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Iniziamo da questo articolo di Jacopo Foggi, pubblicato nel blog “Sinistrainrete”, una serie di riflessioni e analisi sulla questione dei Piani di Lavoro Garantito, che avrà modo di essere sviluppata, attraverso diversi approfondimenti, nei prossimi giorni, con interventi diversificati
Fonte: http://sinistrainrete.info/politica-economica/7817-jacopo-foggi-reddito-minimo-e-occupazione.html#
Negli ultimi mesi si sta diffondendo in misura ancora maggiore rispetto a quanto avvenuto già nel corso degli ultimi anni, il dibattito sulle varie proposte politiche di reddito di sostegno e prevenzione della povertà. Dal reddito garantito, reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di partecipazione e così via.
Occorre però dire subito che, come mostra da ultimo la recente fondamentale guida scritta da Elena Granaglia e Magda Bolzoni per Ediesse (Il reddito di base), su buona parte di queste definizioni vi è, nel dibattito giornalistico, una grandissima confusione, provocata forse in buona parte a cominciare da sostenitori del cosiddetto “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle, che hanno utilizzato questo termine per proporre semplicemente un sostegno al reddito in funzione dell’occupazione, cosa che niente ha a che fare con la definizione specifica del reddito di cittadinanza. A questa accusa di confusione occorre aggiungere che al di là di questa, colpisce anche in particolar modo la totale assenza nel dibattito di quello che invece tra le proposte politico-economiche più interessanti di politica economica per l’occupazione, proposto da una vasta rete di economisti post-keynesiani, in particolare statunitensi ma non solo, che si riconoscono in particolare nel filone del “neo-cartalismo” moderno (una teoria della moneta che evidenzia il ruolo cruciale dello stato nella determinazione dell’accettabilità e del valore della moneta). Si tratta dell’idea dei Piani di Lavoro Garantito e di Occupazione di Ultima Istanza (Employer of Last Resort Program/Job Guarantee – ELRS/JG).
La mia scelta in questo intervento è quella di partire dalla confusione concettuale e terminologica connessa alle proposte di politiche di sostegno al reddito, allo scopo di far emergere meglio le particolarità della proposta dei Programmi di Lavoro Garantito.
Cominciamo subito col dire che il famigerato “reddito di cittadinanza”, nella sua versione originaria proposta dal filosofo belga Philipe Van Parijs, e di cui in Italia è un sostenitore in particolare l’economista Andrea Fumagalli1 , è essenzialmente quella che è stata recentemente proposta, e bocciata, in un referendum in Svizzera: cioè un reddito pari un livello medio di benessere, cioè pari al reddito medio, probabilmente netto, dei cittadini di una nazione, destinato a tutti, su base individuale, incondizionatamente e indipendentemente dal livello del reddito, in base, appunto solo al requisito di essere nati in un certo stato (o di averne la cittadinanza). Si tratta quindi di una proposta politica di carattere effettivamente estremo (è, cioè, effettivamente estrema come sembra) che in quanto tale sottosta a tutta una serie di condizioni di fattibilità, di sostenibilità e di coerenza con le altre istituzioni sociali, particolarmente restrittive. Non approfondiremo questa proposta, basti solo evidenziare quali possono essere i presupposti basilari di funzionamento di una politica del genere: Uno, quante sono le persone che continuerebbero a lavorare? Due, Come fare a sostituire chi sceglie di non lavorare? Sarebbe necessario dall’oggi al domani un aumento della produttività almeno pari alla diminuzione della forza lavoro, oppure un radicale aumento delle importazioni; oppure aumentare vertiginosamente i salari dei lavori veramente indispensabili in conseguenza della loro nuova scarsità. Tutto può succedere, chissà. Ma tali mutamenti nella struttura sociale certamente non possono essere fatti dall’oggi al domani per decreto.
Per cui, tutte le altre proposte politiche di sostegno ai redditi bassi consistono in misure molto più tradizionali, e per le quali vanno più o meno bene le classiche definizioni di “sussidio di disoccupazione” e “reddito di assistenza sociale”, pur se in forme nuove, più ampie e meno discriminanti, per le quali è giusto ricercare nuove terminologie meno compromesse: ma appunto si tratta di vedere bene. Tutte queste politiche hanno dei caratteri ben precisi, che ce le fanno identificare come “assistenza sociale” o sussidi di disoccupazione:

  1. Sono perlopiù calcolate in base a quozienti familiari (se un singolo prendesse 500, una coppia convivente non prende 1000 ma per esempio 700, in quanto molte spese sono comuni, e così via). Non sono quindi redditi individuali ma solo in quanto componente di un gruppo familiare.
  2. E’ strettamente condizionato ad una prova dei mezzi, cioè alla dimostrazione di rientrare in scalini di reddito svantaggiati (anche qui in base a un reddito familiare, vedi ISEE) e non per diritto individuale di cittadinanza o altro.
  3. Sono inoltre più o meno vincolate alla disponibilità o alla effettiva accettazione di determinate occupazioni offerte o considerate idonee. Cosa che spesso li rende anche condizionati rispetto alla durata nel tempo, in particolare ovviamente per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione.
  4. Il livello di contribuzione che viene offerto è naturalmente molto vario, ma è naturalmente il discrimine fondamentale, non c’è bisogno di dirlo. Si va dall’elemosina di 100-150 euro mensili del reddito d’inclusione del ministro Poletti ai 650-750 euro della proposta dei Cinque Stelle (a seconda di come si sceglie di calcolare la soglia di povertà).

Questi sono gli elementi fondamentali che caratterizzano una politica di assistenza sociale alla povertà da una che non lo è. La condizionalità e la prova dei mezzi. Naturalmente le condizionalità possono variare tanto quanto le proposte politiche: cioè quello che distingue le varie proposte sono appunto i vari criteri delle condizioni.
Non voglio entrare nel merito delle singole proposte, su cui si dibatte a sufficienza e su cui rimando al bel libriccino di Granaglia e Bolzoni. Ma voglio esporre meglio quella che secondo me è una delle più interessanti proposte di politiche economiche per la piena occupazione e di lotta alla povertà, facendone emergere le caratteristiche per contrasto con l’approccio “disoccupazionale” e assistenziale delle suddette proposte.
L’idea è, nella sua radicalità, molto semplice e parte dall’idea che vi sia una gran quantità di disoccupazione involontaria, e che il miglior punto di partenza per combattere la povertà sia quello di dare dei posti di lavoro alle singole persone.
Il piano è il seguente: lo Stato ha il compito di offrire un lavoro a tutte le persone disposte a lavorare al salario minimo stabilito. L’obiettivo è duplice fin dall’inizio: ottenere la piena occupazione e stabilire un pavimento, vero ed efficace, alla dispersione dei salari verso il basso, cioè alla presenza di posti di lavoro che danno stipendi inferiori alla soglia di povertà. A questi si aggiungono altri obiettivi di rafforzamento macroeconomico: rafforzamento della domanda aggregata tramite il sostegno dei redditi bassi e dell’occupazione; e stabilizzazione del valore della moneta attraverso l’intervento anticiclico del programma e rallentando le possibili pressioni al ribasso e al rialzo2 .
La strategia è che lo Stato, nelle sue diverse amministrazioni e in collaborazione anche con il terzo settore, il no-profit e con le cooperative di lavoratori, offra un lavoro a tutti coloro che sono disponibili e pronti a lavorare allo stipendio stabilito. Il punto fondamentale è ovviamente lo stipendio. La tesi fondante del programma è che il salario fornito debba collocarsi al livello base, cioè al salario minimo dove esso esiste, oppure, dove non esiste, a poco sopra la soglia di povertà. Ma prima di entrare nel vivo, sono da notare gli altri aspetti. A differenza delle altre politiche sociali, questa è, prima di tutto, su base strettamente individuale, cioè non varia a seconda della composizione e situazione economica familiare (nel caso in cui in una famiglia più persone partecipino al programma ciò li porterebbe abbastanza al di sopra della soglia di povertà calcolata su base familiare), e del tutto volontaria e incondizionata: può partecipare solo chi vuole effettivamente fare quei lavori per quella paga; il soggetto può scegliere tra i diversi progetti attuati quello a cui partecipare. A chi non vuole lavorare nel programma sono destinate le altre forme di integrazione del reddito, nella forma più esplicita dell’assistenza sociale (e naturalmente sulle modalità con cui le varie politiche sono complementari e alternative vi potranno essere scontri politici rilevanti: nella misura in cui tale politica sostituisse completamente le altre politiche questa politica si avvicinerebbe abbastanza a una situazione di “lavoro forzato”, oppure se si volesse incentivare questo tipo di sostegno potrebbe verificarsi una pressione per diminuire e irrigidire le altre forme di sostegno al reddito).
Per cui, per stabilire la soglia del reddito base, se si prende in considerazione l’Italia in cui non c’è un vero e proprio salario minimo orario, occorre stabilire il livello della soglia di povertà. Alcuni studiosi hanno preso come riferimento il reddito minimo orario basandosi sul fatto che in Francia è stabilito a 8,5 euro l’ora, e hanno tolto 50 centesimi in base alla media della differenza dei costi della vita e di altri valori3 .
Questo procedimento, purtroppo, mi pare non corrispondente in toto all’idea originaria, per cui pare più preciso procedere all’inverso. Il livello di paga oraria offerto dal programma dovrebbe essere insomma stabilito a ritroso, a partire dalla soglia di povertà. A questo proposito possiamo riprendere la documentazione Istat 2015:
«Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»4 5 .
Per cui, occorrerebbe prendere a riferimento il valore valido per una persona singola, e per comodità utilizzeremo la descrizione Istat del 2015.
La cifra deve quindi necessariamente variare in base alle regioni. Adesso, per pura comodità espositiva utilizzeremo questo dato per fare una media pari a 687 euro mensili (819 + 555 /2), e che potremmo certamente arrotondare al rialzo di un 5-10%, facendolo arrivare, per esempio, a 750 euro per superare di poco la soglia di povertà. Una volta stabilita questa, si tratta di vedere che cosa sarebbe opportuno e giusto che una politica economica statale per la piena occupazione chiedesse in cambio a un cittadino-lavoratore per questa cifra. Quindi, prima di tutto, quante ore di lavoro. I calcoli base sono due, o si prendono le classiche 40 ore settimanali, oppure si prendono le 36 ore dei dipendenti pubblici. A questo si può aggiungere la considerazione che, come propone per esempio Randall Wray, si potrebbero rendere disponibili una più ampia varietà di accordi orari. Per cui, è mia opinione che naturalmente maggiore è la scelta e meglio è, ma che in linea di principio non vi siano ragioni molto forti per richiedere un orario superiore alle classiche 36 ore degli altri uffici pubblici, se non nel quadro di determinati programmi lavorativi e temporanei, specie se si considera che la cifra è comunque alquanto bassa. Quindi le 700 euro mensili diventano, divise per 144 ore mensili, 4,86 euro l’ora. E’ una cifra decisamente bassa in effetti, che potrebbe pertanto essere forse arrotondata a 5 euro. A questo si aggiunga che se il programma comprendesse la possibilità di part-time, per esempio di 20-25 ore la cifra mensile verrebbe a ridursi sensibilmente (80 ore x 5 euro = 400 euro al mese). A questo livello, è facile vedere come sarebbe concreto il rischio di ripetersi dei medesimi problemi di sottoccupazione e di lavoratori poveri, specie nel Mezzogiorno.
Le cifre diversificate in base alle regioni potrebbero essere poi pensate per disincentivare un’eccessiva emigrazione dal sud: una minore differenziazione regionale fornirebbe, per esempio, una vantaggio relativo di lavorare al sud e negli altri comuni di provincia in cui il costo della vita è minore.
Per evitare i fenomeni di lavoratori poveri, il livello dello stipendio potrebbe però forse essere orientato ad una più forte politica di sostegno ai redditi bassi, aumentando il salario orario, ipotizzando così 700 euro per 30 ore, e alzando quindi il salario orario a 5,8 euro l’ora, e di dare una scelta in base ad aliquote di ore (scegliendo tra 20 ore, o 25 o 30 o 35 o 40; sempre a 5,8 l’ora: chi opta per le 40 ore arriva fino a 928 euro al mese, quasi il 20% sopra la soglia di povertà – in una città del nord quindi avremmo: 820+ 5% = 860 euro al mese di base per 30 ore alla settimana, a cui aggiungendo il 20% delle 40 ore, si arriverebbe a 1030 euro).
Per quanto riguarda l’organizzazione del programma, è a mio avviso particolarmente utile confrontare questo programma con il programma che negli ultimi anni fornisce un rilevante contributo di ammortizzatore sociale e di formazione sul campo a una grande quantità di giovani italiani: il Servizio Civile nazionale e regionale.
Data l’impostazione del programma: gestito dal pubblico, orientato alla fornitura di beni e servizi pubblici essenziali, in cooperazione e coordinazione con gli attori del terzo settore, e considerando anche che lo stipendio non è così alto, mi è sembrata particolarmente opportuna l’analogia con questo programma, che ormai dopo anni ha un ruolo alquanto istituzionale. L’esperienza del Servizio Civile Nazionale retribuito ci fornirebbe, in quanto Italia, una base a mio avviso ottimale per costruire una politica per l’occupazione di questo tipo, e per valutare una serie di elementi (in Italia, insomma, sarebbe meno possibile che altrove affermare “l’impossibilità” del programma proprio perché esso lo si sta in realtà già facendo, si tratterebbe di incrementarlo, modificarlo e integrarlo in vari modi).
Primo punto, lo stipendio. Il programma del Servizio Civile dichiara espressamente sul suo sito che quello non è un lavoro ma un servizio reso alla comunità e retribuito a mo’ di abbondante rimborso spese. Il Servizio comprende 30 ore a settimana per un rimborso di 433 euro al mese (pari a 3,9 euro/h). Lo stipendio sarebbe dato ovviamente dallo Stato ma molti lavoratori si troverebbero ad essere dipendenti o soci delle associazioni del terzo settore.
Secondo, le condizioni di accesso. Il Servizio Civile inserisce solo persone dai 18 ai 29 anni, laddove il JG comprende ovviamente tutti i maggiorenni. Il JG comprenderebbe però tutti gli altri benefit connessi al pubblico impiego, come contributi, ferie e malattie, al pari degli altri dipendenti pubblici. Terzo, la durata, se il Servizio civile è possibile farlo solo una volta nella vita della durata di un anno, il lavoro JG può essere anche, nella peggiore delle ipotesi, “a tempo indeterminato”. Contrariamente, quindi, dalle politiche per il sostegno al reddito dei disoccupati l’impiego nel programma non è limitato nel tempo e non sarebbe quindi condizionato all’uscita nel tempo più breve possibile da quel lavoro in direzione di un altro impiego “più vero”.
Uno degli obiettivi primari di questa politica è di fornire un’àncora per la definizione del valore minimo del lavoro, mediante la delimitazione delle oscillazioni e dispersioni del costo del lavoro. La finalità è quindi quella di organizzare una politica prettamente anti-ciclica focalizzata sulla piena occupazione, riducendo la dispersione verso il basso del costo del lavoro e riducendo quindi la volatilità e le oscillazioni del costo del lavoro connesse agli andamenti del ciclo dell’occupazione. Wray e Mitchell prendono ad esempio le politiche economiche di scorte di alcuni beni che hanno lo scopo proprio di stabilizzare il prezzo di questi beni. In Australia, per esempio, la lana rientra in tali programmi6 . Si tratta di stabilire un prezzo minimo sotto il quale la forza lavoro non può essere pagata, non attraverso norme e regole che poi è difficile controllare, ma attraverso la costante offerta di posti di lavoro pagati al minimo: quando si presenta un eccesso di offerta, cioè di disoccupati, lo Stato diventa un acquirente di ultima istanza, allo scopo di non far scendere il costo sotto un certo standard; quando invece il ciclo riparte, grazie anche alla stabilità della domanda fornita dal programma, i lavoratori potranno uscire dal programma via via che troveranno lavori ad un prezzo appena superiore quello offerto dal programma. La base dell’idea sarebbe quindi quella che l’occupazione di questo programma dovrebbe essere la più elastica possibile: capace di assorbire immediatamente i disoccupati, ma anche capace di lasciarli uscire alle prime avvisaglie di offerte di lavori meglio pagati, e senza troppi problemi. E’ anche per questo motivo che lo stipendio pagato dal Programma, per quanto irrevocabilmente di poco superiore alla soglia di povertà, e indicizzato di anno in anno, non può essere troppo superiore in modo tale da concorrere con l’occupazione privata e di perdere la sua funzione caratteristica di ammortizzatore sociale.
Quanto, poi, lo Stato utilizzerebbe tale programma per sostituire il pubblico impiego è una questione politica che non riguarda direttamente proposte di questo tipo. L’idea del programma è che esso sia prima di tutto aggiuntivo alle risorse esistenti, in quanto dovrebbe essere finalizzato alla piena occupazione di chi non trova altri lavori che garantiscono una dignitosa sussistenza.
E sempre a questo riguardo occorre ricordare che in nessun caso questo programma dovrebbe coinvolgere le aziende imprenditoriali private, in modo da evitare che queste sostituiscono i lavoratori con quelli pagati dallo Stato.
Arriviamo adesso alla questione del finanziamento. Si tratta della questione più complicata, da un lato perché ovviamente non si può sapere in partenza quante sono le persone che parteciperanno, dall’altra perché dipende anche dalla relazione con tutte le altre politiche di sostegno al reddito che questa politica potrebbe sostituire o integrare o rimodulare. Vi è poi il fatto di contabilizzare le diverse forme di reddito differito e le tasse; e naturalmente la questione della sostenibilità macroeconomica.
Un calcolo molto approssimativo possiamo farlo ipotizzando che per 700 euro di stipendio netto mensile, sommando tasse e contributi lo stato debba sborsare mensilmente attorno ai 900-1000 euro a persona. Se si considera che a Gennaio 2016 il numero ufficiale dei disoccupati era pari a 2.951.000, (all’ 11,8%) e che la cosiddetta disoccupazione fisiologica e frizionale è più o meno attorno al 2-3%, di questi 3 milioni possiamo aspettarci che circa 2.500.000 siano quelli che sarebbero propensi a lavorare per un salario decente. A questi andrebbero aggiunti comunque tutti quelli che, specie nel Meridione ma non solo, lavorano a livelli schiavistici per cifre inferiori (vedi alla voce caporalato), e chi trova solo lavori estremamente saltuari e con orari incerti (contratti a chiamata e a zero ore, part-time involontari) che potrebbero optare per i lavori del programma. In Italia i sottoccupati che dichiarano di voler lavorare più ore rispetto agli orari che fanno sono circa altri 3,5 milioni. Sarebbe quindi facile arrivare ad almeno circa 4 milioni di persone in cerca di lavoro che potrebbero voler lavorare nel programma. 4 milioni per 1000 euro al mese, fanno 4 miliardi di euro al mese, che per 12 mesi farebbero 48 miliardi di euro all’anno, per i soli stipendi. Includendo alcune spese di gestione, fornitura di mezzi e strumenti e di supervisione, potremmo facilmente arrivare attorno ai 50 miliardi, ma forse di più. Il finanziamento del programma di JG non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse.
50 miliardi di euro corrispondono a circa il 2,5% del Pil italiano, e quindi più o meno al 5% della spesa pubblica. Altre stime, come quella prima citata, arrivano a 34 miliardi e al 2% del Pil.
La stima differente fatta dai già citati Mastromatteo e Esposito, calcolano un salario orario di 8 euro, per 1500 ore annuali, pari a 1000 euro al mese per 1, 7 milioni di persone. Stimando così una spesa pari a 34 miliardi di euro.
Notano che nel 2012 lo stato ha speso 29 miliardi in sussidi di disoccupazione e politiche per l’occupazione, così che solo 5 (o 16) sarebbero quelli strettamente aggiuntivi.
Come sarebbe possibile per uno Stato che fatica a trovare pochi milioni per qualsiasi cosa, trovare una cifra simile? Qui si entra in tutta la questione classica del “da dove vengono i soldi?”.
Senza voler ripetere e dibattere un tema di fondamentale importanza e naturalmente dibattuto più volte da tanti autori importanti, vale comunque la pena ricordare una serie di cose essenziali. Primo, qualsiasi paese moderno, grande ed economicamente sviluppato, come è quello italiano, potrebbe tranquillamente permettersi di emettere il 2% per cento del Pil in obbligazioni. Naturalmente sarebbe opportuno che vi fosse collaborazione tra alcuni istituti finanziari per detenere questi titoli a lungo termine. Il primo tra questi dovrebbe essere naturalmente la Banca centrale, ma come sappiamo i paesi europei da questo punto di vista sono alquanto “impediti”. E’ chiaro che la BCE potrebbe farlo in qualsiasi momento, ma che è per ragioni schiettamente ideologiche che si ritiene immorale e/o economicamente inefficace nel lungo termine una politica di questo tipo7 . Lo Stato italiano potrebbe farlo comunque senza uscire dall’euro? Probabilmente sarebbe possibile, facendo rientrare i titoli emessi per il JG nell’ambito del programma di Quantitative Easing, ma ci si scontrerebbe con il secondo problema, quello del saldo con l’estero. Se i rapporti di competitività e le ragioni di scambio tra le nazioni non variano, con un aumento della spesa aggregata le importazioni aumenteranno più che proporzionalmente all’aumento del reddito, costringendo il settore finanziario privato ad accumulare debiti esteri, particolarmente volatili (questa è la radice della crisi dell’euro, per chi ancora pensasse che si è trattato dello Stato brutto e corrotto). Per questo, la possibilità di svalutare va vista come una componente essenziale per potersi permettere politiche più espansive, non solo come uno stimolo espansivo indipendente. Il terzo punto è quello dell’inflazione: «ma finanziare in deficit non genera inflazione?» Abbiamo visto che l’incremento netto di spesa si aggirerebbe attorno ai 20 miliardi di euro, cioè un aumento del deficit inferiore al 2% del Pil. E’ vero che se l’economia non risponde con relativa prontezza allo stimolo della domanda, ciò può significare che vi sono strozzature nell’offerta e bassa propensione agli investimenti delle nostre aziende. Ma da un lato occorre ricordarsi che questa è una conseguenza della crisi industriale causata dal crollo della domanda e che quindi occorre agire d’urgenza in senso opposto, e dall’altro che, come abbiamo notato prima, queste politiche potrebbero essere orientate alla fornitura di infrastrutture e di servizi per l’aumento dell’efficienza produttiva dell’apparato burocratico e amministrativo dello Stato, cioè investimenti pubblici ad alta intensità di lavoro. Uno dei punti principali di interesse di questa proposta è che ci invita a riflettere sulla quantità di possibili beni e servizi che sarebbe possibile fornire alla cittadinanza aumentando il tasso di occupazione, invece di dare per assodato il fatto che si sia costretti e rassegnati a far restare le persone inoperose. Occorre insomma ricordarsi dell’enorme potenziale umano e produttivo, in particolare giovanile, che la disoccupazione spreca.
Naturalmente questo non significa che sia “produttivo” solo il lavoro remunerato e “ordinato”da qualcuno, che sia lo Stato o le imprese. E a questo proposito ci si collega ad una spetto particolarmente interessante, che collega questa proposta all’idea di “reddito di partecipazione” proposta da Richard Atkinson. La sua idea è sostanzialmente molto simile a questa del JG, ma in cui fra i lavori in contropartita del reddito vengono inserite anche attività di volontariato e di studio e formazione, ovviamente dimostrabili.
Una modalità intermedia potrebbe essere quella di calcolare i 700-750 euro in base ad un orario ridotto, per esempio 25 o 30 ore, e dando la scelta dell’orario come si diceva prima, così che le persone possono avere del tempo per dedicarsi ad altre attività: impostando la soglia a 30 ore, si hanno 5,9 euro l’ora, così che chi facesse solo 25 ore, per esempio, prenderebbe comunque 590 euro, (e chi ne fa 40 arriva, come si diceva prima a 930 euro).

Criticità
Una delle questioni più problematiche è, come abbiamo già accennato, quella del livello dello stipendio alla soglia di povertà. Diversi autori accusano insomma questa politica di assomigliare un po’ troppo all’ “Esercito industriale di riserva” di marxiana memoria. Alcuni accusano per esempio il fatto che l’idea di creare piena occupazione senza inflazione è un po’ un controsenso, perché se la piena occupazione non genera inflazione significa che è un’occupazione troppo povera per poterla considerare un’occupazione sana e dignitosa. E fanno infatti notare che in alcuni paesi negli ultimi decenni si è assistito ad un aumento dell’occupazione ma al prezzo di un’espansione vertiginosa dei “lavoratori poveri” e che per questo l’inflazione è rimasta stagnante: a causa di una finta piena occupazione, fatta di sottoccupazione e diworking-poor. Se si considerasse non il livello di disoccupazione ma di sottoccupazione, si vedrebbe infatti che l’assenza di inflazione si spiega benissimo, perché in realtà la piena occupazione non è mai tornata. Il mantenimento di una massa di popolazione ad un livello salariale sulla soglia della povertà (per poco non povero) non incoraggerebbe i lavoratori a lottare e a strappare salari più elevati, aumentando la quota di reddito che va ai salari, poiché sarebbe sempre possibile assumere nuovi lavoratori dal bacino del programma a paghe appena sopra la soglia di povertà. Il discorso sarebbe molto ampio e complesso,e richiederebbe dati ed esempi empirici legati anche al contesto istituzionale, è quindi difficile stabilire a priori l’entità di tali effetti. E’ importante però ricordare che attualmente la pressione al ribasso è trainata da una massa enorme di disoccupati che guadagnano zero; e che l’esercito industriale di riserva di Marx era composto da persone temporaneamente senza lavoro, non di persone che lavoravano con stipendi bassi. Una delle critiche più forti che una tale proposta subisce è quella di essere insostenibile in quanto alimenterebbe troppo la domanda, l’inflazione e il potere dei lavoratori rispetto a impieghi pagati ben al di sotto della soglia di povertà (che, si dice, non potrebbero permettersi di pagare stipendi più alti). E’ quindi curioso che venga accusata anche dell’esatto opposto. Ricordiamo che uno degli obiettivi è quella di stabilizzare la domanda, il ciclo economico e il valore della moneta e che quindi il fatto di smorzare in qualche modo i possibili picchi di rivendicazione salariale che superino gli andamenti della produttività complessiva, non significa che il programma non fornisca un importante sostegno al reddito delle persone e un maggiore potere contrattuale a determinate categorie di lavoratori. Naturalmente potrebbe esserci il rischio che il sostegno ai redditi inferiori alla soglia di povertà possa in certi casi spingere al ribasso i redditi di poco superiori, con la conseguenza di uno schiacciamento dei salari in direzione della soglia di povertà. Si tratta del rischio concreto di un possibile effetto analogo di “esercito industriale di riserva”, anche se a un livello superiore di reddito: è vero che se c’è una soglia di 700 euro ben più difficilmente potrò azzardare a offrire 400 euro, ma è probabile che chi per un lavoro analogo ne prendeva 1500 si trovi costretto ad accettarne 800; nella misura in cui nel bacino vi sono un numero elevato di persone in cerca di nuove occupazioni. Occorrerebbe quindi sviluppare degli strumenti difensivi.
La stessa dinamica rischierebbe di verificarsi, in una misura forse ancora maggiore nel pubblico impiego. Questa è a mio parere il maggiore punto di criticità, di fondamentale importanza in quanto rappresenterebbe un rischio ancora più concreto e molto grave, fino ad inficiare questa proposta nel complesso. Il programma di JG, rischierebbe di andare a sostituire i normali posti di lavoro nel pubblico impiego a fronte di persone in cerca di lavoro che costano meno e sono disposte a lavorare per una paga più bassa. Questo rischio è già infatti in atto anche in relazione al Servizio Civile: il blocco del turn-over e in generale delle assunzioni è stato largamente compensato assumendo i giovani che lavorano con il servizio civile, che vanno a fare lavori utili ed essenziali, spesso ad alta qualificazione (educatori e formatori, insegnanti di lingue ecc.) con un paga che come abbiamo visto equivale, nel nord-Italia, alla metà della soglia di povertà Questo potrebbe verificarsi in particolare in paesi come l’Italia in cui il cronico basso livello di occupazione comporterebbe un rischio di sovradimensionamento dei programmi JG, e quindi spendere costantemente una cifra elevata in impieghi pubblici a scarso valore aggiunto, minando una politica di impieghi pubblici di alto livello e utili ad una programmazione economica di alto livello e articolata in base ai bisogni reali di una società avanzata (formazione, consulenza, programmazione, informatica, conservazione dell’ambiente, sanità, servizi pubblici, economia circolare, politiche energetiche e ingegneristiche ecc.). Il JG come dispositivo di dequalificazione progressiva dei servizi pubblici, e l’impiego pubblico come ammortizzatore sociale di massa di bassa qualificazione. E’ quindi importante che questo programma non vada certo a rappresentare la modalità ufficiale del pubblico impiego, neanche per i lavori a bassa qualificazione (operatori ecologici, netturbini ecc.), e che non si ponga assolutamente in competizione con i contratti di lavoro nazionale del pubblico impiego. Un modo può forse essere quello di diminuire l’orario di lavoro dei lavoratori nel programma, così da rendere più evidente il carattere “aggiuntivo” dei lavoratori rispetto all’organico ufficiale di associazioni e uffici pubblici; oppure stabilire degli obblighi contrattuali di futura assunzione allo stipendio ufficiale del pubblico secondo il Ccn. Altre possibilità possono e devono essere pensate, in quanto si tratterebbe di un elemento che renderebbe questo programma del tutto inaccettabile, e che farebbe preferire quindi tutte le classiche politiche di sussidio di disoccupazione condizionate all’occupabilità (la flex-security classica). L’occupazione nel programma deve essere anticiclica, flessibile e il più possibile temporanea; si tratta di un ammortizzatore sociale che serve a sprecare il minor numero possibile di capacità umane, non certo a sostituire i lavoratori delle pubbliche amministrazioni che si occupano della cosa pubblica, che avrebbero anzi bisogno di rafforzamento, risorse, strumenti e ampliamento dell’organico ad elevata qualificazione8 .
Un altro fattore critico fondamentale è quello del rapporto con la situazione familiare. Uno dei componenti dell’ISEE è infatti anche quello se si vive in casa di proprietà oppure si è in affitto. In linea di principio lo stipendio JG è uguale per tutti e non fa distinzione tra chi è in affitto e chi no, avvantaggiando quindi questi ultimi, considerando che la spesa per affitto è, specie in certe città, la voce di gran lunga maggiore del bilancio famigliare. Un parte di questa cifra è connessa con le differenziazioni regionali: a Roma e Milano il costo della vita è certamente maggiore che a Eboli. Su questo non ho risposte, anche se l’ISEE verrebbe comunque fatto in base ai redditi percepiti dal programma e quindi chi paga l’affitto svilupperà poi altre agevolazioni indipendenti. Lo stesso vale per chi vive da solo o chi vive con altri che ricevono la paga dal programma: a causa delle economie di scala domestiche chi vive in più persone risparmia.
Ma il punto importante è quindi quello di evitare che l’aumento della domanda aggregata dovuto a queste politiche venga assorbito da aumenti dei prezzi di certi beni, in particolare penso all’affitto. Data l’importanza di questa spesa per il reddito reale delle persone, il programma JG non può quindi evitare e anzi richiede, la necessità di politiche di calmieramento dei prezzi, in particolare in alcune città, come parte delle vere “riforme strutturali” di moderazione dei prezzi.
Altre criticità sono: la quantità di spesa sostenibile, e il rapporto con gli altri sussidi. Se uno stato può permettersi al massimo 40 miliardi di spesa in deficit aggiuntiva, non sarebbe meglio utilizzarne 20-30 per il programma JG e gli altri 10-20 per altri investimenti pubblici per la modernizzazione dell’economia? Rischierebbe di essere poco produttivo nel lungo termine occupare una spesa rilevante per fornire lavori a bassissima o nulla qualificazione, togliendola ad altri processi di sviluppo, innovazione, formazione, modernizzazione dell’economia pubblica e privata.
In sostanza, mi sembra di poter dire che quello dei piani di lavoro garantito non costituirebbe uno strumento ottimale di fuoriuscita dalla crisi, dal momento che sarebbe più opportuno combattere più frontalmente la dinamica della deflazione salariale, che tali programma consentono di combattere solo in parte. Tuttavia, una volta ritornati a livelli di disoccupazione pre-crisi (7-8%) costituirebbero un metodo di ammortizzatore sociale ottimale per soddisfare in modo elastico quel livello di disoccupazione più difficilmente (sempre di più?) assorbibile nei canali tradizionali di una buona occupazione pubblica e privata.
Ovviamente, quindi, questa politica non fornisce risposte a tutti i problemi, ma mi sembra che se ben architettato, e organizzato in chiave non sostitutiva di pubblico impiego ma aggiuntiva ad una situazione che si approssima a un livello più basso di disoccupazione di quello attuale, possa comunque costituire un passo importante per dare un quadro teorico coerente all’idea di “diritto al lavoro”.


Note
1 Si vedano le discussioni sul network www.bin-italia.org . Oltre al classico VanParjis Il reddito minimo universale, UBE, 2013.
2 Questa fa parte degli aspetti di criticità del programma. Secondo gli autori questo programma mirerebbe a creare piena occupazione senza inflazione, cioè senza che le pressioni al rialzo sui salari superino in modo prolungato gli incrementi di produttività. Il punto è politico-istituzionale: quanto questo programma faciliterebbe o sostituirebbe una centralizzazione della politica dei redditi in funzione anticiclica e stabilizzante? Una funzione spesso attribuita a grandi sindacati centralizzati (con i relativi rischi di “cattura ideologica”).
3 Vedi Mastromatteo ed Esposito: https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/04/Programma-di-Impiego-Pubblico-di-Ultima-Istanza.pdf
4 Vedi: http://www.istat.it/it/files/2016/07/La-povert%C3%A0-in-Italia_2015.pdf?title=La+povert%C3%A0+in+Italia+-+14%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf
5 Chiunque può andare sul sito Istat e vedere quanto è povero o no rispetto ai suoi corregionali:http://www.istat.it/it/prodotti/contenuti-interattivi/calcolatori/soglia-di-poverta
6 Vedi di William Mitchell The Buffer Stock Employment Model and the NAIRU -The Path to Full Employment.
7 L’idea è che queste sarebbero spese perlopiù improduttive che aumentano la spesa corrente dello stato, e che quindi “nel lungo periodo” ciò disincentiverebbe la produttività in quanto le imprese verrebbero “drogate” dalla spesa pubblica e sarebbero disincentivate ad investire. Qualcosina di vero in questo forse può esserci, ma non si tratta affatto di una critica al programma quanto piuttosto di una sua regolazione opportuna, orientata a settori non di mercato ma di interesse infrastrutturale, come la formazione, o per aumentare e sostenere la competitività delle imprese nazionali, come anche per esempio una vera informatizzazione della pubblica amministrazione, fra le altre cose. Occorre poi naturalmente ricordare che a livello contabile, il settore privato aggregato può avere dei surplus (profitti e risparmi) solo se il pubblico o il resto del mondo sono in deficit con il nostro settore privato, e siccome tra i due il soggetto finanziariamente più solido è il pubblico, il deficit di quest’ultimo è comunque essenziale al fine di un settore privato prospero. Sulla quantità e sui modi ovviamente si deve discutere.
8 Da questo punto di vista una proposta politica macroeconomica di assunzioni pubbliche qualificate viene portata avanti da un gruppo di studiosi dell’Università di Torino. La proposta consiste essenzialmente nell’assunzione diretta di 1 milione di nuovi lavoratori in particolare giovani laureti ad alta qualificazione per sopperire ad una cronica mancanza di personale, in particolare qualificato, all’interno della pubblica amministrazione italiana: 1300 euro netti per 13 mensilità; per un costo tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Finanziato con una mini-patrimoniale sulla ricchezza finanziaria della durata di soli tre anni, dopo i quali la crescita economica ne consentirebbe l’autofinanziamento.
Vedi: http://www.propostaneokeynesiana.it/presentazione.php
jobs

Laura Agea si disse positivamente impressionata rispetto ai piani di lavoro transitorio illustrati durante la conferenza tenuta da Mosler a Bruxelles e affermò come quell’incontro non rappresentasse un momento finale quanto, piuttosto, l’avvio di un dialogo con il movimento italiano della MMT.

Di Me-MMT Emilia romagna.
Anche per i dipendenti della Mondadori di Villa Verucchio in provincia di Rimini, una messa in mobilità potrebbe essere un fisiologico evento della propria vita lavorativa anziché un dramma personale e familiare.
L’ennesima vicenda di una riorganizzazione aziendale che si ripercuote sui lavoratori, costretti a una scelta ingrata: o accettare il trasferimento a centinaia di chilometri da casa propria o restare a casa senza più lavoro.
Tentativi di mediazione dell’amministrazione comunale, approccio dei sindacati probabilmente teso a ridurre un impatto negativo dato in pratica per inevitabile, sui lavoratori.
 
Come abituarsi a queste storie di ordinaria crisi che in Italia spuntano come funghi da sette anni a questa parte?
Chi come il sottoscritto ha vissuto in prima persona una “riorganizzazione aziendale” del suo datore di lavoro sa fin troppo bene che per nove famiglie di Villa Verucchio si apre un periodo di angosciosa e tragica incertezza. Piena solidarietà e l’augurio che l’azienda abbia un ripensamento sulla sua decisione.
Eppure, in casi come questi continuo a pensare alla stessa cosa: lo scenario potrebbe essere radicalmente diverso se l’Italia applicasse la Modern Money Theory e i suoi schemi di piena occupazione garantita dai PLG, i Programmi di Lavoro Garantito.
Ipotizziamo il caso di un’azienda che si riorganizza e propone al lavoratore un trasferimento in una sede di altra regione.
In una situazione come l’attuale, con la crisi che obbliga a tenersi stretto qualsiasi lavoro uno abbia, il lavoratore è sotto ricatto (sia o non sia questo l’intento dell’azienda). Possiamo immaginare le sue notti insonni con il cervello in subbuglio, tormentato dal dubbio sul da farsi, eventualmente anche il peso della responsabilità di una famiglia sulle spalle…
Applicando la MMT, le cose cambiano di molto.
Alla “richiesta” di trasferimento da parte dell’azienda, il lavoratore risponde: no grazie. L’azienda a questo punto potrebbe essere costretta a licenziare.
Il lavoratore risponde: arrivederci e grazie.
La sera cena sereno con la famiglia. Il giorno seguente, dopo un buon sonno, si alza, fa colazione, si prepara ed esce. Si presenta presso l’ufficio di collocamento o altra agenzia del lavoro predisposta dallo Stato italiano e formalizza la sua iscrizione a uno dei Programmi di Lavoro Garantito. Caratteristiche del PLG: lavoro di tipo entry level da svolgersi nell’ambito comunale in cui il lavoratore risiede (disponibili anche programmi di formazione per incrementare il proprio curriculum). Tipo di trattamento retributivo: salario minimo di dignità (in accordo a quanto sancito dalla nostra Costituzione ex art. 36 I comma), ferie, permessi retribuiti, malattia retribuita, benefit vari (per esempio asilo pubblico gratuito per figli delle lavoratrici). I lavori, finanziati dallo Stato, sono scelti sulla base delle esigenze emerse dalla comunità locale e raccolte dalla municipalità per esempio su segnalazione di onlus appositamente costituite. Chi partecipa al PLG ha, oltre a quella del lavoro, la certezza di rendere un servizio vero e concretamente utile alla comunità in cui vive. Tra l’altro, trattandosi di attività a bassa profittabilità, come tale non appetibile per il privato, non ci sarebbe altro modo per la comunità di beneficiare di quel servizio.
Mentre si trova nel PLG, il lavoratore guarda le offerte di lavoro nel settore privato, manda curriculum, fa colloqui. Può anche produrre al datore di lavoro privato una lettera di referenze del supervisore del PLG. Quando trova quello che fa per lui, abbandona il lavoro transitorio e comincia la nuova esperienza lavorativa.
Insomma, il passaggio da un lavoro a un altro è sostenuto dallo Stato italiano che dà al disoccupato la possibilità di non essere tale (a meno che non sia una sua libera scelta). Né appigli per ricatti aziendali, né angosce e insicurezze sul futuro, né preoccupazioni delle amministrazioni comunali per le ricadute in ambito locale derivanti dal licenziamento o trasferimento, né battaglie contro i mulini a vento per i sindacalisti territoriali.
Solo una transizione, una normale transizione in un contesto di piena occupazione e piena produzione.
Il diritto al lavoro realizzato come da Costituzione italiana.
Queste sono alcune delle applicazioni e dei benefici dei PLG predisposti dagli economisti della Modern Money Theory e applicabili, con contenuti, specifiche, e varianti da noi voluti, in Italia.
Il compito degli attivisti italiani della MMT (così come di quelli statunitensi, cileni, spagnoli, bulgari, polacchi…): fare capire ai propri connazionali che una nuova e migliore economia è possibile, a partire dalle condizioni di lavoro.
Caro Lettore, se vuole, ci dia una mano a raggiungere più persone possibili e a farle partecipare ai nostri incontri divulgativi pubblici gratuiti.
In un mondo di disinformazione e propagandismo, Lei può fare la differenza.

Fonte: http://bottegapartigiana.org/progresso-sociale-e-prosperita-per-tutti-intervista-warren-mosler/
Come eliminare la piaga economica, civile e sociale della disoccupazione di massa. Come creare un nuovo modello di coesione sociale nel quale l’energia dello Stato sia posta al servizio delle persone. Come realizzare una società migliore, basata su azioni di cooperazione e collaborazione, in cui vi siano prosperità e benessere a favore di tutti. Questa è una sintesi dell’intervista che l’economista statunitense Warren Mosler ha deciso di concedere in occasione del Festival Culturale per la Cooperazione “Officina Futuro” svoltosi a Milano il 29-30-31 gennaio 2015 e per il quale egli ha inviato un messaggio di saluto. Warren Mosler è l’ideatore della Mosler Economics Modern Money Theory (MEMMT), o Teoria della Moneta Moderna, una scuola economica che si pone all’avanguardia nell’àmbito degli studi accademici di economia.

SALUTO DI WARREN MOSLER PER IL FESTIVAL CULTURALE DELLA COOPERAZIONE
Warren Mosler: Io personalmente, e a nome delle migliaia di attivisti e sostenitori che operano per la Teoria della Moneta Moderna in tutta Italia, voglio porgervi il benvenuto a questo Festival di speranza e di ispirazione. La Teoria della Moneta Moderna vi offre la possibilità di capire l’economia e di comprendere quanto la piena occupazione in un’economia che tenga principalmente in conto il valore della vita umana sia una condizione naturale e ottenibile immediatamente. La tragedia umana, economica che sta subendo l’Italia in questo periodo non è affatto una condizione naturale bensì un vergognoso abominio direttamente provocato da una serie di atti politici che possono a giusto titolo essere definiti crimini contro l’umanità.
IL RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE
Francesco Chini: Warren, cosa pensi che la società civile possa fare per poter superare questa situazione di crisi economica e sociale che stiamo vivendo?
WM: Superare l’odierna situazione di crisi è possibile, basterebbe semplicemente attuare una politica di espansione del deficit pubblico al fine o di ridurre le tasse o di incrementare il livello degli investimenti effettuati dallo Stato nell’àmbito dei servizi pubblici oppure di promuovere un abbinamento di questi due obiettivi insieme di modo tale da riuscire a ripristinare quelle condizioni e di piena occupazione e di prosperità che erano già state conosciute dall’Italia in passato. Si tratta di traguardi molto facili da raggiungere in realtà, visto che sarebbe sufficiente che il Parlamento votasse in favore di una politica fiscale espansiva. La difficoltà, però, consiste nell’arrivare alla comprensione che il passo giusto da compiere è questo, che i suoi effetti saranno quelli promessi e che tutto funzionerà come previsto.
COSA POSSONO FARE I VOLONTARI INSIEME AI POLITICI
FC: Secondo te i volontari e le associazioni che operano nell’àmbito della società civile cosa possono e devono chiedere a un determinato politico e, in generale, alla classe politica?
WM: Bisogna che i politici esaminino più da vicino la Teoria della Moneta Moderna e magari s’incontrino con gli attivisti per capire come funziona l’economia, quale sia la causa reale della disoccupazione e cosa sia possibile fare per porre termine al fenomeno della disoccupazione e ripristinare la prosperità per tutti gli esseri umani. È completamente innaturale che persone, che sarebbero capaci e disponibili a lavorare, siano costrette ai margini della società poiché a loro è impedito di contribuire all’economia e al benessere della società. Si tratta di una situazione creata artatamente per mezzo di politiche sbagliate e pertanto è importante che la gente comprenda che bisogna votare per dei legislatori che capiscano che cosa fare e, in particolar modo, qual’è il passo avanti da fare onde invertire l’attuale stato di cose il prima possibile.
COSA POSSONO FARE I POLITICI
FC: Che cosa i politici possono fare e cosa devono migliorare?
WM: I politici devono capire che cosa significhi il denaro, che si tratti di euro, di lire, di dollari, di yen, come funziona la politica monetaria, che cosa succede operativamente quando lo Stato spende e quando lo Stato tassa e quindi che cosa avviene quando la spesa pubblica è più elevata rispetto al gettito fiscale, che cosa genera i depositi bancari e da dove deriva la disoccupazione. Una volta compreso tutto questo, allora è possibile intraprendere passi semplici che invertano la situazione attuale completamente.
SCONFIGGERE LA DISOCCUPAZIONE È POSSIBILE
FC: A tuo parere come mai è così difficile, non solo per i politici ma anche per la società civile in termini più generali, comprendere che si possa e si debba superare definitivamente la piaga economica, civile e sociale della disoccupazione di massa?
WM: Analizzando con attenzione il piano di studi che correntemente è insegnato in tutti i gradi d’istruzione si scopre come esso si basi integralmente sul periodo in cui vigeva il sistema aureo, ossia quando l’obiettivo principale dell’intera economia non era di ottenere prosperità per tutti bensì consisteva nell’accumulare oro a favore dello Stato indipendentemente dai costi sociali che gravavano sulla popolazione a causa di tale sistema. In altre parole tutta la politica economica, a prescindere dall’onere che questa costava ai cittadini, era elaborata e giudicata in base a quanto più oro riuscisse a venire accumulato a favore dello Stato. Sebbene il sistema aureo non esista più nei fatti da quasi un centinaio di anni, i piani di studi e le politiche pensate nell’ottica di quel periodo economico continuano a sussistere. Non è ancora avvenuto, cioè, quel cambio di forma mentis indispensabile per comprendere come oggi l’economia possa servire a migliorare la vita delle persone e non ad accondiscendere alle richieste che gli Stati fanno come se dovessero accumulare sempre più oro. Richieste che oggi sono completamente prive di senso, visto che attualmente non siamo più nella necessità di dover accumulare oro.
L’EUROZONA COME CAUSA DI RIVOLTE SOCIALI
FC: Cosa pensi della struttura economica e politica dell’eurozona? Questo tipo di organizzazione è in grado di aiutarci a superare la crisi oppure non?
WM: Non è in grado. Anzi, io ritengo che questo tipo di organizzazione peggiori la crisi. E, man mano che si va avanti, la situazione peggiorerà sempre di più. Prendiamo come esempio questa politica di Quantitative Easing che serve per assicurarsi sia che gli Stati non dichiarino default e che i tassi d’interesse si mantengano bassi sia nel contempo che l’economia rimanga stagnante e la disoccupazione resti elevata. In altre parole siamo sull’orlo di sommosse e rivolte sociali poiché gli europei vengono sospinti sempre di più verso la disperazione! Così, se in teoria Bruxelles può mostrare di aver ottenuto dei numeri positivi su un bilancio, all’atto pratico si tratta invece di un crimine contro l’umanità! Ciò che lì si sta perpetrando è un disastro, una catastrofe. E non vedo cambiamenti positivi.
IL QUANTITATIVE EASING PEGGIORERÀ LA SITUAZIONE
FC: Qual’è la tua opinione sulle recenti dichiarazioni, rilasciate dal governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi, riguardanti l’avvio di un programma europeo di Quantitative Easing?
WM: Si tratta di un atto sedizioso, sia nel caso in cui Draghi stia deliberatamente cercando di danneggiare l’eurozona, sia qualora egli probabilmente non si renda di fatto conto di come davvero funzioni la politica monetaria. Gli do il beneficio del dubbio. Quando una banca centrale s’impegna nell’acquisto di titoli, che siano Btp o Cct, tale acquisto è né più né meno che un deposito in euro presso questa banca centrale. Quando si acquista un Cct, ad esempio, invece che tenersi degli euro su un conto bancario commerciale si hanno degli euro su un conto presso la banca centrale chiamato Cct. Si ricevono degli interessi ed è possibile riottenere il denaro depositato come fosse un qualsiasi altro processo bancario. Quando le banche centrali acquistano i tuoi Cct, e quindi ti pagano in euro, succede che il processo appena descritto s’inverte. Invece di avere un deposito chiamato Cct presso la banca centrale, ti viene restituito il deposito che avevi originariamente. Perciò il Quantitative Easing non fa altro che trasferire degli euro da un conto bancario, che si chiama Cct, a un altro conto bancario che si chiama semplicemente conto bancario commerciale. Non cambia alcunché. Eccezion fatta che il tasso d’interesse sui Cct, o sui Btp, che è di una certa entità, viene perso in quanto non si riceve più.
Di conseguenza questa politica di acquisto di titoli toglie il reddito da interesse dall’economia. Non molto, ma un po’ di soldi li rimuove. In più c’è anche il problema dei pagamenti degli interessi da parte degli Stati: se questi soldi potessero essere spesi altrove allora andrebbe tutto bene. Invece no! Difatti si richiede che questi soldi vengano usati per abbassare il deficit pubblico e così i pagamenti effettuati dal settore pubblico verso il settore privato semplicemente si riducono. Pertanto, il settore privato riceve meno pagamenti a livello di interesse e dunque si possono effettuare meno spese, ci sono meno introiti, meno fatturato e meno posti di lavoro da offrire. Insomma, con tutti questi fattori che vengono a ridursi, si può concludere che tale politica non faccia altro che peggiorare le cose.
IL QUANTITATIVE EASING È UN’ULTERIORE TASSA
FC: Quindi stai in pratica affermando che il Quantitative Easing sia una tassa imposta sul settore bancario commerciale?
WM: È imposta sull’intera economia poiché l’intera economia perde introiti da interesse a vantaggio delle banche centrali. Le banche centrali acquistano titoli di Stato i quali equivalgono a depositi che rendono un interesse e così queste di fatto stanno guadagnando tale interesse, pagato dai governi tra l’altro. Questi interessi vengono di fatto sottratti al settore privato. E dunque succede che le entrate per interessi, guadagnati dalle banche centrali, salgono e alla fine le banche centrali – che dovrebbero far ritornare questo denaro ai governi – semplicemente non lo fanno. Perciò esse ricevono denaro che poi non viene però più speso. Di conseguenza si riduce la spesa totale sui beni e i servizi nell’economia, ed per questo che si tratta proprio di una tassa come dicevi tu. Le tasse rimuovono denaro dall’economia parimenti a come il Quantitative Easing porta via denaro all’intera economia. E così questo denaro non è più spendibile. Pertanto, in ultima analisi, si può concludere che il Quantitative Easing funzioni esattamente come una tassa.
GLI EFFETTI DEL QUANTITATIVE EASING SULLE PROSPETTIVE ECONOMICHE
FC: Secondo te quale può essere l’effetto del Quantitative Easing europeo sull’accesso al credito, sulla concessioni di prestiti e sulla possibilità di ottenere nuovi mutui?
WM: La maggior parte, delle opportunità di ottenere dei prestiti, si basa sulla possibilità: tu chiedi un prestito perché hai un fatturato in espansione, perché lavori di più, perché hai nuovi prodotti e quindi perché hai più possibilità di fare utili. Possibilità significa, dunque, la possibilità di vendere qualcosa. In altre parole, l’economia moderna si basa per l’appunto sulle vendite: se le vendite aumentano ci sono più posti di lavoro e ci sono maggiori possibilità di avere accesso a prestiti e mutui. Quando invece togli denaro dall’economia, come avviene con il Quantitative Easing, le vendite non salgono e anzi rimangono stagnanti. Sicché le prospettive di investire e di conseguire maggiori vendite di beni e servizi si riducono. Perciò, sebbene i tassi d’interesse si abbassino, i fatturati che sono necessari per poter guidare le possibilità d’investimento non ci sono più e così gli investimenti di fatto si abbassano.
ALEXIS TSIPRAS E IL PAREGGIO DI BILANCIO
FC: Che cosa pensi delle dichiarazioni espresse dal politico greco Alexis Tsipras in merito alla necessità di pareggiare il bilancio preventivo onde poter essere più forti politicamente in Europa?
WM: Ciò non dà speranza alle persone che devono vivere lì. Certo, la realtà in Europa potrebbe anche essere che si guadagni forza politica cercando di pareggiare il bilancio preventivo, ma questo a scapito dello standard di vita di tutti coloro che vivono nel Paese. Allora, che tipo di sistema vogliamo introdurre in un Paese se con questo sistema di pareggio sui conti pubblici s’impoverisce la popolazione? Che senso ha tutto questo? Ancora una volta ci ritroviamo di fronte a una tragedia e a un grave crimine umanitario perpetrato contro tutti gli europei.
LE RICHIESTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA ALL’ITALIA
FC: Qual è la tua opinione sulle richieste, recentemente espresse dalla Commissione Europea nei confronti dell’Italia, di abbassare ulteriormente il deficit pubblico onde conseguire una situazione di budget strutturale migliore?
WM: La domanda che uno si deve porre è: perché? Noi sappiamo benissimo che, quando si riduce la spesa pubblica e si aumentano le tasse, allora la disoccupazione sale, l’economia peggiora, la miseria aumenta e pertanto ci si ritrova davanti a un crimine ancora più grave contro l’umanità! Perché? Perché fare una cosa di questo genere? Qui o si è erroneamente guidati, e quindi siamo di fronte a crassa ignoranza pura e semplice, oppure è sedizione e qualcuno sta deliberatamente cercando di distruggere l’Italia. Si può lasciare il beneficio del dubbio anche in questo caso, in quanto è possibile che sia enorme ignoranza, ma per quanto mi riguarda di sicuro non avrei alcunché da obiettare nei confronti di qualcuno che sostenga che si tratti di atti sediziosi. A questo punto ciò che sta accadendo ha tutta l’aria di una sedizione, anche alla luce del fatto che oggi sono disponibili sufficienti conoscenze di come l’economia funzioni e vi è un sufficiente numero di modelli econometrici utili a dimostrare cosa tali politiche economiche provochino alle condizioni di vita di coloro che oggi risiedono in Italia.
LANCIARE UN ULTIMATUM ALL’UNIONE EUROPEA
FC: L’Italia unisce al proprio clima, generalmente temperato, tutta una serie di risorse uniche al mondo dal punto di vista artistico e culturale. Quale dovrebbe essere la prima cosa da fare onde proteggere e valorizzare tali sue caratteristiche peculiari?
WM: Ebbene, la prima cosa davvero da fare è togliere quelle catene che strangolano l’Italia ossia questi programmi di austerità imposti dall’Unione Europea, e ho proposto alcuni modi per farlo. Ad esempio una proposta da me elaborata è quella di sottoporre un ultimatum all’Unione Europea in cui si richieda alle istituzioni comunitarie questo: avete trenta giorni per rilassare il limite sul deficit pubblico dal tre per cento all’otto per cento altrimenti l’Italia se ne andrà e cercherà di portare autonomamente avanti ciò che in questo momento le viene impedito di fare. Allora, se l’Unione Europea vuole passare da un massimo di tre per cento di deficit a uno dell’otto per cento, l’Italia potrebbe espandere i servizi pubblici, ridurre le tasse e personalmente suggerisco di ridurre l’IVA possibilmente eliminandola del tutto.
In questo modo il tasso di disoccupazione passerebbe dal tredici e passa per cento di oggi al sei-sette per cento, e avreste una società dove si potrebbe sperare in una prosperità maggiore e in cui vivere meglio. Qualora l’Unione Europea rifiutasse, l’Italia dovrebbe dunque decidere se rimanere nell’Eurozona, e continuare a patirne le conseguenze finché siffatte politiche non vengano cambiate, oppure se magari ritornare a usare la lira e in tale caso si tratterebbe in realtà di un processo molto facile da attuare visto che sarebbe sufficiente diramare un comunicato governativo nel quale si comunichi che si ritorna a pagare le tasse e a spendere in lire senza bisogno di implementare alcuna conversione forzosa. Semplicemente, la politica fiscale verrà calcolata in lire. Così sarebbe già possibile ripristinare una certa prosperità. Il rischio di ritornare alla lira è che, se a quel punto vi ritrovaste con il medesimo tipo di leadership politica che c’è ora con l’euro, tale leadership potrebbe scelleratamente riconfermare i precedenti annunci effettuati riguardo al bilancio preventivo e quindi invece di passare dal tre all’otto per cento di deficit vi ritrovereste a passare dal tre allo zero per cento. In un simile caso, passereste dalla padella nella brace e la situazione economica italiana diverrebbe persino peggiore dell’attuale. Riassumendo: bisogna capire se dare questo ultimatum all’Unione Europea onde passare dal tre all’otto per cento di deficit, con però un caveat ossia che per ritornare alla lira ci si deve assicurare di poter disporre di deficit quantomeno del sei-sette per cento altrimenti la situazione continuerebbe a peggiorare e tutto sarebbe stato fatto per nulla.
I PROGRAMMI LAVORATIVI DI TRANSIZIONE COME SOLUZIONE ALLA DISOCCUPAZIONE
FC: Quali modi sarebbe possibile trovare affinché un’amministrazione locale sia in grado di realizzare un programma lavorativo di transizione e così superare la piaga della disoccupazione endemica?
WM: Anzitutto mi si permetta di spiegare quale sia il processo che guida la disoccupazione verso l’alto o verso il basso e quale sia la modalità migliore per ridurre la disoccupazione (che come tu suggerivi potrebbe consistere in un’offerta lavorativa di transizione). Se l’Unione Europea dovesse permettere all’Italia di aumentare il deficit pubblico all’otto per cento in rapporto al PIL oppure se l’Italia lasciasse l’euro, ritornasse alla lira ed effettuasse in autonomia un aumento del deficit pubblico all’otto per cento, allora il settore privato ritornerebbe immediatamente alla prosperità. I fatturati aumenterebbero e gli imprenditori avrebbero bisogno di assumere gente. A quel punto il problema consisterebbe nel fatto che a nessuno piace assumere persone che siano state disoccupate da troppo tempo e per questo motivo è assolutamente essenziale fornire un’attività di transizione ai disoccupati – i quali sono per definizione ovviamente parte del settore pubblico, visto che se sei disoccupato di sicuro non fai parte del settore privato – al fine di attuare una transizione dalla disoccupazione all’occupazione attraverso un programma lavorativo ideato a tale scopo e tenendo inoltre conto che in una simile situazione anche il settore privato mostrerebbe un atteggiamento di maggiore disponibilità nell’assumere persone.
Sicché, il modo per far questo è che il settore pubblico offra un’attività lavorativa di transizione con un pagamento, ossia uno stipendio, che sia solo leggermente al di sotto (cioè quasi in linea) con il salario minimo del settore privato. Per mantenere facili i calcoli, poniamo che tale stipendio sia di dieci euro l’ora (o di dieci lire l’ora, nel caso di ritorno alla lira con conversione iniziale di un euro per una lira). A tutti coloro che siano disponibili e abbiano voglia di lavorare viene così offerta un’attività lavorativa finanziata dal settore pubblico e pagata dieci euro (o dieci lire) l’ora. Pertanto ciò che si verificherà è che chi era in precedenza disoccupato, e accetterà un lavoro di transizione, potrà così essere identificato e assunto dal settore privato realizzando quindi proprio quella transizione da disoccupazione a occupazione nel settore privato di cui parlavo poc’anzi. In altre parole stiamo praticamente riplasmando quella che è la situazione del cosiddetto“serbatoio”, o “riserva-cuscinetto”, contiguo al mercato del lavoro che Karl Marx chiamava “esercito industriale di riserva” ossia una moltitudine di disoccupati che potrebbe essere impiegata nel settore privato ma che il settore privato tende a non voler assumere. A causa di ciò, quando il ciclo economico cambia e si esce dalla contrazione ritornando a essere in espansione, è probabile che si verifichino tutta una serie di problemi e conflitti sociali che possono ingenerare pressioni inflazionistiche ben prima che il mercato del lavoro riesca a trarre vantaggio dalla nuova situazione economica e dunque che la disoccupazione possa ridursi conseguentemente.
In ogni caso, permettere volontariamente l’accesso a un programma lavorativo di transizione a tutti coloro che siano disponibili e abbiano voglia di lavorare rende estremamente più semplice per il settore privato l’assunzione di persone in quanto diviene sufficiente pagarle di più, ad esempio dodici euro l’ora, onde traghettarle via dai programmi lavorativi di transizione e inserirle in un settore privato di nuovo economicamente in espansione. Questo è stato provato negli ultimi venti anni in varie parti del mondo, ottenendo in maniera sistematica esclusivamente successi, e per tale motivo si può affermare che siffatta soluzione si sia dimostrata efficace oltre ogni ragionevole dubbio. In sintesi, primo: il limite sul deficit va innalzato dal tre per cento all’otto per cento; secondo: fornire a chiunque sia disponibile e abbia voglia di lavorare l’accesso a un programma lavorativo di transizione, finanziato dal settore pubblico, onde aiutare la transizione dalla disoccupazione all’occupazione nel settore privato.
IL DIRITTO ALLA PROSSIMITÀ DEL LAVORO
FC: Hai mai sentito parlare della legge indiana intitolata al Mahatma Gandhi sul lavoro garantito rurale, ossia il “Mahatma Gandhi National Rural Employment Guarantee Act”? Uno tra i provvedimenti che mi ha sorpreso previsto da questa legge è che a coloro, che possono aver accesso a questo tipo di programma lavorativo di transizione, viene assicurato il diritto alla prossimità del lavoro. In altre parole, il governo s’impegna a dare lavoro agli aderenti a tale programma entro cinque chilometri dal loro luogo di residenza. Che cosa pensi del diritto alla prossimità del lavoro e di una simile soluzione?
WM: Direi che ha senso. Ha senso in Italia, come ha senso in India con l’ampiezza delle regioni che compongono l’India per l’appunto. In Italia si potrebbe fare in una maniera leggermente diversa, vi è tutta una serie di proposte da questo punto di vista, alcune migliori e alcune peggiori, ma nessuna totalmente negativa. Ad esempio, ciò che io ho proposto per gli Stati Uniti d’America potrebbe essere valido anche per l’Italia, ossia dare la possibilità alle amministrazioni locali e regionali – o statali, come le chiamiamo noi negli Stati Uniti – di assumere, in un programma lavorativo di transizione finanziato dal governo centrale, le persone a questo minimo salariale di dieci euro (o dieci lire) l’ora di cui abbiamo in precedenza discusso. A condizione che gli stipendi non superino tale minimo salariale, si deve porre le amministrazioni nelle condizioni di poter assumere il numero più alto possibile di persone per questi lavori di transizione. Non sono previsti trattamenti particolari e non ci si deve aspettare un aumento di stipendio visto che si dovrebbe trattare di una occupazione di transizione senza una permanenza di lunga durata, al massimo uno o due anni, in quanto sarà in futuro il settore privato ad attingere da tale serbatoio le risorse umane semplicemente pagandole di più. In questo modo le persone sarebbero appunto in grado di trovare un posto di lavoro vicino a casa.
Una volta fatto questo, qualora vi fossero ancora persone alla ricerca di una occupazione, vi è la possibilità di coinvolgere anche determinate associazioni senza scopo di lucro. Negli Stati Uniti vi sono organizzazione non-profit (così come ve ne sono in Italia) nelle quali è possibile fare attività di volontariato, ad esempio la Croce Rossa. Si potrebbe quindi far sì che tali organizzazioni siano parte attiva di un programma lavorativo di transizione e ritengo che tra queste tre entità, ossia regioni, città e mondo dell’associazionismo, chiunque sia in cerca di un’occupazione possa venire assunto risultando così potenzialmente attrattivo per il settore privato poiché il settore privato sarà in espansione per via del fatto che l’economia si ritroverà in una situazione ottimale a livello di domanda aggregata.
PROGRAMMI LAVORATIVI DI TRANSIZIONE E ASSOCIAZIONI DEL TERZO SETTORE
FC: Quale parte, nell’ambito di questo programmi lavorativi di transizione, possono avere le associazioni del terzo settore?
WM: Attraverso un programma finanziato dallo Stato, le associazioni del terzo settore potrebbero appunto assumere le persone in cerca d’impiego e pagarle dieci euro (o dieci lire) l’ora. In altre parole, non è necessario avere vasti programmi, centralizzati a livello nazionale, di assunzione per queste persone bensì è più opportuno che le amministrazioni regionali, le autorità cittadine e le organizzazioni non governative siano finanziate dallo Stato affinché esse stesse assumano le persone in lavori di transizione. Se, per far assumere persone in un programma lavorativo di transizione, si finanziano le amministrazioni regionali, le autorità cittadine e le organizzazioni non governative che già esistono, si evita di creare ulteriore burocrazia. Nel corso del tempo, e con la ripresa dell’economia, queste persone verranno riassorbite in impieghi normali nel settore privato.
IL RUOLO DELLO STATO NELL’AIUTARE L’ASSOCIAZIONISMO
FC: Ad esempio, le associazioni ecologiste potrebbero avere un ruolo nell’ambito dei programmi lavorativi di transizione attraverso il finanziamento pubblico di attività quali la pulitura delle spiagge oppure dedicandosi alla risoluzione di problemi ecologici come già prospettato nella proposta di “green job” elaborata dal tuo collega Mathew Forstater.
WM: Sì. Devono ovviamente essere organizzazioni non governative, senza scopo di lucro e ufficialmente riconosciute, che promuovano programmi di pubblica utilità e vanno poste in condizione di poter effettuare assunzioni a questo minimo salariale di 10 euro (o 10 lire) l’ora finanziato dallo Stato. In questo caso si tratterebbe però di assunzioni a tempo, per così dire, in quanto al settore privato basterebbe offrire buste paga più alte per attrarre questi lavoratori verso di sé. Per cui, se si vuole che tali organizzazioni dispongano di uno staff adeguato in modo permanente, il sistema migliore sarebbe di fare queste assunzione attraverso la normale procedura utilizzata per reclutare i lavoratori da impiegare nel settore pubblico ossia con dei concorsi specifici atti allo scopo. Utilizzare degli impieghi di transizione per aiutare l’opera di queste organizzazioni sarebbe comunque utile, sia per le organizzazioni stesse che per i lavoratori. I lavori di transizione non vanno però utilizzati come sostituti dei normali impieghi del settore pubblico. Non si vuole cioè rimpiazzare la polizia con gente che guadagni 10 euro l’ora, ad esempio. Il settore pubblico deve invece essere propriamente messo in condizione di disporre di tutte le risorse, e in particolare di tutte le risorse umane, necessarie a perseguire l’interesse generale nella maniera migliore possibile.
LA TUTELA DEI BENI CULTURALI E DELLE INFRASTRUTTURE PUBBLICHE
FC: In Italia vi sono importanti problemi causati dalla carenza di risorse umane impiegate nel settore pubblico. Ad esempio vi sono enormi difficoltà per quanto riguarda la tutela del nostro patrimonio artistico da parte dello Stato. Questi programmi lavorativi di transizione possono risultare utili e servire anche alla tutela del nostro patrimonio storico e artistico?
WM: Non li userei per questo scopo. Invece, in questo caso, bisogna molto più semplicemente assicurarsi che tutti i dipartimenti e i settori che si occupano di effettuare la manutenzione di queste infrastrutture pubbliche siano sempre forniti in modo permanente di tutte le risorse anche umane che servono per ottemperare a questo tipo di attività. In altre parole, è sufficiente programmare una corretta allocazione delle risorse pubbliche così come ad esempio avviene per finanziare il funzionamento dell’apparato militare e del sistema giudiziario. Si può così disporre di un ministero, o di un dipartimento, che sia adeguatamente finanziato e a cui sia assegnato tutto il personale necessario alla tutela del beni culturali. Prendiamo come esempio L’Aquila. Si tratta di una città che va completamente ricostruita. Per fare ciò sono indispensabili finanziamenti e personale specializzato. I lavori di transizione non sono indicati, invece in questo caso ci vuole del personale composto da professionisti che vi si dedichino a tempo pieno.
LO STATO COME STRUMENTO DI COOPERAZIONE
FC: Quale può essere il ruolo della cooperazione e della collaborazione tra cittadini, associazioni e società civile nel risolvere la crisi?
WM: Esiste una metafora che riguarda lo Stato o, meglio, un modo per definire lo Stato come quell’organismo nato apposta per svolgere azioni di cooperazione e di collaborazione. Che si parli di pubblica amministrazione a livello locale oppure nazionale, ci deve essere uno sforzo di collaborazione e partecipazione che investa l’intera società. Si tratta di quell’impegno cooperativo su cui la nostra società si fonda, e pertanto è necessario incentivare maggiormente la collaborazione e la partecipazione delle persone in maniera che si accresca la loro conoscenza e consapevolezza dei temi di interesse generale e delle posizioni espresse da ciascun candidato politico e che possano essere poste nelle condizioni migliori per prendere delle decisioni con cognizione di causa.
MIGLIORARE IL SETTORE PUBBLICO
FC: Perché la funzione degli Stati viene così stigmatizzata oggi?
WM: Diciamo che io stesso parlo male degli Stati, stigmatizzo tutta una serie di aspetti che non vanno. Si tratta di un processo in evoluzione in quanto gli Stati sono necessari, altrimenti ritorneremmo in una società come ad esempio quella somala, dove non esiste un organismo centrale delegato a mantenere l’ordine e che permetta alla gente di rendersi produttiva senza aver paura di subire atti di violenza. Lo Stato serve a organizzare le forze di pubblica sicurezza e di difesa, i trasporti e l’istruzione. Pensiamo anche alla sanità pubblica, ad esempio. Questi servizi sono indispensabili, non si può farne a meno. Ritengo che il meglio che si possa fare è cercare di agire in modo da essere più partecipativi in tutti i processi organizzativi e in tutti gli àmbiti della gestione della cosa pubblica affinché con l’assennatezza e attraverso l’implementazione di incentivi a tutti i livelli sia possibile ottenere che il buon senso e l’interesse generale divengano le forze alla guida del settore pubblico. Mi rendo ben conto che non sia un obiettivo facile da conseguire. È un traguardo che non solo è difficile da raggiungere al giorno d’oggi bensì è da millenni che si rivela essere un’impresa ardua, quindi probabilmente dovremo persistere a combattere per migliorare la situazione ancora per lungo tempo.
IL RUOLO DEGLI ATTIVISTI DELLA TEORIA DELLA MONETA MODERNA
FC: Quale pensi che sia il ruolo degli attivisti della Teoria della Moneta Moderna e, in particolare, quale pensi sia lo scopo principale che gli attivisti debbano porsi ora?
WM: Il ruolo della Teoria della Moneta Moderna è duplice. Anzitutto, espletare un servizio d’informazione. Per cui, attraverso la partecipazione ai gruppi della Teoria della Moneta Moderna, è possibile prima capire come l’economia funzioni e poi diffondere a proprio volta questo conoscenza ad altre persone. È una verità autoevidente che il processo di conoscenza proceda sempre in una sola direzione, ossia verso l’incremento della consapevolezza, senza mai tornare indietro. Una volta che si è compreso, che è impossibile che un governo possa operativamente rimanere senza soldi, non si torna indietro. Non si ritorna più a pensare come prima, cioè se passano due settimane, o un mese, non si ritorna più sui propri passi.
Quando si capisce che il deficit pubblico è il risparmio privato, ad esempio, non è che passato un mese si ritorni a credere che non lo sia, anche alla luce del fatto che noi forniamo un punto di vista sufficientemente profondo su questi temi e in modo particolare sul reale funzionamento dell’economia. Poi si può spargere la voce, e ad amici e a parenti e alla propria famiglia, cosicché sia possibile valutare, attraverso quelle conoscenze di economia che noi diamo, ogni candidato a incarichi di pubblica responsabilità sotto una nuova prospettiva. E, sulla base di queste nuove informazioni, capire quali siano – e quali non siano – i candidati che sono i più adatti a plasmare la società in cui noi avremmo piacere a vivere. E quindi sostenere i candidati che siano in grado di organizzare il settore pubblico al meglio nella maniera che noi vorremmo.
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Warren Mosler è l’economista statunitense ideatore della Mosler Economics Modern Money Theory (MEMMT), o Teoria della Moneta Moderna, ed è fondatore del Centro per il Pieno Impiego e la Stabilità dei Prezzi che ha sede presso l’Università del Missouri-Kansas City. È stato invitato dalle Università di Bergamo e di Trento in qualità di Visiting Professor per prossimi mesi di aprile e maggio. Nel gennaio 2015 Stephanie Kelton, allieva e pupilla di Warren Mosler, ha assunto l’incarico di economista capo per la commissione bilancio del Senato USA.
Francesco Chini è coordinatore del gruppo territoriale MEMMT della Lombardia e sostiene il progetto “Officina Futuro” di Bottega Partigiana.
Un ringraziamento speciale a:
Emiliano Galati e Cecilia Aventaggiato di “Economia per i Cittadini” e a Paolo Maria Noseda.

Mosler a Siena, la disoccupazione è un crimine contro l'umanità

Video, presentazione in Power Point e link di approfondimento: tutto il materiale per l’autoformazione degli attivisti, anche per coloro che sono ai primi approfondimenti. Iniziamo dalle sei lezioni tenute all’università Federico II di Napoli. Come si ottiene la Piena Occupazione con stabilità dei prezzi

Articolo del professore dell’università di Kansas City: “Ci sono benefici economici e sociali derivanti dall’occupazione. Inoltre vi sono dei moltiplicatori sociali dai quali traggono beneficio gli individui, le famiglie, il vicinato, la comunità tutta”.

Una intervista a Mario Volpi da parte di “Free Press Perugia”: “I PLG hanno carattere transitorio: sono appunto da considerarsi come aiuti per le fasi critiche e funzionano come un ‘polmone’ che mantiene preparati ed efficienti i lavoratori”.

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICA PER L’ITALIA
Poiché il presupposto fondamentale del ritorno dell’Italia alla sovranità monetaria è la Spesa a Deficit Positivo in funzione del pieno impiego, uno sguardo va rivolto all’inflazione. Anche qui una breve premessa: l’inflazione è direttamente correlata ai prezzi pagati dal creatore e monopolista della moneta sovrana, cioè dallo Stato. Per esempio: se lo Stato decide di raddoppiare il salario pubblico per il medesimo lavoro, di fatto dimezza il valore della moneta. Tuttavia, questa azione inflattiva è limitata nel momento in cui il governo cessa di aumentare i salari. Dunque si può dire che la vera inflazione deve essere un processo permanente, e non limitato a singoli aumenti di prezzi, e
deve essere non pianificata dal governo.
Il governo italiano delle nuove Lire sa però che la Piena Occupazione (il PLG) rappresenta il maggior stabilizzatore dei prezzi di tutta l’economia, per le seguenti ragioni:
A. La Piena Occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria circolante, impedendo alta inflazione.
B. La Piena Occupazione attraverso il PLG comporta per il governo un aumento di Spesa a Deficit Positiva quando esiste disoccupazione, e non di per sé. Ciò di nuovo impedisce all’inflazione di apparire. Infatti la Spesa a Deficit Positiva del governo nuovamente sovrano si ferma a fronte di Piena Occupazione con piena produzione nazionale (full capacity), proprio per impedire inflazione.
C. La Piena Occupazione, come già detto, riduce drasticamente la spesa a Deficit Negativa del governo, cioè il denaro sprecato per i costi sociali dei disoccupati, e questo significa meno denaro improduttivo circolante, quindi meno inflazione. È noto infatti che salari pagati a persone che non producono aumentano la domanda (denaro disponibile da spendere) ma non la produzione di beni e servizi, e questo può causare inflazione. Non con il PLG.
D. La temuta iperinflazione è impossibile se il Paese gode di Piena Occupazione. Essa è un fenomeno che si è verificato in contesti storici ben definiti (scenari di devastazione del sistema produttivo ed enormi debiti denominati in oro o in una valuta non controllata dallo Stato debitore).
Inoltre, la Piena Occupazione del nuovo governo sovrano italiano incoraggerà la produzione domestica del maggior numero di beni e servizi possibili, riducendo la dipendenza dell’Italia dall’acquisto estero di talibeni e servizi. Questo diminuisce in parte l’esposizione del Paese a shock dei prezzi (aumenti) causati da eventi esterni che non può controllare. Infine, il nuovo governo sovrano italiano sarà consapevole che l’inflazione non è mai un valore assoluto in economia. L’Italia del 1980 (con moneta sovrana) era uno dei sette Paesi più ricchi del mondo, col più alto risparmio delle famiglie del pianeta (25%) nonostante un’inflazione molto alta (21,2%). Oggi nell’Eurozona l’Italia ha inflazioni virtuose ma è crollata nell’economia al livello dei PIIGS (i ‘maiali’) e ha i redditi fra i più bassi
dell’OCSE. Lo stesso vale per il Giappone, che ristagna da oltre 10 anni nonostante inflazioni vicine allo 0%.

La missione della rivista International Journal of Environment, Workplace and  Employment (IJEWE) è quello di fornire un forum per la discussione e l’analisi sugli effetti che il raggiungimento della sostenibilità ecologica avrà sulla occupazione/disoccupazione e sulla natura del luogo di lavoro.
Sfortunatamente, l’attuale condizione del capitalismo moderno non riesce a fornire la piena occupazione, un numero sufficiente di posti di lavoro di alta qualità, o di sostenibilità ecologica.
Questa relazione dimostra che tali obiettivi possono essere divulgati attraverso l’attuazione di un Programma di Lavoro Garantito basato sui principi della finanza funzionale
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Green Jobs: affrontare le criticità riguardanti l’ambiente, posto di lavoro e occupazione di Mathew Forstater (doc.04 in formato PDF)
 
Paper originale Green jobs: addressing the critical issues surrounding the environment, workplace and employment
Traduzione di Stefania Tagliaferri.
 

I PLG sono l’essenza della Me-MMT garantiscono la piena occupazione e rappresentano la congiunzione tra due mondi, quello degli imprenditori e quello degli operai