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TESTO DELLA SENTENZA  “la Corte si è pronunciata in merito ad una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescatra, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, riconoscendo come esso sia un diritto inviolabile e da garantire senza condizionamenti finanziari”
11.− Non può nemmeno essere condiviso l’argomento secondo cui, ove la disposizione impugnata non contenesse il limite delle somme iscritte in bilancio, la norma violerebbe l’art. 81 Cost. per carenza di copertura finanziaria. A parte il fatto che, una volta normativamente identificato, il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali, è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.
Da sempre l’associazione MMT Italia ha ribadito come la Costituzione Italiana fosse fondata su un tipo di economia “funzionale”: ovvero l’economia e precisamente le finanze pubbliche sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi che la società stessa definisce prioritari. http://docslide.it/economy-finance/finanza-funzionale-piena-occupazione-plg-e-costituzione.html
L’adozione dei Trattati Europei ha invece recepito un tipo di finanza “disfunzionale”: gli equilibri di bilancio sono stati posti ad un livello superiore rispetto alla Costituzione. A partire dal Trattato di Maastricht fino all’assurda modifica dell’articolo 81, effettuato dal Parlamento durante il Governo Monti, con il quale si è introdotto il principio del pareggio di bilancio, elemento distintivo di una finanza pubblica disfunzionale.
Per questo salutiamo la sentenza della Corte Costituzionale 275 del 2016 pubblicata il 16 dicembre come un evento storico importantissimo. La Consulta ha scritto quanto da noi riportato nel testo in corsivo e nell’immagine.
Dopo la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre, un importantissimo tassello verso il ripristino pieno della Carta Costituzionale

Convegno organizzato nel capoluogo abruzzese. Tra gli altri presente Luciano Barra Caracciolo: “Le piccole risorse europee non sono utilizzabili. Per loro la solidarietà è portare coperte e costruire tende. Costituzione Italiana e Trattati Europei inconciliabili”

Pareggio di bilancio, avanzo primario, monopolio della moneta, titoli di stato, crisi del debito privato: piccola guida

La povertà è arrivata. La classe media italiana arranca e una parte di essa è stata ridotta in povertà. Così capita che in un banale autogrill ci siano meridionali che vendano calzini e disoccupati che elemosinano qualche spiccio per la famiglia

Questo Enrico Giovannini è il presidente dell’Istat, ed è uno dei dieci “saggi” nominati da Napolitano tre settimane fa, nominati non si è capito bene per far cosa. Da qualche tempo gli danno molto spazio sui media, forse perché è una faccia rassicurante e ancora non usurata, la gente non lo conosce bene e lo sta a sentire incuriosita. Così lo mandano dappertutto: sui giornali, in radio la mattina presto, l’altra sera era ospite a  Ballarò su Rai 3, e in prima serata spiegava che “il pareggio strutturale di bilancio è l’unico modo di proteggere il risparmio degli Italiani“.
Si può rivedere qui: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-43266bb3-2c4c-45b0-9731-a3b538a1d7de.html
Questa che racconta Giovannini è una mistificazione mortale perché il pareggio strutturale di bilancio è il fattore principale di distruzione del risparmio privato degli Italiani.
Se il settore Governativo (lo Stato) fa il “pareggio strutturale” (cioè non spende in spesa pubblica più di quanto incassa come tasse), il settore privato non può risparmiare, a meno che questo accumulo non provenga dal settore “Estero”. Ogni volta che lo Stato ha un bilancio che si avvicina al pareggio, il risparmio privato tende ad azzerarsi:
Quindi è l’esatto contrario di quello che dice Giovannini, e la verità è che il pareggio strutturale di bilancio è l’unico modo sicuro per ridurre il risparmio degli Italiani.
Le politiche di austerità di Monti orientate al “pareggio strutturale” infatti come è noto ormai anche ai sassi stanno distruggendo le capacità sia di consumo che di risparmio delle famiglie italiane.
Questo è chiaro anche nei documenti ISTAT, per cui sembrerebbe quasi che Giovannini diriga l’ISTAT ma non legga le statistiche che pubblica: http://www.istat.it/it/archivio/87199
L’ISTAT in particolare dice che:
“Nel 2012 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è pari all’8,2%, con una diminuzione di 0,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente. 
Tenuto conto dell’inflazione, il potere di acquisto delle famiglie consumatrici nel 2012 è diminuito del 4,8%.”
Ma Giovannini non è distratto, queste cose le sa benissimo, visto che a fine 2012 ha tenuto anche un’audizione in Commissione Bilancio e Tesoro proprio sul pareggio di bilancio, si può leggere qui: http://www.istat.it/it/archivio/76499.
E ha detto, tra le altre cose, che:
“Se si considera che, in periodi di grave recessione economica o in presenza di una crisi finanziaria, gli effetti delle politiche fiscali restrittive sull’economia possono risultare particolarmente negativi, il rispetto sia della regola sul saldo sia di quella sulla riduzione del debito potrebbero comportare seri rischi di avvitamento, con un peggioramento anche delle condizioni di finanza pubblica.”
Ovvero, in sequenza:
Fine 2012: Il Presidente dell’ISTAT dichiara di essere consapevole che le politiche di austerity probabilmente creeranno un disastro, cioè milioni di disoccupati, fallimenti, suicidi, etc, e lo mette per iscritto in documenti ufficiali.
Aprile 2013: I dati rilevati dall’ISTAT mostrano che è vero: le politiche di Monti orientate al “pareggio strutturale” stanno facendo diventare l’Italia un Paese povero, distruggendo il risparmio e l’economia
Aprile 2013: il Presidente dell’ISTAT va in TV a dire che il “pareggio strutturale protegge il risparmio”, cioè smentisce se stesso e mente per proteggere le politiche che stanno devastando l’economia italiana per conto terzi.
Consigli per gli acquisti.
Ecco, avete appena visto come lavorano i tecnocrati. E come lui ce ne sono centinaia, forse anche peggiori.
 

Partiamo da una semplice definizione di che cos’è un saldo. Un saldo è la differenza fra due voci di segno opposto. Solitamente i soldi che entrano (reddito) hanno segno più, mentre i soldi che escono (spese) hanno segno meno. Per esempio il risparmio (S da Savings) è un saldo: entra un reddito (Y) ed escono delle spese per consumi (C):
(1) S = Y – C
 
Ovviamente, oltre alla spesa per consumi da parte delle famiglie, anche le aziende effettuano delle spese per acquistare beni che ne producano altri in futuro, come stabilimenti, macchinari o attrezzature: si tratta degli investimenti (I). Dunque:
(2) Y = C + I
Pertanto, il reddito coincide con la spesa effettuata per acquistare beni di consumo e di investimento. La spesa di qualcuno è il reddito di qualcun altro. Riepilogando, quello che le famiglie guadagnano (Y) viene speso in beni di consumo (C) oppure viene risparmiato (S). Mentre nel caso delle imprese, esse possono, tramite il sistema finanziario, ottenere fondi in più rispetto al loro reddito (credito bancario) per acquistare beni d’investimento (I) che generino profitti in futuro.
Nel mondo reale,  però, una nazione non è un sistema chiuso. Famiglie e nazioni hanno scambi con l’esterno, con il resto del mondo (settore estero). Se qualcosa viene venduto al resto del mondo abbiamo un’esportazione (X), soldi che entrano; se si compra qualcosa dal resto del mondo avremo un’importazione (M), soldi che escono. Quindi aggiungiamo un ulteriore pezzo alla nostra formula:
(3) Y = C + I + X – M
Le nazioni, però, non si scambiano solo merci (X e M) ma anche fattori di produzione (lavoratori) e capitali. Questi scambi producono a loro volta dei redditi, che quindi devono essere in qualche modo conteggiati. Per esempio, un lavoratore italiano può vivere in Italia ma lavorare all’estero ed essere pagato all’estero. Faccio una consulenza per un’azienda o un governo straniero e vengo pagato da loro, mantenendo la residenza in Italia. Questo è un reddito estero da lavoro attivo per l’Italia; viceversa, se l’Italia paga un reddito a un lavoratore non residente si parlerà di reddito estero da lavoro passivo per l’Italia. La differenza fra attivi e passivi ci dà il saldo netto dei redditi esteri da lavoro. Oltre a merci, servizi e lavoratori le nazioni si scambiano anche capitali. Per esempio, un risparmiatore italiano acquista un’obbligazione di un’azienda estera oppure un titolo di Stato estero: inizialmente quelli sono soldi che escono ma che rientreranno in seguito con l’aggiunta di una certa quota di interesse. Si tratta di quelli che vengono definiti redditi esteri da capitale. Anche qui vale il discorso precedente: quello che conta è il saldo netto (differenza fra redditi esteri da capitale attivi e passivi). Chiamiamo NFI (Net Foreign Incomes – Redditi Esteri Netti) il saldo netto dei redditi netti esteri derivanti sia da fattori di produzione che da capitali. Prima di aggiornare la nostra formula è opportuno, a questo punto, fare un ulteriore piccolo distinguo fra il concetto di PIL (Prodotto Interno Lordo) e quello di PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il primo è relativo ai redditi prodotti all’interno di un determinato territorio geografico (ad esempio il suolo nazionale); il secondo è relativo ai redditi prodotti da tutti i residenti di un determinato territorio, sia che questi siano prodotti e percepiti sul suolo geografico nazionale che all’estero. In sostanza il saldo dei NFI permette di distinguere il PIL da PNL. Infatti il PNL è dato dalla somma fra PIL e NFI:
(4) Y + NFI =  YN
Quindi, d’ora in poi faremo riferimento al Prodotto Nazionale Lordo (YN). Riprendiamo la nostra formula e aggiungiamo i redditi esteri netti:
(5) YN = C + I + X – M + NFI
Solitamente quando ci si riferisce al saldo estero, si utilizza il dato aggregato del reddito proveniente dal settore estero. Si tratta del saldo delle partite correnti, che scriveremo come CA (Current Account). Esso rappresenta la somma del saldo fra esportazioni e importazioni (X – M), ossia  del saldo della bilancia commerciale (trade balance), e del saldo dei redditi esteri netti (NFI). Dunque:
(6) CA = X – M + NFI
Sostituendo la formula (6) nell’equazione (5) otteniamo quindi:
(7) YN = C + I + CA
Ho messo sotto un’unica voce il saldo del settore estero e i redditi prodotto e percepiti in relazione al resto del mondo. A questo punto spostiamo alcuni fattori nell’equazione (7), ricordando che quando un’incognita passa da una parte all’altra dell’uguale cambia di segno, ottenendo:
(8)  YN – C – I = CA
Ritorniamo alla formula (1): vi ricordate, il risparmio (S) è dato dalla differenza fra il reddito (Y) e i consumi (C). Si tratta della stessa cosa che troviamo scritta nella parte iniziale dell’equazione (8). Dunque sostituiamo la formula (1) nell’equazione (8):
(9)  SN – I = CA
Dove SN rappresenta il risparmio nazionale, che è uguale al reddito nazionale meno la spesa per consumi da parte delle famiglie. Facciamo adesso un ulteriore passo avanti. La contabilità nazionale non considera solo i consumi privati ma distingue fra i consumi da parte delle famiglie (C) e quelli del settore pubblico, sostenuti dal governo, parliamo di quella che viene definita spesa pubblica (G). Si tratta in gran parte di consumi di servizi offerti dallo Stato (istruzione, sanità, sicurezza) da parte dei cittadini. Questi consumi vengono contabilizzati in base alla remunerazione percepita da chi li eroga, quindi coincidono in gran parte con le retribuzioni (i redditi) dei dipendenti pubblici, ai quali vanno poi aggiunti i consumi veri e propri da parte dello Stato (carta per fotocopiatrici, lavagne scolastiche, carta igienica, gesso per le lavagne): i cosiddetti consumi intermedi. A questo punto possiamo riscrivere la formula del risparmio nazionale come:
(10) SN = YN – C – G
Il risparmio nazionale è dato dal reddito nazionale (YN) meno i consumi privati (C) e quelli pubblici (G). Aggiungiamo adesso un ulteriore pezzo. Il risparmio delle famiglie, come abbiamo visto,  è rappresentato dalla quota di reddito rimanente una volta effettuata la spesa per i consumi, ma c’è di più. Oltre alla spesa per consumi, infatti, le famiglie devono anche far fronte al pagamento delle imposte. Al risparmio delle famiglie, dunque, va sottratta sia la spesa per consumi (C) che l’ammontare delle imposte (T). Le imposte, però, se da una parte sono denaro che esce dalle tasche delle famiglie (segno meno), dall’altra, sono anche denaro che “entra nelle tasche” del settore pubblico (segno più). Nulla di sconvolgente: l’ammontare di quello che le famiglie pagano in imposte diventa al contempo gettito fiscale (sempre T). Perciò aggiorniamo la formula (10):
(11) SN = YN – C – T – G + T
Questa operazione consente di mettere in evidenzia una cosa fondamentale. Quello che fin qui abbiamo chiamato risparmio nazionale, in realtà, è costituito dal saldo di due entità diverse: da una parte, il settore privato (famiglie); dall’altra, quello pubblico (Stato, settore governativo). Dunque, il risparmio nazionale (SN) può essere riscritto come la somma del risparmio privato (SP) e di quello  pubblico (SG):
(12) SN = SP + SG
SP  è il saldo del risparmio privato mentre SG  è il saldo del risparmio pubblico. Scritto in formule:
(12.1) SP = YN  –  C – T                      (12.2) SG = T – G
La quota di reddito che rimane alle famiglie dopo la spesa per consumi e il pagamento delle imposte rappresenta la quota del risparmio privato (SP). La differenza fra G e T rappresenta il saldo del settore pubblico. Se G è maggiore di T lo stato è in una situazione di deficit, se T è maggiore di G lo Stato è in una situazione di surplus (lo Stato “risparmia”). Adesso che abbiamo distinto fra settore privato e pubblico riprendiamo la formula (9) e utilizzando la formula (12) riscriviamo:
(13)  SP  + SG – I = CA
Aggiustiamo raggruppando i termini per settore:
(14) SP  – I =  – SG  + CA
A questo punto definiamo G – T come il fabbisogno pubblico (F). Possiamo così vedere che – SG è uguale a F, dal momento che
SG  = T – G (12.2). Perciò ecco la formula finale dei saldi settoriali:
(15) – SP  + I + F + CA = 0
Non spaventatevi, SP  ha cambiato di lato e dunque ha cambiato segno e lo stesso vale per I. Mentre F e CA sono rimasti al loro posto. Lo so, avrei dovuto scrivere 0 =  – SP  + I + F + CA  ma capite che non è molto convenzionale. La sostanza è sempre quella comunque.
Pertanto, possiamo vedere che il saldo del settore privato è dato dalla differenza fra il risparmio privato (SP) e gli investimenti (I). Si parla quindi di risparmio al netto degli investimenti quando il risparmio privato eccede gli investimenti (SP > I). In tale situazione il settore privato in aggregato finanzia interamente la propria spesa per investimenti (abitazioni, macchinari, attrezzature) e avanza una certa di quota di risparmio. Il saldo del settore pubblico è costituito dalla differenza fra spesa pubblica (G) e gettito fiscale (T), ossia da quello che abbiamo definito fabbisogno pubblico (F). Da notare che se il fabbisogno è positivo significa che la spesa pubblica eccede le entrate fiscali (G > T) per cui il settore pubblico è in deficit; al contrario, se il fabbisogno è negativo significa che le entrate sono superiori alla spesa pubblica (T > G): il settore pubblico è in una situazione di surplus. Il saldo estero è espresso dal saldo delle partite correnti (CA = X – M + NFI). Se il saldo è positivo significa che il paese in questione è creditore netto nei confronti del resto del mondo: i soldi che arrivano dal resto del mondo sono superiori a quelli che escono e vanno al resto del mondo. Viceversa, se il saldo è negativo significa che il paese si sta indebitando con il resto del mondo. Dal momento che la somma dei saldi dei tre settori (privato, pubblico ed estero) è nulla, significa che non tutti i settori possono essere contemporaneamente in surplus o contemporaneamente in deficit. Ciò risulterà evidente da un semplice fatto logico: ogni saldo è dato dalla differenza fra entrate e spese. Perciò, se un settore spende più soldi rispetto alle sue entrate si troverà in una situazione di deficit, ma quei soldi che può spendere in più rispetto alle sue entrate devono per forza arrivare da qualche altra parte. Deve cioè esserci per forza di cose almeno un settore che spende meno rispetto alle sue entrate e che finanzia il suo eccesso di spesa. Come scrive Wynne Godley «ogni flusso proviene da qualche parte e va da qualche parte».
Dunque, alla luce di questo semplice fatto contabile, possiamo evidenziare alcune relazioni fra i tre  settori. Se isoliamo sul lato sinistro dell’equazione il saldo del settore privato, notiamo che la somma del saldo del settore pubblico e di quello estero eguaglia quello del settore privato.
(16) SP  – I =  F + CA
Dunque, se per esempio il saldo del settore estero è nullo (CA = 0) e il saldo del settore pubblico  è negativo (G > T), il saldo del settore privato è necessariamente positivo (SP  – I > 0) dal momento che, ricordiamo, F = G – T. In una situazione di questo tipo un eventuale saldo positivo delle partite correnti (CA > 0) farà aumentare ulteriormente il surplus del settore privato (il settore privato riesce a risparmiare al netto dei suoi investimenti). Al contrario, un saldo negativo delle partite correnti (CA <  0)  farà diminuire il saldo complessivo del settore privato. Perciò, il deficit del settore pubblico non distrugge il risparmio del settore privato (come raccontano gli economisti neoclassici), bensì lo fa incrementare. Nella situazione opposta, se il settore pubblico decide di avere un saldo nullo (il “pareggio di bilancio” che continuamente ci chiedono dall’Europa) o addirittura un surplus (T > G), nel caso in cui il saldo estero sia nullo o negativo, questo non farà altro distruggere risparmio privato (o costringere il settore a indebitarsi): il saldo del settore privato infatti sarà necessariamente negativo.
 

Questo è il secondo post della serie che sto scrivendo per aiutarvi a comprendere perché non dovremmo aver paura dei deficit. In questo post chiariremo alcuni dei miti che circondano il cosiddetto “finanziamento” dei deficit di bilancio. In particolare, mi dedicherò a quello secondo cui i deficit sono inflazionistici e/o incrementano le richieste di prestito del governo. La conclusione importante sarà che il governo federale non è vincolato finanziariamente e può spendere nella misura in cui decide, con il solo limite di ciò che è in vendita sul mercato. Non è assolutamente detto che tale spesa possa essere inflazionistica Il fatto che la spesa sarà inflazionistica non è una cosa inevitabile e non è necessariamente richiesto alcun aumento del debito pubblico.

La prima cosa da riprendere dalla prima parte è che la spesa dei cittadini è vincolata dalle fonti di finanziamento disponibili, che comprendono le entrate provenienti da ogni tipo di origine: vendita di beni e prestiti da parte di soggetti esterni. La spesa del governo federale, invece, è in gran parte facilitata dall’emissione di assegni da parte del governo mediante la banca centrale. Gli accordi che il governo ha con la sua banca centrale per tenere conto di queste [operazioni, ndt] sono in gran parte irrilevanti. Quando i destinatari degli assegni (coloro che vendono beni e servizi al governo) li depositano presso la loro banca, gli assegni si compensano attraverso [il sistema di, ndt] gestione dei saldi presso le banche centrali (le riserve), e le voci di credito appariranno sui conti correnti in tutto il sistema delle banche commerciali. In altre parole, il governo spende semplicemente accreditando un conto corrente bancario nel settore privato presso la banca centrale. A livello operativo, questo processo è indipendente da ogni entrata precedente, inclusa la tassazione e l’indebitamento. L’accreditamento di un conto, comunque, non ridurrà in alcun modo né il patrimonio governativo né la capacità del governo di spendere ulteriormente.

In realtà, è piuttosto evidente che tutta la spesa dei governi comporti la creazione di moneta, ma questo non è il significato del concetto di monetizzazione del debito così come appare di solito sui libri di testo di economia dove si parla di politica monetaria, e nel dibattito pubblico più ampio. Seguendo la concezione di Blanchard, la monetizzazione del debito è di solito riferita a un processo tramite cui la banca centrale compra titoli di stato direttamente dal ministero del tesoro. In altre parole, il governo federale prende in prestito denaro dalla banca centrale piuttosto che dai cittadini. La monetizzazione del debito è il processo solitamente implicito quando si dice che un governo stampa moneta. La monetizzazione del debito (si dice poi) provoca, a parità di condizioni, un aumento della quantità di moneta offerta e può condurre a una grave inflazione.

La paura della monetizzazione del debito, in ogni caso, è infondata: non solo perché il governo non ha bisogno di moneta per spendere ma anche perché la banca centrale non ha la possibilità di monetizzare nessun debito pubblico sia in circolazione sia di nuova emissione. Nella terza parte mostrerò che finché la banca centrale ha il mandato di mantenere un obiettivo sul tasso d’interesse a breve termine, l’entità degli acquisti e delle vendite del debito pubblico non sono discrezionali. La mancanza di controllo sulla quantità di riserve da parte della banca centrale sottolinea l’impossibilità della monetizzazione del debito. La banca centrale non è in grado di monetizzare il debito pubblico attraverso l’acquisto a volontà di titoli di stato perché nel farlo causerebbe la caduta a zero del tasso [d’interesse, ndt] a breve termine prefissato o di qualunque tasso di supporto che possa aver attuato sulle riserve in eccesso. Questo verrà analizzato passo dopo passo nella terza parte.

In sintesi, possiamo concludere dall’analisi precedente che la spesa del governo introduce beni finanziari al netto nell’economia, accreditando i conti correnti bancari, attraverso l’emissione di un assegno o un pagamento in contanti. Inoltre, questa spesa non è vincolata dalle entrate. Un governo che emette la propria valuta non ha vincoli finanziari sulla sua spesa, che è ben diverso dal fatto che accetti vincoli (politici) auto imposti.

In alternativa, quando la tassazione viene pagata tramite gli assegni (o i trasferimenti bancari) del settore privato, che sono attinti dai conti correnti privati delle banche, la banca centrale addebiterà un conto corrente del settore privato. Nessuna risorsa reale è trasferita al governo, né la capacità di spesa del governo sarà aumentata dall’addebitamento dei conti correnti privati.

In generale, gli economisti “tradizionali” sbagliano nel celare le differenze fra i bilanci delle famiglie private e il bilancio del governo. Affermazioni come questa, del famoso economista Robert Barro, secondo cui “possiamo pensare ai risparmi e ai risparmi negativi del governo proprio come se pensassimo ai risparmi e ai risparmi negativi delle famiglie” sono chiaramente sbagliate.

L’economia mainstream usa il vincolo di bilancio statale come base di riferimento per analizzare le tre presunte forme di finanza pubblica: 1) aumento delle tasse; 2) vendita di debito pubblico con corrispettivo di interessi al settore privato (titoli di stato); 3) emissione di base monetaria senza interessi (creazione di moneta). I vari scenari sono così costruiti per mostrare che i deficit sono inflazionistici se finanziati tramite la base monetaria (monetizzazione del debito), o restringono la spesa del settore privato se finanziati dall’emissione di debito. Anche se in realtà il vincolo di bilancio del governo è solamente un’identità contabile a posteriori, l’economia ortodossa sostiene che si tratti di un vincolo finanziario [che si applica, ndt] ex-ante alla spesa del governo.

La base di riferimento del vincolo di bilancio del governo porta gli studenti a credere che se il governo vuole avere la moneta necessaria per la sua spesa, a meno che non voglia stampare moneta e generare inflazione, debba aumentare le tasse o vendere titoli. Le persone hanno l’errata concezione che la tassazione e la vendita di titoli forniscono moneta ai governi che viene poi usata per spendere. Così, se il governo incrementa il suo deficit (spendendo più di quel che tassa) allora deve aumentare il suo debito o “stampare moneta”, e entrambe le soluzioni sono considerate non desiderabili.

La realtà, comunque, è ben lontana da questa idea erronea sul modo in cui il governo federale gestisce il suo bilancio. Primo, una famiglia usa la valuta, e quindi deve finanziare la sua spesa in anticipo, a priori; mentre il governo, l’emettitore della valuta, deve necessariamente spendere per primo (accreditando i conti correnti privati), per poter addebitare in seguito, qualora lo desideri, [gli stessi, ndt] conti correnti privati. Il governo è l’origine dei fondi di cui il settore privato ha bisogno per pagare le sue tasse e risparmiare (compresa la necessità di mantenere le transazioni in equilibrio). Chiaramente, il governo è sempre solvente se emette la propria valuta.

Inoltre, l’economia mainstream fraintende ciò che si definisce “creazione della moneta”. Nel suo popolare testo di macroeconomia, Olivier Blanchard (1997) afferma che il governo:

può anche fare qualcosa che né voi né io possiamo fare. Può, in effetti, finanziare il deficit creando moneta. La ragione per cui uso la frase “in effetti” è che … i governi non creano la moneta; lo fa la banca centrale. Con la cooperazione della banca centrale, il governo può, in effetti, finanziare se stesso attraverso la creazione di moneta. Esso può emettere titoli e chiedere alla banca centrale di comprarli. La banca centrale quindi pagherà il governo con la moneta creata e il governo a sua volta userà quella moneta per finanziare il suo deficit. Questo processo è chiamato monetizzazione del debito”.

Questo è ciò che l’economia mainstream chiama “stampare la moneta”. Tuttavia, si tratta di una concezione errata in termini di sistema monetario. Monetizzare significa convertire in moneta. L’oro era monetizzato quando il governo emetteva nuovi certificati aurei per acquistare oro. La monetizzazione avviene quando la banca centrale acquista valuta estera. L’acquisto di valuta estera converte, o monetizza, la valuta estera nella valuta di emissione. La banca centrale, inoltre, mette in vendita titoli di stato, per offrire un luogo in cui i nuovi dollari aggiunti al sistema bancario possano guadagnare interessi. Questo processo è indicato come sterilizzazione. In senso lato, un debito del governo federale (emettitore della moneta fiat) è moneta, mentre la spesa a deficit è il processo di monetizzazione di tutto ciò che il governo acquista.

Una volta che abbiamo capito come la spesa del governo non sia vincolata dalle entrate, allora dobbiamo analizzare la funzione della tassazione sotto una luce diversa. La tassazione ha la funzione di sostenere l’offerta di beni e servizi al governo da parte dei privati, in cambio dei fondi necessari per estinguere gli oneri fiscali.

La concezione ortodossa dice che la tassazione fornisce al governo le entrate di cui ha bisogno per poter spendere. In realtà, è vero il contrario. La spesa governativa fornisce reddito al settore non governativo, e permette loro di estinguere gli oneri fiscali. Perciò, i fondi necessari per pagare gli oneri fiscali creano una domanda per la valuta del governo all’interno del settore non governativo, e ciò consente al governo di perseguire il suo programma di politica economica e sociale.

Questa intuizione ci permette di osservare un’altra dimensione della tassazione che viene tralasciata dall’analisi mainstream. Dato che il settore non governativo ha bisogno di moneta fiat per pagare i suoi oneri fiscali, l’imposizione di tasse per legge (senza una concomitante iniezione di spesa) crea, in primo luogo, disoccupazione (persone in cerca di lavoro retribuito) nel settore non governativo. Le risorse non impiegate o inattive del [settore, ndt] non governativo possono essere quindi utilizzate attraverso iniezioni di domanda creata dalla spesa del governo; ciò equivale a un trasferimento di beni e servizi reali dal settore non governativo a quello governativo. A sua volta, questo trasferimento facilita il programma socio-economico del governo. Mentre le risorse reali vengono trasferite dal settore non governativo sotto forma di beni e servizi che vengono acquistati da parte del governo, il motivo per cui vengono offerte queste risorse è originato dal bisogno di acquisire moneta fiat per estinguere gli oneri fiscali.

Inoltre, mentre le risorse reali sono trasferite, la tassazione non fornisce al governo nessuna ulteriore capacità finanziaria di emissione. Elaborando in questo modo la relazione fra il settore governativo e quello non governativo, diventa chiaro che solo la spesa del governo è in grado di fornire il lavoro retribuito necessario a eliminare la disoccupazione creata dalle tasse.

Adesso è possibile osservare perché nasce la disoccupazione.

E’ l’introduzione della “Moneta di Stato” (ovvero tassazione e spesa governativa) all’interno di un’economia non monetaria che fa nascere lo spettro della disoccupazione involontaria. A livello di contabilità, per una produzione aggregata che deve essere venduta, la spesa totale deve eguagliare il reddito totale (se il reddito effettivo generato nella produzione è completamente speso o meno in ogni periodo) Essendo la disoccupazione involontaria, lavoro inattivo che viene offerto senza compratori a prezzi correnti (salari), essa si manifesterà quando il settore privato, in aggregato, desidera guadagnare l’unità monetaria di conto attraverso l’offerta di lavoro ma, a parità di condizioni, non desidera spendere tutto ciò che guadagna. Il risultato è che l’accumulo involontario di scorte tra i venditori di beni e servizi si tradurrà in una diminuzione di produzione e occupazione. In questa situazione, il taglio dei salari nominali (o reali) non riuscirà di per sé a riequilibrare il mercato del lavoro, a meno che i tagli eliminino in qualche modo il desiderio del settore privato di risparmiare, facendo quindi aumentare la spesa.

Lo scopo della “Moneta di Stato”, perciò, è quello di facilitare il trasferimento di beni e servizi reali dal settore non governativo (in gran parte privato) al settore governativo (pubblico). Il governo otterrà questo trasferimento imponendo una tassa, che crea una domanda effettiva per la sua valuta di emissione. Per ottenere i fondi necessari per pagare le tasse e risparmiare, gli agenti non governativi venderanno (offriranno) beni e servizi reali in cambio dell’unità di valuta richiesta. E ciò, senza dubbio, includerà l’offerta di lavoro da parte dei disoccupati. La conclusione ovvia è che la disoccupazione avviene quando la spesa al netto da parte del governo è troppo bassa per soddisfare la richiesta di pagamento delle tasse e il desiderio di risparmiare.

Questa analisi fissa quindi i limiti della spesa governativa. È chiaro che la spesa del governo deve essere sufficiente per consentire che le tasse siano pagate. La spesa al netto del governo, poi, è necessaria per soddisfare il desiderio dei privati di risparmiare (accumulare beni finanziari al netto). Dal precedente paragrafo è anche chiaro che se il governo non spende abbastanza per coprire le tasse e il desiderio di risparmiare del settore non governativo, questa carenza si manifesterà sotto forma di disoccupazione. I keynesiani hanno usato, appunto, il termine di disoccupazione da carenza di domanda. Nella nostra concezione, infatti, la causa di questa carenza è sempre una spesa al netto del governo inadeguata, date le decisioni di spesa private in vigore (risparmio) in qualsiasi tempo particolare.

Per un qualche periodo, anche quelli che possono sembrare livelli inadeguati di spesa al netto da parte del governo possono avvenire senza far aumentare la disoccupazione. In queste circostanze, com’è evidente in paesi come gli Stati Uniti e l’Australia negli ultimi anni, la crescita del PIL può essere spinta da un’espansione del debito privato.

Il problema di questa strategia è che quando si raggiungono certi livelli di indebitamento in rapporto al reddito, il settore privato “finirà la capacità di indebitarsi” in quanto il reddito disponibile limita la capacità di onorare il debito.

Ciò porterà a una ristrutturazione dei bilanci patrimoniali, in modo da renderli meno precari, e di conseguenza la domanda aggregata derivante dall’espansione del debito rallenterà facendo vacillare l’economia. In questo caso, ogni drenaggio fiscale (inadeguati livelli di spesa al netto) inizia a manifestarsi sotto forma di disoccupazione.

Il punto quindi è che, dato un certo livello di tassazione, se le persone vogliono lavorare ma non vogliono continuare a consumare ai livelli precedenti (e continuano a indebitarsi ulteriormente), allora il governo potrà aumentare la spesa e acquistare beni e servizi, mantenendo la piena occupazione. Le alternative sono la disoccupazione e un’economia in recessione. È difficile immaginare che in un’economia in recessione un deficit crescente sarà inflazionistico, in quanto ci saranno tante risorse inutilizzate, sia di capitali sia di manodopera.

Infatti, come sottolineo continuamente, la prima cosa che il governo federale dovrebbe fare sarebbe offrire a tutta la manodopera che nessun altro vuole un lavoro e pagarle un salario minimo con tutti i diritti statutari aggiuntivi. Per definizione, infatti, il disoccupato non ha “un prezzo di mercato” perché non c’è domanda per il suo lavoro. E comprare un servizio per il quale non c’è prezzo non è un’azione inflazionistica.

Nella terza parte, considereremo la tesi secondo cui i deficit fanno salire automaticamente i tassi d’interesse, in quanto il debito pubblico restringe i fondi disponibili sul mercato monetario. Come potrete immaginare … questo è un altro dei miti neo liberisti progettato per rendere inattivi i governi.

L’articolo Deficit Spending 101 – seconda parte, è stato  pubblicato da Mitchell il 23 febbraio 2009.

La versione originale in inglese è disponibile qui.

Traduzione a cura di Daniele Della Bona.

Summit Rimini 2012 - Paolo BarnardPiantatela di leggere i quotidiani e di guardare i TG. Non ha senso. Leggete qua.

L’Italia già da tempo ha un surplus di bilancio primario.
E se io ti dico questa cosa, a te signor Gino Franchi o a te signora Marta Fasini, a te studentessa di legge o a te studente di storia, rimanete lì a sbadigliare senza capirci niente.
E invece sapete cosa vi ho appena detto?
Vi ho appena detto che la manovra di lacrime e sangue di Mario Monti è un buffetto sulla guancia confronto a quello che dovrà arrivare.
Sarà una strage, e qui lo scrivo, almeno qui, visto che questi allarmi salva-vita non saranno mai lanciati da Michele Santoro, per malafede, o da Jacopo Fo e Beppe Grillo, per desolante ignoranza. (non cito la CGIL perché sono analfabeti, quindi non è colpa loro)
In parole semplici, già dai tempi di Berlusconi l’Italia ha un surplus di bilancio primario e questo significa che se si escludono dai conti dello Stato italiano gli interessi che deve pagare sul suo debito pubblico, esso già da tempo incassa ogni anno più di quanto spende.
Quindi già da tempo l’Italia ha non solo raggiunto quel pareggio di bilancio che Draghi e Merkel vorrebbero nel nostro futuro, ma da anni l’Italia ha un surplus di bilancio in realtà.
Questo surplus di bilancio significa che lo Stato da anni ci sta tassando più di quanto spende per noi; significa in altre parole che da anni lo Stato sta prelevando dai nostri conti correnti più denaro di quando ve ne versa, ed è in attivo.
Ma a tutti i cittadini italiani viene raccontato, da TUTTI i media e da Monti, che abbiamo un deficit di bilancio cronico e che dobbiamo rimediarlo, cioè che siamo in passivo. Non è vero, siamo da anni in attivo.
Ma aspettate, perché essere in attivo, come ho appena scritto, non è per nulla una bella notizia e quanto segue è orrendo.
La situazione riassunta è questa: in realtà i conti annuali (entrate e uscite) del nostro Stato sono in attivo da tempo (surplus di bilancio), e questo significa che da tempo ci tolgono più denaro di quanto ce ne diano in stipendi, servizi pubblici, opere.
I risultati di questo sono evidenti, e sia l’Istat che la Caritas hanno documentato nei dettagli l’impoverimento vertiginoso di milioni di famiglie italiane, fallimenti aziendali a catena e disoccupazione tragica, deflazione economica ecc.
Ma a tutti i cittadini italiani viene raccontato, da TUTTI i media e da Monti, che la cura di quell’impoverimento scandaloso è…  il pareggio e il surplus di bilancio! Certo, la cura per l’anemia è l’emorragia, certo. Ma di più.
Adesso, a causa degli interessi sul debito pubblico che l’Italia dovrà pagare a breve, Monti dovrà aumentare ancor di più il surplus di bilancio che già abbiamo, cioè dovrà tassarci molto ma molto di più di quanto lo Stato già ci tassi oggi, ultima manovra inclusa.
Capite? Già siamo in una condizione di automatico impoverimento (il surplus che già abbiamo = lo Stato toglie dai nostri c/c ogni anno di più di quanto vi versa), e da qui in poi l’automatismo di impoverimento si decuplicherà.
In parole ancora più povere, significa che se finora ci è piovuto in casa, Monti sfonderà le dighe e in casa ci arriverà uno Tsunami.
E tutto questo solo, ma SOLO, perché oggi con l’Euro non sovrano che lo Stato non può emettere ma solo prendere in prestito dall’esterno, per pagare quegli interessi sul debito pubblico il Tesoro è costretto a venire a batter cassa da noi, da te signor Franchi e da te signora Fasini, e da voi studenti. E sarà una strage.
Ora pensate a questo: se l’Italia avesse avuto in questi ultimi anni la propria moneta sovrana, avrebbe potuto innanzi tutto evitare di portare avanti un surplus di bilancio primario, quindi per anni ci avrebbe tassati di meno di quanto spendeva per noi cittadini, e saremmo tutti più ricchi e protetti.
E in secondo luogo, oggi se ne fregherebbe del mega debito e dei suoi interessi, esattamente come se ne frega il Giappone, che ha un debito doppio del nostro e ha Yen sovrano, però.
E’ veramente tutto qui, semplice così.
Ma nel nome dell’Euro inventato per gli interessi speculativi immensi di un migliaio di amici di Monti e Draghi, e per quelli degli industriali Neomercantili tedeschi protetti dalla Merkel, a milioni dobbiamo soffrire terrorizzati dall’isteria del deficit, che in realtà (e con moneta sovrana) sarebbe la nostra salvezza.
Invece abbiamo un surplus di bilancio primario, che è un cappio che ci già soffoca, e dovrà soffocarci molto ma molto di più in futuro.
E nel nome di questo, mentre soffochiamo e soffriamo, ci hanno anche tolto la democrazia, l’informazione non esiste, e io scrivo qui per niente.

(consolazione: i concetti da me espressi qui sopra sono ormai di libero dominio nei blog di economisti, banchieri, traders, monetaristi, e speculatori di mezzo mondo, sulle pagine del Financial Times tutti i santi giorni, sul Wall Street Journal ogni mezza giornata, e i titoli sono sempre cose come “La catastrofe… L’agonia… Il suicidio… dell’Eurozona”, e in effetti ci sta succedendo una cosa epocale, devastante, mai come oggi da 80 anni, ma qui da noi… mistero. Chi è che aveva scritto “La scomparsa dei fatti” qualche tempo fa? Potremmo chiedere a costui di farli ricomparire).

L’Apocalisse ? In Italia una catastrofe finanziaria è da ieri garantita nella Costituzione stessa


..il Senato ha approvato in seconda lettura e con la maggioranza dei due terzi dei parlamentari (dunque senza richiedere un referendum confermativo) la legge che introduce nella nostra Costituzione l’obbligo del bilancio in pareggio. A distanza di meno di 24 ore il governo ha varato il Documento di Economia e Finanza (Def) che sancisce che l’obiettivo del pareggio di bilancio non verrà raggiunto nel 2013, come il nostro Paese si era impegnato a livello europeo, ma nel 2015…


Imporre per legge, nella Costituzione addirittura, che lo stato spenda di meno di quello che incassa e includendo nelle spese anche circa 70 miliardi di euro l’anno di interessi, è simile come soluzione a cercare di fermare un autobus che abbia rotto il freno buttando gente sotto le sue ruote. La nostra Costituzione da ieri contiene l’harakiri economico. Non è un modo colorito di esprimerssi, vedi la notizia di due giorni fa (“Non trovo lavoro»: a 20 anni fa harakiri”). Negli anni ’60, ’70 e ’80 non succedeva. (” L’Italia non deve finire come la Grecia. Dove “1.725 persone si sono tolte la vita negli ultimi due anni per la disperazione”..)
L’Elite Globale finanziaria che ha in mano i mass media ha deciso di sacrificare qualche milione di italiani, spagnoli, greci, portoghesi perchè pensa che poi ci sono decine di milioni di cinesi, indiani, turchi, indonesiani…per sostituirli.
Tutto questo è stato spiegato con alcune dozzine di pezzi qui, vedi ad esempio:
Sfatare il Mito del Deficit
La Trappola del Debito
Fissarsi sulla differenza tra spese dello stato e tasse, un numero che è solo il 3 o 6% del PIL e totalmente irrilevante logicamente, è assurdo e demenziale. E’ una credenza come quella degli aztechi, maya e inca che se non facevi sacrifici umani il raccolto sarebbe stato un disastro, come quelle nei vaticini degli oracoli greci, negli elfi, nelle streghe, nella terra che gira intorno al sole. Il succo è semplice: ad un Deficit o Passivo dello stato corrisponde sempre un Surplus o Attivo delle famiglie e imprese e viceversa. Per cui ora imponi nella Costituzione che famiglie e imprese siano in aggregato in deficit, questo mentre le banche riducono il credito a tutti e mentre l’euro ci ha mandato in deficit cronico verso l’estero. Risultato: da tutti i lati, fisco, commercio estero e credito il settore privato viene soffocato
In ogni caso, anche senza voler capire come funziona veramente il debito, basta notare che l’Italia ha MENO DEBITO, se guardi al totale (debito di famiglie, imprese, banche e stato) degli altri paesi. Ma anche un bambino dovrebbe capire che dei quattro soggetti economici quello che ha meno problemi a finanziarsi è lo stato. I paesi che dovrebbero essere sotto accusa sono quelli le cui famiglie, imprese e banche sono più indebitate. Invece impongono all’Italia che lo stato d’ora in poi risucchi di tasse molto di più di quello che spende (se tieni conto degli interessi…) per cui automaticamente famiglie e imprese saranno in deficit perchè lo vuole la Costituzione

FONTE: http://cobraf.com/blog/default.php?idr=123468378#123468378

Cara Signora Ida, Caro Signor Ugo.

Lo dovete sapere, il governo Monti vi sta ingannando, e con lui i telegiornali e i giornali. Vi abbassano la pensione tassandovi, tutto costerà di più dalla benzina ai servizi, siete già più poveri oggi, e domani sarà peggio, per voi e per tutti. Ecco cosa succede.

Quante volte avete sentito le parole “risanare i conti dello Stato, per tornare a crescere”? Ok, tante volte, ogni giorno in Tv. Bene. Signora Ida e Signor Ugo, in che modo il governo di Monti sta facendo il “risanamento”? Spendendo di meno per noi (i famosi tagli) e tassandoci di più. Ok. Ma cosa accade esattamente?

Accade che ciò che il governo non spende per noi (ad esempio servizi o stipendi e pensioni), saremo noi a doverlo spendere pescando nei nostri risparmi o facendo debiti, oppure facendo rinunce anche serie. Semplice, non si scappa. Ma attenti alla trappola: pescare dai risparmi significa impoverirsi un po’, fare debiti significa impoverirsi molto – fare rinunce significa esattamente la stessa cosa, cioè essere più poveri di prima. Risultato: milioni di cittadini diventano un po’ più poveri o molto più poveri. Ok?

Ma il governo che ci “risana” ha deciso che oltre a spendere di meno, ci tassa di più. Noi, che già siamo diventati tutti un po’ più poveri come detto sopra, dovremo anche sborsare altri soldi in tasse, sempre dai risparmi o soldi che non abbiamo. Cioè, sempre meno risparmi, e per molti ancor più debiti. Logicamente, sempre più poveri. Non si scappa.

Ma che fa la gente in massa se gli calano i risparmi o addirittura va a debito? Smette di spendere in tutto quello che non è proprio essenziale. Va meno al cinema, compra meno scarpe, non cambia l’auto, compra meno case, meno cosmetici, meno vestiti, rinuncia alla piscina dei figli, non compra più la carne come prima, beve meno vino, disdice l’abbonamento alle riviste, non ristruttura più la casa, va meno a mangiar fuori ecc. Voi direte: una vita più come ai vecchi tempi. Forse, ma state attenti che per ciascuna di quelle rinunce significa che altrettanti negozi e aziende vendono molto di meno o lavorano molto di meno, finiscono a fallire, tantissimi oggi. E cosa significa? Che tagliano gli stipendi, o licenziano, creano disoccupati, e magari non assumono vostra nipote, che si è laureata e non ha lavoro. Questo è come un effetto domino, cioè cade una pedina e iniziano a cadere tutte le altre, in tutt’Italia, e quindi sempre più impoverimento, che crea incertezza, che crea sempre meno lavoro, che crea sempre più impoverimento.

Badate bene. Eravamo partiti dallo Stato che fa il “risanamento”, PER IL NOSTRO BENE. Dove siamo arrivati? Ecco dove:

Masse di impoveriti in generale che spendono di meno, questo mette in crisi i negozi e le aziende, questo cala gli stipendi e crea più disoccupati, tutti costoro di nuovo spendono molto di meno, e la ruota ricomincia da capo, meno denaro che gira, meno stipendi, licenziamenti… Ma non dovevamo essere “risanati”?

Ah!, ma alla televisione hanno detto che questi sono i “sacrifici” necessari perché poi DOPO tutti torneremo a star meglio, ci sarà la “crescita”!  No, dico, Signora Ida e Signor Ugo, vi pigliano per scemi? Come faremo a iniziare a star meglio stando peggio? Cos’è, un trucco del mago Merlino? I soldi sbucheranno dall’orto, misteriosamente… ? Non c’è altra possibilità. Forse Monti è un mago.

Eh sì, perché guardate bene le cose: Monti ha anche deciso che lo Stato smetterà per sempre di darci più soldi di quello che ci tassa, e questo si chiama il “pareggio di bilancio”. Significa: lo Stato, da qui in eterno, ci darà ogni anno 100 soldi e ci tasserà per 100 soldi. A noi rimane ZERO. Addirittura Monti metterà questa regola nella Costituzione fra pochi giorni! Quindi ZERO soldi dallo Stato, e allora da dove verranno i soldi per la magica “crescita”? Da noi cittadini e dalle aziende? Ma come? Ci hanno impoveriti tutti per anni per fare il gran “risanamento”, come diavolo facciamo a inventarci i soldi che non abbiamo più?

Guardate la scena: in una stanza c’è il governo Monti, ci siamo noi cittadini e aziende, e c’è il resto del mondo, cioè le altre nazioni. Allora, per riassumere i concetti:

–       Monti come prima cosa ci toglie soldi e ci tassa di più, noi siamo più poveri (il “risanamento”)

–       poi Monti ci darà ZERO soldi (ne spende 100 e ci tassa 100, il “pareggio di bilancio”)

–       a quel punto noi cittadini e aziende dobbiamo trovarli da soli i soldi, ma siccome Monti ci ha tutti impoveriti e non possiamo inventarceli i soldi, siamo con le braghe in mano (la “crescita”!!)

–       Il resto del mondo ci guarda.

Fantastico, ci vuole un genio per pensare a una economia così.

Signora Ida e Signor Ugo, non si sta scherzando. Vi distruggono la vita in sto modo, e la distruggono ai vostri nipoti. E indovinate perché lo fanno? Sì, sì, fuoco, fuochino, esatto, perché così un nugolo di miliardari ne approfittano. Lo sapete questi speculatori quanto ci hanno rubato in tre anni, da quando c’è la crisi? 457 miliardi di Euro, spariti dall’Italia esattamente nel modo che vi ho descritto. Lei Signora Ida quanto prende di pensione?

Signora, faccia una cosa: prepari una torta al mascarpone, attraversi quella stanza e vada davanti a Mario Monti. Gliela spiaccichi in faccia. Poi gli dia anche un bel calcio negli attributi maschili… lei può farlo, a 78 anni non l’arrestano.
FONTE:  http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=353