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Iniziamo questa serie di video con la prima parte, in cui parleremo di come funziona uno Stato, dell’assurdità delle regole dei trattati europei e dell’importanza della spesa pubblica, cosa oggi come oggi ancora più vera considerata l’emergenza sanitaria ed economica in corso.

La parola a Filippo Abbate, referente economico nazionale di MMT Italia.

Buona visione e buona divulgazione !

All’interno della trasmissione Nemico Pubblico ideata dal maestro di satira Giorgio Montanini, in cui si propongono delle candid camera che sono dei veri e propri esperimenti sociali, ne è stata realizzata una in cui si mettono di fronte i cittadini ad un finto e clamoroso movimento per l’abolizione delle pensioni. Perché gli anziani, secondo canoni economici strettamente neo-liberisti, “sono un costo per la società”.

È interessante notare come i cittadini, posti di fronte alla manifestazione palese delle idee – che è necessario ammettere circolano realmente nella nostra società oggigiorno messa alle strette dalle difficoltà economiche – reagiscano ribattendo con fermezza che “la pensione che mi viene erogata l’ho pagata io lavorando per 62 anni”. Ovvio dire che circoscrivendo il dibattito ai principi dell’economia mainstream che è quella che afferma che le tasse paghino la spesa pubblica, le pensioni siano un reale costo per la società. Mentre chi conosce la Teoria Monetaria Moderna sa che ciò non è assolutamente vero per uno Stato che è monopolista della moneta il quale non ha assolutamente bisogno dei soldi dei cittadini per erogare questo servizio e diritto, le cui forme dovrebbero tener conto di parametri ben diversi come ad esempio la dignità di una pensione di 300 euro (come afferma il terzo anzian0 intervistato).

Questo esperimento sociale mostra tutta la violenza di un paradigma economico ideato ad appannaggio di detentori di rendita che hanno tutto l’interesse affinché le classi subalterne combattano tra loro, chiusi come siamo in un vero e proprio circuito mentale, senza alcuna via di uscita, e pronti ad accettare veri e propri sacrifici umani in nome delle leggi del mercato e del darwinismo economico.

Per questo esiste il movimento Mmt: non solo per ridare dignità all’etica che vede nei diritti alla persona il naturale approdo del progresso civile e umano, ma anche per un cambiamento di paradigma che sia un reale strumento per tutte le classi lavoratrici e imprenditori al fine di ritrovare la libertà di pensare un futuro migliore con più diritti, piuttosto che un mero e disperato mantenimento dei pochi che abbiamo, chiediamoci piuttosto se una pensione di 300 euro come detto dalla candid possa considerarsi in linea con la nostra Costituzione.

E mentre nella candid l’abolizione delle pensioni è per fortuna un puro scherzo (che ci fa riflettere), l’Europa “della competitività e della piena occupazione” ci fa sapere che un eventuale erogazione delle rivalutazioni pensionistiche, oggi finalmente possiamo dire illegalmente bloccati dalla norma Fornero contenuta nel decreto “Salva Italia” di Monti grazie alla sentenza della Consulta, dovrà essere controbilanciata da nuovi sacrifici ed austerità. Non è uno scherzo. Sono vite umane.

Secondo il “senso comune” si ritiene che, per generare profitti, sia sufficiente che il settore  privato si sviluppi libero e che il denaro circoli velocemente.
Attraverso una semplice analisi vedremo se tale “senso comune” è da ritenersi corretto.

Imprenditori italiani protestano a Roma
 
 
Suddividiamo il sistema privato mondiale in due settori: da una parte abbiamo tutti i capitalisti/imprenditori (che chiameremo settore degli imprenditori) e dall’altra tutti i lavoratori/dipendenti (che chiameremo settore dei dipendenti).
Ipotizziamo inoltre di trovarci in una economia dove non esistano settori pubblici: quindi non ci sono tasse, non c’è spesa pubblica e non ci sono dipendenti pubblici. Quindi parliamo di libero mercato puro: il sogno dei liberisti.
Secondo il “senso comune”, in un contesto simile, i profitti dovrebbero essere più alti che mai.
Alcune riflessioni:
– il settore dei dipendenti in aggregato ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello degli imprenditori) paga salari e stipendi.
– il settore degli imprenditori in aggregato  ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello dei dipendenti) compra i beni e servizi reali venduti dagli
imprenditori.
– ogni scambio di beni e servizi reali tra imprenditori o tra dipendenti non genera flussi finanziari in entrata ed in uscita dal rispettivo settore: in questi casi il denaro passa da un imprenditore all’altro o da un dipendente all’altro all’interno del rispettivo settore.
Partiamo dall’anno X e supponiamo che:

  • tutti i dipendenti vengono assunti dagli imprenditori per produrre beni e servizi reali (non esistono disoccupati)
  • il settore degli imprenditori paga un ammontare di salari/stipendi totali pari a 1.000 soldi (che entrano nel settore dei dipendenti)
  • i dipendenti non risparmiano nulla ed utilizzano tutto l’ammontare di stipendi/salari per comprare i beni e servizi reali venduti dagli imprenditori: 1.000 soldi torneranno nel settore degli imprenditori in cambio di beni e servizi reali

Elaborando il saldo per l’anno X possiamo facilmente dedurre che non c’è profitto in aggregato per il settore degli imprenditori:
1.000 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 1.000 soldi (in uscita come salari e stipendi) = 0
Il saldo è pari a zero, e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Accadrà sicuramente che alcuni imprenditori ottengono profitti mentre altri realizzano perdite; ma non c’è profitto in aggregato nel settore degli imprenditori.
Veniamo all’anno X+1 e supponiamo che:

  •  il settore degli imprenditori, grazie al progresso tecnologico, riesce a produrre una maggiore quantità di beni e servizi reali con un minor numero di dipendenti a disposizione rispetto all’anno precedente
  • tali innovazioni provocano alcuni licenziamenti e quindi disoccupazione: non tutti i soggetti del settore dei dipendenti trovano lavoro
  •  il settore degli imprenditori, in seguito ad alcuni licenziamenti, paga in aggregato soltanto 900 soldi di stipendi al settore dei dipendenti
  • i dipendenti di nuovo non risparmiano nulla e spendono tutto in beni e servizi reali venduti dagli imprenditori

Elaborando il saldo per l’anno X+1 vediamo che, nonostante gli imprenditori abbiano prodotto più beni e servizi reali dell’anno precedente ad un costo inferiore, di nuovo non c’è profitto in aggregato per il loro settore:
900 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 900 soldi (in uscita come salari e stipendi) = zero
Il saldo sarà di nuovo pari a zero e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Da ciò si evince che tale settore, non solo non è riuscito a generare profitto,  ma neanche è riuscito a vendere la maggior quantità di beni e servizi reali che è riuscito a produrre a causa dell’aumento della disoccupazione e la diminuzione del reddito.
Per completezza d’informazione, 100 soldi sono rimasti nel settore degli imprenditori come risparmio derivante dalla minor manodopera utilizzata e quindi non sono transitati nel settore dei dipendenti sotto forma di salari nell’anno X+1.
Giungiamo quindi all’anno X+2 e supponiamo che:

  • sono rimaste scorte invendute dell’anno precedente
  • aumentano ulteriormente i licenziamenti
  • L’ammontare dei salari sarà soltanto di 800 soldi
  • il settore dei lavoratori risparmia un 10% dell’ammontare totale dei salari/stipendi

Elaborando il saldo per l’anno X+2 vediamo che il settore degli imprenditori realizza addirittura una perdita:
720 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 800 soldi (in uscita come salari e stipendi)  = – 80
Come possiamo constatare da questo semplice esempio, in una situazione di PURO LIBERO MERCATO, il settore degli imprenditori non è in grado di realizzare profitti in aggregato e, più probabilmente, realizzerà perdite.
Qualcuno potrebbe far notare che quanto descritto è proprio la dura legge della concorrenza nel libero mercato che si basa sulla competizione: mentre alcune imprese sopravvivono e fanno profitti, altre chiudono i battenti. Una specie di selezione naturale basata sull’efficienza.
Senza entrare nel merito della funzionalità e realizzabilità dei mercati perfettamente concorrenziali (e ce ne sarebbe da dire) vorrei soffermarmi su sei riflessioni:
– in un contesto simile ogni arricchimento finanziario netto di un settore corrisponde ad un impoverimento di pari entità dell’altro settore.
– la quantità di valuta (ricchezza finanziaria) nel sistema globale (quindi unendo i due settori) è costante e non può aumentare.
– la popolazione tende tuttavia ad aumentare ed a ciò non può corrispondere un aumento della quantità di moneta nel sistema: man mano che la popolazione aumenta, i cittadini in media avranno sempre minor disponibilità di ricchezza finanziaria.
– tale sistema tenderà a sviluppare situazioni di oligopolio in seguito alla legge del “pesce grande mangia pesce piccolo” e quindi porterà ad una situazione in cui poche grandi imprese avranno il controllo di interi settori di produzione: il processo di accentramento comporterà che molte imprese cesseranno la propria attività.
– nonostante le imprese, grazie al progresso tecnologico, migliorano la produttività e l’efficienza e producono un più alto numero di beni e servizi reali ad un costo unitario più basso, buona parte dei beni e servizi rimangono invenduti perché non ci sono abbastanza
soldi nel sistema per poterli acquistare.
– se infine arriviamo alla situazione paradossale in cui un unica grande impresa controlla tutta la produzione globale, tale impresa non potrà comunque realizzare profitti.
Per fare in modo che il settore imprenditoriale (anche nel caso in cui fosse costituito da una unica grande impresa) realizzi profitti in aggregato risulta necessaria l’esistenza di un altro settore che compri i beni e servizi reali che sono rimasti invenduti.
Questo compito, nelle economie capitaliste moderne, è svolto dal settore pubblico (che possiamo vederlo come l’unione dei settori pubblici di tutto il mondo).
Soltanto grazie ad un settore pubblico aggregato che  paga stipendi pubblici a coloro che non trovano lavoro nel settore privato, il quantitativo di beni e servizi reali invenduti può essere acquistato, permettendo al settore imprenditoriale di realizzare un profitto in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che compra beni e servizi reali dal settore imprenditoriale, tale settore potrà realizzare profitti in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che paga pensioni a coloro che non possono più lavorare, il settore imprenditoriale potrà realizzare profitti in aggregato.
In seguito all’esempio svolto possiamo concludere che la spesa pubblica (sotto forma di stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni) è l’unico strumento in grado di generare profitto in aggregato nel settore degli imprenditori; la spesa pubblica è l’unico strumento in grado di aumentare la quantità di valuta nel settore privato in aggregato (cioè il settore che si otterrebbe unendo il settore degli imprenditori con quello dei dipendenti privati).
Ora torniamo al mondo reale. In questi ultimi 30 anni abbiamo assistito ad una quantità innumerevole di imprenditori che, intervistati in tv e nei quotidiani nazionali, chiedono una riduzione della spesa pubblica ed una riduzione del numero dei dipendenti pubblici come soluzione alla crisi economica. Tagli, tagli, e di nuovo tagli!
Alla luce della semplice analisi che abbiamo svolto poc’anzi mi chiedo come sia possibile che la classe imprenditoriale e le associazioni di categoria che la rappresentano (Confindustria in primis), possano ignorare in maniera così profonda il reale
funzionamento delle economie capitaliste moderne.
Benché l’esempio svolto sia una rappresentazione estremamente semplificata della realtà, da diversi anni assistiamo a continui tagli alla spesa pubblica e a frequenti processi di privatizzazione. Contestualmente stiamo sperimentando una crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese seguita, di pari passo, da processi di concentrazione delle stesse anche attraverso l’acquisto di grandi gruppi
industriali  italiani da parte di ancor più grandi gruppi esteri.
Quando l’imprenditoria italiana capirà qual è stato il principale motore della propria crescita e la primaria fonte dei suoi profitti dal dopoguerra ad oggi (cioè la vituperata spesa pubblica), sarà decisamente troppo tardi.
L’imprenditoria italiana, scagliandosi contro la spesa pubblica e la riduzione dei dipendenti pubblici si è scavata da sola la fossa nella quale è precipitata determinando, probabilmente, la propria morte.
Come recita un vecchio proverbio, non resta che dire: “chi è causa del suo male, pianga se stesso!”
Ed il settore bancario? Il settore bancario è stato volutamente escluso dall’analisi per necessità di semplificazione. In ogni caso la sostanza del discorso non cambia: i crediti bancari non generano ricchezza finanziaria netta all’interno del settore privato poiché all’emissione di prestiti bancari corrisponde l’accensione di debiti privati, nei confronti delle stesse banche, che devono essere restituiti.
Ma lo Stato come finanzia la spesa pubblica? Come abbiamo più volte spiegato, se lo Stato emette valuta a tasso di cambio flessibile, prima lo Stato spende emettendo valuta e, soltanto successivamente, raccoglie le tasse e vende titoli di stato. Da ciò si evince che tasse e titoli non svolgono la funzione di finanziare la spesa che, di fatto, è sempre finanziata da emissione di nuova valuta.
 

Documento da inviare a giornalisti, commentatori, politici. Tutti i dati dal 2013 al 2018 voluti e firmati da Renzi e Padoan su tasse e pressione fiscale prevista in aumento fino al 43,6% nel 2016. Altro che Rottamatore: così si “rottama” la speranza

Fonte: Memmt Veneto
Oggi vi voglio parlare di tre paesi e non di tre paesi qualunque, ma tre stati che le fonti ufficiali dipingono come economie benestanti, due dei quali rientrano a pieno rango tra le economie più avanzate secondo la classifica del Fondo Monetario Internazionale.
Come mai sono importanti questi stati?
Vi ricordate dell’inflazione e delle partite correnti ? Ne abbiamo parlato diffusamente qui (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi3.html) e qui (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi6.html).
Riassumendo, l’economia mainstream dipinge l’inflazione come uno dei mali peggiori, come qualcosa che necessariamente mina alla base la solidità di tutti i parametri macroeconomici più importanti, quali l’occupazione e il reddito nazionale; mentre la competitività (saldo positivo delle partite correnti) è assolutamente necessaria, in quanto una nazione può sopravvivere di fatto solo facendo sì che un’altra soccomba, nella gara globale al ribasso dei prezzi e dei salari reali dei lavoratori al fine di esportare il più possibile beni reali in cambio di beni finanziari.
Bene, oggi vedremo come questi tre paesi di cui sopra accennavo, di fatto con le loro serie storiche smontano ancora una volta questi falsi miti, creati ad hoc per spaventare le persone e giustificare le politiche criminali oggi imposte da tutti i governi dell’Eurozona (tra cui ovviamente il caso Italia non è da meno, come sovente accade quando si tratta di fare il male e non il bene).
Consideriamo in prima istanza l’Australia: si tratta di un paese assai ricco di materie prime, un paese quindi fortemente esportatore, ma anche fortemente importatore per quanto riguarda i prodotti finiti: http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_dell%27Australia
Come farà mai questo stato ad essere fra le prime economie al mondo ? Grazie alle sue materie prime ovviamente; senz’altro noi Italia non possiamo pensare di essere uno stato autonomo con una sua moneta, perché non abbiamo materie prime, mentre l’Australia ne è ricchissima e campa di surplus commerciali.
Bene, ancora una volta facciamo affidamento alle fonti ufficiali e andiamo a vedere se veramente le cose stanno così:

Australia_macro

Signore e signori, ho il piacere di presentarvi il caso Australia. A quanto pare il fatto di essere ricchi di materie prime non necessariamente comporta di avere dei surplus col settore estero (vedere linea gialla sopra che rappresenta il saldo delle partite correnti). Ebbene, l’Australia dal 1980 fino al 2013 ha registrato costantemente forti disavanzi dei suoi pagamenti con l’estero (al contrario dell’Italia, vedere qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi4.html).
Nonostante ciò, non sembra affatto che la sua economia ne abbia risentito, con aumenti percentuali annui del PIL sempre ragguardevoli (in media circa 3-4% all’anno) e un livello di disoccupazione che solo in due anni superò la soglia del 10%, per poi ridiscendere in maniera pressoché costante e stabilizzarsi ad un livello inferiore al 6% (più o meno la disoccupazione che oggi ha la Germania, che vive di esportazioni).
Mah che strano. Come mai tutto ciò ? Forse che l’aumento del reddito di una nazione non è dovuto solo agli scambi finanziari con l’estero, ma anche ad altre entrate, quali ad esempio la spesa pubblica, che non a caso aumentò sempre in maniera costante, mentre il debito pubblico (somma dei deficit annuali di uno stato) subì un’impennata proprio a partire dalla crisi finanziaria del 2007 ?

Australia_spesa

Ma vediamo ora (per levarci ogni dubbio) anche il caso della Nuova Zelanda, paese che al contrario dell’Australia è povero di materie prime (esattamente come la sfortunata Italia): http://it.wikipedia.org/wiki/Nuova_Zelanda#Economia.

 NZelanda_macro

Arghh! Di nuovo un paese con forti deficit nei confronti dell’estero ma con altri parametri macroeconomici “in regola”, uno stato che attualmente ha una disoccupazione pari al 6% (meno della metà rispetto quella nostra, nonostante nel 2013 l’Italia sia tornata ad avere un surplus nelle partite correnti, dovuto però ahimè al calo dei consumi, quindi anche delle importazioni: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi7.html). Per qualche strano motivo che gli economisti mainstream si guardano bene dall’analizzare, qualcosa non quadra. Non sarà forse per merito anche qui di una crescita della spesa dello stato e di un debito pubblico che aumenta in tempo di crisi finanziaria (dal 2007 in poi) ?

 NZelanda_spesa

Anche in questo caso, è esattamente ciò che è successo.
Per quanto riguarda l’altro grande spauracchio, ossia, l’inflazione, divertiamoci ulteriormente andando a guardare le serie storiche di un paese non certo tra le economie più avanzate e nemmeno tra i più democratici e rispettosi dei diritti umani e del bene della popolazione, ossia, la Turchia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Turchia#Economia

Turchia_macro

Allora, non prendete paura. Ho usato un grafico a doppio asse “y” al fine di poter analizzare contemporaneamente tutti i dati macroeconomici più rilevanti, ossia, inflazione (asse a destra), disoccupazione e aumento percentuale del PIL (asse a sinistra). Come si evince dai dati sopra, dal 1981 al 2002 circa la Turchia ha sempre avuto un’inflazione molto elevata (superiore quasi sempre al 40% di aumento annuo). Nonostante ciò, registrò molto spesso aumenti annui del reddito nazionale (PIL) circa pari o superiori al 5% (con picchi vicini al 10%), mentre la disoccupazione non sembrò risentirne affatto, attestandosi su valori moderati per poi incredibilmente superare le due cifre proprio in corrispondenza del forte abbassamento dell’inflazione a partire dal 2002. In questo caso dunque il modello della “Curva di Phillips” sembra dare ragione all’economia mainstream, che tuttavia preferisce rispetto all’alta inflazione avere più persone che il reddito proprio non lo percepiscono (svalutato o meno che sia).
Dove l’economia mainstream non ha però ragione è sul parallelismo tra spesa pubblica e aumento dell’inflazione:

Turchia_spesa

Sia la spesa totale del governo che il debito pubblico (in valori assoluti) sono sempre aumentati, mentre il debito pubblico in rapporto al PIL è pressoché sempre calato, segnale del fatto che ad un aumento della liquidità disponibile sono aumentati in misura maggiore i consumi interni in beni e servizi (e quindi anche il reddito interno aggregato). Come abbiamo più volte ribadito infatti (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi3.html), se ad un aumento dell’offerta di moneta aumenta anche la produzione, l’inflazione non ne risente e in questo caso è pure calata.
Questo articolo è nato da un’idea del nostro referente economico Daniele della Bona e da un esempio riportato da Warren Mosler nel corso della riunione con gli attivisti ME-MMT tenutasi a Chianciano domenica 12 gennaio 2014 (e trascritta magistralmente da Mario Volpi).
Un particolare grazie a tutti.
Nota: tutti i grafici di cui sopra sono stati ottenuti mediante elaborazione dei dati ricavati dal sito del Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook Database:http://www.imf.org/external/
In alcuni casi i dati per gli anni ’80 del secolo scorso non sono disponibili.

Così è stato sovvertito l’ordine istituzionale. Da una parte uno Stato che regola l’economia garantendo di che vivere, risparmiare e pagare le tasse. Dall’altra uno Stato-Tiranno costretto a tassare fino all’ultimo centesimo per restituire prestiti e interesse alle banche. Cosa preferisci?

Questo giovanotto dall’aria pulita e manageriale che individua nei nostri nonni e nei nostri genitori i colpevoli della crisi gestisce un fondo speculativo in Gran Bretagna, ha lavorato per due delle più grandi banche mondiali d’investimento, Ubs e Morgan Stanley e alla Leopolda raccoglie applausi enunciando le peggiori “frodi capitali” della politica neoliberista

Tutto così semplice semplice da essere capito da panettieri, baristi, imprenditori, fornai, muratori, casalinghe, insegnanti, disoccupati, studenti, nonne, impiegati pubblici e privati, operai… ma a fatica dai principali giornali nazionali

Imbarazzante editoriale sul Corriere della Sera: “La Francia deve mettere mano alla mastodontica spesa pubblica, l’Italia senza l’euro tornerebbe a spendere come una cicala. Senza le norme Ue, chi governerebbe il nostro paese non potrebbe resistere alle pressioni di sindacati, industriali, amministratori”

Leggere e decifrare i tecnicismi del mondo finanziario ed economico, incomprensibile per il cittadino comune e reso ancor più complicato da giornalisti che non esercitano pienamente il loro dovere di critica e di semplificazione a vantaggio della cittadinanza. Ecco che Paolo Barnard, ospite domenica, 28 settembre alla trasmissione “La Gabbia” di La 7, riesce a far comprendere come, con l’avvento della crisi e la contemporanea distruzione degli Stati operata in Europa, non ci sia possibilità che l’economia cambi verso e torni in una situazione di benessere