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Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/elezioni_2018.html

A meno di due settimane dalle prossime elezioni politiche, forniamo un’analisi delle posizioni dei vari partiti in materia economica alla luce del pensiero dell’MMT.

Guardando ai programmi dei maggiori partiti politici che con ogni probabilità si contenderanno la maggioranza dei seggi in Parlamento ne emerge un quadro alquanto sconfortante. Partiamo dai tre favoriti dai sondaggi come intenzioni di voto, ossia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia.

Partito Democratico.

Un programma con posizioni assolutamente contrarie ad una vera politica per la piena occupazione e il benessere sociale della popolazione italiana, se non addirittura eversive. Come un po’ in tutti i programmi, un sacco di buone intenzioni sulla carta (sostengo alle famiglie, ai redditi, alle pensioni, alla scuola), ma del tutto vanificate dal pieno rispetto delle regole dell’eurozona e dell’Unione Europea, che pongono la competitività di matrice neoliberista al di sopra di ogni possibilità di realizzare una vera politica a tutela del sociale. Esaminiamo alcuni passi del programma:

–                     “La nostra Europa è quella di Ventotene, dove il sogno europeista venne rilanciato nel momento più buio della nostra storia. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione”.

Al di là dell’ignoranza sul reale messaggio del Manifesto di Ventotene, assolutamente eversivo per quanto riguarda il rispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione e della stessa democrazia (vedere a tal proposito queste ottime considerazioni da parte dell’avvocato Marco Mori), c’è la piena conferma del sostengo all’Europa derivante dal Trattato di Maastricht e di Lisbona, quindi all’Europa che nasce dalle logiche neoliberiste e antisociali che trovano consolidamento nel funzionamento dell’euro, una moneta straniera per tutti gli stati che la utilizzano e per le stesse istituzioni europee, che favorisce solo il guadagno dei mercati dei capitali e sottrae le risorse all’economia reale (vedi qui).

–                     “l’attuale proposta di direttiva che punta a sostituire il Fiscal Compact, e che introduce al posto dell’obbligo di pareggio strutturale di bilancio un meccanismo pluriennale di definizione e attuazione di un percorso di riduzione del debito, ancorato ai parametri di Maastricht e all’evoluzione della spesa pubblica, potrà essere discussa solo nel quadro di una parallela riforma del Patto di stabilita e crescita”.

Si contrasta il Fiscal Compact ma non al fine di applicare politiche espansive di spesa in deficit, bensì per introdurre “un meccanismo pluriennale di definizione e attuazione di un percorso di riduzione del debito, ancorato ai parametri di Maastricht”. Un’ulteriore difesa quindi del trattato fondante di questa Unione Europea e delle politiche macroeconomiche che impongono la distruzione dell’attivo del settore privato, con la riduzione costante  di deficit e debito pubblico in maniera meno spinta di quella imposta dal Fiscal Compact, ma pur sempre applicata. Della serie, facciamo morire il malato non con l’eutanasia ma con una lenta agonia. Per capire cos’è in realtà un deficit o un debito pubblico, vedi qui.

–                     “L’obiettivo del Partito Democratico è ridurre gradualmente ma stabilmente il rapporto tra debito pubblico e Pil al valore del 100% entro i prossimi 10 anni. Quello che serve per rassicurare i mercati, che ci prestano ogni anno mediamente 400 miliardi per rifinanziarci, non è tanto il livello del debito, né sicuramente annunci roboanti e poco credibili, che anzi hanno l’effetto opposto. La cosa veramente importante è realizzare una riduzione graduale ma costante.”

Viene confermato anche in questo caso come i proclami da parte degli esponenti del PD per quanto riguarda la cosiddetta “riforma dell’Europa” (ipotesi alla quale comunque siamo contrari, vedi quisiano solo fumo sugli occhi. Non serve parlare infatti di potenziamento del bilancio comunitario o di eurobond quando l’intenzione è quella di delegare potere ad una sovrastruttura, per permetterle in modo ancora più agevole di attuare tutte quelle politiche macroeconomiche che sono la prima causa della crisi e della stagnazione economica in cui ci troviamo. Vige infatti il concetto sbagliatissimo dello “stato buon padre di famiglia”, che deve levare al settore privato con la tassazione più risorse di quelle che conferisce con la spesa pubblica.

Così come il sostegno del welfare descritto in altri punti (pur tuttavia sempre ribadendo la difesa della “sostenibilità finanziaria”) è del tutto inutile, con uno stato che non fa altro che spostare soldi di tasca in tasca ma non spende a deficit per aumentare l’attivo al netto e quindi la capacità di spesa del settore non governativo di famiglie ed aziende.

Movimento 5 Stelle.

Molte idee ma anche molta confusione e poca coerenza. A nemmeno un mese dalle elezioni politiche, questo partito si presenta con un programma non definitivo (vedi qui) basato sulla partecipazione diretta dei cittadini che, tramite il sistema on-line Rousseau, hanno la possibilità di proporre e votare le varie tematiche. Tra l’altro i punti del programma sono in costante aggiornamento, per cui non è nemmeno detto che nel momento in cui leggerete il presente articolo quanto sotto riportato sia ancora attuale (e il tutto con le elezioni alla porta).

Alla voce “sviluppo economico” e “vincoli europei” evidenziamo i seguenti punti:

–                     “Costruire innanzitutto gruppi di pari, cioè stati omogenei, e a quel punto stabilire non solo la velocità a cui andare verso le mete dei parametri di equilibrio internazionali, europei, ma quali sono le mete da raggiungere, che non possono necessariamente essere il 3% di rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil, perché ogni stato ha caratteristiche, come le imprese, diverse”.

–                     “Che significa fondamentalmente fare in modo che, ad esempio, i tassi di interesse sui loro debiti non producano spread eccessivi e percezioni di rischio squilibrate tra un paese e l’altro”.

–                     “Quindi per arrivare ad una reale situazione di condivisione e anche di armonia nella definizione dei sacrifici, ma soprattutto delle strategie di crescita di ogni paese, è necessario, userei questo termine per capirci meglio, personalizzare i parametri di riferimento, come si fa in economia”.

Si sottolinea pertanto la volontà di creare un’Europa a più velocità, in cui “gruppi di stati omogenei” procedano verso un percorso di risanamento dei conti pubblici ma a velocità e in modi diversi. Manca in questi ragionamenti alquanto astratti e confusi la concezione di cosa sia veramente un debito pubblico con sovranità monetaria (e cioè l’attivo e non il passivo del settore privato di cittadini ed aziende) ed in più si continuano ad alimentare paure infondate su problemi creati artificiosamente dal sistema euro, quali appunto lo spread e la necessità di procedere comunque verso un percorso di “equilibrio” dei conti pubblici.

D’altronde, le recenti dichiarazioni di Luigi di Maio (attuale candidato premier del Movimento 5 Stelle) circa la piena adesione all’euro e all’Unione Europea non fanno certo ben sperare circa la reale volontà di opporsi a questo sistema e tutelare l’interesse della nazione Italia (vedi qui e qui). Addirittura di Maio auspica che la Commissione Europea abbia il potere dell’iniziativa legislativa, cosa che in verità esiste già, mentre nutre profonda fiducia in maggiori poteri concessi al Parlamento Europeo, non rendendosi conto di come questo di fatto non abbia mai contrastato le politiche neoliberiste di austerity (vedi qui).

Alleanza di centro-destra.

L’Alleanza Lega, Fratelli D’Italia e Forza Italia ha stilato un programma condiviso (vedi qui), che tuttavia su molti punti è alquanto generico ed in più vari sono i diversi punti di vista tra i tre candidati leader di questi partiti (rispettivamente Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi).

Innanzitutto nella prima e l’ultima pagina di questo programma compare il solo logo di Forza Italia con la scritta “Berlusconi Presidente” e questo non fa affatto ben sperare circa il peso che in questa coalizione avranno i candidati premier maggiormente critici nei confronti dell’Unione Europea.

Riportiamo alcuni passi commentandoli:

–                     “Riforma del sistema tributario con l’introduzione di un’unica aliquota fiscale (Flat tax) per famiglie e imprese con previsione di no tax area e deduzioni a esenzione totale dei redditi bassi e a garanzia della progressività dell’imposta con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”.

Ne abbiamo già parlato qui. Al di là del fatto che non c’è condivisione circa il livello che questa “flat tax” dovrà raggiungere (Berlusconi dice il 23%, Salvini il 15%), si tratta di una misura che in assenza di sovranità monetaria sarebbe del tutto inutile, dal momento in cui non potendo emettere denaro necessariamente un taglio delle tasse dovrà essere recuperato da maggiori entrate o da un maggiore indebitamento, che all’interno della cornice dell’eurozona rappresenta un reale problema. E infatti al presente punto si recita “con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”, quindi si permane nel paradosso macroeconomico del dare più soldi con una mano e levarli con l’altra.

–                     “No alle politiche di austerità, No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo, Revisione dei trattati europei, Più politica, meno burocrazia in Europa, Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE, Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità), Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e della tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”.

Anche qui si permane piuttosto sul vago da una parte, mentre dall’altra non si ha il coraggio di opporsi pienamente ad un sistema criminale (quello europeo ed in particolare dell’eurozona) che sta uccidendo la nostra economia e il nostro benessere sociale, parlando genericamente di “riformare i trattati” e non di stracciarli, come appunto si dovrebbe fare considerando la realtà politica di questa Europa (vedi anche qui e qui).

Non si parla ad esempio in modo esplicito di ritorno alla sovranità monetaria, che rappresenta de facto l’unica soluzione concreta per poter difendere in primis l’interesse del nostro paese, spendendo a deficit nell’economia reale per tutelare la domanda, gli investimenti, l’occupazione e il benessere della nostra popolazione.

–                     “Azzeramento della legge Fornero e nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile”.

Unico punto sul quale probabilmente Matteo Salvini è riuscito a strappare una concessione da Berlusconi, nonostante le idee dei due permangano alquanto diverse, su questo come su altri temi (vedi qui e qui).

Da sottolineare tuttavia quell’”economicamente sostenibile”, che denota l’incomprensione di fondo che esiste anche nel centro-destra circa la reale funzione di spesa a deficit di uno stato sovrano della sua moneta, che mai deve pensare a “far cassa”, ma soltanto alle reali necessità della sua popolazione (sul tema pensioni vedi anche qui).

Destra, Sinistra, Altri.

Tra gli altri partiti minori candidati alle elezioni ricordiamo quello di Emma Bonino che si presenterà con simbolo “Più Europa” e che rappresenta senz’altro la scelta peggiore per chi è interessato a concetti fondamentali in democrazia quali la difesa dell’autodeterminazione dei popoli e il contrasto alle politiche neoliberiste che vogliono ridurre al minimo il ruolo dello stato, eliminando ad esempio la sua capacità di intervenire nell’economia con la spesa a deficit.

Nel programma (vedi quisi parla infatti di procedere verso un’unica nazione federale europea (che la loro propaganda definisce in forma “leggera”) dotata di un suo esercito più potente degli eserciti nazionali (cioè la distruzione totale delle attuali nazioni con annessa l’autodeterminazione dei loro popoli), di un bilancio europeo miserrimo (4-5% del PIL) e si definisce addirittura stucchevole la polemica anti-austerità affermando che l’economia europea e italiana vada bene (vedi qui). D’altronde per rendersi ben conto dell’ignoranza (o più facilmente della malafede, date le sue affiliazioni) del leader Emma Bonino, basta leggere questo articolo. Citiamo la seguente frase: “La prima cosa che fa una famiglia responsabile che si è troppo indebitata è, se non ridurre le proprie spese, perlomeno evitare di aumentarle ancora. E questo deve fare la famiglia Italia. La legge Fornero va lasciata così”. Per capire invece l’importanza fondamentale della spesa pubblica, rimandiamo a questo nostro articolo.

Veniamo ora alle posizioni di Liberi e Uguali, il partito nato dalla scissione dei cosiddetti dissidenti interni del Partito Democratico.

La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinché possano tornare ad abitare la loro casa.”

Anche in questo caso, come già visto nel programma del PD, si confermano quindi le tendenze eversive volte a promuovere la costituzione di fatto di un’unica nazione europea e addirittura di un solo popolo, in barba ai principi della Costituzione Italianache parlano di limitazioni e non di cessioni di sovranità e per il solo fine di garantire la pace e la giustizia tra le nazioni, non di distruggere le stesse. Scorrettissima anche l’affermazione secondo la quale la “deriva tecnocratica” dell’Europa sarebbe una cosa recente, quando invece è sempre stato il metodo di governo insito fin dalle origini. Basti pensare che la CECA (la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, da cui ebbe poi origine la Comunità Europea), già includeva in sé l’assetto istituzionali attuale, con un’Alta Autorità alla quale spettavano i poteri deliberativi e i cui membri non erano eletti direttamente dai cittadini (l’embrione da cui trae origine l’attuale Commissione Europea, vedi qui).

Comunque anche in questo caso nessun richiamo esplicito alla spesa a deficit per attuare manovre anticicliche, mentre anche nel capitolo sociale troviamo vari buoni (ma non coraggiosi) propositi generici e comunque impossibili da attuare all’interno della cornice dell’UE e dell’Eurozona.

Riportiamo ad esempio questo passo, nel quale si testimonia la non volontà di annullare le forme di lavoro precarie:

“La nostra proposta è tornare a considerare il contratto a tempo indeterminato a piene tutele, con il ripristino dell’art.18 (che oggi continua a valere solo per gli assunti prima del Jobs Act e per i dipendenti pubblici), come la forma prevalente di assunzione. Ad esso possono affiancarsi il contratto a tempo determinato e il lavoro in somministrazione, esclusivamente con il ripristino della causale, che giustifichi la necessità di un’assunzione a scadenza.”

Da sottolineare infine la presenza dentro questo partito di quelli che sono tra i maggiori artefici e sostenitori del sistema eurozona e delle politiche neoliberiste promosse dall’UE, tra i quali sono degni di menzione Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

E alla fine, due sorprese.

Nel programma del Partito Comunista di Marco Rizzo si legge quanto segue:

uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro), ripristino della sovranità politica e economica (commerciale e monetaria) al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione”.

Una posizione quindi molto coraggiosa ed interessante per quanto riguarda l’ambito in cui si muove la nostra Associazione, anche se va sottolineata l’incomprensione di ciò che rappresenta in verità il debito pubblico, cosa che con sovranità monetaria non è mai un problema.

Per renderci conto di ciò, riportiamo i seguenti passi:

“L’indebitamento pubblico è stato uno degli strumenti principali con cui, nelle fasi di ripresa, il capitale ha sostenuto il tasso di profitto, attraverso politiche di sgravi fiscali e contributivi alle imprese, di agevolazioni creditizie, di finanziamenti di questo o quel settore industriale. I costi di questo “assistenzialismo” alla rovescia vengono oggi scaricati sulla classe operaia e sui lavoratori, che dovrebbero pagare il conto dell’arricchimento della borghesia. La crisi attuale non è quindi dovuta all’indebitamento pubblico, il quale è conseguenza dell’incapacità del capitale a riavviare il ciclo di riproduzione-accumulazione.”

Nel passo “dove prendere le risorse” si parla di nazionalizzazioni estese, di lotta all’evasione fiscale e alla corruzione e di abolizione di privilegi fiscali. Manca pertanto anche in questo caso la comprensione di cosa sia una moneta sovrana e del reale ruolo della tassazione (vedi qui).

Dedichiamoci infine al programma di Casa Pound, un partito nettamente di destra che ha messo in chiaro vari punti molto importanti quali l’uscita dall’euro, dall’Unione Europea, separazione tra banche commerciali e di investimento finanziario, cancellare il Pareggio di Bilancio dalla Costituzione per operare spese in deficit e pianificare crescita, sviluppo e ricchezza, abolizione del precariato, ricostituzione delle aziende di stato nei settori strategici e per la fornitura dei beni essenziali, sanità gratuita, aumento delle pensioni minime, sostegno alla scuola pubblica, difesa della Costituzione Italiana del 1948, con particolare riferimento all’articolo 46 (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende), articoli 1, 4 e 35 (tutela del lavoro), articolo 36 (retribuzioni dignitose) e articolo 37 (parità di diritti e retribuzioni tra uomo e donna).

Significativi anche i richiami agli articoli 41, 42 e 43 “in cui si stabilisce che l’impresa economica privata e la proprietà privata devono avere un indirizzo di utilità sociale e in cui si prefigura la possibilità da parte dello Stato di espropriare imprese e monopoli che coincidono con un interesse pubblico generale”.

La domanda che a questo punto sorge legittima è: “quali tra le diverse opzioni in campo scegliere” ?

Il nostro obiettivo è quello di fornire al lettore le informazioni necessarie per poter scegliere in totale autonomia qual è la prospettiva migliore, tenendo conto che la scelta non si potrà basare solo su considerazioni di politica economica, perché ci sono altri temi molto importanti per il nostro vivere quotidiano e degni di dibattito, che tuttavia travalicano i limiti della nostra discussione.

A voi la scelta !

Clicca qui per scaricare il pdf.

Quanto tempo credete che ci vorrà per realizzare il vostro “più Europa?”. E, nel caso avessimo ragione noi, cosa che alla luce di quanto detto qui ci sembra molto probabile, ve la sentite, Voi, di avere sulla coscienza intere generazioni perdute? Ve la sentite, Voi, di essere complici della distruzione delle nostre ricchezze, della svendita delle nostre industrie e della perdita delle nostre conoscenze tecniche e culturali che i nostri padri e nonni hanno faticosamente costruito e conservato?

Citazioni del passato e del presente di Prodi, D’Alema, Draghi, Zingales, Ichino e Giavazzi. Prima hanno (s)venduto il patrimonio pubblico, imposto manovre lacrime e sangue, approvato le austerità comandate da Berlino. Adesso invece…

Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi7.html
Qui i sei articoli precedenti:
1 IL DEBITO PUBBLICO https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-1-il-debito-pubblico/
2 LE TASSE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-parte-2-le-tasse/
3 L’INFLAZIONE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-parte-3-linflazione/
4 LA SVALUTAZIONE https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-delleconomia-neoliberista-la-svalutazione/
5 LO STATO BUON PADRE DI FAMIGLIA https://mmtitalia.info/le-7-frodi-delleconomia-neoliberista-lo-stato-come-un-buon-padre-di-famiglia/
6 LA COMPETITIVITA’ https://mmtitalia.info/le-7-frodi-capitali-del-neoliberismo-il-mito-della-competitivita-con-lestero/

Le 7 Frodi Capitali dell’Economia Neoliberista (parte 7 di 7)
Le liberalizzazioni.
Ed eccoci finalmente giunti al termine di questa serie di articoli sulle falsità dell’economia neoclassica, iniziata partendo dai concetti più basilari della ME-MMT fino ad arrivare (devo confessare anche un po’ inaspettatamente rispetto le mie premesse iniziali) a fornire di volta in volta dati sempre più nuovi e interessanti per capire quali sono le verità e quali sono le bugie che quotidianamente i media ci propinano.
Prima di entrare nel vivo, desidero ringraziare tutti i referenti economici e coordinatori territoriali ME-MMT (assieme ovviamente ai nostri economisti di riferimento e a Paolo Barnard) per le ottime occasioni di confronto ed approfondimento che abbiamo avuto, senza le quali questo lavoro non sarebbe stato possibile.
A sua volta, mi auguro che anche questa serie possa essere utile a tutti coloro che, sia in Italia che all’estero, divulgano questo rivoluzionario pensiero economico, nella speranza che un giorno tutti i popoli possano raggiungere la piena occupazione e il pieno benessere ciascuno, vivendo in armonia e pace tra loro e nello stesso tempo liberi.
Ma bando alla retorica, torniamo a noi.
Un altro (falso) mito dell’economia neoliberista è rappresentato dalle politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro e dell’economia in generale, concetti che ogni giorno ci vengono “martellati” in testa dalla quasi totalità dei media (tv, radio e giornali). Ci viene costantemente detto che la flessibilità (altrimenti detta precarietà) sul lavoro è essenziale in quanto solo diminuendo il costo del lavoro le aziende posso essere competitive e ottenere quindi le risorse finanziarie anche per creare occupazione e pagare stipendi (bassi).
Abbiamo già visto negli articoli precedenti come di fatto il reddito di un attore economico sia possibile solo mediante la spesa di un altro e ciò è quindi valido anche per il settore privato. Pertanto, dal momento che le entrate delle aziende dipendono dal consumo da parte dei cittadini, precarizzare il lavoro, licenziare con molta facilità e abbassare i salari è una politica che in ultima analisi va contro l’interesse stesso del settore produttivo di una nazione, dal momento in cui, come abbiamo visto nell’articolo precedente, il reddito nazionale è costituito in maggior parte dai consumi interni e dalla spesa governativa. Precarizzare il lavoro alla fine fa l’interesse unicamente delle grandi aziende multinazionali esportatrici, che mirano alla creazione di un’immensa sacca di lavoratori nel sud Europa disposti a lavorare per un reddito misero, al fine di ottenere per se medesime immense ricchezze dalle esportazioni, ricchezze che però non si tradurranno in maggiore benessere per i cittadini di queste nazioni (ricordiamo che al fine di esportare i consumi interni devono essere tenuti bassi).
Sono queste le logiche neoliberiste dell’Unione Europea e dell’Eurozona, che uno dei nostri economisti di riferimento, Alain Parguez, descrive magistralmente nei sui interventi e nel suo libro “L’Unione Monetaria Europea – Storia Segreta di una Tragedia” (vedere qui: https://mmtitalia.info/lunione-monetaria-europea-storia-segreta-di-una-tragedia/ e qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/europarguez.html).
Occupiamoci in prima istanza della liberalizzazione del mercato del lavoro e vediamo (ancora una volta facendo riferimento alle fonti ufficiali neoliberiste) come questa non sia affatto la panacea che risolve tutti i mali economici di una nazione, anzi.
Abbiamo già visto come nel caso della Germania, ad un aumento della competitività delle aziende non sia seguito affatto un miglioramento né dell’occupazione, né delle condizioni economiche della popolazione e del PIL di questo stato, che si è attestato negli ultimi anni ad un livello vicino allo 0% di aumento annuo (vedere parte finale del seguente articolo: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi6.html).
Vediamo ora il caso dell’Italia, dove non a caso si comincia a parlare di flessibilità e di contratti precari alla vigilia dell’ingresso nella moneta unica, vale a dire da circa la fine degli anni ’90 del secolo scorso:
http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/la-flessibilita-del-lavoro-e-la-crisi-delleconomia-italiana/#.Uyiy5Kh5MhN.
Con i pacchetti di riforme Treu e Biagi, di fatto hanno inizio le politiche di precarizzazione del mondo del lavoro e conseguente contenimento salariale e diminuzione della domanda aggregata interna, nel nome della competitività globale tanto cara all’Unione Europea e proprio a partire da allora la percentuale di lavori a termine aumentò in maniera pressoché costante (vedere grafico sotto):

Flessibilità

Ciò causò una forte diminuzione dei consumi (in rapporto al PIL) e una stagnazione degli stessi per quanto riguarda le altre maggiori economie europee (da considerare il fatto che l’Italia fu anche messa in ginocchio dall’affossamento della sua competitività sui mercati internazionali causa l’adozione di una valuta sopravvalutata):

Dim_cunsumi

Vediamo ora l’andamento per l’Italia del PIL a partire dal 2000, assieme al dato della disoccupazione e del saldo delle partite correnti:

Pil_Ita_2000
Dis_Ita_2000
CA_Ita_2000
Fonte FMI

Dal primo grafico in alto (che illustra l’andamento del PIL dell’Italia a partire dagli anni in cui il mercato del lavoro fu liberalizzato) si può constatare un andamento di certo non soddisfacente, con punte solo due volte superiori al 2% e un trend generale negativo, fino a giungere alle diminuzioni annue su base costante (anche in valore assoluto) tipiche degli ultimi anni. Per fare un raffronto, negli anni ’90 del secolo scorso (quando comunque già l’Italia aveva iniziato ad applicare le riforme neoliberiste imposte dai trattati europei), il PIL comunque reggeva ancora e un solo anno andò in rosso (più precisamente nel 1993), mentre negli anni ’80 era quasi sempre superiore al 2% di aumento annuo.
La diminuzione dei consumi interni, la stagnazione dei salari reali e l’aumento del lavoro flessibile (che in realtà significa lavoro precario), non portò alcun beneficio sostanziale al reddito interno della nostra nazione, anzi, soprattutto dopo la crisi finanziaria iniziata nel 2007, questo parametro peggiorò su base quasi costante.
Il secondo grafico rappresenta invece l’andamento della disoccupazione, che in un primo momento sembrò giovare dalle politiche in atto in quel periodo, ma, causa il fatto che comunque ciò fu possibile solo grazie all’aumento del precariato e all’abbattimento della domanda interna, come abbiamo visto non portò ad un miglioramento significativo del reddito complessivo interno (PIL) della nazione e dopo la crisi finanziaria ritornò a risalire, fino a raggiungere il suo massimo valore storico (dall’esistenza della nostra repubblica) pari al 13,2% (con una disoccupazione giovanile addirittura superiore al 40%, per via del fatto che la flessibilità aiuta i giovani ad entrare nel mondo del lavoro).
E nell’Eurozona le cose non vanno di certo meglio (contrariamente a quanto affermano ogni giorno i media), con una disoccupazione totale pari al 12% della forza lavoro, vedere qui:
http://www.repubblica.it/economia/2014/02/28/news/istat_nuovo_record_per_la_disoccupazione_a_gennaio_il_tasso_balza_al_12_9_per_cento-79846129/.
Il terzo grafico è anch’esso molto interessante, in quanto ci consente di vedere l’andamento del nostro saldo col settore estero. Causa l’adozione di una valuta sopravvalutata per la nostra economia (l’euro) che distrusse la competitività del nostro settore industriale (assieme alla sottoscrizione delle regole europee che impongono allo stato forti limiti nel sostengo diretto alle aziende, come recitano gli articoli 107 e 108 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea:  http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12012E/TXT&from=IT, a partire dal 2002 la nostra bilancia con le altre nazioni andò sempre più in rosso, per poi tornare a risalire dopo il 2010 fino a raggiungere una posizione praticamente in pareggio. Ciò è stato però possibile solo con l’abbattimento della domanda interna (e quindi anche delle importazioni) e infatti nello stesso periodo di tempo preso in esame non si è verificato un pari aumento né del reddito interno nazionale (PIL), né tantomeno dell’occupazione, a riprova del fatto che le logiche mercantiliste che puntano sul saldo in attivo della bilancia commerciale hanno bisogno di abbattere i consumi interni per esportare beni reali e necessitano di un forte bacino di disoccupati disposti a lavorare con salari bassi, sempre nel nome della competitività globale.
Di seguito si riporta l’andamento delle importazioni e delle esportazioni italiane a partire dal 2000:

Imp_Exp_Ita
Fonte FMI

Come si evince dal grafico di cui sopra, nello stesso periodo (dal 2010 in poi) in cui il saldo delle partite correnti aumenta verso una posizione di pareggio, le importazioni (come variazione percentuale su base annua) diminuiscono in maniera più consistente rispetto alle esportazioni di beni e servizi e dopo il 2011 vanno in rosso (cioè calano anche come valore assoluto).
Ma al di là di questo, al di là del fatto che la precarizzazione del lavoro non porta affatto al miglioramento dei parametri macroeconomici di una nazione e delle condizioni di vita della popolazione, andiamo ora ad analizzare se è veramente sostenibile l’equazione tra liberalizzazioni e competitività di una certa nazione. A tal riguardo ci vengono in aiuto i dati forniti dal World Economic Forum, “una fondazione che organizza ogni inverno, presso la stazione sciistica di Davos, un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente” (citazione dalla pagina di Wikipedia in italiano).
E’ interessante notare la definizione data da questa organizzazione riguardo la competitività di una nazione (pag. 4 della relazione di settembre 2013): “noi definiamo la competitività come l’insieme delle istituzioni, delle politiche e dei fattori che determinano il livello di produttività di una nazione. Il livello di produttività determina il livello di prosperità che può essere raggiunto da una certa economia. La produttività determina anche il livello dei guadagni ottenibili dagli investimenti in una certa economia, che sono fattori fondamentali per guidare i suoi tassi di crescita. In altre parole, un’economia più competitiva è un’economia dalla quale ci si aspetta nel tempo una più veloce crescita.
Di seguito si riportano le schede di alcune nazioni con elencati i fattori più problematici che il World Economic Forum evidenzia relativamente alla convenienza di investire in ciascuna di queste realtà:

Rank_Swi
 Rank_Fin
 Rank_Ger
Rank_Swe
Rank_China
Rank_Ita

I profili di cui sopra riportano i parametri che il World Economic Forum ritiene più problematici per investire nei vari paesi in esame. Possiamo quindi notare come per le economie più avanzate (Svizzera, Finlandia, Germania, Svezia e Italia), tra i maggiori problemi ai primi posti troviamo “restrictive labor regulations” (ossia “regole sul lavoro restrittive”) e addirittura per Finlandia, Germania e Svezia, questo viene segnalato come un problema ancora maggiore (al primo o al secondo posto) rispetto all’Italia e alla Svizzera (al quarto posto).
Viceversa, per la Cina (ovviamente) questo parametro risulta non particolarmente significativo, tantochè compare al terz’ultimo posto.
Andiamo ora a vedere la lista dei paesi che il World Economic Forum ritiene più competitivi:

GCI

Notiamo ai primissimi posti proprio i paesi di cui abbiamo appena parlato (esclusa Cina e Italia), con Svizzera al primo posto, Finlandia al terzo, Germania al quarto e Svezia al sesto. La Cina “stranamente”, nonostante sia un paese in cui le regole sul lavoro sono pressoché inesistenti, si trova al ventinovesimo posto, mentre l’Italia si trova al quarantesimo posto con però come primi problemi le tasse troppo alte e l’accesso al finanziamento, mentre le restrittive regole sul lavoro compaiono al quarto posto (con un punteggio di 9.3, mentre la Svizzera ha un punteggio di 9.9, cioè mercato del lavoro più regolamentato rispetto al nostro).
Questi dati sono molto significativi in quanto ci consentono di vedere come la regolamentazione del mercato del lavoro non sia affatto un parametro che ostacola la competitività di una nazione (data dalla sua capacità di attrarre finanziamenti), anzi, uno stato che tutela i redditi e l’occupazione è uno stato che tutela anche chi vuole investire, mentre una nazione che ha una popolazione povera non è in grado di garantire un ritorno economico altrettanto sicuro e proficuo a chi vuole investire, in quanto le aziende prosperano solo in presenza di cittadini benestanti e ben retribuiti che con i loro elevati consumi alimentano il circuito economico.
Piccolo dettaglio: anche per Singapore (la seconda nazione più competitiva al mondo) le regole sul lavoro restrittive compaiono come primo problema, mentre per gli Stati uniti d’America compaiono al quinto posto.
Veniamo ora al secondo punto di questo capitolo, ossia, alle liberalizzazioni inerenti l’accesso dei privati alla gestione di servizi essenziali e industrie strategiche a partecipazione pubblica.
A tal proposito è di particolare interesse il caso dell’Italia, che a metà degli anni ’90 del secolo scorso di fatto realizzò un record mondiale di privatizzazioni dei suoi settori strategici, prassi che ancora oggi è in atto.
Contestualmente anche gli altri paesi europei nello stesso periodo realizzarono un forte piano di privatizzazioni (ricordiamo che le regole europee impongono l’eliminazione di qualsiasi trattamento preferenziale per le imprese a partecipazione pubblica) che non sempre portò ai risultati sperati in termini di maggiore efficienza e minori costi, anzi – vedere qui: http://www.consumatoridirittimercato.it/diritti-e-giustizia/privato-e-bello-i-limiti-delle-privatizzazioni-italiane-per-il-benessere-dei-consumatori/.
Di seguito si riporta un elenco delle privatizzazioni realizzate nel nostro paese a partire dagli anni ’90, assieme ai loro artefici:

 Privatizzatori

E vediamo ora cosa la stessa Corte dei Conti testimonia riguardo ai “vantaggi” di queste operazioni:
http://www.ilgiornale.it/news/corte-dei-conti-svela-lato-oscuro-delle-privatizzazioni.html
http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/articoli/articolo475071.shtml
Come si evince dagli articoli di cui sopra, il recupero di redditività da parte delle aziende passate sotto il controllo privato non è dovuto alla ricerca di maggiore efficienza quanto piuttosto all’incremento delle tariffe di energia, autostrade, banche, ecc. ben al di sopra dei livelli di altri paesi europei. I dati disponibili inoltre, come recita il rapporto della Corte dei Conti, “non forniscono conclusioni univoche che l’elevata redditività del settore, influenzata dagli elevati livelli di indebitamento, sia stata effettivamente funzionale a promuovere le politiche di investimento delle società privatizzate”.
Tutti gli articoli inoltre pongo l’accento sui guadagni da parte dello stato derivanti dalle privatizzazioni; ricordiamo tuttavia come questa sia una logica che rientra a pieno titolo nell’ambito dello “stato azienda”, che prima di spendere deve incassare e ciò non è assolutamente vero per uno stato a moneta sovrana, che non ha alcuna necessità operativa di realizzare bilanci in surplus o in pareggio, anzi, deve spendere a deficit al fine di alimentare la domanda aggregata utile per il prosperare del settore privato. Di fatto con i regimi di monopolio (problema non solo italiano, contrariamente a quanto a volte gli articoli di cui sopra tendono a far intendere) dei principali servizi prima garantiti dallo stato (naturalmente l’acquisto e la gestione di servizi molto estesi e costosi difficilmente può avvenire in condizioni di elevata concorrenza), si è entrati nella trappola della cosiddetta “captive demand”, ossia “domanda prigioniera”. In condizioni di oligopolio/monopolio il privato gestore si trova in una condizione tale per cui può richiedere delle elevate tariffe ai beneficiari, mentre con la gestione da parte di uno stato a moneta sovrana, venendo meno i vincoli di bilancio, viene meno anche la necessità di fare cassa.
Ora andiamo ad analizzare in dettaglio l’andamento dei prezzi dei principali servizi italiani privatizzati, a partire dagli anni ’90:

 Privatizzazioni

Come riportano le didascalie sotto alla tabella (il documento di cui sopra è tratto dall’articolo sul nostro sito “Agenda Monti VS ME-MMT”), praticamente tutti i costi dei servizi essenziali alla collettività sono aumentati e spesso non di poco. Le privatizzazioni quindi non ci hanno portato una singola lira (o euro dopo il 2002) in più nelle tasche.
Ed è interessante vedere anche il dato dei guadagni dalle privatizzazioni di cui hanno “goduto” le altre economie europee (vedere grafico sotto):

 Priv_PIL

Come si evince dai dati di cui sopra, la Germania (il quarto paese più competitivo al mondo) ha venduto poco in rapporto al PIL i suoi “gioielli di famiglia”, mentre le altre economie europee hanno venduto molto di più i loro beni pubblici (alla Germania).
E infine diamo uno sguardo approfondito come sempre ai dati macroeconomici, per capire se le privatizzazioni ci hanno portato o meno quell’eldorado di prosperità economica che ci era stato promesso:

Macro_Ita
Fonte FMI

Per quarto riguarda l’Italia, non si osserva un andamento soddisfacente. Il reddito interno nazionale (PIL), subisce una netta flessione in corrispondenza con la prima ondata di massicce privatizzazioni (iniziate nel 1992 col governo Amato), per poi risalire negli anni seguenti e tornare nuovamente a calare dopo il 2000 e soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2007.
La disoccupazione in corrispondenza delle grandi privatizzazioni verso la metà degli anni ’90 è arrivata a 2 cifre (11%), per poi ridiscendere dopo il 2000 e tornare nuovamente a salire dopo il 2007. Ricordiamo tuttavia come nel corso degli anni 2000 un livello sufficiente di consumi per mantenere l’aumento del PIL fu possibile solo con l’erosione dei risparmi delle famiglie e con un forte aumento dell’indebitamento privato, vedere qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi5.html.
Non si può pertanto certamente affermare che nel caso Italia le privatizzazioni abbiamo portato ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione e nemmeno ad un miglioramento del tanto vituperato (da parte dei neoliberisti) debito pubblico:

 Deb_Ita_1988
Fonte FMI

Il debito iniziò a ridursi lievemente verso la metà degli anni ’90, rimase pressoché costante dal 2000 fino al 2007 e poi iniziò nuovamente ad aumentare, fino a superare la quota odierna del 130% sul PIL. Le manovre deflazionistiche imposte dall’Europa (avanzi primari, privatizzazioni con conseguenti aumenti dei costi dei servizi, liberalizzazione del mercato del lavoro) hanno abbattuto la ricchezza delle famiglie, i consumi e a lungo andare hanno riportato la disoccupazione a salire, con conseguenti forti spese a deficit da parte del governo per frenare il collasso dell’economia e per sostenere i costi della disoccupazione (sussidi e cassa integrazione per le aziende).
Alla luce di quanto sopra, non sussistono pertanto gli elementi per definire il processo di privatizzazione e liberalizzazione di beni e servizi essenziali offerti alla collettività come qualcosa di necessariamente positivo e d’aiuto per il miglioramento dei parametri economici di una nazione, anzi, nell’affidare la gestione di tali servizi a privati (nella migliore delle ipotesi) o ad oligopoli (nella peggiore e quella che si verifica più spesso) molto difficilmente si realizza un contenimento dei costi per i cittadini, mentre per uno stato a moneta sovrana la spesa a deficit non è mai un problema e può sempre garantire basse tariffe e allo stesso tempo investimenti per il miglioramento delle infrastrutture. Se un governo decide di non agire in questo modo, ricordiamo che questa è solamente una scelta politica, mai una reale necessità operativa.
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