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In questi giorni è abbastanza comune sentire che la vittoria del No al referendum costituzionale sia stata il frutto di una resistenza tutta italiana a qualsiasi tipo di cambiamento. Si tratta di una lettura ingenua dell’esito del voto, che lo relega ad una dimensione nazionale e contingente, mentre a mio avviso è stato l’ennesima manifestazione di una fase storica che dura da qualche decennio.

1. Tutto ha inizio con l’avvento di quella che Robert Dahl ha definito la “crisi della democrazia rappresentativa“, e che potremmo sintetizzare in questo modo. Nel secondo dopoguerra la partecipazione alla cosa pubblica ha coinvolto fasce sempre più ampie della popolazione, grazie all’estensione dei diritti sociali, civili e politici e alla diffusione e la distribuzione del benessere economico. Sebbene ciò abbia contribuito a creare stabilità e sicurezza per una quantità di famiglie che ne mai avevano beneficiato in questo modo nella storia, la crescita economica alla radice di tutto ciò è stata costruita sulla base di uno sfruttamento del lavoro che anch’esso senza precedenti, ed ha perciò portato alla luce la rivendicazione di un ampliamento della democrazia; una rivendicazione così forte da far desiderare a gruppi sempre più numerosi di persone un superamento completo dell’ordine costituito. Le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si sono trovate di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringerne la concessione attraverso una graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi, e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici in arbitri del meccanismo della competizione? Un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato “The Crisis of Democracy“, redatto la Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – indicava chiaramente una preferenza per la seconda opzione. La strategia che il rapporto ipotizzava era basata su alcuni punti fondamentali: la riduzione del potere sindacale tramite la concertazione, la riduzione della partecipazione popolare alla vita politica grazie alla diffusione di “apatia”, e in generale la preferenza per un sistema politico ed economico in cui nessun diritto viene garantito a priori, ma ognuno di essi va ottenuto tramite un meccanismo di merito.
2. In questo quadro, era naturalmente necessario che il potere dei Parlamenti fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello degli esecutivi e che, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra stati portatori di istanze politiche differenti, le istituzioni sovranazionali in definitiva acquisissero sempre più prerogative anche nei confronti degli esecutivi nazionali. La crescita economica sarebbe stata guidata dagli investimenti privati, e non più da una spesa pubblica che veniva vista come distorsiva degli incentivi e del sistema del merito. Per far ciò, era necessario che gli esecutivi potessero effettuare decisioni in maniera rapida ed efficiente, ovvero con meno pressioni da parte dell’elettorato, che spesso impediva l’attuazione di politiche volte ad eliminare le tutele presenti sul mercato del lavoro. Queste ultime, infatti, costituivano delle “rigidità” che impedivano al sistema delle imprese di poter investire con flessibilità, ovvero la sicurezza di poter dismettere rapidamente i propri impianti e la propria forza lavoro e ricollocare entrambi nel caso in cui vi fossero state degli shock alla domanda interna e/o un innalzamento eccessivo dei livelli salariali nei paesi. Da qui sorgeva la necessità di governi più stabili possibili nel tempo e di un sistema elettorale che garantisse la maggioranza assoluta allo schieramento vincente, poiché all’incertezza politica veniva associata un’incertezza economica in grado di trasmettersi agli investimenti e portare perciò alla fuga dei soggetti più produttivi dai paesi.
3. Fin qui sembra tutto abbastanza risaputo, se non fosse per il fatto che se l’agenda di cui sopra è stata adottata con disciplina da governi conservatori negli anni ’80, i governi cosiddetti progressisti l’hanno applicata con ancora maggior precisione a partire dagli anni ’90. Nello specifico, gli schieramenti progressisti hanno applicato alla lettera le prescrizioni provenienti da OCSE, FMI e la nascente UE, soprattutto in tre ambiti: la liberalizzazione progressiva dei monopoli nazionali e delle concessioni pubbliche con annesse privatizzazioni dei primi, la promozione di politiche di flessibilità sul mercato del lavoro e lo spostamento del focus dell’azione politica dalla “piena occupazione” alla “piena occupabilità” e l’applicazione di politiche fiscali restrittive per porre un freno all’inflazione e generare aspettative positive negli investitori in merito alla tassazione futura.
4. Questo complesso di politiche ha permesso agli schieramenti progressisti in Europa di inglobare settori provenienti dalla sinistra radicale all’interno dei governi (mentre lo stesso avveniva a destra), ma ha generato uno scollamento tra il suo blocco sociale storico di riferimento e i suoi rappresentanti politici. Infatti, mentre la divisione con gli schieramenti conservatori restava e resta tutt’ora forte in materie come ad esempio i diritti civili, la percezione del blocco sociale di riferimento dei progressisti rispetto alle politiche economiche e sociali portate avanti da questi governi è stata quella di una sostanziale identificazione con l’agenda politica di cui sopra. In sostanza, il messaggio che i progressisti hanno inviato al proprio elettorato è stato il seguente: accettate le disuguaglianze e l’impossibilità di garantire universalmente uno standard minimo di vita, in cambio avrete la possibilità di acquistare uno status sociale superiore in maniera sempre più rapida se sarete in grado di acquisire le competenze richieste sul mercato. Tuttavia, se l’amplificazione delle disuguaglianze, l’incremento della disoccupazione, la riduzione dei servizi pubblici e una crescente asimmetria del carico fiscale gravante sulla piccola imprenditoria sono stati risultati conseguiti con successo, non lo è stata altrettanto la fluidificazione della mobilità sociale, che resta più bloccata che mai, e il fenomeno della disoccupazione di lungo periodo continua a caratterizzare il mercato del lavoro nonostante gli sforzi continui a rendere “occupabili” le persone in cerca di lavoro.
5. Nel frattempo, il blocco sociale di riferimento dei progressisti è cambiato in maniera radicale. Mentre i manager delle grandi imprese, tecnicamente dei dipendenti, sono stati in grado di decuplicare le proprie retribuzioni e il loro potere sociale, sempre più figli di “proletari” hanno acquisito piccole imprese commerciali, sono divenuti (volenti o nolenti) lavoratori autonomi e professionisti, diventando tecnicamente degli imprenditori, almeno di sé stessi. Il mondo progressista però non ha saputo procedere ad un aggiornamento delle proprie categorie sociologiche di “classe”, con il risultato che a fronte dell’applicazione dell’agenda di cui sopra ampi settori di quella che viene definita classe media hanno perso un soggetto politico di riferimento e pertanto hanno completamente interiorizzato la narrazione delle élite conservatrici che ha dato origine all’agenda stessa. Se non c’è lavoro, quindi, è colpa della burocrazia e dell’inefficienza dello stato; sono i politici che hanno stipendi troppo elevati, e i vecchi lavoratori protetti vivono nella bambagia mentre legioni di giovani lavoratori non garantiti non riescono ad entrare nel mondo del lavoro. Nessun soggetto politico ha saputo raccontare a queste classi una storia diversa, che prendesse in considerazione l’effetto che politiche economiche restrittive hanno sul mercato del lavoro. Sarebbe bastato illustrare come in un’economia monetaria una crescita dei risparmi delle famiglie e dei profitti delle imprese possa essere generata esclusivamente da uno di questi tre fenomeni: 1) una crescita del disavanzo pubblico, 2) una crescita del disavanzo del settore privato tramite l’indebitamento per consumi, 3) una crescita delle esportazioni nette, ovvero un disavanzo registrato dal resto del mondo nei confronti del paese. Se osserviamo la storia economica degli ultimi 20 anni prima del 2007, è immediato rendersi conto che tutte le politiche maggiormente in voga fra UE ed USA sono state basate sull’aumento della 2) e della 3), e ad un abbattimento della 1).
6. L’esplosione del “populismo” dal 2010 ad oggi è nient’altro che un effetto collaterale dell’implosione di questo schema. Garantire massima stabilità ai governi mentre questi ultimi destabilizzano la sicurezza delle vite della maggioranza delle popolazioni non è più uno schema sostenibile e viene rifiutato in blocco da queste ultime, anche al costo di rifiutare il sostegno ai candidati progressisti (leggasi sconfitta di Hillary Clinton) ed effettuare scelte “irresponsabili” (leggasi Brexit e vittoria del No). Se la cultura progressista fosse ancora in grado di leggere la realtà in maniera scientifica e non ideologica, si renderebbe conto del fatto che la scelta di puntare su una riduzione del grado di democrazia, compiuta negli anni ’80-’90, e non su un suo ampliamento, è stata un errore strategico pagato a carissimo prezzo. Democrazia, infatti, non significa esclusivamente la possibilità di votare i propri candidati: significa anche poter partecipare alla vita sociale tramite uno standard di vita dignitoso, avere la libertà di rifiutare condizioni di lavoro ingiuste, partecipare alla decisione in merito a cosa, quanto e come produrre beni ed erogare servizi. In questo senso, non ci sono governi efficienti che possano salvare la cultura progressista: anzi, questa dovrebbe ragionare sull’idea che sono i governi a dover diventare più “governabili”, più monitorabili e controllati da parte delle popolazione. E che la stabilità è in primis quella fornita da una piena occupazione, una struttura di enti locali funzionanti e competenti, una rete di protezione sociale pubblica efficace e una sinergia positiva fra istruzione ed innovazione.
Gli elementi per capire le ragioni di questo esito referendario, così come del successo dei populismi, ci sono. Basta osservarli.

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Articolo di MMT Italia pubblicato su “La Voce di Romagna”
Con il referendum costituzionale del 4 dicembre è in gioco ovviamente la forma dell’assetto istituzionale e il rapporto centralista che si vuole instaurare in un paese storicamente legato alle identità locali, tanto da faticare ancora a sentirsi “unito“.
Ma è in gioco soprattutto un’idea politica, che prescinde dalle dimissioni di Renzi e dal governo che dovrà portarci alle prossime elezioni.
Il referendum è l’ultimo tassello di un’onda quarantennale che ha in Italia il suo epicentro iniziale nell’assassinio di Moro e il suo spartiacque nel successivo crollo della Prima Repubblica, nel 1992, coinciso con la decadenza effettiva dei valori costituzionali. 
Quanto accaduto successivamente è un flusso continuo di ideologia neoliberista che ha invaso pervicacemente la nostra società. A livello economico, costruito il falso mito del debito pubblico, che con il Trattato di Maastricht ha trovato nell’euro la saldatura perfetta, i principi fondamentali della Costituzione sono stati sotto-ordinati ai vincoli astratti dell’economia.
L’aiuto ad un disoccupato o un malato ha trovato il muro invalicabile delle formule magiche, condensate nel famoso limite del 3% di deficit annuo. Le buone intenzioni si scontrano sul muro della mancanza di denaro. Il disoccupato resta tale, il malato può crepare.
L’articolo 3 della Costituzione, ad esempio, è stato trasformato in carta straccia proprio per la limitazione artificiale dell’azione pubblica: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
A livello politico la supremazia dell’economia sulla società e sulla politica ha dovuto trovare il suo equivalente nel costante indebolimento del Parlamento, di fatto non più sovrano, al fine di favorire l’azione dei governi chiamati ad essere l’anello finale dell’ordine neoliberista.
Chi voterà Sì, al di là delle discussioni tecniche, permetterà che questo processo dilaghi ancora nonostante in tutto il mondo, in diversi e pur contraddittori modi, la resistenza al neoliberismo si stia ormai affermando.
Chi voterà No, invece, si farà carico di fermare questa deriva e di rimettere al centro della discussione la nostra Costituzione, i suoi diritti fondamentali, sopra il dominio economico.
Questa è la vera sfida in atto. E credo che stavolta, dopo decenni di umiliazioni, gli italiani sapranno indicare la retta via del No.
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Fonte: http://ilpaese.news/2016/10/20/modifica-della-costituzione-chi-rafforza-chi-indebolisce-un-punto-di-vista-prettamente-economico/

La modifica della Costituzione viene effettuata all’interno di una logica “riformista”. Si tratta di un adeguamento necessario a non prolungare oltre lo scollamento tra la forma del nostro ordinamento e le esigenze nate dall’adesione dell’Italia all’Unione Europea. Logica ben diversa da quella “progressista” su cui è stata scritta e fondata la Costituzione originaria. Progressista in quanto paradigma totalmente innovativo rispetto all’esistente e perché promuoveva un avanzamento di tutta la società in termini economici, sociali, politici e culturali. Guardiamoci intorno, siamo lontanissimi dal progresso del secolo scorso.

Le scelte di politica economica degli ultimi anni hanno portato ad un regresso reale e misurabile. Un recente rapporto della McKinsey dimostra come dal decennio scorso sia avvenuto un crollo di reddito in tutto il mondo occidentale (25 paesi) in percentuali altissime della popolazione dal 65% al 70%, quasi 580 milioni di persone. L’Italia è al primo posto in questa classifica negativa con il 97% della popolazione più povera di prima. (1)

Cosa è successo? Il mondo occidentale si è piegato ad una politica economica basata sul mercato, di cui l’Unione Europea è la massima espressione nel nostro continente.

I Trattati Europei stabiliscono le materie per cui, rispetto agli Stati membri, la UE ha competenze esclusive, concorrenti e sussidiarie. I regolamenti entrano nel sistema legale nazionale con effetto diretto, le direttive concedono una certa discrezionalità sul modo di essere applicate. Tuttavia, queste ultime, con il nuovo articolo 55, verranno deliberate con un Senato di “nominati”, verosimilmente molto influenzabile e poco attento, essendo impossibile per Senatori che sono anche amministratori locali avere il tempo di adempiere a questo compito con la diligenza necessaria.

Inoltre, che la politica fiscale resti ai singoli governi, è un falso clamoroso. Il Documento di Economia e Finanza, la legge più importante dello Stato, quella che decide chi mangia e chi no, viene elaborata in tandem con la Commissione.

La cosa fondamentale da capire è che il Governo è divenuto parte integrante della Governance Multilivello che chiamiamo Unione Europea. Non mi dilungo qui sugli studi autorevoli che riguardano la reale natura di queste nuove forme di governo, votate all’instaurazione di un ordine privatistico incentrato sulle libertà di mercato e retto da logiche di risultato e di rendimento che liquidano ogni possibilità di scelta democratica al riguardo.(2)  Il Consiglio dell’Unione Europea è composto da tutti i ministri nazionali e il Consiglio dai capi di Stato. Quindi i nostri ministri e il nostro Capo del Governo hanno questo doppio ruolo. Che facciano l’interesse nazionale è fuori discussione. E’ reso impossibile. Primo perché sarebbe contro lo “spirito dei trattati”, superiore alla volontà e alle necessità reali dei cittadini europei. Secondo perché sono sotto ricatto continuo: lettere e ammonimenti, procedure di infrazione, BCE che non acquista titoli, flessibilità di bilancio negata. Non va nemmeno ignorata la questione del clientelismo che in Europa raggiunge livelli imbarazzanti. Dalle sliding doors all’influenza enorme esercitata dalle lobby nella formulazione delle proposte di legge della Commissione, attività sdoganata moralmente e perfino promossa dalla Corte Europea di Giustizia.

Bastone e carota è la sintesi perfetta che descrive le relazioni disfunzionali e, talvolta, persino comiche tra Governo Nazionale e Governance Europea.

Il Governo è la testa di ponte dell’Unione Europea nel paese e non può essere viceversa, come qualche benpensante ci invita a credere, dal momento che lo squilibrio di forze è palese. Pensiamo solo alla perdita della sovranità monetaria. Per finanziarci dipendiamo dai mercati speculativi e dal programma di acquisto della BCE. Suo compito è perseguire l’attuazione di un modello economico e sociale basato su principi liberisti opposti a quelli costituzionali tramite le riforme. Compresa questa. Non a caso la chiedono Confindustria e le grandi banche d’affari, perché  riduce la variabile di rischio nella formulazione delle loro azioni speculative. La stabilità di governo è una sicurezza previsionale sulle decisioni e le politiche che verranno applicate in un paese. Nel linguaggio dei mercati significa affari d’oro, per i cittadini significa impossibilità di ottenere una reversione in loro favore. E non basta la propaganda economica a nascondere la triste realtà di un paese a crescita zero, con una disoccupazione galoppante, una sfiducia al consumo senza precedenti, un senso di precarietà diffuso e perfettamente razionale con questi numeri e queste prospettive. Il popolo ragiona di pancia, ma difficilmente la pancia sbaglia. Soprattutto se è vuota. I ristoranti sono pieni. Sì, di gente che spende la metà rispetto all’anno precedente a parità di coperti.

Le appendici al DEF (A e B) riportano il quadro di avanzamento delle riforme strutturali (3). Eventuali margini di flessibilità vengono concessi sulla base di questi avanzamenti, nient’altro. Catastrofi naturali o emergenze sociali non pesano sul piatto della bilancia. I modelli su cui sono sviluppate sono basati su teorie economiche (neoclassiche e monetariste) che dovrebbe stare nel cestino della storia per inconsistenza teorica e risultati fallimentari.

Non sto dicendo che gli economisti mainstream sono ignoranti o ottusi, sto dicendo che probabilmente sono in malafede. In particolare il modello QUEST III, che viene citato come riferimento, è sviluppato dalla stessa Commissione Europea. Ogni riforma economica e strutturale ci viene imposta su queste previsioni economiche che rispondono a criteri di competitività, riduzione del deficit, ridimensionamento di tutto il settore pubblico con le liberalizzazioni, contenimento salariale e dell’inflazione basato su percentuali di disoccupazione di “equilibrio” Nawru (10.5%), che sono di fatto quote di disoccupazione obbligatoria stabilite sempre da lei, la Commissione.

Una delle idee alla base della famiglia di modelli di cui fa parte anche QUEST III – i modelli DSGE – è che esista un tasso di disoccupazione strutturale per ogni economia, oltre il quale abbattere ulteriormente la disoccupazione genererebbe inflazione, e che quindi diviene un limite inferiore ad eventuali politiche espansive poste in essere dai governi. Il concetto di Nawru è stato criticato più volte da economisti anche molto diversi fra loro, e basta osservare come viene calcolato per comprendere come si tratti di una formulazione avulsa dalla realtà: per calcolarlo, infatti, si opera una sorta di media mobile dei tassi di disoccupazione registrati in passato. Invece di essere considerato un parametro non influenzato dal ciclo economico (proprio perché strutturale), esso diventa nella pratica un parametro pro-ciclico, che quindi condanna i governi ad avere meno spazio di manovra quando l’economia peggiora. Esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare, in contesti di recessione.

L’unico modo per opporre resistenza a queste pressioni e mantenere un po’ di spazio di manovra per perseguire politiche economiche sociali è avere un Parlamento forte. L’opposto di quello che ci viene proposto.

Non è tollerabile per un Parlamento che deve rappresentare il Popolo Sovrano dover accettare leggi vergognose, ricatti e disumane scelte di Sophie su chi deve sopravvivere e chi no.  E questo con la Riforma proposta diventa più difficile. E mi preme sottolineare che non sarebbe un atteggiamento “irresponsabile”, come speso viene definito, non senza una motivazione d’interesse specifico che non è l’interesse pubblico. I mercati ci possono danneggiare, ma fino ad un certo punto. La Grecia è forse l’esempio che dimostra come arrendersi ai mercati sia la tragedia vera. La sostenibilità economica  è una scelta politica, non c’è nessun vincolo insuperabile.

I presunti “vincoli”, i criteri di sostenibilità tanto declamati, derivano  da ipotesi formulate su modelli pretestuosi e arbitrari, nel senso che qualcuno li ha definiti politicamente come tali. La politica domina l’economia, non è il contrario, dall’alba dei tempi. I nostri figli scontano solo ed esclusivamente la nostra codardia, l’incapacità di farci attori del presente anziché spettatori terrorizzati e passivi rispetto alle scelte di altri, più sfrontati e violenti nell’affermare il proprio predominio, che porta a scelte davvero nefaste e insostenibili nel lungo periodo. Parafrasando Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti  morti” di disperazione e  vergogna, per quello che avremo fatto a noi stessi e a quelli dopo di noi.

L’interesse pubblico è ad uno stadio terminale. La riforma ci mette la pietra tombale sopra.

La vittoria del SI sarebbe una sconfitta sociale ed economica per il paese e ci condannerebbe ad anni di recessione economica e regresso sociale.

Bisogna dire NO.

(1)http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/poorer-than-their-parents-a-new-perspective-on-income-inequality

(2) https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/03/Governance-Multilivello-UE-Non-sono-cattiva-%C3%A8-che-mi-disegnano-cos%C3%AC.pdf

(3) http://www.dt.tesoro.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/W_-_DEF-2016-Sez-III-AppendicePNR_2016.pdf


 
In questo contesto, il Comitato jesino per il No al referendum costituzionale e le associazioni Economia Per I Cittadini e ME-MMT Marche hanno organizzato un incontro di analisi della tematica referendaria, sul tema della modifica della Costituzione, che si è tenuto venerdì 30 settembre presso il Palazzo dei Convegni di Jesi.
I relatori sono stati Ruggero Fittaioli (Comitato per il No), Gloria Baldoni (Direttivo Nazionale Cgil) e Giacomo Bracci (socio fondatore di Economia per i cittadini) i quali hanno relazionato sulle ricadute economiche per l’Italia in caso di vittoria del Sì.
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PREVISIONI ECONOMICHE PRIMA DELLA BREXIT:
Renzi: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe una sciagura per gli inglesi…”
Ocse:Brexit brucerà il 3% di crescita del Pil inglese entro il 2020 e il 6% entro il 2030″.
Fondo Monetario Internazionale per bocca del direttore generale Christine Lagarde: “L’impatto sull’economia britannica se il referendum del 23 giugno sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà da abbastanza a molto, molto grave”
Paolo Mauro, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington (ove è approdato dopo vent’anni al Fondo Monetario Internazionale): “La Brexit creerebbe grossi problemi all’economia del Regno Unito”.
POI UN BEL GIORNO VINSE IL BREXIT:
Le agenzie di rating, ignare del funzionamento dei sistemi monetari moderni, declassano immediatamente i titoli di stato inglesi…
LA REALTA’ DOPO IL BREXIT:
Nonostante il declassamento, i tassi d’interesse sui titoli inglesi diminuiscono anzichè aumentare…. “Lo Spread scende a 159 punti, mentre il Bund a 10 anni rende -0,07% (negativo!). Nuovo record per i titoli di stato inglesi dopo la Brexit”
Ansa: “Dal rapporto della Cbi, la confindustria britannica, secondo cui l’industria dei servizi – che rappresenta l’80% dell’economia nazionale – si è ulteriormente rafforzata negli ultimi tre mesi, anche dopo quindi il referendum che il 23 giugno ha sancito l’uscita del Paese dall’Ue. E a fare la parte del leone è proprio il settore dell’accoglienza, con Londra in particolare che è meta di un numero sempre maggiore di turisti. Segnali positivi che sono confermati da un rapporto di Lloyds Bank sulla fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, ai massimi dal 2011.”
Ansa: “E’ stata confermata la crescita dello 0,6% del Pil britannico nel secondo trimestre. Il dato arriva dopo due mesi dal voto favorevole alla Brexit nel referendum del 23 giugno“.
Ansa: “Indice Pmi manifatturiero è salito ad agosto in Gran Bretagna ai massimi da 10 mesi. …. la fiducia dei manager d’impresa è volata a 53,3 punti, ribaltando il livello di luglio, sotto i 50 punti”.
IlSole24ore: “La sterlina ha toccato il massimo da sette settimane dopo la diffusione dell’indice Markit Pmi sui servizi di agosto, che è andato oltre le attese. La valuta britannica è salita a 1,3372 dollari, con un rialzo di circa lo 0,45% sul biglietto verde; contro l’euro è salita dello 0,32% a 1,195. L’indice Markit è balzato ad agosto a 52,9 dal 47,4 di luglio (un aumento di 5,5 punti, il massimo da 20 anni).
Prima del voto su Brexit e anche nelle prime reazioni a caldo la maggior parte degli analisti e dei policymakers aveva dato per scontata la caduta in recessione dell’economia britannica. Gli ultimi indicatori sembrano allontanare gli scenari più cupi”.

Serve aggiungere altro?
Sì.
Utilizzeranno lo stesso terrorismo mediatico per il referendum costituzionale di ottobre. Confindustria ha già iniziato.
Dal Corriere della Sera: “La consultazione elettorale per Confindustria non farebbe altro che consegnare il Paese a una fase di instabilità. Foriera di conseguenze negative sul piano economico: aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, aggravamento del credit crunch, aumento della spesa per interessi legata al finanziamento del debito pubblico, difficoltà del Tesoro a condurre in porto le aste dei titoli di Stato, fuga dei capitali. L’effetto di questo scenario sul Pil sarebbe il seguente: -0,7% nel 2017, -1,2% nel 2018, +0,2% nel 2019. Di fatto altri tre anni di recessione. Con una perdita complessiva di 1,7 punti di Pil. Mentre — sempre secondo l’ufficio studi di viale dell’Astronomia — la situazione sarebbe molto diversa con la vittoria del Sì: nello stesso triennio il Pil salirebbe del 2,3%. Da qui il divario di quattro punti percentuali che separa i due scenari. Ovviamente tutto questo aprirebbe una «questione lavoro»: 258 mila posti in meno con la vittoria del No a fronte di 319 posti in più rispetto a oggi se la spuntasse il Sì.”
Hai ancora dei dubbi su cosa sia meglio votare nel prossimo referendum?

Un pubblico numeroso e molto attento ha partecipato al primo incontro pubblico nella regione Marche, organizzato dall’associazione regionale MMT Marche e dal Comitato del No al referendum costituzionale incentrato sulla campagna per il “No” al referendum oppositivo alla modifica firmata da Renzi-Boschi sulla Costituzione Italiana, per il quale si voterà nel mese di ottobre.
 

Sabato 14 maggio, al Polo Museale di Montefiore, le relazioni di Riccardo Morelli, referente regionale del Comitato del No, e Chiara Zoccarato, componente del direttivo nazionale MMT Italia, introdotti dal giornalista Pier Paolo Flammini, hanno illustrato la genesi, gli effetti e le motivazioni della proposta di modifica della Costituzione.
“La modifica della Costituzione – ha affermato Morelli – combinata con la nuova legge elettorale comporta uno stravolgimento dissennato della Costituzione che ha come obiettivo quello di umiliare il Parlamento, riducendolo ad esecutore della volontà del governo. Il Comitato per il No è aperto a tutti i cittadini appartenenti a tutte le forze politiche, perché la Costituzione è di tutti i cittadini e non solo di una parte”. Durante l’incontro sono state raccolte molte firme per la richiesta di referendum abrogativo della riforma costituzionale e per l’abrogazione della legge elettorale Italicum (si ricorda ai cittadini di Montefiore che è possibile porre la propria firma tutti i giorni, recandosi in Municipio).
Chiara Zoccarato ha invece illustrato come l’obiettivo ultimo della riforma sia quello di conformare le istituzioni repubblicane al modello europeo ed eliminare il più possibile frizioni e dissenso nel recepimento delle direttive del governo, che di fatto è già il terminale della Governance multilivello nel nostro paese: “La governance non è un sistema democratico per definizione: il suo fondamento sta per una serie di istituzioni affiancate l’una all’altra, spesso senza alcuna relazione diretta con il corpo elettorale. In questo modo si attua una sottrazione della sovranità popolare, uno svuotamento nei fatti del nostro articolo 1 della Costituzione. Come evidenziato da eminenti costituzionalisti, con la riforma si vuole scrivere nero su bianco ciò che oggi nei fatti avviene: in questo modo non avranno più vincoli di tipo giuridico ed imporranno la loro volontà, la stessa che sta distruggendo l’economia e la società italiana ed europea, senza che noi avremmo più nulla per richiamarli al rispetto di quella sovranità divenuta carta straccia”.
Al termine dell’incontro è seguito un momento di dibattito e confronto con i presenti. Presto saranno organizzati altri appuntamenti di informazione con la cittadinanza al fine di creare consapevolezza e momenti di auto-formazione sul tema referendario e sulle connessioni della Carta Costituzionale con l’economia di piena occupazione e il tipo di società conseguente.
Nelle foto: la sala del Polo Museale con i relatori e gli ascoltatori e la raccolta di firme per il referendum oppositivo della modifica costituzionale e per il referendum sulla legge elettorale Italicum
Conferenza Mmt-Comitato No referendum a Montefiore dell'
Conferenza Mmt-Comitato No referendum a Montefiore dell'Aso
Raccolta firme per il referendum oppositivo sulla modifica della Costituzione e sulla legge elettorale

Vari politici e osservatori da tempo sostengono l’idea del referendum per l’uscita dall’euro. E’ una buona strada? Sarebbe efficace? Dunque, prima di tutto è fondamentale comprendere che la nostra Costituzione, in base all’articolo 75, non permette referendum abrogativi su leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali.
Il precedente che viene spesso richiamato è il referendum che fu allestito con legge costituzionale del 3 aprile 1989 da un parlamento totalmente concorde, per domandare al popolo italiano se fosse d’accordo con l’accelerazione del processo di integrazione europea. Il popolo italiano rispose con un plebiscito a favore dell’Europa, registrando l’88% dei Sì.
Piccolo particolare: per realizzare la legge costituzionale per fare successivamente il referendum, sono necessarie due deliberazioni da parte di Camera e Senato, quattro votazioni in tutto, di cui la seconda a maggioranza assoluta. Mentre nel 1989 tutti i partiti erano d’accordo nel fare una legge costituzionale ad hoc per indire un referendum, oggi abbiamo un parlamento composto per la maggior parte da Pd, Scelta Civica, Ncd, Forza Italia. Siete davvero sicuri che costoro voterebbero a favore dell’indizione di un referendum per uscire dall’Euro? Considerata soprattutto la storica ostilità di membri del Pd e affini a tali tematiche?
Ma anche se si arrivasse all’approvazione della legge costituzione per fare il referendum, questo avrebbe poi un valore consultivo. Ovvero, in parole povere, sarebbe un grande sondaggio. Se vincesse il Sì, il governo Renzi non avrebbe poi nessun obbligo di uscire dall’euro, nonostante l’espressione del popolo italiano in quel senso. Questo referendum difatti non creerebbe effetti giuridici diretti come accade ad esempio con i referendum abrogativi.
Il gioco continuerà a dettarlo la maggioranza di governo e potrà ignorare tranquillamente l’esito referendario, perciò tanti saluti. Oltretutto, proviamo ad immaginare il clima di terrore che verrebbe creato dai mass media (Televisioni nazionali e Radio in primis) prima della votazione e per tutta la campagna referendaria. Già oggi creano il panico nella popolazione quando qualcuno in Tv prova a dire che l’euro è sbagliato, con i fans della moneta unica che invocano carriole per andare a far la spesa e tracollo dell’economia nel caso in cui si uscisse dall’euro: pensate a cosa potrebbe succedere nel momento della campagna referendaria.
Senza contare i mercati in fibrillazione, spread ecc.. La cittadinanza sarebbe talmente spaventata da tutti i terrorismi economici infondati che si riverserebbe in massa nelle urne per votare a favore della permanenza nell’Eurozona. E a quel punto, come potremo continuare la nostra divulgazione per il ripristino della sovranità monetaria, quando il popolo si sarà espresso (poiché fuorviato) per restare nell’euro?
Molto semplice: fine della battaglia per l’uscita dall’euro, cari signori. Ecco ciò che accadrebbe. L’inutilità dei referendum, in assenza di sovranità monetaria, è palese, basti pensare a che fine ha fatto la volontà del popolo greco di uscire dall’austerità a luglio 2015. Quindi noi dobbiamo divulgare alla cittadinanza il modo per uscire dalla morsa dell’Eurozona, e questa può avvenire solo attraverso una presa di coscienza da parte della società civile riguardo le potenzialità di uno stato a moneta sovrana, tale per cui i cittadini decidano di destinare il proprio voto unicamente a chi vuole uscire dall’euro con una decisione del governo, proprio come proposto dal programma economico della Me-mmt.
Noi dai summit di Rimini del 2012 stiamo divulgando giorno per giorno le modalità corrette di ripristino della sovranità monetaria, non permettiamo che i nostri sforzi vengano vanificati da referendum farlocchi e fuorvianti. Chi propone soluzioni come il referendum è chi non vuole capire il sistema monetario e non credo sia un mio amico nella lotta contro l’euro e l’Ue.
Perciò unitevi a noi, e divulghiamo senza sosta.
Euro referendum

Di seguito le slide della presentazione utilizzata nel primo incontro proposto a livello nazionale dall’associazione Me-Mmt Italia (qui breve video), relativamente alla campagna di sensibilizzazione in vista del voto del referendum costituzionale, nel prossimo autunno.
Ci stiamo impegnando affinché questi incontri vengano realizzati in ogni città italiana, al fine di far comprendere la portata del testo costituzionale, in che modo i Trattati Europei lo abbiano depotenziato e come la “deforma” Boschi-Renzi abbia l’obiettivo di concentrare sempre di più il Potere Esecutivo in poche mani, oltretutto facilmente comandabili a distanza.

Primo incontro incentrato direttamente sui rapporti tra la Costituzione Italiana e i Trattati Europei da parte dell’associazione Me-Mmt Italia, in Toscana, attraverso il referente Filippo Abbate. Da una parte la “tutela del cittadino”, dall’altra la “tutela del profitto”. Per questo motivo presto l’associazione sarà in prima fila, con quanti lo vorranno, per sensibilizzare in vista del referendum costituzionale del prossimo autunno

La BCE ha profilato l’emissione di 1000 miliardi euro tramite il Quantitative Easing per acquistare i titoli di stato nei bilanci delle banche dell’Eurozona; ma decide di non garantire l’aumento della liquidità a favore delle banche greche con lo scopo di generare tensione sociale e screditare la fiducia nel governo greco alla vigilia del referendum