliardi a fine dicembre 2016), il governo ha ottenuto il via libera dal parlamento per un nuovo decreto legge “salva banche”, che prevede un aumento per il 2017 di 20 miliardi di debito pubblico per finanziare il salvataggio degli istituti in difficoltà, compreso Monte dei Paschi(10).
10) I test eseguiti dalla BCE per valutare la solidità di una banca sono davvero affidabili?
La Banca Centrale Europea nell’eseguire i suoi test sul grado di affidabilità di un istituto bancario ipotizza degli scenari avversi impostando un valore limite per l’indice patrimoniale CET1 ratio, sotto il quale non bisogna andare. Questo indice tiene conto del capitale ordinario (azioni ordinarie più riserve) rapportato alle attività della banca in esame (i prestiti concessi) ponderate per un fattore di rischio.
In caso di una nuova forte recessione, applicando le regole della FED (la banca centrali degli USA) l’istituto tedesco ZEW ha calcolato per Deutsche Bank una ricapitalizzazione necessaria pari a 19 miliardi di euro, una cifra superiore di due miliardi all’attuale valore borsistico dell’istituto e molto complicata da rastrellate in un momento in cui i mercati guardano con diffidenza alle aziende del credito(11).
Il metodo applicato dalla FED per valutare la solidità delle banche è il leverage ratio, che considera il valore totale di tutti i prestiti realizzati da una banca, mentre il CET1 ratio pondera i crediti in funzione del rischio. Altre differenze di metodologia includono differenti limiti prudenziali applicati agli indici patrimoniali, differenti proiezioni di perdite sotto gli scenari di stress e diversi metodi di valutazione del valore delle azioni(12).
Nel valutare il grado di solidità di un istituto finanziario, a livello europeo non vengono considerati importanti fattori quali l’effetto dei tassi di interesse negativi applicati per decisione di Mario Draghi sulle riserve detenute presso la banca centrale, nonché l’esposizione agli strumenti finanziari derivati (si stima che Deutsche Bank sia esposta ai derivati per un valore lordo pari a 55 mila miliardi di euro).
Non è la sola Deutsche a uscire con le ossa rotte dopo essere passata sotto la lente dello ZEW. Sono state infatti 51 le banche europee esaminate. E il risultato è choccante: il fabbisogno di risorse fresche è di 123 miliardi, con i casi più problematici rappresentati, oltre che da Deutsche, dalle francesi Société Générale (13 miliardi) e Bnp Paribas (10 miliardi), la cui capitalizzazione di Borsa è, però, superiore al potenziale buco. Alla faccia della virtù dei tedeschi(11).
11) Ma la crisi bancaria esiste solo in Italia? Gli altri paesi europei sono più virtuosi di noi e non intervengono mai con soldi pubblici?
Abbiamo appena visto sopra che la situazione non è affatto così e che applicando i più rigorosi parametri della FED le banche più in crisi sono quelle tedesche e francesi. Per quanto riguarda l’intervento con fondi pubblici per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, l’Italia dal 2008 al 2014 ha speso solo 4 miliardi di euro, contro i 238 miliardi spesi nello stesso periodo dalla Germania (vedere immagine sotto)(13).

Fonti:
1: https://www.forexinfo.it/Banche-fallite-cause-conseguenze
2: http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/07/13/news/salva-banche_dopo_l_attesa_arriva_il_modulo_per_i_rimborsi-143991343/
3: https://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Popolare_di_Vicenza
4: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/28/banca-popolare-di-vicenza-azionisti-e-dipendenti-pagano-il-disastro-zonin/1991927/
5: https://it.wikipedia.org/wiki/Veneto_Banca
6: https://www.forexinfo.it/Banche-in-crisi-il-caso-Veneto
7: https://www.forexinfo.it/Cet-1-ratio
8: https://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Monte_dei_Paschi_di_Siena#Scandalo_MPS
9: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/01/19/tonfo-delle-banche-in-borsa-le-cause-e-i-titoli-piu-sofferenti-mps-perde-13-del-suo-valore-in-3-settimane/?refresh_ce=1
10: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-12-22/governo-pronto-nuovo-decreto-salva-banche-lavoro-gentiloni-annuncia-pacchetto-sud-194056.shtml?uuid=ADfwYwIC
11: http://www.ilgiornale.it/news/economia/deutsche-bank-rischia-buco-19-miliardi-se-arriva-recessione-1295725.html
12: http://www.sascha-steffen.de/uploads/5/9/9/3/5993642/benchmarking_august2016.pdf
13: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/02/16/quali-banche-europee-hanno-ricevuto-piu-aiuti-pubblici-tra-il-2008-e-il-2014-spesi-800-miliardi-di-euro/

1) Perché il diritto dell’Unione Europea prevale sul diritto interno. Questo significa che le leggi ordinarie del Parlamento, i decreti legge, i decreti legislativi e le leggi regionali non possono essere in contrasto con i regolamenti e le direttive dell’Unione Europea. Governo e Parlamento sono in una posizione gerarchica inferiore rispetto all’ordinamento dell’UE.

2) Perché le norme del diritto comunitario possono derogare anche leggi Costituzionali purché non siano norme fondamentali e immodificabili come per esempio i diritti fondamentali dell’ordinamento italiano. Nella pratica però anche i diritti fondamentali, come ad esempio il diritto al lavoro, vengono calpestati a causa dei vincoli di bilancio pubblico imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita.

3) Perchè il maggiore progetto dell’Unione Europea è la moneta euro, un progetto fallimentare che ci ha assicurato una moneta troppo forte per la nostra economia e una scarsità di liquidità circolante nell’economia reale a causa dei vincoli di bilancio imposti ai singoli stati membri. Citando il nobel Krugman, ci siamo ridotti “allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Tali danni sono disoccupazione a due cifre, povertà e disperazione dilagante.

4) Perchè versiamo al bilancio dell’Ue molto più di quanto ci torna indietro tramite fondi europei. Dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo totale di 72 miliardi di euro (dati Ragioneria dello Stato). Solo nel 2014 per contribuire al bilancio dell’Ue abbiamo perso 20 milioni di euro al giorno provenienti dalle tasse di noi cittadini italiani.

5) Perchè grazie alla partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità (Fondo SalvaStati), abbiamo sborsato ben 14,33 miliardi di euro dal 2012 al 2015, soldi prestati a paesi in difficoltà finanziarie come Grecia, Irlanda, Spagna affinché restituissero i crediti che le banche francesi e tedesche avevano loro incautamente prestato. Il nostro paese, in crisi economica da anni, con la partecipazione ai trattati Ue è stato costretto a dare genialmente miliardi e miliardi di euro all’estero, anzichè investirli nell’economia reale interna. In cambio della nostra contribuzione al MES non abbiamo ottenuto alcun vantaggio.

6) Perchè i vincoli di bilancio, la contribuzione ai fondi europei e ai fondi salva stati sopra enunciati, hanno incidenza DIRETTA sulle tasse di tutti noi, cittadini italiani. Gli aumenti dell’Iva, dell’Imu e tutte le nuove tasse che il governo italiano deve ideare sono necessari al fine di mantenere l’enorme spesa della contribuzione al bilancio europeo e a mantenere un rapporto deficit/pil inferiore al 3%, ovvero a mantenere le entrate dello stato (tasse) praticamente alla pari delle uscite (spesa pubblica). In anni di crisi economica, bisognerebbe invertire la tendenza con nuove politiche economiche, ma l’Ue ci lega le mani.

7) Perchè l’Unione Europea ci impone riforme strutturali che sono volte a favorire una sempre maggiore precarizzazione del mondo del lavoro, e in un momento di crisi di domanda aggregata (i consumi non ripartono) fare politiche di flessibilità del mercato del lavoro è controproducente. Le famose riforme strutturali fatte dalla Germania nei primi anni dell’Euro hanno ridotto la quota salari di 7 punti in 4 anni, mentre in Spagna le riforme non hanno risolto il problema occupazionale ma hanno solamente fatto aumentare i precari. E in Italia l’introduzione del Jobs Act ha fatto aumentare il precariato, secondo l’Università di Torino.

8) Perchè l’Unione Europea impone un vergognoso sistema di due pesi e due misure. Si pensi alla questione degli aiuti di Stato: nonostante questi siano vietati dall’Ue perchè visti come misura che mina la libera concorrenza, l’Ue stessa ha permesso alla Germania di mettere a disposizione del proprio sistema bancario in crisi circa il 10% del proprio Pil, per una cifra complessiva pari a circa 250 miliardi di euro dal 2007 fino ad oggi, mentre l’Italia per il proprio sistema bancario ha messo a disposizione l’1% del proprio Pil, pari a poco più di 4 miliardi di euro. Questo ha determinato un pesante effetto distorsivo della concorrenza tra paesi membri, nonostante i trattati dicano, a parole, di voler eliminare tutte le distorsioni nel mercato unico. Non solo: l’Unione Europea ha messo sotto indagine l’Italia perchè dal 1990 al 2009 avrebbe fornito aiuti di Stato ad imprese coinvolte in calamità naturali, come ad esempio le esenzioni fiscali per le imprese coinvolte nell’alluvione piemontese del 1994. Ora l’Ue richiede alle aziende – molte ormai scomparse, altre incalzate dalla crisi – di restituire le agevolazioni: svar
iati milioni di euro. Ecco la solidarietà europea.

9) Perchè nonostante siamo un paese leader mondiale per quanto riguarda la produzione e la cultura agroalimentare, tecnocrati finlandesi, lettoni, lituani, tedeschi ci impongono da Bruxelles misure strette da rispettare per quanto riguarda i cibi che mettiamo in tavola. I limiti di Bruxelles sono stabiliti dal Regolamento 543 del 2011. Le mele devono avere “3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A”, 1/2 per le B e 1/3 per le C. Ma questo solo per la categoria “extra”, per le altre le percentuali sono differenti. Quanto alle dimensioni, minimo servono 60 mm di diametro o 90 di peso. La natura concepita come una produzione in serie di prodotti tutti uguali. Guai ai difetti della buccia: basta una macchiolina un po’ più grande e quella mela non è più una più mela. Burocrazia anche per altri frutti: 45 mm di diametro minimo per limoni e mandarini, 35 mm per le clementine, 53 mm per le arance. Per i kiwi si è invece ricorsi al peso: minimo 90 g per la categoria “extra”, 70 e 65 per quelle inferiori. Per pesche e pesche noci, è richiesto un calibro minimo di 56 mm per le extra e 51 mm per le altre; per le pere (60 mm per le extra, 55 per le altre); le fragole (25 e 18 mm); e l’uva da tavola (minimo 75 g a grappolo). Infine, i peperoni, la lattuga e i pomodori hanno il loro bel carico di misure burocratiche europee. Con evidenti problemi soprattutto per la vita dei produttori agricoli, già resa difficile dalla terribile crisi economica garantita dall’Ue. Anche i pescatori hanno la loro dose di burocrazia europea, con la dimensione minima delle vongole di 25 mm, nonostante la media italiana sia di 22 mm. In caso di vendita di vongole più piccole di 25 mm, il pescatore rischia multe di 4000 euro. Con danni al lavoro e all’occupazione dei pescatori evidenti.

10) Perchè non vogliamo più essere ridotti ad una colonia, governata da commissari Ue non eletti dai cittadini europei, che da una scrivania di Bruxelles redigono direttive e regolamenti vincolanti per il nostro paese, che creano danni economici e regole assurde per interi settori produttivi nostrani. Perchè non è possibile che il nostro governo sia costretto a chiedere l’approvazione preventiva della propria legge di bilancio alla Commissione Europea, così come il permesso per emettere i titoli di stato, come un bravo scolaretto. Perchè non accettiamo più che la Commissione Europea imponga delle nuove tasse se la legge di bilancio non è di suo gradimento. Perché è evidente che sia IRRIFORMABILE un’Unione dove il monopolio dell’iniziativa legislativa è affidato a burocrati non eletti del tutto indipendenti, i quali non accettano consigli o indicazioni da nessuno, men che meno dai governi.

Perchè vogliamo essere un paese sovrano all’interno dei nostri confini territoriali. Liberi di decidere le nostre politiche migratorie. Liberi di decidere di aiutare il nostro popolo, fino al raggiungimento della piena occupazione. Liberi di avere la nostra maledetta sovranità nazionale, come in tutti gli Stati del mondo civile ed avanzato.

Potremmo andare avanti, ma basta. Questa non è democrazia. Questa è Tecnocrazia europea.

#ITALEXIT, immediatamente!

lira2
1. Perchè lo Stato con la Lira non deve prendere in prestito la propria moneta

– Tornando alla Lira, lo Stato torna ad essere l’unico soggetto ad emettere la valuta nazionale;
– Non deve chiedere in prestito la moneta per potersi finanziare;
– Non ha bisogno di alzare le tasse per potersi finanziare;
– Semplicemente spende accreditando conti correnti;
– Non è soggetto ai diktat e alle minacce dei mercati finanziari o di entità sovranazionali (Commissione Ue, Fmi, Bce);

2. Perchè con la Lira si può raggiungere la Piena Occupazione
– Lo Stato che emette la propria valuta non ha limiti finanziari, dunque può investire per raggiungere la piena occupazione;
– L’investimento viene fatto attraverso dei Programmi di Lavoro Garantito transitori, che fungono da supporto per l’economia privata;
– Creando posti di lavoro, si producono anche beni e servizi oltre ai redditi, in tal modo la crescita dell’inflazione è sotto controllo;
– I Programmi di Lavoro garantito riguardano i servizi alla persona, la cura dell’ambiente e del dissesto idrogeologico, messa a norma di edifici, ecc;
3. Perchè con la Lira lo Stato non può mai finire i soldi
– Emettendo in maniera autonoma la propria valuta, non ci potrà mai essere default;
– Lo Stato spende per primo accreditando conti correnti, non ha quindi bisogno dei titoli di stato o delle tasse per finanziarsi;
– Per questo i titoli di Stato saranno aboliti;
– Fine del problema spread;
– Nessun problema di solvibilità dello Stato a moneta sovrana, a differenza di oggi;
4. Perchè solo con politiche di deficit pubblico è possibile arricchire le famiglie e le imprese
– In economia la spesa di un soggetto equivale sempre all’incasso di un altro soggetto, questo vale anche tra Stato e settore privato;
– Ne consegue che lo Stato deve spendere più di quanto tassa, per lasciare denaro all’economia privata;
– Facendo circolare liquidità nell’economia privata, le aziende ottengono i pagamenti necessari e possono guadagnare;
– Spendendo più di quanto si tassa, le assunzioni ripartono, così come i risparmi delle famiglie e ne beneficia l’economia tutta;
5. Perchè l’uso corretto della moneta sovrana garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione
– Lo Stato che spende più di quanto tassa, permette ai cittadini di trovare lavoro, fondamento della nostra Repubblica (art.1 Costituzione);
– Spendendo più di quanto si tassa, viene garantito e promosso il diritto al lavoro (art.4 Costituzione);
– Con politiche di sostegno ai redditi, viene garantito il diritto ad una retribuzione adeguata (art.36 Costituzione) e viene garantito il diritto al risparmio, sia per le famiglie che per le imprese (art.47 Costituzione);
6. Perchè con la Lira si possono abbassare immediatamente le tasse
– Le tasse non servono a finanziare lo Stato a moneta sovrana, ma ad imporre nell’economia privata l’uso della valuta stabilita dal governo;
– Ne consegue che tutte le tasse possono essere subito abbassate;
– In particolare può essere eliminata la tassa sui consumi, l’Iva;
– Le tasse devono essere sempre tenute ad un livello che garantisca il mantenimento della piena occupazione;
– In periodo di crisi, con la Lira lo Stato pone in essere politiche anticicliche: aumenta la spesa pubblica e detassa;
7. Perchè con politiche di deficit pubblico si riduce la criminalità, si garantiscono i servizi e si migliora la qualità della vita
– Creando lavoro con politiche anticicliche, si crea lavoro per tutti e non si deve ricorrere alla criminalità per far fronte alle ristrettezze economiche;
– Con la Lira sovrana si potranno garantire tutti i servizi pubblici con riduzione delle tariffe per la cittadinanza;
– Con i Programmi di Lavoro Garantito viene curato anche l’ambiente, il riciclo dei rifiuti, il dissesto idrogeologico, la cultura, il patrimonio artistico, l’istruzione e la formazione ecc.;
– Di conseguenza migliora anche la qualità di vita e la serenità del cittadino;
8. Perchè con la Lira è possibile favorire lo sviluppo del mercato interno, senza dover esportare a tutti i costi
– La detassazione viene anche applicata alle imprese italiane, dunque fare impresa in Italia risulterà estremamente vantaggioso;
– Viene abbandonata la corsa all’export, che porta solo ad una gara al ribasso degli stipendi;
– Il mercato domestico assume importanza assoluta;
– Le politiche di spesa in deficit, possibili solo con la Lira sovrana, permetteranno di mantenere a lungo la piena occupazione, dando stabilità all’economia;
– Afflusso senza precedenti di investimenti esteri grazie alla piena occupazione;
9. Perchè con la Lira è possibile eliminare la speculazione finanziaria
– Lo Stato sovrano può regolare in qualsiasi momento il settore bancario;
– Le banche avranno una funzione unicamente di interesse pubblico. Stop alla speculazione finanziaria all’interno dei confini italiani;
– Il governo con la Lira si impegnerà a garantire tutti i depositi bancari dei cittadini;
– Le funzioni del sistema bancario torneranno ad essere esclusivamente il mantenimento dei conti correnti, garantire i sistemi di pagamento, e la fornitura di prestiti a cittadini e aziende;
10. Perchè con la Lira è possibile tornare a vivere una vita dignitosa, che è la cosa più importante
– Niente più ansia perché non si riesce a trovare lavoro, o lo si è perso;
– Niente più paura dei licenziamenti: se accade posso trovarne un altro nel settore privato o nei Programmi di Lavoro Garantito;
– Nessuno dovrà più chiedere l’elemosina in mezzo ad una strada, o vivere sotto i ponti per mancanza di lavoro;
– Le politiche in deficit permettono un’aumento degli stipendi e dei salari, con miglioramento incalcolabile delle condizioni di vita;
– Con maggiore tranquillità e serenità per il futuro, si lavora meglio e ne beneficia la produttività, oltre a tutta la collettività;
– I servizi alla persona garantiti dai PLG sono innumerevoli, di conseguenza la cittadinanza sentirà di vivere in una Repubblica che si occupa davvero delle sue necessità;
– Le condizioni sanitarie dei cittadini aumenteranno, soprattutto quelle psicologiche grazie alla piena occupazione.
Vivere in una Repubblica degna di questo nome è possibile. Chiediamo il rispetto della Costituzione, con lo strumento fondamentale della Teoria della Moneta Moderna è un nostro dovere!
Chiediamolo soprattutto ai nostri politici addormentati.

EU_+_Island._Nei_takk!L’Islanda non ha dato nessuna lezione di calcio. E’ una buona squadra che gioca un calcio semplice e abbastanza efficace, ma nulla di così straordinario. Ovviamente nel suo piccolo e dando un’occhiata alla sua storia calcistica, la nazionale islandese ha fatto qualcosa di realmente notevole! L’Islanda piuttosto, ha dato negli ultimi 5-6 anni una lezione al mondo su quale sia l’importanza dello Stato, ossia delle istituzioni costituzionali di diritto, nell’orientare l’economia nazionale su un sentiero di crescita e di sviluppo socialmente inclusivi e condivisi.
L’Islanda ha dato una lezione al mondo intero su cosa sia in grado di fare un complesso di istituzioni governative in seguito ad una crisi bancario-finanziaria. L’Islanda ha dato una lezione al mondo intero su come devono essere trattati dei banchieri criminali. L’Islanda ha dato una radicale dimostrazione di piena sovranità istituzionale, giuridica e territoriale ad un organismo sovra-nazionale come il Fondo Monetario Internazionale.
L’Islanda ha dimostrato che consentire ai propri istituti di credito di sottoscrivere dei contratti denominati in valuta straniera è una pessima scelta politica. L’Islanda ha dimostrato agli europeisti convinti che mantenere il monopolio pubblico di emissione della propria moneta (Corona Islandese) è stata una scelta azzeccata, azzeccatissima per dirla in breve.
L’Islanda infine, ha dimostrato che uno Stato che emette la propria moneta e che decide di lasciar fluttuare il tasso di cambio, trattasi dunque di moneta “FIAT”: 1. Non può mai e poi mai essere costretto al default sui propri contratti di obbligazione emessi; 2. Per poter adempiere alle sue impegnative di pagamento e per poter rimanere operativo non ha bisogno di dipendere dai mercati monetari e dei capitali privati. 3. Non è soggetto ai capricci dei “bond vigilantes” (no rischio di essere vittima di attacchi speculativi sui propri titoli di Stato; e dello spread sì, spread no e dei giudizi delle agenzie di rating se ne può sbattere tranquillamente…… i polpastrelli!).
Infine, sempre questa piccola isola di soli 323.000 abitanti circa, ha dimostrato che proprio grazie al fatto di non aver adottato una moneta straniera come l’euro (e di non aver ratificato, in aggiunta, alcun trattato europeo), ha potuto godere di quel framework di “strumenti macro-economici” di base di cui ciascuno Stato deve disporre per poter pensare di operare nell’Interesse Pubblico del 99% dei suoi cittadini.
L’Islanda ha dimostrato che fuori da un sistema monetario assurdo, ridicolo, disastroso come l’Unione Monetaria Europea c’è vita, eccome se c’è vita (Si prenda visione dei dati macro-economici riportati nell’articolo del nostro professor Bill Mitchell).
L’Islanda ha dimostrato che lo Stato, nonostante l’affermazione in questi ultimi due decenni di quel fenomeno chiamato “globalizzazione”, è sempre in grado di far valere la forza giuridica delle proprie disposizione legislative di fronte alle scelte, ai capricci e alle minacce della finanza globale! L’Islanda ha dimostrato che non vi è alcuna correlazione diretta tra la dimensione del proprio territorio e l’andamento dell’economia domestica.
Ossia, l’equazione da bar dello sport “più uniti = più grandi, più grandi = più forti, più forti = più crescita”, con banali e semplici evidenze empiriche va a farsi fottere. Il tutto, al contrario, dipende in prima istanza dagli arrangiamenti giuridico-istituzionali e quindi monetari e bancari adottati e in seguito, dalle politiche macro-economiche messe in campo.
L’unico vincolo che potrebbe presentarsi e che potrebbe, potrebbe, comportare problemi per un Paese ricade nell’ambito delle risorse reali. Se vi sono, in essere, vincoli di natura finanziaria allora questi dipendono unicamente da idiote scelte politiche. L’Islanda ha dimostrato infine, che adottare politiche fiscali restrittive (leggasi austerità), in seguito ad una crisi finanziaria non solo non è una necessità economica (ma una scelta politica deliberata e criminale), ma è una scelta di politica macro-economica che qualsiasi governo democratico, serio e che ha a cuore la volontà e il benessere dei suoi cittadini non sceglie assolutamente di perseguire. Forza Islanda: batti e continua a battere forte le mani, ma proprio forte, perché di sicuro tu sì che hai vinto.

Nel video allegato proponiamo l’intero ricco confronto che si è tenuto lo scorso 20 giugno presso la Città dell’Altra Economia, a Roma, per il convegno “Mmt e la nuova Resistenza” che ha visto la partecipazione, come relatori, di Alfonso Gianni per il Comitato per il No alla modifica costituzionale, del professor Sergio Cesaratto, del professor Stefano Sylos Labini, dell’onorevole Alfredo D’Attorre (Sinistra Italiana) e di Antonio Maria Rinaldi (Alternativa per l’Italia).

 
 

Cercherò di noerasmus1n essere troppo professionale. La situazione lo richiede, ed ho deciso di scrivere in prima persona. Da ventenne sono rimasta sinceramente sconcertata da certe dichiarazioni post-Brexit. Perché tengo a specificare la mia età? Perché queste dichiarazioni sono state pronunciate in larga maggioranza proprio da miei coetanei oltre che da coloro che speravano nella vittoria del “remain”. Affermazioni del tipo “La scelte lasciate in mano al popolo sono rischiose e pericolose”, “I vecchi non dovrebbero decidere”, “Oddio e ora come facciamo con l’Erasmus?”. Allora mi sono posta delle domande. Come mai la mia generazione, nata con il naturale diritto all’istruzione, ed in possesso di uno dei più potenti e completi mezzi di informazione quale Internet, non riesce dati questi presupposti a comprendere che il momento per liberarsi è arrivato?
Che sono talmente schiavi da non poter più nemmeno sperare di avere un lavoro degno delle proprie aspettative in Italia e che per questo sono costretti ad andarsene spesso per lavare i piatti all’estero guadagnando due spiccioli? Cosa li rende così tanto conformisti da non riuscire a vedere le sbarre di ferro della gabbia che li circonda, e che addirittura fa loro credere che l’andarsene, il fuggire, il mandare a quel paese la propria patria, i propri genitori, i coetanei che rimangono e i propri concittadini sia la vera libertà?
Da questo punto di vista mi verrebbe seriamente da pensare che è fatta, che il neoliberismo non essendo solo un concetto economico ma anche ideologico ha vinto.
Ho cercato di dare una risposta a queste domande e confrontandomi con persone di altre generazioni ho trovato una chiave di lettura ad una situazione che a volte mi sembra quasi impossibile da decifrare e comprendere. Le passate generazioni hanno vissuto altre epoche, altre economie, altri stili di vita. Molti di loro sono tuttavia conformi a quello che vige ora e sono convinti che la concorrenza, il libero mercato nobilitino la nostra nazione, pur distruggendola. Ma posso assicurare che molti altri hanno capito, e facendo un confronto con altre epoche da loro vissute (anni ’80 per esempio) vedono l’abissale differenza con l’oggi.
Mentre per quelle generazioni, trovare un lavoro degnamente retribuito e mantenersi era una cosa naturale, semplice anche per chi non aveva fatto l’Università (cosa del tutto legittima che non definisce affatto l’ignoranza o meno della persona, come oggi vorrebbero farci credere alla luce della votazione inglese), per i loro figli adesso il futuro si è ribaltato: spesso sono sottopagati, stanno per essere licenziati e se già non lo sono, sono precari. E per i loro nipoti ancora peggio. Uno scenario che non voglio nemmeno provare a descrivere.
E’ questa (quella dei figli e dei nipoti), la generazione del blackout mentale, la mia generazione. Noi non abbiamo vissuto gli anni della vera prosperità, della crescita, non li abbiamo visti, ne abbiamo solo sentito parlare. Non abbiamo visto l’alternativa, non sappiamo cosa c’è al di fuori della gabbia dell’UE, o meglio per usare una metafora acculturata (così da rendere comprensibile il concetto anche ai “semicolti”, tifosi dell’Erasmus e del sistema economico che sta distruggendo il loro futuro) non sappiamo e non riusciamo ad immaginare cosa può esserci al di fuori della caverna, quella del mito di Platone, incatenati come siamo, nella vana ammirazione di un sogno europeo che non esiste, né mai è esistito.
Spesso mi viene naturale deludermi e arrabbiarmi contro la generazione a cui appartengo. Poiché è vero che non abbiamo visto un mondo diverso con modelli economici, politici e sociali differenti, ed è vero anche che siamo stati rimbecilliti (passatemi il termine) fin dalla nascita dalla retorica del “quanto è bella l’Europa dei popoli” presente non solo in televisione ma anche in tutti i libri scolastici dall’infanzia fino alle superiori, per non parlare di quelli accademici e delle lezioni in facoltà, dove gli anni di politiche economiche criminali come quelle della Thatcher e di Reagan vengono osannati e dove il massimo dei personaggi invitati a convegni e seminari sono “artisti” come Albano, vecchi politici vicini al governo in carica o, peggio ancora, grandi manager di gruppi finanziari internazionali.
Ma per me non è ammissibile. Non posso arrendermi al fatto che i miei coetanei non siano abbastanza in gamba o coraggiosi da togliersi la benda che hanno sugli occhi, da uscire dalla caverna. Che dicano che la democrazia è pericolosa, quando è la più grande conquista dei loro nonni, che dovrebbero ringraziare ogni giorno e non insultare solo perché sono “vecchi” e hanno deciso diversamente rispetto ai giovani della generazione Erasmus.
Perciò voglio fare un appello, un invito: ragazzi non arrendetevi ed informatevi, studiate il più possibile. Vi daranno dei pazzi, dicendovi che è un’utopia, perché un’alternativa non c’è e dovete adattarvi, come al campeggio. Io però preferirei vivere in una casa solida piuttosto che in una precaria tenda. Ed avere un lavoro che rispetti le mie aspettative, lavorative e retributive, lasciandomi anche la possibilità di rimanere nel paese che amo, il paese più bello del mondo. Spetta solo a noi riscattarlo, riscattare la sovranità, il potere di decidere in casa nostra. Il peggio che ci prospettano in caso di uscita dall’UE sta già accadendo nel mentre in cui restiamo.
Beppe Severgnini (e qui concludo) a La7 ha affermato che “L’Europa ha migliorato le nostre vite, tipo viaggi, trasporti e roaming“…dunque basta il miglioramento di viaggi, trasporti e roaming per convincere i giovani a rinunciare ad un lavoro, al mantenersi da soli, ad una pensione, alla libertà?
Ragazzi, studiamo e liberiamoci.

Quante volte ci Sentiamo dire questa frasetta ben confezionata da svariate fazioni politiche? È la tipica formula giustificatrice del disastro europeo. “Era partita bene, un sogno, un’unione di tutti i popoli”.
Ma siamo sicuri di questo? Forse dovremmo fare un salto indietro nel tempo, indagando sulle origini anche ideologiche che stanno dietro alla creazione di questa unione.
In questa indagine ci soccorre un libro oserei dire illuminante riguardo la sua storia ed il suo concepimento: “L’Unione Monetaria Europea. Storia segreta di una tragedia.” di Alain Parguez. L’autore, economista francese tra gli ideatori della Teoria del Circuitismo, individua in questo testo quattro fasi, ripercorrendo le quali è possibile trovare le radici che hanno condotto alla moneta euro. Le ripercorreremo brevemente cercando di essere esaustivi:
FASE 1
La prima fase, la più teorica, che si colloca nel primo dopoguerra, fa riferimento al gruppo dei “Tradizionalisti”: un gruppo di intellettuali tecnocrati che auspicavano la restaurazione di un’antica tradizione ispirata al Sacro Romano Impero Tedesco. Essi proponevano due regole basilari: il predominio di Francia e Germania, considerati i veri eredi dell’antica tradizione, su tutti gli altri paesi europei, rigettando la Repubblica Francese ed infine il predominio delle classi elitarie sulla massa popolare, trovando tuttavia difficoltà nel conciliare questa ideologia neo feudale con i tempi moderni.
FASE 2
La soluzione era a portata di lobby. Il Comitato Forges e il Gruppo de Wendel legati alla Banque de France. Grazie a queste grandi lobbies fu possibile la creazione e la progettazione nel concreto dell’Unione Monetaria Europea al fine di integrare le due economie francese e tedesca. Ciò ad opera di due personaggi chiave (Schumann, deputato di Mosella, lobby dell’industria pesante e Monnet, banchiere) che videro e furono artefici dei primi organi europei quali Consiglio d’Europa, CECA e Nato. Dunque entro il 1951, anno del piano Shumann, abbiamo una Comunità Europea cucita su misura del Gruppo de Wendel e del Comitato Forges, ideata da tecnocrati, giustificati dal mantra del libero mercato. Dalle menti di Perroux e Rueff arriva invece la BCE, una banca indipendente con poteri assoluti sull’emissione di valuta, la quale avrebbe mantenuto l’inflazione pari a zero nell’Unione Monetaria. Perroux propose regole dittatoriali, poi inserite nel Trattato di Maastricht: gli Stati Membri non possono battere moneta (ovvero non possono attuare la sovranità nazionale appieno), non possono gestire il proprio deficit, in presenza di crisi, possono reagire solamente con politiche deflattive, infine, gli Stati devono essere proni alle esigenze di mercato, flessibili. Possiamo quindi congiungerci alla fase 1; vi ricordate il Sacro Romano Impero? La BCE assume tutti i poteri medievali dell’impero. Alain Parguez riflette su questo “ritorno al passato” definendo il divieto di battere moneta la condicio sine qua non per la distruzione dello “Stato moderno”. Togliere allo stato il potere di scegliere e decidere sia materialmente che politicamente quali politiche economiche adottare significa ridurlo alla sola forma senza una sostanza effettiva. Non solo, ciò fa sì che vengano eliminati quelli che Perroux chiamava con tono dispregiativo “falsi diritti” ovvero quelli del welfare (sanità,istruzione, ecc.), emblematici ad esempio della politica espansiva del New Deal. In breve: la BCE è l’imperatore con poteri assoluti, gli Stati che aderiscono all’Unione Monetaria sono i suoi vassalli.
FASE 3
Arriviamo così agli anni ’80 con un obbiettivo nel quadro della costituzione dell’Unione, quello di trasferire quest’idea sorta negli ambienti della destra tradizionalista che dopo le guerre aveva perso credibilità, alla sinistra. A riuscire nell’impresa fu un gruppo di economisti e tecnocrati (come sempre) francesi, che possono essere rappresentati da colui che nell’81 divenne il Presidente della Francia: François Mitterrand. I neo-socialisti francesi pertanto fecero da apripista evidenziando la necessità inevitabile della “cultura del sacrificio” derivante dall’idea che la spesa pubblica favorisse i “falsi diritti” previsti dal welfare state di cui abbiamo parlato poc’anzi. Ecco trovato il ponte tra i primi tradizionalisti di destra e i nuovi socialisti europei.
FASE 4
Il non aver saputo imporre una severa politica economica con Attali, accusato di essere keynesiano (mentre non lo era, così come Mitterrand) fece in modo di spingere la socialdemocrazia tedesca e i socialisti francesi ad aderire al programma conservatore. Dopo la politica deflattiva di Barre, venne attuato quindi il Piano di reflazione di Mitterrand, che avrebbe portato ad una fase di ripresa, come espediente per essere accettato con serenità dall’opinone pubblica, messo in confronto con la già citata politica deflattiva di Barre. Tuttavia questa terapia d’urto non era necessaria poiché il deficit era del tutto sostenibile. Non solo, alla sopravvalutazione della moneta francese (del 20/25%) in seguito alla scarsità di spesa di Barre, venne aggiunto il cambio fisso con il Marco Tedesco ed il Dollaro. Dopo una grande e duratura operazione di propaganda, l’opinione pubblica si era ormai convinta che non vi fossero alternative alla necessità del sacrificio. Parguez smaschera l’accusa rivolta alla Germania di aver architettato il nuovo ordine europeo; secondo l’autore infatti Mitterrand avrebbe ricattato la Germania promettendole la riunificazione tedesca in cambio dell’accettazione sia della moneta unica che della BCE. La stesura finale del Trattato di Maastricht è infatti ad opera degli economisti francesi tra cui Aglietta. Stesso retroscena anche per il patto di stabilità e il Trattato di Amsterdam.
L’Unione Monetaria era ormai cosa fatta. La democrazia dei singoli stati era diventata il suo pericolo principale, abbattuta tuttavia dagli organi indipendenti, sovranazionali e vincolanti quali il Consiglio d’Europa e la Commissione. Parguez lo definisce un sistema feudal-capitalistico, una commistione cioè tra tradizionalismo di stampo imperialistico supportato da grandi lobbies industriali e una parvenza di modernità, adducendo un emblematico paragone tra la firma del Trattato di Maasticht e l’incoronazione di Carlo Magno. 
Eccolo il principio dell’Unione Monetaria. Era partita con le migliori intenzioni? Se per migliori intenzioni si intendono gli interessi economici dei gruppi industriali franco-tedeschi possiamo essere d’accordo. Altrimenti abbiamo capito come essa sia nata con cattive intenzioni, o meglio, a beneficio di pochi. Ora non cadiamo più nella trappola del “era partita bene ma recentemente ha preso una brutta piega”, la piega è sempre stata la stessa, solo che adesso è molto più evidente poiché nuoce purtroppo ad una fetta esageratamente larga di popolazione.

La nostra Associazione al suo interno raccoglie una pluralità di posizioni e di punti di vista, una ricchezza di opinioni politiche che sono il fondamento di quella democrazia reale e di sostanza che tanto promuoviamo e la nostra forza sul territorio.
L’unico vincolo che poniamo è la coerenza con quelle verità macroeconomiche inconfutabili e i parametri economici che da sempre indichiamo come necessari per lo sviluppo libero e sostenibile di un paese  e con la necessaria aderenza alla Costituzione Repubblicana.
Pertanto, nel pieno rispetto della nostra pluralità di punti di vista sulle tematiche che riguardano la politica in generale, vogliamo comunque dare la giusta visibilità a questa iniziativa sottoscritta da economisti e intellettuali MMT (Bill Mitchell e Scott Ferguson) o vicini alle nostre posizioni, tanto da essere professionisti con cui collaboriamo apertamente in convegni ed eventi.

Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione. Gli sviluppi normativi che hanno accompagnato la creazione dell’eurozona e le misure prese in risposta alla crisi dell’euro, con l’imposizione di vincoli sempre più stringenti e di regole e strumenti di governance con sempre minore legittimazione (Patto EuroPlus, Fiscal Compact ecc.) hanno accentuato il carattere autoritario e neoliberista di tale progetto di integrazione, che è diventato una vera minaccia alla democrazia e alla sovranità popolare.

L’euro – Una valuta alla radice della crisi

La crisi dell’euro è il prodotto di un errore di concezione e un difetto di costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME), che ha avuto fin dall’inizio quali obiettivi prioritari l’austerità e il contenimento dell’inflazione. Per gli stati membri dell’eurozona, lungi dal condurre ad un processo di convergenza economica e sociale, la prospettiva di uno “sviluppo economico reale” (in termini di salari, produttività ecc.) si è progressivamente allontanata. L’Emu ha finito per alimentare pesanti squilibri macroeconomici (crescenti deficit delle partite correnti non solo nell’Europa meridionale più periferica, ma anche in Francia e in Italia, cui hanno corrisposto crescenti surplus in Germania e in altri paesi) e ha condotto, in una prima fase, a ingenti flussi di capitali dal centro alla periferia dell’eurozona. La disponibilità di credito a buon mercato ha alimentato bolle speculative immobiliari e finanziarie, determinando un aumento consistente del debito privato e, in alcuni casi, di quello pubblico.
Un’importante determinante di tali squilibri è stata la politica di contenimento del costo del lavoro in Germania, realizzata attraverso la riorganizzazione della filiera produttiva dell’export tedesco, con l’utilizzo di lavoro a buon mercato dell’Europa orientale, con politiche di dumping salariale e fiscale e con tagli alla spesa sociale.
La conseguenza di tutto questo è stata una forte pressione sulle economie più deboli perché aumentassero la “competitività internazionale” dei rispettivi settori produttivi nell’industria e nei servizi. Dal momento che nel quadro dell’UME non era possibile farlo attraverso un riallineamento delle valute, l’unica strada era quella della svalutazione interna. In termini pratici, voleva dire smantellamento dello stato sociale, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, riduzione dei salari e della spesa sociale, concorrenza fiscale, attacco alla contrattazione collettiva, riduzione del peso dei sindacati e demonizzazione, o in alcuni casi licenziamento, dei dipendenti pubblici.

L’euro – Uno strumento a vantaggio del capitale finanziario

È importante sottolineare che nessuna di queste cose è accaduta a causa di difetti di costruzione imprevedibili: dal punto di vista di chi ha concepito tale costruzione in un’ottica neoliberista, l’euro ha funzionato bene. Non ha funzionato rispetto agli obiettivi di equilibrio economico tra gli stati membri, di crescita economica e di piena occupazione, ma è stato molto efficace nel distruggere i diritti del lavoro, il sistema di sicurezza sociale, il settore pubblico, la tassazione dei profitti e nell’imporre il salvataggio delle banche con I soldi pubblici.
Questo è il modo in cui l’euro funziona dal punto di vista politico: costringe chi lo adotta ad una concorrenza al ribasso, per la quale la posizione economica di ciascuno stato membro può migliorare soltanto adottando politiche che vanno contro l’interesse della maggioranza della popolazione e a beneficio del capitale internazionale. Crea una spirale di progressiva riduzione delle retribuzioni, delle pensioni, delle prestazioni sociali, dell’impiego pubblico, degli investimenti pubblici.
Come dimostrato chiaramente da quanto è accaduto in Grecia nell’estate 2015, la struttura di governo dell’eurozona non mostra alcuna apertura verso politiche che seguono il volere espresso democraticamente da una maggioranza di cittadini quando queste sono in contrasto con l’agenda neoliberista. Quando il governo guidato da Syriza ha provato a realizzare il suo programma – e persino dopo il mandato ricevuto con l’Oxi del referendum – la BCE ha usato le sue armi finanziarie per costringere il governo a capitolare e firmare il memorandum.

L’euro – Un progetto sbagliato che non è possibile correggere

Come è stato dimostrato ormai da un numero elevato di studiosi, l’eurozona non ha i requisiti per essere un’area monetaria funzionante, né possiamo aspettarci che li possa avere in futuro. Per funzionare, un’area monetaria come l’eurozona, con livelli di produttività e strutture economiche così diverse, necessiterebbe tra le altre cose di ingenti trasferimenti finanziari in grado di compensare gli squilibri economici. Stime attendibili mostrano che occorrerebbe redistribuire qualcosa come il 10% del Pil dalle economie più forti a quelle più deboli. Una passo del genere non solo non è realizzabile politicamente, è anche indesiderabile: come dimostrano tutti i precedenti nella stessa eurozona, i governi dei paesi finanziatori userebbero la loro posizione per influenzare le politiche nazionali nei paesi percettori dei finanziamenti, calpestando la democrazia. Negli anni più recenti abbiamo visto con quale rapidità un tale sistema possa minare la sovranità popolare, dividere I popoli europei e alimentare la xenofobia.
In definitiva, l’opzione di uno stato europeo democratico e federale che non rifletta le attuali disparità di potere tra gli stati membri richiederebbe una società civile europea che al momento non c’è, e che non può certo essere creata dall’alto.

Lexit – La strada per combattere efficacemente il neoliberismo e sostenere la democrazia

Sullo sfondo dell’allarmante perdita di diritti democratici, dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni comuni, le forze di emancipazione presenti in Europa devono proporre un’alternativa praticabile e credibile, basata sull’esercizio della sovranità popolare, al corrente progetto autoritario di integrazione neoliberista. È per questo che occorre avanzare la proposta di una Lexit (left exit, uscita da sinistra) come strumento di rivendicazione democratica.
L’allarmante crescita delle forze di estrema destra nella maggior parte dei paesi dell’eurozona si spiega anche con la loro posizione contraria all’UE e al sistema di governo dell’euro. Le loro proposte politiche sono tuttavia fuorvianti: le forze anti-euro di destra, per esempio, lottano per maggiori controlli sull’immigrazione mentre non fanno alcun cenno alla mobilità incontrollata dei capitali da e verso quei paesi che perseguono politiche di compressione dei salari. Per queste forze sarebbe sufficiente fermare la libera circolazione delle persone in Europa e abbandonare l’euro, lasciando che le valute siano determinate dal libero operare dei mercati e dei movimenti speculativi: possiamo parlare a questo riguardo di “neoliberismo xenofobo”.
Se vogliamo evitare un tale scenario, abbiamo bisogno di una Lexit: un’alternativa internazionalista basata sulla sovranità popolare, sulla fraternità, sui diritti sociali e sulla difesa delle condizioni dei lavoratori e dei beni comuni.
L’insostenibilità dell’eurozona è un fatto oggettivo. Presto o tardi, si porrà una scelta tra alternative vie d’uscita dall’euro, verso destra o verso sinistra, con effetti molto diversi dal punto di vista sociale. Diciamo esplicitamente che l’obiettivo della Lexit è quello di sviluppare strategie di emancipazione di sinistra per superare l’euro e contrastare l’integrazione neoliberista. La discussione è già iniziata e ci sono diverse proposte sul tavolo: invitiamo tutti coloro che condividono l’idea della Lexit a unirsi a questa discussione e alla nostra iniziativa.


Primi firmatari

  • Tariq Ali, author and filmmaker, UK
  • Jorge Amar, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. em. Yangos Andreadis, Pantheion University, Greece
  • Cristina Asensi, Democracia Real Ya and Money Sovereignty Commission, Spain
  • Prof. Einar Braathen, Oslo and Akershus University College, Norway
  • Prof. Lucio Baccaro, Université de Genève, Switzerland
  • Gina Barstad, No to the EU and Socialist Left Party, Norway
  • Luís Bernardo, Researcher, Portugal
  • Simon Brezan, 4th Group of United Left, Slovenia
  • Prof. Sergio Cesaratto, University of Siena, Italy
  • Prof. Massimo D’Antoni, University of Siena, Italy
  • Alfredo D’Attorre, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Fabio De Masi, MEP GUE/NGL, Germany
  • Klaus Dräger, former staff of the GUE/NGL group in the EP, Germany
  • Stefano Fassina, former Vice-Minister of Finance, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Prof. Scott Ferguson, University of South Florida, United States
  • Prof. Heiner Flassbeck, Hamburg University and Makroskop, Germany
  • Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory, Denmark
  • Idar Helle, De Facto, Norway
  • Inge Höger, MP Die Linke, Germany
  • Prof. Martin Höpner, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Dr. Raoul Marc Jennar, Political scientist and author, France
  • Dr. Lydia Krüger, Scientific Council of Attac, Germany
  • Kris Kunst, Economy for the people, Germany
  • Wilhelm Langthaler, Euroexit, Austria
  • Prof. Costas Lapavitsas, SOAS University of London, UK
  • Frédéric Lordon, CNRS, France
  • Stuart Medina, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. William Mitchell, Director of Centre of Full Employment and Equity, University of Newcastle, Australia
  • Joakim Møllersen, Attac and Radikal Portal, Norway
  • Pedro Montes, Socialismo 21, Spain
  • Prof. Andreas Nölke, Goethe University, Germany
  • Albert F. Reiterer, Euroexit, Austria
  • Dr. Paul Steinhardt, Makroskop, Germany
  • Steffen Stierle, Attac and Eurexit, Germany
  • Jose Sánchez, APEEP, Anti-TTIP Campaign, Attac, Spain
  • Gunnar Skuli Armannsson, Attac, Iceland
  • Petter Slaatrem Titland, Attac, Norway
  • Dr. Andy Storey, University College Dublin, Ireland
  • Prof. Wolfgang Streeck, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Diosdano Toledano, Plataforma por la salida del euro, Spain
  • Christophe Ventura, Memoire des luttes, France
  • Peter Wahl, Weed e.V., Scientific Council of Attac, Germany
  • Erik Wesselius, Corporate Europe Observatory, Netherlands
  • Prof. Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Italy

Lexit

In queste amministrative 2016, dove si vota per eleggere i consigli comunali di importanti città e paesi italiani, se ne son sentite di tutti i colori. Generalmente le varie forze politiche hanno promesso come al solito mari e monti, dimenticandosi (o facendo finta di non conoscere) i meccanismi del subdolo patto di stabilità, in base al quale se la giunta comunale ha dei soldi in cassa risalenti, ad esempio, all’annualità del 2015, non può utilizzarli e per finanziare lavori nell’anno 2016 deve necessariamente trovare delle entrate di pari valore in questo stesso anno (pur avendo in cassa migliaia o milioni di euro dagli anni passati!) e deve quindi tassare sempre più i cittadini o svendere il patrimonio pubblico nel corso del 2016 (per approfondire, vedi qui: https://mmtitalia.info/leconomicida-per-eccellenza-come-funziona-il-patto-di-stabilita/).
Già questo sistema di ammanettamento della spesa pubblica locale dovrebbe far gridare allo scandalo le varie forze politiche locali, e soprattutto esse dovrebbero chiedere con forza in campagna elettorale di uscire da questo perverso meccanismo generatore di miseria, mettendo come primo punto del programma elettorale l’unione con altri sindaci di tutta Italia per la rottura del patto di stabilità stesso. Invece no. Meglio continuare ad essere ignoranti sul tema e pensare che “se un comune non riesce a realizzare opere è perché l’amministrazione è inefficiente”. Sì, vabbè.
Ma c’è di più.
Le varie forze politiche, praticamente in tutti i comuni italiani dove esse sono candidate, hanno portato avanti un progetto ancora più vergognoso, progetto espressione diretta dell’Unione Europea. L’idea è questa: “visto che i soldi non ci sono nei comuni, una volta che amministreremo questa città, cercheremo di reperire quanti più Fondi Europei possibili”.
Geniale! Finalmente possiamo sconfiggere questa crisi con i fondi europei generosamente elargiti dalla misericordiosa Unione Europea. Quanta grazia.
Sì, ma in cosa consistono questi fondi Ue?
Premetto che la materia è burocraticissima, ma io voglio spiegarla in maniera breve. In sostanza, ogni stato membro dell’UE contribuisce al bilancio dell’UE stessa. Invia soldi presi dalle nostre tasse, denaro che torna indietro sotto forma di fondi europei di vario tipo. Ma quindi sono un affare? No.
Ecco perchè:
1. I fondi europei che tornano indietro ad un paese come l’Italia sono briciole. Come si vede dall’immagine sotto riportata, dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo nei confronti dell’UE che ammonta a ben 72 miliardi. 72 miliardi di euro che sono spariti dalle nostre tasche, grazie alle tasse che abbiamo pagato. Nei tempi recenti abbiamo versato al bilancio europeo praticamente 6-7 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a quelli che ci tornavano indietro (vedi immagine), e soprattutto abbiamo sottratto ricchezza finanziaria dalle tasche degli italiani in un momento di forte crisi di consumi come quello che stiamo attraversando oggi.

contributo_italia_ue

2. Noi siamo contribuenti netti al bilancio europeo, quindi versiamo più di quanto ci torna indietro, ma ci sono molti paesi UE che sono beneficiari netti: ottengono più soldi di quanti ne pagano con le loro tasse. Esempi sono la Polonia, la Grecia, la Spagna. Che significa tutto ciò ? Che siamo un paese in crisi occupazionale e di domanda, ma che stiamo finanziando altri paesi dell’UE, tra cui la Polonia che ad esempio non soffre di crisi occupazionali come quella dell’Eurozona (anche perchè si guarda bene dall’entrare nell’Euro). I soldi delle tasse dei cittadini italiani vanno a finanziare progetti all’estero, in certi casi anche in paesi che stanno meglio di noi. Sei contento di tutto ciò? Io ho i miei dubbi.
3. Ce ne sarebbe già abbastanza per catalogarli come una presa per i fondelli, ma non basta: una volta che arrivano i fondi europei, questi devono essere ulteriormente co-finanziati dagli stati membri che beneficiano dei fondi, in quote che vanno dal 50 all’85% del fondo stesso. Non solo sganciamo più soldi all’UE di quelli che ci tornano indietro, ma quando i famigerati fondi arrivano dobbiamo pure nuovamente cofinanziarli.
4. Il co-finanziamento è uno strumento di controllo della spesa pubblica. Perchè la spesa pubblica a livello di governo centrale è già vincolata dal deficit limitato al 3% del PIL, inoltre a livello locale la spesa è limitata dal patto di stabilità interno, e con queste difficoltà di reperire fondi per la sanità, la sicurezza e tutti i servizi pubblici essenziali a causa dei parametri fiscali europei, dobbiamo anche andare a trovare ulteriori fondi per co-finanziare fette ingenti dei fondi europei.
5. “Sì, però una volta che arrivano i fondi, almeno possiamo spenderli come vogliamo, per promuovere aree bisognose”.
Eh no. I fondi europei sono vincolati allo sviluppo di progetti di interesse europeo, stabiliti a Bruxelles dalla Commissione Europea. Lo stato membro, prima di ottenere i fondi, stipula con la Commissione un “Accordo di Partenariato”, dove vengono definite tutte le modalità di utilizzo dei fondi stessi. L’accordo ovviamente non lascia libertà agli stati membri, ma deve essere approvato nei minimi dettagli dalla Commissione stessa. Guai a sgarrare, la Commissione definisce la strategia, gli stati si adeguano. Non ci credete? L’Italia ha predisposto la bozza di partenariato per i fondi UE 2014-2020 a dicembre 2013. A marzo 2014 la Commissione ha fatto pervenire al governo italiano delle modifiche all’accordo stesso. Il governo si è uniformato alla decisione Ue e ha mandato la versione revisionata ad aprile 2014. Andava bene? No. A luglio 2014 la Commissione ha mandato al governo ulteriori osservazioni e raccomandazioni, alle quali ovviamente il governo ha dovuto adeguarsi, fino all’approvazione definitiva dell’accordo su come utilizzare i fondi ad ottobre 2014. Tenete conto che se lo Stato non adempie al co-finanziamento dei fondi stessi, sono presenti tutta una serie di sanzioni economiche, ad un paese già in crisi come il nostro. Non so se ci si rende conto della perdita di sovranità alla quale siamo arrivati.
Ma in fondo, perché risolvere questa crisi epocale tornando ad una moneta sovrana, con la flessibilità del tasso di cambio che permette di reagire agli shock esterni, e con la possibilità di aumentare il deficit per rispondere a crisi di domanda come quella che stiamo vivendo oggi?
No, molto più efficace avere una moneta troppo forte per la nostra economia, essere vincolati ad un deficit massimo del 3% o fare pareggio di bilancio, non riuscire a garantire i servizi pubblici essenziali, e sperare nei magnificenti fondi europei.
Geniale, no?
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per scaricare il pdf.Totò truffa

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2016-05-10/con-brexit-rischio-forti-cali-pil-e-sterlina-shock-l-economia–133043.shtml?uuid=ADGC1qE
Questo articolo de ‘Il Sole 24 ore’ ben esplicita la fase di terrorismo mediatico in cui già da tempo è precipitata l’Inghilterra alla luce del referendum del 23 giugno.
Gli atteggiamenti mediatici sono quelli ai quali siamo abituati da tempo. Anche solo l’ipotetica uscita dai trattati UE (ricordiamo infatti che l’Inghilterra non ha l’€uro) scatena la bagarre eurista giornalistica che arranca tentando disperatamente di dissuadere dal pensare a questo evento come positivo, di rilancio per il paese.
Infatti ciò che viene prospettato, alla stregua di Frate Indovino, sono le peggiori tragedie economiche: svalutazione fulminante “immediatamente dopo il voto”, contrazione del PIL fino al 3,7% (secondo l’Ocse addirittura la Brexit brucerebbe il 6% del PIL inglese) mentre la permanenza porterebbe ad un incremento del 2%, balzo pirotecnico della famigerata inflazione con un aumento dei prezzi al 4%, posti di lavoro in fumo secondo George Osborne (cancelliere dello Scacchiere avvezzo ai salotti del gruppo Bilderberg) e infine l’allarme del Tesoro britannico di povertà perenne.
Peccato, si sono dimenticati l’elenco delle svariate ed inevitabili catastrofi naturali che accompagnerebbero la Brexit: l’invasione delle cavallette, gli tsunami, valanghe, nonché un’apocalisse zombie, la vendetta di Shakespeare e il ritorno assassino del mostro di Loch Ness.
Ma la cosa ancor più grave, per tornar seri, è la minaccia da parte della NATO verso la possibile uscita, di non esser più partner dell’Inghilterra, di non appoggiarla più, politicamente e militarmente. Ciò ha ovviamente portato allo scatenarsi delle reazioni dei politici inglesi che spingono fortemente per far votare a favore della permanenza in UE.
Per fortuna oltre alle drastiche posizioni come quelle di Osborne e Cameron che annuncia un’imminente guerra, si oppongono quelle di altri personaggi come Anthony Bamford, presidente della JCB che afferma il fatto che una potenza economica come quella britannica, al quinto posto al mondo, può benissimo vivere serena anche se indipendente, contando sulle proprie forze. Egli aggiunge inoltre che l’uscita potrebbe liberare l’Inghilterra dagli accordi supportando i commerci anche all’interno del paese stesso.
Infine, mentre il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan stringe un accordo informale con il primo ministro per collaborare alla campagna “Stay” (restare nell’UE), l’ex primo cittadino Johnson rilascia queste dichiarazioni sulla preoccupazione di Cameron riguardo la pace
“se pensasse veramente (Cameron) che uscire dall’Ue porterebbe ad una guerra, allora quando è andato a negoziare condizioni migliori a Bruxelles non avrebbe minacciato la nostra uscita […] Questa Ue non è democratica, credete che un greco si senta vicino ad un tedesco? Si sentono una comunità? Non credo proprio”
Ora le domande da porsi sono: per quale motivo gli USA sono così preoccupati per un’eventuale uscita?
Cosa importa a loro e perché si arrogano il diritto di minacciare così pesantemente un paese e di metter bocca su decisioni che spettano al popolo britannico ?
Ma soprattutto, il popolo britannico, avrà il coraggio dopo tutte queste indecenti minacce infondate e criminali di saltare giù dalla giostra europea, in tempo, prima che imploda su sé stessa?
Eccoti un fresco esempio del perché un referendum sull’uscita dall’euro è impossibile, caro Di Maio.
Brexit