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(di Elisabetta Uccello, postato l’11/07/2018)

fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/13/privatizzazioni-neoliberismo-e-unione-europea/

Molti sono gli argomenti di cui si potrebbe parlare nel corso di questa “calda” estate 2018. Le manovre dell’attuale governo a livello economico, l’analisi del nostro rapporto con le istituzioni europee, delle aspettative a seguito di tanti anni di promesse di riscatto della sovranità politica ed economica. Ci torneremo sicuramente nei prossimi interventi.

In questa sede riteniamo utile ripotare la sintesi dell’ottima relazione avvenuta lo scorso 16 gennaio presso il Senato, a cura dell’Associazione “No Privatizzazioni” di cui fa parte la nostra attivista Elisabetta. Tutti concetti che è bene ribadire per capire la realtà attuale.

 

COS’E’ LA PRIVATIZZAZIONE.

Dal sito di Borsa Italiana la definizione è:

‘’La privatizzazione e’ un processo economico che trasferisce la proprietà di una società o di un ente pubblico dallo stato ad un privato o ad una pluralità di privati’’.

La privatizzazione può essere totale o parziale e la vendita può essere fatta o tramite OFFERTA PUBBLICA (OPV) a più acquirenti o tramite VENDITA DIRETTA in trattativa privata .

In ogni caso, sia che si tratti di privatizzazione parziale o totale, il servizio dovrà poi rispondere a CRITERI DI GESTIONE PRIVATISTICI.

Cioè MAI IN PERDITA. Quindi L’obbiettivo e’ il PROFITTO.

 

IL PRIMO PASSO

Il primo passo per privatizzare un ente pubblico e’ la trasformazione dell’ ente pubblico o dell’impresa pubblica in SOCIETA’ PER AZIONI, S.P.A.

Il primo decreto in Italia fu  il DL 386/1991 (convertito in legge nel 1992, la n. 35) denominato :

‘’ TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI  ECONOMICI IN SPA, DISMISSIONE DELLA PARTECIPAZIONI STATALI, ALIENAZIONE DEI BENI PATRIMONIALE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA’’.

La trasformazione in spa dà accesso alla QUOTAZIONE IN BORSA.

La quotazione in borsa, cioè l’immissione sul mercato di azioni (socio) od obbligazioni (prestiti),  è uno dei tre sistemi che ha un’impresa per finanziarsi (alternativamente all’ aumento di capitale da parte dei soci stessi o al prestito diretto della banca).

Già dagli anni ‘80 inizia una prima stagione di riduzione della presenza pubblica nell’industria (l’ALFA ROMEO passa alla FIAT, la LANEROSSI  alla MARZOTTO).

Con gli anni ‘90 l’ Italia è coinvolta in profondi processi che cambiano radicalmente le scelte di politica economica:

–  I GOVERNI SONO PRESSATI DALLE INDICAZIONI DELLA CEE E DALLA NECESSITA’ DI RISPETTARE I PARAMETRI DI MAASTRICHT PER L’ADESIONE ALL’EURO: devono ridurre DEFICIT, DEBITO ED INFLAZIONE.

Ricordiamo che la legge 359/1992 del governo AMATO,  denominata ‘’ Programma di riordino delle partecipazioni statali’, ha tra i suoi principali obiettivi:

–  QUOTARE LE SOCIETA’ PARTECIPATE

–  FAVORIRE L’ AZIONARIATO DIFFUSO

–  LA NASCITA DI NUOVI INVESTITORI ISTITUZIONALI

 

UN PASSO INDIETRO

Facciamo un passo indietro……..

Qual’ e’ il pensiero di cui sono figlie le privatizzazioni ?

SALVATORE ROSSI , ex direttore della Banca D’Italia, in una relazione del 2014 all’Università di Vicenza ricorda che le privatizzazioni sono strettamente correlate con il ruolo della banca centrale: la BC DEV’ESSERE  DIPENDENTE O INDIPENDENTE DAL POTERE POLITICO? (NB: ricordiamo tuttavia la posizione MMT, in base alla quale le banche centrali sono comunque “dipendenti” o “indipendenti” solo in funzione delle scelte politiche del governo, ed il problema del neoliberismo è infatti un aspetto politico).

Il dibattito sull’indipendenza della banca centrale esiste sin dalla nascita delle banche.

In un saggio pubblicato 1824 (postumo) DAVID RICARDO sosteneva che la BANCA CENTRALE D’INGHILTERRA NON DOVESSE ESSERE PRONA AL POTERE ESECUTIVO ED IDENTIFICA I 3 PILASTRI CHIAVE PER L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE (o BC):

–  SEPARAZIONE ISTITUZIONALE FRA POTERE DI CREARE DENARO E QUELLO DI  SPENDERLO

–  DIVIETO DI FINANZIAMENTO MONETARIO DEL BILANCIO DELLO STATO

–  OBBLIGO PER GLI STATI DI SEGUIRE LA POLITICA MONETARIA DELLA BC

Questi pilastri vengono ripresi dalla conferenza di Bruxelles del 1920:

Si sostiene che per superare la crisi del  post prima guerra mondiale si debba tornare al gold standard e raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Per fare questo è necessario affidare il compito alla banca centrale e renderla indipendente dalle decisioni dei governi.

In Italia il primissimo regime fascista si pone come obiettivi il pareggio di bilancio, la svalutazione della lira tramite la svalutazione salariale e la privatizzazione di molte aziende pubbliche.

Precisiamo che in quegli anni molte banche detenevano partecipazioni azionarie in molte industrie.

Negli anni ‘30, con Beneduce, economista di estrazione socialista, il regime fascista cambiò radicalmente politica economica e fece delle scelte epocali.

Una di queste fu la LEGGE BANCARIA DEL 1936 che:

–          SMANTELLA LA BANCA MISTA: cioè divide l’attività di credito dall’attività di speculazione;

–          VIETA ALLE BANCHE DI ENTRARE NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE  DELLE AZIENDE ;

–          BANCA D’ ITALIA DIVENTA ESCLUSIVO ISTITUTO DI VIGLILANZA BANCARIA;

–          L’ ATTIVITA’ BANCARIA VIENE DEFINITA COME FUNZIONE DI INTERESSE PUBBLICO.

‘’LA DIFESA DEL RISPARMIO DEI CITTADINI E’ INTERESSE PUBBLICO’’.

DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE LE POLITICHE ECONOMICHE SEGUONO L’INDIRIZZO KEYNESIANO.

LA BANCA CENTRALE E’ ACQUIRENTE DI ULTIMA ISTANZA DEI TDS (titoli di stato) INVENDUTI SUL  MERCATO PRIMARIO.

Risponde alle direttive di GOVERNO E PARLAMENTO E SPENDE A DEFICIT POSITIVO PER GARANTIRE LA TUTELA DELLO STATO SOCIALE .

LA SPESA PUBBLICA (tramite stipendi e pensioni di stato) è la ricchezza del settore privato!

 

NEGLI ANNI ‘80 SI AFFERMANO LE TEORIE NEOLIBERISTE.

il pretesto è l’inflazione crescente, ritenuta un problema e la cui causa viene erroneamente identificata nella spesa pubblica (ricordiamo invece i due shock petroliferi negli anni ‘74 e ‘79).

Le teorie neoliberiste si consolidano nuovamente attorno ai dogmi di:

–          RIDUZIONE INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA

–          STABILITA’ DEI PREZZI

–          INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

Riprendono Milton Friedman di cui ricordiamo una citazione del 1962: ‘’le interferenze governative minacciano la libertà economica’.

Ma il riaffermarsi delle teorie liberiste negli anni ‘80 è solo il risultato di un pensiero che inizia la propria guerra in maniera strutturata dal 1947:

VON HAYEK FONDA LA MONT PELERINE SOCIETE.

L’obbiettivo della Mont Pelerine Societe è L’IMPOSIZIONE DEL LIBERISMO COME PRINCIPIO ASSOLUTO DELL’ ORGANIZZAZIONE SOCIALE.

GLI STRUMENTI PER UN LIBERO MERCATO BASATO SULLA FORTE COMPETITIVITA’ SONO :

–          PRIVATIZZAZIONI

–          SMANTELLAMENTO DELLO STATO SOCIALE

–          ABBASSAMENTO DELLE TASSE.

L’individuo è libero solo in relazione alla deregolamentazione dell’ economia . Solo un mercato senza catene porta all’assoluta libertà: l’individuo è flessibile, liquido, capitalista, privato della dimensione comunitaria che si caratterizza invece per le forti radici etiche e nelle quali il cittadino è libero nella misura in cui è libera la società.

Il pensiero liberista considera l’individuo consumatore che si relaziona all’altro esclusivamente per utilità e per realizzare il massimo interesse INDIVIDUALE.

L’ altro diviene COMPETITOR, non compagno solidale.

LA REALIZZAZIONE DELL’ INDIVIDUO PUO’ AVVENIRE SOLO IN UN’ ECONOMIA DI MERCATO FORTEMENTE COMPETITIVA, perché IL PROGRESSO E’ SCONTRO FRA INDIVIDUI E VIVE DEL CONTRASTO.

(ritroviamo questo concetto nell’articolo 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea -TFUE)

Negli anno ‘50 nascono molte associazioni e fondazioni  liberiste definite ‘’ serbatoi di pensiero’’: dopo la Mont Pelerine , il CUOA, l’Adam Smith Institute, l’Heritage Foundation….Le teorie liberiste si insinuano nelle università.

Nel 1957 il TCE (TRATTATO DI ROMA CHE ISTITUISCE LA COMUNITA’ ECONOMICA EUROPEA), IN PERFETTA LINEA COL PENSIERO LIBERISTA DELL’ INDIPENDENZA DELLA BC, STABILISCE ALL’ ART. 87 IL DIVIETO DI AIUTI DI STATO PERCHE’ ESSI FALSANO LA CONCORRENZA . OGGI E’ L’ART 107 TFUE.

 

GLI ANNI ’80.

Gli anni ‘80 sono lo spartiacque per eccellenza.

LA MONETA DI STATO VIENE “PRIVATIZZATA” . E’ IL 1981: DIVORZIO FRA MINISTERO DEL TESORO E BANCA D’ITALIA.

Dal 1975 la Banca d’Italia garantiva che i tds collocati ed invenduti sul mercato primario venissero dalla stessa acquistati.

In questo modo i tassi d’interesse rimanevano stabili e controllati dal Tesoro.

Si chiamava , come sottolinea l’economista Alain Parguez, ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’:

SI TRATTAVA DI UNA SEMPLICE OPERAZIONE CONTABILE FITTIZIA.

LA BC ERA RAMO BANCARIO DELLO STATO.

LA BANCA CENTRALE ED IL TESORO LAVORAVANO DI CONCERTO MA ERA IL TESORO AD INDIRIZZARE L’OPERATO DELLA BANCA CENTRALE.

Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: ‘’Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente’’.

Dal 1981 la Banca d’ Italia non è più obbligata ad acquistare i TDS invenduti sul mercato primario; può solo intervenire in via facoltativa.

Il pretesto e’ l’alta inflazione attribuita alla spesa pubblica ( dovuta in realtà ai due shock petroliferi del ‘74 e del ‘79).

Il VERO MOTIVO E’ CHE L’ITALIA DOVEVA ADEGUARE IL PROPRIO TASSO DI CAMBIO ALL’ ECU ESSENDO ENTRATA NEL SISTEMA MONETARIO EUROPEO O SME.

NON POTENDO PIU’ SVALUTARE LA PROPRIA MONETA , L’ITALIA, PER RENDERE COMPETITIVI I PROPRI BENI E QUINDI FARE IN MODO CHE LA PROPRIA VALUTA FOSSE RICHIESTA E APPREZZATA E PER ABBASSARE L’INFLAZIONE,  DOVETTE RICORRERE ALLA SVALUTAZIONE SALARIALE  E ALLA  RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA.

L’ OBIETTIVO DELLA PIENA OCCUPAZIONE VIENE SOSTITUITO CON QUELLO DELL’ INTEGRAZIONE FINANZIARIA A LIVELLO EUROPEO .

Sia Ciampi che Andreatta (gli artefici del “divorzio” tra Banca Italia e Tesoro) erano monetaristi e liberisti:

Dopo il 1981 il potere monetario è praticamente fuori dal controllo dello stato.

L’ 1/11/1993 il Trattato di Maastricht VIETA COMPLETAMENTE :

  1. SCOPERTI DI CONTO  A ENTI ED IMPRESE PUBBLICI
  2. ABOLITA LA POSSIBILITA’ DI OTTENERE SCOPERTI DA PARTE DELLA BC SUL C/C DI TESORERIA
  3. VIETATO L’ ACQUISTO DIRETTO DI TDS DA BCE (Banca Centrale Europea) E BC (Banche Centrali) NAZIONALI
  4. IMPONE UN TETTO MASSIMO AL DEFICIT ANNUO DEL 3% RISPETTO AL PIL , AL DEBITO PUBBLICO DEL 60%, ALL’ INFLAZIONE DEL 2%.

IL LIBERISMO SI DOTA DEFINITIVAMENTE DI UNA STRUTTURA GIURIDICA CHE ASSEGNA ALLA POLITICA MONETARIA OBIETTIVI PRECISI (STABILITA’ DEI PREZZI, FORTE COMPETITIVITA’ E INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE).

E AD ESPERTI INDIPENDENTI  (FUORI DAL CONTROLLO DELLE POLITICHE NAZIONALI) VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI REALIZZARLI.

IL TRATTATO DI MAASTRICHT ISTITUZIONALIZZA LA PROPOSTA DI DAVID RICARDO DEI 3 PILASTRI.

LO STATUTO DELLA BCE E DEL SEBC (sistema europeo delle banche centrali) CONSENTE DI UTILIZZARE QUALSIASI METODO PER RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO.

FINO AGLI ANNI ‘80 LA GESTIONE DEL PATRIMONIO DELLO STATO RISPONDE AD UNA NORMATIVA DI CARATTERE PUBBLICISTICO E SOCIALE CON SCARSI RIFERIMENTI AD OBIETTIVI ECONOMICI;

DAGLI ANNI ‘90 LA NORMATIVA HA CARATTERE ECONOMICO PRODUTTIVO .

INIZIA UNA IMPONENETE PRIVATIZZAZIONE DI ENTI ED AZIENDE PUBBLICHE.

I MERCATI FINANZIARI SI SONO SOSTITUITI ALLO STATO.

IL LIBRO BIANCO DELLE PRIVATIZZAZIONI DEL 2001 SOTTOLINEA CHE :

  1. LA FUORIUSCITA DELLO STATO DALLA MAGGIOR PARTE DEI SETTORI DELL’ ECONOMIA GRAZIE ALLE PRIVATIZZAZIONI E’ UN LAVORO RICHIESTO IN SEDE EUROPEA E DEFINITO COME ‘’IL LAVORO MIGLIORE’’ DA SEGNALARE AI PAESI DELL’UNIONE.
  2. CHE I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI HANNO DATO UN IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO (VEDIAMO ADESSO SE E’ VERO).
  3. RICORDA CHE ‘’UN IMPULSO AL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE ARRIVA DALL’ EUROPA’’ CON MAASTRICHT NEL ‘92 (RIDUZIONE DEL  DEBITO PUBBLICO), L’ ACCORDO SAVONA –VAN MIERT DEL ‘93 (RICAPITALIZZAZIONE DELL’ INDUSTRIA SIDERURGICA SOLO A PATTO DI UNA SUA PRIVATIZZAZIONE) E L’ ACCORDO ANDREATTA VAN – MIERT DEL ‘93 ( IL GOVERNO DOVEVA IMPEGNARSI A RIDURRE L’INDEBITAMENTO DELLE IMPRESE PUBBLICHE  FINO A LIVELLI ACCETTABILI PER GLI INVESTITORI PRIVATI). (NB: Van Miert era il commissario europeo alla concorrenza).

La privatizzazione diventa necessaria ed inevitabile per uno stato che non può più fare politiche espansive né garantire imprese pubbliche, dal momento che questa garanzia va contro la ‘’TUTELA DELLA LIBERA CONCORRENZA’’.

IL PRIMO PASSAGGIO CHE PERMISE LE PRIVATIZZAZIONI FU IL DL 5/12/1991 CONVERTITO IN LEGGE IL 29/01/1992, CHE CONSENTI’ LA TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI IN SPA.

LE QUOTAZIONI PUBBLICHE VENGONO POI COLLOCATE IN BORSA DOVE VI PARTECIPANO TUTTI GLI INVESTITORI: SIA I PICCOLI RISPARMIATORI CHE I GRANDI INVESTITORI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI.

UN DOCUMENTO DELLA CORTE DEI CONTI DEL 2010 SOTTOLINEA CHE GLI OBIETTIVI DELLE PRIVATIZZAZIONI SONO:

  1. POTENZIARE LA COMPETITIVITA’ DEL SISTEMA PRODUTTIVO
  2. PROMUOVERE LO SVILUPPO DEI MERCATI FINANZIARI
  3. INCENTIVARE L’ INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
  4. LIMITARE L’ INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA
  5. DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ( tramite inoltre la scelta per l’ OPV – offerta pubblica di vendita di azioni già esistenti invece che la vendita diretta) PER INCENTIVARE IL CAPITALISMO POPOLARE , PERCHE’ ‘’ IL POPOLO CAPITALISTA SARA’ QUELLO CHE SOSTERRA’ PARTITI CHE DICHIARANO IDEE DI LIBERO MERCATO’’).
  6. UN OBIETTIVO SOLO FORMALMENTE SECONDARIO ERA NATURALMENTE QUELLO DI MIGLIORARE I CONTI DELLO STATO E DI ARGINARE IL DEBITO PUBBLICO.

EVIDENZIAMO CHE SIA LA TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE IN SPA DEL 1993 CHE LA PRIVATIZZAZIONE DELLA BORSA RISPONDONO  (DA ENTRAMBI I TESTI DI RIFERIMENTO, IL TESTO UNICO BANCARIO E IL NUOVO QUADRO NORMATIVO DELLA BORSA) ALL’ ADEGUAMENTO DELLA REALTA’ NAZIONALE AL NUOVO CONTESTO COMPETITIVO INTERNAZIONALE.

LO SCHEMA PARE ESSERE IL SEGUENTE:

–          LA BC PRESTA ALLE BANCHE  COMMERCIALI IN BASE AGLI OBIETTIVI DI POLITICA MONETARIA CHE VUOLE RAGGIUNGERE: L’OBIETTIVO E’ INFLAZIONE MINORE DEL 2%. PER MANTENERE IL TASSO D’INFLAZIONE COSI’ BASSO LA COMMISSIONE EUROPEA HA DICHIARATO CHE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DA MANTENERE E SOTTO IL QUALE NON SCENDERE E’ l’11%

–          AGGIUNGIAMO A ZERO INFLAZIONE  L’ ATTUALE PAREGGIO DI BILANCIO, CHE SIGNIFICA ZERO SPESA PUBBLICA A DEFICIT : ECCO CHE LA SCARSITA’ DI MONETA RISPETTO ALLA PRODUZIONE DI BENI E SERVIZI FA SI CHE L‘ EURO  SIA RICHIESTO E DI CONSEGUENZA ESSO SI MANTIENE UNA VALUTA FORTE.LA VALUTA FORTE SERVE PER ATTRARRE CAPITALI FINANZIARI E SPOSTARE INVESTIMENTI DA DOLLARI AD EURO.

–          LE BANCHE CHE OPERANO NEL MERCATO PRIMARIO ACQUISTANO TDS ED IN CAMBIO DANNO AGLI STATI QUELLA LIQUIDITA’ CHE CONSENTE AD ESSI DI SPENDERE PER L’ ECONOMIA REALE,  CIOE’ PREVIDENZA, SANITA’, SERVIZI, LA SPESA PER IL SOCIALE.

–          DAL MOMENTO CHE LA SPESA NON BASTA A COPRIRE I SERVIZI ESSENZIALI  ECCO CHE LA PRIVATIZZAZIONE SI RENDE NECESSARIA IN TUTTI QUEI SETTORI DETTI ‘’ ANTICICLICI’’, CIOE’ I SERVIZI ESSENZIALI QUALI ACQUA, LUCE, GAS, ASSICURAZIONI, SANITA’, CIOE’ SETTORI PUBBLICI CHE POSSONO ESSERE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA.

 

DOVE VANNO LE ENTRATE DELLE PRIVATIZZAZIONI?

NEL FONDO PER L ‘AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO.

I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI COSTITUISCONO LA PRINCIPALE FONTI DI ALIMENTAZIONE DEL FONDO PER L’AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO, ISTITUITO NEL 1993.

SERVE  SOLO PER RIPAGARE I TDS IN SCADENZA E NON PUO’ ESSERE UTILIZZATO PER LA SPESA NEL SOCIALE.

CIOE’, IL TESORO COL FONDO PUO’ CONTROLLARE LA QUANTITA’ DI TDS IN CIRCOLAZIONE RITIRANDO QUANDO LO RITIENE NECESSARIO QUELLI IN SCADENZA.

NEL FONDO VI ENTRANO:

–          I PROVENTI DIRETTI DELLE PRIVATIZZAZIONI

–          EVENTUALI DIVIDENDI DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE DALLO STATO

–          DONAZIONI E TESTAMENTI

IL FONDO PUO’ ESSERE UTILIZZATO SOLO PER RIMBORSARE GLI SPECIALISTI DEI TDS.

Dalla relazione al Parlamento  sull’amministrazione del fondo nel 2016:

‘’ la dismissione delle partecipazioni detenute dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e le operazioni ad esse assimilate sono la fonte primaria delle entrate del fondo’’.

Gli specialisti dei tds  sono una parte degli operatori principali, cioè coloro che sono gli unici abilitati ad acquistare tds nel mercato primario.

Per essere considerati tali devono firmare la convenzione con la Banca D’Italia.

Si tratta di banche, società finanziarie , compagnie di assicurazione che devono possedere determinati requisiti patrimoniali, di continuità operativa , volume di acquisto e di competitività di prezzo.

 Gli specialisti si impegnano a soddisfare requisiti più stringenti rispetto agli operatori principali, sia riguardo volumi di acquisto, che continuità e competitività offerta.

In cambio del rispetto di questi vincoli stringenti HANNO DEI PRIVILEGI ESCLUSIVI TRA CUI:

  1. LA PARTECIPAZIONE ALLE  ASTE DI RIAPERTURA PER IL COLLOCAMENTO DEI TDS INVENDUTI
  2. IL RIMBORSO DEI TDS DETENUTI FINO A SCADENZA AVVIENE TRAMITE IL FONDO DI AMMORTAMENTO DEI TDS ( PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI)

La cedola di un tds  è determinata dall’ emittente . Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’ emittente. Si contratta quindi sul prezzo : cioè un TDS con valore nominale di 100 ad esempio viene venduto ad un prezzo inferiore. L’interesse, cioè il guadagno è uguale alla cedola più lo scarto di emissione (differenza fra prezzo di emissione e di rimborso).

Perché allora sono gli specialisti dei tds a determinare l’ interesse ?

Non solo per lo scarto di emissione sul quale possono influire mediante la vendita o gli acquisti (un titolo che viene svenduto avrà tasso di interesse maggiore), ma perché i tds invenduti sul primario saranno ricollocati in asta di riapertura ad una cedola maggiore rispetto alla precedente fino a quando non verranno acquistati. E gli unici che possono accedere alle aste di riapertura sono gli specialisti dei tds.

I tds sono soggetti al giudizio delle agenzie di rating (private) che ‘’ danno i voti’’ agli stati e delle quali gli investitori finanziari tengono in considerazione il giudizio.

 Vediamo due dati per verificare se è vero quanto si diceva nel documento della Corte dei Conti del 2010. LE PRIVATIZZAZIONI SERVONO DAVVERO AD ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO?

DATI AL 31-12-2016:

DEBITO PUBBLICO  2.218.471 MILIONI (2200MILIARDI)

TDS IN CIRCOLAZIONE 1.867.214 MILIONI (1800 MILIARDI)

ENTRATE FONDO AMMORTAMENTO DEI TDS NEL 2016: 2.104.191.114,65 (2 MILIARDI)

LA DOMANDA E’: LE PRIVATIZZAZIONI SONO UN MEZZO PER ABBATTERE IL FANTASMA DEL DEBITO PUBBLICO O SONO UN MEZZO PER REALIZZARE UN MODELLO DI SOCIETA’ DIVERSA DA QUELLA CHE LA COSTITUZIONE DELLA NOSTRA REPUBBLICA PREVEDE?

Da pag 55 del documento della Corte dei Conti del 2010:

‘’ Lo sviluppo del sistema finanziario fu uno dei principali obiettivi del processo di privatizzazioni in Italia’’

ECCO IL MODELLO!

DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ATTRAVERSO LE PRIVATIZZAZIONI; FAVORIRE UN AZIONARIATO DIFFUSO E COMPETITIVO.

L’ ECONOMIA DEV’ESSERE DI MERCATO E FORTEMENTE COMPETITIVA:

L’UOMO E’ MERCE , IL LAVORO E’ MERCE.

LA DEMOCRAZIA PER IL LIBERISMO E’ SOLO LIBERTA’ ECONOMICA: LA POSSIBILITA’ PER TUTTI DI COMPETERE PER SOPRAVVIVERE SENZA INTERFERENZE. L’INDIVIDUO SI RELAZIONA ALL’ALTRO SOLO IN BASE AL VALORE DI SCAMBIO E NIENTE DEVE FALSARE LA CONCORRENZA.

IL MODELLO SOCIALE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA SI PONE IN ANTITESI.

IL CAPITALISMO E’ REGOLATO DALLO STATO ED E’ FINALIZZATO AL PERSEGUIMENTO DELLA PIENA OCCUPAZIONE.

GLI OBIETTIVI SONO SOCIALI: LA CENTRALITA’ E’ IL LAVORO E IL DOVERE DELLO STATO E’ REALIZZARE L’EGUAGLIANZA SOSTANZIALE,  PROMUOVENDO LE CONDIZIONI CHE RENDANO EFFETTIVO IL LAVORO AFFINCHE’ TUTTI POSSANO PARTECIPARE ALLA VITA SOCIALE E POLITICA.

L’INTERVENTO DELLO STATO REGOLA L’ INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA AFFINCHE’ NON SI PONGA MAI IN CONTRASTO CON L’INTERESSE PUBBLICO E L’UTILITA’ SOCIALE.

SENZA L’INTERVENTO DELLO STATO IL RISPARMIO PRIVATO PUO’ AUMENTARE SOLO CON LA VENDITA DI BENI ALL’ESTERO, ATTRAVERSO LA SVALUTAZIONE COMPETITIVA DEL LAVORO  O ATTRAVERSO ATTIVITA’FINANZIARIE CON L’ ESTERO, FAVORITE APPUNTO DAL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE OSSIA DALLA SVENDITA DEL NOSTRO PATRIMONIO PUBBLICO.

Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi7.html
Qui i sei articoli precedenti:
1 IL DEBITO PUBBLICO https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-1-il-debito-pubblico/
2 LE TASSE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-parte-2-le-tasse/
3 L’INFLAZIONE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-parte-3-linflazione/
4 LA SVALUTAZIONE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-la-svalutazione/
5 LO STATO BUON PADRE DI FAMIGLIA https://mmtitalia.info/le-7-frodi-delleconomia-neoliberista-lo-stato-come-un-buon-padre-di-famiglia/
6 LA COMPETITIVITA’ https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-del-neoliberismo-il-mito-della-competitivita-con-lestero/

Le 7 Frodi Capitali dell’Economia Neoliberista (parte 7 di 7)
Le liberalizzazioni.
Ed eccoci finalmente giunti al termine di questa serie di articoli sulle falsità dell’economia neoclassica, iniziata partendo dai concetti più basilari della ME-MMT fino ad arrivare (devo confessare anche un po’ inaspettatamente rispetto le mie premesse iniziali) a fornire di volta in volta dati sempre più nuovi e interessanti per capire quali sono le verità e quali sono le bugie che quotidianamente i media ci propinano.
Prima di entrare nel vivo, desidero ringraziare tutti i referenti economici e coordinatori territoriali ME-MMT (assieme ovviamente ai nostri economisti di riferimento e a Paolo Barnard) per le ottime occasioni di confronto ed approfondimento che abbiamo avuto, senza le quali questo lavoro non sarebbe stato possibile.
A sua volta, mi auguro che anche questa serie possa essere utile a tutti coloro che, sia in Italia che all’estero, divulgano questo rivoluzionario pensiero economico, nella speranza che un giorno tutti i popoli possano raggiungere la piena occupazione e il pieno benessere ciascuno, vivendo in armonia e pace tra loro e nello stesso tempo liberi.
Ma bando alla retorica, torniamo a noi.
Un altro (falso) mito dell’economia neoliberista è rappresentato dalle politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e dell’economia in generale, concetti che ogni giorno ci vengono “martellati” in testa dalla quasi totalità dei media (tv, radio e giornali). Ci viene costantemente detto che la flessibilità (altrimenti detta precarietà) sul lavoro è essenziale in quanto solo diminuendo il costo del lavoro le aziende posso essere competitive e ottenere quindi le risorse finanziarie anche per creare occupazione e pagare stipendi (bassi).
Abbiamo già visto negli articoli precedenti come di fatto il reddito di un attore economico sia possibile solo mediante la spesa di un altro e ciò è quindi valido anche per il settore privato. Pertanto, dal momento che le entrate delle aziende dipendono dal consumo da parte dei cittadini, precarizzare il lavoro, licenziare con molta facilità e abbassare i salari è una politica che in ultima analisi va contro l’interesse stesso del settore produttivo di una nazione, dal momento in cui, come abbiamo visto nell’articolo precedente, il reddito nazionale è costituito in maggior parte dai consumi interni e dalla spesa governativa. Precarizzare il lavoro alla fine fa l’interesse unicamente delle grandi aziende multinazionali esportatrici, che mirano alla creazione di un’immensa sacca di lavoratori nel sud Europa disposti a lavorare per un reddito misero, al fine di ottenere per se medesime immense ricchezze dalle esportazioni, ricchezze che però non si tradurranno in maggiore benessere per i cittadini di queste nazioni (ricordiamo che al fine di esportare i consumi interni devono essere tenuti bassi).
Sono queste le logiche neoliberiste dell’Unione Europea e dell’Eurozona, che uno dei nostri economisti di riferimento, Alain Parguez, descrive magistralmente nei sui interventi e nel suo libro “L’Unione Monetaria Europea – Storia Segreta di una Tragedia” (vedere qui: https://mmtitalia.info/lunione-monetaria-europea-storia-segreta-di-una-tragedia/ e qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/europarguez.html).
Occupiamoci in prima istanza della liberalizzazione del mercato del lavoro e vediamo (ancora una volta facendo riferimento alle fonti ufficiali neoliberiste) come questa non sia affatto la panacea che risolve tutti i mali economici di una nazione, anzi.
Abbiamo già visto come nel caso della Germania, ad un aumento della competitività delle aziende non sia seguito affatto un miglioramento né dell’occupazione, né delle condizioni economiche della popolazione e del PIL di questo stato, che si è attestato negli ultimi anni ad un livello vicino allo 0% di aumento annuo (vedere parte finale del seguente articolo: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi6.html).
Vediamo ora il caso dell’Italia, dove non a caso si comincia a parlare di flessibilità e di contratti precari alla vigilia dell’ingresso nella moneta unica, vale a dire da circa la fine degli anni ’90 del secolo scorso:
http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-flessibilita-del-lavoro-e-la-crisi-delleconomia-italiana/#.Uyiy5Kh5MhN.
Con i pacchetti di riforme Treu e Biagi, di fatto hanno inizio le politiche di precarizzazione del mondo del lavoro e conseguente contenimento salariale e diminuzione della domanda aggregata interna, nel nome della competitività globale tanto cara all’Unione Europea e proprio a partire da allora la percentuale di lavori a termine aumentò in maniera pressoché costante (vedere grafico sotto):

Flessibilità

Ciò causò una forte diminuzione dei consumi (in rapporto al PIL) e una stagnazione degli stessi per quanto riguarda le altre maggiori economie europee (da considerare il fatto che l’Italia fu anche messa in ginocchio dall’affossamento della sua competitività sui mercati internazionali causa l’adozione di una valuta sopravvalutata):

Dim_cunsumi

Vediamo ora l’andamento per l’Italia del PIL a partire dal 2000, assieme al dato della disoccupazione e del saldo delle partite correnti:

Pil_Ita_2000
Dis_Ita_2000
CA_Ita_2000
Fonte FMI

Dal primo grafico in alto (che illustra l’andamento del PIL dell’Italia a partire dagli anni in cui il mercato del lavoro fu liberalizzato) si può constatare un andamento di certo non soddisfacente, con punte solo due volte superiori al 2% e un trend generale negativo, fino a giungere alle diminuzioni annue su base costante (anche in valore assoluto) tipiche degli ultimi anni. Per fare un raffronto, negli anni ’90 del secolo scorso (quando comunque già l’Italia aveva iniziato ad applicare le riforme neoliberiste imposte dai trattati europei), il PIL comunque reggeva ancora e un solo anno andò in rosso (più precisamente nel 1993), mentre negli anni ’80 era quasi sempre superiore al 2% di aumento annuo.
La diminuzione dei consumi interni, la stagnazione dei salari reali e l’aumento del lavoro flessibile (che in realtà significa lavoro precario), non portò alcun beneficio sostanziale al reddito interno della nostra nazione, anzi, soprattutto dopo la crisi finanziaria iniziata nel 2007, questo parametro peggiorò su base quasi costante.
Il secondo grafico rappresenta invece l’andamento della disoccupazione, che in un primo momento sembrò giovare dalle politiche in atto in quel periodo, ma, causa il fatto che comunque ciò fu possibile solo grazie all’aumento del precariato e all’abbattimento della domanda interna, come abbiamo visto non portò ad un miglioramento significativo del reddito complessivo interno (PIL) della nazione e dopo la crisi finanziaria ritornò a risalire, fino a raggiungere il suo massimo valore storico (dall’esistenza della nostra repubblica) pari al 13,2% (con una disoccupazione giovanile addirittura superiore al 40%, per via del fatto che la flessibilità aiuta i giovani ad entrare nel mondo del lavoro).
E nell’Eurozona le cose non vanno di certo meglio (contrariamente a quanto affermano ogni giorno i media), con una disoccupazione totale pari al 12% della forza lavoro, vedere qui:
http://www.repubblica.it/economia/2014/02/28/news/istat_nuovo_record_per_la_disoccupazione_a_gennaio_il_tasso_balza_al_12_9_per_cento-79846129/.
Il terzo grafico è anch’esso molto interessante, in quanto ci consente di vedere l’andamento del nostro saldo col settore estero. Causa l’adozione di una valuta sopravvalutata per la nostra economia (l’euro) che distrusse la competitività del nostro settore industriale (assieme alla sottoscrizione delle regole europee che impongono allo stato forti limiti nel sostengo diretto alle aziende, come recitano gli articoli 107 e 108 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea:  http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12012E/TXT&from=IT, a partire dal 2002 la nostra bilancia con le altre nazioni andò sempre più in rosso, per poi tornare a risalire dopo il 2010 fino a raggiungere una posizione praticamente in pareggio. Ciò è stato però possibile solo con l’abbattimento della domanda interna (e quindi anche delle importazioni) e infatti nello stesso periodo di tempo preso in esame non si è verificato un pari aumento né del reddito interno nazionale (PIL), né tantomeno dell’occupazione, a riprova del fatto che le logiche mercantiliste che puntano sul saldo in attivo della bilancia commerciale hanno bisogno di abbattere i consumi interni per esportare beni reali e necessitano di un forte bacino di disoccupati disposti a lavorare con salari bassi, sempre nel nome della competitività globale.
Di seguito si riporta l’andamento delle importazioni e delle esportazioni italiane a partire dal 2000:

Imp_Exp_Ita
Fonte FMI

Come si evince dal grafico di cui sopra, nello stesso periodo (dal 2010 in poi) in cui il saldo delle partite correnti aumenta verso una posizione di pareggio, le importazioni (come variazione percentuale su base annua) diminuiscono in maniera più consistente rispetto alle esportazioni di beni e servizi e dopo il 2011 vanno in rosso (cioè calano anche come valore assoluto).
Ma al di là di questo, al di là del fatto che la precarizzazione del lavoro non porta affatto al miglioramento dei parametri macroeconomici di una nazione e delle condizioni di vita della popolazione, andiamo ora ad analizzare se è veramente sostenibile l’equazione tra liberalizzazioni e competitività di una certa nazione. A tal riguardo ci vengono in aiuto i dati forniti dal World Economic Forum, “una fondazione che organizza ogni inverno, presso la stazione sciistica di Davos, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente” (citazione dalla pagina di Wikipedia in italiano).
E’ interessante notare la definizione data da questa organizzazione riguardo la competitività di una nazione (pag. 4 della relazione di settembre 2013): “noi definiamo la competitività come l’insieme delle istituzioni, delle politiche e dei fattori che determinano il livello di produttività di una nazione. Il livello di produttività determina il livello di prosperità che può essere raggiunto da una certa economia. La produttività determina anche il livello dei guadagni ottenibili dagli investimenti in una certa economia, che sono fattori fondamentali per guidare i suoi tassi di crescita. In altre parole, un’economia più competitiva è un’economia dalla quale ci si aspetta nel tempo una più veloce crescita.
Di seguito si riportano le schede di alcune nazioni con elencati i fattori più problematici che il World Economic Forum evidenzia relativamente alla convenienza di investire in ciascuna di queste realtà:

Rank_Swi
 Rank_Fin
 Rank_Ger
Rank_Swe
Rank_China
Rank_Ita

I profili di cui sopra riportano i parametri che il World Economic Forum ritiene più problematici per investire nei vari paesi in esame. Possiamo quindi notare come per le economie più avanzate (Svizzera, Finlandia, Germania, Svezia e Italia), tra i maggiori problemi ai primi posti troviamo “restrictive labor regulations” (ossia “regole sul lavoro restrittive”) e addirittura per Finlandia, Germania e Svezia, questo viene segnalato come un problema ancora maggiore (al primo o al secondo posto) rispetto all’Italia e alla Svizzera (al quarto posto).
Viceversa, per la Cina (ovviamente) questo parametro risulta non particolarmente significativo, tantochè compare al terz’ultimo posto.
Andiamo ora a vedere la lista dei paesi che il World Economic Forum ritiene più competitivi:

GCI

Notiamo ai primissimi posti proprio i paesi di cui abbiamo appena parlato (esclusa Cina e Italia), con Svizzera al primo posto, Finlandia al terzo, Germania al quarto e Svezia al sesto. La Cina “stranamente”, nonostante sia un paese in cui le regole sul lavoro sono pressoché inesistenti, si trova al ventinovesimo posto, mentre l’Italia si trova al quarantesimo posto con però come primi problemi le tasse troppo alte e l’accesso al finanziamento, mentre le restrittive regole sul lavoro compaiono al quarto posto (con un punteggio di 9.3, mentre la Svizzera ha un punteggio di 9.9, cioè mercato del lavoro più regolamentato rispetto al nostro).
Questi dati sono molto significativi in quanto ci consentono di vedere come la regolamentazione del mercato del lavoro non sia affatto un parametro che ostacola la competitività di una nazione (data dalla sua capacità di attrarre finanziamenti), anzi, uno stato che tutela i redditi e l’occupazione è uno stato che tutela anche chi vuole investire, mentre una nazione che ha una popolazione povera non è in grado di garantire un ritorno economico altrettanto sicuro e proficuo a chi vuole investire, in quanto le aziende prosperano solo in presenza di cittadini benestanti e ben retribuiti che con i loro elevati consumi alimentano il circuito economico.
Piccolo dettaglio: anche per Singapore (la seconda nazione più competitiva al mondo) le regole sul lavoro restrittive compaiono come primo problema, mentre per gli Stati uniti d’America compaiono al quinto posto.
Veniamo ora al secondo punto di questo capitolo, ossia, alle liberalizzazioni inerenti l’accesso dei privati alla gestione di servizi essenziali e industrie strategiche a partecipazione pubblica.
A tal proposito è di particolare interesse il caso dell’Italia, che a metà degli anni ’90 del secolo scorso di fatto realizzò un record mondiale di privatizzazioni dei suoi settori strategici, prassi che ancora oggi è in atto.
Contestualmente anche gli altri paesi europei nello stesso periodo realizzarono un forte piano di privatizzazioni (ricordiamo che le regole europee impongono l’eliminazione di qualsiasi trattamento preferenziale per le imprese a partecipazione pubblica) che non sempre portò ai risultati sperati in termini di maggiore efficienza e minori costi, anzi – vedere qui: http://www.consumatoridirittimercato.it/diritti-e-giustizia/privato-e-bello-i-limiti-delle-privatizzazioni-italiane-per-il-benessere-dei-consumatori/.
Di seguito si riporta un elenco delle privatizzazioni realizzate nel nostro paese a partire dagli anni ’90, assieme ai loro artefici:

 Privatizzatori

E vediamo ora cosa la stessa Corte dei Conti testimonia riguardo ai “vantaggi” di queste operazioni:
http://www.ilgiornale.it/news/corte-dei-conti-svela-lato-oscuro-delle-privatizzazioni.html
http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/articoli/articolo475071.shtml
Come si evince dagli articoli di cui sopra, il recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc. ben al di sopra dei livelli di altri paesi europei. I dati disponibili inoltre, come recita il rapporto della Corte dei Conti, “non forniscono conclusioni univoche che l’elevata redditività del settore, influenzata dagli elevati livelli di indebitamento, sia stata effettivamente funzionale a promuovere le politiche di investimento delle società privatizzate”.
Tutti gli articoli inoltre pongo l’accento sui guadagni da parte dello stato derivanti dalle privatizzazioni; ricordiamo tuttavia come questa sia una logica che rientra a pieno titolo nell’ambito dello “stato azienda”, che prima di spendere deve incassare e ciò non è assolutamente vero per uno stato a moneta sovrana, che non ha alcuna necessità operativa di realizzare bilanci in surplus o in pareggio, anzi, deve spendere a deficit al fine di alimentare la domanda aggregata utile per il prosperare del settore privato. Di fatto con i regimi di monopolio (problema non solo italiano, contrariamente a quanto a volte gli articoli di cui sopra tendono a far intendere) dei principali servizi prima garantiti dallo stato (naturalmente l’acquisto e la gestione di servizi molto estesi e costosi difficilmente può avvenire in condizioni di elevata concorrenza), si è entrati nella trappola della cosiddetta “captive demand”, ossia “domanda prigioniera”. In condizioni di oligopolio/monopolio il privato gestore si trova in una condizione tale per cui può richiedere delle elevate tariffe ai beneficiari, mentre con la gestione da parte di uno stato a moneta sovrana, venendo meno i vincoli di bilancio, viene meno anche la necessità di fare cassa.
Ora andiamo ad analizzare in dettaglio l’andamento dei prezzi dei principali servizi italiani privatizzati, a partire dagli anni ’90:

 Privatizzazioni

Come riportano le didascalie sotto alla tabella (il documento di cui sopra è tratto dall’articolo sul nostro sito “Agenda Monti VS ME-MMT”), praticamente tutti i costi dei servizi essenziali alla collettività sono aumentati e spesso non di poco. Le privatizzazioni quindi non ci hanno portato una singola lira (o euro dopo il 2002) in più nelle tasche.
Ed è interessante vedere anche il dato dei guadagni dalle privatizzazioni di cui hanno “goduto” le altre economie europee (vedere grafico sotto):

 Priv_PIL

Come si evince dai dati di cui sopra, la Germania (il quarto paese più competitivo al mondo) ha venduto poco in rapporto al PIL i suoi “gioielli di famiglia”, mentre le altre economie europee hanno venduto molto di più i loro beni pubblici (alla Germania).
E infine diamo uno sguardo approfondito come sempre ai dati macroeconomici, per capire se le privatizzazioni ci hanno portato o meno quell’eldorado di prosperità economica che ci era stato promesso:

Macro_Ita
Fonte FMI

Per quarto riguarda l’Italia, non si osserva un andamento soddisfacente. Il reddito interno nazionale (PIL), subisce una netta flessione in corrispondenza con la prima ondata di massicce privatizzazioni (iniziate nel 1992 col governo Amato), per poi risalire negli anni seguenti e tornare nuovamente a calare dopo il 2000 e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2007.
La disoccupazione in corrispondenza delle grandi privatizzazioni verso la metà degli anni ’90 è arrivata a 2 cifre (11%), per poi ridiscendere dopo il 2000 e tornare nuovamente a salire dopo il 2007. Ricordiamo tuttavia come nel corso degli anni 2000 un livello sufficiente di consumi per mantenere l’aumento del PIL fu possibile solo con l’erosione dei risparmi delle famiglie e con un forte aumento dell’indebitamento privato, vedere qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi5.html.
Non si può pertanto certamente affermare che nel caso Italia le privatizzazioni abbiamo portato ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e nemmeno ad un miglioramento del tanto vituperato (da parte dei neoliberisti) debito pubblico:

 Deb_Ita_1988
Fonte FMI

Il debito iniziò a ridursi lievemente verso la metà degli anni ’90, rimase pressoché costante dal 2000 fino al 2007 e poi iniziò nuovamente ad aumentare, fino a superare la quota odierna del 130% sul PIL. Le manovre deflazionistiche imposte dall’Europa (avanzi primari, privatizzazioni con conseguenti aumenti dei costi dei servizi, liberalizzazione del mercato del lavoro) hanno abbattuto la ricchezza delle famiglie, i consumi e a lungo andare hanno riportato la disoccupazione a salire, con conseguenti forti spese a deficit da parte del governo per frenare il collasso dell’economia e per sostenere i costi della disoccupazione (sussidi e cassa integrazione per le aziende).
Alla luce di quanto sopra, non sussistono pertanto gli elementi per definire il processo di privatizzazione e liberalizzazione di beni e servizi essenziali offerti alla collettività come qualcosa di necessariamente positivo e d’aiuto per il miglioramento dei parametri economici di una nazione, anzi, nell’affidare la gestione di tali servizi a privati (nella migliore delle ipotesi) o ad oligopoli (nella peggiore e quella che si verifica più spesso) molto difficilmente si realizza un contenimento dei costi per i cittadini, mentre per uno stato a moneta sovrana la spesa a deficit non è mai un problema e può sempre garantire basse tariffe e allo stesso tempo investimenti per il miglioramento delle infrastrutture. Se un governo decide di non agire in questo modo, ricordiamo che questa è solamente una scelta politica, mai una reale necessità operativa.
Cliccare qui per scaricare il documento in “pdf”.

Dopo aver sbagliato, negli anni passati, tutte le previsioni di natura macroeconomica riguardanti il nostro paese, i due inseparabili ci deliziano con una serie di proposte. Noi rispondiamo.

Due brevi interventi di Paolo Barnard a La Grande Speculazione, un’inchiesta di Retequattro andata in onda il 20 febbraio.
Privatizzazioni selvagge
<<Non può riaccadere un episodio come quello del Britannia, perchè noi siamo ormai da 20 anni sul Britannia. Siamo riusciti  con le privatizzazioni selvagge fine degli anni 90, del centro sinistra, a ridurre il  debito pubblico del 7%. Facendo il record delle privatizzazioni europee. Ora, lei mi dica a cosa è servito dismettere un bene che hanno creato gli italiani con 40/50 anni di lavoro per ridurre il debito pubblico del 7%.>>

Spesa pubblica
<<Siamo usciti dalla Seconda Guerra Mondiale che eravamo un Paese distrutto. Come abbiamo fatto in meno di venticinque anni a diventare il settimo Paese più ricco del mondo? Possono rispondermi questi economisti dell’austerità e del pareggio di bilancio? L’abbiamo fatto semplicemente usando la spesa pubblica, che è l’attivo dei cittadini e delle aziende per un periodo di tempo che ha concesso all’Italia di diventare il settimo Paese più ricco del mondo pur non avendo niente.
Una produzione industriale stupenda. Noi siamo entrati nell’Eurozona con la prima produzione industriale in Europa. Sapete chi erano gli ultimi? I tedeschi>>