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Di Marco Cavedon (postato il 09/10/2018)
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/10/09/nota-di-aggiornamento-al-def-2018/

Puntuali anche quest’anno arriviamo alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF), che il governo è tenuto a presentare alle istituzioni dell’Unione Europea in vista della stesura della Legge Finanziaria prevista per fine anno.
Si tratta di una delle procedure previste dal Semestre Europeo, una serie di regole entrate in vigore dal 2010 con l’obiettivo dichiarato di favorire il coordinamento in ambito economico delle diverse nazioni europee. Questo tradotto in termini concreti significa ulteriori cessioni di sovranità in ambito UE e l’impossibilità da parte dei singoli stati di varare in autonomia manovre a seconda della specificità della situazione economica di ciascun paese.
Ma come si raffronta il nuovo governo Lega e Movimento 5 Stelle con questo importante appuntamento, in cui è chiamato a comunicare alla popolazione italiana le manovre che intenderà mettere in atto per rispondere alle sue esigenze ?
Purtroppo in questo come in molti altri casi il nuovo governo, soprattutto per quanto riguarda la componente della Lega, non sta affatto mantenendo le promesse fatte per anni di tutelare in primis l’interesse della nostra nazione e lo vediamo dai seguenti dati, tratti proprio dalla Nota di Aggiornamento al DEF 2018 appena pubblicata.
indicatori_def_2018
Per l’anno in corso viene certificata una drastica riduzione del deficit pubblico all’1,8% del PIL, per poi concedere un lieve respiro per il 2019 (2,4% del PIL, lo stesso valore del 2017) e ritornare quindi a ridurre sia deficit che debito fino al 2021. Chi legge questo blog sa cosa significa in verità il deficit ed il debito pubblico in macroeconomia e pertanto le manovre economiche che il “nuovo governo” si appresta a varare non saranno per nulla efficaci per il sostegno della nostra economia, anzi.
Una spesa a defcit (e cioè un conferimento di risorse al settore privato) pertanto del tutto insufficiente per determinare una solida ripresa della nostra economia e risolvere tutta una serie di problemi , quali la povertà dilagante ed in aumento, la differenza di disoccupazione tra nord e sud Italia, una tassazione molto elevata che soffoca domanda ed investimenti. Tanto per citare un dato, la sola flat tax promessa dalla Lega in campagna elettorale comporterebbe un deficit da parte dello stato pari a circa 63 miliardi, mentre il deficit totale promesso per il 2019 non ammonta nemmeno a 44 miliardi. Il tutto senza calcolare le spese extra necessarie per la riforma del sistema pensionistico (che il Governo stima costerà come minimo 6-8 miliardi), il reddito di cittadinanza promesso dal Movimento 5 Stelle (che costerebbe almeno 16 miliardi), le centinaia di miliardi di euro che sarebbero necessari per la ricostruzione delle zone distrutte dai terremoti, la riqualificazione degli edifici in funzione antisismica, una manutenzione efficace delle nostre infrastrutture, cosa più che mai necessaria dati anche i recenti fatti di cronaca e le ingenti risorse necessarie per garantire pensioni dignitose a tutti.
Quel che è ancora peggio è il dato previsto per l’avanzo primario, che considera le entrate meno la spesa pubblica non impiegata per il pagamento dei titoli di debito. Si tratta di risorse che lo stato italiano dall’inizio degli anni ’90 sottrae all’economia reale, per conferirle soprattutto alle grandi banche di investimento nazionali e straniere che prestano il denaro che il governo non più sovrano non può creare dal nulla, arricchendo al netto con la spesa pubblica il settore di famiglie ed aziende. Questo dato è previsto in forte aumento nel 2018, per poi attestarsi ad un valore pressoché pari al 2016 e al 2017 nel 2019 e quindi tornare a salire negli anni successivi.
E che manovre attuerà il governo per continuare a rispettare i vincoli europei ? E’ presto detto. Un contributo verrà infatti dato dalle dismissioni del patrimonio pubblico (leggasi privatizzazioni), come descritto a pagina 6: si parla di entrate per lo 0,3% del PIL (circa 5 miliardi e mezzo) all’anno fino al 2020 ed esse andranno ad alimentare il Fondo di Ammortamento del Debito Pubblico, ulteriore testimonianza di come il governo intende sottrarre risorse all’economia reale per conferirle a quella finanziaria, ovvero ai mercati dei capitali che prestano allo stato ogni singolo euro che spende. E non è una sorpresa, considerando i trascorsi dell’attuale Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona.
Altre entrate e tagli sono descritti in dettaglio nella seguente tavola presa dalla pagina 118 della nota di aggiornamento al DEF 2018. Evidenziamo le principali misure, assieme ad altre tipiche dell’ideologia neoliberista che permea anche l’azione di questo governo.
DEF2018
In conclusione, davvero non delle buone premesse per un governo che si dipinge come “del cambiamento”.
Clicca qui per scaricare e leggere l’intero documento.

di Marco Cavedon fonte http://memmtveneto.altervista.org/articoli/referendum_autonomia.html
Il 22 Ottobre 2017 si sono svolti due referendum consultivi sull’autonomia delle Regioni Veneto e Lombardia, in base quanto previsto dagli articoli 5 e 116 della Costituzione della Repubblica Italiana. La concessione di ulteriori forme di autonomia alle regioni è possibile per alcune competenze dello stato nominate nel comma 2 dell’articolo 117, nonché sulle materie di legislazione concorrente nominate nel comma 3 del medesimo articolo, tra cui rientra anche la voce “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”. In particolare questo punto è molto importante dal momento in cui vari movimenti politici lamentano l’alta tassazione a cui sono sottoposte le regioni del nord più ricche economicamente, che versano ogni anno allo stato centrale più di quanto ricevono dallo stesso (il cosiddetto residuo fiscale, vedi qui).
I risultati di tali consultazioni sono stati in entrambi i casi positivi, soprattutto in Veneto dove è stato superato il “quorum” del 50% degli aventi diritto al voto ed i SI’ sono stati quasi unanimi (vedi qui).
In molti tuttavia travisano il significato del termine “autonomia fiscale”, dal momento in cui si ritiene che il denaro venga prodotto grazie alla laboriosità del sistema produttivo privato all’interno di un dato territorio e di conseguenza lo stato si impossessa delle risorse, per spenderle nelle regioni più povere o meno produttive e questo viene generalmente visto come un qualcosa di negativo, una forma di assistenzialismo che alla fine non permette a queste aree di godere di un vero sviluppo.
In questa sede non ci occuperemo di affrontare il problema appena accennato (invero assai complesso e per nulla scontato), ma di chiarire quali sono le reali condizioni per cui si possa parlare di vera autonomia fiscale.
Ebbene, questa ci può essere solo con sovranità monetaria, dal momento che in condizioni normali è lo stato che emette la valuta tramite una banca centrale e non il settore privato. Si travisa quindi da parte di questi movimenti politici che parlano di residuo fiscale e di autonomia il reale significato della moneta, in quanto un vero stato sovrano prima di raccogliere i soldi con le tasse deve necessariamente spenderli, conferendoli al settore privato non governativo di più di quanto tassa per generare il suo attivo e solo questa può essere la via attraverso la quale un governo può far prosperare l’economia di una determinata comunità.
Va tuttavia precisata l’attuale condizione dello stato Italia. Oggi non siamo più sovrani di una nostra moneta e tutti i soldi che il governo centrale spende è costretto a chiederli in elemosina ai mercati dei capitali privati, i soli che possono essere finanziati direttamente dalla Banca Centrale Europea in base al Trattato di Maastricht. Le regole europee impongono altresì restrizioni ai deficit e al debito pubblico, con conseguente diminuzione dell’attivo del settore privato ed alta tassazione che deprime sia le aree povere che quelle ricche del paese.
Ecco che in tale condizione anche un referendum che chiede più autonomia (anche se non dal punto di vista monetario ma delle tasse) può essere utile. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Italia nuovamente sovrana della sua lira e libera dai trattati europei, con la possibilità di spendere in deficit e di lasciare sul territorio con la spesa pubblica più soldi di quanti ne distrugga con la tassazione. Ricordiamo che uno stato sovrano prima emette la sua moneta e solo dopo tassa e non certo per finanziare la sua spesa, ma per regolare l’economia, abbassando il deficit se la domanda è maggiore della capacità produttiva, innalzandolo se i prodotti non vengono venduti ed aumenta la disoccupazione.
Uno stato sovrano non ha alcuna necessità di tassare a morte le aree ricche del paese per aiutare quelle più povere e ciò può essere anche controproducente, primo perché ribadiamo che le tasse con sovranità monetaria non hanno la reale funzione di finanziare la spesa pubblica, secondo perché questo può far sì che le zone più ricche sviluppino meccanismi basati su politiche di alta competitività con contenimento delle pretese salariali e dei diritti dei lavoratori, realtà molto sentita nel Veneto la cui economia è costituita soprattutto da piccole e microimprese sotto i 10 dipendenti (vedi qui), per le quali mai si sono applicate le tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Bene pertanto in tali condizioni spronare lo stato a stracciare i trattati europei per applicare una maggiore spesa a deficit e tutelare la domanda interna, la componente maggioritaria del PIL di tutti i paesi avanzati e la sola che può far sì che le aziende non si gettino nella gara al massacro della competitività globale, al fine di esportare beni che saranno goduti da altri e non dalla nostra popolazione.

Traduzione di Marco Cavedon
MMT 101: Una Replica Alle Critiche.
Postato il Primo Dicembre 2013 da Devin Smith.

Redatto da Eric Tymoigne e L. Randall Wray
Questa è la prima parte di una serie di sei nel corso della quale parleremo delle critiche alla MMT. Come già sanno i lettori del nostro blog, i nostri critici continuano a sollevarci le medesime ripetitive obiezioni. Loro screditano la MMT attribuendoci affermazioni che non abbiamo mai fatto. Loro prendono le nostre parole e le distorcono per costruire uno spaventapasseri che poi tentano di distruggere. Non importa quante volte noi rispondiamo ad una particolare critica, loro ci riprovano sempre riutilizzando sempre i medesimi argomenti. Warren Mosler è solito utilizzare l’analogia col videogioco “Colpisci lo Scoiattolo”: ne colpisci uno ma ne riappare sempre un altro.
Anche se sappiamo che è un’impresa estremamente ardua e inutile cercare di disilludere i critici dei loro adorati e fasulli argomenti, riteniamo che sarebbe utile per coloro che si avvicinano alla MMT con meno pregiudizi avere alla portata di mano le risposte a cinque categorie di critiche.
Oggi forniremo un’introduzione a questa serie di critiche che tratteremo. Ognuno dei successivi 5 post le affronterà ad una ad una. Forniremo anche una lista delle fonti utilizzate per tutti gli argomenti che tratteremo.
Per coloro che volessero approfondire, è possibile accedere al seguente link (Levy Institute) per scaricare l’intero paper sul quale è basata questa serie. Coloro che preferiscono documenti di minori dimensioni possono leggere la presente serie di post. Mentre procederemo risponderemo ai commenti e realizzeremo degli aggiornamenti al fine di chiarire l’argomento.
Per coloro che leggono il nostro sito (http://neweconomicperspectives.org/) da più tempo non ci sarà alcuna difficoltà nel seguirci, anche se ciò richiederà molto tempo. La perseveranza sarà una dote necessaria. Cercheremo di essere il più precisi possibile, in quanto “colpire gli scoiattoli” richiede diligenza.
Uno dei maggiori contributi della Modern Money Theory (MMT) consiste nello spiegare perché i governi dotati di una moneta sovrana[1] possiedono una forte flessibilità nell’ambito di una politica economica libera da costrizioni finanziarie.
Non solo essi possono emettere la loro valuta[2] per pagare i debiti pubblici denominati nella loro stessa unità di conto, ma possono anche cambiare le regole in gioco al fine di superare le restrizioni che si autoimpongono per quanto concerne le operazioni di bilancio.
Come tale, questo tipo di governo non è finanziariamente vincolato nelle sue operazioni come invece lo sono le nazioni non sovrane e grazie a questa caratteristica può indirizzare le sue attività al raggiungimento di obiettivi quali la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.
Attraverso una dettagliata analisi delle istituzioni e delle pratiche che riguardano le operazioni fiscali e monetarie del Tesoro e della banca centrale di nazioni quali gli USA, il Brasile, l’Argentina, l’Eurozona e l’Australia, la MMT ha fornito argomentazioni a livello istituzionale ed accademico sul funzionamento interno delle economie dei paesi dotati di sovranità monetaria e di quelli non sovrani (Mosler 1999; Bell 2000; Bell and Nell 2003; Bell and Wray 2002; Wray 1998, 2003a, 2003b, 2003c, 2007, 2012; Fullwiler 2006, 2009, 2011, 2013; Kelton, Fullwiler and Wray 2012; Mitchell and Mosler 2002; Muysken and Mitchell 2008; Rezende 2009).
Le argomentazioni a livello istituzionale riguardano il ruolo del Tesoro nella politica monetaria, il modo in cui la banca centrale attua questa politica, le implicazioni sul bilancio patrimoniale delle operazioni del Tesoro e della banca centrale, l’importanza delle identità contabili nazionali e l’irrilevanza economica – ma non politica – delle costrizioni autoimposte.
Le conclusioni accademiche della MMT riguardano l’utilità nel combinare Tesoro e banca centrale all’interno di un settore che definiremo governativo, le causalità tra i bilanci finanziari macroeconomici desiderati ed effettivi, il ruolo funzionale delle tasse e dei titoli e le relative costrizioni sul governo. Tutti questi elementi istituzionali ed accademici vengono riassunti dall’affermazione secondo la quale i governi con moneta sovrana sono sempre solventi e possono permettersi di acquistare tutto ciò che viene venduto nella loro unità di conto nazionale nonostante potrebbero dover affrontare costrizioni a livello di inflazione e politiche.[3]
La MMT inoltre ha fornito argomentazioni di politica economica riguardo la stabilità finanziaria, la stabilità dei prezzi e la piena occupazione. Essa afferma che questi sono importanti traguardi che devono essere raggiunti indipendentemente da altri, attuando politiche strutturali che funzionino indipendentemente dal clima politico attuale e che gestiscano il più direttamente possibile gli obiettivi che devono essere raggiunti. La MMT rigetta la tradizionale scelta tra inflazione e disoccupazione e non fa affidamento sulla crescita economica in stretta sintonia con il raggiungimento della piena occupazione, che sono visti come obiettivi di politica economica indipendenti.

Le critiche alla MMT possono essere classificate in 5 categorie:

  1. le considerazioni circa l’origine della moneta e il ruolo delle tasse nell’accettazione della valuta del governo;
  2. le considerazioni in ambito di politica fiscale;
  3. le considerazioni sulla politica monetaria;
  4. la rilevanza delle conclusioni della MMT per le economie in via di sviluppo;
  5. la validità delle raccomandazioni di politica economica della MMT.

Questa serie di articoli si dedica a ciascuna di queste categorie utilizzando l’approccio a circuito e le identità contabili nazionali e aggiungendo progressivamente altri settori economici.
La seconda parte di questa serie si focalizza sul settore governativo. Il post dimostra l’importanza delle tasse per il regolare funzionamento di un governo che basa le sue attività su un sistema monetario e comincia con la trattazione dell’ipotesi del consolidamento (tra Tesoro e Banca Centrale, NdM).
La terza parte si concentra sull’economia del settore privato nazionale e descrive alcune conclusioni sulla condotta della politica fiscale e la corretta gestione del bilancio delle entrate da parte del governo.
La quarta parte aggiunge la figura della banca centrale e studia le interazioni tra la stessa, il Tesoro e  l’economia privata.
La quinta parte aggiunge il settore estero e studia l’impatto della politica fiscale, il ruolo dei regimi che si basano sul tasso di cambio (tra valute) e il livello di sviluppo di una nazione.
Il post finale si concentra sul contesto politico e sulle conclusioni dell’MMT.
Qui forniremo una descrizione molto breve delle basi della MMT che vi aiuterà a seguire l’esposizione che svilupperemo nei prossimi articoli.
Consideriamo l’approccio circuitista post keynesiano Francese – Italiano particolarmente utile nel far comprendere il punto che il denaro necessario per la spesa deve venire da qualche parte. Molti riconoscono che per finanziare un acquisto una persona deve utilizzare una precedente entrata, oppure vendere un asset (attività finanziaria, NdM) o ricorrere ad un prestito.
A livello individuale questo certamente è vero. Tuttavia il denaro che deriva dalle entrate affluisce nello stesso modo in cui le ricevute derivanti della vendita di asset necessariamente devono venire da qualche parte – e un regresso all’infinito non è logicamente possibile. La tipica fonte divina neoclassica della finanza è il risparmio – ma se il risparmio viene considerato nella sua forma finanziaria (denaro e non beni reali NdM) deve prima essere stato generato da qualcun altro che ha speso e si ritorna nel regresso all’infinito.
Quindi, quando il circuito inizia con un prestito bancario per finanziare l’acquisto di prodotti (utilizzati per la generazione di altri prodotti) tutti i problemi di logica vengono risolti.
La spesa e la creazione di “denaro” nella forma di un deposito bancario sono legate. E’ meglio pensare a queste come voci di un bilancio patrimoniale: la banca accetta l’ITD (Io Ti Devo, cioè un debito, NdM) del debitore ed accredita la sua richiesta di deposito (realizza un prestito, NdM). L’ITD del debitore viene compensato dall’accredito presso il suo deposito (conto corrente, NdM). La spesa semplicemente sposta il deposito richiesto a un venditore. La moneta viene creata “in modo endogeno” (dentro il sistema privato, NdM) per finanziare la spesa.
Più tardi, quando i prestiti vengono ripagati, sia il deposito richiesto che l’ITD del debitore vengono addebitati – il denaro viene distrutto. Non c’è alcuna magia, alcuna “manna dal cielo”, non c’è separazione del settore “reale” (curva IS, Investimento – Risparmio o  Investment – Saving) dal settore “monetario” (curva LM, Liquidità – Denaro o Liquidity – Money). Come Clower avrebbe osservato, con il denaro si acquistano dei beni e con i beni si acquista denaro ma con i beni non si comprano altri beni. Il baratto non è consentito in quanto prima di spendere bisogna ottenere denaro da flussi in entrata, vendita di asset o richiesta di prestiti. E il denaro deve essere creato da un primo prestito che fa iniziare il ciclo.
Questa è l’idea dietro l’approccio della “moneta endogena” adottato dai Post Keynesiani: i prestiti creano depositi e il ripagamento dei prestiti distrugge i depositi. Molti Post Keynesiani vanno oltre e adottano l’approccio “orizzontale”: sia la fornitura di prestiti che di riserve bancarie sono denaro orizzontale, ad un tasso di interesse amministrato in modo esogeno (Moore 1988). Non dobbiamo qui entrare nei dettagli di questo approccio, né un lettore deve accettare una fornitura orizzontale (solo a livello di settore privato, NdM) di depositi e prestiti (noi non lo facciamo!). Il concetto fondamentale è che i prestiti bancari non sono mai limitati dai depositi che affluiscono nelle banche, dal momento che le banche creano depositi quando prestano.
Iniziamo con un semplice schema del circuito.

Fig 1
Qui la banca fa un prestito ad un’impresa emettendo un deposito su richiesta; l’impresa assume lavoro dal settore domestico, pagando un salario; la banca addebita il deposito richiesto dall’azienda e lo accredita al settore domestico; la famiglia acquista i prodotti dell’azienda; la banca addebita il deposito della famiglia e accredita quello dell’impresa; e alla fine l’impresa utilizza il deposito richiesto (all’inizio del ciclo, NdM) per ripagare il prestito.
Finché la famiglia non risparmia e i depositi richiesti non possono essere riscattati (non sono convertibili in riserve, ndM), il circuito “si chiude”.
Non ci dedicheremo alla questione del risparmio, del pagamento degli interessi e dei profitti in questa sede – i risultati sono ben conosciuti nella letteratura circuitista.
Ciò che è importante notare qui è il fatto che la banca in questo semplice modello non può “finire il denaro” da prestare. Essa crea il “denaro” (deposito richiesto) quando realizza il prestito. L’unica costrizione è la volontà della banca di prestare e la volontà dei mutuatari di chiedere in prestito.
Il problema certamente è che se c’è più di una banca può realizzarsi un drenaggio (di denaro, NdM) da una all’altra. In questo caso, deve esserci qualcosa da “drenare” – qualcosa per la quale un deposito richiesto possa essere “riscattato” (convertito in riserve, NdM). Aggiungiamo una banca centrale che crei riserve che possano essere usate dalle banche per il clearing (meccanismo di compensazione delle riserve tra le banche, NdM).
Fig 2Fig 3
In questo caso ci chiediamo: ”Da dove vengono le riserve ?”. La banca centrale le ottiene dalle banche private ? Certamente no; deve prima essere lei che “le spende o le presta” e in questo modo le crea. Le riserve sono passività della banca centrale, create sia attraverso prestiti che con l’acquisto di asset. Può la banca centrale “finire mai il denaro”, cioè le sue stesse riserve ? No, può sempre crearle se richieste.
In generale, come sappiamo, le banche devono raggiungere dei requisiti di riserva e le banche utilizzano le riserve per il clearing. A questo punto entrano in gioco le “riserve orizzontali”: ogni banca centrale che amministra un obiettivo per il tasso di interesse overnight (letteralmente “durante la notte”, cioè da un giorno al seguente, è il tasso di interesse dei prestiti interbancari a breve termine, NdM) deve fornire delle riserve su richiesta – altrimenti perderebbe il controllo del tasso di interesse. Nella letteratura Post Keynesiana si afferma che la politica della banca centrale “soddisfa” sempre la richiesta di riserve. Dato che questa domanda è fortemente legata al tasso di interesse (controllato dalla banca centrale, NdM), c’è poco spazio per “errori” da parte della banca centrale. Essa deve soddisfare più o meno esattamente la richiesta.
Crediamo che questo punto di vista sia ora largamente condiviso anche dal pensiero economico ortodosso: le moderne banche centrali operano con un obiettivo di tasso di interesse overnight e soddisfano la richiesta di riserve da parte delle banche al fine di mantenere costantemente questo obiettivo.
Tutto ciò è ormai assodato e non è oggetto di controversie (o non dovrebbe esserlo).
LA MMT PORTA LO STATO ALL’INTERNO DEL CIRCUITO.
Che cosa introduce l’MMT ?

  1. La moneta unità di conto, perlomeno oggi, è virtualmente sempre denaro dello stato – ad esempio il “dollaro” è la valuta scelta dalle autorità (degli Stati Uniti d’America).
  2. Le autorità emettono la valuta, che è costituita da banconote e monete denominate in quella unità di conto e la banca centrale (che sia o meno legalmente indipendente) emette le riserve delle banche nella stessa unità di conto.
  3. Le autorità impongono le tasse e altre obbligazioni nella stessa unità di conto e accettano le loro stesse passività (banconote, monete e riserve che tutte insieme costituiscono denaro ad alto potenziale – High Powered Money o HPM) come mezzi di pagamento allo stato.
  4. Le autorità emettono HPM denominato nella stessa unità di conto quando spendono.
  5. Le autorità vendono altri tipi di passività (generalmente di più lungo termine) denominate nella stessa unità di conto, accettando i loro stessi Io Ti Devo (ITD) ad altro potenziale (il denaro che loro per prime hanno speso, NdM) come pagamento.

Dovremmo pertanto insistere sul fatto che ogni circuito moderno dovrebbe accettare che il “denaro delle banche” creato all’inizio del ciclo è denominato nell’unità di conto dello Stato. In più è necessario riconoscere che le banche utilizzano HPM per il clearing (più in specifico la porzione di HPM per il pareggiamento delle riserve) e quindi anche l’intero circuito dovrebbe cominciare con HPM. Crediamo che ciò sia ora accettato da economisti circuitisti quali Parguez e Seccareccia che esplicitamente hanno messo lo Stato all’interno del circuito. (Parguez 2002, Parguez e Seccarrecia 2000).
Lo scopo finale che spesso ci prefiggiamo è quello di dimostrare che fin dall’inizio le autorità impongono un’obbligazione (contributi, multe, tasse) per assicurare che il loro HPM venga accettato, tuttavia qui non parleremo di ciò.
Espandiamo il nostro semplice modello utilizzato sopra includendo il governo. Assumiamo in prima istanza il caso di un’economia molto semplice, con un governo che emette la sua valuta e impone una tassa che deve essere pagata con questa valuta. Questo sarebbe stato il tipico caso di circa due secoli fa quando i governi emettevano monete o addirittura dei bastoncini (come unità di conto) e le spendevano direttamente nei loro acquisti dal settore non governativo. (Più tardi vedremo la questione del consolidamento tra banca centrale e tesoro, che fa impazzire molti dei nostri critici).
Fig 3
Ora la domanda è, da dove viene il denaro ? E’ per caso manna che viene dal cielo ? E’ per caso parte di una iniziale dote fatta all’umanità ? Viene per caso in prima istanza da coloro che pagano le tasse? Chiaramente la risposta è no. Viene dallo Stato, dal momento che si tratta di un ITD (Io Ti Devo) dello Stato denominato nella sua unità di conto. Può questo governo “finire mail il suo denaro” – la sua stessa valuta sottoforma di monete o bastoncini? Chiaramente no. Deve esso “prendere in prestito” la sua stessa valuta prima di poterla spendere ? No. Ha bisogno delle entrate delle tasse prima di poter spendere ? No. Esso spende la sua valuta creandola dal nulla.
Allarghiamo ora l’analisi. Includiamo una banca centrale che emette riserve, così adesso abbiamo “denaro ad alto potenziale (HPM)” costituito sia da moneta che da riserve. Se la moneta viene depositata presso una banca, questa la trasmette alla banca centrale per ricevere un accredito al suo conto di deposito riserve; la banca centrale detiene la moneta come un asset in contropartita alle riserve che ha emesso (che è una sua passività).
Ora ci sono due vie ovvie attraverso le quali l’HPM viene immesso nell’economia: la spesa dello stato ed i suoi prestiti. Le banche non possono entrare in possesso di HPM per il clearing (o per raggiungere i requisiti di riserva) a meno che lo Stato per primo non abbia speso o prestato denaro HPM creandolo dal nulla. Notate l’analogia col caso dei depositi bancari: la banca per prima deve spenderli o prestarli al fine di crearli. Abbiamo già osservato che tra i Post Keynesiani assolutamente non c’è disaccordo fino a questo punto dal momento in cui siamo consapevoli che “i prestiti creano depositi” – il punto di vista comune secondo il quale le banche si siedono e aspettano che arrivi un deposito prima che possano realizzare un prestito deve avere la sequenza logica invertita. E’ anche corretto affermare che lo Stato deve spendere o prestare il suo HPM creandolo dal nulla prima che banche, imprese o famiglie possano entrare in possesso di monete, banconote o riserve bancarie.
Fig 4
Possiamo complicare la cosa ulteriormente. Assumiamo che il Tesoro utilizzi la Banca Centrale come fosse la sua banca. I pagamenti sono fatti dalla Banca Centrale in nome del Tesoro e la Banca Centrale riceve i pagamenti delle tasse per il Tesoro. Assumiamo che ciò avvenga pagando e ricevendo banconote della banca centrale, come mostrato nello schema di cui sopra.
Si noti che abbiamo escluso dal diagramma il pagamento dei salari da parte dell’imprenditore, che permette ai lavoratori di pagare le tasse. Avrebbe complicato lo schema – si può immaginare che c’è anche un circuito che parte dall’imprenditore che paga i salari e si chiude con il lavoratore che spende per i consumi.
Può il governo “finire i soldi” per spendere? No. La banca centrale può emettere banconote per pagare l’imprenditore (ciò rappresenta un “avanzo” nei confronti del Tesoro) e riceve le banconote come pagamento delle tasse. Il governo ha bisogno delle entrate delle tasse prima di poter spendere? No. Esso spende per primo.
Infine, includiamo le banche private così che i pagamenti del governo vengano eseguiti staccando degli assegni bancari che i destinatari depositano nelle loro banche. Le banche inviano gli assegni alla banca centrale per ricevere degli accrediti nelle loro riserve. Per semplicità assumeremo che l’imprenditore e il lavoratore che paga le tasse utilizzino la stessa banca. Certamente se ciò non avviene, allora dobbiamo fare riferimento allo schema sopra che mostra il meccanismo del clearing tra le banche (che avviene) utilizzando il bilancio patrimoniale della banca centrale (le riserve che essa genera al netto, NdM).
Fig 5

Per entrare un pò più nel dettaglio, quando il Tesoro vuole spendere, emette una passività (un buono, moneta, un titolo) nei confronti della Banca Centrale, che accredita il deposito richiesto. Per spendere il Tesoro “stacca un assegno” per un imprenditore.
L’imprenditore deposita l’assegno presso la Banca 1 (che riceve un accredito di riserve) e assume forza lavoro per adempiere ai suoi obblighi con lo Stato (per poter pagare le tasse, NdM); il lavoratore poi riceve dei salari sottoforma di accrediti del suo conto di deposito (presso la banca 1, NdM) e utilizza questo deposito per acquistare prodotti e pagare le tasse. Quando le tasse vengono pagate, le riserve della Banca 1 vengono addebitate. La spesa del governo aggiunge riserve, mentre le tasse addebitano le riserve.
Per concludere: può il governo “finire i soldi” in questo semplice modello? Ancora, la risposta è no. Deve attendere le entrate delle tasse prima che possa spendere? Ancora no, in verità il governo deve spendere (o prestare) HPM creandolo dal nulla prima che le banche possano eseguire pagamenti alla banca centrale nel nome di coloro che pagano le tasse.
Anche se le banche nel nostro modello possono sempre accreditare i conti di deposito di coloro che pagano le tasse (così essi possono scrivere assegni per pagarle), tuttavia le stesse non possono creare riserve da addebitare quando le tasse vengono pagate attraverso la banca centrale. Finché la banca centrale è disposta a fornire riserve su richiesta (come deve fare dal momento in cui gestisce un tasso di interesse a livello orizzontale (del settore non governativo, privato – NdM)), essa presterà o spenderà (tramite l’acquisto di asset) riserve creandole dal nulla per permettere il pagamento delle tasse anche se il tesoro non sta spendendo.
Noi riconosciamo che nei paesi sviluppati oggi esiste una divisione di responsabilità tra Tesoro e Banca Centrale e che la Banca Centrale in molte nazioni è ufficialmente indipendente dallo Stato. Non andremo a cercare i cavilli per capire fino a che punto la Banca Centrale è legalmente separata dal Tesoro (negli Stati Uniti, ad esempio, non c’è dubbio che la FED fu creata da un atto del Congresso e che sia soggetta alla sua volontà; sul fatto che il Congresso preferisca non esercitare un elevato controllo sulla FED siamo d’accordo).
Ma come prima approssimazione, noi preferiamo consolidare le operazioni del tesoro e della banca centrale; poi le separeremo per un’ulteriore analisi. Spiegheremo in dettaglio più tardi il perché di questa semplificazione e perché non la riteniamo errata.
Per la maggior parte degli scopi, all’utilizzatore di HPM (banca, famiglia, impresa) potrebbe non interessare particolarmente che si tratti di un ITD del Tesoro piuttosto che della Banca Centrale. (Questi ITD) sono quasi perfettamente intercambiabili. Il consolidamento (tra le operazioni del Tesoro e della Banca Centrale, NdM) ci permette anche in prima analisi di chiarire la semplice affermazione secondo la quale gli ITD “Governativi” devono essere spesi o prestati (dal Governo stesso, NdM) al fine di crearli, proprio come avviene per gli ITD bancari. E ciò ci permette di posticipare la discussione sui particolari dettagli operativi su “come il governo realmente spende e presta i suoi ITD creandoli dal nulla”, dal momento che questi meccanismi variano a seconda dell’epoca e delle nazioni. Più tardi torneremo su questi dettagli.
Concludiamo riassumendo il caso più semplice e generale che abbiamo esaminato in questo post. L’emettitore della valuta deve fornirla prima che i suoi utilizzatori (le banche per il meccanismo del clearing, famiglie e imprese per gli acquisti e il pagamento delle tasse) la possiedano. Ciò rende chiaro il fatto che il governo non può sedersi e aspettare le entrate delle tasse prima di poter spendere, nello stesso modo in cui gli emettitori di depositi bancari (le banche) non possono attendere i depositi prima di realizzare prestiti.
Il governo spende o presta HPM creandolo dal nulla e riceve indietro ciò che spende o presta quando le tasse vengono pagate o i debiti nei suoi confronti vengono saldati. Ciò significa anche che al massimo il governo può ricevere indietro in pagamento tanto quanto ha speso o prestato. Nel corso di un certo periodo certamente potrebbe ricevere più o meno di quello che ha speso o prestato nell’arco dello stesso tempo. Ma è impossibile per il governo ricevere pagamenti cumulativi che eccedano la sua spesa e i suoi prestiti totali esattamente come è impossibile per il settore bancario ricevere nel ritiro dei prestiti pagamenti maggiori rispetto ai suoi prestiti cumulativi, come dimostra il circuito. E’ molto più verosimile che il governo riceverà di meno (di quello che ha speso o prestato, NdM) e questo deficit sarà esattamente pari all’accumulo di saldi di HPM detenuti da banche, famiglie e imprese.
Infine, non solo il governo deve spendere o prestare il suo HPM creandolo dal nulla prima che possa ricevere lo stesso come pagamento delle tasse, ma il governo logicamente deve anche spendere o prestare HPM prima che possa prenderlo in prestito. Ciò può sembrare un po’ strano. Ma, richiamando ancora il circuito, possono le banche in aggregato prendere in prestito depositi prima che li abbiano creati? No, devono prestare o spendere (comprare asset, inclusi gli ITD dei loro debitori) creando depositi prima che possano esistere dei depositi da “prendere in prestito”.
Una volta che i depositi esistono, una banca può “prenderli in prestito”, cioè emette una passività che non è un deposito per ottenere lo stesso. Per essere chiari, una banca che ha creato un deposito come passività verso se stessa non “prenderà in prestito” il suo stesso deposito, ma può indurre uno dei suoi correntisti a conferirle un deposito in cambio di qualche altra passività bancaria, come un debito subordinato o una carta commerciale a breve termine (forme di debito non garantito, NdM). Può anche vendere tale debito a correntisti di altre banche, nel qual caso riceverà un drenaggio di compensazione (un afflusso di riserve, NdM) a suo favore. Normalmente questa operazione prenderà la forma di un accredito al suo conto di riserva presso la banca centrale, ma potrebbe essere un deposito in una banca corrispondente (alla banca centrale, NdM): ad esempio le banche dei paesi dell’Inghilterra detenevano presso le banche della città di Londra i depositi che potevano essere utilizzati per il clearing prima della creazione della Banca d’Inghilterra.
Nel caso del governo, il suo prendere in prestito è una sostituzione delle sue passività sottoforma di HPM con altre passività nella forma di cambiali e titoli. Esso deve spendere o prestare il suo HPM creandolo dal nulla prima di poterlo “prendere in prestito” emettendo cambiali e titoli.
Di seguito i riferimenti per l’intera serie di post:
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[1] Nel corso di questo articolo limiteremo l’uso del termine “governo sovrano” al fine di indicare un governo che emette la sua stessa valuta. Come approfondiremo meglio, un governo a moneta sovrana può scegliere tra regimi alternativi di tasso di cambio – fisso, gestito, fluttuante – la qual cosa ha un impatto sullo spazio di politica interna. Un governo che promette di convertire la sua stessa valuta su richiesta ad un tasso di cambio fisso è limitato dalla sua abilità nell’ottenere ciò a cui abbia promesso di convertirla. In questo senso possiamo dire che esso è “finanziariamente vincolato” anche se operativamente non può finire la sua stessa valuta. Il problema è che può essere costretto al default sulla sua promessa di conversione (ad una valuta straniera o ad un metallo prezioso). Per alcuni propositi è utile separare i regimi a valuta fluttuante dai regimi a tasso di cambio fisso o gestito. Molti di coloro che sostengono la MMT fanno questa distinzione, argomentando che solo i regimi a valuta fluttuante sono “pienamente” sovrani in senso monetario. Tuttavia, molti dei principi a cui accenniamo in questo articolo si applicano a tutti i regimi di emissione della valuta, ma bisogna ricordare che quando un governo promette di convertirla (ad un tasso di cambio fisso, ndM) il suo spazio di manovra può essere limitato.
[2] La parola “valuta” viene largamente utilizzata per indicare strumenti monetari con una scadenza per raggiungere la maturità pari a zero (“correnti”), sia in forma materiale che non, denominati in un’unità di conto ed emessi dal governo (tesoro o banca centrale).
[3] Vedere la nota 1 per il caso di un paese che promette di convertire la sua valuta su richiesta. Con un tasso di cambio fisso l’accesso a riserve straniere può rappresentare un’ulteriore  costrizione.

Un anno fa il nostro Presidente del Consiglio riusciva a dire: “La Legge di Stabilità è il più grande taglio di tasse della storia repubblicana in un anno”. Nel frattempo, nel mondo reale, le aumentava di 11 miliardi portando la pressione fiscale stimata dal 43,4 al 43,7%. Oggi altri pesci abboccano

Dietro la propaganda: nel 2015 le tasse saranno di 788 miliardi con un incremento di 11 miliardi rispetto al 2014. E per il 2016 tasse come minimo per 804 miliardi, 26 miliardi in più che nel 2015. Il deficit al 2,2% è il più “austero” degli ultimi anni, e l’avanzo primario continua ad aumentare

Innanzitutto, desidero ringraziare a nome di tutta l’associazione Memmt Italia la redazione di Keynesblog, per aver pubblicato lunedì 20 Luglio, l’articolo riguardante la proposta dei Certificati di credito fiscale (CCF), formulata da Marco Cattaneo e da Giovanni Zibordi. Una proposta questa, simile, ma differente a quella dei Mosler bonds sviluppata a sua volta da Warren Mosler e da Philip Pilkington. L’ articolo pubblicato contiene parimenti un successivo commento di carattere prettamente critico, rivolto da parte di Guido Iodice e di Thomas Fazi alla proposta dei CCF.
Desidero inoltre premettere, che personalmente ritengo che il presupposto di base per il progresso civile della società, sia costituito dallo stimolante confronto dialettico avente ad oggetto diversi e/o a volta, simili punti di vista, i quali rappresentano in tal caso al più, marginali divergenze rispetto a più ampie visioni e approcci largamente condivisi.
In questo articolo, cercherò semplicemente di scomporre in più parti, una porzione dell’articolo scritto da Guido Iodice e da Thomas Fazi, in cui appare una critica ad un assunto base della teoria neo-cartalista (o memmt), circa precisamente il ruolo e gli orientamenti rispettivamente assunti e generati all’interno di un’economia monetaria di produzione, da parte dello strumento della tassazione. Rispondendo man mano a ciascuna parte di tale critica, proverò ad enunciare il punto di vista e la spiegazione analitica fornita in merito, dalla Mosler economics.
La parte del testo presa in esame esordisce come segue:
“In sostanza, i promotori sopravvalutano una affermazione della Modern Money Theory, secondo la quale la moneta legale ha valore perché con essa si pagano le tasse.”
A tal proposito, è doveroso specificare, che la Mosler economics spiega che le tasse guidano la moneta, riprendendo in tal senso, il principio fondamentale della teoria cartalista di G.F. Knapp. Con tale assunto, la Memmt intende affermare che, tramite l’imposizione ai propri cittadini di un’obbligazione fiscale pagabile esclusivamente nell’unità di conto emessa dallo Stato sovrano, quest’ultimo riesce ad orientare il comportamento dei suoi cittadini, i quali in virtù di tale imposizione saranno indotti ad accettare l’utilizzo della valuta di Stato con cui poter pagare le tasse e quindi, una parte di loro, sarà disposta ad offrire al governo o la propria forza lavoro o dei beni e servizi in cambio della moneta di Stato, con cui successivamente poter pagare le tasse e redimere questa passività.
Dunque, parimenti si inducono i cittadini di quel territorio, a destinare parte delle proprie risorse reali, ossia forza lavoro e/o beni e servizi di vario genere, al potere pubblico, il quale a sua volta sarà in grado di mobilitare tali risorse reali con il semplice obiettivo istituzionale di svolgere quelle attività ed attuare quelle politiche socio-economiche, che risiedono alla base del patto fondativo di una società democratica e civile, nonché alla base dei principi cardini sanciti dalla nostra Costituzione.
Penso ad esempio, alla garanzia perenne e all’erogazione universalmente e gratuitamente efficaci, di tutta una serie di servizi essenziali, quali ad esempio, l’istruzione, la sanità, la rete idrica, quella igienico-sanitaria, le rete ferroviaria, delle telecomunicazioni, il servizio postale ecc…. nonché la promozione dello sviluppo di tutta una serie di beni e servizi ritenuti strategici per il Paese, non tanto in termini competitivi, ma piuttosto in termini d’indipendenza economico-produttiva, la quale prelude poi a stabilire un’indipendenza e democrazia nazionali effettive.
Accettare dunque, l’utilizzo di una semplice unità di conto priva di valore intrinseco (ciò che in effetti è la moneta “fiat” o moneta moderna), per mezzo tra l’altro di un’imposizione, è qualcosa di completamente differente rispetto ad un giudizio di valore, rinvenibile nella fiducia e nel cosiddetto valore attribuiti in modo libero e spontaneo, da parte degli agenti economici nei confronti di una specifica moneta.
“Nella realtà la moneta legale, come qualsiasi moneta priva di valore intrinseco, è fiduciaria e quindi ha valore in base alla credibilità di chi la emette. Chi ha una banconota da 100 euro in tasca sa che c’è un impegno, da parte dell’emittente, a fare in modo che essa sia scambiabile tra un mese o un anno con un paniere di prodotti il cui valore reale sarà, nel peggiore dei casi, solo di poco inferiore a quello odierno (è questo il senso del target inflazionistico).”
Nel caso della valuta “fiat” (a tasso di cambio variabile quindi), l’unica promessa fatta dall’autorità statale emittente, è quella di convalidare al portatore della moneta di Stato, l’eventuale pagamento presso il dipartimento del Tesoro di un ammontare di tasse pari al valore nominale scritto su una banconota o riportato sul c/c bancario di un cittadino.
E’ molto importante, distinguere tra colui il quale emette la moneta, ossia lo Stato e coloro i quali non possono far altro che usare la moneta di Stato, ossia i cittadini.
Qualsiasi emettitore può fornire una quantità potenzialmente illimitata dei suoi IO-TI-DEVO e può concordare con i suoi cittadini di accettare indietro i suoi IO-TI-DEVO per il pagamento delle tasse. Il problema, riconosciuto dallo stesso Minsky, è indurre i cittadini ad accettare queste promesse future di pagamento, ossia questi IO-TI-DEVO emessi dallo Stato. Imponendo delle tasse o comunque altre tipologie di obbligazioni, quali ad esempio tariffe e ammende, il governo sovrano si assicura tale accettabilità da parte dei cittadini. E fintanto che il governo prometterà unicamente di accettare di riprendersi indietro i suoi IO-TI-DEVO per il pagamento delle relative obbligazioni, esso non potrà in alcun modo essere forzato a dichiarare default su tale promessa.
Tutti gli strumenti monetari sono strumenti finanziari e perciò, devono obbedire alle regole della finanza per avere un “valore”, ossia per poter essere accettati dalla popolazione. Infatti, un mezzo essenziale per conferire “valore” ad uno strumento finanziario è rappresentato dalla necessità per l’emettitore di tale strumento, di riprendersi indietro in futuro, quello stesso strumento finanziario che egli ha emesso.
A tal proposito, desidero riprendere una legge fondamentale della finanza formalizzata da Alfred Mitchell Innes, il quale sostiene che “la vera natura del credito in tutto il mondo, è il diritto riconosciuto al portatore di quel credito (al creditore), di restituire al soggetto emittente di quella passività (al debitore), le obbligazioni o il riconoscimento di debito del primo” (Innes 1914, 161).
Ciò che al contrario, determina fiducia in tale moneta, è la possibilità di godere dei più ampi benefici reali e/o monetari (beni reali acquistabili e/o profitti futuri realizzabili), all’interno dell’economia in cui quella moneta viene emessa (dal settore governativo) e viene utilizzata (dal settore privato non governativo). E quale miglior modo di consolidare la fiducia in tale moneta, se non attraverso l’adozione di tutta una serie di politiche macroeconomiche volte a garantire la piena occupazione e la stabilità dei prezzi!? Ossia la costruzione di un ambiente socio-economico florido e stabile su cui fare affidamento. Quindi, è in ultima istanza, la presenza di piena condizione lavorativa a generare fiducia in una determinata unità di conto e non l’imposizione di passività fiscali sui cittadini di uno Stato.
Sottolineo dunque, che fiducia e valore verso una moneta non sono strettamente collegate verso il significato e l’utilità operativa che caratterizza invece, lo strumento della tassazione in sé.
“Se fosse così semplice, allora nessun paese soffrirebbe mai di crisi monetarie e di iperinflazione, né vedremmo economie che ruotano di fatto intorno a valute estere (basti pensare all’Islanda prima della crisi del 2008).”
Sì è vero, anche le crisi valutarie fanno perdere la cosiddetta fiducia in quella valuta; o meglio, è proprio la perdita di fiducia da parte dei mercati finanziari nella capacità di uno Stato di mantenere alcune promesse politiche, come quelle rinvenibili ad esempio, in un regime di tassi di cambio fissi o semi-fissi o come era il caso del gold standard, a determinare la crisi valutaria e quindi, un eventuale default dello Stato in questione. E’ anche vero che, finché quel governo non sarà costretto a dichiarare default, i cittadini di quel Paese continueranno ad utilizzare la moneta di Stato, a meno che non si tratti di un Paese addirittura dollarizzato, ma quella è un’altra storia.
E’ altresì vero, che le crisi valutarie non possono colpire e riguardare degli Stati che emettono monete “fiat” a tasso di cambio variabile e che sfruttano a pieno, la discrezionalità e l’indipendenza in termini di spazio di libertà politica, che la moneta “fiat” conferisce al Parlamento e al Governo di un determinato Stato sovrano. E sfruttare a pieno tale “potenza di fuoco”, significa implementare delle tipologie di politiche socio-economiche volte a generare una condizione di piena occupazione e di stabilità dei prezzi e quindi, una conseguente fiducia verso le potenzialità e le opportunità offerte da quella unità di conto.
Di nuovo, la memmt spiega che se, contrariamente a quanto avviene con una moneta “fiat”, un determinato governo promette di convertire i suoi IO-TI-DEVO in metalli scarsi o in valute straniere, ad un prezzo relativo fisso, allora esso potrà in tal caso, essere obbligato a dichiarare default su questa sua promessa, in quanto l’onere delle eventuali perdite subite dai mercati finanziari verranno scaricate sull’agente monetario del governo, ossia sulla banca centrale, la quale sarà costretta a difendere costantemente il tasso di cambio per poter mantenere credibilmente tale promessa politica.
Allo stesso modo, il fenomeno dell’iperinflazione non è qualcosa che può verificarsi dall’oggi al domani, a meno che non si generino quelle contingenze che hanno accomunato i diversi casi storici di iper-inflazione, quali ad esempio una (prima) guerra mondiale o comunque una guerra civile, una capacità produttiva quindi distrutta ed inesistente, un debito di Stato denominato in valuta estera o in oro e così via. Infine, il caso dell’Islanda è particolare, in quanto nessun cittadino o entità stranieri hanno imposto allo Stato Islandese di attribuire al proprio sistema bancario nazionale la facoltà di stipulare contratti in valuta estera. Qui si tratta di una mera scelta politica che alla fine, e penso di concordare pienamente con i due autori su questo, si è rivelata completamente sbagliata, disastrosa e frutto d’incompetenza tecnica. Proprio a tal proposito, Warren Mosler si è espresso più volte contro la possibilità per il sistema bancario nazionale, di emettere o comunque di stipulare contratti in valuta estera, ossia in una moneta non emessa dallo Stato in questione.
“O che, se non bassa, l’inflazione sia almeno stabile e perciò prevedibile. Viceversa i cittadini di paesi che sperimentano tassi di inflazione elevati e crescenti per lungo tempo, alla fine, perdono fiducia nella moneta legale esattamente come la perderebbero in un assegno firmato da un noto protestato, e si rivolgono alle monete emesse da soggetti più affidabili (tipicamente gli Stati Uniti).”
Sì, giusto. E’ bene che l’inflazione, ossia il tasso di crescita del livello generale dei prezzi, sia stabile e comunque prevedibile. E proprio a tal proposito, la Memmt propone l’adozione di Programmi di Lavoro Garantito (PLG), con il governo che agirebbe come Datore di Lavoro di ultima istanza (o di prima istanza, a seconda dell’orientamento politico perseguito). La logica e l’innovazione di base di tale proposta (formulata da Hyman Minsky e riadattata in chiave moderna dalla Memmt), sarebbe quella di conferire al governo di uno Stato che detiene il MONOPOLIO PUBBLICO DI EMISSIONE DELLA PROPRIA MONETA “FIAT”, il ruolo di “market maker”, ossia di amministratore/gestore specialista del mercato del lavoro, volto a soddisfare in maniera infinitamente elastica, tutta la domanda e l’offerta di lavoro residuali. Si renderebbe così il mondo del lavoro, un mercato capitalistico completamente sviluppato con un “market-maker”, ossia il governo, che agirebbe in qualità di acquirente e/o offerente residuale di forza lavoro, assumendo tutti coloro i quali sono disoccupati, sono in grado e hanno voglia di lavorare. Il governo fisserebbe un salario minimo di base e stabilizzerebbe quindi, sia il livello dei salari e sia il livello generale dei prezzi. Di conseguenza, esso non fisserebbe i prezzi e i salari in modo da lasciarli invariati, ma ne ridurrebbe la rispettiva volatilità. Infatti, in questo caso stabilità è sinonimo di bassa variabilità.
“Sia chiaro, non si sta dicendo qui che l’Italia farebbe la fine dello Zimbabwe, ma semplicemente che un dubbio sul valore futuro dei CCF li renderebbe pressoché inservibili come stimolo alla domanda.”
Ovviamente anche noi crediamo che un Paese come l’Italia non farebbe in alcun modo la fine dello Zimbabwe e se mi è consentito aggiungere una mia opinione, il nostro Paese all’interno di questa gabbia delle torture che prende il nome di Eurozona, ha attualmente in mano un biglietto di sola andata per lo Zimbabwe (con tutto il profondo rispetto per tale Paese e per gli abitanti di tale Nazione), con destinazione prevista tra non più di 20’anni circa.
Concludo affermando che, la proposta dei CCF, se saputa gestire dal punto di vista tecnico, consentirebbe temporaneamente e quindi, nel breve termine, allo Stato italiano di agire in maniera anti-ciclica, al fine di generare quella spinta reflattiva di cui l’economia domestica ha urgentemente bisogno e per rendere anche più fluida, un’eventuale transizione dall’euro alla nuova moneta sovrana.

All’interno della trasmissione Nemico Pubblico ideata dal maestro di satira Giorgio Montanini, in cui si propongono delle candid camera che sono dei veri e propri esperimenti sociali, ne è stata realizzata una in cui si mettono di fronte i cittadini ad un finto e clamoroso movimento per l’abolizione delle pensioni. Perché gli anziani, secondo canoni economici strettamente neo-liberisti, “sono un costo per la società”.

È interessante notare come i cittadini, posti di fronte alla manifestazione palese delle idee – che è necessario ammettere circolano realmente nella nostra società oggigiorno messa alle strette dalle difficoltà economiche – reagiscano ribattendo con fermezza che “la pensione che mi viene erogata l’ho pagata io lavorando per 62 anni”. Ovvio dire che circoscrivendo il dibattito ai principi dell’economia mainstream che è quella che afferma che le tasse paghino la spesa pubblica, le pensioni siano un reale costo per la società. Mentre chi conosce la Teoria Monetaria Moderna sa che ciò non è assolutamente vero per uno Stato che è monopolista della moneta il quale non ha assolutamente bisogno dei soldi dei cittadini per erogare questo servizio e diritto, le cui forme dovrebbero tener conto di parametri ben diversi come ad esempio la dignità di una pensione di 300 euro (come afferma il terzo anzian0 intervistato).

Questo esperimento sociale mostra tutta la violenza di un paradigma economico ideato ad appannaggio di detentori di rendita che hanno tutto l’interesse affinché le classi subalterne combattano tra loro, chiusi come siamo in un vero e proprio circuito mentale, senza alcuna via di uscita, e pronti ad accettare veri e propri sacrifici umani in nome delle leggi del mercato e del darwinismo economico.

Per questo esiste il movimento Mmt: non solo per ridare dignità all’etica che vede nei diritti alla persona il naturale approdo del progresso civile e umano, ma anche per un cambiamento di paradigma che sia un reale strumento per tutte le classi lavoratrici e imprenditori al fine di ritrovare la libertà di pensare un futuro migliore con più diritti, piuttosto che un mero e disperato mantenimento dei pochi che abbiamo, chiediamoci piuttosto se una pensione di 300 euro come detto dalla candid possa considerarsi in linea con la nostra Costituzione.

E mentre nella candid l’abolizione delle pensioni è per fortuna un puro scherzo (che ci fa riflettere), l’Europa “della competitività e della piena occupazione” ci fa sapere che un eventuale erogazione delle rivalutazioni pensionistiche, oggi finalmente possiamo dire illegalmente bloccati dalla norma Fornero contenuta nel decreto “Salva Italia” di Monti grazie alla sentenza della Consulta, dovrà essere controbilanciata da nuovi sacrifici ed austerità. Non è uno scherzo. Sono vite umane.

Pressione fiscale identica a quella del 2014, poi nel 2016 picco con oltre 40 miliardi di tasse in più già garantite ai mercati finanziari. Spesa pubblica -3% in 4 anni. Avanzi primari previsti da record. Disoccupazione sempre a due cifre. Ma il Presidente del Consiglio pensa di andare avanti con le parole: “Nel 2015 riduciamo le tasse per 18 miliardi più i 3 di clausole che eliminiamo”

Documento da inviare a giornalisti, commentatori, politici. Tutti i dati dal 2013 al 2018 voluti e firmati da Renzi e Padoan su tasse e pressione fiscale prevista in aumento fino al 43,6% nel 2016. Altro che Rottamatore: così si “rottama” la speranza