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Di Maria Luisa Visione, postato il 17/10/2018.
Fonte: Siena News.
Tensione sui mercati: se la Commissione Europea non accetterà le condizioni della nota di aggiornamento del DEF, si aprirà per noi la procedura d’infrazione.
Il braccio di ferro tra l’Europa e l’Italia si dirige su uno scenario ancora incerto. Per adesso tutto si limita ai confini nostrani e, da più parti, le reazioni dei poteri forti si fanno sentire. Tuttavia, una buona fetta del popolo ha capito che finanza e politica camminano insieme e riavvolge il vecchio nastro del 2011 fatto di letterine e spread come un film in parte già visto.
Il giudizio dell’agenzia di rating DBRS sulla possibilità remota dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona allontana il rischio contagio. Rispetto al 2011, però, l’aria è cambiata: l’Italexit non è più un tabù. Quali sono alcuni dei timori più frequenti sul tema?
Il primo riguarda l’inflazione, la paura che galoppi vertiginosamente a seguito della creazione di moneta da parte della Banca d’Italia, erodendo il potere di acquisto. Il secondo attiene alle eventuali ripercussioni sull’ammontare dei risparmi. L’ultimo all’isolamento del nostro Paese dal resto del mondo.
Rispondo attingendo ai contenuti autorevoli della scuola economica MMT (Modern Money Theory). Premessa al ragionamento è il ritorno alla sovranità monetaria, ovvero una situazione completamente opposta a quella attuale. Lo Stato per finanziare le spese, emetterebbe la sua moneta e, di conseguenza, i nuovi titoli di Stato sarebbero denominati nell’unità di conto di emissione. Cosa comporta ciò? Che lo Stato sarà sempre in grado di onorare i suoi impegni e, quindi, non si potrà mai verificare la situazione in cui non saranno acquistati i suoi titoli, né quella di dover pagare più interessi a fronte di una minore solvibilità.
Alcuni studi scientifici hanno stimato la svalutazione della nuova valuta, in caso di Italexit, dall’11 al 20%, che, però, si ridurrebbe successivamente. Condizione imprescindibile è che lo Stato tassi ed accrediti gli stipendi esclusivamente nella nuova valuta. Non c’è bisogno di convertire i depositi bancari, si può lasciare tale facoltà ai possessori. La necessità di pagare le tasse in moneta nazionale comporterà la vendita di euro facendo apprezzare gradualmente la nuova valuta, in regime di cambi flessibili. In ogni caso, se una valuta si svaluta si comprano merci a prezzi più bassi e ciò comporta maggiore richiesta di valuta nazionale, che torna ad apprezzarsi. Non c’è poi una correlazione diretta tra svalutazione e inflazione, cioè non è che se una moneta si svaluta del 30%, l’inflazione aumenta del 30%. Tutto avviene in misura minore e controllabile.
E la correlazione tra stipendi e salari? Se stipendi e salari aumentano più dei prezzi non si verifica erosione del potere di acquisto. Oggi accade il contrario: i prezzi dei prodotti e servizi calano perché non c’è domanda, causa alta disoccupazione e bassi redditi. Ma se lo Stato interviene come regolatore garantendo la piena occupazione, sovverte il meccanismo della mancanza di domanda.
Inoltre la Banca d’Italia accumulerà riserve in euro, convertendo i depositi bancari a chi lo richiede e potrà rimborsare i titoli di Stato già emessi in euro.
Sulla competitività, se con il ripristino della sovranità monetaria lo Stato ha in mano la leva fiscale, può tassare meno le aziende che saranno incentivate a rimanere in Italia, dando lavoro e partecipando positivamente al meccanismo di crescita virtuoso.
Ho semplificato molto ma quanto espresso ha dietro piena validità scientifica. Solo per dire che tutto dipende sempre da come ci si prepara, anticipando e giocando, in prima linea.

Di Elisabetta Uccello, postato il 21/07/2018.  Revisione di Marco Cavedon.
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/15/risposta/
In questo articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30 maggio 2018, l’autore Enrico Marro analizza quali a suo dire sarebbero le conseguenze dell’ uscita dell’Italia dall’eurozona. Seguendo l’ordine dell’ articolo, elenca:

  • Inevitabile fuga di capitali
  • Debito del saldo Target 2
  • Inflazione a doppia cifra ‘’causata da Bankitalia che inizierebbe a stampare denaro selvaggiamente per sostenere il debito pubblico’’
  • Potere d’ acquisto degli Italiani eroso dall’inflazione
  • Prezzi delle materie prime alle stelle
  • Costi sui prestiti alle aziende alle stelle e le imprese non potrebbero più pagare i dipendenti
  • Ipersvalutazione che potrebbe solo avvantaggiare le ditte esportatrici
  • Chi vorrà raccogliere capitali sui mercati finanziari dovrà spostare la ditta all’estero
  • Nazionalizzazione delle banche solo al fine del salvataggio delle stesse
  • Mutui e prestiti esploderebbero a causa dell’inflazione e della svalutazione
  • Bollette carissime perché non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico
  • I titoli di stato perderebbero valore perché divorati dall’inflazione
  • Debito pubblico che non verrebbe più comprato da nessuno

….Insomma….una bella mitragliata di terrorismo mediatico. Se quella del “Sole 24 Ore” vuol essere un’analisi , essa risulta fatalmente  scorretta, irrazionale, banale.
Ma a queste ventate di isteria telecomandata ormai ci abbiamo fatto il callo ed illustreremo in questa sede con precisione e METODICITA’ cosa succederà quando l’Italia uscirà dall’euro e dall’Unione Europea, APPLICANDO AL DETTAGLIO IL PERCORSO MMT.
Precisiamo dapprima che le conseguenze sopra elencate rappresentano a pieno titolo i cosiddetti  FALSI MITI dell’ economia neoclassica, miti che sono lo STRUMENTO principale del pensiero liberista per indirizzare i popoli ad accettare un MODELLO DI SOCIETA’  che si fonda sulla forte competitività, la deregolamentazione dell’economia, la riduzione ai minimi termini dell’intervento dello stato e l’annientamento delle costituzioni sociali del ‘900.
Le teorie neoliberiste si consolidano attorno al dogma della stabilità dei prezzi e dell’indipendenza di  chi controlla la creazione della moneta – la banca centrale – dallo Stato.
Riprendiamo una citazione di Milton Friedman del 1962: “le interferenze governative minacciano la libertà economica’’.
Di contro la MMT- TEORIA DELLA MONETA MODERNA – presuppone che l’economia deva essere al servizio dei cittadini: lo Stato DEVE essere padrone della propria moneta ed utilizzare la spesa a deficit per creare occupazione e garantire i diritti dei lavoratori in piena sintonia con l’art 1 della nostra Costituzione Italiana:
“L’Italia e’ una repubblica democratica, FONDATA SUL LAVORO. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Alla base della MMT c’è lo stato sovrano della sua moneta e capacità di spesa, altrimenti non può incidere LIBERAMENTE ed in positivo sull’economia del Paese.
 
ANALISI SISTEMATICA DEL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO GUIDATO DAL PROGRAMMA MMT.
LA SPESA DELLO STATO, IL DEBITO PUBBLICO, I TITOLI DI STATO.
L’Italia esce dall’euro con decreto legge. Questo implica nell’immediato che dal giorno 1 il governo inizia a spendere e tassare nella nuova valuta, chiamiamola LIRA.
Di fondamentale importanza, al pari del ripristino della moneta di stato, il pieno controllo della propria banca centrale: essa è lo strumento principale del governo per  poter effettuare la spesa pubblica.
Solo se la banca centrale è SOTTO il controllo del Parlamento e del governo si possono impostare politiche economiche volte alla piena occupazione a alla tutela dello stato sociale.
LA BANCA CENTRALE DEVE ESSERE DIPENDENTE DALLO STATO, NON INDIPENDENTE, nel senso che il governo deve avere il pieno controllo sia della propria politica monetaria che fiscale.
La banca centrale è RAMO BANCARIO DELLO STATO; lavora di concerto con il ministero del Tesoro ma è il ministero del Tesoro ad indirizzare il suo operato.
Alain Parguez chiama questa operazione ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’.
Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: “Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente”.
La MMT considera il meccanismo di emissione dei titoli di stato un retaggio del gold standard: in uno stato a moneta sovrana i titoli non servono a finanziare la spesa pubblica, perché questa deriva dalla creazione di moneta da parte della banca centrale, che accredita il conto corrente che il governo detiene presso la stessa.
Ricordiamo che i  titoli di stato servono oggi esclusivamente a controllare il tasso d’interesse overnight, dal momento che le banche commerciali investono le riserve in eccesso (rispetto all’obbligo di riserva presso la banca centrale) in titoli, che fruttano un interesse più alto di quello che maturerebbero se lasciate ‘’ferme’’ presso la banca centrale (vedi qui per approfondimenti).
Dal blog di Bill Mitchell: ‘’ Dal punto di vista della MMT è di gran lunga preferibile eliminare del tutto il meccanismo di emissione del debito e pagare un tasso di sostegno sulle riserve se la banca centrale vuole puntare a un tasso d’interesse a breve termine diverso da zero. Ma ancor più preferibile è lasciare che il tasso di interesse a breve termine scenda a zero non emettendo debito pubblico e non pagando alcun tasso di sostegno sulle riserve in eccesso (presso la banca centrale). Quindi il mercato interbancario porterà il tasso di interesse fino a zero ogni giorno e la politica fiscale diventerebbe il principale strumento di contro-stabilizzazione e il mezzo più efficace per disciplinare le pressioni sui prezzi in specifiche classi di attività.’’
Non e’ da escludere la possibilità di regolare la remunerazione dei risparmi dei cittadini in appositi libretti di risparmio, in modo tale da incentivare o disincentivare la propensione al consumo in base al ciclo economico.
Uno stato a moneta sovrana non potrà mai non onorare il proprio debito (ripagare titoli di stato in scadenza) in quanto è denominato nell’unità di conto che egli stesso emette e di cui ha il monopolio tramite la propria banca centrale.
Uno stato a moneta non sovrana, come l’ Italia oggi in eurozona,  per finanziare le proprie spese è costretto ad indebitarsi con le banche private che acquistano i suoi tds (titoli di stato).
A questi operatori lo stato dovrà restituire il prestito con gli interessi.
 
Questo preambolo è necessario, poichè nell’articolo de “Il Sole 24 Ore” sembra proprio non si faccia distinzione fra le caratteristiche strutturali di uno stato a moneta sovrana e di uno stato a moneta non sovrana.
Il settore bancario privato, deputato alle transazioni orizzontali,  crea prestiti e di conseguenza aumenta la circolazione del denaro, cioè delle riserve create dalla Banca Centrale.
Però i prestiti bancari, quando creano un deposito, generano sempre un debito che dovrà essere ripagato: quindi non si ha mai ricchezza finanziaria al netto.
Solo il settore pubblico, cioè lo Stato, può creare veramente il denaro dal nulla, cioè ricchezza finanziaria al netto. E’ il suo ruolo.
Solo dalla spesa dello stato arriva il denaro in prima istanza.
 
Al contrario la BCE , per statuto e secondo i trattati (Tfue), non può finanziare direttamente gli stati ma solo i mercati dei capitali, cioè le banche private.
Gli stati nell’eurozona sono esautorati di sovranità sia economica che politica.
Questo assetto è lo strumento della corrente liberista per realizzare un modello di società incentrato esclusivamente sulla competitività: gli stati devono applicare politiche volte alla svalutazione salariale e alla distruzione della domanda interna, per fare in modo che la propria offerta di beni e servizi sia competitiva nel libero scambio internazionale; questa resta l’unica soluzione per riuscire ad ottenere moneta, una strategia a tutti gli effetti erede del mercantilismo settecentesco in cui vigeva il gold standard.
Nel modello liberista di società dell’Unione Europea la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi ed il pieno stato sociale non sono al primo posto.
Per realizzare invece  il modello di società prescritto nella Costituzione Italiana ed antitetico al modello neoliberista, è necessario sganciarsi dall’euro e dai trattati europei ed applicare il Programma Economico MMT, unico strumento per realizzare la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi per tutti e la piena tutela di tutte le classi sociali.
 
Il giorno 1 della nuova lira il governo, come già affermato sopra, inizia ad effettuare la propria spesa accreditando conti correnti in lire e a tassare esclusivamente nella nuova moneta, lasciando tutti i depositi in euro.
Questo comporterà una domanda di lire, inizialmente scarse, da parte di tutti i cittadini che dovranno ottenerle per pagare le tasse e poter eseguire tutte le transazioni economiche.
Con l’occasione ricordiamo che la reale funzione della tassazione in uno stato a moneta sovrana non è quella di pagare la spesa pubblica, perchè prima di poter ritirare la sua valuta il governo sovrano la deve creare e spendere. La tassazione ha tuttavia una funzione molto importante, perchè è lo strumento principale dello stato per esercitare il proprio potere d’imperio: i cittadini sono costretti a pagare le tasse nella valuta decisa e dovranno fare in modo di ottenerla vendendo il proprio lavoro. Inoltre la tassazione serve ad indirizzare l’economia: lo stato tassa di più nei settori da disincentivare, meno in quelli da incentivare e regola la quantità di moneta in circolazione, drenandone maggiormente nei periodi di eccessiva inflazione, meno in deflazione.
Il governo non ricorrerà alla conversione forzosa in lire di depositi e prestiti già realizzati ma lascerà a discrezione del cittadino la richiesta della nuova moneta. Di conseguenza questi sarà ad un certo punto costretto, per pagare in primis le tasse, a chiedere lire alla propria banca in cambio di euro.
Questo provocherà una vendita di euro da parte della banca commerciale alla Banca d’Italia ed un acquisto di lire al tasso di cambio vigente al momento.
Il tasso di cambio, in linea con le caratteristiche di una moneta fiat, sarà fissato 1:1 con l’euro solo inizialmente e poi sarà lasciato libero di fluttuare nel mercato dei cambi internazionali.
La vendita di euro per acquisire lire eviterà il deprezzamento della moneta sovrana secondo le leggi di domanda ed offerta del mercato.
Anche in assenza di tale provvedimento, la svalutazione viene stimata tuttavia attorno al 20% secondo la teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto, che afferma che la variazione percentuale del tasso di cambio fra 2 valute coincide in ogni periodo con la differenza fra le variazioni percentuali dei livelli dei prezzi nazionali. Secondo invece uno studio di BofA Merrill Lynch del 2012 la svalutazione sarebbe addirittura attorno all’11-12%. Niente iperinflazione quindi, anche perchè la correlazione tra svalutazione ed aumento dei prezzi interni è fatalmente scorretta (vedi qui).
Gli euro diventeranno riserve in valuta estera possedute dalla nostra banca centrale.
Cosa comporterà questo?
Il governo si ritroverà gradualmente ad avere a disposizione moltissime riserve in euro, utili per saldare a scadenza i titoli di stato emessi denominati in euro, a meno che il creditore non faccia espressamente richiesta di essere rimborsato in lire convertendo il proprio credito nella nuova valuta nazionale.
Questo meccanismo inciderà sul tasso di cambio lira- euro: se la Banca d’Italia non avesse potuto disporre di riserve in euro, avrebbe dovuto vendere lire per acquistare euro per saldare i titoli di stato e questo avrebbe potuto provocare svalutazione. Va tuttavia sottolineato che la conversione dei titoli in lire non è un problema neppure nei confronti dei creditori stranieri, per il principio della lex monetae (vedi qui).
Evidenziamo inoltre che la lira, anche se si svalutasse nei confronti dell’euro (ipotesi quantomai remota, se non irrealizzabile), non e’ detto che si svaluti nei confronti di altre valute con cui l’Italia intrattiene rapporti commerciali. Uno dei principali partner commerciali dell’Italia sono gli USA per le esportazioni, la Cina per le importazioni.
Il tasso di cambio effettivo e’ una media di tutti i tassi di cambio bilaterali principali.
 
LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA.
Secondo la manipolazione mediatica liberista, con una svalutazione della lira del 30% avremmo un’inflazione interna della stessa entità a causa dell’ aumento del costo delle materie prime.
Precisiamo invece che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto il costo finale risente relativamente della svalutazione.
Considerando come bene importato solo la materia prima, i costi interni riguardano la trasformazione, la lavorazione, il profitto privato e la tassazione.
Certamente la svalutazione incide sul costo delle importazioni, ma anche in presenza di ipotesi di forte dipendenza dall’estero con importazioni che incidano per il 40% dei costi di produzione, una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento dei prezzi dell’8%. In termini reali, le materie prime e le fonti energetiche incidono sul totale delle importazioni per nemmeno l’11%.
Lo Stato italiano può sempre diminuire discrezionalmente il livello di tassazione per le imprese costrette ad importare e penalizzate dall’aumento dei costi, in modo da lasciare inalterato il loro profitto finale.

  • La svalutazione in genere comporta maggiori afflussi di capitale dall’estero per acquistare merci il cui prezzo si è abbassato proprio grazie ad essa. Considerando solo la bilancia commerciale (quindi al netto dei movimenti di capitale) la valuta nazionale verrebbe richiesta di più e di conseguenza tornerebbe ad apprezzarsi.
  • Il coefficiente di trasferimento pass-trought è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali. Per esempio , se in seguito ad una svalutazione del 10%, l’inflazione aumenta del 5% si calcola il pass-trought al 0,5 (cioè al 50%).

Il coefficiente pass trought italiano è stato stimato da uno studio del 2012 di Goldfajn e Werlang attorno al 36% in un anno: per cui, ipotizzando anche una svalutazione del 20% (scenario considerato poco attendibile), solo il 36 % di tale svalutazione si tradurrebbe in un’inflazione del 7,2%. Valori del tutto controllabili e calcolati comunque in assenza di politiche fiscali del governo, semmai questa percentuale moderata fosse considerata pericolosa.
 
L’ INFLAZIONE.
Per quanto riguarda l’inflazione, è necessario definirla in modo da fare definitivamente chiarezza in merito a quest’altro falso mito che l’economia liberista utilizza per costringere i popoli a legittimare cessioni di  sovranità e ad adottare politiche liberiste.
L’ inflazione è un aumento dei prezzi annuale.
L’ iperinflazione e’ un aumento dei prezzi mensile superiore al 50%.
Riprendiamo l’equazione che in economia regola l’inflazione: MxV=PxY
M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che dipende in prima istanza dalla spesa a deficit da parte del governo
V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.
P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).
Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.
L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà si che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.
Al contrario, una maggiore ricchezza finanziaria (M) nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla quantità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. Possono sussistere pertanto le condizioni tali per cui ad un aumento di M si verifichi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.
Il solo aumento dei prezzi non è inflazione: l’inflazione è il continuo aumento dei prezzi, cronico rispetto alla reale capacità di produzione.
Per controllare l’inflazione ci sono 2 metodi:

  1. Il metodo neoliberista scelto dalla Commissione Europea: il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), cioè mantenere uno “stock di riserva di disoccupati”. L’inflazione in questo caso viene controllata tramite politiche monetarie e di bilancio restrittive, che creano una disoccupazione che STRUTTURALMENTE deve attestarsi ad una determinata percentuale. La disoccupazione strutturale comporta non avere redditi ed essere disposti a lavorare per bassi salari, pertanto determina il crollo della domanda interna con conseguente abbassamento dei prezzi dei beni e servizi prodotti.
  2. Il sistema proposto dagli economisti post-Keynesiani MMT, il NAIBER (non-accelerating inflation buffer employment ratio) o “stock di scorte di occupati“. La piena occupazione viene garantita dai lavori di stato; il governo garantirà quindi la piena occupazione e salari minimi dignitosi, i quali avranno la funzione di stabilizzare i prezzi in quanto legati alla produzione di beni e servizi reali.

La tassazione è lo strumento principale per controllare la domanda e regolare l’inflazione.
L’occupazione nel settore pubblico dev’essere elastica ed anticiclica, fermo restando che i lavori nei servizi pubblici essenziali devono essere fissi e rigidi.
Con la proposta MMT del “job guarantee” lo stato assorbe i disoccupati in lavori pubblici quando l’attività del settore privato diminuisce: lo stato ‘’conserva’’ il lavoratore nel settore pubblico. Viceversa quando l’ economia è in una fase di espansione, lo stato permette al lavoratore di reimpiegarsi nel settore privato. LA POPOLAZIONE RIMANE SEMPRE OCCUPATA. CAMBIA SOLO IL RAPPORTO FRA OCCUPAZIONE PUBBLICA E PRIVATA.
 
TARGET 2.
Il Target 2 e’ un sistema di pagamenti interbancari che vale in tutti i paesi dell’Unione Europea.
Vari economisti (tra cui l’attuale Presidente della BCE Mario Draghi) ipotizzano che, in caso di uscita di un paese dall’euro, dovrà essere saldato per intero il deficit della sua banca centrale nei confronti della Banca Centrale Europea.
Come funziona la cosa ?  Semplicemente, quando qualsiasi attore economico di un paese che ha adottato l’euro realizza un acquisto presso un’altra nazione dell’eurozona tramite il denaro depositato presso la sua banca, viene convenzionalmente conteggiato un pari deficit della banca centrale del paese dove ha sede l’acquirente nei confronti della BCE, mentre la banca centrale del paese del fornitore vanterà un credito nei confronti della BCE.
Facciamo un esempio. Un acquirente italiano che possiede un conto corrente presso Banca A desidera acquistare un’automobile da un venditore tedesco, che avrà un conto corrente presso Banca B. In questo caso, la Banca d’Italia accrediterà le riserve presso la Bundesbank (la banca centrale tedesca) addebitando il conto dell’acquirente italiano presso Banca A. La Bundesbank potrà quindi mettere quelle riserve a disposizione della Banca B e in questo modo onorare il debito che possiede con la stessa.
Si è forse creato un vero debito della Banca d’Italia nei confronti della BCE ? Questa ha forse bisogno delle riserve di Banca d’Italia da accreditare alla Bundesbank, che a sua volta le accrediterà a banca B ? Assolutamente NO, dal momento in cui, come abbiamo visto, Banca d’Italia ha già fornito le riserve di cui la Bundesbank ha bisogno e le posizioni debitorie e creditorie delle varie banche centrali dell’eurozona nei confronti della BCE rappresentano solo un dato contabile, che registra i movimenti di riserve in euro creati dalle varie banche centrali in uscita ed in entrata tra le rispettive nazioni. Prova ne è il fatto che non esiste un limite al “debito” o al “credito” che le singole banche centrali possono detenere nei confronti della BCE, nè tale “debito” deve essere mai onorato. Se così non fosse, questo automaticamente dovrebbe comportare il fatto che, quando l’acquirente italiano acquista un bene da un fornitore straniero, questo venga pagato due volte, la prima volta dalla Banca d’Italia, la seconda dalla Banca Centrale Europea, il che è assurdo. Tra l’altro, per i paesi dell’UE che aderiscono a questo sistema pur non appartenendo all’eurozona, non viene assegnato alcun “debito” alle loro banche centrali nei confronti della BCE, perchè queste non possono creare euro e quindi le transazioni avvengono tramite il mercato dei cambi; in questo caso non si pone quindi il (falso) problema della necessità da parte della BCE di approvvigionarsi di riserve per accreditarle alle banche centrali dei paesi fornitori.
Casomai si potrebbe presentare un problema politico nel momento in cui, in caso di uscita dall’euro, le istituzioni UE ci chiedano di saldare quel “debito”. Ma l’Italia avrà tutte le armi dalla sua parte, sia da un punto di vista tecnico che giuridico, per rifiutarsi di pagare un “debito” che, per il semplice fatto di utilizzare la valuta euro, non è mai stato considerato veramente tale. Da nessuna parte nei trattati europei sta scritto che i saldi target 2 in deficit nei confronti della BCE siano da onorare, nemmeno in caso di cambio della valuta nazionale.
 
LA COMPETITIVITA’.
Altro dogma cavallo di battaglia delle teorie liberiste è la competitività, inneggiata a principio cardine sul quale basare l’economia di una nazione e codificata in ogni trattato comunitario come il ferreo obiettivo delle politiche europee.
Come già affermato sopra, l’ arricchimento di una nazione e lo sviluppo economico sono dovuti principalmente alla spesa pubblica, che è lo strumento politico per mettere in moto l’economia ed indirizzarla al sostegno dei servizi alla comunità e del sistema produttivo. La moneta di stato è una leva nel concetto di produttività post-keynesiano, in antitesi al concetto di scarsità neoclassico.
Le esportazioni di beni e servizi di certo apportano ricchezza finanziaria all’interno di una nazione ma questo processo è una variabile e non è la via principale con cui uno stato si arricchisce. Solo grazie alla spesa pubblica a deficit positivo si può immettere ricchezza al netto nel settore privato di cittadini ed aziende senza ricorrere alla competitività nei confronti delle altre nazioni, basata sull’abbassamento dei prezzi possibile a sua volta solo con la svalutazione dei salari e l’indebolimento della domanda interna.
 
FUGA DI CAPITALI E FUGA DI PRODUZIONE.
La fuga di capitali è un falso problema: la valuta ‘’in fuga’’ passa da un conto corrente all’altro ma il saldo dei conti riserva presso la banca centrale resta invariato; cambia solo il titolare del conto corrente, che può essere anche un residente presso una nazione estera che ha acquistato lire da un venditore italiano. Tutte le lire rimangono comunque all’interno dei conti riserva che le banche commerciali detengono presso la nostra banca centrale e sono pertanto sempre soggette alla nostra giurisdizione.
Ciò che potrebbe preoccupare è la fuga di produzione. Gli imprenditori che non avranno capito che la moneta sovrana  porterà solo vantaggi alle aziende private, sposteranno la loro produzione all’estero.
Ma non saranno necessarie misure di protezione e controllo dei capitali se non probabilmente nel primo periodo, tramite una legislazione che persegua la responsabilità sociale delle imprese di rilevanza sistemica o tramite la nazionalizzazione dei settori strategici.
Perché non saranno necessarie misure di protezione e controllo speciali ?
Mantenendo saldo il focus sulla piena occupazione e dal momento che la moneta non è più una risorsa scarsa, in quanto lo stato è monopolista della propria valuta, il fatto che il capitale privato possa andarsene dal paese non diventa più un problema per l’economia.
Lo stato implementa programmi di piena occupazione rivolti soprattutto ai servizi sociali e tutelerà la domanda interna garantendo diritti e salari dignitosi, mentre le imprese che delocalizzano per produrre beni di consumo a prezzi bassi di fatto rappresenteranno un impoverimento in termini reali per quei paesi in cui si recheranno, disposti a consentire politiche di sfruttamento della manodopera e svalutazione delle condizioni di lavoro, nel nome della competitività globale. Anzi, quei beni reali che produrranno saranno consumati dai nostri cittadini e questo per noi rappresenterebbe un arricchimento in termini reali.
 
TITOLI DI STATO ED INTERESSE.
La cedola di un titolo di stato è determinata dall’emittente (il governo). Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’emittente. Oggetto di contrattazione e’ invece il prezzo dei titoli.
L’interesse, cioè il guadagno, è uguale alla cedola più lo scarto d’emissione (cioè la differenza fra prezzo di emissione e prezzo di rimborso del titolo).
Uno stato che ha il controllo dell’emissione della propria moneta STABILISCE in piena autonomia la cedola, senza doverla aumentare per attirare investitori nelle operazioni di riapertura, per il collocamento dei titoli rimasti invenduti alla prima asta.
UNO STATO A MONETA SOVRANA NON PUO’ MAI INCORRERE NEL RISCHIO DI INSOLVENZA IN UNA VALUTA DA LUI STESSO EMESSA.
La banca centrale tornerebbe ad essere dipendente dal Tesoro ed obbligata ad acquistare i titoli invenduti sul mercato primario (come prima del divorzio Tesoro –Banca d’Italia del 1981) o quelli presenti sul mercato secondario (Quantitative Easing).
Il prezzo di rimborso si alzerà e l’interesse si abbasserà. E’ importante che la cedola sia sempre regolata esclusivamente dallo stato in base agli obiettivi  di politica economica: alzerà la cedola quando vuole incoraggiare il risparmio privato e disincentivare il reinvestimento nell’economia reale e viceversa, abbasserà la cedola quando vorrà incoraggiare la spesa del denaro nell’economia reale  e disincentivare il risparmio.
E’ importante notare che, quando la banca centrale agisce sul mercato aperto acquistando titoli tramite riserve che lei stessa emette, questo non genera alcuna inflazione, dal momento che si tratta di denaro conferito al solo settore finanziario, che a sua volta lo presterà al settore dell’economia reale (famiglie ed aziende) solo in presenza di politiche fiscali espansive (spesa a deficit) che tutelino la domanda interna. E di domanda interna al momento ne abbiamo estremo bisogno, causa un sottoimpiego dei fattori produttivi con disoccupazione stabile all’11%.
La proposta MMT comunque prevede la totale abolizione dei titoli di stato, in quanto il governo nuovamente sovrano potrà accreditare direttamente conti correnti di famiglie ed aziende e pagare stipendi senza dover ricorrere al farraginoso meccanismo della loro emissione.
 
MUTUI.
Perché l’aumento del rendimento sui titoli di stato incide sui mutui e i prestiti?
Nel sistema attuale succede che se il titolo di stato viene declassato dalle agenzie di rating, gli investitori se ne sbarazzano in grande quantità: aumenta il rendimento (differenza fra prezzo di acquisto e di rimborso, che cala).
Una banca commerciale conferisce titoli di stato alla banca centrale a garanzia delle operazioni di  rifinanziamento principali (i prestiti di riserve che chiede direttamente alla banca centrale).
La banca centrale applica un ‘’ taglio’’, detto hair-cut. A fronte di una garanzia di 1000 in titoli di stato ad es. la banca centrale applica un hair-cut del 5%, cioè presta 950 Euro.
Se i TDS hanno un rating declassato, l’ hair-cut aumenta all’11-12% ad esempio.
Quindi le banche cercano di disfarsi di quei titoli declassati e cercarne altri con un rating migliore ed ottenere pertanto rifinanziamenti dalla BCE a condizioni più vantaggiose.
Questa ‘’penale’’ ha conseguenze quindi sugli interessi che le banche applicheranno a mutui e prestiti per garantire i propri profitti.
Ma con una moneta sovrana ed uno stato che applica il programma economico MMT anche questo ricatto può essere serenamente evitato, in quanto il valore dei titoli sarà sempre garantito e il governo sarà libero di applicare la legislazione in materia di politica monetaria che ritiene più efficace; la regola dell'”hair cut” potrebbe tranquillamente decadere assieme alla prassi dell’emissione dei titoli di stato, come prima abbiamo evidenziato.
 
Pertanto, anche basandoci su una semplice e razionale valutazione costi-benefici e tralasciando per un attimo le considerazioni politiche sulle quali ci siamo già espressi, ne consegue che nulla giustifica la permanenza dell’Italia all’interno della zona euro, con buona pace degli “esperti” de “Il Sole 24 Ore”.

(di Elisabetta Uccello, postato l’11/07/2018)

fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/13/privatizzazioni-neoliberismo-e-unione-europea/

Molti sono gli argomenti di cui si potrebbe parlare nel corso di questa “calda” estate 2018. Le manovre dell’attuale governo a livello economico, l’analisi del nostro rapporto con le istituzioni europee, delle aspettative a seguito di tanti anni di promesse di riscatto della sovranità politica ed economica. Ci torneremo sicuramente nei prossimi interventi.

In questa sede riteniamo utile ripotare la sintesi dell’ottima relazione avvenuta lo scorso 16 gennaio presso il Senato, a cura dell’Associazione “No Privatizzazioni” di cui fa parte la nostra attivista Elisabetta. Tutti concetti che è bene ribadire per capire la realtà attuale.

 

COS’E’ LA PRIVATIZZAZIONE.

Dal sito di Borsa Italiana la definizione è:

‘’La privatizzazione e’ un processo economico che trasferisce la proprietà di una società o di un ente pubblico dallo stato ad un privato o ad una pluralità di privati’’.

La privatizzazione può essere totale o parziale e la vendita può essere fatta o tramite OFFERTA PUBBLICA (OPV) a più acquirenti o tramite VENDITA DIRETTA in trattativa privata .

In ogni caso, sia che si tratti di privatizzazione parziale o totale, il servizio dovrà poi rispondere a CRITERI DI GESTIONE PRIVATISTICI.

Cioè MAI IN PERDITA. Quindi L’obbiettivo e’ il PROFITTO.

 

IL PRIMO PASSO

Il primo passo per privatizzare un ente pubblico e’ la trasformazione dell’ ente pubblico o dell’impresa pubblica in SOCIETA’ PER AZIONI, S.P.A.

Il primo decreto in Italia fu  il DL 386/1991 (convertito in legge nel 1992, la n. 35) denominato :

‘’ TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI  ECONOMICI IN SPA, DISMISSIONE DELLA PARTECIPAZIONI STATALI, ALIENAZIONE DEI BENI PATRIMONIALE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA’’.

La trasformazione in spa dà accesso alla QUOTAZIONE IN BORSA.

La quotazione in borsa, cioè l’immissione sul mercato di azioni (socio) od obbligazioni (prestiti),  è uno dei tre sistemi che ha un’impresa per finanziarsi (alternativamente all’ aumento di capitale da parte dei soci stessi o al prestito diretto della banca).

Già dagli anni ‘80 inizia una prima stagione di riduzione della presenza pubblica nell’industria (l’ALFA ROMEO passa alla FIAT, la LANEROSSI  alla MARZOTTO).

Con gli anni ‘90 l’ Italia è coinvolta in profondi processi che cambiano radicalmente le scelte di politica economica:

–  I GOVERNI SONO PRESSATI DALLE INDICAZIONI DELLA CEE E DALLA NECESSITA’ DI RISPETTARE I PARAMETRI DI MAASTRICHT PER L’ADESIONE ALL’EURO: devono ridurre DEFICIT, DEBITO ED INFLAZIONE.

Ricordiamo che la legge 359/1992 del governo AMATO,  denominata ‘’ Programma di riordino delle partecipazioni statali’, ha tra i suoi principali obiettivi:

–  QUOTARE LE SOCIETA’ PARTECIPATE

–  FAVORIRE L’ AZIONARIATO DIFFUSO

–  LA NASCITA DI NUOVI INVESTITORI ISTITUZIONALI

 

UN PASSO INDIETRO

Facciamo un passo indietro……..

Qual’ e’ il pensiero di cui sono figlie le privatizzazioni ?

SALVATORE ROSSI , ex direttore della Banca D’Italia, in una relazione del 2014 all’Università di Vicenza ricorda che le privatizzazioni sono strettamente correlate con il ruolo della banca centrale: la BC DEV’ESSERE  DIPENDENTE O INDIPENDENTE DAL POTERE POLITICO? (NB: ricordiamo tuttavia la posizione MMT, in base alla quale le banche centrali sono comunque “dipendenti” o “indipendenti” solo in funzione delle scelte politiche del governo, ed il problema del neoliberismo è infatti un aspetto politico).

Il dibattito sull’indipendenza della banca centrale esiste sin dalla nascita delle banche.

In un saggio pubblicato 1824 (postumo) DAVID RICARDO sosteneva che la BANCA CENTRALE D’INGHILTERRA NON DOVESSE ESSERE PRONA AL POTERE ESECUTIVO ED IDENTIFICA I 3 PILASTRI CHIAVE PER L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE (o BC):

–  SEPARAZIONE ISTITUZIONALE FRA POTERE DI CREARE DENARO E QUELLO DI  SPENDERLO

–  DIVIETO DI FINANZIAMENTO MONETARIO DEL BILANCIO DELLO STATO

–  OBBLIGO PER GLI STATI DI SEGUIRE LA POLITICA MONETARIA DELLA BC

Questi pilastri vengono ripresi dalla conferenza di Bruxelles del 1920:

Si sostiene che per superare la crisi del  post prima guerra mondiale si debba tornare al gold standard e raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Per fare questo è necessario affidare il compito alla banca centrale e renderla indipendente dalle decisioni dei governi.

In Italia il primissimo regime fascista si pone come obiettivi il pareggio di bilancio, la svalutazione della lira tramite la svalutazione salariale e la privatizzazione di molte aziende pubbliche.

Precisiamo che in quegli anni molte banche detenevano partecipazioni azionarie in molte industrie.

Negli anni ‘30, con Beneduce, economista di estrazione socialista, il regime fascista cambiò radicalmente politica economica e fece delle scelte epocali.

Una di queste fu la LEGGE BANCARIA DEL 1936 che:

–          SMANTELLA LA BANCA MISTA: cioè divide l’attività di credito dall’attività di speculazione;

–          VIETA ALLE BANCHE DI ENTRARE NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE  DELLE AZIENDE ;

–          BANCA D’ ITALIA DIVENTA ESCLUSIVO ISTITUTO DI VIGLILANZA BANCARIA;

–          L’ ATTIVITA’ BANCARIA VIENE DEFINITA COME FUNZIONE DI INTERESSE PUBBLICO.

‘’LA DIFESA DEL RISPARMIO DEI CITTADINI E’ INTERESSE PUBBLICO’’.

DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE LE POLITICHE ECONOMICHE SEGUONO L’INDIRIZZO KEYNESIANO.

LA BANCA CENTRALE E’ ACQUIRENTE DI ULTIMA ISTANZA DEI TDS (titoli di stato) INVENDUTI SUL  MERCATO PRIMARIO.

Risponde alle direttive di GOVERNO E PARLAMENTO E SPENDE A DEFICIT POSITIVO PER GARANTIRE LA TUTELA DELLO STATO SOCIALE .

LA SPESA PUBBLICA (tramite stipendi e pensioni di stato) è la ricchezza del settore privato!

 

NEGLI ANNI ‘80 SI AFFERMANO LE TEORIE NEOLIBERISTE.

il pretesto è l’inflazione crescente, ritenuta un problema e la cui causa viene erroneamente identificata nella spesa pubblica (ricordiamo invece i due shock petroliferi negli anni ‘74 e ‘79).

Le teorie neoliberiste si consolidano nuovamente attorno ai dogmi di:

–          RIDUZIONE INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA

–          STABILITA’ DEI PREZZI

–          INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

Riprendono Milton Friedman di cui ricordiamo una citazione del 1962: ‘’le interferenze governative minacciano la libertà economica’.

Ma il riaffermarsi delle teorie liberiste negli anni ‘80 è solo il risultato di un pensiero che inizia la propria guerra in maniera strutturata dal 1947:

VON HAYEK FONDA LA MONT PELERINE SOCIETE.

L’obbiettivo della Mont Pelerine Societe è L’IMPOSIZIONE DEL LIBERISMO COME PRINCIPIO ASSOLUTO DELL’ ORGANIZZAZIONE SOCIALE.

GLI STRUMENTI PER UN LIBERO MERCATO BASATO SULLA FORTE COMPETITIVITA’ SONO :

–          PRIVATIZZAZIONI

–          SMANTELLAMENTO DELLO STATO SOCIALE

–          ABBASSAMENTO DELLE TASSE.

L’individuo è libero solo in relazione alla deregolamentazione dell’ economia . Solo un mercato senza catene porta all’assoluta libertà: l’individuo è flessibile, liquido, capitalista, privato della dimensione comunitaria che si caratterizza invece per le forti radici etiche e nelle quali il cittadino è libero nella misura in cui è libera la società.

Il pensiero liberista considera l’individuo consumatore che si relaziona all’altro esclusivamente per utilità e per realizzare il massimo interesse INDIVIDUALE.

L’ altro diviene COMPETITOR, non compagno solidale.

LA REALIZZAZIONE DELL’ INDIVIDUO PUO’ AVVENIRE SOLO IN UN’ ECONOMIA DI MERCATO FORTEMENTE COMPETITIVA, perché IL PROGRESSO E’ SCONTRO FRA INDIVIDUI E VIVE DEL CONTRASTO.

(ritroviamo questo concetto nell’articolo 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea -TFUE)

Negli anno ‘50 nascono molte associazioni e fondazioni  liberiste definite ‘’ serbatoi di pensiero’’: dopo la Mont Pelerine , il CUOA, l’Adam Smith Institute, l’Heritage Foundation….Le teorie liberiste si insinuano nelle università.

Nel 1957 il TCE (TRATTATO DI ROMA CHE ISTITUISCE LA COMUNITA’ ECONOMICA EUROPEA), IN PERFETTA LINEA COL PENSIERO LIBERISTA DELL’ INDIPENDENZA DELLA BC, STABILISCE ALL’ ART. 87 IL DIVIETO DI AIUTI DI STATO PERCHE’ ESSI FALSANO LA CONCORRENZA . OGGI E’ L’ART 107 TFUE.

 

GLI ANNI ’80.

Gli anni ‘80 sono lo spartiacque per eccellenza.

LA MONETA DI STATO VIENE “PRIVATIZZATA” . E’ IL 1981: DIVORZIO FRA MINISTERO DEL TESORO E BANCA D’ITALIA.

Dal 1975 la Banca d’Italia garantiva che i tds collocati ed invenduti sul mercato primario venissero dalla stessa acquistati.

In questo modo i tassi d’interesse rimanevano stabili e controllati dal Tesoro.

Si chiamava , come sottolinea l’economista Alain Parguez, ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’:

SI TRATTAVA DI UNA SEMPLICE OPERAZIONE CONTABILE FITTIZIA.

LA BC ERA RAMO BANCARIO DELLO STATO.

LA BANCA CENTRALE ED IL TESORO LAVORAVANO DI CONCERTO MA ERA IL TESORO AD INDIRIZZARE L’OPERATO DELLA BANCA CENTRALE.

Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: ‘’Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente’’.

Dal 1981 la Banca d’ Italia non è più obbligata ad acquistare i TDS invenduti sul mercato primario; può solo intervenire in via facoltativa.

Il pretesto e’ l’alta inflazione attribuita alla spesa pubblica ( dovuta in realtà ai due shock petroliferi del ‘74 e del ‘79).

Il VERO MOTIVO E’ CHE L’ITALIA DOVEVA ADEGUARE IL PROPRIO TASSO DI CAMBIO ALL’ ECU ESSENDO ENTRATA NEL SISTEMA MONETARIO EUROPEO O SME.

NON POTENDO PIU’ SVALUTARE LA PROPRIA MONETA , L’ITALIA, PER RENDERE COMPETITIVI I PROPRI BENI E QUINDI FARE IN MODO CHE LA PROPRIA VALUTA FOSSE RICHIESTA E APPREZZATA E PER ABBASSARE L’INFLAZIONE,  DOVETTE RICORRERE ALLA SVALUTAZIONE SALARIALE  E ALLA  RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA.

L’ OBIETTIVO DELLA PIENA OCCUPAZIONE VIENE SOSTITUITO CON QUELLO DELL’ INTEGRAZIONE FINANZIARIA A LIVELLO EUROPEO .

Sia Ciampi che Andreatta (gli artefici del “divorzio” tra Banca Italia e Tesoro) erano monetaristi e liberisti:

Dopo il 1981 il potere monetario è praticamente fuori dal controllo dello stato.

L’ 1/11/1993 il Trattato di Maastricht VIETA COMPLETAMENTE :

  1. SCOPERTI DI CONTO  A ENTI ED IMPRESE PUBBLICI
  2. ABOLITA LA POSSIBILITA’ DI OTTENERE SCOPERTI DA PARTE DELLA BC SUL C/C DI TESORERIA
  3. VIETATO L’ ACQUISTO DIRETTO DI TDS DA BCE (Banca Centrale Europea) E BC (Banche Centrali) NAZIONALI
  4. IMPONE UN TETTO MASSIMO AL DEFICIT ANNUO DEL 3% RISPETTO AL PIL , AL DEBITO PUBBLICO DEL 60%, ALL’ INFLAZIONE DEL 2%.

IL LIBERISMO SI DOTA DEFINITIVAMENTE DI UNA STRUTTURA GIURIDICA CHE ASSEGNA ALLA POLITICA MONETARIA OBIETTIVI PRECISI (STABILITA’ DEI PREZZI, FORTE COMPETITIVITA’ E INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE).

E AD ESPERTI INDIPENDENTI  (FUORI DAL CONTROLLO DELLE POLITICHE NAZIONALI) VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI REALIZZARLI.

IL TRATTATO DI MAASTRICHT ISTITUZIONALIZZA LA PROPOSTA DI DAVID RICARDO DEI 3 PILASTRI.

LO STATUTO DELLA BCE E DEL SEBC (sistema europeo delle banche centrali) CONSENTE DI UTILIZZARE QUALSIASI METODO PER RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO.

FINO AGLI ANNI ‘80 LA GESTIONE DEL PATRIMONIO DELLO STATO RISPONDE AD UNA NORMATIVA DI CARATTERE PUBBLICISTICO E SOCIALE CON SCARSI RIFERIMENTI AD OBIETTIVI ECONOMICI;

DAGLI ANNI ‘90 LA NORMATIVA HA CARATTERE ECONOMICO PRODUTTIVO .

INIZIA UNA IMPONENETE PRIVATIZZAZIONE DI ENTI ED AZIENDE PUBBLICHE.

I MERCATI FINANZIARI SI SONO SOSTITUITI ALLO STATO.

IL LIBRO BIANCO DELLE PRIVATIZZAZIONI DEL 2001 SOTTOLINEA CHE :

  1. LA FUORIUSCITA DELLO STATO DALLA MAGGIOR PARTE DEI SETTORI DELL’ ECONOMIA GRAZIE ALLE PRIVATIZZAZIONI E’ UN LAVORO RICHIESTO IN SEDE EUROPEA E DEFINITO COME ‘’IL LAVORO MIGLIORE’’ DA SEGNALARE AI PAESI DELL’UNIONE.
  2. CHE I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI HANNO DATO UN IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO (VEDIAMO ADESSO SE E’ VERO).
  3. RICORDA CHE ‘’UN IMPULSO AL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE ARRIVA DALL’ EUROPA’’ CON MAASTRICHT NEL ‘92 (RIDUZIONE DEL  DEBITO PUBBLICO), L’ ACCORDO SAVONA –VAN MIERT DEL ‘93 (RICAPITALIZZAZIONE DELL’ INDUSTRIA SIDERURGICA SOLO A PATTO DI UNA SUA PRIVATIZZAZIONE) E L’ ACCORDO ANDREATTA VAN – MIERT DEL ‘93 ( IL GOVERNO DOVEVA IMPEGNARSI A RIDURRE L’INDEBITAMENTO DELLE IMPRESE PUBBLICHE  FINO A LIVELLI ACCETTABILI PER GLI INVESTITORI PRIVATI). (NB: Van Miert era il commissario europeo alla concorrenza).

La privatizzazione diventa necessaria ed inevitabile per uno stato che non può più fare politiche espansive né garantire imprese pubbliche, dal momento che questa garanzia va contro la ‘’TUTELA DELLA LIBERA CONCORRENZA’’.

IL PRIMO PASSAGGIO CHE PERMISE LE PRIVATIZZAZIONI FU IL DL 5/12/1991 CONVERTITO IN LEGGE IL 29/01/1992, CHE CONSENTI’ LA TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI IN SPA.

LE QUOTAZIONI PUBBLICHE VENGONO POI COLLOCATE IN BORSA DOVE VI PARTECIPANO TUTTI GLI INVESTITORI: SIA I PICCOLI RISPARMIATORI CHE I GRANDI INVESTITORI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI.

UN DOCUMENTO DELLA CORTE DEI CONTI DEL 2010 SOTTOLINEA CHE GLI OBIETTIVI DELLE PRIVATIZZAZIONI SONO:

  1. POTENZIARE LA COMPETITIVITA’ DEL SISTEMA PRODUTTIVO
  2. PROMUOVERE LO SVILUPPO DEI MERCATI FINANZIARI
  3. INCENTIVARE L’ INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
  4. LIMITARE L’ INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA
  5. DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ( tramite inoltre la scelta per l’ OPV – offerta pubblica di vendita di azioni già esistenti invece che la vendita diretta) PER INCENTIVARE IL CAPITALISMO POPOLARE , PERCHE’ ‘’ IL POPOLO CAPITALISTA SARA’ QUELLO CHE SOSTERRA’ PARTITI CHE DICHIARANO IDEE DI LIBERO MERCATO’’).
  6. UN OBIETTIVO SOLO FORMALMENTE SECONDARIO ERA NATURALMENTE QUELLO DI MIGLIORARE I CONTI DELLO STATO E DI ARGINARE IL DEBITO PUBBLICO.

EVIDENZIAMO CHE SIA LA TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE IN SPA DEL 1993 CHE LA PRIVATIZZAZIONE DELLA BORSA RISPONDONO  (DA ENTRAMBI I TESTI DI RIFERIMENTO, IL TESTO UNICO BANCARIO E IL NUOVO QUADRO NORMATIVO DELLA BORSA) ALL’ ADEGUAMENTO DELLA REALTA’ NAZIONALE AL NUOVO CONTESTO COMPETITIVO INTERNAZIONALE.

LO SCHEMA PARE ESSERE IL SEGUENTE:

–          LA BC PRESTA ALLE BANCHE  COMMERCIALI IN BASE AGLI OBIETTIVI DI POLITICA MONETARIA CHE VUOLE RAGGIUNGERE: L’OBIETTIVO E’ INFLAZIONE MINORE DEL 2%. PER MANTENERE IL TASSO D’INFLAZIONE COSI’ BASSO LA COMMISSIONE EUROPEA HA DICHIARATO CHE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DA MANTENERE E SOTTO IL QUALE NON SCENDERE E’ l’11%

–          AGGIUNGIAMO A ZERO INFLAZIONE  L’ ATTUALE PAREGGIO DI BILANCIO, CHE SIGNIFICA ZERO SPESA PUBBLICA A DEFICIT : ECCO CHE LA SCARSITA’ DI MONETA RISPETTO ALLA PRODUZIONE DI BENI E SERVIZI FA SI CHE L‘ EURO  SIA RICHIESTO E DI CONSEGUENZA ESSO SI MANTIENE UNA VALUTA FORTE.LA VALUTA FORTE SERVE PER ATTRARRE CAPITALI FINANZIARI E SPOSTARE INVESTIMENTI DA DOLLARI AD EURO.

–          LE BANCHE CHE OPERANO NEL MERCATO PRIMARIO ACQUISTANO TDS ED IN CAMBIO DANNO AGLI STATI QUELLA LIQUIDITA’ CHE CONSENTE AD ESSI DI SPENDERE PER L’ ECONOMIA REALE,  CIOE’ PREVIDENZA, SANITA’, SERVIZI, LA SPESA PER IL SOCIALE.

–          DAL MOMENTO CHE LA SPESA NON BASTA A COPRIRE I SERVIZI ESSENZIALI  ECCO CHE LA PRIVATIZZAZIONE SI RENDE NECESSARIA IN TUTTI QUEI SETTORI DETTI ‘’ ANTICICLICI’’, CIOE’ I SERVIZI ESSENZIALI QUALI ACQUA, LUCE, GAS, ASSICURAZIONI, SANITA’, CIOE’ SETTORI PUBBLICI CHE POSSONO ESSERE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA.

 

DOVE VANNO LE ENTRATE DELLE PRIVATIZZAZIONI?

NEL FONDO PER L ‘AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO.

I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI COSTITUISCONO LA PRINCIPALE FONTI DI ALIMENTAZIONE DEL FONDO PER L’AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO, ISTITUITO NEL 1993.

SERVE  SOLO PER RIPAGARE I TDS IN SCADENZA E NON PUO’ ESSERE UTILIZZATO PER LA SPESA NEL SOCIALE.

CIOE’, IL TESORO COL FONDO PUO’ CONTROLLARE LA QUANTITA’ DI TDS IN CIRCOLAZIONE RITIRANDO QUANDO LO RITIENE NECESSARIO QUELLI IN SCADENZA.

NEL FONDO VI ENTRANO:

–          I PROVENTI DIRETTI DELLE PRIVATIZZAZIONI

–          EVENTUALI DIVIDENDI DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE DALLO STATO

–          DONAZIONI E TESTAMENTI

IL FONDO PUO’ ESSERE UTILIZZATO SOLO PER RIMBORSARE GLI SPECIALISTI DEI TDS.

Dalla relazione al Parlamento  sull’amministrazione del fondo nel 2016:

‘’ la dismissione delle partecipazioni detenute dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e le operazioni ad esse assimilate sono la fonte primaria delle entrate del fondo’’.

Gli specialisti dei tds  sono una parte degli operatori principali, cioè coloro che sono gli unici abilitati ad acquistare tds nel mercato primario.

Per essere considerati tali devono firmare la convenzione con la Banca D’Italia.

Si tratta di banche, società finanziarie , compagnie di assicurazione che devono possedere determinati requisiti patrimoniali, di continuità operativa , volume di acquisto e di competitività di prezzo.

 Gli specialisti si impegnano a soddisfare requisiti più stringenti rispetto agli operatori principali, sia riguardo volumi di acquisto, che continuità e competitività offerta.

In cambio del rispetto di questi vincoli stringenti HANNO DEI PRIVILEGI ESCLUSIVI TRA CUI:

  1. LA PARTECIPAZIONE ALLE  ASTE DI RIAPERTURA PER IL COLLOCAMENTO DEI TDS INVENDUTI
  2. IL RIMBORSO DEI TDS DETENUTI FINO A SCADENZA AVVIENE TRAMITE IL FONDO DI AMMORTAMENTO DEI TDS ( PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI)

La cedola di un tds  è determinata dall’ emittente . Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’ emittente. Si contratta quindi sul prezzo : cioè un TDS con valore nominale di 100 ad esempio viene venduto ad un prezzo inferiore. L’interesse, cioè il guadagno è uguale alla cedola più lo scarto di emissione (differenza fra prezzo di emissione e di rimborso).

Perché allora sono gli specialisti dei tds a determinare l’ interesse ?

Non solo per lo scarto di emissione sul quale possono influire mediante la vendita o gli acquisti (un titolo che viene svenduto avrà tasso di interesse maggiore), ma perché i tds invenduti sul primario saranno ricollocati in asta di riapertura ad una cedola maggiore rispetto alla precedente fino a quando non verranno acquistati. E gli unici che possono accedere alle aste di riapertura sono gli specialisti dei tds.

I tds sono soggetti al giudizio delle agenzie di rating (private) che ‘’ danno i voti’’ agli stati e delle quali gli investitori finanziari tengono in considerazione il giudizio.

 Vediamo due dati per verificare se è vero quanto si diceva nel documento della Corte dei Conti del 2010. LE PRIVATIZZAZIONI SERVONO DAVVERO AD ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO?

DATI AL 31-12-2016:

DEBITO PUBBLICO  2.218.471 MILIONI (2200MILIARDI)

TDS IN CIRCOLAZIONE 1.867.214 MILIONI (1800 MILIARDI)

ENTRATE FONDO AMMORTAMENTO DEI TDS NEL 2016: 2.104.191.114,65 (2 MILIARDI)

LA DOMANDA E’: LE PRIVATIZZAZIONI SONO UN MEZZO PER ABBATTERE IL FANTASMA DEL DEBITO PUBBLICO O SONO UN MEZZO PER REALIZZARE UN MODELLO DI SOCIETA’ DIVERSA DA QUELLA CHE LA COSTITUZIONE DELLA NOSTRA REPUBBLICA PREVEDE?

Da pag 55 del documento della Corte dei Conti del 2010:

‘’ Lo sviluppo del sistema finanziario fu uno dei principali obiettivi del processo di privatizzazioni in Italia’’

ECCO IL MODELLO!

DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ATTRAVERSO LE PRIVATIZZAZIONI; FAVORIRE UN AZIONARIATO DIFFUSO E COMPETITIVO.

L’ ECONOMIA DEV’ESSERE DI MERCATO E FORTEMENTE COMPETITIVA:

L’UOMO E’ MERCE , IL LAVORO E’ MERCE.

LA DEMOCRAZIA PER IL LIBERISMO E’ SOLO LIBERTA’ ECONOMICA: LA POSSIBILITA’ PER TUTTI DI COMPETERE PER SOPRAVVIVERE SENZA INTERFERENZE. L’INDIVIDUO SI RELAZIONA ALL’ALTRO SOLO IN BASE AL VALORE DI SCAMBIO E NIENTE DEVE FALSARE LA CONCORRENZA.

IL MODELLO SOCIALE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA SI PONE IN ANTITESI.

IL CAPITALISMO E’ REGOLATO DALLO STATO ED E’ FINALIZZATO AL PERSEGUIMENTO DELLA PIENA OCCUPAZIONE.

GLI OBIETTIVI SONO SOCIALI: LA CENTRALITA’ E’ IL LAVORO E IL DOVERE DELLO STATO E’ REALIZZARE L’EGUAGLIANZA SOSTANZIALE,  PROMUOVENDO LE CONDIZIONI CHE RENDANO EFFETTIVO IL LAVORO AFFINCHE’ TUTTI POSSANO PARTECIPARE ALLA VITA SOCIALE E POLITICA.

L’INTERVENTO DELLO STATO REGOLA L’ INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA AFFINCHE’ NON SI PONGA MAI IN CONTRASTO CON L’INTERESSE PUBBLICO E L’UTILITA’ SOCIALE.

SENZA L’INTERVENTO DELLO STATO IL RISPARMIO PRIVATO PUO’ AUMENTARE SOLO CON LA VENDITA DI BENI ALL’ESTERO, ATTRAVERSO LA SVALUTAZIONE COMPETITIVA DEL LAVORO  O ATTRAVERSO ATTIVITA’FINANZIARIE CON L’ ESTERO, FAVORITE APPUNTO DAL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE OSSIA DALLA SVENDITA DEL NOSTRO PATRIMONIO PUBBLICO.

Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/contatore_debito.html
Dal 13 febbraio 2018 fino alla fine della campagna elettorale, sugli schermi Maxi-Led delle stazioni di Milano Centrale, Roma Termini e Roma Tiburtina è apparso il “contatore del debito pubblico” di cui all’immagine sopra.

Si tratta di un’iniziativa promossa dall’Istituto Bruno Leoni (che di seguito per semplicità chiameremo IBL), una think tank neoliberista nata nel 2003 per promuovere “le idee del libero mercato”.

Nella home page del loro sito compare ancora questo fantomatico contatore, che rappresenta una stima dello stock del debito pubblico italiano basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia. Accedendo all’apposito link, è possibile leggere le motivazioni con le quali l’Istituto Bruno Leoni ha difeso la sua mistificatoria propaganda, alla quale ora risponderemo punto per punto alla luce dei concetti macroeconomici della Modern Money Theory (di seguito MMT per semplicità).

1)  Quali sono i rischi di un elevato debito pubblico ?

IBL.

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.
Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.
Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.
In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano.
In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.

MMT.

Niente di tutto ciò è vero. Le condizioni di cui sopra si verificano solo nel caso si parli di uno stato che non utilizza una sua moneta fiat sovrana (qual è la condizione attuale delle nazioni dell’eurozona, che possono concretamente “finire i soldi”), mentre uno stato sovrano di una sua valuta non avrà mai difficoltà ad onerare i titoli che vende, in quanto denominati nella valuta unità di conto che lui stesse emette ed è l’unico che lo può fare. Uno stato a moneta sovrana prima emette la medesima e solo dopo la può ritirare con la tassazione o la vendita di titoli, che per questo motivo non sono affatto un qualcosa di necessario per finanziare la spesa pubblica. Per ulteriori approfondimenti leggi qui e qui.

2) Ci sono nazioni con un alto debito pubblico in cui tutto sembra andare benone, il Giappone o gli Usa, ad esempio; perché non possiamo farlo anche noi?

IBL.
Stiamo parlando di economie molto differenti, con livelli di produttività, innovazione e tassi di crescita ben differenti dai nostri; per quanto altamente indebitate, i loro fondamentali economici sono tali da permetter loro di poter detenere tale debito a costi contenuti. In particolare, negli Stati Uniti il rapporto tra debito e Pil (circa 105 per cento) è molto inferiore a quello italiano, che supera il 131 per cento. L’Italia è un Paese in declino sotto il profilo demografico e che da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l’elevato debito esistente drena consistenti risorse (oltre 60 miliardi di euro l’anno). Inoltre i tassi di crescita del paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore.

MMT.

Anche in questo caso la propaganda mistificatoria di questo istituto raggiunge l’apice. Abbiamo prima affermato che uno stato a moneta sovrana è il primo e il solo che può creare e spendere la sua valuta e di conseguenza immetterla nel circuito privato di famiglie, aziende e banche (il cosiddetto settore non governativo). Di conseguenza, prima che ci possa essere un PIL (cioè un prodotto interno lordo, o reddito interno) a monte ci deve essere la spesa dello stato sovrano. Il rapporto debito pubblico su PIL è un parametro insignificante da un punto di vista macroeconomico. Lo stato sovrano della sua valuta non ha affatto bisogno di aspettare che il settore privato generi un reddito interno (PIL) da cui poter attingere le risorse per onorare i suoi debiti, anzi, prima deve spendere la sua valuta e solo dopo i cittadini di quella nazione la possono utilizzare per realizzare le transazioni finanziarie tra di loro.

Va comunque sottolineata la realtà delle nazioni che hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria, per le quali il debito pubblico può realmente costituire un problema.

Comunque, anche “stando al gioco” dell’IBL, se il debito pubblico degli USA è inferiore al nostro, non lo stesso si può dire di quello del Giappone, che rappresenta il 250,4 % del PIL. Per quanto riguarda invece i tassi di crescita, non risulta affatto che essi siano tanto diversi da quelli dell’Italia, soprattutto per quanto riguarda il Giappone (vedere i seguenti grafici).



3) ”Al debito pubblico corrisponde un credito privato” di chi ha acquistato titoli di Stato. Cosa c’è di male? Le due cose non si compensano?

IBL.
Senz’altro: a ogni debito corrisponde un credito, e a ogni debitore corrisponde un creditore. Nel caso del debito pubblico, il debitore è lo Stato mentre i creditori sono tutti coloro – famiglie e istituzioni finanziarie, italiane e straniere – che hanno acquistato titoli del debito pubblico. Esattamente come nel settore privato, se il debitore non è in grado di ripagare i propri debiti, il creditore perderà parte o tutto quanto gli è dovuto. Conseguentemente, se lo Stato non è in grado di ripagare il debito, a farne le spese saranno due volte i cittadini: in prima battuta come risparmiatori, e poi come contribuenti. Uno Stato che non paga i propri debiti perde l’accesso ai mercati: è difficile che trovi chi gli presta soldi, e chi lo fa richiede un interesse molto elevato. Per questa ragione è assai probabile che quello Stato si trovi a mettere in atto politiche molto dure: a ridurre drasticamente le proprie spese (per esempio, gli stipendi dei suoi dipendenti o le pensioni) oppure ad alzare le tasse.

MMT.

Anche in questo caso si tratta di considerazioni completamente sbagliate. Come sopra abbiamo più volte evidenziato, è palesemente scorretto paragonare lo stato (inteso come enti governativi di una nazione) al singolo attore economico privato. Il primo infatti in condizioni normali (cioè quando è sovrano di una sua moneta) deve agire a livello macroeconomico immettendo con la spesa pubblica nel settore di famiglie ed aziende più soldi di quanto incassa con la tassazione, altrimenti queste non godranno di alcun attivo e non potranno avvenire gli scambi finanziari tra i singoli attori privati. Il debitore privato invece non può creare legalmente il denaro e pertanto (ma solo per lui) vale la regola della microeconomia in base alla quale per poter spendere e ripagare i debiti deve prima risparmiare.

Le politiche di austerity (la riduzione drastica della spesa pubblica sopra richiamata, con innalzamento delle tasse) imposteci dall’Unione Europea al contrario sono le sole e vere responsabili della crisi dell’eurozona, perché agire in maniera pro-ciclica quando l’economia è in recessione porta ad un aggravarsi della situazione, con diminuzione ancora più accentuata della domanda aggregata, chiusura di aziende, aumento della disoccupazione, ulteriore riduzione di domanda…la cosiddetta spirale deflazionistica che i paesi non sovrani della loro moneta non possono risolvere.

4) Non basterebbe tornare a una “moneta sovrana” per eliminare il problema del debito? Non sarebbe allora possibile rifinanziarlo all’infinito?

IBL.
Se l’Italia uscisse dall’euro, il rischio di denominazione del debito pubblico diverrebbe certezza. In altre parole, i vecchi titoli di stato verrebbero convertiti in Lire. Il valore di quei titoli crollerebbe, con gravi perdite per chi li detiene (inclusi i risparmiatori).
E’ vero che una volta fuori dall’euro quei titoli potrebbero essere acquistati dalla Banca d’Italia; ma questo aumenterebbe velocemente la quantità della nuova moneta nazionale in circolazione, riducendone il valore. Si avvierebbe un percorso verso la iper-inflazione che presto occorrerebbe fermare con una forte stretta monetaria e di bilancio: il contrario cioè dell’obiettivo dichiarato con l’uscita.
Un’elevata inflazione, infatti, riduce certamente l’onere del debito, ma implica anche una riduzione del potere d’acquisto dei salari, con effetti particolarmente gravi per i lavoratori con bassi redditi.
Troppo spesso si dimentica che l’Italia ha vissuto anni di iperinflazione e che solo la ferma volontà di separare le scelte di politica fiscale da quelle di politica monetaria (il c.d. “divorzio Tesoro-Bankitalia”) hanno permesso, nel tempo, di avviare quel percorso di credibilità che ci ha permesso di ridurre drasticamente l’inflazione e di entrare in un’area monetaria comune con altri paesi.

 

MMT.

Cioè vale a dire, al danno si aggiunge la beffa. In verità è proprio ora che siamo in eurozona che gli stati corrono il rischio di finire i soldi e di incorrere in default, con conseguente danno per i risparmiatori.

Uno stato sovrano della sua valuta invece è sempre solvibile nei confronti dei mercati dei capitali, in quanto mai può finire il denaro per onorare anche i debiti che lo stesso si auto-impone di emettere. Una svendita generale dei titoli dovuta ad una paura irrazionale potrebbe certamente far calare il loro valore, a fronte però di maggiori interessi richiesti, per pagare i quali lo stato sovrano non avrà alcun problema. Inoltre è possibile agire a livello di politiche monetarie, imponendo ad esempio alla banca centrale di pagare interessi negativi sui conti riserva detenuti dalle banche presso di essa e invogliando quindi le stesse ad investire acquistando i titoli di stato italiani.

La banca centrale di un’Italia nuovamente sovrana, come giustamente sopra richiamato può comprare all’infinito i titoli di stato dalle banche difendendone il valore e calmierando gli interessi e questo non può in alcun modo portare ad inflazione, in quanto si tratta di riserve immesse nei soli circuiti finanziari che, per poter essere concesse come crediti all’economia reale, necessiterebbero di politiche fiscali espansive (spesa pubblica in deficit) per creare maggiore domanda aggregata; cosa che sarebbe salvifica per quanto riguarda la nostra economia, considerata l’alta percentuale di fattori produttivi non impiegati (disoccupazione pari all’11%) che potrebbero benissimo far fronte ad un aumento del potere di spesa da parte della popolazione.

Di seguito vediamo due chiari esempi di come le politiche di Quantitative Easing (acquisto sul mercato secondario di titoli di stato da parte della banca centrale) applicate negli USA e in eurozona non abbiano affatto creato alta inflazione.

La BCE da marzo 2015 sta effettuando acquisti di titoli di stato per una valore di 80 miliardi al mese (60 miliardi da aprile 2017, vedi qui); ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Si è passati dalla deflazione ad una miserrima inflazione dell’1,6%, ben al di sotto quindi dell’obiettivo della BCE pari al 2% (niente iperinflazione quindi).

Per gli USA, il Quantitative Easing termina nel mese di ottobre 2014 e dal 2013 al 2014 si assiste ad un’impennata degli asset in possesso della FED (la banca centrale americana, vedi qui). Guardiamo l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Stabile al di sotto del 2% e addirittura in diminuzione. Consiglieremmo pertanto all’IBL, se veramente fosse interessato a fare vera informazione (e abbiamo dei seri dubbi a tal proposito) di lasciare stare i falsi miti neoliberisti ed andare semplicemente a guardare i dati reali facilmente reperibili in rete.

Fa poi sorridere (per non dire piangere) l’affermazione secondo la quale l’Italia ai tempi della lira sarebbe stata colpita da iperinflazione. Anche qui basta semplicemente andare a guardarsi la definizione esatta di “iperfinflazione”: generalmente si parla di iperinflazione quando il tasso di crescita del prezzo medio del paniere di riferimento dei beni e servizi supera il valore mensile del 50%  (vedi qui), situazione che non risulta si sia mai verificata nell’Italia Repubblicana, nemmeno in coincidenza delle crisi petrolifere degli anni ’70 del secolo scorso, che allo stesso modo colpirono altre economie importanti quali USA e Gran Bretagna. Anzi, nonostante un’inflazione del 21,8%, l’Italia del 1980 era in assoluto il paese più ricco al mondo, con un risparmio medio delle famiglie pari al 25% del reddito disponibile annuale, valore che si è ridotto al 3,2% nel 2016, nonostante un’inflazione negativa del -0,1% (dati OCSE, FMI ed AMECO). Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

In conclusione, è triste notare come anche un periodo assai delicato e critico come quello delle campagna elettorale, che in una vera democrazia dovrebbe essere caratterizzato dal pluralismo dei punti di vista e da una corretta informazione, sia invece stato pesantemente condizionato dai media mainstream e dal solo pensiero neoliberista della finanza speculativa, che ora domina l’intero mondo occidentale (e non solo)  e ha reso possibili episodi come questi.

Clicca qui per scaricare il pdf.

di Maria Luisa Visone, fonte  sienanews.it/economia
Il 13 luglio 2012 l’agenzia MOODY’S declassava il rating dei titoli di Stato italiani da A3 a Baa2, con outlook negativo, ovvero, non escludendone una possibile revisione al ribasso nei successivi 24 mesi. Una data storica per il debito pubblico dell’Italia, dopo l’ingresso nel rating della lettera B di gennaio dello stesso anno, deciso da STANDARD & POOR’S e quello di FITCH del successivo marzo 2013. Mancava all’appello il giudizio nella stessa direzione di DBRS, l’agenzia di rating considerata nella rosa delle quattro più importanti, arrivato lo scorso 13 gennaio: declassamento da A- a BBB+.
Conseguenze sul sistema bancario italiano
Le banche europee si finanziano presso la Bce e vengono considerate meritevoli in base alle garanzie prestate, attraverso il collaterale. Il loro merito creditizio si traduce in maggiori o minori costi da sostenere per ricevere liquidità. Con la perdita dell’ultima A rimasta, la quantità dei titoli di Stato da dare in pegno per l’Italia passa dal livello 2 al livello 3. In pratica, prima il taglio (haircut) per un Bot era di 0,5% e per un Btp a 10 anni del 5%; oggi, rispettivamente, è del 5% e del 13%. Quindi, minore quantità di denaro in prestito per il sistema bancario italiano, a fronte della stessa quantità di titoli di Stato in garanzia. O, in alternativa, maggiore quantità di titoli di Stato da dare in garanzia, per mantenere lo stesso livello di finanziamento.
La decisione di DBRS conferma l’Italia “sorvegliato speciale per l’Europa” e rende maggiormente vulnerabile il suo sistema bancario, poiché le nostre banche detengono in portafoglio un gran numero di titoli di Stato.
Consideriamo, inoltre, che nel 2017 sono previste emissioni lorde di titoli di Stato di entità significativa, pari a circa 260 miliardi di euro complessivi. Riappare, di conseguenza, il fantasma della necessità di una maggiore spesa per interessi da sostenere, derivante da un probabile aumento dei tassi, conseguenza diretta del peggioramento del rischio emittente, su cui tutte le agenzie di rating sono concordi.
Si affaccia anche un ulteriore rischio: quello di assistere a uno spostamento degli investitori verso l’acquisto di titoli di Stato di altri Paesi, ritenuti più affidabili, come, ad esempio quelli spagnoli.
Così l’Italia sembra avvolgersi su se stessa intorno a una spirale che si autoalimenta.
Se fosse lo Stato ad emettere la valuta in cui sono denominati i suoi titoli dati in pegno dalle banche, però, cambierebbe la situazione. Il sistema bancario risulterebbe maggiormente tutelato, perché le banche per finanziarsi presso la banca centrale nazionale cederebbero titoli denominati nella valuta di cui lo Stato ha il monopolio. E, nell’ipotesi di un peggioramento del rating, la banca centrale nazionale non avrebbe bisogno di tagliare l’haircut, chiedendo più titoli in garanzia per la stessa liquidità concessa, dal momento che l’emittente, alla scadenza dei suoi titoli, onorerebbe senza problemi l’impegno al rimborso, esercitando il potere di emissione monetaria. In sintesi, si annullerebbe il rischio di solvibilità.
Tuttavia, il monopolio dell’emissione monetaria appartiene alla Bce e non ai singoli paesi dell’Eurozona. E la Bce non può esimersi dalla valutazione del merito creditizio dei richiedenti, come avviene per un qualsiasi privato che chiede un prestito a una banca.
La domanda è: di fronte a una vulnerabilità così crescente, è da prendere in considerazione una scelta politica, auspicata da più parti, che ripristini il potere di emissione monetaria nazionale.

Seconda parte del paper di Warren Mosler. “I Titoli del Tesoro, quindi, non hanno la funzione di finanziare le spese, ma di fornire un deposito fruttifero per gli eccessi nelle riserve che non vengono ripagate con interessi”

Fonte: Me-mmt Veneto
Qui prima parte: Le 7 frodi capitali dell’economia Neoliberista: il debito pubblico
Nel precedente articolo abbiamo sfatato il falso mito del debito pubblico. Ricapitoliamo il concetto fondamentale: per uno stato monopolista della sua valuta, il cosiddetto “debito pubblico” non è affatto un reale debito che deve essere onorato tassando i cittadini, bensì rappresenta un mero dato contabile, la somma delle differenze annuali tra ciò che il governo spende (creando dal nulla) e ciò che incassa (con la tassazione o altri tipi di entrate).
In questo tipo di situazione risulta chiaro che il “debito” del governo (G) rappresenta l’attivo del settore non governativo (NG), se G sarà in condizione di deficit (uscite maggiori delle entrate), NG sarà necessariamente in una condizione di surplus (entrate maggiori delle uscite).
Ne consegue che, per uno stato a moneta sovrana, il debito è un dato contabile che non deve mai essere onorato, anzi, per aumentare la ricchezza finanziaria di NG, tale dato dovrà sempre aumentare. Come afferma l’economista Wynne Godley, un determinato flusso deve necessariamente partire da una parte e arrivare ad un’altra; se un attore economico sta spendendo di più di quanto guadagna, necessariamente ci dovrà essere un altro soggetto che sta guadagnando di più di quanto sta spendendo.
Anche in questo caso ci sono d’aiuto gli stessi dati del Fondo Monetario Internazionale, che testimoniano come il surplus del settore NG (privato) necessariamente corrisponde al deficit di G.

Saldi settoriali Italia.
 Saldi

Pertanto, come ben visibile sopra, una riduzione del deficit pubblico porterà necessariamente ad una riduzione del surplus del settore privato.
Consideriamo ora il caso delle tasse.
Provi il lettore a chiedersi: da dove viene tutta la ricchezza finanziaria con la quale noi possiamo risparmiare, realizzare acquisti, pagare le tasse?
Dal momento in cui, come abbiamo visto nella prima parte di questa serie, il settore NG non può creare ricchezza finanziaria al netto (ma solo scambiarsela), tale ricchezza potrà derivare solamente da un primo atto di spesa da parte del monopolista della valuta, ossia, il governo a moneta sovrana.

Tasse per uno stato a moneta sovrana.
Tasse

Il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale sono infatti le uniche entità che possono creare denaro (si ricorda che le banche possono solo creare dei crediti, non reali riserve bancarie).
G, prima di poter raccogliere la sua valuta, dovrà quindi prima spenderla creandola dal nulla, esattamente come un distributore di biglietti dello stadio dovrà consegnare al pubblico gli stessi prima di poterli raccogliere.
Nella situazione di stato a moneta sovrana le entrate da parte di G non possono matematicamente pertanto assolvere alla funzione di finanziamento della spesa pubblica. G dovrà necessariamente spendere a deficit per permettere a NG di godere di ricchezza finanziaria al netto e, pertanto, sia le entrate fiscali che quelle dei titoli rappresentano di fatto una distruzione della valuta dello stato, che andrà a diminuire quei “meno” che lo stesso ha generato all’atto della spesa, ma mai potranno essere superiori alla stessa (nessuno stato al mondo si trova in condizione di “credito pubblico”).
Si legga a tal proposito anche il paper dell’economista MMT Stephanie Bell (Kelton) riportato al seguente link:
https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2012/12/%C3%88-possibile-che-tasse-e-titoli-finanzino-la-spesa-pubblica-Kelton.pdf
Ne deriva pertanto che per uno stato a valuta sovrana non esistono reali vincoli finanziari (se trascuriamo quelli di natura politica o ideologica) e in una situazione di crisi economica potrà agire sulla leva fiscale abbassandola al fine di consentire una sufficiente domanda aggregata (potere d’acquisto) per favorire lavoro ed occupazione (o in alternativa potrà alzare la spesa pubblica lasciando invariata la tassazione). Questa è la reale funzione del deficit dello stato.
Chiaro che in una condizione di non sovranità monetaria, quei “meno” che lo stato genera all’atto della spesa rappresentano una reale passività che esso contrae con il settore finanziario e in questo caso, rappresenteranno un reale debito che dovrà essere onorato per non incorrere nelle “punizioni” dei mercati dei capitali (alti tassi di interesse o speculazioni). L’Italia e tutti i paesi dell’Eurozona oggi si trovano in tale sciagurata condizione (ricordiamo che la Banca Centrale Europea per statuto non può finanziare i deficit dei paesi dell’Eurozona).
A questo punto sorge spontanea la domanda sul perché lo stato a moneta sovrana tassa e vende titoli, dal momento che tali operazioni non sono vincolanti riguardo la sua capacità di spesa.
1) Di nuovo torna utile l’esempio del venditore di biglietti: provi il lettore a riflettere sul reale valore che questi semplici pezzi di carta avrebbero se, per quanto riguarda ad esempio i partecipanti ad un concerto, nessuno si prendesse la cura di passare a ritirare i biglietti consentendo in tal modo l’ingresso delle persone nel locale. Di fatto questi continuerebbero a rimanere dei pezzi di carta senza alcun valore, dal momento in cui nel locale del concerto potrebbe di fatto entrare chiunque e nessuno sarebbe interessato a spendere denaro guadagnato col sudore al fine di acquistare gli stessi.
Allo stesso modo, uno stato che spenda il suo denaro ma poi non ne pretenda il riscatto (la riscossione), di fatto emette semplice carta straccia o bit elettronici (numeri sui conti correnti) di alcun valore, dal momento in cui nessuno sarebbe obbligato ad accettare la valuta dello stato per poter eseguire tutte le transazioni economiche; tutti potrebbero inventarsi anche altri metodi o altre valute e lo stato potrebbe sfaldarsi in una serie di zone franche. In prima istanza la funzione delle tasse è quindi quella di dare valore alla valuta del governo, in quanto tutti gli attori economici di quello stato, al fine di non incorrere nelle sue sanzioni, sono interessati a procurarsi la stessa.
2) In seconda istanza, si rammenta che la spesa a deficit del governo necessariamente innalza le attività finanziarie del settore non governativo e questo fatto è positivo nella misura in cui l’aumento della domanda aggregata che ne risulterà sarà coperto da un pari aumento dell’offerta di beni e servizi producibili da una determinata economia. Una volta superata la massima capacità possibile di offerta in quel sistema, ecco che l’aumento ulteriore della domanda può risultare inflattivo, cioè si tradurrà semplicemente in un innalzamento del prezzo dei beni e dei servizi che in aggregato non aumenteranno. Ecco che in tale situazione può risultare utile che il governo innalzi la tassazione e quindi abbassi il suo deficit, al fine di calmare un’economia che corre troppo, mentre, in condizioni opposte (eccesso di offerta rispetto alla domanda di beni e servizi) dovrà compiere l’operazione opposta, ossia, innalzare il deficit. A tal riguardo si cita il seguente articolo scritto da Beardsly Ruml (dirigente della Banca federale di New York durante la Seconda Guerra Mondiale):
La Guerra ha insegnato al governo (e il governo ha insegnato alle persone) che la tassazione federale ha molto a che vedere con l’inflazione e la deflazione, con i prezzi che devono essere pagati per le cose che sono acquistate e vendute. Se le tasse federali sono insufficienti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto nelle mani delle persone verosimilmente può risultare maggiore rispetto alla produzione di beni e servizi con la quale questa domanda di acquisto può essere soddisfatta. Se la domanda diviene troppo grande, il risultato sarà un aumento dei prezzi e non ci sarà un proporzionale aumento nella quantità di beni in vendita. Questo vorrà dire che il dollaro sarà valutato meno di quello che era prima e questa è inflazione. D’altro canto se le tasse federali sono troppo pesanti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto effettivo nelle mani del pubblico sarà insufficiente per acquistare dai produttori di beni e servizi tutte le cose che essi vorrebbero realizzare. Questo si tradurrà in disoccupazione diffusa […]. I dollari che il governo spende diventano potere di acquisto nelle mani delle persone che li hanno ricevuti. I dollari che il governo preleva con le tasse non possono essere spesi dalle persone e pertanto questi dollari non possono più essere utilizzati per acquistare i beni disponibili alla vendita. La tassazione pertanto è uno strumento di primaria importanza nell’amministrazione di ogni politica fiscale e monetaria. (Ruml 1946, 36)
E’ interessante notare che l’articolo di Ruml aveva come titolo “Le Tasse come entrate sono obsolete”, riconoscendo correttamente che la “guerra della finanza” ha insegnato che le tasse sono importanti per altri scopi, non per finanziare la spesa del governo sovrano.
3) Ci altri altre motivazioni per cui l’utilizzo della tassazione è utile, ad esempio per incentivare i comportamenti virtuosi (raccolta differenziata, comportamenti ecosostenibili) e per disincentivare quelli scorretti (fumo, inquinamento, ecc.) o per evitare la formazione di oligopoli finanziari in grado di spodestare il governo di uno stato democratico e anche qui gli esempi possono essere tra i più disparati possibili. Si pensi al ruolo della finanza e delle grandi lobbies che di fatto ci hanno portato all’interno della tragica Europa in cui oggi viviamo e dall’alto la governano.
4) La funzione dei titoli è invero assai più complessa e ha a che fare con il controllo del tasso di interesse interbancario a breve termine (tasso di interesse overnight negli USA), un importante tasso di riferimento sul quale si basano gli interessi dei crediti bancari all’economia reale, compresi i mutui.
Dal momento in cui la spesa a deficit del governo innalza il livello delle riserve bancarie e le banche sono obbligate per legge a presentare alla fine di ogni giorno un determinato saldo di riserve che devono detenere presso la banca centrale, di fatto si scatena una concorrenza al ribasso tra le banche nel prestarsi queste riserve presenti in eccesso nel sistema, mentre una loro scarsità dovuta ad operazioni di surplus da parte del governo farà si che i tassi di interesse si innalzino (sono presenti meno banche con eccessi di riserve rispetto quelle obbligatorie). Su queste riserve la Banca Centrale paga un interesse pari a zero o comunque molto basso e, per evitare che il tasso di interesse interbancario tenda a zero, il governo venderà dei titoli proprio per drenare gli eccessi di riserve presenti nel sistema (il tasso di interesse interbancario non potrà scendere al di sotto dell’interesse pagato sui titoli di stato).
Un’ottima descrizione di questo meccanismo viene fornita dall’economista Bill Mitchell in questa serie di articoli:
https://mmtitalia.info/la-spesa-a-deficit-101-parte-1/ 
https://mmtitalia.info/la-spesa-a-deficit-101-parte-ii/
https://mmtitalia.info/spesa-a-deficit-101-parte-3/
Da notare che in questo caso il ruolo della vendita di titoli statali non è affatto incontrovertibile, dal momento in cui la Banca Centrale può benissimo decidere di innalzare il tasso di interesse overnight alzando il tasso che essa paga sulle riserve. Come giustamente riportato nel nostro “Programma di Salvezza Economica Nazionale”, i titoli di stato sono uno strumento obsoleto che nei moderni sistemi monetari non ha più alcun senso utilizzare.
Di seguito si riporta un esempio di come l’aumento del deficit pubblico in uno stato a moneta sovrana di fatto abbassa l’interesse pagato sui titoli di stato, non l’innalza come erroneamente ritiene l’economia neoclassica (di seguito l’andamento del debito pubblico nel Regno Unito, sommatoria dei deficit annui):

Rend

Come si finanziava il governo (cioè come il Tesoro finanziava la propria spesa) prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia

Se hai fatto una pensione integrativa; se hai aderito o ti dicono di aderire a un fondo pensione privato; se quando, con l’apertura del servizi dopo la finale ratifica del Trattato GATS (nessuno di voi sa cosa sia ma non importa ora) arriveranno in Italia 2 mila Corporations di private insurance e tu ti farai la pensioncina privata tutta tua e sicura, fuggendo da quell’abominio dello Stato (bleah…!) ecc. ecc., insomma se tutto questo ti riguarda leggi bene.
Tu ti fai la pensione privata, e a chi li dai i tuoi soldini? All’azienda finanziaria che ti offre le migliori condizioni. Ok. E questa cosa fa? Li investe per farti rendere la tua pensione. Ok. E dove li investe? Vengono a casa tua e ti fanno vedere la tortina. “Lei Sig. Micucci ha un 70% in obbligazioni, un 12% in azionario, il resto l’abbiamo distribuito su corporate bonds. E’ sicuro.”. E  tu non c’hai capito una mazza ma per non fare la figura del coglione sorridi. Ora io ti dico una cosa.
I fondi pensione privati hanno quest’abitudine d’investire quote piuttosto sostanziose della tua tortina-pensione in titoli di Stato. Ora, metti che investono 70 soldi suo tuoi 100 soldi in titoli. Tu sarai fortunato se quei titoli a lungo termine renderanno tassi d’interesse piuttosto alti, se non che cavolo guadagna il tuo gruzzolo? Col rimanente 30% in azionario e titoli corporate (di aziende) c’è poco da sperare, perché sono rischiosi. Non scherziamo. Ok, quindi almeno la parte sicura della tua pensione integrativa/privata è appesa a quei titoli di Stato. Se rendono interessi bene, se no male per te.
Ora tu che vivi a Poggibonsi o a Comacchio, sai cosa sta succedendo al mercato mondiale dei titoli di Stato? Due cose. La prima è che c’è una parte di quel mercato che in effetti rende interessi da sogno alla tua integrativa, e sono i titoli italiani e spagnoli sostanzialmente, che oggi ti danno un 4+% o 5+%. La seconda è che però le finanziarie tendono ad andare sul sicuro e quindi ti mettono i soldini in titoli tedeschi, inglesi, o USA e Giappone. I rendimenti di quei titoli sono bassini al momento. E questo non sarebbe la tragedia. La tragedia è un’altra.
Il fatto è che ora la Cina si è messa in mente di risparmiare. WOW! Sono quasi un miliardo e mezzo. Risparmiare vuole dire che i cinesi prendono ampie percentuali delle valute straniere che accumulano con il loro colossale export e le re-investono in titoli di Stato internazionali. Ma sono scemi i cinesi? Nooo! Investono in titoli USA, GB, Germania e altri virtuosi, perché non ci tengono a rischiare di perdere tutto con un default dell’Italia o della Spagna. Ma tu devi sapere che più uno compra i titoli di una nazione, meno quel titolo rende in interessi. Finisce così che la Cina, con la sua folle corsa a comprare titoli di Stato, sta azzerando i rendimenti di molti dei titoli che tu hai comprato attraverso il tuo fondo pensione. E questo cosa implica?
Che tu per avere un rendimento decente per permetterti una pensione decente in futuro è meglio che fai una bella chiacchierata col tuo promotore finanziario, fidati. La domanda che ti suggerisco è: ma i miei soldi sono in titoli appetibili anche ai cinesi? Se lui risponde di sì, cambia titoli, e vai a rischiare la tua pensione su titoli di Paesi a rischio (ma non era meglio la vecchia INPS?). Per tua info i cinesi stanno investendo in titoli di Africa, Sud America, USA, Giappone e Germania (solo in parte). Have a good day.
p.s. c’è un nuovo partito vincente in Italia che predica l’abolizione di tutto o parte del debito pubblico italiano. Questi capiscono di bilanci dello Stato come voi della struttura proteica dell’amigdala cerebrale, ma ciò che è grave è che abolire il debito pubblico italiano (o parte) significa precisamente tassare il settore privato (te, la tua azienda, famiglia) per la medesima cifra (l’investimento nei titoli aboliti da Grillo e tutti i rendimenti), e penalizzare anche i fondi pensione, se contengono titoli italiani. Have a good day.
FONTE: http://www.paolobarnard.info/
 

Quando un governo non sovrano chiede soldi in prestito, emette un titolo di credito (IoTiDevo) in cambio di un deposito bancario che le servirà per spendere