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Postato il 04/06/2019.

Documento redatto dal Comitato Scientifico MMT, in risposta all’articolo de l'”Avvenire” intitolato “La nuova teoria «MMT». La spesa pubblica senza freni, l’idea Usa che seduce e spaventa“, del 25 Aprile 2019.

Questo scritto vuole rappresentare l’inizio di un dibattito serio e costruttivo sulla MMT all’interno del mondo dei media nazionali. Ci siamo sentiti in dovere di replicare ad una serie di inesattezze ed imprecisioni pubblicati da l'”Avvenire” nell’articolo di cui sopra. Tuttavia ringraziamo il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana per l’interesse dimostrato e per aver stimolato il confronto.

Di seguito la nostra risposta.

Che cos’è la Modern Monetary Theory – MMT ?

Questa teoria nasce 25 anni fa ad opera dell’economista Warren Mosler e si sviluppa originariamente negli USA; oggi annovera tra i suoi sostenitori economisti di varie nazionalità.

Per i suoi contenuti, la MMT si sta imponendo sempre più all’attenzione degli organi di informazione e nel dibattito accademico; per la sua straordinaria portata sociale, attira un apprezzamento e un crescente seguito popolare nei vari continenti, fenomeno davvero straordinario, anzi unico per una teoria economica.

In Italia nel 2012, a seguito dei tre summit MMT a Rimini e Cagliari, convegni di macroeconomia con una partecipazione da guinness dei primati (migliaia di partecipanti), gli attivisti si riuniscono e convergono in organizzazioni volte a divulgare a ogni livello sociale la MMT e a svolgere un’opera di “alfabetizzazione macroeconomica”.

Ad oggi, quest’opera e il contributo al dibattito economico degli attivisti italiani (dove si ritrovano sia il cittadino comune, sia il laureato in economia, il ricercatore, l’analista, il consulente finanziario, ecc.) si sono concretizzati in migliaia d’incontri pubblici, centinaia di apparizioni in televisione e articoli sui quotidiani, contatti e collaborazioni con forze politiche, dialogo con accademici e docenti universitari di economia, presenza costante su social media e siti web, traduzione ed elaborazione di documenti e tanto altro ancora.

Ci piace sottolineare che la nostra Associazione opera da anni in tutto il territorio nazionale autofinanziandosi, senza mai aver usufruito di nessun contributo esterno; questo può dare un’idea dell’importanza che diamo alla nostra opera di informazione.

Ma torniamo al punto. La MMT è una scuola di pensiero macroeconomico post-keynesiana, forse la più vicina allo spirito della Teoria Generale di John Maynard Keynes, che in seguito venne ripresa e sviluppata, con una concezione più progressista del suo autore, da economisti quali Michał KaleckiJoan RobinsonNicholas Kaldor, Piero Sraffa e Hyman Minsky, con grande enfasi sulle politiche favorevoli ai lavoratori, alla redistribuzione, a elevati livelli di occupazione e di protezione sociale.

Ha solide basi teoriche e affonda le sue radici nel Cartalismo elaborato, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp, e dall’inglese Alfred Mitchell-Innes, poi ripreso da John Maynard Keynes nel suo Trattato sulla moneta e da una serie di economisti successivi come Abba Lerner e Charles Goodhart.

Tra i suoi contributi accademici, sono sicuramente da annoverare l’analisi sul funzionamento della moneta moderna (o moneta fiat), sui rapporti del sistema bancario con la banca centrale e il Tesoro e lo sviluppo di modelli previsionali validi e apprezzati, come citato nel vostro articolo, anche da analisti di Wall Street.

L’approccio alla fenomenologia economica è anche “pragmatico”, concreto e teso ad osservare come nel mondo reale funzionano le cose e ad individuarne deduttivamente il perché; ciò sovente dà una marcia in più a questi economisti nel confronto con posizioni tradizionali meramente teoriche.

Un esempio di ciò è il dibattito, citato dal vostro giornalista, tra il famoso Paul Krugman e la MMTeer Stephanie Kelton, “vinto” dalla seconda: senza addentrarci nei dettagli, le obiezioni e il relativo modello teorico sostenuti dal premio Nobel Krugman sono stati dalla Kelton smentiti con i dati del mondo reale, spiegando anche che il modello era sbagliato perché riferito a una tipologia di sistema monetario non paragonabile a quello attuale.

Non ha brillato Krugman, né per competenza, né per eleganza, trattando la Kelton come economista di secondo ordine.

Non certo una bella figura per un premio Nobel fare un po’ il sostenuto con una “sconosciuta” economista e poi farsi insegnare da quest’ultima che, alla presenza di una spesa dello stato, il tasso d’interesse si muove in senso diametralmente opposto rispetto a quanto da lui ipotizzato, con la precisazione che “qualsiasi banchiere te lo saprebbe dire”.

Una delle cose che più apprezziamo di questa Teoria è che essa sviluppa un modello caratterizzato dal superamento del secolare conflitto inflazione-piena occupazione, grazie al consapevole e sapiente utilizzo della moneta moderna, che ha le potenzialità necessarie allo scopo: oggi, applicando la MMT, è possibile perseguire contemporaneamente la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.

È innegabile l’estrema valenza sociale di tali proposte di politica economica; riteniamo che la MMT sia uno strumento unico e prezioso, in grado di dare un contributo fondamentale alla realizzazione del modello socio-economico delineato dalla Costituzione italiana, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica democratica e lo indica quale diritto, dovere e libertà.

Nel vostro articolo si cita Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, che davanti al Congresso ha ribadito che “l’idea che i deficit non importino per Paesi che possono indebitarsi nella loro stessa moneta è semplicemente sbagliata”.

Se Powell volesse approfondire meglio la Teoria, magari direttamente dai suoi sviluppatori e non da rumors orecchiati qua e là, potrebbe scoprire che il concetto portato avanti dalla MMT è alquanto diverso da quello di uno Stato che spende come se non ci fosse un domani.

Riguardo all’entità del deficit dello Stato, è bene ricordare che la MMT non ha una posizione dogmatica su quale debba essere il saldo del settore pubblico. In avanzo, in pareggio o in disavanzo che sia, lungi dal vincolare le proprie decisioni di spesa al rispetto di posizioni contabili prestabilite (l’idea diffusa dei “conti in ordine”), uno Stato guarderà sempre all’economia nazionale e alle sue esigenze contingenti, spenderà nella misura ritenuta necessaria e calibrerà la pressione fiscale ad un livello tale da lasciare alle persone abbastanza moneta da comprare, in una situazione di piena occupazione, la produzione interna e ciò che il resto del mondo ci vuole vendere.

Se per fare questo in un certo anno occorre sperimentare deficit importanti, ciò non deve rappresentare un problema, oltre che per quanto già detto nel vostro articolo, neanche da un punto di vista contabile: uno Stato che s’indebita nella moneta che lui stesso produce avrà sempre, per definizione, la capacità di pagare i propri debiti. Anzi, la spesa a deficit è un qualcosa di necessario, come ammesso anche dall’economista premio Nobel William Vickrey: essa rappresenta l’attivo del settore privato, che si manifesta appunto quando la spesa pubblica del settore governo è maggiore della tassazione. Ricordiamo inoltre che il settore privato di famiglie ed aziende non può aumentare in aggregato il suo attivo, non potendo legalmente creare il denaro, se non tramite politiche neoliberiste e neomercantiliste basate sulle esportazioni e l’abbattimento della domanda interna, al fine di essere competitivi. Si tratta di politiche che, laddove applicate, hanno dimostrato sempre i loro limiti in termini di costi sociali; pensiamo allo sfruttamento della manodopera nei paesi emergenti (quali la Cina e l’India), ma anche nelle cosiddette economie avanzate quali la Germania, che “vanta” un esercito di milioni di minijobbers, lavoratori pagati massimo 450 euro al mese.

A questo proposito, è certamente vero che oggi all’Italia, con l’Euro, è impedito di realizzare i deficit di volta in volta adeguati al caso.

È anche vero che ci sono altri problemi diretta conseguenza dei vincoli e delle anomalie strutturali di questo sistema monetario, come il tasso d’interesse dei titoli di stato in mano non al Tesoro bensì ai mercati: a causa dell’impossibilità della BCE, sancita dal Trattato di Maastricht, di acquistare sul mercato primario i titoli in asta, viene meno un aspetto essenziale della naturale collaborazione tra l’autorità monetaria e quella fiscale, secondo cui il Tesoro agisce e la Banca Centrale reagisce in conseguenza.

Non esiste fuori dall’Euro un meccanicismo che lega l’andamento dei tassi d’interesse dei titoli di stato con quello del deficit governativo. È ampia la casistica storica di aumenti di deficit accompagnati a contemporanea riduzione, non aumento, del tasso d’interesse sui titoli di debito pubblico. A titolo esemplificativo citiamo: Argentina (2015-2016); Stati Uniti (1982-1983; 1990-1993; 2008-2010); Vietnam (2012-2014; 2017-2018); India (2001-2002; 2008-2009); Francia (1992-1994); Cina (vari anni dal 2006 a oggi).

Tutto questo dovrebbe fare riflettere: quanto la BCE sta veramente operando in favore degli stati aderenti all’Eurozona?

E, ancora più a monte: l’appartenenza al sistema Euro è davvero vantaggiosa in termini assoluti per l’Italia?

Riguardo poi alla citazione riportata nell’articolo in cui “i ricchi troverebbero la MMT conveniente, poiché con più deficit pagherebbero meno tasse”, non corrisponde al vero in quanto le tasse, per la MMT, rappresentano un importante strumento di politica fiscale per ottenere l’effetto della redistribuzione della ricchezza e il suo compito primario non è certo quello di finanziare la spesa pubblica. Uno stato sovrano della sua valuta prima deve spenderla (creandola dal nulla) e solo in un secondo momento ne può pretendere il riscatto con la tassazione.

Inutile commentare, infine, la definizione denigratoria su Warren Mosler, definito uno “squalo” di Wall Street; Mosler è il fondatore della MMT e chi la comprende si rende conto del grande valore sociale delle sue proposte. A tal proposito vi invitiamo a leggere i suoi scritti.

Concludendo, la demonizzazione del deficit sottesa a tanta disinformazione è figlia dei nostri tempi; questo non significa che essa debba essere considerata una cosa giusta, anzi, ben vengano dibattiti che, come quello portato avanti dalla MMT, aprano la possibilità a che alcuni degli assunti macroeconomici acquisiti nei decenni passati, e dati per scontati oggi, siano da tutti misurati nella loro reale consistenza, ex novo e senza pregiudizi.

A nostro parere, il punto focale è che, come asserisce la MMT, il deficit dello Stato equivale al risparmio del settore privato. Detto con parole nostre semplici: se ci mancano soldi (basta guardare al livello attuale dei nostri consumi per capire che soldi non ce ne sono abbastanza) lo Stato ce li deve fornire, e lo può fare solo attraverso deficit di bilancio, creando redditi legati al lavoro, quindi alla produzione di beni e servizi.

Se non lo fa, per noi sono guai.

Ormai, si consenta l’ironia, certe cose le hanno capite persino alla BCE se, nel suo Research Bulletin n. 36 del 2017 è scritto che: “… In un’economia che ha una propria moneta a corso forzoso, l’autorità monetaria e quella fiscale possono garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta nazionale non sia soggetto a default, cioè che i titoli pubblici che giungano a maturazione siano convertiti in valuta a parità. Con una disposizione di questo tipo la politica fiscale può focalizzarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico anche quando la politica monetaria sui tassi raggiunge il livello nominale minimo. Nonostante ciò le autorità fiscali dei paesi dell’area euro hanno rinunciato alla possibilità di emettere debito non soggetto a default. Di conseguenza una stabilizzazione efficace del ciclo macroeconomico è diventata un obiettivo difficile da raggiungere”.

Un’ammissione importante, anche se la MMT va oltre e consente allo Stato di superare, non già solo di stabilizzare, il ciclo economico.

Ma questa è un’altra storia…

wmkrgWarren Mosler commenta l’articolo del premio nobel Paul Krugman in cui demistifica l’odio per il debito. Lo stesso che si riconosceva d’accordo con la Teoria Monetaria Moderna (ma in parte) sostiene anch’esso la necessità del debito pubblico per l’economia. Ma per le motivazioni sbagliate.

Di seguito in corsivo l’articolo di Krugman e in grassetto le parole di Mosler.

Aug 21 (NYT)- Rand Paul ha detto qualcosa di molto divertente l’altro giorno. No veramente, sto dicendo sul serio anche se, chiaramente non è stato intenzionale. Tramite il suo account Twitter ha fatto notare l’irresponsabilità della politica fiscale americana, dichiarando, “l’ultima volta che gli Stati Uniti non hanno avuto debiti  è stato nel 1835”.

 

(Warren Mosler) – E ciò fu seguito dalla peggior depressione nella storia degli Stati Uniti.

 

Wags ha immediatamente sottolineato che l’economia statunitense è stata complessivamente un’economia in crescita per gli ultimi 180 anni, rammentando inoltre che il fatto che il governo debba dei soldi al settore privato potrebbe non essere una cosa così negativa. Il governo britannico, ad ogni modo, ha avuto debiti per gli ultimi 300 anni, un periodo che copre tutta l’epoca della rivoluzione industriale, la vittoria su Napoleone e molto altro.

Possiamo quindi asserire semplicemente che il debito pubblico non è poi così malvagio come le leggende ci raccontano? O che magari il debito pubblico potrebbe essere un qualcosa di positivo?

Che ci crediate o no, molti economisti sostengono che l’economia necessita di un sufficiente ammontare di debito per funzionare bene.

 

(wm) – Sì, serve per consentire al settore privato di non spendere interamente il proprio reddito (risparmiare), e quando per le famiglie indebitarsi per spendere non è più sufficiente la disoccupazione di altri è il risultato.

 

E qual è il livello sufficiente? Probabilmente più di quello che abbiamo oggi. Cioè, ci sono molti elementi che evidenziano come a livello globale (nell’economia di oggi) i governi non siano abbastanza indebitati.

 

(wm) – Sì, questa è chiamata disoccupazione: la prova che la spesa in deficit è insufficiente per compensare la necessità (del settore privato NDR) di non spendere tutto il proprio reddito. Qualcosa che gli economisti sanno essere speculare da almeno 300 anni.

 

Lo so che ciò potrebbe suonare assurdo. Dopotutto, noi abbiamo passato gli ultimi cinque o sei anni in uno stato di “panico fiscale”, sentendo tutti gli “esperti” dichiarare che dovevamo tagliare il nostro deficit e ridurre i nostri debiti il prima possibile perché altrimenti diventeremo la Grecia, la Grecia te lo assicuro.

Ma la forza dell’argomento che dobbiamo tagliare il  deficit è stata sempre un trionfo dell’ ideologia a scapito dell’evidenza empirica, e un numero costante di persone seriamente oneste — molto recentemente Narayana Kocherlakota (il presidente uscente della Fed di Minneapolis) argomentano la necessità di aumentare il debito governativo,  non di diminuirlo.

Perché?

 

(wm) – Questa è la risposta corretta— perché il debito pubblico statunitense, per esempio, non è nient’altro che l’insieme dei dollari spesi dal governo che non sono stati ancora utilizzati per pagare le imposte. Tutti quei dollari emessi costituiscono l’ammontare netto delle attività finanziarie in valuta statunitense presenti nell’economia globale (risparmi nominali netti), sotto forma di denaro contante o di conti correnti bancari in dollari presso la Fed sotto forma di conti di riserva e conto titoli. Da un punto di vista operativo, non è sbagliato chiamare tutti questi dollari “base monetaria”. E un’economia in crescita, che genera un aumento complessivo di reddito non speso, necessita conseguentemente un’equivalente aumento di spesa – pubblica o privata – che ecceda il reddito, affinché una produzione di beni e servizi crescente venga venduta.

 

Un’altra risposta potrebbe essere l’emissione di debito è funzionale ad acquistare beni e servizi utili, e dovremmo farlo nel momento in cui questi beni hanno un giusto prezzo.

 

(wm) – Risposta sbagliata. Non è mai un problema di giusto prezzo. In realtà è sempre una scelta politica relativa a come si vogliono allocare le risorse tra il settore pubblico e il settore privato.

 

Gli U.S.A. soffrono di una palese mancanza di infrastrutture: strade, ferrovie, sistemi idrici e molto altro ancora; ed  il governo federale può indebitarsi ad un tasso di interesse storicamente basso.

 

(wm) – Risposta sbagliata. Sì, abbiamo un serio problema di infrastrutture statali. La questione centrale, comunque, è se il governo statunitense ha risorse disponibili e se voglia allocarle proprio per tale scopo.

 

E i tassi d’interesse non sono in alcun caso un criterio da valutare.

 

Quindi, questo è  un ottimo momento per prendere in prestito ed investire nel futuro e  un pessimo momento per quello che sta accadendo in questa fase: un declino senza precedenti della spesa pubblica nell’edilizia in relazione alla crescita della popolazione e all’inflazione.

 

(wm) – Concordo, è un ottimo momento per ricominciare ad investire in infrastrutture, dovute alle predette mancanze.

 

D’altro canto stabilire se sia o meno un buon momento per aumentare la spesa in deficit dipende da quanto l’economia va a rilento, così come dimostrato dal tasso di disoccupazione, la popolazione attiva ecc. e non dalle necessità infrastrutturali.

 

E la mia lettura, basata su questo criterio, mi suggerisce che questo è un buon momento per un’espansione fiscale proattiva.

 

Ad ogni modo a prescindere da ciò che riteniamo sia giusto o sbagliato in termini di aumento del deficit o riguardo al fatto che il governo debba più o meno indebitarsi, se analizziamo nel dettaglio il suo funzionamento, vediamo che un governo deve  in origine, necessariamente “spendere” o “prestare” e solo in seguito “si indebita”.Come direbbe un lavoratore della Fed: “non puoi drenare riserve se prima non hai aggiunto riserve”

 

Oltre quanto sopra riportato, i bassi tassi di interesse ci stanno dicendo qualcosa di specifico riguardo a cosa vogliono veramente i mercati.

 

(wm) – Sbagliato, i mercati ci stanno dicendo qualcosa riguardo a quello che i partecipanti al mercato stesso pensano rispetto al tasso d’interesse obiettivo fissato dalla Fed sul mercato interbancario (Fed funds rate) nel corso del tempo.

 

In fondo quello che sto dicendo è che avere un certo livello di indebitamento pubblico potrebbe aiutare l’economia a funzionare in modo migliore. Come?

 

(wm) – Giusto, la spesa in deficit aumenta il livello dei redditi e delle attività finanziarie nette nell’economia, sostenendo così una spesa sufficiente per fare in modo che tutta la produzione sia venduta.

 

La risposta, stando al professore dell’M.I.T.’s Ricardo Caballero e altri, è che il debito di un governo politicamente stabile e affidabile fornisce “asset sicuri” che aiutano gli investitori nella gestione dei rischi, rende le transazioni più sicure ed evita di azzuffarsi in modo distruttivo per il denaro.

 

(wm) – Risposta sbagliata. La spesa netta del governo fornisce in prima istanza dollari (crediti di imposta) sotto forma di depositi in dollari detenuti nei conti di riserva presso la Fed. I titoli di Stato non sono nient’altro che depositi alternativi di quegli stessi dollari detenuti in un conto titoli presso la Fed. Tutti e due sono ugualmente sicuri.

 

Ora, in linea di principio anche il settore privato può creare asset sicuri, come i depositi delle banche che sono universalmente riconosciuti come sicuri. Negli anni precedenti alla crisi del 2008, Wall street affermava di aver creato intere categorie di nuovi asset finanziari da loro considerati  sicuri, il tutto si basava sul tagliare e rimodulare i flussi di cassa (cash flows) derivanti dai mutui subprime e da altre attività finanziarie.

Ma tutti questi cosiddetti brillanti e sicuri strumenti finanziari altamente ingegnerizzati si sono dimostrati essere una truffa: Quando la bolla edilizia è esplosa, tutti i titoli tripla A sono diventati carta straccia, quindi gli investitori impauriti sono ritornati a rifugiarsi in attività emesse dal governo degli Stati Uniti e in altre attività emesse dalle maggiori economie globali. In questo processo gli investitori hanno guidato i tassi di interesse sul debito verso il basso

 

(wm) – I tassi scesero perché anticiparono le future scelte della Fed.

 

Quello che gli investitori fecero fu ri-prezzare gli asset finanziari. Gli investitori non possono cambiare l’ammontare totale degli asset. Il totale può solamente cambiare se ci sono nuove emissioni e rimborsi/scadenze.

 

E questi bassi tassi di interesse secondo Mr. Kocherlakota sono un problema. Quando i tassi di interesse sul debito governativo sono molto bassi (anche quando l’economia è in crescita) non lasciano margini di manovra nel caso in cui ci sia un basso livello di crescita, e tutto ciò può generare una difficoltà nel combattere la recessione.

 

(wm) – E’ vero, ma tagliare i tassi di interesse  non combatte la recessione. E questo è provato dal fatto che i bassi tassi di interesse riducono i redditi da interesse pagati dal governo all’economia (nel complesso N.D.R), finendo così con l’indebolirla.

 

Ci sono poi diverse conseguenze per la stabilità finanziaria: bassi rendimenti degli asset sicuri molto probabilmente spingeranno gli investitori ad aumentare l’esposizione al rischio – o per questa ragione spingeranno a un altro round di nuove diavolerie finanziarie create dagli speculatori di Wall Street.

 

(wm) – Questa potrebbe essere comprovato dall’aumento di emissioni di titoli ad alto rischio, ma non c’è stata prova di questo. Infatti, quando il petrolio era a 100 dollari al barile il margine di guadagno ha guidato un aumento del credito che ha generato un aumento dl PIL, come dimostrato dal suo crollo quando il prezzo è sceso.

 

Cosa possiamo fare? Alzare semplicemente  i tassi di interesse, come alcuni analisti finanziari stanno chiedendo (tenendo sempre d’occhio i loro profitti), potrebbe minare la nostra ripresa ancora fragile.

 

(wm) – Molto probabilmente alzare i tassi di interesse potrebbe generare una modesta ripresa, tramite l’aumento del deficit pubblico conseguente al maggior reddito da interesse pagato dal governo all’economia. Ad ogni modo, preferirei una politica di tagli alle tasse o di aumento della spesa pubblica per aumentare il PIL, anziché un aumento dei tassi d’interesse. Ma questa è solo la mia opinione.

 

Quello di cui noi abbiamo bisogno è aumentare i tassi di interesse in momenti di cicli economici positivi senza causare cadute economiche repentine. E una politica di questo tipo, afferma Kocherlakota, potrebbe avere come obiettivo un più alto livello di indebitamento pubblico.

 

(wm) – Mr. Kocherlakota non sbaglia ad affermare ciò, ma di nuovo io preferirei a prescindere un ampio taglio delle tasse per arrivare allo stesso risultato, ma come dicevo prima, sono solo mie osservazioni.

 

In altre parole, la grande paura del debito che ha avvolto la politica americana dal 2010 al 2012 e che ancora domina il dibattito economico in Gran Bretagna e nell’area Euro è addirittura più sbagliata di quanto noi, che ci collochiamo nel campo degli anti-austerità, pensavamo.


(wm) – Vero, e anche questo autore [ossia Krugman, ndt]

Non solo il governo ha operato misure di restrizione fiscale affossando l’economia proprio nel momento in cui già stava rallentando (prolungando la crisi), non solo sono stati tagliati gli investimenti pubblici nel momento in cui tutti gli investitori obbligazionari stavano pregando perché si spendesse di più, adesso stanno probabilmente ponendo le basi per un’altra futura crisi.

(wm) – Si è vero, ma sta accadendo per motivi di disaccordo. Qui il problema non riguarda gli investitori che supplicano per avere investimenti pubblici. Qui il problema è sempre quello dello scopo pubblico che sta dietro alle politiche economiche.

 

La cosa che fa sorridere è che queste scriteriate politiche e tutte le sofferenze che esse hanno determinato sono vendute con una veste molto accattivante che potremmo definire “responsabilità fiscale”

 (wm) – Il problema più grande di questo editoriale sono  le motivazioni sbagliate fornite a sostegno di una corretta politica economica (al di la dei paradigmi economici), che vengono sempre abbattute dall’opposizione e ciò avviene perché gli argomenti dell’opposizione sono estremamente più convincenti (elettoralmente parlando) rispetto ai suggerimenti economici esposti dalle voci di spicco della sinistra americana.

Traduzione di David Lisetti, revisione Alessio Tartari

L’economista Mmt con esempi di chiara comprensione dimostra gli errori del Premio Nobel e di tutta l’economia ortodossa: “E’ ridicolo che un economista possa discutere di macroeconomia del debito e non prendere mai in considerazione il ruolo delle banche. Questa è una delle tante volte dove gli “esperti” dell’economia sbagliano praticamente tutto ed il sentimento del pubblico in genere verso le banche, il debito e la moneta sono più vicini alla realtà”

Il giornalista John Carney di Cnbc.com: “Oggi il pensiero fondamentalmente corretto è della Mmt, e sta avendo un grande impatto sul pensiero del premio Nobel”. Il quale, nel 2011, affermava: “Non ho una visione completa sulle differenze dei tassi di interesse tra Italia e Giappone. Nell’Eurozona interruzioni del flusso monetario che non possono esserci altrove”