Articoli

Nel corso degli ultimi anni l’associazione MMT Italia ha avuto modo di collaborare con il professor Guglielmo Forges Davanzati, con il quale organizzammo anche un incontro di Mosler all’Universitò di Lecce. Ci sembra quindi molto interessante l’articolo di Davanzati comparso su MicroMega (http://temi.repubblica.it/micromega-online/lo-stato-come-datore-di-lavoro/) in merito al ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, come da anni ribadito da MMT Italia e come, originariamente, ipotizzato da Minsky.
*****
Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.
di Guglielmo Forges Davanzati
Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.
Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.
Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.
1) Le politiche di austerità, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico/Pil, che è infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2016). Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo il denominatore di quel rapporto più di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto è tanto maggiore quanto maggiore è il valore del moltiplicatore fiscale. Stando alla quantificazione degli effetti moltiplicativi del Fondo Monetario Internazionale, il consolidamento fiscale è prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica.
2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttività del lavoro e, per conseguenza, dell’occupazione.
3) La detassazione degli utili d’impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ciò che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d’impresa – in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari – implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la più alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze.
4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L’ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano è migliorato solo perché si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l’economia italiana è, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2015, verosimilmente imputabile alle misure di detassazione degli utili, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione.
Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell’aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie. Misure che non impattano né sugli investimenti privati né sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse.
Occorrerebbe, per contro, una radicale correzione di rotta, a partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro. Un numero rilevante e crescente di studi mostra come lo Stato possa svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza (Employer of Last Resort – ELR) senza generare significativi effetti collaterali, in particolare senza attivare pressioni inflazionistiche – peraltro, in una fase di deflazione, semmai desiderabili.
Ovviamente, affinché questa proposta possa avere senso occorre che, sul piano politico, i lavoratori acquisiscano un potere contrattuale sufficiente da spingere il Governo all’attuazione di una politica per il pieno impiego, e il suo mantenimento, finanziata attraverso un consistente aumento dell’imposizione fiscale sui redditi più alti. In altri termini, la proposta è realizzabile a condizione di non assumere la congettura di Kalecki[1], ovvero che:
“Il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier. Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista”. 
giacché, se la questione del pieno impiego si pone in questi termini, non vi è spazio – in un’economia capitalistica – per misure che vadano in quella direzione.
Va innanzitutto ricordato che, contrariamente alla vulgata mediatica, l’intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni è nei fatti il più sottodimensionato d’Europa. L’ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entità simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti – Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato – il numero di dipendenti pubblici è di circa il 25% superiore al nostro. Si può aggiungere che, in Italia, l’occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione.
Si può anche rilevare che una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttività del lavoro. Ciò a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, ‘forzate’ a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche – e forse più utilmente – pensato per generare crescita economica anche dal lato dell’offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ciò si può aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica è complementare alla spesa privata per investimenti, dal momento che l’aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l’attuazione di nuovi flussi di investimenti privati [2].
Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttività del lavoro, sia per l’aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall’attuazione di uno schema ELR conseguirebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell’economia sommersa o, ancor più, nell’economia criminale. Questo argomento è particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor più meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell’attività criminale è molto più diffusa rispetto agli altri Paesi dell’eurozona.
In più, come mostrato in particolare da Massimo Florio, lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di policy seguita in Italia – con la massima intensità fra i Paesi dell’Eurozona – finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un’inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell’aumento delle tariffe – e della conseguente caduta dei salari reali – e dell’eccezionale aumento degli stipendi dei manager nel passaggio dalla proprietà pubblica alla proprietà privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da più parti documentato, è un rilevante freno agli investimenti reali.
Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito aperto su come l’intervento pubblico in economia può contribuire alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualità. Nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi.
NOTE
[1] KALECKI, M. (1943). Political aspects of full employment, “Political Quarterly” 14(4), pp.322-330.
[2] Se si accoglie l’ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da àncora agli investimenti privati, l’aumento della spesa pubblica – in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque, il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una riduzione del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.

Uno dei nomi più autorevoli del panorama degli economisti post-keynesiani e specificatamente della Modern Money Theory sarà a Roma venerdì 27 gennaio per un incontro intitolato “Lavoro Garantito”: stiamo parlando di Pavlina Tcherneva. L’incontro si svolgerà dalle ore 14:30 alle 17 nell’Aula dei Gruppi Parlamentari di via Campo Marzio, a Roma. Assieme alla Tcherneva relazionerà la dottoressa Tania Sacchetti, della segreteria nazionale della Cgil, che presenterà il Piano Straordinario del Lavoro della Cgil, e l’onorevole Stefano Fassina, di Sinistra Italiana. Questo il programma:
I° intervento: Il Programma di Lavoro Garantito (PLG)
Relatrice Professoressa Pavlina Tcherneva
Direttrice e professoressa associata della facoltà di economia del Bard College, ricercatrice associata al Levy Institute of Bard College, ricercatrice senior c/o CFEPS Centro per la Piena Occupazione e la Stabilità dei Prezzi
– Cos’è un Programma di Lavoro Garantito
– un caso studio: il Plan Jefes in Argentina
– Sostenibilità finanziaria e macroeconomica della Piena Occupazione
– Il problema nell’Eurozona
II° intervento: il Piano Straordinario del Lavoro
Relatrice dottoressa Tania Scacchetti
Segreteria Nazionale CGIL
– La situazione del lavoro in Italia
– La proposta della CGIL
Tavola Rotonda
Relazione finale
Onorevole Stefano Fassina, Sinistra Italiana
La crisi occupazionale in cui versa il Paese ha ripercussioni pesanti sulla capacità di ripresa e di crescita dell’economia, nonché sulla tenuta sociale. Il lavoro deve necessariamente tornare al centro del dibattito politico.
Questo convegno vuole fornire un approfondimento sul tema della creazione diretta di occupazione, su come sia possibile intervenire con la programmazione economica dello Stato a riequilibrare alcuni scompensi che l’impostazione economica attuale comporta, mettendo a serio rischio sistemico l’intero quadro macroeconomico nazionale ed europeo.
Per partecipare è consigliato prenotarsi, apri questo link https://it.surveymonkey.com/r/NQ2YLK8
Pavlina Tcherneva sarà a Roma dopo un altro incontro organizzato il 25 gennaio a Madrid dalle associazioni Rete Mmt Espana e Rete Mmt, clicca qui

lira2
1. Perchè lo Stato con la Lira non deve prendere in prestito la propria moneta

– Tornando alla Lira, lo Stato torna ad essere l’unico soggetto ad emettere la valuta nazionale;
– Non deve chiedere in prestito la moneta per potersi finanziare;
– Non ha bisogno di alzare le tasse per potersi finanziare;
– Semplicemente spende accreditando conti correnti;
– Non è soggetto ai diktat e alle minacce dei mercati finanziari o di entità sovranazionali (Commissione Ue, Fmi, Bce);

2. Perchè con la Lira si può raggiungere la Piena Occupazione
– Lo Stato che emette la propria valuta non ha limiti finanziari, dunque può investire per raggiungere la piena occupazione;
– L’investimento viene fatto attraverso dei Programmi di Lavoro Garantito transitori, che fungono da supporto per l’economia privata;
– Creando posti di lavoro, si producono anche beni e servizi oltre ai redditi, in tal modo la crescita dell’inflazione è sotto controllo;
– I Programmi di Lavoro garantito riguardano i servizi alla persona, la cura dell’ambiente e del dissesto idrogeologico, messa a norma di edifici, ecc;
3. Perchè con la Lira lo Stato non può mai finire i soldi
– Emettendo in maniera autonoma la propria valuta, non ci potrà mai essere default;
– Lo Stato spende per primo accreditando conti correnti, non ha quindi bisogno dei titoli di stato o delle tasse per finanziarsi;
– Per questo i titoli di Stato saranno aboliti;
– Fine del problema spread;
– Nessun problema di solvibilità dello Stato a moneta sovrana, a differenza di oggi;
4. Perchè solo con politiche di deficit pubblico è possibile arricchire le famiglie e le imprese
– In economia la spesa di un soggetto equivale sempre all’incasso di un altro soggetto, questo vale anche tra Stato e settore privato;
– Ne consegue che lo Stato deve spendere più di quanto tassa, per lasciare denaro all’economia privata;
– Facendo circolare liquidità nell’economia privata, le aziende ottengono i pagamenti necessari e possono guadagnare;
– Spendendo più di quanto si tassa, le assunzioni ripartono, così come i risparmi delle famiglie e ne beneficia l’economia tutta;
5. Perchè l’uso corretto della moneta sovrana garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione
– Lo Stato che spende più di quanto tassa, permette ai cittadini di trovare lavoro, fondamento della nostra Repubblica (art.1 Costituzione);
– Spendendo più di quanto si tassa, viene garantito e promosso il diritto al lavoro (art.4 Costituzione);
– Con politiche di sostegno ai redditi, viene garantito il diritto ad una retribuzione adeguata (art.36 Costituzione) e viene garantito il diritto al risparmio, sia per le famiglie che per le imprese (art.47 Costituzione);
6. Perchè con la Lira si possono abbassare immediatamente le tasse
– Le tasse non servono a finanziare lo Stato a moneta sovrana, ma ad imporre nell’economia privata l’uso della valuta stabilita dal governo;
– Ne consegue che tutte le tasse possono essere subito abbassate;
– In particolare può essere eliminata la tassa sui consumi, l’Iva;
– Le tasse devono essere sempre tenute ad un livello che garantisca il mantenimento della piena occupazione;
– In periodo di crisi, con la Lira lo Stato pone in essere politiche anticicliche: aumenta la spesa pubblica e detassa;
7. Perchè con politiche di deficit pubblico si riduce la criminalità, si garantiscono i servizi e si migliora la qualità della vita
– Creando lavoro con politiche anticicliche, si crea lavoro per tutti e non si deve ricorrere alla criminalità per far fronte alle ristrettezze economiche;
– Con la Lira sovrana si potranno garantire tutti i servizi pubblici con riduzione delle tariffe per la cittadinanza;
– Con i Programmi di Lavoro Garantito viene curato anche l’ambiente, il riciclo dei rifiuti, il dissesto idrogeologico, la cultura, il patrimonio artistico, l’istruzione e la formazione ecc.;
– Di conseguenza migliora anche la qualità di vita e la serenità del cittadino;
8. Perchè con la Lira è possibile favorire lo sviluppo del mercato interno, senza dover esportare a tutti i costi
– La detassazione viene anche applicata alle imprese italiane, dunque fare impresa in Italia risulterà estremamente vantaggioso;
– Viene abbandonata la corsa all’export, che porta solo ad una gara al ribasso degli stipendi;
– Il mercato domestico assume importanza assoluta;
– Le politiche di spesa in deficit, possibili solo con la Lira sovrana, permetteranno di mantenere a lungo la piena occupazione, dando stabilità all’economia;
– Afflusso senza precedenti di investimenti esteri grazie alla piena occupazione;
9. Perchè con la Lira è possibile eliminare la speculazione finanziaria
– Lo Stato sovrano può regolare in qualsiasi momento il settore bancario;
– Le banche avranno una funzione unicamente di interesse pubblico. Stop alla speculazione finanziaria all’interno dei confini italiani;
– Il governo con la Lira si impegnerà a garantire tutti i depositi bancari dei cittadini;
– Le funzioni del sistema bancario torneranno ad essere esclusivamente il mantenimento dei conti correnti, garantire i sistemi di pagamento, e la fornitura di prestiti a cittadini e aziende;
10. Perchè con la Lira è possibile tornare a vivere una vita dignitosa, che è la cosa più importante
– Niente più ansia perché non si riesce a trovare lavoro, o lo si è perso;
– Niente più paura dei licenziamenti: se accade posso trovarne un altro nel settore privato o nei Programmi di Lavoro Garantito;
– Nessuno dovrà più chiedere l’elemosina in mezzo ad una strada, o vivere sotto i ponti per mancanza di lavoro;
– Le politiche in deficit permettono un’aumento degli stipendi e dei salari, con miglioramento incalcolabile delle condizioni di vita;
– Con maggiore tranquillità e serenità per il futuro, si lavora meglio e ne beneficia la produttività, oltre a tutta la collettività;
– I servizi alla persona garantiti dai PLG sono innumerevoli, di conseguenza la cittadinanza sentirà di vivere in una Repubblica che si occupa davvero delle sue necessità;
– Le condizioni sanitarie dei cittadini aumenteranno, soprattutto quelle psicologiche grazie alla piena occupazione.
Vivere in una Repubblica degna di questo nome è possibile. Chiediamo il rispetto della Costituzione, con lo strumento fondamentale della Teoria della Moneta Moderna è un nostro dovere!
Chiediamolo soprattutto ai nostri politici addormentati.

Dopo il precedente articolo di Jacopo Foggi, col quale abbiamo aperto un confronto sul tema della piena occupazione e dei Piani di Lavoro Garantito, pubblichiamo ora la risposta di Lorenzo Esposito, che in Banca d’Italia si occupa di vigilanza bancaria e collabora con la Cattolica su temi quali regolamentazione bancaria e teoria monetaria e del quale, lo scorso mese di aprile, pubblicammo uno studio relativo all’applicazione dei Plg in Italia.
Esposito, è stato tra l’altro relatore proprio sulla proposta menzionata da Foggi ad un dibattito organizzato da MeMMT e Cgil presso la CIA di Siena nel corso dello scorso mese di giugno. Alla discussione parteciparono i professori Enrico Sergio Levrero (UniRoma TRE), Massimo d’Antoni (UniSiena) e Claudio Sardoni (La Sapienza), che hanno contribuito con delle riflessioni molto interessanti che ci auguriamo vorranno riportare qui, come replica, per alimentare questa discussione così importante per il paese in questo momento.
In risposta all’articolo pubblicato da Jacopo Foggi, desidero rimandare ad un articolo che dovrebbe uscire a breve sul JEI e che risponde agli aspetti più teorici dell’articolo. Qui aggiungo alcune brevi osservazioni.
Per quanto concerne il salario del programma, penso che sia un aspetto secondario. Non perché il tema in sé sia poca cosa, anzi, ma perché una volta accettata l’idea complessiva e davvero rivoluzionaria che la piena occupazione è la base di un economia moderna, questi aspetti possono poi essere indagati. A noi interessava dimostrare che anche assumendo un salario non infimo (ossia simile allo SMIC francese), il costo non sarebbe esorbitante. Non penso abbia nemmeno fare molti ragionamenti sul legame con l’ISEE perché non vi sono differenze tra salario del programma e salario in genere. Oggi lo stipendio che si riceve è indipendente da quanti figli si hanno, se la moglie è a carico, se si possiede una casa, ecc. Questi elementi vengono recuperati in sede di assegni familiari, deduzioni fiscali, ecc. Non c’è motivo perché non dovrebbe funzionare così anche il salario del programma.
Questo ci conduce al secondo aspetto: il finanziamento. Abbiamo spiegato perché si tratta di un falso problema.  Nel 2008, sotto la pressione degli eventi, i governi e le banche centrali misero sul piatto 14 trilioni di dollari. Ora ci dicono che alcuni miliardi di euro l’anno sarebbero una catastrofe? Il tema è solo ed esclusivamente politico. Mi pare anche confuso dire che il programma “non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse”. Il programma comporterebbe l’assunzione in regola di disoccupati con conseguente crescita del gettito fiscale. Questi salari verrebbero speso in consumi generando nuovo gettito fiscale. Quello che forse si intendeva è che il programma non dovrebbe comportare nuove tasse ad hoc. E io torno all’esempio delle banche: quali tasse hanno permesso il TARP, il TALF, la nazionalizzazione di RBS e di tutto il sistema finanziario irlandese, ecc. ecc.? Sugli effetti a lungo termine del programma abbiamo detto nell’articolo.
Quanto all’inflazione. La crisi del 2008 ha dimostrato che l’enorme concentrazione di reddito e ricchezza al vertice della società è non solo assurdo ma anche distruttivo e destabilizzante. Il programma è dunque uno dei molti strumenti per riequilibrare questo stato di cose: se dunque aumentano i salari non può che essere un bene. Diverso è il tema dei monetaristi che rimangono nella jungla a dire che l’aumento della massa monetaria genera inflazione. Sono degli incompetenti. Il Giappone utilizza il QE da 25 anni. Dov’è l’inflazione?
Veniamo all’effetto sostituzione. Ne parliamo nell’articolo ma aggiungo alcune cose. Le Pubbliche Amministrazioni di tutto il mondo sono ormai il principale datore di lavori precari, compresa l’Italia. Basta entrare in una scuola, in un ospedale, per vedere lavoratori interinali, cooperative a 3 euro lorde l’ora, ecc ecc. Il pieno impiego determinato dal programma aiuterebbe se mai a fermare la spirale del precariato. Va da sé che i lavoratori sottoposti al programma dovrebbero avere gli stessi diritti degli altri. Concordo peraltro con le osservazioni svolte sul servizio civile.
Concordo che il programma non basta assolutamente a rimettere a posto la situazione. Occorre cambiare radicalmente molte altre cose. Tuttavia, ogni altra politica parte dal presupposto che le autorità devono contribuire a far funzionare il mercato (ad esempio sussidi alle imprese, salari minimi, ecc.), il programma parte dal presupposto che il mercato non funziona e che la piena occupazione è compito dello Stato. Questo aspetto è semplicemente dirompente per l’economia moderna che si basa invece su una certa disoccupazione.
Piena occupazione


Pubblichiamo il video integrale di un interessante confronto che si è svolto a Fabriano sul tema del Lavoro. Organizzato dal locale Movimento Cinque Stelle, relatori erano, oltre al nostro Pier Paolo Flammini della Me-Mmt Marche, lo scrittore e saggista Lucilio Santoni e lo scrittore e filosofo Alessandro Pertosa.
Molti sono stati gli spunti del dibattito e, dopo le iniziali relazioni, l’analisi ha affrontato lungamente la contrapposizione tra la Piena Occupazione e il Reddito di Cittadinanza, oltre che il rapporto della Costituzione con il lavoro e l’evoluzione tecnologica. Si è ribadito anche in questa sede, non senza incontrare resistenze e in alcuni casi con un confronto vivo e ricco di spunti di attualità, come con la Mmt i concetti “statici” sia economici che di organizzazione sociale siano superati nel segno della autodeterminazione liberati da vincoli inconciliabili con la nostra Carta Costituzionale.
<iframe width=”560″ height=”315″ src=”https://www.youtube.com/embed/rn0v4Jt5Waw” frameborder=”0″ allow=”accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture” allowfullscreen></iframe>

Scarica qui il paper completo: Programma di Impiego Pubblico di Ultima Istanza
L’associazione Me-Mmt Italia ha il piacere di pubblicare uno studio di Giuseppe Mastromatteo e Lorenzo Esposito* sui Piani di Lavoro Garantito, o di Ultima Istanza. Il lavoro è stato già pubblicato al link BinzaGR
L’opera di Minsky è uno dei pilastri fondamentali su cui si è sviluppata MMT. I piani di lavoro basati sulla sua teoria sono già stati sperimentati con esito positivo e una ricaduta sulla ripresa economica molto più efficace rispetto al reddito minimo
*Giuseppe Mastromatteo
Professore Associato di Economia presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano. Collabora con il Laboratorio di Analisi Monetaria dell’Università Cattolica e con il Centro Interuniversitario per la crescita e lo sviluppo. È membro del comitato direttivo di “Econometrica” ​​(Centro interuniversitario per l’etica e la responsabilità sociale). Ha pubblicato svariati articoli sull’economia monetaria e pubblica. giuseppe.mastromatteo@unicatt.it
Lorenzo Esposito
Lavora dal 1998 in Banca d’Italia occupandosi di vigilanza finanziaria e bancaria. Dal 2013 collabora con l’Università Cattolica di Milano in attività di ricerca e didattica su teoria monetaria e della regolamentazione bancaria. Ha pubblicato diversi articoli sull’argomento.

lorenzoxesposito@yahoo.it
Giuseppe Mastromatteo ed Lorenzo Esposito

Si ringraziano i giornalisti Roberto Santilli e Marianna Gianforte per la collaborazione nell’intervista video.
Per una lettura puntuale della cronaca dell’incontro, si legga l’articolo di AbruzzoWeb.
Articolo originario: RivieraOggi .
https://youtu.be/Wbi3KUBXsDw
 
L’AQUILA – Un impianto da “utopia concreta”, come la chiama lui stesso, un piano di azione immediato che combacia con il classico keynesismo, ovviamente da ventunesimo secolo e dunque verde. Serge Latouche, invitato dal dipartimento di Scienze Umane de L’Aquila per una conferenza che si è svolta martedì 23 febbraio, ha avuto modo di relazionare sui classici temi della “decrescita“, termine lanciato da lui stesso, ha spiegato, “perché nel 2002 tutti parlavano di sviluppo sostenibile, che è uno slogan ma anche un ossimoro, per cui abbiamo contrapposto un altro termine che ha avuto successo”.
Ma quando dallo scenario utopico Latouche è sceso a quello dell’attuazione dello stesso nelle nostre società, le azioni evidenziate non sono state estremistiche: “La decrescita è un cammino, bisogna avviarsi nel suo sentiero”, ha detto l’intellettuale francese. E dunque “una riconversione ecologica delle economie”, “la fine della globalizzazione ultra-liberistache mette in guerra gli uni contro gli altri”, “la fine del mito delle esportazioni e unarivalutazione delle economie interne, come spiegava il più grande economista del Ventesimo Secolo, John Maynard Keynes“, alcune delle sue affermazioni. E inoltre: “L’obiettivo è quello di dare a tutti un lavoro“. Keynesismo, di fatto, o post-keynesismo, ovviamente “green“.
Nulla di molto diverso rispetto alle visioni programmatiche di buona parte della sinistra (ma non solo) che aspira ad un “New Deal verde“, oppure agli scenari di piena occupazione “verde” come quelli descritti in questo lavoro dall’economista statunitense della MMT Mathew Forstater Paper_Green_Jobs, tra l’altro presente qualche anno fa proprio a L’Aquila nell’ambito di un altro convegno partecipatissimo.
Quanto esposto sopra non è una critica a Latouche e ai pensatori e a coloro che si battono per un modello di vita ecologico. Anzi. Il pensiero latouchiano è sempre stimolante. Tuttavia crediamo che i veri intellettuali non siano coloro in grado di disegnare utopie, ma chi a partire da una nuova concezione del mondo riesca a individuare le azioni di cambiamento reali.
Da qui deriva il problema che i grandi sostenitori della decrescita hanno introiettato l’idea di un mondo “altro” da raggiungere e di conseguenza respingono le azioni utili al miglioramento dell’esistente poiché le ritengono figlie di una politica della crescita tout-court. Confondono strumenti con fini politici e rifiutando gli strumenti contrastano quei risultati politici che auspicano nelle intenzioni e rischiano di impedire nei fatti. Si tratta di una grande perdita di risorse ed energie umane ed intellettuali, purtroppo chiuse in un rischio di autoreferenzialità e sottratte alla sfida politica contemporanea.
Sottrazione che parte dallo stesso Latouche, come evidente dalla intervista video. Quando si risponde che vanno bene le politiche keynesiane “ma non per la crescita, bisogna dare lavoro a tutti e poi cercare di vivere bene”, si afferma un concetto lapalissiano, incontestabile. Oserei dire costituzionale: piena occupazione.
Oppure, alla domanda: “In che modo si possono attuare queste politiche, demandandole al mercato, allo Stato, o ad una via mediana tra questi due elementi”, la sottrazione latouchiana è tanto palese quanto poco concreta: “Né Stato né mercato, deve agire la società civile” e alle mie ulteriori richieste di comprensione dello slogan, stavolta, ha detto: “La società civile deve andare contro lo Stato e il mercato“. Il che purtroppo non significa nulla. Potrebbe essere una evasione dalla realtà, oppure il rifiuto di aderire a correnti di pensiero avversate pubblicamente per questioni di predominio intellettuale, quanto poi ricalcate una volta usciti dalla speculazione intellettuale.
Su un concetto, espresso sotto forma di domanda nell’intervista, vorrei invece approfondire la riflessione dei lettori. La “decrescita” è un concetto che si aggancia parimenti alla “crescita”, e dunque è speculare al tema del Pil. I “decrescisti” vorrebbero “uscire dall’economia”, anche se dovrebbero ammettere loro stessi che questa “fuga” dall’economia, per quando non definita, non significa in alcun modo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, o, meglio ancora, la fine del capitalismo. La fine delle fonti fossili non significa fine del capitalismo, ad esempio.
Ho fatto presente a Latouche come le teorie post-keynesiane, ribadite coerenti con la realtà in documenti ufficiali della Bank of England, affermino chiaramente cosa avviene almeno negli Stati con moneta sovrana (quindi non nell’Eurozona): “Le tasse non pagano la spesa pubblica“.
Questo assunto libera l’economia dall’ultimo “numerino magico“, ovvero il dato della crescita del Prodotto Interno Lordo. Dato fondamentale, soprattutto in Eurozona (fortemente avversata da Latouche, va detto, come tempio dell’ultra-liberismo) perché ad esso sono rapportate le entrate dello Stato necessarie a garantire gli stipendi dei dipendenti pubblici, la Sanità, le pensioni, i servizi, gli investimenti.
Una volta invece separate queste due grandezze (Pil e imposte) e rese indipendenti, l’unico elemento da perseguire è davvero “l’interesse pubblico”, attraverso l’uso della “finanza funzionale” come descritto dall’economista Abba Lerner.
E l’interesse pubblico è una società dove tutti lavorano e dove si vive bene rispettando i vincoli naturali, per dirla con le parole di Latouche. Ma in tutto questo non si capisce cosa c’entri un termine come decrescita, quando parliamo invece di buon vecchio keynesismo adeguato alle esigenze ambientali e consapevole delle potenzialità della moneta moderna. 
 

Laura Agea si disse positivamente impressionata rispetto ai piani di lavoro transitorio illustrati durante la conferenza tenuta da Mosler a Bruxelles e affermò come quell’incontro non rappresentasse un momento finale quanto, piuttosto, l’avvio di un dialogo con il movimento italiano della MMT.

La MMT invece propone ai governi di porsi degli obiettivi di natura reale come ad esempio infrastrutture moderne e sicure, tutela ambientale, piena occupazione, un pieno stato sociale, dunque l’interesse pubblico

Interessantissimi approfondimenti nell’ultimo numero del magazine “Caffè Graziani” realizzato dagli amici di Csepi (Centro Studi Economici per il Pieno Impiego).
Qui il link per scaricare il documento: http://issuu.com/csepidoc/docs/cg_maggio_2015?e=12170781/12654617
Tema del mensile è il Pieno Impiego, cardine tra gli obiettivi della Modern Money Theory ma che trova le sue radici nella Carta Costituzionale Italiana, infatti citata in copertina (articolo 4). E se il Pieno Impiego è strumento raggiungibile con una moneta sovrana e senza vincoli di bilancio, ulteriore conferma delle relazioni tra la MMT e la storia economica e politica italiana viene da un focus dedicato proprio al grande economista italiano Federico Caffè: “Caffè e la MMT: le origini dei Piani di Lavoro Garantito italiani” si legge nell’articolo di Jacopo D’Alessio.
Plg che sono il fulcro anche dell’articolo del nostro Mario Volpi. Spazio anche al “Mosler Tour” che vede collaborare da vicino Me-Mmt e Csepi, assieme ad Epic: un proficuo segnale per il futuro.
Federico Caffè