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Di Marco Cavedon, postato l’11/03/2019.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2019/03/11/i-nuovi-provvedimenti-del-governo-giallo-verde/

I nuovi provvedimenti del governo “giallo-verde” possono veramente definirsi una svolta ?

Oggi analizzeremo le tre principali misure con le quali il governo Lega – Movimento 5 Stelle si è prefissato di risolvere i problemi economici del nostro paese, e cercheremo di capire se le cose stanno veramente così come ci vengono descritte.

  1. Quota 100.

Partiamo con il primo di questi tre provvedimenti, ossia “quota 100”, un’opzione che consente ai lavoratori l’uscita anticipata dal lavoro rispetto ai limiti stabiliti dalla Legge Fornero (art. 24 Decreto Legge 6 dicembre 2011, n.201). Contrariamente a quanto affermato più volte dal principale sostenitore di questo provvedimento, il segretario della Lega Matteo Salvini, il decreto legge 4/2019, ossia la legge non ancora ratificata dal Parlamento con cui si introduce “quota 100”, non rappresenta affatto un’abrogazione della Legge Fornero, bensì un’aggiunta di una nuova modalità ai canali di pensionamento tradizionali già in vigore.

Va precisato che si tratta solo di una misura transitoria, in quanto prevede la possibilità di accedere alla pensione anticipata per i lavoratori che hanno maturato 38 anni di contributi con 62 anni di anzianità, ma solamente nel caso si maturino questi requisiti entro il 31/12/2021.

Si tratta veramente, come sostenuto dal governo, di una manovra espansiva in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’economia ? La risposta è NO, in quanto viene ripristinato il divieto di cumulo tra reddito di lavoro e pensione sino al raggiungimento dell’età della pensione di vecchiaia (67 anni), per rafforzare, almeno nelle intenzioni, l’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani.

Coloro che decideranno di utilizzare questa opzione godranno di conseguenza di un reddito totale inferiore e pertanto di un minore potere di spesa, alla luce anche del fatto che, contrariamente a quanto dichiarato dal governo, non è affatto vero che queste persone non subiranno alcuna penalizzazione rispetto a chi maturerà i requisiti previsti dalla Legge Fornero. Se è pur vero che chi ha 18 anni di contributi al 1995 continuerà a vedersi calcolato l’assegno col sistema precedente retributivo fino al 2011, va però considerata la penalizzazione in base al sistema contributivo. L’assegno pensionistico verrà di fatto ridotto, in quanto il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

L’ultima stima proposta sulle eventuali perdite con “quota 100” è al momento quella dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, basata su un campione statistico approssimativo. Secondo gli esperti, scegliere “quota 100” può costare, in termini di minore pensione, dal 5,6% nel caso in cui l’uscita dal lavoro si anticipi di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Non propriamente “un affare” pertanto.

Vero è che i datori di lavoro potrebbero assumere nuovi lavoratori giovani per rimpiazzare coloro che andranno in pensione prima e il tasso di disoccupazione potrebbe calare, ma ciò è tutto da dimostrare alla luce del fatto che il governo attuale, accogliendo le richieste della Commissione Europea, ha abbassato il deficit per il 2019 dal 2,4% inizialmente previsto al 2%, un valore prossimo a quanto realizzato per il 2018. Non sono pertanto state messe in atto misure economiche espansive in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’occupazione, considerando anche che per il 2019 è previsto pure un elevato avanzo primario strutturale (pari al 2,3% del PIL e in aumento per il 2020 e il 2021). Ricordiamo che l’avanzo primario rappresenta una sottrazione al netto di risorse all’economia reale, dal momento in cui viene calcolato in base alla formula entrate meno spese (escluse quelle per il pagamento degli interessi sulle obbligazioni governative).

Figura tratta da pagina 9 del dossier sulla Manovra di Bilancio 2019 – 2021.

Saldi_2018_2021
  1. Reddito di cittadinanza.

Questa misura è contenuta sempre all’interno del decreto legge 4/2019 (lo stesso che prevede le disposizioni per “quota 100”). Dal sito del Ministero del Lavoro, apprendiamo che si tratta di una misura di sostengo economico ai redditi famigliari e che è associato ad un percorso di reinserimento lavorativo e sociale, senza però un intervento diretto dello Stato nella creazione di occupazione, come al contrario prevede il Programma di Lavoro Garantito MMT.

L’importo complessivo non può superare i 9.360 euro annui (780 euro mensili) moltiplicati per la scala di equivalenza (un valore che varia da 1 a 2,1 in base ai componenti del nucleo famigliare). Il versamento del beneficio decorre dal mese successivo alla richiesta e viene erogato per un periodo continuativo massimo di 18 mesi. Potrà essere rinnovato, previa sospensione di un mese prima di ciascun rinnovo. Per accedere a questo sostegno, invero assai ridotto, è prevista tutta una serie di clausole molto stringenti. Andiamo ad analizzarne alcune.

Il nucleo famigliare deve essere in possesso di:

  • un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 30.000 euro;
  • un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 6.000 euro per il single, incrementato in base al numero dei componenti della famiglia (fino a 10.000 euro), alla presenza di più figli (1.000 euro in più per ogni figlio oltre il secondo) o di componenti con disabilità (5.000 euro in più per ogni componente con disabilità).
  • un valore del reddito famigliare inferiore a 6.000 euro annui, moltiplicato per il corrispondente parametro della scala di equivalenza (pari ad 1 per il primo componente del nucleo famigliare, incrementato di 0,4 per ogni ulteriore componente maggiorenne e di 0,2 per ogni ulteriore componente minorenne, fino ad un massimo di 2,1).

Si tratta pertanto di un aiutino che verrà concesso solo a quelle famiglie in condizioni gravi di povertà.

Per accedere alla misura è inoltre necessario che nessun componente del nucleo familiare possieda:

  • autoveicoli immatricolati la prima volta nei 6 mesi antecedenti la richiesta, o autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc oppure motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei 2 anni antecedenti (sono esclusi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità);
  • navi e imbarcazioni da diporto (art. 3, c.1, D.lgs. 171/2005).

Pertanto chi, magari per motivazioni contingenti, ha avuto la necessità di acquistare di recente un’auto nuova anche di categoria media ed è in seguito caduto in disgrazia, dovrà attendere due anni prima di poter accedere a questo piccolo sostegno al reddito famigliare.

Ma non è finita qui. Per ricevere il Reddito di cittadinanza è necessario rispettare alcune “ condizionalità “ che riguardano l’immediata disponibilità al lavoro e l’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, che può prevedere attività di servizio alla comunità, per la riqualificazione professionale o il completamento degli studi nonché altri impegni finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale. Al rispetto di queste condizioni sono tenuti i componenti del nucleo famigliare maggiorenni, non occupati e che non frequentano un regolare corso di studi o di formazione.

Andiamo a vedere in cosa consiste questo cosiddetto “Patto per il Lavoro”.

Il beneficiario dovrà accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue (una in caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza).

La congruità dell’offerta di lavoro viene definita sulla base di tre principi (art. 25 del decreto legislativo 150/2015):

  • coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate;
  • distanza del luogo di lavoro dal domicilio e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico;
  • durata dello stato di disoccupazione.

Con riferimento alla durata di fruizione del Reddito di cittadinanza ed al numero di offerte rifiutate, il principio di cui al punto 2 come descritto dal DM n. 42 del 10 aprile 2018 viene integrato come segue:

  • nei primi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 100 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario o comunque raggiungibile in cento minuti con i mezzi di trasporto pubblici, se si tratta di prima offerta; entro 250 chilometri di distanza se si tratta di seconda offerta; ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;
  • decorsi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 250 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario nel caso si tratti di prima o seconda offerta, ovvero ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;

In caso di rinnovo del beneficio è congrua un’offerta ovunque sia collocata nel territorio italiano anche nel caso si tratti di prima offerta.

Si tratta pertanto di condizioni molto pesanti da rispettare, che possono comportare l’assenza da casa per mesi o per anni di un padre o una madre di famiglia per accettare un lavoro a molti Km di distanza. Basti pensare che anche nel caso in famiglia ci siano delle persone disabili, è previsto comunque un limite massimo pari a 250 Km di distanza dalla propria residenza.

Andiamo ora ad analizzare le modalità tecniche con cui viene erogato questo cosiddetto sostegno al reddito.

Il beneficiario avrà diritto ad ottenere una carta da pagamento elettronica, attualmente emessa da Poste Italiane. Anche in questo caso limiti e restrizioni si sprecano e rendono questo strumento molto difficile da utilizzare. Basti pensare che questa carta, oltre all’acquisto di beni e servizi di base, consente di effettuare prelievi di contante entro un limite mensile di soli 100 euro per i nuclei familiari composti da un singolo individuo (incrementata in base al numero di componenti il nucleo). Il beneficio dovrà inoltre essere fruito entro il mese successivo a quello di erogazione. L’importo non speso o non prelevato viene sottratto nella mensilità successiva, nei limiti del 20% del beneficio erogato. È prevista inoltre la decurtazione dalla Carta degli importi complessivamente non spesi o non prelevati nei sei mesi precedenti, ad eccezione di una mensilità.

L’impressione anche in questo caso è che nelle intenzioni iniziali si sia voluta proporre una misura di sostengo ai redditi più bassi, di fatto in seguito vanificata a causa degli strettissimi vincoli di bilancio dell’Unione Europea, che ha imposto di ridurre un deficit già miserrimo del 2,4 % del PIL ad una valore ancora più basso. La proposta MMT è completamente diversa, in quanto prevede l’erogazione di salari decisamente più elevati del misero sostengo del Reddito di cittadinanza, mediante un intervento diretto del governo per la creazione di lavori nel settore pubblico. Questi redditi dovranno diventare la base minima di dignità sotto la quale non si potrà andare.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

  1. Flat tax.

E’ una misura prevista all’interno della Legge di Bilancio 2019, per la cui applicazione servono però decreti attuativi non ancora emanati. Si tratta di stabilire una percentuale massima di tassazione, variabile in base ai ricavi di partite IVA e imprese e  ai redditi delle famiglie.

A causa sempre delle trattative con l’Europa, che, ricordiamolo, hanno previsto una riduzione del deficit pubblico per il 2019 al 2%, l’entrata in vigore di questo provvedimento avverrà nel corso di ben 3 anni:

  • per il 2019 verrà applicata solo per le partite IVA che nell’anno precedente hanno dichiarato ricavi fino a 65.000 euro, nella misura del 15%
  • per il 2020 verrà applicata alle partite IVA con ricavi fino a 100.000 euro, nella misura del 20%
  • per il 2021 verrà applicata alle imprese con ricavi superiori ai 100.000 euro e alle famiglie, secondo percentuali non ancora definite. In base alle ultime informazioni, per le famiglie ci sarà un’aliquota del 15% per i redditi fino a 80.000 euro e del 20% per i redditi superiori. A causa degli obiettivi economici di riduzione della spesa pubblica a deficit già promessi all’Europa, ci potrebbero però essere anche delle aliquote diverse: 23% per i redditi fino a 75.000 euro, 33% per i redditi superiori. Per i redditi famigliari inferiori ai 50.000 euro è invece previsto un sistema di deduzioni.

Vediamo pertanto nella logica di cui sopra un primo errore. Si preferisce prioritariamente abbassare la tassazione delle piccole imprese e pertanto stimolare il lato dell’offerta, mentre la detassazione sui redditi delle famiglie è prevista solo molto più tardi. Si permane pertanto nello scorretto assunto neoliberista secondo il quale sarebbero le imprese di per sé a creare ricchezza e lavoro, non comprendendo che queste in verità producono beni reali e non finanziari, e per fare questo hanno prima bisogno di un aumento della domanda aggregata che può essere realizzato solo con la spesa a deficit da parte dello Stato.

E qui veniamo al secondo errore, perché il deficit dello Stato rimarrà basso anche nel 2019 e negli anni seguenti verrà ulteriormente ridotto. La legge finanziaria per il 2019 prevede, dopo l’approvazione a seguito della trattativa con l’UE, varie misure di taglio della spesa pubblica quali dismissioni immobiliari, riduzione della spesa in conto capitale (investimenti, quelli che per televisione tutti dicono che servono ma nessuno vuole realmente fare), l’abrogazione di diversi tipi di crediti d’imposta per le imprese, l’istituzione della web tax, cioè di una tassa che grava sulle imprese che prestano servizi digitali (ma il mantra del Movimento 5 Stelle non era investire nel campo dell’informatizzazione?), il rinvio a fine anno delle assunzioni a tempo indeterminato per alcuni settori del pubblico impiego, riduzioni e riprogrammazioni della spesa per quanto riguarda il Fondo per favorire la competitività e la produttività, il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione Territoriale, le risorse destinate a Ferrovie dello Stato per la realizzazione dei progetti previsti (ma il mantra della Lega non era realizzare la TAV ?). E’ previsto inoltre per gli anni a venire il ricorso alle clausole di salvaguardia sull’IVA, una tassa che va a colpire proprio i consumi e che potrebbe portare nelle casse dello stato più di 9 miliardi nel 2020, più di 13 miliardi nel 2021.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

Per concludere, abbiamo per l’ennesima volta la dimostrazione di come nessun governo possa risolvere la grave situazione economica in cui ancora ci troviamo, fintantoché si decide di continuare a rispettare le regole dell’eurozona.

Di Marco Cavedon (postato il 09/10/2018)
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/10/09/nota-di-aggiornamento-al-def-2018/

Puntuali anche quest’anno arriviamo alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF), che il governo è tenuto a presentare alle istituzioni dell’Unione Europea in vista della stesura della Legge Finanziaria prevista per fine anno.
Si tratta di una delle procedure previste dal Semestre Europeo, una serie di regole entrate in vigore dal 2010 con l’obiettivo dichiarato di favorire il coordinamento in ambito economico delle diverse nazioni europee. Questo tradotto in termini concreti significa ulteriori cessioni di sovranità in ambito UE e l’impossibilità da parte dei singoli stati di varare in autonomia manovre a seconda della specificità della situazione economica di ciascun paese.
Ma come si raffronta il nuovo governo Lega e Movimento 5 Stelle con questo importante appuntamento, in cui è chiamato a comunicare alla popolazione italiana le manovre che intenderà mettere in atto per rispondere alle sue esigenze ?
Purtroppo in questo come in molti altri casi il nuovo governo, soprattutto per quanto riguarda la componente della Lega, non sta affatto mantenendo le promesse fatte per anni di tutelare in primis l’interesse della nostra nazione e lo vediamo dai seguenti dati, tratti proprio dalla Nota di Aggiornamento al DEF 2018 appena pubblicata.
indicatori_def_2018
Per l’anno in corso viene certificata una drastica riduzione del deficit pubblico all’1,8% del PIL, per poi concedere un lieve respiro per il 2019 (2,4% del PIL, lo stesso valore del 2017) e ritornare quindi a ridurre sia deficit che debito fino al 2021. Chi legge questo blog sa cosa significa in verità il deficit ed il debito pubblico in macroeconomia e pertanto le manovre economiche che il “nuovo governo” si appresta a varare non saranno per nulla efficaci per il sostegno della nostra economia, anzi.
Una spesa a defcit (e cioè un conferimento di risorse al settore privato) pertanto del tutto insufficiente per determinare una solida ripresa della nostra economia e risolvere tutta una serie di problemi , quali la povertà dilagante ed in aumento, la differenza di disoccupazione tra nord e sud Italia, una tassazione molto elevata che soffoca domanda ed investimenti. Tanto per citare un dato, la sola flat tax promessa dalla Lega in campagna elettorale comporterebbe un deficit da parte dello stato pari a circa 63 miliardi, mentre il deficit totale promesso per il 2019 non ammonta nemmeno a 44 miliardi. Il tutto senza calcolare le spese extra necessarie per la riforma del sistema pensionistico (che il Governo stima costerà come minimo 6-8 miliardi), il reddito di cittadinanza promesso dal Movimento 5 Stelle (che costerebbe almeno 16 miliardi), le centinaia di miliardi di euro che sarebbero necessari per la ricostruzione delle zone distrutte dai terremoti, la riqualificazione degli edifici in funzione antisismica, una manutenzione efficace delle nostre infrastrutture, cosa più che mai necessaria dati anche i recenti fatti di cronaca e le ingenti risorse necessarie per garantire pensioni dignitose a tutti.
Quel che è ancora peggio è il dato previsto per l’avanzo primario, che considera le entrate meno la spesa pubblica non impiegata per il pagamento dei titoli di debito. Si tratta di risorse che lo stato italiano dall’inizio degli anni ’90 sottrae all’economia reale, per conferirle soprattutto alle grandi banche di investimento nazionali e straniere che prestano il denaro che il governo non più sovrano non può creare dal nulla, arricchendo al netto con la spesa pubblica il settore di famiglie ed aziende. Questo dato è previsto in forte aumento nel 2018, per poi attestarsi ad un valore pressoché pari al 2016 e al 2017 nel 2019 e quindi tornare a salire negli anni successivi.
E che manovre attuerà il governo per continuare a rispettare i vincoli europei ? E’ presto detto. Un contributo verrà infatti dato dalle dismissioni del patrimonio pubblico (leggasi privatizzazioni), come descritto a pagina 6: si parla di entrate per lo 0,3% del PIL (circa 5 miliardi e mezzo) all’anno fino al 2020 ed esse andranno ad alimentare il Fondo di Ammortamento del Debito Pubblico, ulteriore testimonianza di come il governo intende sottrarre risorse all’economia reale per conferirle a quella finanziaria, ovvero ai mercati dei capitali che prestano allo stato ogni singolo euro che spende. E non è una sorpresa, considerando i trascorsi dell’attuale Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona.
Altre entrate e tagli sono descritti in dettaglio nella seguente tavola presa dalla pagina 118 della nota di aggiornamento al DEF 2018. Evidenziamo le principali misure, assieme ad altre tipiche dell’ideologia neoliberista che permea anche l’azione di questo governo.
DEF2018
In conclusione, davvero non delle buone premesse per un governo che si dipinge come “del cambiamento”.
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