Articoli

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Articolo 47: “La Repubblica controlla, coordina e disciplina l’esercizio del credito”.
Il legame sancito dalla Costituzione tra Repubblica, risparmio e credito fa emergere quello esistente tra cittadini, imprese e banche, nel quale la funzione dello Stato assume carattere di “regolatore”.
Nella storia gli interventi normativi cercano di ricomporre situazioni di crisi.
Le leggi bancarie del ’26 e del ‘36
Con la legge bancaria del 1926, il tema della tutela del risparmio torna dominante, evidenziando la necessità di ripristinare il rapporto di fiducia tra depositanti e sistema bancario; rapporto vitale per sostenere il sistema industriale dell’epoca. In precedenza, le imprese bancarie erano assoggettate a norme di diritto comune, senza avere particolari controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese; situazione che permise loro di esporsi molto e di subire effetti disastrosi sulla stabilità patrimoniale e sulla capacità di essere solvibili. L’Italia non fu certo scevra dalla depressione economica e dai numerosi salvataggi bancari che caratterizzarono il contesto mondiale degli anni 1920-1933. Così, proprio in quel periodo, l’altro tema dominante dell’epoca, il risanamento del sistema bancario, trova applicazione in una riforma di portata storica: il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
La legge bancaria del ’36 durerà più di cinquant’anni. Nota soprattutto per aver istituito la separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine – separazione tra credito ordinario e credito industriale – pose le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico –  e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di intervenire nella tutela del risparmio, semplicemente esercitando il naturale potere di politica economica. I poteri di vigilanza attribuiti alla Banca d’Italia si coniugarono, invece, successivamente, con quelli di controllo e indirizzo del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio).
Ciò che vogliamo evidenziare è:
da un lato, l’affermazione della natura pubblicistica del credito con l’istituzione di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
dall’altro, il riconoscimento al risparmio di valore da difendere.
La raccolta del risparmio tra il pubblico era riconosciuta come la fonte primaria per gli impieghi produttivi delle imprese e lo Stato non poteva sottrarsi al compito di tutelare integralmente tutte le forme di risparmio. Questa concezione, quella di rendere il risparmio virtuoso per mobilitare risorse, non ha nulla a che vedere con il concetto di rendimento o lucro che appartiene ai nostri giorni.
Riformare e stabilizzare il sistema creditizio fu doveroso nel difficile clima di depressione economica degli anni ’30. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà anche il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, oltre a disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito. Diventa compito della Repubblica assolvere alla funzione di favorire e salvaguardare l’accumulazione di risparmio, funzione che deve prescindere da crisi congiunturali economiche in atto. Il risparmio, inteso come bene che risponde a un interesse generale, dovrà essere difeso sempre, proteggendo i risparmiatori e il suo valore, a beneficio della società.
In sintesi dunque:

  • L’intervento del legislatore del ’36 diventa necessario, causa la crisi economica in atto;
  • Si afferma la natura pubblicistica del credito e il principio di tutela del risparmio;
  • I padri costituenti recepirono integralmente nella Carta Costituzionale le linee guida della legge bancaria del ’36.

Il Testo Unico Bancario del 1993
Successivamente, il recepimento delle direttive comunitarie nel Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385) suggellerà il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio, introdotto con la legge Amato n. 218 del 1990.  Il principio di specializzazione della seconda legge bancaria viene sostituito dalla despecializzazione temporale e operativa e dal riconoscimento nel nostro ordinamento del gruppo bancario polifunzionale e della banca universale.
In sostanza, nascono:

  • la banca tuttofare, che svolge, oltre all’attività bancaria tradizionale (raccolta del risparmio ed esercizio del credito), l’attività di intermediazione finanziaria, attività che consiste nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di servizi e strumenti finanziari;
  • il gruppo polifunzionale, sistema complesso di una pluralità di aziende che esercitano sia attività creditizia che attività di intermediazione finanziaria, controllate da un’unica capogruppo (holding).

Quindi, con l’approvazione del Testo Unico Bancario:

  • L’attività bancaria è riconosciuta come attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione;
  • Viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine;
  • La despecializzazione è conseguenza diretta dell’apertura delle frontiere e del recepimento nell’ordinamento italiano dei principi comunitari;
  • Le banche possono esercitare, oltre all’attività bancaria tradizionale, ogni altra attività finanziaria;
  • La distinzione delle banche, dopo l’apertura delle frontiere, opera sulla base della sede legale: banche nazionali (con sede legale in Italia), banche comunitarie (con sede legale all’interno della Comunità Economica Europea) e banche extra-comunitarie (con sede legale al di fuori della Comunità Economica Europea).

 
Nasce ufficialmente la BCE nel 1998
Il sistema bancario si trasforma e trova nell’istituzione della BCE un cambio di volta decisivo.
Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Alla fine degli anni ‘90 nessuno avrebbe compreso, né ritenuto possibile o immaginabile, che il 1° gennaio 2016, con il recepimento della Direttiva Europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), si sarebbe consentito di ricapitalizzare un istituto bancario in difficoltà con le risorse dei risparmiatori, ovvero prima azioni, poi obbligazioni subordinate, in seguito conti e depositi bancari di importo superiore a 100.000 euro, a seconda delle necessità e fino a ricapitalizzazione richiesta dalla BCE. Seppur si legge che l’intento originario di tale cambiamento normativo voleva essere quello di salvaguardare la fiducia nel sistema economico, di fatto, il risultato è l’effetto opposto. I costi dei salvataggi bancari sono posti a carico dei risparmiatori coinvolti nel processo, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Ciò che è accaduto è che, con il recepimento delle norme europee, da ultimo la BRRD, non si è formalmente modificato tale articolo, ma, indirettamente, nella sostanza è come averlo fatto.
Considerando che la parte Prima della Costituzione Italiana può essere modificata legittimamente solo in melius, ovvero con modifiche che migliorino la situazione rispetto a quanto stabilito in precedenza, la domanda che vogliamo rivolgere ai lettori è la seguente:
è stata davvero restituita in melius nel tempo la parte economica della nostra Costituzione ai risparmiatori italiani?

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Nel rispetto della volontà popolare che ha espresso, con la vittoria del No al referendum, la difesa della nostra Costituzione, comincia una serie di appuntamenti con l’intento di divulgare concetti fondamentali in maniera semplice e accessibile. Conosceremo e comprenderemo gli ostacoli che oggi impediscono l’attuazione della parte economica della Costituzione italiana del ‘48.
 
Articolo 47
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme…
 
Incoraggiare il risparmio
Per il cittadino, risparmiare, significa non spendere oggi una parte del reddito e accantonarla; in realtà nel suo pensiero c’è già insita la funzione del risparmio. In economia il risparmio è dato dalla differenza tra reddito e consumo; rappresenta l’eccesso di entrata sull’uscita, sempre che il reddito sia sufficiente a coprire le spese. Lo scopo del sacrificio di oggi è il bisogno futuro. Di fatto ci sembra scorgere questo nella parola incoraggia dell’articolo 47 della Costituzione: il passaggio ad una cultura orientata al futuro, all’agire affinché la parte accantonata ogni anno come flusso, si trasformi nel tempo in stock di ricchezza.
La Repubblica è l’Italia, sono i suoi organi costituzionali democratici, “responsabili” nella carta costituzionale di spronare e tutelare il risparmio, così come di promuovere le condizioni, per l’esercizio del diritto al lavoro. Perché il lavoro è anche un dovere: lavorare per contribuire al progresso materiale e spirituale della società (articolo 4).
Creare le condizioni per il lavoro, poi, genera risparmio, grazie alle entrate derivanti dall’occupazione.
Sia risparmiare che contribuire alla società con il lavoro sono comportamenti virtuosi. Le azioni di Parlamento e Governo, strumenti della sovranità popolare, nell’osservare principi e limiti costituzionali, camminano costantemente accanto al cittadino in questa direzione.
 
I saldi settoriali e la Costituzione
Il cittadino, insieme alle imprese, appartiene al settore privato e interagisce con il settore pubblico (Stato) e con il settore estero. L’analisi macroeconomica utilizza lo strumento dei saldi settoriali per evidenziare la differenza tra entrate e uscite dei tre settori; se il saldo di un settore è positivo si determina un risparmio (surplus); se è negativo, un indebitamento netto (deficit). L’interazione tra i diversi settori conduce all’identità contabile per cui la somma dei saldi è sempre uguale a 0. In altre parole, almeno uno dei settori deve indebitarsi per rendere valida l’uguaglianza. Se il saldo dello Stato è in deficit, il suo deficit non è altro che la differenza tra le entrate, rappresentate in buona parte dalle tasse versate dai cittadini, e le spese; ad esempio la costruzione di una scuola o il pagamento di stipendi del pubblico impiego. In sostanza, il risparmio nel settore privato aumenta in corrispondenza di un saldo in deficit del settore pubblico.
Mettendo in relazione l’identità contabile dei saldi settoriali con il principio costituzionale incoraggiare il risparmio, possiamo dedurre che la condizione necessaria per attuare il dettato costituzionale, è che lo Stato possa spendere di più di quanto incassa, favorendo, così, il risparmio dei cittadini.
Ma può oggi lo Stato incentivare il risparmio? Di fatto no, dal momento che l’art.3 del Fiscal Compact prevede che le parti contraenti applicano la regola che “in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea: la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”. Necessità di pareggio e impossibilità di disavanzo, sancite al nuovo art. 81 della Costituzione, modificato nel 2012.
 
Tutelare il risparmio
Nella tutela del risparmio sancita dalla Costituzione, si riafferma il valore della difesa. Tutelare qualcuno significa proprio proteggerlo, rappresentando i suoi interessi o gestendo i rischi derivanti da una mancata protezione.
Il soggetto da tutelare è il risparmio dei cittadini; i rischi sono rappresentati dall’eventuale mancanza di risparmio o dal non riuscire a preservarlo.  La Repubblica, tutelando il risparmio, rende possibile la creazione di ricchezza.
Nell’intenzione dell’Assemblea Costituente, il riferimento al risparmio è quello legato al concetto lavoristico, al diritto del lavoratore di avere una retribuzione sufficiente in ogni caso a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36).
Il riferimento in tutte le sue forme potrebbe far pensare anche a quella parte di risparmio, trasformata in investimento di natura privatistica, ma, a nostro parere, bisogna evidenziare il concetto di tutela che, nella Costituzione, avvicina il risparmio a strumenti quali depositi su conti correnti e titoli emessi dallo Stato.
 
Il ruolo dello Stato
In osservanza dell’articolo 47, la Repubblica riesce a tutelare il risparmio, evitando che venga aggredito dall’esterno se è depositato in conto corrente o parcheggiato nei Titoli di Stato? Anche in questo caso, la risposta è no.
Da sempre i Titoli di Stato sono considerati sicuri, poiché si ritiene l’emittente, Stato, in grado di adempiere al suo impegno: restituire il prestito e pagare gli interessi nella stessa valuta ricevuta. In uno Stato con potere di emissione monetaria non ci sono ostacoli, sia nell’onorare gli impegni presi, che nell’agire attivamente per la tutela del risparmio. Lo Stato potrà sempre restituire qualsiasi quantitativo di moneta avuta in prestito, perché ne ha il potere di emissione.
Ma il potere di emissione è stato ceduto alla Bce e l’Italia, al pari degli altri paesi dell’Eurozona, riceve la moneta in prestito, finanziandosi sul mercato alla stregua di un privato.
Rispetto alla tutela del risparmio, il cittadino che da sempre deposita il suo denaro in banca affinché sia custodito con la diligenza del buon padre di famiglia, ha appreso che, con il recepimento della direttiva europea sul Bail-in, per importi superiori a 100.000 euro, in caso di dissesto bancario, i suoi soldi concorreranno a ripagare le perdite dell’istituto bancario in default.
 
Gli ostacoli da rimuovere
E’ evidente che la normativa successiva alla Costituzione del ’48 con l’attuazione dei Trattati Europei, è intervenuta sulla parte economica, in contrasto con quanto prescrive l’articolo 47.
Non stupisce, dal momento che l’approccio è completamente diverso.
Nell’Eurozona “Forte concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della Banca centrale dai Governi: già a una prima lettura dei Trattati Europei emerge come siano questi i principi sovraordinati agli altri” (Vladimiro Giacché Costituzione Italiana contro i Trattati Europei – Il conflitto inevitabile – 2015).
La Costituzione mette al centro il cittadino e, attraverso il lavoro, lo nobilita come parte attiva della società. Leggendo, invece, gli articoli 127, 128 e 130 del Trattato di Lisbona sono chiari i meccanismi di funzionamento di una Banca centrale, orientata al mercato, alla stabilità dei prezzi e al contenimento dell’inflazione.
Riguardo la possibilità di operare in deficit, l’articolo 3 del Fiscal Compact, come ricordato, non lascia alcun dubbio.
Questi i primi ostacoli da rimuovere per incoraggiare e tutelare il risparmio.

di Marco Cavedon fonte http://memmtveneto.altervista.org/crisi_banche_italiane.html
1) Perché le popolari Banca Marche, Carichieti, Carife e Banca Etruria sono fallite?
Banca Marche.
La crisi della banca è scaturita da concessioni “libertine” di prestiti, erogati per gran parte dal vecchio Cda e dall’ex-direttore generale della banca Massimo Bianconi. I prestiti erogati si sono ben presto trasformati in crediti incagliati per un valore complessivo di oltre € 3 miliardi, che hanno convinto Banca d’Italia a chiedere il commissariamento della banca marchigiana nel 2011 (nel 2012 la banca rivelò un buco di bilancio pari a €512 milioni).
Banca Etruria.
La banca laziale, di cui il padre dell’ex ministro Boschi era vice-presidente, tra il 2011 e il 2013 ha visto allargare l’ammontare dei crediti deteriorati a livelli insostenibili.
Crediti deteriorati che, molto spesso, venivano generati da prestiti concessi sempre in maniera troppo libera.
Visto l’ammontare di crediti deteriorati sempre più pesante nel bilancio della banca, il management ha deciso di compiere operazioni di copertura attraverso l’acquisto di titoli di Stato che, effettivamente, hanno generato ingenti profitti e hanno aiutato in parte a coprire le sofferenze.
Nel 2015 però Bankitalia decide di commissariare la banca, reputando il trading sui titoli di Stato troppo pericoloso e soprattutto vista la situazione finanziaria della banca emersa dalle trimestrali 2014 (buco di bilancio di €120 milioni).
Carichieti.
Nel 2014 arriva il commissariamento anche per Carichieti visto l’ammontare dei crediti in sofferenza pari a €430 milioni e la perdita da circa €300 milioni dell’istituto di credito abruzzese. Le perdite e i crediti in sofferenza sembra che siano stati causati da prestiti facili erogati ad imprenditori abruzzesi.
Carife.
Carife ha dichiarato perdite per 376 milioni di euro, dovute ad investimenti immobiliari non redditizi(1).
Vediamo quindi, come abbiamo ribadito molte volte, come il comun denominatore che ha determinato la crisi di queste banche sia il fatto che esse ad un certo punto si siano trovate tra le mani molti prestiti non più esigibili. Questa è una diretta conseguenza dell’applicazione delle politiche di bilancio dell’Eurozona, che impongono al settore pubblico di operare una costante riduzione dei deficit di bilancio annuali. Lo Stato quindi drena al netto dall’economia reale con la tassazione sempre più risorse, diminuendo la domanda aggregata che è il primo motore dell’economia e obbligando imprese e famiglie ad indebitarsi col settore finanziario privato a condizioni sempre più rischiose.
I grafici di cui sotto raffigurano l’evoluzione annuale del debito delle famiglie sul reddito disponibile e del debito delle imprese non finanziarie in rapporto al surplus legato alla produzione lorda (non si tiene conto dell’interesse derivante dal possesso di attività finanziarie).

Fig 1: debito delle famiglie sul totale del reddito disponibile (dati OCSE) – dati dal 2002 al 2015.
Fig. 2: debito delle imprese in rapporto al surplus annuale di produzione lorda – dati dal 2002 al 2015.

2) Decreto legge “salva banche” del 2015. Cos’è e in che cosa consiste?
Per permettere il salvataggio di queste 4 banche, il Governo vara l’ormai famoso decreto “salva-banche”. Attraverso il decreto si fa in modo di scorporare le parti deteriorate delle banche (i crediti inesigibili) in una bad bank mentre, per le parti sane, vengono costituite 4 nuove banche capitanate dall’ex manager di Unicredit Roberto Nicastro.
Le nuove banche verranno messe presto all’asta, cercando di massimizzare il profitto in modo da remunerare un apposito Fondo di Risoluzione(1).
3) A cosa serve il Fondo di Risoluzione?
ll Fondo di Risoluzione sarà utile a rifinanziare le banche ponte costituite con le parti sane degli istituti di credito falliti.
Questo fondo sarà finanziato completamente dalle banche italiane quali Ubi banca, Unicredit, Intesa San Paolo e via discorrendo, per un importo totale di €3,6 miliardi.
I crediti in sofferenza confluiti nella bad bank verranno svalutati di un 70-80% in modo da permettere un più facile smaltimento degli stessi (permetterne la vendita sul mercato tramite una forte svalutazione che ne faciliti il rimborso da parte dei debitori)(1).
4) Quali sono state le conseguenze per i risparmiatori clienti di queste banche?
La parte del decreto sul quale si sono accese feroci polemiche riguarda il coinvolgimento di azionisti e obbligazionisti subordinati che risponderanno in solido del fallimento delle banche. Il decreto, infatti, prevede la svalutazione totale delle azioni dei 4 istituti di credito e la conversione coatta delle obbligazioni subordinate in azioni(1).
E’ stata in tale modo anticipata da parte dello stato italiano la normativa europea sul “bail – in” che vieta al settore pubblico di intervenire per salvare i risparmiatori e le banche e che sarebbe entrata in vigore solo a partire dal primo gennaio 2016 (della serie, più reali del re).
Dopo le forti proteste dei risparmiatori, il Governo cercherà di trovare una soluzione per risarcire in parte gli obbligazionisti subordinati, mediante la costituzione di un Fondo di Solidarietà finanziato in minima parte da soldi pubblici per non violare le regole UE sugli aiuti di Stato, attraverso il quale si risarcirebbe di circa il 30% ogni obbligazionista subordinato.
In più, il Governo valuterà di erogare crediti di imposta ai risparmiatori danneggiati utilizzabili nel corso degli anni in modo da alleviare ulteriormente la situazione economica di questi ultimi(1).
Il 3 luglio 2016 entra in vigore il decreto che prevede il rimborso dell’80% per gli obbligazionisti subordinati a determinate condizioni, tra le quali quelle di non superare un reddito complessivo di 35.000 euro e un patrimonio mobiliare pari a 100.000 Euro(2).
5) Che cosa sono le obbligazioni subordinate?
I bond subordinati sono uno strumento finanziario di debito che è una via di mezzo tra un titolo azionario ed un’obbligazione. Il detentore del bond subordinato riceve delle cedole da parte dell’emittente anche se, tuttavia, non garantisce l’esenzione dal rischio di impresa al possessore dell’obbligazione.
In termini sintetici, gli obbligazionisti subordinati possono essere definiti come creditori di serie B (in caso di fallimento vengono prima liquidati dipendenti, creditori, obbligazionisti e, nel caso delle banche, i correntisti, almeno per ora).
In questo modo circa 150.000 risparmiatori hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita (portando, come tristemente noto, al suicidio di un pensionato 68 enne) di cui 130.000 sono azionisti e 20.000 obbligazionisti subordinati.
E’ stato calcolato che, in totale, i risparmiatori degli istituti di credito ci hanno rimesso circa €1,2 miliardi.
Il decreto “salva banche” adottato dal Governo sembra ricalcare in parte la nuova normativa europea del bail-in che coinvolge azionisti, obbligazionisti e correntisi sopra i 100.000 Euro nel caso di insolvenza bancaria(1).
6) Il caso Banca Popolare di Vicenza. Cosa è accaduto?
Il 22 settembre 2015 vengono effettuate perquisizioni da parte della Guardia di Finanza. Le indagini riguardano il periodo precedente al dicembre 2014, cioè prima che la vigilanza sulla banca Popolare di Vicenza passasse dalla Banca d’Italia alla Banca Centrale Europea e che quest’ultima intervenisse imponendo una drastica pulizia nei conti che ha comportato svalutazioni e perdite per miliardi di euro(3).
Dalle risultanze degli accertamenti del team ispettivo della Banca Centrale Europea è emerso che la Popolare di Vicenza ha erogato finanziamenti per 974,9 milioni ai propri clienti per far loro comprare azioni della banca. Un fatto gravissimo che ha ripercussioni molto pesanti sul patrimonio dello stesso istituto. Nel primo semestre del 2015 la banca ha chiuso con un rosso pari a più di un miliardo di euro, dei quali la maggior parte dovuti alla svalutazione di crediti deteriorati (703 milioni di euro)(4).
A seguito di ciò la BCE ha imposto alla banca un aumento di capitale pari a 1,5 miliardi di euro al fine di rientrare nel rispetto del limite del criterio patrimoniale CET1 ratio, pari ad un valore minimo del 10%.
Risultano indagati per aggiotaggio (rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio) e ostacolo alla vigilanza il presidente Gianni Zonin e l’ex direttore generale Samuele Sorato.
L’amministratore delegato Francesco Iorio ha varato un nuovo piano industriale che punta ad un ritorno all’utile nel 2016, con la chiusura di 150 filiali “improduttive”, l’eliminazione di tutte le partecipazioni non profittevoli, l’aumento di capitale in aprile 2016 e, subito dopo, la quotazione in Borsa.
Il 23 novembre 2015 il presidente Zonin rassegna le sue dimissioni dopo quasi 20 anni alla guida della banca. Al suo posto viene nominato l’imprenditore vicentino e vicepresidente di Confindustria, Stefano Dolcetta.
Il 5 marzo 2016 più di 11 mila soci della banca si sono riuniti in assemblea per votare la trasformazione in società per azioni, l’aumento di capitale e la quotazione in Borsa. Tutte le tre delibere sono state approvate, non senza polemiche e contestazioni.
All’aumento di capitale di fine aprile 2016 aderiscono solamente 5.000 vecchi azionisti su 120 mila, corrispondenti al 7,66% del capitale sociale, notevolmente meno della percentuale minima stabilita dalla Borsa Italiana per assicurare un flottante (il numero di azioni circolanti, emesse da una società, non rappresentative della parte di capitale che costituisce partecipazione di controllo) sufficiente, pari al 25%; per cui il 2 maggio viene negata l’autorizzazione alla quotazione alla Borsa di Milano.
Come conseguenza di ciò le domande presentate sono considerate nulle e tutto l’aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro, con l’emissione di 15 miliardi di nuove azioni a 0,10 euro, viene interamente sottoscritto dal “Fondo Atlante” che arriva così a controllare il 99,33% del capitale azionario dell’istituto. Francesco Iorio ha rassegnato le dimissioni il 6 dicembre 2016 e il suo posto è stato preso da Fabrizio Viola(3).
7) E per il caso Veneto Banca?
Sostanzialmente le modalità sono state le stesse rispetto quanto verificatosi con Banca Popolare di Vicenza.
L’assemblea straordinaria dei soci del 19 dicembre 2015 approva la trasformazione da Soc. Coop. a Società per Azioni (S.p.A.) come richiesto dal decreto legge 3/2015 del Governo Renzi, e la conseguente quotazione in borsa, con la necessità di un aumento di capitale da 1 miliardo di € per migliorare i deteriorati coefficienti patrimoniali (CET1 ratio). I soci dissenzienti possono recedere al prezzo di 7,30 € (perdita del valore dell’80% sul valore nominale), come determinato dal consiglio di amministrazione del 2 dicembre 2015.
All’aumento di capitale di fine giugno 2016 aderiscono solamente il 2,2% dei vecchi azionisti, notevolmente meno della percentuale minima stabilita dalla Borsa Italiana per assicurare un flottante sufficiente, pari al 25%; per cui il 27 giugno viene revocata l’autorizzazione alla quotazione alla Borsa di Milano. Come conseguenza di ciò, agli aderenti viene riconosciuto il diritto di revoca, che viene esercitato per un totale di 108.131.234 nuove azioni; tutto il resto dell’aumento di capitale da un miliardo di euro, con l’emissione di 10 miliardi di nuove azioni a 0,10 euro, viene sottoscritto dal “Fondo Atlante” (9.885.823.295 azioni, per un controvalore complessivo di 988.582.329,50 euro), Fondo che arriva così a controllare il 97,64% del capitale azionario dell’istituto(5).
Anche in questo caso, nel 2015 si è dovuto far ricorso ad una massiccia svalutazione dei crediti deteriorati (pari a 530 milioni di euro). La presenza di prestiti divenuti inesigibili ha avuto anche qui un peso preponderante nella crisi di questa banca(6).
Dopo il quasi totale azzeramento del valore delle azioni di Veneto Banca e Popolare di Vicenza avvenuto nel 2016 e a seguito della ricapitalizzazione avvenuta grazie al “Fondo Atlante”, questi due istituti hanno proposto un’offerta di indennizzo a 169.000 azionisti (pari all’82% del totale) che hanno acquistato azioni negli ultimi 10 anni, pari però ad una minima parte delle perdite e a condizione che nei primi 3 mesi del 2017 aderisca alla proposta almeno l’80% dei risparmiatori coinvolti.
8) Che cos’è l’indice patrimoniale CET1 ratio (o Common Tier Equity 1)?
E’ il parametro principale a cui banche, investitori e risparmiatori fanno riferimento per valutare la solidità di una banca. La BCE istituisce valori soglia di CET1 per ogni banca e per ogni Paese, anche se in linea generale il valore minimo indicato è quello dell’8%.
L’acronimo CET1 ratio sta in realtà per Common Tier Equity 1 ratio ed è il maggiore indice di solidità di una banca. Questo rapporto, espresso in percentuale, viene calcolato rapportando il capitale ordinario (azioni ordinarie più riserve) (Tier 1) con le attività (crediti della banca) ponderate per il rischio.
Cosa significa in sintesi questo rapporto? In sostanza il CET1 ratio ci dice con quali risorse l’istituto oggetto di valutazione riesce a garantire i prestiti concessi ai clienti ed i rischi rappresentati dai crediti deteriorati (o non performing loans).
La BCE e le autorità europee hanno deciso che tale indice non può essere inferiore all’8% in tutti gli Stati, pena il commissariamento della banca come avvenuto in Italia con Banca Etruria per fare un esempio.
Ad ogni Paese membro dell’UE è stato assegnato un CET1 ratio minimo per i propri istituti e all’Italia è stato designato un 10,5% in linea generale. Si parla di linea generale poiché la BCE, tramite il meccanismo unico di vigilanza, decide di volta in volta il target di CET1 per ogni istituto di credito.
Come viene regolato ogni singolo CET1? La BCE periodicamente svolge gli Srep test (acronimo di Supervisor Review and Evaluation Process) che le banche devono superare. Superata la fase di test, la BCE indica all’istituto di credito interessato il target di CET1 ratio da raggiungere in un certo periodo di tempo(7).
9) Banca Monte dei Paschi di Siena. Cos’è accaduto?
Anche in questo caso la crisi della banca è scaturita in prima istanza dai crediti deteriorati (45 miliardi di euro su un totale di 350 miliardi che coinvolgono l’intero sistema bancario italiano), oltre che a causa di operazioni rischiose (quali l’acquisto a sovraprezzo di Banca Antonveneta) e l’utilizzo di strumenti finanziari derivati (cioè legati al valore di un altro strumento finanziario o sottostante, quindi strumenti speculativi) per coprire le perdite (conseguenza comunque anche questa delle politiche europee che impongono con la restrizione dei deficit la riduzione della domanda aggregata, che causa la crisi delle aziende e il deteriorarsi dei crediti loro concessi).
Un’altra causa è sempre legata alle politiche imposte dall’UE (la normativa sul bail-in) che coinvolgono i risparmiatori nel salvataggio degli istituti in difficoltà e che hanno causato dal settembre 2014 al settembre 2015 per le banche italiane un calo del 27% dei titoli bancari nelle mani di investitori retail (investitori che comprano e vendono titoli per il proprio vantaggio e non per altre compagnie o organizzazioni)(8,9).
Di seguito si riassumono le principali vicende.
Il 30 luglio 2013, a Siena il pubblico ministero ha concluso le indagini sul dissesto che l’acquisizione sovrapprezzo della Banca Antonveneta avrebbe portato al Monte dei Paschi di Siena e mandato undici avvisi di garanzia, uno dei quali all’ex presidente Giuseppe Mussari, uno ad Antonio Vigni, ex direttore generale e uno a Gianluca Baldassarri, ex capo dell’area finanza, ai quali vengono imputati molti reati, come la manipolazione dei mercati e l’ostacolo alle attività di vigilanza. Oltre il Monte dei Paschi è stata indagata l’americana JPMorgan Chase.
Un altro filone d’inchiesta riguarda i contratti derivati Alexandria e Santorini, sottoscritti con la banca giapponese del Gruppo Nomura e la banca tedesca Deutsche Bank. I dirigenti incriminati si sono serviti dei derivati per coprire alcune perdite accusate in bilancio, spostandole sugli esercizi futuri. Questi contratti non sono stati rivelati né ai controllori interni né alla Banca d’Italia, che vigila su tutti gli istituti di credito; anche il consiglio d’amministrazione non è stato informato. Solo quando sono arrivati al Monte i nuovi vertici, queste operazioni e altre simili sono state scoperte. La Deutsche Bank era già sotto inchiesta in Germania. Il 31 ottobre 2014 si è concluso un processo riguardo un primo stralcio di questa inchiesta, con la condanna a 3 anni e 6 mesi di reclusione ciascuno e con l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, di Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri, per ostacolo all’Autorità di Vigilanza. I restanti filoni d’inchiesta vengono trasferiti successivamente per competenza territoriale al Tribunale di Milano.
Un’altra inchiesta, aperta dalla Procura di Siena, riguarda la «banda del 5 per cento»: Gianluca Baldassarri, secondo l’accusa, era il capo di una banda di esperti della finanza che per più di dieci anni hanno rubato il 5% sulle operazioni finanziarie. Un’ultima inchiesta riguarda i reati fiscali durante la gestione dal 2005 al 2008; sono imputate 11 persone fra ex vertici e manager del Monte dei Paschi(8).
A seguito del fallimento dell’aumento di capitale necessario per il rispetto di quanto richiesto dalla BCE (che ha elevato la richiesta di ricapitalizzazione da 5 miliardi a 8,8 miliardi a fine dicembre 2016), il governo ha ottenuto il via libera dal parlamento per un nuovo decreto legge “salva banche”, che prevede un aumento per il 2017 di 20 miliardi di debito pubblico per finanziare il salvataggio degli istituti in difficoltà, compreso Monte dei Paschi(10).
10) I test eseguiti dalla BCE per valutare la solidità di una banca sono davvero affidabili?
La Banca Centrale Europea nell’eseguire i suoi test sul grado di affidabilità di un istituto bancario ipotizza degli scenari avversi impostando un valore limite per l’indice patrimoniale CET1 ratio, sotto il quale non bisogna andare. Questo indice tiene conto del capitale ordinario (azioni ordinarie più riserve) rapportato alle attività della banca in esame (i prestiti concessi) ponderate per un fattore di rischio.
In caso di una nuova forte recessione, applicando le regole della FED (la banca centrali degli USA) l’istituto tedesco ZEW ha calcolato per Deutsche Bank una ricapitalizzazione necessaria pari a 19 miliardi di euro, una cifra superiore di due miliardi all’attuale valore borsistico dell’istituto e molto complicata da rastrellate in un momento in cui i mercati guardano con diffidenza alle aziende del credito(11).
Il metodo applicato dalla FED per valutare la solidità delle banche è il leverage ratio, che considera il valore totale di tutti i prestiti realizzati da una banca, mentre il CET1 ratio pondera i crediti in funzione del rischio. Altre differenze di metodologia includono differenti limiti prudenziali applicati agli indici patrimoniali, differenti proiezioni di perdite sotto gli scenari di stress e diversi metodi di valutazione del valore delle azioni(12).
Nel valutare il grado di solidità di un istituto finanziario, a livello europeo non vengono considerati importanti fattori quali l’effetto dei tassi di interesse negativi applicati per decisione di Mario Draghi sulle riserve detenute presso la banca centrale, nonché l’esposizione agli strumenti finanziari derivati (si stima che Deutsche Bank sia esposta ai derivati per un valore lordo pari a 55 mila miliardi di euro).
Non è la sola Deutsche a uscire con le ossa rotte dopo essere passata sotto la lente dello ZEW. Sono state infatti 51 le banche europee esaminate. E il risultato è choccante: il fabbisogno di risorse fresche è di 123 miliardi, con i casi più problematici rappresentati, oltre che da Deutsche, dalle francesi Société Générale (13 miliardi) e Bnp Paribas (10 miliardi), la cui capitalizzazione di Borsa è, però, superiore al potenziale buco. Alla faccia della virtù dei tedeschi(11).
11) Ma la crisi bancaria esiste solo in Italia? Gli altri paesi europei sono più virtuosi di noi e non intervengono mai con soldi pubblici?
Abbiamo appena visto sopra che la situazione non è affatto così e che applicando i più rigorosi parametri della FED le banche più in crisi sono quelle tedesche e francesi. Per quanto riguarda l’intervento con fondi pubblici per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, l’Italia dal 2008 al 2014 ha speso solo 4 miliardi di euro, contro i 238 miliardi spesi nello stesso periodo dalla Germania (vedere immagine sotto)(13).

Fonti:
1: https://www.forexinfo.it/Banche-fallite-cause-conseguenze
2: http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/07/13/news/salva-banche_dopo_l_attesa_arriva_il_modulo_per_i_rimborsi-143991343/
3: https://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Popolare_di_Vicenza
4: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/28/banca-popolare-di-vicenza-azionisti-e-dipendenti-pagano-il-disastro-zonin/1991927/
5: https://it.wikipedia.org/wiki/Veneto_Banca
6: https://www.forexinfo.it/Banche-in-crisi-il-caso-Veneto
7: https://www.forexinfo.it/Cet-1-ratio
8: https://it.wikipedia.org/wiki/Banca_Monte_dei_Paschi_di_Siena#Scandalo_MPS
9: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/01/19/tonfo-delle-banche-in-borsa-le-cause-e-i-titoli-piu-sofferenti-mps-perde-13-del-suo-valore-in-3-settimane/?refresh_ce=1
10: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-12-22/governo-pronto-nuovo-decreto-salva-banche-lavoro-gentiloni-annuncia-pacchetto-sud-194056.shtml?uuid=ADfwYwIC
11: http://www.ilgiornale.it/news/economia/deutsche-bank-rischia-buco-19-miliardi-se-arriva-recessione-1295725.html
12: http://www.sascha-steffen.de/uploads/5/9/9/3/5993642/benchmarking_august2016.pdf
13: http://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/02/16/quali-banche-europee-hanno-ricevuto-piu-aiuti-pubblici-tra-il-2008-e-il-2014-spesi-800-miliardi-di-euro/

Di seguito la trasmissione “L’Approdo”, andata in onda sulla televisione digitale terrestre abruzzese-marchigiana Super J venerdì 15 gennaio, avente per oggetto il tema della crisi bancaria seguente al cosiddetto decreto salvabanche dello scorso mese di novembre e gli effetti generati a livello economico, politico e finanziario.
Invitato Pier Paolo Flammini, referente per la Me-Mmt della Regione Marche, il quale ha criticato duramente la decisione del governo e della Commissione Europea che hanno condotto al decreto:  “Il governo prende ordini e fa quello che gli viene scritto, non tutela il risparmio secondo l’articolo 47 della Costituzione” ha esordito. Presenti in studio, con la conduttrice Daniela Facciolini, il deputato di Scelta Civica Giulio Cesare Sottanelli, presidente della Banca del Vomano, il giornalista economico Stefano Cianciotta e il referente per la Federconsumatori della Provincia di Ascoli Piceno Antonio Ficcadenti.

Poniamo doveste combattere una guerra. Di quelle vere, come abbiamo conosciuto nella storia. Un esercito da una parte della trincea, un esercito di fronte. Fucili, cannoni, aereoplani, mine, filo spinato.
Ad un certo punto uno dei due eserciti viene privato di tutte le armi. Può combattere soltanto dei corpo a corpo con i coltelli e arnesi da cucina. L’altro esercito invece progredisce negli armamenti tecnologici.
Il generale dell’esercito disarmato vi farà un po’ pena. Sposta le truppe, studia le mappe, la configurazione del terreno, i punti deboli dell’avversario, i tempi dei rifornimenti di cibo e acqua. Ma non potrà vincere mai quella guerra.
Il generale dell’esercito disarmato, non ha il coraggio di ordinare il rompete le righe. Deve diffondere tra i soldati la convinzione che le cose stiano andando meglio, e che riusciranno comunque a battere il nemico.
Tuttavia se fosse onesto, il generale dell’esercito disarmato dovrebbe dire ai soldati e alla sua nazione: “Non possiamo combattere né difendere il nostro suolo. Senza armi sarà impossibile ricacciare i nemici oltre i confini”.
La colpa principale, e grave, del generale è l’omissione della verità. L’esito finale della sua omissione sarà una carneficina tra le sue truppe. Così sarà ricordato dalla storia.
Matteo Renzi è l’ultimo generale dell’esercito disarmato chiamato Italia. La miccia accesa alla bomba è in mano sua, da quasi due anni. Non può fare nulla, e infatti nulla fa, se non spostamenti di truppe, ranci girati un po’ qua e un po’ là. Il suo esercito è totalmente sottomesso alle decisioni del nemico, che si chiama Mercato Globalizzato e ha un centro direzionale iper-attrezzato di nome Mercato Finanziario Globalizzato.
Nel caso delle “4 banche” CariChieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, il generale Matteo Renzi può parlare e può studiare. Non può agire come sarebbe previsto dalla nostra Costituzione. Parla e dice: “Il Governo italiano quando ha visto che quattro banche rischiavano di chiudere e rischiavano di perdere migliaia di posti di lavoro e i soldi dei contribuenti è intervenuto e sono molto lieto delle misure che ha preso perché ha salvato i soldi dei conti correnti e i posti di lavoro
(fonte Huffington Post).
Può studiare: “Matteo Renzi dice sì all’apertura di una commissione di inchiesta parlamentare su ciò che è avvenuto nel sistema bancario italiano ed europeo negli ultimi 15 anni“. Ma non ha le armi per agire.
Le armi sono saldamente in pugno di un esercito del nemico non democratico, infatti i generali rispondono al nome di Commissari e non di Ministri. Il generale che ha di fronte Renzi si chiama Jonathan Hill. Nonostante sia a capo di un potere immenso, avendo il “Commissariato” più potente, quello ai Servizi Finanziari, nessuno nell’esercito di Renzi e nella popolazione da lui difesa sa quale sia il suo volto, figuriamoci la sua storia. La distanza è Potere.
Jonathan Hill si può permettere di irridere una nazione intera perché non ha alcun rapporto con i governati da Renzi, e infatti dice che le banche “vendevano alla gente prodotti inadatti” e questo ha avuto “conseguenze personali per alcune persone in Italia”, e ancora: “Hill non ci gira intorno: è il governo italiano a essere alla guida” del processo di salvataggio delle 4 banche italiane “ed ha la responsabilità per questo“. “Il governo ha discusso a lungo con la Commissione, in particolare con la Direzione generale concorrenza” che ha “ritenuto che le misure prese erano compatibili con la legislazione Ue” sui salvataggi bancari.
Fine della guerra.
Jonathan Hill è un politico conservatore inglese fondatore di una società di lobbying Quiller Consultants, nel 1998. Qui alcune informazioni sintetizzate da Filippo Abbate di Me-Mmt.

Tutti coloro che vi parlano di libero mercato, di responsabilità individuale dei piccoli risparmiatori, di aiuti di Stato, va bene, sono tutte cose buone. Ma omettono di dire che anche questa è una guerra, combattuta con strumenti sofisticatissimi, dove i Matteo Renzi di turno fanno sistematicamente la figura dei pagliacci (meritandosela in pieno, sia detto). Nessuna società si regge a lungo sui libri di testo, perché l’umanità è sempre più complessa del più illuminante dei saggi, e i libri di testo di chi è oggi al comando sono pura astrazione matematica chiamata economia. Qualcosa esattamente speculare al socialismo reale, quando si riteneva che l’umanità potesse conformarsi a rigidi modelli intellettuali. 
Qui alcune risposte:
Video, Ben Bernanke, capo della Fed, Banca Centrale Usa, spiega che il salvataggio delle banche americane è avvenuto senza chiedere un centesimo di tasse ai cittadini: Le tasse non pagano la spesa pubblica

Articolo di Giacomo Bracci, Quanto ci costa (non) salvare le banche, 22 ottobre 2015.
Articolo di David Lisetti, La Germania salva i suoi risparmiatori. L’Italia offre il loro scalpo alla Ue, 10 dicembre 2015.
Video della conferenza “Lasciateli Fare”, registrato a Recanati sabato 5 dicembre 2015, si ascolti dopo 1 ora e 20 il trader e blogger Giovanni Zibordi su questioni bancarie:

Fonte: Riviera Oggi

Un governo responsabile delle sorti del paese non avrebbe mai permesso un salvataggio così insensato, un governo saggio avrebbe ricapitalizzato con fondi governativi le banche e fatto immense pressioni a livello comunitario per creare dei meccanismi di salvaguardia dei risparmiatori. Lo avevamo scritto appena lo scorso mese di ottobre. Governo responsabile. Governo saggio. Mondo dei sogni.

Riportiamo un documento relativo al recente “Mosler Tour”, in riferimento ad un incontro avvenuto in Trentino

di Trentino MMT.

Ha toccato anche Pergine Valsugana, il tour trentino dell’economista americano Warren Mosler, padre della Modern Money Theory (MMT). Nella serata di mercoledì 20 maggio è stato ospite della Cassa Rurale di Pergine, che lo ha invitato per parlare della struttura neoliberista del sistema europeo e delle sue conseguenze sull’economia reale.

Mosler, sollecitato anche dalle domande del moderatore – il professor Michele Andreaus dell’Università di Trento – e del numeroso pubblico accorso, ha ribadito alcuni concetti che, ormai, stanno diventando familiari alla popolazione trentina che lo ha seguito in questo mese.

Innanzi tutto, ha evidenziato l’assurdità del vincolo di bilancio europeo del 3% (rapporto deficit/Pil) che impedisce all’Italia e agli altri Paesi europei di abbassare la disoccupazione. Il tasso italiano del 13% di disoccupati, secondo l’economista americano, è dovuto al fatto che, dopo la crisi del 2008, l’indebitamento privato si è arrestato, contraendo i consumi e condannando alla chiusura moltissime aziende. Dal momento che ogni risparmio deve essere equilibrato da un corrispettivo indebitamento, se tale indebitamento non proviene dal settore privato, deve essere lo Stato ad aumentare il proprio deficit di spesa, attraverso il taglio delle tasse e l’aumento della spesa. Solo tali operazioni permettono di lasciare all’economia privata (cittadini e aziende) il denaro da investire in nuovi consumi, facendo ripartire il circolo economico. Se, al contrario, lo Stato è “soffocato” dal vincolo del 3%, i consumi restano bassi e il tasso di disoccupazione rimane alto. Nemmeno le politiche di taglio dei tassi di interesse della Banca Centrale Europea (pari allo zero, da molto tempo) consentiranno di abbassare la disoccupazione, per il semplice fatto che non è mai accaduto nella storia, e non si vede perché tale tendenza debba magicamente cambiare.

Di fronte alle perplessità di chi, presente in sala, ha espresso i timori verso il debito dello Stato, Mosler ha ribadito che il debito pubblico corrisponde al denaro in mano all’economia privata non ancora raccolto con le tasse, quindi azzerare il debito pubblico (come previsto dalla Costituzione italiana riformata, quasi all’unanimità, dal Parlamento nel 2012) significa impedire qualsiasi possibilità di risparmio ai cittadini. Senza tutti questi vincoli e con un’adeguata spesa pubblica, invece, la crisi italiana potrebbe finire in soli 90 giorni.

L’economista MMT, inoltre, ha posto l’attenzione sui rischi delle politiche mercantiliste basate sull’export: esse, infatti, non solo hanno costretto alle cosiddette riforme strutturali che hanno peggiorato le condizioni dei lavoratori, comprimendo i salari e deprimendo la domanda interna, ma alla fine tendono a rafforzare la moneta del Paese esportatore, rendendo inefficaci le stesse riforme strutturali e costringendo a ulteriori restrizioni salariali. Insomma, un circolo vizioso che grava soprattutto sulle spalle delle classi medio-basse e delle piccole aziende, vero tessuto nevralgico dell’economia italiana.

L’ultimo intervento, Mosler l’ha dedicato al concetto di “consumo” che, a suo avviso, deve trainare l’economia. Esso non coincide per forza di cose con la distruzione delle risorse naturali o con lo spreco, anzi. La spesa pubblica ha la possibilità di finanziare consumi immateriali e sostenibili, in grado di migliorare il benessere delle persone come, ad esempio, la sanità e la cura della persona, l’istruzione e la cultura, l’arte e l’intrattenimento, la tutela ambientale e paesaggistica. In fondo, tutto dipende dalle scelte politiche. Perché, con una moneta sovrana e l’assenza di vincoli arbitrari alla spesa pubblica, ogni Stato (o anche l’Unione Europea) ha la facoltà di progettare e costruire un sistema finalizzato al benessere dei cittadini. Ma senza moneta sovrana e libertà di spesa, allora il destino dei cittadini assomiglia, come ha detto Mosler, a quello di un podista che potrebbe vincere la gara, ma che si trova a correre con un sacchetto in testa che gli toglie il respiro fino a soffocarlo.