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Stephanie Kelton sul New York Times qui articolo originale
Quando il governo spende più di quanto incassa in tasse, un “deficit” viene registrato nei libri contabili. Ma questa è solo metà della storia. Supponiamo che il governo spenda 100 dollari e ne raccolga 90 in tasse, lasciando a qualcun altro i restanti 10 dollari. Quei 10 dollari extra verranno registrati come un surplus nei libri contabili di qualcun altro.
Questo significa che i -10 dollari del governo corrispondono sempre a +10 dollari da qualche altra parte. Non c’è alcuna corrispondenza mancante e non c’è alcun problema a mettere insieme le cose. I bilanci devono bilanciarsi, dopo tutto.
Il deficit del governo si rispecchia sempre in un surplus equivalente da qualche altra parte. 
Il problema è che i politici guardano questa immagine con un occhio chiuso. Vedono il deficit di bilancio ma non si accorgono del surplus corrispondente dall’altra parte. E dato che anche tanti americani, allo stesso modo, non se ne accorgono, finiscono con l’applaudire gli sforzi a pareggiare il bilancio, anche se questo significherebbe cancellare il surplus del settore privato.

Date a Cesare quello che è di Cesare.

In questa semplice frase c’è una verità macroeconomica che può aiutarvi a capire perché la nostra economia sta morendo. La moneta è emessa dal monopolista (Cesare allora, lo Stato ieri, la Bce oggi),viene dal monopolista.
Prima il monopolista la spende (una volta con la spesa militare principalmente, ieri con la spesa pubblica ed oggi con niente, ahimè) e poi la chiede indietro con le tasse (quelle imperiali con Cesare, quelle che conosciamo noi adesso).
Se Cesare la spende in misura maggiore di quanto la preleva allora il settore privato si arricchisce. Se Cesare la preleva in misura maggiore di quanto l’abbia prima spesa allora il settore privato si impoverisce.
Quindi Cesare deve prima spendere la sua moneta affinché noi la si possa restituire con le tasse e trattenerne una parte per il nostro risparmio ed una parte per il funzionamento dell’economia. Se manca moneta è perché Cesare non la spende in misura sufficiente.
La moneta è di Cesare ed a lui deve tornare: ma fategli capire che prima la deve spendere per darcela e consentirci di pagare le tasse e di far vivere l’economia. Date a Cesare quello che è di Cesare: ma prima fategli capire che se non spende di più, la nostra economia muore.

Secondo il “senso comune” si ritiene che, per generare profitti, sia sufficiente che il settore  privato si sviluppi libero e che il denaro circoli velocemente.
Attraverso una semplice analisi vedremo se tale “senso comune” è da ritenersi corretto.

Imprenditori italiani protestano a Roma
 
 
Suddividiamo il sistema privato mondiale in due settori: da una parte abbiamo tutti i capitalisti/imprenditori (che chiameremo settore degli imprenditori) e dall’altra tutti i lavoratori/dipendenti (che chiameremo settore dei dipendenti).
Ipotizziamo inoltre di trovarci in una economia dove non esistano settori pubblici: quindi non ci sono tasse, non c’è spesa pubblica e non ci sono dipendenti pubblici. Quindi parliamo di libero mercato puro: il sogno dei liberisti.
Secondo il “senso comune”, in un contesto simile, i profitti dovrebbero essere più alti che mai.
Alcune riflessioni:
– il settore dei dipendenti in aggregato ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello degli imprenditori) paga salari e stipendi.
– il settore degli imprenditori in aggregato  ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello dei dipendenti) compra i beni e servizi reali venduti dagli
imprenditori.
– ogni scambio di beni e servizi reali tra imprenditori o tra dipendenti non genera flussi finanziari in entrata ed in uscita dal rispettivo settore: in questi casi il denaro passa da un imprenditore all’altro o da un dipendente all’altro all’interno del rispettivo settore.
Partiamo dall’anno X e supponiamo che:

  • tutti i dipendenti vengono assunti dagli imprenditori per produrre beni e servizi reali (non esistono disoccupati)
  • il settore degli imprenditori paga un ammontare di salari/stipendi totali pari a 1.000 soldi (che entrano nel settore dei dipendenti)
  • i dipendenti non risparmiano nulla ed utilizzano tutto l’ammontare di stipendi/salari per comprare i beni e servizi reali venduti dagli imprenditori: 1.000 soldi torneranno nel settore degli imprenditori in cambio di beni e servizi reali

Elaborando il saldo per l’anno X possiamo facilmente dedurre che non c’è profitto in aggregato per il settore degli imprenditori:
1.000 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 1.000 soldi (in uscita come salari e stipendi) = 0
Il saldo è pari a zero, e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Accadrà sicuramente che alcuni imprenditori ottengono profitti mentre altri realizzano perdite; ma non c’è profitto in aggregato nel settore degli imprenditori.
Veniamo all’anno X+1 e supponiamo che:

  •  il settore degli imprenditori, grazie al progresso tecnologico, riesce a produrre una maggiore quantità di beni e servizi reali con un minor numero di dipendenti a disposizione rispetto all’anno precedente
  • tali innovazioni provocano alcuni licenziamenti e quindi disoccupazione: non tutti i soggetti del settore dei dipendenti trovano lavoro
  •  il settore degli imprenditori, in seguito ad alcuni licenziamenti, paga in aggregato soltanto 900 soldi di stipendi al settore dei dipendenti
  • i dipendenti di nuovo non risparmiano nulla e spendono tutto in beni e servizi reali venduti dagli imprenditori

Elaborando il saldo per l’anno X+1 vediamo che, nonostante gli imprenditori abbiano prodotto più beni e servizi reali dell’anno precedente ad un costo inferiore, di nuovo non c’è profitto in aggregato per il loro settore:
900 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 900 soldi (in uscita come salari e stipendi) = zero
Il saldo sarà di nuovo pari a zero e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Da ciò si evince che tale settore, non solo non è riuscito a generare profitto,  ma neanche è riuscito a vendere la maggior quantità di beni e servizi reali che è riuscito a produrre a causa dell’aumento della disoccupazione e la diminuzione del reddito.
Per completezza d’informazione, 100 soldi sono rimasti nel settore degli imprenditori come risparmio derivante dalla minor manodopera utilizzata e quindi non sono transitati nel settore dei dipendenti sotto forma di salari nell’anno X+1.
Giungiamo quindi all’anno X+2 e supponiamo che:

  • sono rimaste scorte invendute dell’anno precedente
  • aumentano ulteriormente i licenziamenti
  • L’ammontare dei salari sarà soltanto di 800 soldi
  • il settore dei lavoratori risparmia un 10% dell’ammontare totale dei salari/stipendi

Elaborando il saldo per l’anno X+2 vediamo che il settore degli imprenditori realizza addirittura una perdita:
720 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 800 soldi (in uscita come salari e stipendi)  = – 80
Come possiamo constatare da questo semplice esempio, in una situazione di PURO LIBERO MERCATO, il settore degli imprenditori non è in grado di realizzare profitti in aggregato e, più probabilmente, realizzerà perdite.
Qualcuno potrebbe far notare che quanto descritto è proprio la dura legge della concorrenza nel libero mercato che si basa sulla competizione: mentre alcune imprese sopravvivono e fanno profitti, altre chiudono i battenti. Una specie di selezione naturale basata sull’efficienza.
Senza entrare nel merito della funzionalità e realizzabilità dei mercati perfettamente concorrenziali (e ce ne sarebbe da dire) vorrei soffermarmi su sei riflessioni:
– in un contesto simile ogni arricchimento finanziario netto di un settore corrisponde ad un impoverimento di pari entità dell’altro settore.
– la quantità di valuta (ricchezza finanziaria) nel sistema globale (quindi unendo i due settori) è costante e non può aumentare.
– la popolazione tende tuttavia ad aumentare ed a ciò non può corrispondere un aumento della quantità di moneta nel sistema: man mano che la popolazione aumenta, i cittadini in media avranno sempre minor disponibilità di ricchezza finanziaria.
– tale sistema tenderà a sviluppare situazioni di oligopolio in seguito alla legge del “pesce grande mangia pesce piccolo” e quindi porterà ad una situazione in cui poche grandi imprese avranno il controllo di interi settori di produzione: il processo di accentramento comporterà che molte imprese cesseranno la propria attività.
– nonostante le imprese, grazie al progresso tecnologico, migliorano la produttività e l’efficienza e producono un più alto numero di beni e servizi reali ad un costo unitario più basso, buona parte dei beni e servizi rimangono invenduti perché non ci sono abbastanza
soldi nel sistema per poterli acquistare.
– se infine arriviamo alla situazione paradossale in cui un unica grande impresa controlla tutta la produzione globale, tale impresa non potrà comunque realizzare profitti.
Per fare in modo che il settore imprenditoriale (anche nel caso in cui fosse costituito da una unica grande impresa) realizzi profitti in aggregato risulta necessaria l’esistenza di un altro settore che compri i beni e servizi reali che sono rimasti invenduti.
Questo compito, nelle economie capitaliste moderne, è svolto dal settore pubblico (che possiamo vederlo come l’unione dei settori pubblici di tutto il mondo).
Soltanto grazie ad un settore pubblico aggregato che  paga stipendi pubblici a coloro che non trovano lavoro nel settore privato, il quantitativo di beni e servizi reali invenduti può essere acquistato, permettendo al settore imprenditoriale di realizzare un profitto in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che compra beni e servizi reali dal settore imprenditoriale, tale settore potrà realizzare profitti in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che paga pensioni a coloro che non possono più lavorare, il settore imprenditoriale potrà realizzare profitti in aggregato.
In seguito all’esempio svolto possiamo concludere che la spesa pubblica (sotto forma di stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni) è l’unico strumento in grado di generare profitto in aggregato nel settore degli imprenditori; la spesa pubblica è l’unico strumento in grado di aumentare la quantità di valuta nel settore privato in aggregato (cioè il settore che si otterrebbe unendo il settore degli imprenditori con quello dei dipendenti privati).
Ora torniamo al mondo reale. In questi ultimi 30 anni abbiamo assistito ad una quantità innumerevole di imprenditori che, intervistati in tv e nei quotidiani nazionali, chiedono una riduzione della spesa pubblica ed una riduzione del numero dei dipendenti pubblici come soluzione alla crisi economica. Tagli, tagli, e di nuovo tagli!
Alla luce della semplice analisi che abbiamo svolto poc’anzi mi chiedo come sia possibile che la classe imprenditoriale e le associazioni di categoria che la rappresentano (Confindustria in primis), possano ignorare in maniera così profonda il reale
funzionamento delle economie capitaliste moderne.
Benché l’esempio svolto sia una rappresentazione estremamente semplificata della realtà, da diversi anni assistiamo a continui tagli alla spesa pubblica e a frequenti processi di privatizzazione. Contestualmente stiamo sperimentando una crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese seguita, di pari passo, da processi di concentrazione delle stesse anche attraverso l’acquisto di grandi gruppi
industriali  italiani da parte di ancor più grandi gruppi esteri.
Quando l’imprenditoria italiana capirà qual è stato il principale motore della propria crescita e la primaria fonte dei suoi profitti dal dopoguerra ad oggi (cioè la vituperata spesa pubblica), sarà decisamente troppo tardi.
L’imprenditoria italiana, scagliandosi contro la spesa pubblica e la riduzione dei dipendenti pubblici si è scavata da sola la fossa nella quale è precipitata determinando, probabilmente, la propria morte.
Come recita un vecchio proverbio, non resta che dire: “chi è causa del suo male, pianga se stesso!”
Ed il settore bancario? Il settore bancario è stato volutamente escluso dall’analisi per necessità di semplificazione. In ogni caso la sostanza del discorso non cambia: i crediti bancari non generano ricchezza finanziaria netta all’interno del settore privato poiché all’emissione di prestiti bancari corrisponde l’accensione di debiti privati, nei confronti delle stesse banche, che devono essere restituiti.
Ma lo Stato come finanzia la spesa pubblica? Come abbiamo più volte spiegato, se lo Stato emette valuta a tasso di cambio flessibile, prima lo Stato spende emettendo valuta e, soltanto successivamente, raccoglie le tasse e vende titoli di stato. Da ciò si evince che tasse e titoli non svolgono la funzione di finanziare la spesa che, di fatto, è sempre finanziata da emissione di nuova valuta.
 

MMT, PAGAMENTI CON L’ESTERO, SALDO ESTERO E DEBITO ESTERO
Rispondo in maniera dettagliata a una domanda che circola di frequente sul tema del debito estero e dei pagamenti esteri.
Partiamo con un esempio concreto che ci aiuti a inquadrare e capire cosa avviene quando io acquisto un bene o un servizio all’estero: ipotizziamo che un’azienda italiana acquisti un macchinario da un’azienda cinese. Le due aziende come prima cosa si accordano sul prezzo di acquisto e di vendita.
A quel punto, l’azienda italiana ha due possibilità per completare l’acquisto:
1) Utilizzare degli Euro che ha accantonato per i propri investimenti (risparmi).
2) Recarsi in banca e chiedere un prestito per finanziare il proprio investimento.
Una volta ottenuti i soldi necessari, l’azienda italiana paga l’azienda cinese. Facciamo attenzione a questo primo passaggio: per fare questo pagamento (come dicono gli economisti per finanziare la nostra importazione) abbiamo avuto bisogno di valuta estera? Abbiamo dovuto esportare prima di poter importare? In entrambi i casi la risposta è un no, abbiamo usato la nostra valuta che avevamo da parte (risparmi) o che abbiamo preso in prestito in banca e, una volta effettuato il nostro pagamento, abbiamo visto il nostro conto corrente in Euro diminuire.
Bene, se siete ancora dubbiosi possiamo fare un ulteriore passo avanti, cercando di capire come sia possibile che l’azienda in Cina, dove ovviamente non si utilizzano Euro ma Yuan, si ritrovi accreditati sul conto corrente non gli Euro che io ho speso ma il corrispettivo (in base al tasso di cambio vigente) in Yuan.
Ci sono due strade che rendono possibile oggi questo passaggio:
1) I mercati finanziari, attraverso il sistema bancario e gli intermediari che operano sul mercato valutario.
2) Le Banche Centrali dei rispettivi paesi che fanno direttamente da intermediari.
Nel primo caso, quando il titolare dell’azienda italiana si recherà in banca per dare il via libera al pagamento, la banca contatterà il proprio ufficio addetto al mercato valutario (in gergo si chiama foreign exchange desk), comunicando di avere un ordine di vendita di Euro e uno di acquisto di Yuan; l’ufficio contatterà un intermediario finanziario fra i tanti che che operano quotidianamente sul mercato valutario, il quale sarà ben felice di offrire Yuan alla banca in cambio di Euro. Perché l’intermediario è felice di fare questa cosa? Perché nel fare questo l’intermediario ottiene una provvigione (la banca a sua volta addebiterà una commissione al proprio cliente per il servizio erogato). Sia la provvigione, sia la commissione vengono in ultima istanza pagate dall’azienda italiana, che però senza un sistema finanziario avrebbe difficoltà maggiori a commerciare con la Cina.
Fatta questa operazione cosa succede? Gli Yuan finiscono sul conto dell’azienda cinese che ha venduto il macchinario. Gli Euro finiscono invece nel portafoglio dell’intermediario che opera sul mercato valutario, pronti per essere usati in altre operazioni.
Tutti sono contenti: l’azienda italiana ottiene il macchinario al prezzo pattuito, l’azienda cinese vende il macchinario e ottiene gli Yuan desiderati, l’intermediario incassa una provvigione e la banca ottiene una commissione per il lavoro svolto.
Adesso, dopo questa descrizione cronologica dei fatti, vorrei farvi una domanda: alla luce di quanto detto, che cosa finanzia la mia importazione? Se ci pensate bene, da punto di vista reale, la risposta è che l’importazione viene finanziata attraverso il lavoro che l’azienda italiana farà nel corso tempo per ripagare l’investimento alla banca. È il lavoro a finanziare in ultima istanza le importazioni. Quindi, quale modo migliore di finanziare le nostre importazioni se non quello, come propone la MMT, di creare un contesto e un ambiente lavorativo ed economico florido, solido e produttivamente stabile nel tempo.
Nel secondo caso, invece, (più raro e di solito relegato a paesi con valute minori e poco scambiate sui mercati valutari) cosa accade? La banca dell’azienda italiana richiede alla Banca Centrale di fare da intermediario per effettuare il pagamento con la banca cinese dell’azienda che produce il macchinario. La Banca Centrale Italiana, che detiene un conto presso la Banca Centrale Cinese (e viceversa), opererà quindi in questo modo: potrà prendere in prestito Yuan dalla Banca Centrale Cinese oppure potrà girare alla Banca Centrale Cinese gli Euro necessari (in base al tasso di cambio vigente) in cambio di Yuan. In quest’ultimo caso, gli Euro finiranno fra le riserve valutarie della Banca Centrale Cinese, la quale accrediterà il corrispondente valore in Yuan sul conto di riserva della banca cinese, la quale a sua volta accrediterà il conto corrente dell’azienda cinese. In Italia, l’azienda italiana vedrà come in precedenza diminuire il saldo sul proprio conto corrente. Di nuovo, tutti sono contenti: l’azienda italiana ottiene il macchinario al prezzo pattuito, l’azienda cinese vende il macchinario e ottiene gli Yuan desiderati, in questo caso le banche centrali facilitano lo scambio fra le rispettive aziende nazionali di effettuare lo scambio.
Fino a qui abbiamo analizzato ciò che riguarda l’aspetto finanziario degli scambi con l’estero (abbiamo cioè visto come si muovono i soldi da un paese all’altro). Aggiungiamo un pezzettino alla nostra analisi e vediamo cosa succede in termini reali quando due paesi scambiano beni l’uno con l’altro.
Partiamo da un esempio: immaginiamo che ci siano due soli paesi nel mondo. Il primo paese esporta tutto quello che produce nel secondo paese. In pratica vende tutti i beni che produce al secondo paese. Il suo saldo estero è dunque positivo, il paese è molto competitivo e riesce vendere al resto del mondo. Cosa gli resta però in termini reali? Niente. Immaginate di avere un campo di patate, di coltivarle e curarle nel corso del tempo fino a maturazione e, una volta pronte per essere mangiate, di venderle tutte a qualcun altro. In termini reali questa è una buona cosa? Certamente no.
L’altro paese, all’opposto, consuma tutto quello che produce al proprio interno e in più importa tutto quello che viene prodotto dal primo paese. Il suo saldo estero è negativo, il paese è poco competitivo rispetto al primo paese e non riesce a vendere niente al resto del mondo. I suoi cittadini però hanno tutti un lavoro e un reddito che gli consente di consumare tutto ciò che viene prodotto internamente e di acquistare altri beni provenienti dall’estero (importazioni). In termini reali, quale dei due paesi sta meglio? Certamente il secondo. In questo caso, sempre immaginando di avere un campo di patate, le patate che vengono coltivate e curate nel corso del tempo fino a maturazione, una volta pronte, vengono interamente mangiate dai cittadini del secondo paese, che inoltre usufruiscono delle altre patate importate dal primo paese. In termini reali questa è una buona cosa? Certamente sì.
Quindi se ci pensiamo bene: in termini reali, le esportazioni sono un costo (beni che se ne vanno) mentre le importazioni sono un beneficio (beni che arrivano).
Il nostro esempio è chiaramente un’estremizzazione e nel mondo reale non esistono paesi che esportano tutto quello che producono e nemmeno paesi che non esportano alcun prodotto. Ci sono sempre delle vie di mezzo: paesi con saldo estero positivo a cui fanno da specchio paesi con saldo estero negativo e la loro posizione, nella maggior parte dei casi, tende a variare nel corso del tempo.
La MMT, è bene chiarirlo, non ha una pozione dogmatica su quale debba essere il saldo estero, così come quello pubblico. Entrambi, infatti, sono la risultante di numerose decisioni da parte del settore privato e del Governo che difficilmente possono essere indirizzate verso un numero preciso (come peraltro vediamo bene oggi, mentre siamo impegnati ad inseguire il fatidico 3 per cento nel rapporto fra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo). Ciò a cui dobbiamo guardare è sempre l’economia reale: il governo dovrebbe spendere nella misura necessaria e la tassazione dovrebbe essere a un livello tale che le persone abbiano abbastanza denaro da spendere per comprare quello che viene prodotto in Italia in una situazione di piena occupazione e ciò che il resto del mondo ci vuole vendere.
Qualsiasi sia il disavanzo (avanzo) pubblico o il disavanzo (avanzo) estero non ha alcuna importanza finché tutti abbiamo un lavoro e un reddito adeguato.
Di nuovo: è il lavoro la vera àncora che dà valore a una moneta, non i numeri che stanno su un computer di una banca o al ministero del Tesoro.
Infine, se qualcuno non fosse convinto della possibilità che una Paese possa mantenere anche per lunghi periodi un saldo estero negativo (non è una necessità ma una semplice possibilità), vorremmo mostrarvi i dati sul saldo estero di un paese in particolare che hanno una valuta emessa dallo Stato (tramite la propria Banca Centrale) e operano in un regime di tasso di cambio fluttuante (valuta non convertibile su richiesta a un tasso di cambio fisso presso la Banca Centrale) e registra un saldo estero negativo da 40 anni esatti consecutivamente.
Vi anticipo che non si tratta né degli Stati Uniti, né del Regno Unito, né della Svizzera, né del Giappone, né dell’Eurozona, per citare i paesi con le 5 principali valute mondiali.
Parliamo dell’Australia.
Partite correnti Usa Uk Australia
In ogni caso, la MMT prevede anche la possibilità di adottare politiche di spesa statali, attraverso il Programma di Lavoro Garantito, che può essere finalizzato sia a incentivare la produzione di beni e servizi ad uso e consumo interno, sia di beni e servizi ad uso e consumo anche dei non residenti. Facciamo qualche esempio per capire meglio: immaginate di adottare un Programma di Lavoro Garantito nel quale le persone siano impiegate nella produzione di servizi socio-sanitari (cura anziani, servizio baby-sitter, dopo scuola…); in questo caso si tratterebbe chiaramente di servizi ad esclusivo beneficio dell’economia interna e dei residenti.
Allo stesso tempo, sempre per fare un altro esempio, immaginiamo di avere un Programma di Lavoro Garantito che impieghi le persone per la valorizzazione del patrimonio culturale e artistico italiano e per migliorare la ricettività e l’accoglienza nei luoghi di maggior attrazione turistica; in questo caso è evidente che avremmo beni e servizi che andrebbero a incentivare la presenza anche di turisti stranieri, che spenderebbero soldi in Italia e quindi contribuirebbero a rendere positivo il nostro saldo estero.
E questo solo per farvi un paio di esempi su come (volendo) si possano adottare strategie per avere un saldo estero positivo (anche se ribadiamo non si tratta di un obiettivo specifico né di un problema particolarmente rilevante).

Di Andrea Terzi: “Sostenere artificialmente un cambio svalutato serve a sostenere gli esportatori, ma non è la politica corretta. Ora, con la riduzione delle esportazioni e i tassi di interesse negativi, la Svizzera deve reagire stimolando la domanda interna con una politica che rimuova i limiti al debito per investimenti in infrastrutture”

Video, presentazione in Power Point e link di approfondimento: tutto il materiale per l’autoformazione degli attivisti, anche per coloro che sono ai primi approfondimenti. Iniziamo dalle sei lezioni tenute all’università Federico II di Napoli. La prima tratta i temi introduttivi e base della MMT

Il settore privato composto da famiglie e imprese, al netto degli interessi passivi (che solo in minima parte ricadono poi nel sistema economico reale) nel 2018 dovrà garantire gli interessi dei detentori di titolo di Stato con 64 miliardi di tasse pagate superiori alla spesa pubblica

Così è stato sovvertito l’ordine istituzionale. Da una parte uno Stato che regola l’economia garantendo di che vivere, risparmiare e pagare le tasse. Dall’altra uno Stato-Tiranno costretto a tassare fino all’ultimo centesimo per restituire prestiti e interesse alle banche. Cosa preferisci?

Il capo economista del Nomura Research Institute, che sarà a Firenze con Bill Mitchell sabato 22 novembre, spiega: “E’ in corso una recessione dei saldi di bilancio, se il settore privato si è indebitato deve tagliare spesa e risparmi, e non può prendere denaro in prestito. Soltanto lo Stato può intervenire e riavviare il ciclo economico”

Fonte: Memmt Umbria, clicca qui
 

1. Una fotografia della realtà

Nel presente lavoro vengono analizzati i dati macroeconomici più rilevanti per comprendere l’impatto della crisi dell’Euro sulle economie greca e italiana. Nella prima sezione viene presentata la situazione generale dei due Paesi, con particolare riferimento a variabili come: la crescita della disoccupazione, l’andamento negativo del PIL, lo stato delle finanze pubbliche e il continuo aumento delle disuguaglianze. La seconda parte invece propone un nuovo approccio macroeconomico fondato sul concetto di finanza funzionale, che valuta le politiche pubbliche per il loro impatto sull’occupazione e la stabilità dei prezzi.

La situazione greca

Al momento dello scoppio della crisi economica nel 2007 il tasso di disoccupazione greco si attestava a circa l’8%, mentre le stime datate luglio 2013 riportano un tasso del 27,9%. Si tratta di un crollo occupazionale di proporzioni enormi, che ha portato la Grecia a perdere oltre 946.000 posti di lavoro, con circa un milione di disoccupati in più rispetto all’anno 2008 (Fig. 1).

Parallelamente all’aumento della disoccupazione si registra anche un crollo del tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo, che passa dal +3,54% nell’anno 2007 al -6,38% del 2012 (Fig. 3).

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Fig. 1: Andamento di disoccupazione ed occupazione in termini assoluti. Fonte: ELSTAT. 

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Fig. 2: Andamento del tasso di crescita del PIL reale greco. Fonte: Eurostat.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Per i policy maker europei l’origine della crisi si è manifestata attraverso l’innalzamento vertiginoso degli spread a causa del giudizio negativo dei mercati finanziari. Questo viene imputato all’eccessivo indebitamento pubblico permesso dai governi nazionali greci, e perciò la risposta economica proposta dalla Commissione Europea è l’imposizione di misure draconiane di austerità: ampi tagli alla spesa pubblica, diminuzione drastica dei salari, piani di privatizzazioni del patrimonio pubblico. In realtà, gran parte del deficit pubblico della Grecia non è discrezionale, bensì piuttosto il risultato degli stabilizzatori automatici. Nel momento in cui l’economia europea ha iniziato a piombare nella recessione, il gettito fiscale è crollato e sono cresciute le spese per ammortizzatori sociali, determinando uno scarto maggiore tra entrate fiscali e spesa pubblica.
Inoltre, la Grecia ha uno dei redditi pro capite più bassi d’Europa, le sue spese per ammortizzatori sociali sono davvero modeste e i costi di amministrazione del suo sistema di welfare sono inferiori a quelli delle burocrazie di Germania, Francia e Irlanda. Anche la spesa per il sistema pensionistico, che è il bersaglio principale degli economisti neoliberisti, è inferiore a quello degli altri Paesi europei. I dati non sono coerenti con il quadro, spesso presentato dai media, di un welfare state troppo generoso.

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Fig. 3: Saldi settoriali Grecia. Fonte: FMI
Quello che molti economisti faticano a capire è che le variazioni nel saldo del settore governativo (ovvero la differenza fra uscite ed entrate) hanno conseguenze opposte per il saldo del settore non-governativo (ovvero la differenza fra risparmi ed investimenti). Non si tratta di una teoria, ma di una semplice identità contabile basata sulla partita doppia: è l’approccio dei saldi settoriali.
Quando il settore governativo entra in deficit, le maggiori uscite corrispondono a maggiori risparmi per il settore privato (oppure a riduzioni del deficit del settore privato), più eventuali importazioni nette. La Grecia si è trovata per lungo tempo in deficit di partite correnti (saldo tra esportazioni e importazioni) così come un settore privato in deficit, dal -6% del PIL al -7.5% nell’anno 2008; in particolare le famiglie hanno visto i propri risparmi netti ridursi dal -7% al -11% del PIL.
Durante le recessioni, il settore privato riduce le spese e prova ad aumentare i risparmi, spostando il saldo del settore governativo verso territori di maggiori deficit, man mano che entrano in gioco gli stabilizzatori automatici.

I piani di salvataggio europei

Le misure di salvataggio imposte dalla Troika riusciranno difficilmente a invertire questo trend negativo, poiché si tratta di politiche pro-cicliche, i cui esiti si sono già dimostrati storicamente fallimentari (basti pensare ai casi dell’Argentina prima del 2001, o alle politiche neocoloniali del Fondo Monetario Internazionale, ispirate al Washington Consensus). Il deficit pubblico greco è già stato ridotto del 40% grazie a massici tagli alla spesa, ma nell’anno 2012 il limite dell’8.1% imposto dalle istituzioni europee è stato ampiamente sforato (il dato per il 2012 è un rapporto deficit/PIL del 10%) proprio a causa delle minori entrate fiscali e al crollo del PIL.
Da ciò emerge che nell’attuale configurazione dell’eurosistema non c’è possibilità per la Grecia di ripagare il proprio debito: per rispettare i vincoli europei il governo greco dovrebbe contrarre il suo deficit di circa il 10% del PIL, un obiettivo evidentemente irrealizzabile se non distruggendo ciò che resta del sistema economico europeo.
 

La situazione italiana

Anche l’Italia è stata duramente colpita dalla crisi economica. Ad inizio 2007 il tasso di disoccupazione italiano era del 6.2%, mentre le ultime stime relative al 2013 si attestano al 12%, con un preoccupante tasso di disoccupazione giovanile al 40%. Se nella prima metà del 2007 si contavano 1.429 milioni di disoccupati, le stime relative al 2013 ne contano 3,076 milioni.

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Fig. 4: Tasso di disoccupazione di Grecia, Italia e media UE. Fonte: Eurostat.
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Fig. 5: Andamento della disoccupazione in Italia, e confronto con la media europea. Fonte: Eurostat.

L’introduzione della moneta unica ha profondamente modificato la struttura economia dell’Italia, portando quest’ultima a trasformarsi da Paese esportatore netto ad importatore netto, come si evince dal grafico in Figura 6. Ciò è dovuto principalmente alle politiche di deflazione salariale attuate dalla Germania al fine di guadagnare competitività, in un contesto (quello dell’unione monetaria europea) in cui il settore governativo si vede costretto a ridurre costantemente la sua spesa.
Questa situazione diventa insostenibile per il settore privato che deve diminuire necessariamente la sua ricchezza: in particolare dal 2005 si registra una tendenza a ridurre il deficit pubblico tanto da far precipitare il settore privato nell’indebitamento. Allo scoppio della crisi del 2007, gli stabilizzatori automatici riportano il settore privato in surplus, a dimostrazione di quanto il saldo del settore governativo e privato siano interconnessi: le minori entrate fiscali dovute al crollo di occupazione e consumi, e i salvataggi operati nei confronti degli istituti finanziari fanno aumentare il deficit pubblico fino al 2009. Le politiche europee promosse da questo punto in poi obbligano l’Italia a irrigidire la stretta fiscale, soprattutto con l’avvento del governo Monti nel 2011 e del governo Letta nel 2012.
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Figura 6: Saldi settoriali per l’Italia nel periodo 1995-2010. Fonte: Haver, News N Economics
La tendenza al consolidamento fiscale ha come unico esito la persistente riduzione dei risparmi privati. Seguendo l’approccio dei saldi settoriali, si intuisce che in mancanza dei contributi forniti dal deficit pubblico (per via delle politiche di austerità) e dalle esportazioni nette (a causa della struttura dell’euro), non è possibile creare nuova ricchezza netta all’interno del settore privato. Se infatti pensiamo al settore privato nel suo complesso, il reddito di ogni agente è la spesa di qualcun altro. Se uno si arricchisce, qualcun altro si impoverisce.
Senza l’intervento del governo (spesa in deficit) o del settore estero (esportazioni nette), chi desidera lavorare per incrementare la propria ricchezza deve riuscire a trovare un altro agente disposto ad impoverirsi per permettergli di avere un impiego. La crescita della disoccupazione involontaria può allora essere pensata come la situazione in cui nessun agente privato è disposto a ridurre la sua ricchezza finanziaria netta per concedere un impiego.

2. Una soluzione per il lavoro

La finanza funzionale

L’approccio proposto dalla Modern Money Theory consente di rivoluzionare la concezione di finanza pubblica che vede come primario obiettivo l’equilibrio del bilancio dello Stato. Uno Stato emettitore della propria valuta non ha problemi di sostenibilità finanziaria dei suoi deficit, poiché grazie al rapporto diretto con la Banca Centrale è sempre in grado di effettuare pagamenti denominati nella sua valuta. Questa è la condizione necessaria per uno Stato con sovranità monetaria, in presenza della quale è possibile implementare un approccio definito come “finanza funzionale”, nelle parole dell’economista Abba Lerner (1951).
Per finanza funzionale si intende una tipologia di politiche fiscali e monetarie che non tengono conto della grandezza numerica del deficit, ma che considerano come unici parametri oggetto di attenzione la disoccupazione e la stabilità dei prezzi. Quando c’è disoccupazione, perciò, il governo dovrà spendere più moneta non solo come sostegno alla domanda aggregata, bensì al fine di creare posti di lavoro per coloro che non riescono a trovarne all’interno del settore privato. L’obiettivo di questo intervento pubblico è la piena occupazione, che può essere raggiunta mantenendo contemporaneamente la stabilità dei prezzi.
Di fatto, i prezzi sono fissati dalle imprese sulla base dei costi medi sostenuti, del contesto competitivo e dello stato di salute del ciclo economico; gli investimenti da esse effettuati sono quindi pro-ciclici, e risentono dell’incertezza radicale che pervade l’economia capitalistica. Numerosi studi dimostrano come la spesa pubblica riduca l’incertezza del ciclo economico, fornendo un tetto inferiore all’andamento dei redditi e quindi, lungi dal far esplodere il tasso di inflazione, contribuisca alla stabilità dei prezzi.

I programmi di Job Guarantee

Attraverso la sua capacità illimitata di spesa, il governo può istituire e finanziare dei programmi di lavoro garantito (Job Guarantee) che forniscano un impiego a tutti coloro che vogliono e sono in grado di lavorare. Il governo non andrebbe a fissare una quantità limitata di fondi da impiegare, bensì fisserà il salario erogato ai partecipanti al programma: si tratta di un approccio fondato non sulla quantità di forza lavoro da assumere, ma fondato invece sul prezzo della forza lavoro che verrà acquisita dal settore pubblico.
Poiché questa forma di investimento pubblico non è vincolata dal conseguimento di profitti, essa può essere diretta allo sviluppo di figure professionali in settori a bassa profittabilità ma ad alto valore sociale per la crescita della comunità. L’obiettivo politico della piena occupazione si lega quindi ad una diversa concezione di crescita economica, che sia rispettosa dello sviluppo umano e che comprenda anche l’attenzione a temi come la sostenibilità ambientale, l’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili.
I programmi di Job Guarantee non puntano, perciò, ad un incremento solo quantitativo della domanda aggregata, bensì ad incrementi mirati, volti a modificare la composizione del prodotto finale. In quest’ottica, non è più la crescita economica che conduce ad un aumento dell’occupazione, ma è la maggiore e migliore occupazione che porta alla crescita economica.
Chiaramente, questa situazione è possibile solo mediante l’approccio della finanza funzionale, il quale a sua volta trova spazio esclusivamente nel contesto di uno Stato emettitore della propria moneta, e quindi dotato di sovranità monetaria. Senza quest’ultima, infatti, lo Stato non si trova in condizione di poter finanziare la sua spesa in maniera illimitata e quindi non può ragionare in termini di finanza funzionale, vedendosi vincolato dall’entità dei propri deficit permessa dai suoi creditori.
Purtroppo all’interno della zona euro i Paesi membri sono privi di sovranità monetaria, in quanto hanno disgiunto le politiche fiscali (affidate ai singoli Stati) da quelle monetarie (affidate alla BCE). Ciò li espone non soltanto al pericolo della crescita esponenziale dei rendimenti pagati sulle proprie obbligazioni, ma li vincola al perseguimento di politiche economiche disgiunte da obiettivi sociali, e cari invece ai creditori istituzionali. Ne sono un esempio le procedure di riduzione del rapporto debito/PIL operate mediante tagli alla spesa pubblica, aumenti della pressione fiscale ed eventuali dismissioni del patrimonio pubblico; con la speranza di incrementare la fiducia degli investitori stessi nella solvibilità del Paese, la quale si pone necessariamente come massima priorità per qualunque governo nazionale.
Ciò provoca un totale congelamento delle funzioni della politica fiscale; l’impossibilità di effettuare piani d’investimenti pubblici o di detassare redditi d’impresa e da lavoro; la continua riduzione dei fondi a disposizione di tutti i sistemi di erogazione dei servizi pubblici (come sanità ed istruzione).
Per queste ragioni, la struttura dell’unione monetaria europea non permette l’implementazione dei piani di Job Guarantee: si richiederebbe una revisione dei Trattati fondanti dell’architettura monetaria, in particolare la cancellazione dei vincoli di Maastricht che impongono un limite massimo del 3% del rapporto debito/PIL, e il lancio di investimenti pubblici in deficit su scala comunitaria.
Non esistendo al momento alcun interesse politico nel perseguire queste riforme strategiche, il recupero della sovranità monetaria appare essenziale per la possibilità di implementare un programma di Job Guarantee.