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Di Marco Cavedon. Postato il 29/12/2018.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/12/29/parlando-al-bar-di-economia/

In occasione delle ferie natalizie, pubblichiamo questa raccolta di semplici racconti sottoforma di dialoghi a scopo formativo e divulgativo.

Riteniamo fondamentale rivitalizzare all’interno del dibattito pubblico i concetti fondamentali della Teoria della Moneta Moderna, quali la sovranità monetaria, l’importanza della spesa a deficit nonchè il nostro Programma di Salvezza Economia Nazionale, un documento che risale all’ormai lontano 2012 ma ancora attualissimo considerato il contesto dei nostri giorni.

Da diffondere. Buona lettura !

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Di Maria Luisa Visione, postato il 17/10/2018.
Fonte: Siena News.
Tensione sui mercati: se la Commissione Europea non accetterà le condizioni della nota di aggiornamento del DEF, si aprirà per noi la procedura d’infrazione.
Il braccio di ferro tra l’Europa e l’Italia si dirige su uno scenario ancora incerto. Per adesso tutto si limita ai confini nostrani e, da più parti, le reazioni dei poteri forti si fanno sentire. Tuttavia, una buona fetta del popolo ha capito che finanza e politica camminano insieme e riavvolge il vecchio nastro del 2011 fatto di letterine e spread come un film in parte già visto.
Il giudizio dell’agenzia di rating DBRS sulla possibilità remota dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona allontana il rischio contagio. Rispetto al 2011, però, l’aria è cambiata: l’Italexit non è più un tabù. Quali sono alcuni dei timori più frequenti sul tema?
Il primo riguarda l’inflazione, la paura che galoppi vertiginosamente a seguito della creazione di moneta da parte della Banca d’Italia, erodendo il potere di acquisto. Il secondo attiene alle eventuali ripercussioni sull’ammontare dei risparmi. L’ultimo all’isolamento del nostro Paese dal resto del mondo.
Rispondo attingendo ai contenuti autorevoli della scuola economica MMT (Modern Money Theory). Premessa al ragionamento è il ritorno alla sovranità monetaria, ovvero una situazione completamente opposta a quella attuale. Lo Stato per finanziare le spese, emetterebbe la sua moneta e, di conseguenza, i nuovi titoli di Stato sarebbero denominati nell’unità di conto di emissione. Cosa comporta ciò? Che lo Stato sarà sempre in grado di onorare i suoi impegni e, quindi, non si potrà mai verificare la situazione in cui non saranno acquistati i suoi titoli, né quella di dover pagare più interessi a fronte di una minore solvibilità.
Alcuni studi scientifici hanno stimato la svalutazione della nuova valuta, in caso di Italexit, dall’11 al 20%, che, però, si ridurrebbe successivamente. Condizione imprescindibile è che lo Stato tassi ed accrediti gli stipendi esclusivamente nella nuova valuta. Non c’è bisogno di convertire i depositi bancari, si può lasciare tale facoltà ai possessori. La necessità di pagare le tasse in moneta nazionale comporterà la vendita di euro facendo apprezzare gradualmente la nuova valuta, in regime di cambi flessibili. In ogni caso, se una valuta si svaluta si comprano merci a prezzi più bassi e ciò comporta maggiore richiesta di valuta nazionale, che torna ad apprezzarsi. Non c’è poi una correlazione diretta tra svalutazione e inflazione, cioè non è che se una moneta si svaluta del 30%, l’inflazione aumenta del 30%. Tutto avviene in misura minore e controllabile.
E la correlazione tra stipendi e salari? Se stipendi e salari aumentano più dei prezzi non si verifica erosione del potere di acquisto. Oggi accade il contrario: i prezzi dei prodotti e servizi calano perché non c’è domanda, causa alta disoccupazione e bassi redditi. Ma se lo Stato interviene come regolatore garantendo la piena occupazione, sovverte il meccanismo della mancanza di domanda.
Inoltre la Banca d’Italia accumulerà riserve in euro, convertendo i depositi bancari a chi lo richiede e potrà rimborsare i titoli di Stato già emessi in euro.
Sulla competitività, se con il ripristino della sovranità monetaria lo Stato ha in mano la leva fiscale, può tassare meno le aziende che saranno incentivate a rimanere in Italia, dando lavoro e partecipando positivamente al meccanismo di crescita virtuoso.
Ho semplificato molto ma quanto espresso ha dietro piena validità scientifica. Solo per dire che tutto dipende sempre da come ci si prepara, anticipando e giocando, in prima linea.

Di Elisabetta Uccello, postato il 21/07/2018.  Revisione di Marco Cavedon.
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/15/risposta/
In questo articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30 maggio 2018, l’autore Enrico Marro analizza quali a suo dire sarebbero le conseguenze dell’ uscita dell’Italia dall’eurozona. Seguendo l’ordine dell’ articolo, elenca:

  • Inevitabile fuga di capitali
  • Debito del saldo Target 2
  • Inflazione a doppia cifra ‘’causata da Bankitalia che inizierebbe a stampare denaro selvaggiamente per sostenere il debito pubblico’’
  • Potere d’ acquisto degli Italiani eroso dall’inflazione
  • Prezzi delle materie prime alle stelle
  • Costi sui prestiti alle aziende alle stelle e le imprese non potrebbero più pagare i dipendenti
  • Ipersvalutazione che potrebbe solo avvantaggiare le ditte esportatrici
  • Chi vorrà raccogliere capitali sui mercati finanziari dovrà spostare la ditta all’estero
  • Nazionalizzazione delle banche solo al fine del salvataggio delle stesse
  • Mutui e prestiti esploderebbero a causa dell’inflazione e della svalutazione
  • Bollette carissime perché non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico
  • I titoli di stato perderebbero valore perché divorati dall’inflazione
  • Debito pubblico che non verrebbe più comprato da nessuno

….Insomma….una bella mitragliata di terrorismo mediatico. Se quella del “Sole 24 Ore” vuol essere un’analisi , essa risulta fatalmente  scorretta, irrazionale, banale.
Ma a queste ventate di isteria telecomandata ormai ci abbiamo fatto il callo ed illustreremo in questa sede con precisione e METODICITA’ cosa succederà quando l’Italia uscirà dall’euro e dall’Unione Europea, APPLICANDO AL DETTAGLIO IL PERCORSO MMT.
Precisiamo dapprima che le conseguenze sopra elencate rappresentano a pieno titolo i cosiddetti  FALSI MITI dell’ economia neoclassica, miti che sono lo STRUMENTO principale del pensiero liberista per indirizzare i popoli ad accettare un MODELLO DI SOCIETA’  che si fonda sulla forte competitività, la deregolamentazione dell’economia, la riduzione ai minimi termini dell’intervento dello stato e l’annientamento delle costituzioni sociali del ‘900.
Le teorie neoliberiste si consolidano attorno al dogma della stabilità dei prezzi e dell’indipendenza di  chi controlla la creazione della moneta – la banca centrale – dallo Stato.
Riprendiamo una citazione di Milton Friedman del 1962: “le interferenze governative minacciano la libertà economica’’.
Di contro la MMT- TEORIA DELLA MONETA MODERNA – presuppone che l’economia deva essere al servizio dei cittadini: lo Stato DEVE essere padrone della propria moneta ed utilizzare la spesa a deficit per creare occupazione e garantire i diritti dei lavoratori in piena sintonia con l’art 1 della nostra Costituzione Italiana:
“L’Italia e’ una repubblica democratica, FONDATA SUL LAVORO. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Alla base della MMT c’è lo stato sovrano della sua moneta e capacità di spesa, altrimenti non può incidere LIBERAMENTE ed in positivo sull’economia del Paese.
 
ANALISI SISTEMATICA DEL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO GUIDATO DAL PROGRAMMA MMT.
LA SPESA DELLO STATO, IL DEBITO PUBBLICO, I TITOLI DI STATO.
L’Italia esce dall’euro con decreto legge. Questo implica nell’immediato che dal giorno 1 il governo inizia a spendere e tassare nella nuova valuta, chiamiamola LIRA.
Di fondamentale importanza, al pari del ripristino della moneta di stato, il pieno controllo della propria banca centrale: essa è lo strumento principale del governo per  poter effettuare la spesa pubblica.
Solo se la banca centrale è SOTTO il controllo del Parlamento e del governo si possono impostare politiche economiche volte alla piena occupazione a alla tutela dello stato sociale.
LA BANCA CENTRALE DEVE ESSERE DIPENDENTE DALLO STATO, NON INDIPENDENTE, nel senso che il governo deve avere il pieno controllo sia della propria politica monetaria che fiscale.
La banca centrale è RAMO BANCARIO DELLO STATO; lavora di concerto con il ministero del Tesoro ma è il ministero del Tesoro ad indirizzare il suo operato.
Alain Parguez chiama questa operazione ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’.
Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: “Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente”.
La MMT considera il meccanismo di emissione dei titoli di stato un retaggio del gold standard: in uno stato a moneta sovrana i titoli non servono a finanziare la spesa pubblica, perché questa deriva dalla creazione di moneta da parte della banca centrale, che accredita il conto corrente che il governo detiene presso la stessa.
Ricordiamo che i  titoli di stato servono oggi esclusivamente a controllare il tasso d’interesse overnight, dal momento che le banche commerciali investono le riserve in eccesso (rispetto all’obbligo di riserva presso la banca centrale) in titoli, che fruttano un interesse più alto di quello che maturerebbero se lasciate ‘’ferme’’ presso la banca centrale (vedi qui per approfondimenti).
Dal blog di Bill Mitchell: ‘’ Dal punto di vista della MMT è di gran lunga preferibile eliminare del tutto il meccanismo di emissione del debito e pagare un tasso di sostegno sulle riserve se la banca centrale vuole puntare a un tasso d’interesse a breve termine diverso da zero. Ma ancor più preferibile è lasciare che il tasso di interesse a breve termine scenda a zero non emettendo debito pubblico e non pagando alcun tasso di sostegno sulle riserve in eccesso (presso la banca centrale). Quindi il mercato interbancario porterà il tasso di interesse fino a zero ogni giorno e la politica fiscale diventerebbe il principale strumento di contro-stabilizzazione e il mezzo più efficace per disciplinare le pressioni sui prezzi in specifiche classi di attività.’’
Non e’ da escludere la possibilità di regolare la remunerazione dei risparmi dei cittadini in appositi libretti di risparmio, in modo tale da incentivare o disincentivare la propensione al consumo in base al ciclo economico.
Uno stato a moneta sovrana non potrà mai non onorare il proprio debito (ripagare titoli di stato in scadenza) in quanto è denominato nell’unità di conto che egli stesso emette e di cui ha il monopolio tramite la propria banca centrale.
Uno stato a moneta non sovrana, come l’ Italia oggi in eurozona,  per finanziare le proprie spese è costretto ad indebitarsi con le banche private che acquistano i suoi tds (titoli di stato).
A questi operatori lo stato dovrà restituire il prestito con gli interessi.
 
Questo preambolo è necessario, poichè nell’articolo de “Il Sole 24 Ore” sembra proprio non si faccia distinzione fra le caratteristiche strutturali di uno stato a moneta sovrana e di uno stato a moneta non sovrana.
Il settore bancario privato, deputato alle transazioni orizzontali,  crea prestiti e di conseguenza aumenta la circolazione del denaro, cioè delle riserve create dalla Banca Centrale.
Però i prestiti bancari, quando creano un deposito, generano sempre un debito che dovrà essere ripagato: quindi non si ha mai ricchezza finanziaria al netto.
Solo il settore pubblico, cioè lo Stato, può creare veramente il denaro dal nulla, cioè ricchezza finanziaria al netto. E’ il suo ruolo.
Solo dalla spesa dello stato arriva il denaro in prima istanza.
 
Al contrario la BCE , per statuto e secondo i trattati (Tfue), non può finanziare direttamente gli stati ma solo i mercati dei capitali, cioè le banche private.
Gli stati nell’eurozona sono esautorati di sovranità sia economica che politica.
Questo assetto è lo strumento della corrente liberista per realizzare un modello di società incentrato esclusivamente sulla competitività: gli stati devono applicare politiche volte alla svalutazione salariale e alla distruzione della domanda interna, per fare in modo che la propria offerta di beni e servizi sia competitiva nel libero scambio internazionale; questa resta l’unica soluzione per riuscire ad ottenere moneta, una strategia a tutti gli effetti erede del mercantilismo settecentesco in cui vigeva il gold standard.
Nel modello liberista di società dell’Unione Europea la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi ed il pieno stato sociale non sono al primo posto.
Per realizzare invece  il modello di società prescritto nella Costituzione Italiana ed antitetico al modello neoliberista, è necessario sganciarsi dall’euro e dai trattati europei ed applicare il Programma Economico MMT, unico strumento per realizzare la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi per tutti e la piena tutela di tutte le classi sociali.
 
Il giorno 1 della nuova lira il governo, come già affermato sopra, inizia ad effettuare la propria spesa accreditando conti correnti in lire e a tassare esclusivamente nella nuova moneta, lasciando tutti i depositi in euro.
Questo comporterà una domanda di lire, inizialmente scarse, da parte di tutti i cittadini che dovranno ottenerle per pagare le tasse e poter eseguire tutte le transazioni economiche.
Con l’occasione ricordiamo che la reale funzione della tassazione in uno stato a moneta sovrana non è quella di pagare la spesa pubblica, perchè prima di poter ritirare la sua valuta il governo sovrano la deve creare e spendere. La tassazione ha tuttavia una funzione molto importante, perchè è lo strumento principale dello stato per esercitare il proprio potere d’imperio: i cittadini sono costretti a pagare le tasse nella valuta decisa e dovranno fare in modo di ottenerla vendendo il proprio lavoro. Inoltre la tassazione serve ad indirizzare l’economia: lo stato tassa di più nei settori da disincentivare, meno in quelli da incentivare e regola la quantità di moneta in circolazione, drenandone maggiormente nei periodi di eccessiva inflazione, meno in deflazione.
Il governo non ricorrerà alla conversione forzosa in lire di depositi e prestiti già realizzati ma lascerà a discrezione del cittadino la richiesta della nuova moneta. Di conseguenza questi sarà ad un certo punto costretto, per pagare in primis le tasse, a chiedere lire alla propria banca in cambio di euro.
Questo provocherà una vendita di euro da parte della banca commerciale alla Banca d’Italia ed un acquisto di lire al tasso di cambio vigente al momento.
Il tasso di cambio, in linea con le caratteristiche di una moneta fiat, sarà fissato 1:1 con l’euro solo inizialmente e poi sarà lasciato libero di fluttuare nel mercato dei cambi internazionali.
La vendita di euro per acquisire lire eviterà il deprezzamento della moneta sovrana secondo le leggi di domanda ed offerta del mercato.
Anche in assenza di tale provvedimento, la svalutazione viene stimata tuttavia attorno al 20% secondo la teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto, che afferma che la variazione percentuale del tasso di cambio fra 2 valute coincide in ogni periodo con la differenza fra le variazioni percentuali dei livelli dei prezzi nazionali. Secondo invece uno studio di BofA Merrill Lynch del 2012 la svalutazione sarebbe addirittura attorno all’11-12%. Niente iperinflazione quindi, anche perchè la correlazione tra svalutazione ed aumento dei prezzi interni è fatalmente scorretta (vedi qui).
Gli euro diventeranno riserve in valuta estera possedute dalla nostra banca centrale.
Cosa comporterà questo?
Il governo si ritroverà gradualmente ad avere a disposizione moltissime riserve in euro, utili per saldare a scadenza i titoli di stato emessi denominati in euro, a meno che il creditore non faccia espressamente richiesta di essere rimborsato in lire convertendo il proprio credito nella nuova valuta nazionale.
Questo meccanismo inciderà sul tasso di cambio lira- euro: se la Banca d’Italia non avesse potuto disporre di riserve in euro, avrebbe dovuto vendere lire per acquistare euro per saldare i titoli di stato e questo avrebbe potuto provocare svalutazione. Va tuttavia sottolineato che la conversione dei titoli in lire non è un problema neppure nei confronti dei creditori stranieri, per il principio della lex monetae (vedi qui).
Evidenziamo inoltre che la lira, anche se si svalutasse nei confronti dell’euro (ipotesi quantomai remota, se non irrealizzabile), non e’ detto che si svaluti nei confronti di altre valute con cui l’Italia intrattiene rapporti commerciali. Uno dei principali partner commerciali dell’Italia sono gli USA per le esportazioni, la Cina per le importazioni.
Il tasso di cambio effettivo e’ una media di tutti i tassi di cambio bilaterali principali.
 
LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA.
Secondo la manipolazione mediatica liberista, con una svalutazione della lira del 30% avremmo un’inflazione interna della stessa entità a causa dell’ aumento del costo delle materie prime.
Precisiamo invece che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto il costo finale risente relativamente della svalutazione.
Considerando come bene importato solo la materia prima, i costi interni riguardano la trasformazione, la lavorazione, il profitto privato e la tassazione.
Certamente la svalutazione incide sul costo delle importazioni, ma anche in presenza di ipotesi di forte dipendenza dall’estero con importazioni che incidano per il 40% dei costi di produzione, una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento dei prezzi dell’8%. In termini reali, le materie prime e le fonti energetiche incidono sul totale delle importazioni per nemmeno l’11%.
Lo Stato italiano può sempre diminuire discrezionalmente il livello di tassazione per le imprese costrette ad importare e penalizzate dall’aumento dei costi, in modo da lasciare inalterato il loro profitto finale.

  • La svalutazione in genere comporta maggiori afflussi di capitale dall’estero per acquistare merci il cui prezzo si è abbassato proprio grazie ad essa. Considerando solo la bilancia commerciale (quindi al netto dei movimenti di capitale) la valuta nazionale verrebbe richiesta di più e di conseguenza tornerebbe ad apprezzarsi.
  • Il coefficiente di trasferimento pass-trought è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali. Per esempio , se in seguito ad una svalutazione del 10%, l’inflazione aumenta del 5% si calcola il pass-trought al 0,5 (cioè al 50%).

Il coefficiente pass trought italiano è stato stimato da uno studio del 2012 di Goldfajn e Werlang attorno al 36% in un anno: per cui, ipotizzando anche una svalutazione del 20% (scenario considerato poco attendibile), solo il 36 % di tale svalutazione si tradurrebbe in un’inflazione del 7,2%. Valori del tutto controllabili e calcolati comunque in assenza di politiche fiscali del governo, semmai questa percentuale moderata fosse considerata pericolosa.
 
L’ INFLAZIONE.
Per quanto riguarda l’inflazione, è necessario definirla in modo da fare definitivamente chiarezza in merito a quest’altro falso mito che l’economia liberista utilizza per costringere i popoli a legittimare cessioni di  sovranità e ad adottare politiche liberiste.
L’ inflazione è un aumento dei prezzi annuale.
L’ iperinflazione e’ un aumento dei prezzi mensile superiore al 50%.
Riprendiamo l’equazione che in economia regola l’inflazione: MxV=PxY
M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che dipende in prima istanza dalla spesa a deficit da parte del governo
V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.
P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).
Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.
L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà si che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.
Al contrario, una maggiore ricchezza finanziaria (M) nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla quantità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. Possono sussistere pertanto le condizioni tali per cui ad un aumento di M si verifichi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.
Il solo aumento dei prezzi non è inflazione: l’inflazione è il continuo aumento dei prezzi, cronico rispetto alla reale capacità di produzione.
Per controllare l’inflazione ci sono 2 metodi:

  1. Il metodo neoliberista scelto dalla Commissione Europea: il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), cioè mantenere uno “stock di riserva di disoccupati”. L’inflazione in questo caso viene controllata tramite politiche monetarie e di bilancio restrittive, che creano una disoccupazione che STRUTTURALMENTE deve attestarsi ad una determinata percentuale. La disoccupazione strutturale comporta non avere redditi ed essere disposti a lavorare per bassi salari, pertanto determina il crollo della domanda interna con conseguente abbassamento dei prezzi dei beni e servizi prodotti.
  2. Il sistema proposto dagli economisti post-Keynesiani MMT, il NAIBER (non-accelerating inflation buffer employment ratio) o “stock di scorte di occupati“. La piena occupazione viene garantita dai lavori di stato; il governo garantirà quindi la piena occupazione e salari minimi dignitosi, i quali avranno la funzione di stabilizzare i prezzi in quanto legati alla produzione di beni e servizi reali.

La tassazione è lo strumento principale per controllare la domanda e regolare l’inflazione.
L’occupazione nel settore pubblico dev’essere elastica ed anticiclica, fermo restando che i lavori nei servizi pubblici essenziali devono essere fissi e rigidi.
Con la proposta MMT del “job guarantee” lo stato assorbe i disoccupati in lavori pubblici quando l’attività del settore privato diminuisce: lo stato ‘’conserva’’ il lavoratore nel settore pubblico. Viceversa quando l’ economia è in una fase di espansione, lo stato permette al lavoratore di reimpiegarsi nel settore privato. LA POPOLAZIONE RIMANE SEMPRE OCCUPATA. CAMBIA SOLO IL RAPPORTO FRA OCCUPAZIONE PUBBLICA E PRIVATA.
 
TARGET 2.
Il Target 2 e’ un sistema di pagamenti interbancari che vale in tutti i paesi dell’Unione Europea.
Vari economisti (tra cui l’attuale Presidente della BCE Mario Draghi) ipotizzano che, in caso di uscita di un paese dall’euro, dovrà essere saldato per intero il deficit della sua banca centrale nei confronti della Banca Centrale Europea.
Come funziona la cosa ?  Semplicemente, quando qualsiasi attore economico di un paese che ha adottato l’euro realizza un acquisto presso un’altra nazione dell’eurozona tramite il denaro depositato presso la sua banca, viene convenzionalmente conteggiato un pari deficit della banca centrale del paese dove ha sede l’acquirente nei confronti della BCE, mentre la banca centrale del paese del fornitore vanterà un credito nei confronti della BCE.
Facciamo un esempio. Un acquirente italiano che possiede un conto corrente presso Banca A desidera acquistare un’automobile da un venditore tedesco, che avrà un conto corrente presso Banca B. In questo caso, la Banca d’Italia accrediterà le riserve presso la Bundesbank (la banca centrale tedesca) addebitando il conto dell’acquirente italiano presso Banca A. La Bundesbank potrà quindi mettere quelle riserve a disposizione della Banca B e in questo modo onorare il debito che possiede con la stessa.
Si è forse creato un vero debito della Banca d’Italia nei confronti della BCE ? Questa ha forse bisogno delle riserve di Banca d’Italia da accreditare alla Bundesbank, che a sua volta le accrediterà a banca B ? Assolutamente NO, dal momento in cui, come abbiamo visto, Banca d’Italia ha già fornito le riserve di cui la Bundesbank ha bisogno e le posizioni debitorie e creditorie delle varie banche centrali dell’eurozona nei confronti della BCE rappresentano solo un dato contabile, che registra i movimenti di riserve in euro creati dalle varie banche centrali in uscita ed in entrata tra le rispettive nazioni. Prova ne è il fatto che non esiste un limite al “debito” o al “credito” che le singole banche centrali possono detenere nei confronti della BCE, nè tale “debito” deve essere mai onorato. Se così non fosse, questo automaticamente dovrebbe comportare il fatto che, quando l’acquirente italiano acquista un bene da un fornitore straniero, questo venga pagato due volte, la prima volta dalla Banca d’Italia, la seconda dalla Banca Centrale Europea, il che è assurdo. Tra l’altro, per i paesi dell’UE che aderiscono a questo sistema pur non appartenendo all’eurozona, non viene assegnato alcun “debito” alle loro banche centrali nei confronti della BCE, perchè queste non possono creare euro e quindi le transazioni avvengono tramite il mercato dei cambi; in questo caso non si pone quindi il (falso) problema della necessità da parte della BCE di approvvigionarsi di riserve per accreditarle alle banche centrali dei paesi fornitori.
Casomai si potrebbe presentare un problema politico nel momento in cui, in caso di uscita dall’euro, le istituzioni UE ci chiedano di saldare quel “debito”. Ma l’Italia avrà tutte le armi dalla sua parte, sia da un punto di vista tecnico che giuridico, per rifiutarsi di pagare un “debito” che, per il semplice fatto di utilizzare la valuta euro, non è mai stato considerato veramente tale. Da nessuna parte nei trattati europei sta scritto che i saldi target 2 in deficit nei confronti della BCE siano da onorare, nemmeno in caso di cambio della valuta nazionale.
 
LA COMPETITIVITA’.
Altro dogma cavallo di battaglia delle teorie liberiste è la competitività, inneggiata a principio cardine sul quale basare l’economia di una nazione e codificata in ogni trattato comunitario come il ferreo obiettivo delle politiche europee.
Come già affermato sopra, l’ arricchimento di una nazione e lo sviluppo economico sono dovuti principalmente alla spesa pubblica, che è lo strumento politico per mettere in moto l’economia ed indirizzarla al sostegno dei servizi alla comunità e del sistema produttivo. La moneta di stato è una leva nel concetto di produttività post-keynesiano, in antitesi al concetto di scarsità neoclassico.
Le esportazioni di beni e servizi di certo apportano ricchezza finanziaria all’interno di una nazione ma questo processo è una variabile e non è la via principale con cui uno stato si arricchisce. Solo grazie alla spesa pubblica a deficit positivo si può immettere ricchezza al netto nel settore privato di cittadini ed aziende senza ricorrere alla competitività nei confronti delle altre nazioni, basata sull’abbassamento dei prezzi possibile a sua volta solo con la svalutazione dei salari e l’indebolimento della domanda interna.
 
FUGA DI CAPITALI E FUGA DI PRODUZIONE.
La fuga di capitali è un falso problema: la valuta ‘’in fuga’’ passa da un conto corrente all’altro ma il saldo dei conti riserva presso la banca centrale resta invariato; cambia solo il titolare del conto corrente, che può essere anche un residente presso una nazione estera che ha acquistato lire da un venditore italiano. Tutte le lire rimangono comunque all’interno dei conti riserva che le banche commerciali detengono presso la nostra banca centrale e sono pertanto sempre soggette alla nostra giurisdizione.
Ciò che potrebbe preoccupare è la fuga di produzione. Gli imprenditori che non avranno capito che la moneta sovrana  porterà solo vantaggi alle aziende private, sposteranno la loro produzione all’estero.
Ma non saranno necessarie misure di protezione e controllo dei capitali se non probabilmente nel primo periodo, tramite una legislazione che persegua la responsabilità sociale delle imprese di rilevanza sistemica o tramite la nazionalizzazione dei settori strategici.
Perché non saranno necessarie misure di protezione e controllo speciali ?
Mantenendo saldo il focus sulla piena occupazione e dal momento che la moneta non è più una risorsa scarsa, in quanto lo stato è monopolista della propria valuta, il fatto che il capitale privato possa andarsene dal paese non diventa più un problema per l’economia.
Lo stato implementa programmi di piena occupazione rivolti soprattutto ai servizi sociali e tutelerà la domanda interna garantendo diritti e salari dignitosi, mentre le imprese che delocalizzano per produrre beni di consumo a prezzi bassi di fatto rappresenteranno un impoverimento in termini reali per quei paesi in cui si recheranno, disposti a consentire politiche di sfruttamento della manodopera e svalutazione delle condizioni di lavoro, nel nome della competitività globale. Anzi, quei beni reali che produrranno saranno consumati dai nostri cittadini e questo per noi rappresenterebbe un arricchimento in termini reali.
 
TITOLI DI STATO ED INTERESSE.
La cedola di un titolo di stato è determinata dall’emittente (il governo). Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’emittente. Oggetto di contrattazione e’ invece il prezzo dei titoli.
L’interesse, cioè il guadagno, è uguale alla cedola più lo scarto d’emissione (cioè la differenza fra prezzo di emissione e prezzo di rimborso del titolo).
Uno stato che ha il controllo dell’emissione della propria moneta STABILISCE in piena autonomia la cedola, senza doverla aumentare per attirare investitori nelle operazioni di riapertura, per il collocamento dei titoli rimasti invenduti alla prima asta.
UNO STATO A MONETA SOVRANA NON PUO’ MAI INCORRERE NEL RISCHIO DI INSOLVENZA IN UNA VALUTA DA LUI STESSO EMESSA.
La banca centrale tornerebbe ad essere dipendente dal Tesoro ed obbligata ad acquistare i titoli invenduti sul mercato primario (come prima del divorzio Tesoro –Banca d’Italia del 1981) o quelli presenti sul mercato secondario (Quantitative Easing).
Il prezzo di rimborso si alzerà e l’interesse si abbasserà. E’ importante che la cedola sia sempre regolata esclusivamente dallo stato in base agli obiettivi  di politica economica: alzerà la cedola quando vuole incoraggiare il risparmio privato e disincentivare il reinvestimento nell’economia reale e viceversa, abbasserà la cedola quando vorrà incoraggiare la spesa del denaro nell’economia reale  e disincentivare il risparmio.
E’ importante notare che, quando la banca centrale agisce sul mercato aperto acquistando titoli tramite riserve che lei stessa emette, questo non genera alcuna inflazione, dal momento che si tratta di denaro conferito al solo settore finanziario, che a sua volta lo presterà al settore dell’economia reale (famiglie ed aziende) solo in presenza di politiche fiscali espansive (spesa a deficit) che tutelino la domanda interna. E di domanda interna al momento ne abbiamo estremo bisogno, causa un sottoimpiego dei fattori produttivi con disoccupazione stabile all’11%.
La proposta MMT comunque prevede la totale abolizione dei titoli di stato, in quanto il governo nuovamente sovrano potrà accreditare direttamente conti correnti di famiglie ed aziende e pagare stipendi senza dover ricorrere al farraginoso meccanismo della loro emissione.
 
MUTUI.
Perché l’aumento del rendimento sui titoli di stato incide sui mutui e i prestiti?
Nel sistema attuale succede che se il titolo di stato viene declassato dalle agenzie di rating, gli investitori se ne sbarazzano in grande quantità: aumenta il rendimento (differenza fra prezzo di acquisto e di rimborso, che cala).
Una banca commerciale conferisce titoli di stato alla banca centrale a garanzia delle operazioni di  rifinanziamento principali (i prestiti di riserve che chiede direttamente alla banca centrale).
La banca centrale applica un ‘’ taglio’’, detto hair-cut. A fronte di una garanzia di 1000 in titoli di stato ad es. la banca centrale applica un hair-cut del 5%, cioè presta 950 Euro.
Se i TDS hanno un rating declassato, l’ hair-cut aumenta all’11-12% ad esempio.
Quindi le banche cercano di disfarsi di quei titoli declassati e cercarne altri con un rating migliore ed ottenere pertanto rifinanziamenti dalla BCE a condizioni più vantaggiose.
Questa ‘’penale’’ ha conseguenze quindi sugli interessi che le banche applicheranno a mutui e prestiti per garantire i propri profitti.
Ma con una moneta sovrana ed uno stato che applica il programma economico MMT anche questo ricatto può essere serenamente evitato, in quanto il valore dei titoli sarà sempre garantito e il governo sarà libero di applicare la legislazione in materia di politica monetaria che ritiene più efficace; la regola dell'”hair cut” potrebbe tranquillamente decadere assieme alla prassi dell’emissione dei titoli di stato, come prima abbiamo evidenziato.
 
Pertanto, anche basandoci su una semplice e razionale valutazione costi-benefici e tralasciando per un attimo le considerazioni politiche sulle quali ci siamo già espressi, ne consegue che nulla giustifica la permanenza dell’Italia all’interno della zona euro, con buona pace degli “esperti” de “Il Sole 24 Ore”.

Il falso mito delle relazioni tra variazioni del cambio, variazioni dei prezzi e costo del greggio smentito dall’analisi storica recente. In risposta alla continua osservazione: “Se usciamo dall’euro faremo la spesa con le carriole”

Di Andrea Terzi: “Sostenere artificialmente un cambio svalutato serve a sostenere gli esportatori, ma non è la politica corretta. Ora, con la riduzione delle esportazioni e i tassi di interesse negativi, la Svizzera deve reagire stimolando la domanda interna con una politica che rimuova i limiti al debito per investimenti in infrastrutture”

Diventa un attivista. Un punto centrale della “lotta” al neoliberismo: come funzionano le valutazioni internazionali delle monete, come si origina una svalutazione, quali sono gli effetti sull’inflazione. Video, slide, e approfondimenti bibliografici

Ogni crisi finanziaria si risolve con una riduzione della pressione fiscale o un aumento della spesa: invece il Cremlino sta scaricando sui più poveri l’attacco al rublo. Il “caso” russo è un “caso” di scuola per capire come agire una volta compresa la natura della moneta e i saldi settoriali, e come non agire sulla base dei “dogmi” imposti dal mainstream

Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi4.html
L’ultima volta abbiamo visto insieme come l’inflazione non rappresenti affatto quel mostro che quotidianamente ci viene descritto da combattere con ogni mezzo, anche riducendo in termini reali i diritti e il potere di acquisto dei lavoratori (che è poi un controsenso, ma gli esperti economisti neoclassici non ci arrivano, o non consentono al popolino bue di arrivarci).
Oggi sfateremo un altro mito assai pernicioso col quale l’Unione Europea tiene sotto il suo giogo le ex repubbliche democratiche e sovrane, ora schiave della dittatura del libero mercato e della globalizzazione, ossia, la svalutazione della valuta dello stato.
Da sottolineare il fatto che l’economia mainstream tende a correlare direttamente la svalutazione di una moneta rispetto un’altra con il fenomeno dell’inflazione interna e quindi della perdita del potere di acquisto da parte della popolazione. Nel precedente post abbiamo smentito in maniera categorica la relazione tra inflazione e perdita del potere di acquisto, ora qui ci occuperemo di analizzare la relazione tra svalutazione e inflazione.
Uno stato a moneta sovrana deve essere in grado di emettere la sua valuta in condizioni di monopolio e senza agganci a metalli preziosi (ad esempio l’oro) e a valute di altri stati, dal momento in cui, se si incorre nelle ultime due condizioni, lo stato emissore deve sempre assicurare la convertibilità della sua valuta ad un tasso di cambio fisso. E’ quanto è accaduto ad esempio all’Argentina nel corso di tutti gli anni ’90 del secolo scorso: durante questo periodo l’Argentina aveva agganciato il valore del Peso a quello del Dollaro ad un rapporto fisso di 1 ad 1 e in queste condizioni il governo dovrà sempre procurarsi una moneta che non può creare dal nulla (il dollaro) prima di poter spendere in pesos in quanto, se non lo fa, non può garantire la convertibilità della sua moneta in quella straniera ed è sottoposto alle speculazioni dei mercati finanziari. In queste condizioni un governo non è di fatto sovrano della sua economia, ma ancora dipende dai mercati finanziari presso i quali dovrà sempre procurarsi la valuta straniera prima di poter spendere nella sua.
Ma torniamo alla questione della svalutazione: la svalutazione (o la valutazione di una moneta rispetto un’altra) si può verificare nelle condizioni di uno stato che decida di usare una moneta sovrana nel rispetto delle tre condizioni di cui sopra, perciò in tal caso la sua valuta dovrà essere fluttuante, cioè scambiabile con altre ad un tasso di cambio deciso dalle leggi della domanda e dell’offerta. Una valuta molto richiesta rispetto all’offerta pertanto tenderà ad apprezzarsi, mentre una valuta la cui offerta sia molto maggiore rispetto alla richiesta tenderà a deprezzarsi.
Per fare degli esempi: se degli investitori in massa decidono di disfarsi di una valuta per acquistarne un’altra di fatto possono determinarne un deprezzamento, così come uno stato che decida di acquistare forti quantità di valuta estera sul mercato dei cambi (il FOREX, il luogo in chi avvengono di continuo questi scambi e si parla di cifre che possono arrivare a migliaia di miliardi di dollari al giorno: http://www.borsaitaliana.it/notizie/speciali/valute/mercato-valute/forex/forex.htm).
Un classico esempio è quello legato alla speculazione eseguita nel 1992 dal finanziere di origine ungherese George Soros, che vendette lire allo scoperto (senza possederle realmente) per acquistare una elevata quantità di dollari. A quei tempi l’Italia era all’interno dello SME (il Sistema Monetario Europeo), ossia, possedeva una valuta sovrana che però si trovava in un ristretto range di oscillazione rispetto un paniere composto da tutte le altre valute europee (la cosiddetta valuta – paniere ECU (unità di conto europea):
http://it.wikipedia.org/wiki/Unit%C3%A0_di_conto_europea).
Questo è un classico esempio di speculazione a cui può andare incontro un paese che decida di agganciare la sua valuta ad un tasso di cambio fisso (o semifisso in questo caso). In quell’occasione del 1992, Banca Italia nel tentativo di difendere il cambio vendette riserve pari ad un ammontare di 48 miliardi di dollari e Soros guadagnò fortemente da questa operazione in quanto si trovò a dover acquistare (dopo la vendita allo scoperto) una valuta (la lira) svalutata. I tentativi di Banca Italia per difendere il cambio fallirono e il nostro paese fu costretto ad uscire dallo SME sperimentando una svalutazione secca del 30% (che per noi fu tutt’altro che uno svantaggio, come vedremo in seguito): http://www.huffingtonpost.it/2013/05/12/george-soros-lo-speculato_n_3262351.html
Nel nostro Programma di Salvezza Economica Nazionale, con l’uscita dell’Italia dall’Eurozona, oltre all’abolizione del settore finanziario speculativo si propone anche di lasciare tutti i depositi attuali in Euro, proprio per evitare la svendita da parte del settore finanziario della nuova valuta. Di fatto la Lira si apprezzerà perché tutti gli attori economici, per eseguire le transazioni e per poter pagare le tasse, dovranno vendere gli euro per acquisire le lire. Ecco quindi smontato il grande terrorismo eurista che vuole necessariamente una svalutazione della nuova valuta sovrana pari ad almeno il 20 – 30%. Da notare che con ogni probabilità l’abbandono dell’Euro da parte del nostro paese causerà la fine della credibilità dell’intero sistema dell’Eurozona e la valuta che potrebbe nel giro di poco tempo perdere valore potrebbe essere proprio l’Euro.
Inoltre le stime sulla svalutazione da parte degli economisti mainstream si basano su considerazioni del tutto fuorvianti e infondate, quali la correlazione tra spesa in deficit da parte di uno stato a moneta sovrana e inflazione, addirittura la relazione tra perdita di competitività e sopravvalutazione della valuta estera e la correlazione tra casi di uscita da cambi fissi e casi di adozione di una nuova valuta (si ricorda che quando una nuova valuta inizia a circolare inizialmente è una “merce” scarsa e richiesta per ogni transazione e pertanto, per le leggi di mercato, tenderà ad apprezzarsi e non il contrario).
Un classico esempio di tali ragionamenti scorretti è ben visibile in questo articolo in cui uno studio del Gruppo Bancario Nomura riporta le stime per la svalutazione della Dracma se la Grecia uscisse dall’Euro: http://www.forexinfo.it/Grecia-fuori-dall-euro-Nomura-fa 
Si ricorda che le stime più pessimistiche della svalutazione della nuova lira sono proprio del Gruppo Nomura, che prevede per il nostro paese una svalutazione di circa il 25-30% (rispetto l’Euro).
http://www.rischiocalcolato.it/2011/12/quanto-varrebbe-la-neolira-in-euro-secondo-nomura.html
Ma cosa accade esattamente quando una moneta si svaluta rispetto ad un’altra ?
Accade che i costi dei prodotti esportati di fatto scendono (per gli attori esteri è più facile acquistare la produzione italiana), mentre i costi delle importazioni salgono. Occorre però notare che la permanenza del potere di spesa all’interno di un territorio di fatto può far sì che aumentino i consumi e i profitti delle aziende nazionali, che creeranno più lavoro e più stipendi e avranno anche un notevole afflusso di valuta forte proveniente dai paesi all’esterno. E’ questo il problema di realizzare unioni monetarie tra paesi con economie diverse (diversa competitività del settore produttivo e diversi tassi di inflazione): il paese con l’economia più debole di fatto vedrà spesa la sua ricchezza finanziaria in gran parte in importazioni da paesi più forti economicamente e ciò farà sì che, internamente, ci siano forti limiti ai consumi e allo sviluppo del settore produttivo nazionale.
Ora comunque vedremo come la relazione tra svalutazione e inflazione (svalutazione interna del potere di acquisto di una valuta) sia un concetto del tutto infondato, che non trova riscontro nella realtà empirica dell’economia reale e utilizzeremo a tal proposito dei dati facilmente verificabili consultando le fonti di riferimento.
Cominciamo a vedere proprio il caso dell’Italia nel 1992, quando uscimmo dallo SME. Ebbene, come riportato sopra e nel grafico sottostante, la nostra valuta sovrana (la Lira) subì una svalutazione pari a circa il 30% (di solito per la svalutazione si considera o una moneta di riferimento particolarmente importate come l’Euro o il Dollaro o una media della svalutazione rispetto le monete più forti):

Lira

Nonostante ciò, l’inflazione non né risentì affatto, passando da un 5% del 1992 ad un 4,5% del 1993:

Inflazione

Ciò a testimoniare il fatto che nella determinazione dei prezzi interni di una nazione non interviene solo il fattore del valore della valuta, ma anche altri fattori di natura commerciale (anche gli altri paesi non hanno interesse a vedere distrutta la competitività delle proprie aziende) e legati al fatto che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto i costi relativi a queste operazioni non risentono della svalutazione della valuta (una valuta si svaluta rispetto ad altre valute esterne, non rispetto sé stessa). La più grande raffineria del petrolio del Mediterraneo per fare un esempio si trova in Sardegna ed è la Saras Raffinerie Sarde S.p.A.
La svalutazione in genere comporta anche maggiori afflussi di capitali dall’estero e ciò è dovuto al fatto che i prezzi delle merci esportate di fatto si abbassano con questa operazione e di nuovo abbiamo conferma di questo fatto osservando la bilancia commerciale dell’Italia in quel periodo:

CAItalia

Come si evince dal grafico di cui sopra quando la nostra valuta si svincolò dal legame asfittico dello SME e assunse un valore più conforme a quello della nostra economia i saldi col settore estero (costituiti in maggior parte dalla differenza tra import ed export) tornarono ad essere positivi e non a caso ricominciarono a scendere dopo il 1996, in conseguenza del nefasto ritorno all’interno dello SME da parte del nostro paese (questi sono i benefici del Più Europa propagandati da chi straparla senza citare nel modo corretto i dati).
Vediamo adesso il caso del Giappone, che nel corso di tutta la prima metà del 2013 svalutò la sua valuta (lo Yen) rispetto al Dollaro di ben 26 punti percentuali, un valore quindi del tutto analogo a quello prospettato per la svalutazione della Lira qualora in questo momento uscissimo dall’Euro:

Yen

Ed ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo (negativa, i prezzi si sono abbassati):

InflaJap

E anche il Giappone è un’economia fortemente importatrice per quanto riguarda le materie prime. Vediamo ora l’andamento del saldo delle partite correnti:

CAJap

In questo caso è visibile anche per il 2013 un saldo delle partite correnti nettamente positivo ed è da sottolineare comunque il fatto che anche negli anni precedenti il Giappone aveva fatto ricorso ad operazioni di svalutazione.
Come ultimo esempio prendiamo sempre come riferimento un paese “non sospetto”, ossia, non particolarmente grande come estensione territoriale e povero di materie prime, la Corea del Sud, che fece ricorso a due forti svalutazioni nel 1998 e nel 2009. Di seguito la relazione tra svalutazione e inflazione:

Won

A fronte di svalutazioni dello Won rispettivamente del 100% (1998) e dell’80% (2009) l’inflazione crebbe solo di pochi punti percentuali (rispettivamente del 4% e del 3%, ma i dati del FMI riportano aumenti minori e addirittura una deflazione del 2% nel 2009) e di seguito si riporta l’andamento delle partite correnti:

CACorea

Come anche in questo caso si evince, a fronte di forti svalutazioni, si determinano anche forti saldi in positivo delle partite correnti, che si traducono in elevati afflussi di capitale all’interno della nazione, senza bisogno di scomodare il tanto (e a torto) vituperato debito pubblico al fine di aumentare la ricchezza finanziaria di una nazione.
L’affermazione per cui i forti vincoli dell’Unione Europea aiuterebbero i paesi più deboli economicamente nella lotta alla competitività globale è pertanto priva di fondamento. Di fatto per aumentare la ricchezza finanziaria di una nazione per rilanciare gli investimenti interni e il PIL serve l’afflusso di denaro o da parte della spesa a deficit dello stato, o da parte di un saldo della bilancia dei pagamenti con l’estero positivo e l’Unione Europea ha distrutto entrambe queste possibilità. Ad onor del vero, rimarrebbe la possibilità della svalutazione dei salari reali, cosa che economie dedite al super export come quella tedesca dopo l’ingresso nell’Euro hanno realizzato in maniera preponderante e non a caso anche queste realtà oggi sono in crisi, con crescite annue del PIL vicine allo 0% o comunque in forte calo.
Nota: dove non specificato altrimenti, tutti i grafici di cui sopra sono stati realizzati con i dati del Fondo Monetario Internazionale. I dati del 2013 sono dei previsionali, in quanto il database al momento della redazione dell’articolo è aggiornato ad ottobre 2013.

Cliccare qui per scaricare il documento in “pdf”.

Citazioni dell’economista circuitista: “Noi italiani abbiamo conosciuto gli effetti di una unione monetaria deleteria già nel 1860. Le conseguenze sono pericolose”.