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Nel corso degli ultimi anni l’associazione MMT Italia ha avuto modo di collaborare con il professor Guglielmo Forges Davanzati, con il quale organizzammo anche un incontro di Mosler all’Universitò di Lecce. Ci sembra quindi molto interessante l’articolo di Davanzati comparso su MicroMega (http://temi.repubblica.it/micromega-online/lo-stato-come-datore-di-lavoro/) in merito al ruolo dello Stato come “datore di lavoro di ultima istanza”, come da anni ribadito da MMT Italia e come, originariamente, ipotizzato da Minsky.
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Di fronte al fallimento conclamato delle misure di austerità e precarizzazione del lavoro nel fronteggiare la crisi economica, occorre una decisiva inversione di rotta. A partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro.
di Guglielmo Forges Davanzati
Il combinato di misure di consolidamento fiscale e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.
Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.
Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.
1) Le politiche di austerità, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico/Pil, che è infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2016). Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo il denominatore di quel rapporto più di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto è tanto maggiore quanto maggiore è il valore del moltiplicatore fiscale. Stando alla quantificazione degli effetti moltiplicativi del Fondo Monetario Internazionale, il consolidamento fiscale è prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica.
2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttività del lavoro e, per conseguenza, dell’occupazione.
3) La detassazione degli utili d’impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ciò che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d’impresa – in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari – implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la più alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze.
4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L’ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano è migliorato solo perché si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l’economia italiana è, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2015, verosimilmente imputabile alle misure di detassazione degli utili, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione.
Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell’aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie. Misure che non impattano né sugli investimenti privati né sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse.
Occorrerebbe, per contro, una radicale correzione di rotta, a partire da un radicale ripensamento del ruolo che lo Stato può esercitare nella creazione di posti di lavoro. Un numero rilevante e crescente di studi mostra come lo Stato possa svolgere la funzione di datore di lavoro di ultima istanza (Employer of Last Resort – ELR) senza generare significativi effetti collaterali, in particolare senza attivare pressioni inflazionistiche – peraltro, in una fase di deflazione, semmai desiderabili.
Ovviamente, affinché questa proposta possa avere senso occorre che, sul piano politico, i lavoratori acquisiscano un potere contrattuale sufficiente da spingere il Governo all’attuazione di una politica per il pieno impiego, e il suo mantenimento, finanziata attraverso un consistente aumento dell’imposizione fiscale sui redditi più alti. In altri termini, la proposta è realizzabile a condizione di non assumere la congettura di Kalecki[1], ovvero che:
“Il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari. Certamente, in un regime di permanente pieno impiego, il licenziamento cesserebbe di giocare il suo ruolo come strumento di disciplina [disciplinary measure]. La posizione sociale del capo sarebbe minata e la fiducia in se stessa e la coscienza di classe della classe operaia aumenterebbero. Scioperi per ottenere incrementi salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro creerebbero tensioni politiche. E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier. Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti. Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista”. 
giacché, se la questione del pieno impiego si pone in questi termini, non vi è spazio – in un’economia capitalistica – per misure che vadano in quella direzione.
Va innanzitutto ricordato che, contrariamente alla vulgata mediatica, l’intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni è nei fatti il più sottodimensionato d’Europa. L’ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entità simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti – Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato – il numero di dipendenti pubblici è di circa il 25% superiore al nostro. Si può aggiungere che, in Italia, l’occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione.
Si può anche rilevare che una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttività del lavoro. Ciò a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, ‘forzate’ a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche – e forse più utilmente – pensato per generare crescita economica anche dal lato dell’offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ciò si può aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica è complementare alla spesa privata per investimenti, dal momento che l’aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l’attuazione di nuovi flussi di investimenti privati [2].
Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttività del lavoro, sia per l’aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall’attuazione di uno schema ELR conseguirebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell’economia sommersa o, ancor più, nell’economia criminale. Questo argomento è particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor più meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell’attività criminale è molto più diffusa rispetto agli altri Paesi dell’eurozona.
In più, come mostrato in particolare da Massimo Florio, lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di policy seguita in Italia – con la massima intensità fra i Paesi dell’Eurozona – finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un’inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell’aumento delle tariffe – e della conseguente caduta dei salari reali – e dell’eccezionale aumento degli stipendi dei manager nel passaggio dalla proprietà pubblica alla proprietà privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da più parti documentato, è un rilevante freno agli investimenti reali.
Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito aperto su come l’intervento pubblico in economia può contribuire alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualità. Nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi.
NOTE
[1] KALECKI, M. (1943). Political aspects of full employment, “Political Quarterly” 14(4), pp.322-330.
[2] Se si accoglie l’ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da àncora agli investimenti privati, l’aumento della spesa pubblica – in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque, il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una riduzione del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.

Conosciamo la nostra Costituzione? Cosa non abbiamo il coraggio di chiedere? In un dibattito aperto dedicato alla parte economica potremo trovare tutte le risposte. La conoscenza ci libera dalla paura.
Il video dell’incontro di Firenze del 22 giugno, insieme all’Avv. Luigi Pecchioli, Filippo Abbate e la musica del cantautore Francesco Basso. Evento organizzato dalla associazione economica Memmt Toscana.
Riprese video a cura di Edoardo Biancalana

 
 

Uno dei nomi più autorevoli del panorama degli economisti post-keynesiani e specificatamente della Modern Money Theory sarà a Roma venerdì 27 gennaio per un incontro intitolato “Lavoro Garantito”: stiamo parlando di Pavlina Tcherneva. L’incontro si svolgerà dalle ore 14:30 alle 17 nell’Aula dei Gruppi Parlamentari di via Campo Marzio, a Roma. Assieme alla Tcherneva relazionerà la dottoressa Tania Sacchetti, della segreteria nazionale della Cgil, che presenterà il Piano Straordinario del Lavoro della Cgil, e l’onorevole Stefano Fassina, di Sinistra Italiana. Questo il programma:
I° intervento: Il Programma di Lavoro Garantito (PLG)
Relatrice Professoressa Pavlina Tcherneva
Direttrice e professoressa associata della facoltà di economia del Bard College, ricercatrice associata al Levy Institute of Bard College, ricercatrice senior c/o CFEPS Centro per la Piena Occupazione e la Stabilità dei Prezzi
– Cos’è un Programma di Lavoro Garantito
– un caso studio: il Plan Jefes in Argentina
– Sostenibilità finanziaria e macroeconomica della Piena Occupazione
– Il problema nell’Eurozona
II° intervento: il Piano Straordinario del Lavoro
Relatrice dottoressa Tania Scacchetti
Segreteria Nazionale CGIL
– La situazione del lavoro in Italia
– La proposta della CGIL
Tavola Rotonda
Relazione finale
Onorevole Stefano Fassina, Sinistra Italiana
La crisi occupazionale in cui versa il Paese ha ripercussioni pesanti sulla capacità di ripresa e di crescita dell’economia, nonché sulla tenuta sociale. Il lavoro deve necessariamente tornare al centro del dibattito politico.
Questo convegno vuole fornire un approfondimento sul tema della creazione diretta di occupazione, su come sia possibile intervenire con la programmazione economica dello Stato a riequilibrare alcuni scompensi che l’impostazione economica attuale comporta, mettendo a serio rischio sistemico l’intero quadro macroeconomico nazionale ed europeo.
Per partecipare è consigliato prenotarsi, apri questo link https://it.surveymonkey.com/r/NQ2YLK8
Pavlina Tcherneva sarà a Roma dopo un altro incontro organizzato il 25 gennaio a Madrid dalle associazioni Rete Mmt Espana e Rete Mmt, clicca qui

Pubblicato su La Voce di Romagna del 3 gennaio 2017, di Pier Paolo Flammini
Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Matterella ha affermato: “Per l’Italia la priorità resta il lavoro”. Come dargli torto? Tra l’altro, Mattarella è oggi il garante della Costituzione che come sappiamo dall’articolo 1 è “fondata sul lavoro”.
Sarà forse sorpreso, Mattarella, nell’apprendere che le regole dell’Unione Europea, alle quali si è sotto-ordinata la nostra Carta, non hanno invece l’obiettivo del lavoro per tutti, e anzi puntano chiaramente ad avere una quota di disoccupazione in grado di garantire un presunto equilibrio del mercato economico. Tutto scritto nero su bianco e ripreso poi dai documenti economici del Governo. Si chiama Nairu, significa “Tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”, e attualmente per l’Italia è fissato tra l’11 e il 12%.
Ciò significa che l’intera politica per l’occupazione, e quindi la politica economica governativa, sono funzionali alla persistenza di un elevato tasso di disoccupazione. Mattarella ne dovrebbe essere consapevole.
La scuola economica della MMT invece è pensata per politiche pubbliche di detassazione e investimento tali da garantire una disoccupazione zero, pur in un sistema di libero mercato, regolato in base all’interesse pubblico. Meno tasse e più investimenti e anche, per coloro che temporaneamente restassero senza una occupazione, un sistema di Lavoro Transitorio tale da fissare uno stipendio minimo nazionale e di consentire ai cittadini di partecipare alla creazione del benessere collettivo (articolo 3). Un lavoro transitorio perché, non appena la fase critica dell’economia terminasse, si rientrerebbe in un impiego, dipendente o autonomo, stabile e solido. Si può e siamo sicuri che il Presidente Mattarella sarà con noi.

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1. Perchè lo Stato con la Lira non deve prendere in prestito la propria moneta

– Tornando alla Lira, lo Stato torna ad essere l’unico soggetto ad emettere la valuta nazionale;
– Non deve chiedere in prestito la moneta per potersi finanziare;
– Non ha bisogno di alzare le tasse per potersi finanziare;
– Semplicemente spende accreditando conti correnti;
– Non è soggetto ai diktat e alle minacce dei mercati finanziari o di entità sovranazionali (Commissione Ue, Fmi, Bce);

2. Perchè con la Lira si può raggiungere la Piena Occupazione
– Lo Stato che emette la propria valuta non ha limiti finanziari, dunque può investire per raggiungere la piena occupazione;
– L’investimento viene fatto attraverso dei Programmi di Lavoro Garantito transitori, che fungono da supporto per l’economia privata;
– Creando posti di lavoro, si producono anche beni e servizi oltre ai redditi, in tal modo la crescita dell’inflazione è sotto controllo;
– I Programmi di Lavoro garantito riguardano i servizi alla persona, la cura dell’ambiente e del dissesto idrogeologico, messa a norma di edifici, ecc;
3. Perchè con la Lira lo Stato non può mai finire i soldi
– Emettendo in maniera autonoma la propria valuta, non ci potrà mai essere default;
– Lo Stato spende per primo accreditando conti correnti, non ha quindi bisogno dei titoli di stato o delle tasse per finanziarsi;
– Per questo i titoli di Stato saranno aboliti;
– Fine del problema spread;
– Nessun problema di solvibilità dello Stato a moneta sovrana, a differenza di oggi;
4. Perchè solo con politiche di deficit pubblico è possibile arricchire le famiglie e le imprese
– In economia la spesa di un soggetto equivale sempre all’incasso di un altro soggetto, questo vale anche tra Stato e settore privato;
– Ne consegue che lo Stato deve spendere più di quanto tassa, per lasciare denaro all’economia privata;
– Facendo circolare liquidità nell’economia privata, le aziende ottengono i pagamenti necessari e possono guadagnare;
– Spendendo più di quanto si tassa, le assunzioni ripartono, così come i risparmi delle famiglie e ne beneficia l’economia tutta;
5. Perchè l’uso corretto della moneta sovrana garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione
– Lo Stato che spende più di quanto tassa, permette ai cittadini di trovare lavoro, fondamento della nostra Repubblica (art.1 Costituzione);
– Spendendo più di quanto si tassa, viene garantito e promosso il diritto al lavoro (art.4 Costituzione);
– Con politiche di sostegno ai redditi, viene garantito il diritto ad una retribuzione adeguata (art.36 Costituzione) e viene garantito il diritto al risparmio, sia per le famiglie che per le imprese (art.47 Costituzione);
6. Perchè con la Lira si possono abbassare immediatamente le tasse
– Le tasse non servono a finanziare lo Stato a moneta sovrana, ma ad imporre nell’economia privata l’uso della valuta stabilita dal governo;
– Ne consegue che tutte le tasse possono essere subito abbassate;
– In particolare può essere eliminata la tassa sui consumi, l’Iva;
– Le tasse devono essere sempre tenute ad un livello che garantisca il mantenimento della piena occupazione;
– In periodo di crisi, con la Lira lo Stato pone in essere politiche anticicliche: aumenta la spesa pubblica e detassa;
7. Perchè con politiche di deficit pubblico si riduce la criminalità, si garantiscono i servizi e si migliora la qualità della vita
– Creando lavoro con politiche anticicliche, si crea lavoro per tutti e non si deve ricorrere alla criminalità per far fronte alle ristrettezze economiche;
– Con la Lira sovrana si potranno garantire tutti i servizi pubblici con riduzione delle tariffe per la cittadinanza;
– Con i Programmi di Lavoro Garantito viene curato anche l’ambiente, il riciclo dei rifiuti, il dissesto idrogeologico, la cultura, il patrimonio artistico, l’istruzione e la formazione ecc.;
– Di conseguenza migliora anche la qualità di vita e la serenità del cittadino;
8. Perchè con la Lira è possibile favorire lo sviluppo del mercato interno, senza dover esportare a tutti i costi
– La detassazione viene anche applicata alle imprese italiane, dunque fare impresa in Italia risulterà estremamente vantaggioso;
– Viene abbandonata la corsa all’export, che porta solo ad una gara al ribasso degli stipendi;
– Il mercato domestico assume importanza assoluta;
– Le politiche di spesa in deficit, possibili solo con la Lira sovrana, permetteranno di mantenere a lungo la piena occupazione, dando stabilità all’economia;
– Afflusso senza precedenti di investimenti esteri grazie alla piena occupazione;
9. Perchè con la Lira è possibile eliminare la speculazione finanziaria
– Lo Stato sovrano può regolare in qualsiasi momento il settore bancario;
– Le banche avranno una funzione unicamente di interesse pubblico. Stop alla speculazione finanziaria all’interno dei confini italiani;
– Il governo con la Lira si impegnerà a garantire tutti i depositi bancari dei cittadini;
– Le funzioni del sistema bancario torneranno ad essere esclusivamente il mantenimento dei conti correnti, garantire i sistemi di pagamento, e la fornitura di prestiti a cittadini e aziende;
10. Perchè con la Lira è possibile tornare a vivere una vita dignitosa, che è la cosa più importante
– Niente più ansia perché non si riesce a trovare lavoro, o lo si è perso;
– Niente più paura dei licenziamenti: se accade posso trovarne un altro nel settore privato o nei Programmi di Lavoro Garantito;
– Nessuno dovrà più chiedere l’elemosina in mezzo ad una strada, o vivere sotto i ponti per mancanza di lavoro;
– Le politiche in deficit permettono un’aumento degli stipendi e dei salari, con miglioramento incalcolabile delle condizioni di vita;
– Con maggiore tranquillità e serenità per il futuro, si lavora meglio e ne beneficia la produttività, oltre a tutta la collettività;
– I servizi alla persona garantiti dai PLG sono innumerevoli, di conseguenza la cittadinanza sentirà di vivere in una Repubblica che si occupa davvero delle sue necessità;
– Le condizioni sanitarie dei cittadini aumenteranno, soprattutto quelle psicologiche grazie alla piena occupazione.
Vivere in una Repubblica degna di questo nome è possibile. Chiediamo il rispetto della Costituzione, con lo strumento fondamentale della Teoria della Moneta Moderna è un nostro dovere!
Chiediamolo soprattutto ai nostri politici addormentati.

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PREVISIONI ECONOMICHE PRIMA DELLA BREXIT:
Renzi: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe una sciagura per gli inglesi…”
Ocse:Brexit brucerà il 3% di crescita del Pil inglese entro il 2020 e il 6% entro il 2030″.
Fondo Monetario Internazionale per bocca del direttore generale Christine Lagarde: “L’impatto sull’economia britannica se il referendum del 23 giugno sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà da abbastanza a molto, molto grave”
Paolo Mauro, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington (ove è approdato dopo vent’anni al Fondo Monetario Internazionale): “La Brexit creerebbe grossi problemi all’economia del Regno Unito”.
POI UN BEL GIORNO VINSE IL BREXIT:
Le agenzie di rating, ignare del funzionamento dei sistemi monetari moderni, declassano immediatamente i titoli di stato inglesi…
LA REALTA’ DOPO IL BREXIT:
Nonostante il declassamento, i tassi d’interesse sui titoli inglesi diminuiscono anzichè aumentare…. “Lo Spread scende a 159 punti, mentre il Bund a 10 anni rende -0,07% (negativo!). Nuovo record per i titoli di stato inglesi dopo la Brexit”
Ansa: “Dal rapporto della Cbi, la confindustria britannica, secondo cui l’industria dei servizi – che rappresenta l’80% dell’economia nazionale – si è ulteriormente rafforzata negli ultimi tre mesi, anche dopo quindi il referendum che il 23 giugno ha sancito l’uscita del Paese dall’Ue. E a fare la parte del leone è proprio il settore dell’accoglienza, con Londra in particolare che è meta di un numero sempre maggiore di turisti. Segnali positivi che sono confermati da un rapporto di Lloyds Bank sulla fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, ai massimi dal 2011.”
Ansa: “E’ stata confermata la crescita dello 0,6% del Pil britannico nel secondo trimestre. Il dato arriva dopo due mesi dal voto favorevole alla Brexit nel referendum del 23 giugno“.
Ansa: “Indice Pmi manifatturiero è salito ad agosto in Gran Bretagna ai massimi da 10 mesi. …. la fiducia dei manager d’impresa è volata a 53,3 punti, ribaltando il livello di luglio, sotto i 50 punti”.
IlSole24ore: “La sterlina ha toccato il massimo da sette settimane dopo la diffusione dell’indice Markit Pmi sui servizi di agosto, che è andato oltre le attese. La valuta britannica è salita a 1,3372 dollari, con un rialzo di circa lo 0,45% sul biglietto verde; contro l’euro è salita dello 0,32% a 1,195. L’indice Markit è balzato ad agosto a 52,9 dal 47,4 di luglio (un aumento di 5,5 punti, il massimo da 20 anni).
Prima del voto su Brexit e anche nelle prime reazioni a caldo la maggior parte degli analisti e dei policymakers aveva dato per scontata la caduta in recessione dell’economia britannica. Gli ultimi indicatori sembrano allontanare gli scenari più cupi”.

Serve aggiungere altro?
Sì.
Utilizzeranno lo stesso terrorismo mediatico per il referendum costituzionale di ottobre. Confindustria ha già iniziato.
Dal Corriere della Sera: “La consultazione elettorale per Confindustria non farebbe altro che consegnare il Paese a una fase di instabilità. Foriera di conseguenze negative sul piano economico: aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, aggravamento del credit crunch, aumento della spesa per interessi legata al finanziamento del debito pubblico, difficoltà del Tesoro a condurre in porto le aste dei titoli di Stato, fuga dei capitali. L’effetto di questo scenario sul Pil sarebbe il seguente: -0,7% nel 2017, -1,2% nel 2018, +0,2% nel 2019. Di fatto altri tre anni di recessione. Con una perdita complessiva di 1,7 punti di Pil. Mentre — sempre secondo l’ufficio studi di viale dell’Astronomia — la situazione sarebbe molto diversa con la vittoria del Sì: nello stesso triennio il Pil salirebbe del 2,3%. Da qui il divario di quattro punti percentuali che separa i due scenari. Ovviamente tutto questo aprirebbe una «questione lavoro»: 258 mila posti in meno con la vittoria del No a fronte di 319 posti in più rispetto a oggi se la spuntasse il Sì.”
Hai ancora dei dubbi su cosa sia meglio votare nel prossimo referendum?

Dopo il precedente articolo di Jacopo Foggi, col quale abbiamo aperto un confronto sul tema della piena occupazione e dei Piani di Lavoro Garantito, pubblichiamo ora la risposta di Lorenzo Esposito, che in Banca d’Italia si occupa di vigilanza bancaria e collabora con la Cattolica su temi quali regolamentazione bancaria e teoria monetaria e del quale, lo scorso mese di aprile, pubblicammo uno studio relativo all’applicazione dei Plg in Italia.
Esposito, è stato tra l’altro relatore proprio sulla proposta menzionata da Foggi ad un dibattito organizzato da MeMMT e Cgil presso la CIA di Siena nel corso dello scorso mese di giugno. Alla discussione parteciparono i professori Enrico Sergio Levrero (UniRoma TRE), Massimo d’Antoni (UniSiena) e Claudio Sardoni (La Sapienza), che hanno contribuito con delle riflessioni molto interessanti che ci auguriamo vorranno riportare qui, come replica, per alimentare questa discussione così importante per il paese in questo momento.
In risposta all’articolo pubblicato da Jacopo Foggi, desidero rimandare ad un articolo che dovrebbe uscire a breve sul JEI e che risponde agli aspetti più teorici dell’articolo. Qui aggiungo alcune brevi osservazioni.
Per quanto concerne il salario del programma, penso che sia un aspetto secondario. Non perché il tema in sé sia poca cosa, anzi, ma perché una volta accettata l’idea complessiva e davvero rivoluzionaria che la piena occupazione è la base di un economia moderna, questi aspetti possono poi essere indagati. A noi interessava dimostrare che anche assumendo un salario non infimo (ossia simile allo SMIC francese), il costo non sarebbe esorbitante. Non penso abbia nemmeno fare molti ragionamenti sul legame con l’ISEE perché non vi sono differenze tra salario del programma e salario in genere. Oggi lo stipendio che si riceve è indipendente da quanti figli si hanno, se la moglie è a carico, se si possiede una casa, ecc. Questi elementi vengono recuperati in sede di assegni familiari, deduzioni fiscali, ecc. Non c’è motivo perché non dovrebbe funzionare così anche il salario del programma.
Questo ci conduce al secondo aspetto: il finanziamento. Abbiamo spiegato perché si tratta di un falso problema.  Nel 2008, sotto la pressione degli eventi, i governi e le banche centrali misero sul piatto 14 trilioni di dollari. Ora ci dicono che alcuni miliardi di euro l’anno sarebbero una catastrofe? Il tema è solo ed esclusivamente politico. Mi pare anche confuso dire che il programma “non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse”. Il programma comporterebbe l’assunzione in regola di disoccupati con conseguente crescita del gettito fiscale. Questi salari verrebbero speso in consumi generando nuovo gettito fiscale. Quello che forse si intendeva è che il programma non dovrebbe comportare nuove tasse ad hoc. E io torno all’esempio delle banche: quali tasse hanno permesso il TARP, il TALF, la nazionalizzazione di RBS e di tutto il sistema finanziario irlandese, ecc. ecc.? Sugli effetti a lungo termine del programma abbiamo detto nell’articolo.
Quanto all’inflazione. La crisi del 2008 ha dimostrato che l’enorme concentrazione di reddito e ricchezza al vertice della società è non solo assurdo ma anche distruttivo e destabilizzante. Il programma è dunque uno dei molti strumenti per riequilibrare questo stato di cose: se dunque aumentano i salari non può che essere un bene. Diverso è il tema dei monetaristi che rimangono nella jungla a dire che l’aumento della massa monetaria genera inflazione. Sono degli incompetenti. Il Giappone utilizza il QE da 25 anni. Dov’è l’inflazione?
Veniamo all’effetto sostituzione. Ne parliamo nell’articolo ma aggiungo alcune cose. Le Pubbliche Amministrazioni di tutto il mondo sono ormai il principale datore di lavori precari, compresa l’Italia. Basta entrare in una scuola, in un ospedale, per vedere lavoratori interinali, cooperative a 3 euro lorde l’ora, ecc ecc. Il pieno impiego determinato dal programma aiuterebbe se mai a fermare la spirale del precariato. Va da sé che i lavoratori sottoposti al programma dovrebbero avere gli stessi diritti degli altri. Concordo peraltro con le osservazioni svolte sul servizio civile.
Concordo che il programma non basta assolutamente a rimettere a posto la situazione. Occorre cambiare radicalmente molte altre cose. Tuttavia, ogni altra politica parte dal presupposto che le autorità devono contribuire a far funzionare il mercato (ad esempio sussidi alle imprese, salari minimi, ecc.), il programma parte dal presupposto che il mercato non funziona e che la piena occupazione è compito dello Stato. Questo aspetto è semplicemente dirompente per l’economia moderna che si basa invece su una certa disoccupazione.
Piena occupazione

Iniziamo da questo articolo di Jacopo Foggi, pubblicato nel blog “Sinistrainrete”, una serie di riflessioni e analisi sulla questione dei Piani di Lavoro Garantito, che avrà modo di essere sviluppata, attraverso diversi approfondimenti, nei prossimi giorni, con interventi diversificati
Fonte: http://sinistrainrete.info/politica-economica/7817-jacopo-foggi-reddito-minimo-e-occupazione.html#
Negli ultimi mesi si sta diffondendo in misura ancora maggiore rispetto a quanto avvenuto già nel corso degli ultimi anni, il dibattito sulle varie proposte politiche di reddito di sostegno e prevenzione della povertà. Dal reddito garantito, reddito di cittadinanza, reddito minimo, reddito di partecipazione e così via.
Occorre però dire subito che, come mostra da ultimo la recente fondamentale guida scritta da Elena Granaglia e Magda Bolzoni per Ediesse (Il reddito di base), su buona parte di queste definizioni vi è, nel dibattito giornalistico, una grandissima confusione, provocata forse in buona parte a cominciare da sostenitori del cosiddetto “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 Stelle, che hanno utilizzato questo termine per proporre semplicemente un sostegno al reddito in funzione dell’occupazione, cosa che niente ha a che fare con la definizione specifica del reddito di cittadinanza. A questa accusa di confusione occorre aggiungere che al di là di questa, colpisce anche in particolar modo la totale assenza nel dibattito di quello che invece tra le proposte politico-economiche più interessanti di politica economica per l’occupazione, proposto da una vasta rete di economisti post-keynesiani, in particolare statunitensi ma non solo, che si riconoscono in particolare nel filone del “neo-cartalismo” moderno (una teoria della moneta che evidenzia il ruolo cruciale dello stato nella determinazione dell’accettabilità e del valore della moneta). Si tratta dell’idea dei Piani di Lavoro Garantito e di Occupazione di Ultima Istanza (Employer of Last Resort Program/Job Guarantee – ELRS/JG).
La mia scelta in questo intervento è quella di partire dalla confusione concettuale e terminologica connessa alle proposte di politiche di sostegno al reddito, allo scopo di far emergere meglio le particolarità della proposta dei Programmi di Lavoro Garantito.
Cominciamo subito col dire che il famigerato “reddito di cittadinanza”, nella sua versione originaria proposta dal filosofo belga Philipe Van Parijs, e di cui in Italia è un sostenitore in particolare l’economista Andrea Fumagalli1 , è essenzialmente quella che è stata recentemente proposta, e bocciata, in un referendum in Svizzera: cioè un reddito pari un livello medio di benessere, cioè pari al reddito medio, probabilmente netto, dei cittadini di una nazione, destinato a tutti, su base individuale, incondizionatamente e indipendentemente dal livello del reddito, in base, appunto solo al requisito di essere nati in un certo stato (o di averne la cittadinanza). Si tratta quindi di una proposta politica di carattere effettivamente estremo (è, cioè, effettivamente estrema come sembra) che in quanto tale sottosta a tutta una serie di condizioni di fattibilità, di sostenibilità e di coerenza con le altre istituzioni sociali, particolarmente restrittive. Non approfondiremo questa proposta, basti solo evidenziare quali possono essere i presupposti basilari di funzionamento di una politica del genere: Uno, quante sono le persone che continuerebbero a lavorare? Due, Come fare a sostituire chi sceglie di non lavorare? Sarebbe necessario dall’oggi al domani un aumento della produttività almeno pari alla diminuzione della forza lavoro, oppure un radicale aumento delle importazioni; oppure aumentare vertiginosamente i salari dei lavori veramente indispensabili in conseguenza della loro nuova scarsità. Tutto può succedere, chissà. Ma tali mutamenti nella struttura sociale certamente non possono essere fatti dall’oggi al domani per decreto.
Per cui, tutte le altre proposte politiche di sostegno ai redditi bassi consistono in misure molto più tradizionali, e per le quali vanno più o meno bene le classiche definizioni di “sussidio di disoccupazione” e “reddito di assistenza sociale”, pur se in forme nuove, più ampie e meno discriminanti, per le quali è giusto ricercare nuove terminologie meno compromesse: ma appunto si tratta di vedere bene. Tutte queste politiche hanno dei caratteri ben precisi, che ce le fanno identificare come “assistenza sociale” o sussidi di disoccupazione:

  1. Sono perlopiù calcolate in base a quozienti familiari (se un singolo prendesse 500, una coppia convivente non prende 1000 ma per esempio 700, in quanto molte spese sono comuni, e così via). Non sono quindi redditi individuali ma solo in quanto componente di un gruppo familiare.
  2. E’ strettamente condizionato ad una prova dei mezzi, cioè alla dimostrazione di rientrare in scalini di reddito svantaggiati (anche qui in base a un reddito familiare, vedi ISEE) e non per diritto individuale di cittadinanza o altro.
  3. Sono inoltre più o meno vincolate alla disponibilità o alla effettiva accettazione di determinate occupazioni offerte o considerate idonee. Cosa che spesso li rende anche condizionati rispetto alla durata nel tempo, in particolare ovviamente per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione.
  4. Il livello di contribuzione che viene offerto è naturalmente molto vario, ma è naturalmente il discrimine fondamentale, non c’è bisogno di dirlo. Si va dall’elemosina di 100-150 euro mensili del reddito d’inclusione del ministro Poletti ai 650-750 euro della proposta dei Cinque Stelle (a seconda di come si sceglie di calcolare la soglia di povertà).

Questi sono gli elementi fondamentali che caratterizzano una politica di assistenza sociale alla povertà da una che non lo è. La condizionalità e la prova dei mezzi. Naturalmente le condizionalità possono variare tanto quanto le proposte politiche: cioè quello che distingue le varie proposte sono appunto i vari criteri delle condizioni.
Non voglio entrare nel merito delle singole proposte, su cui si dibatte a sufficienza e su cui rimando al bel libriccino di Granaglia e Bolzoni. Ma voglio esporre meglio quella che secondo me è una delle più interessanti proposte di politiche economiche per la piena occupazione e di lotta alla povertà, facendone emergere le caratteristiche per contrasto con l’approccio “disoccupazionale” e assistenziale delle suddette proposte.
L’idea è, nella sua radicalità, molto semplice e parte dall’idea che vi sia una gran quantità di disoccupazione involontaria, e che il miglior punto di partenza per combattere la povertà sia quello di dare dei posti di lavoro alle singole persone.
Il piano è il seguente: lo Stato ha il compito di offrire un lavoro a tutte le persone disposte a lavorare al salario minimo stabilito. L’obiettivo è duplice fin dall’inizio: ottenere la piena occupazione e stabilire un pavimento, vero ed efficace, alla dispersione dei salari verso il basso, cioè alla presenza di posti di lavoro che danno stipendi inferiori alla soglia di povertà. A questi si aggiungono altri obiettivi di rafforzamento macroeconomico: rafforzamento della domanda aggregata tramite il sostegno dei redditi bassi e dell’occupazione; e stabilizzazione del valore della moneta attraverso l’intervento anticiclico del programma e rallentando le possibili pressioni al ribasso e al rialzo2 .
La strategia è che lo Stato, nelle sue diverse amministrazioni e in collaborazione anche con il terzo settore, il no-profit e con le cooperative di lavoratori, offra un lavoro a tutti coloro che sono disponibili e pronti a lavorare allo stipendio stabilito. Il punto fondamentale è ovviamente lo stipendio. La tesi fondante del programma è che il salario fornito debba collocarsi al livello base, cioè al salario minimo dove esso esiste, oppure, dove non esiste, a poco sopra la soglia di povertà. Ma prima di entrare nel vivo, sono da notare gli altri aspetti. A differenza delle altre politiche sociali, questa è, prima di tutto, su base strettamente individuale, cioè non varia a seconda della composizione e situazione economica familiare (nel caso in cui in una famiglia più persone partecipino al programma ciò li porterebbe abbastanza al di sopra della soglia di povertà calcolata su base familiare), e del tutto volontaria e incondizionata: può partecipare solo chi vuole effettivamente fare quei lavori per quella paga; il soggetto può scegliere tra i diversi progetti attuati quello a cui partecipare. A chi non vuole lavorare nel programma sono destinate le altre forme di integrazione del reddito, nella forma più esplicita dell’assistenza sociale (e naturalmente sulle modalità con cui le varie politiche sono complementari e alternative vi potranno essere scontri politici rilevanti: nella misura in cui tale politica sostituisse completamente le altre politiche questa politica si avvicinerebbe abbastanza a una situazione di “lavoro forzato”, oppure se si volesse incentivare questo tipo di sostegno potrebbe verificarsi una pressione per diminuire e irrigidire le altre forme di sostegno al reddito).
Per cui, per stabilire la soglia del reddito base, se si prende in considerazione l’Italia in cui non c’è un vero e proprio salario minimo orario, occorre stabilire il livello della soglia di povertà. Alcuni studiosi hanno preso come riferimento il reddito minimo orario basandosi sul fatto che in Francia è stabilito a 8,5 euro l’ora, e hanno tolto 50 centesimi in base alla media della differenza dei costi della vita e di altri valori3 .
Questo procedimento, purtroppo, mi pare non corrispondente in toto all’idea originaria, per cui pare più preciso procedere all’inverso. Il livello di paga oraria offerto dal programma dovrebbe essere insomma stabilito a ritroso, a partire dalla soglia di povertà. A questo proposito possiamo riprendere la documentazione Istat 2015:
«Le soglie rappresentano i valori rispetto ai quali si confronta la spesa per consumi di una famiglia al fine di definirla o meno in condizione di povertà assoluta. Ad esempio, per un adulto (di 18-59 anni) che vive solo, la soglia di povertà assoluta è pari a 819,13 euro mensili se risiede in un’area metropolitana del Nord, a 734,74 euro se vive in un piccolo comune settentrionale, a 552,39 euro se risiede in un piccolo comune del Mezzogiorno.»4 5 .
Per cui, occorrerebbe prendere a riferimento il valore valido per una persona singola, e per comodità utilizzeremo la descrizione Istat del 2015.
La cifra deve quindi necessariamente variare in base alle regioni. Adesso, per pura comodità espositiva utilizzeremo questo dato per fare una media pari a 687 euro mensili (819 + 555 /2), e che potremmo certamente arrotondare al rialzo di un 5-10%, facendolo arrivare, per esempio, a 750 euro per superare di poco la soglia di povertà. Una volta stabilita questa, si tratta di vedere che cosa sarebbe opportuno e giusto che una politica economica statale per la piena occupazione chiedesse in cambio a un cittadino-lavoratore per questa cifra. Quindi, prima di tutto, quante ore di lavoro. I calcoli base sono due, o si prendono le classiche 40 ore settimanali, oppure si prendono le 36 ore dei dipendenti pubblici. A questo si può aggiungere la considerazione che, come propone per esempio Randall Wray, si potrebbero rendere disponibili una più ampia varietà di accordi orari. Per cui, è mia opinione che naturalmente maggiore è la scelta e meglio è, ma che in linea di principio non vi siano ragioni molto forti per richiedere un orario superiore alle classiche 36 ore degli altri uffici pubblici, se non nel quadro di determinati programmi lavorativi e temporanei, specie se si considera che la cifra è comunque alquanto bassa. Quindi le 700 euro mensili diventano, divise per 144 ore mensili, 4,86 euro l’ora. E’ una cifra decisamente bassa in effetti, che potrebbe pertanto essere forse arrotondata a 5 euro. A questo si aggiunga che se il programma comprendesse la possibilità di part-time, per esempio di 20-25 ore la cifra mensile verrebbe a ridursi sensibilmente (80 ore x 5 euro = 400 euro al mese). A questo livello, è facile vedere come sarebbe concreto il rischio di ripetersi dei medesimi problemi di sottoccupazione e di lavoratori poveri, specie nel Mezzogiorno.
Le cifre diversificate in base alle regioni potrebbero essere poi pensate per disincentivare un’eccessiva emigrazione dal sud: una minore differenziazione regionale fornirebbe, per esempio, una vantaggio relativo di lavorare al sud e negli altri comuni di provincia in cui il costo della vita è minore.
Per evitare i fenomeni di lavoratori poveri, il livello dello stipendio potrebbe però forse essere orientato ad una più forte politica di sostegno ai redditi bassi, aumentando il salario orario, ipotizzando così 700 euro per 30 ore, e alzando quindi il salario orario a 5,8 euro l’ora, e di dare una scelta in base ad aliquote di ore (scegliendo tra 20 ore, o 25 o 30 o 35 o 40; sempre a 5,8 l’ora: chi opta per le 40 ore arriva fino a 928 euro al mese, quasi il 20% sopra la soglia di povertà – in una città del nord quindi avremmo: 820+ 5% = 860 euro al mese di base per 30 ore alla settimana, a cui aggiungendo il 20% delle 40 ore, si arriverebbe a 1030 euro).
Per quanto riguarda l’organizzazione del programma, è a mio avviso particolarmente utile confrontare questo programma con il programma che negli ultimi anni fornisce un rilevante contributo di ammortizzatore sociale e di formazione sul campo a una grande quantità di giovani italiani: il Servizio Civile nazionale e regionale.
Data l’impostazione del programma: gestito dal pubblico, orientato alla fornitura di beni e servizi pubblici essenziali, in cooperazione e coordinazione con gli attori del terzo settore, e considerando anche che lo stipendio non è così alto, mi è sembrata particolarmente opportuna l’analogia con questo programma, che ormai dopo anni ha un ruolo alquanto istituzionale. L’esperienza del Servizio Civile Nazionale retribuito ci fornirebbe, in quanto Italia, una base a mio avviso ottimale per costruire una politica per l’occupazione di questo tipo, e per valutare una serie di elementi (in Italia, insomma, sarebbe meno possibile che altrove affermare “l’impossibilità” del programma proprio perché esso lo si sta in realtà già facendo, si tratterebbe di incrementarlo, modificarlo e integrarlo in vari modi).
Primo punto, lo stipendio. Il programma del Servizio Civile dichiara espressamente sul suo sito che quello non è un lavoro ma un servizio reso alla comunità e retribuito a mo’ di abbondante rimborso spese. Il Servizio comprende 30 ore a settimana per un rimborso di 433 euro al mese (pari a 3,9 euro/h). Lo stipendio sarebbe dato ovviamente dallo Stato ma molti lavoratori si troverebbero ad essere dipendenti o soci delle associazioni del terzo settore.
Secondo, le condizioni di accesso. Il Servizio Civile inserisce solo persone dai 18 ai 29 anni, laddove il JG comprende ovviamente tutti i maggiorenni. Il JG comprenderebbe però tutti gli altri benefit connessi al pubblico impiego, come contributi, ferie e malattie, al pari degli altri dipendenti pubblici. Terzo, la durata, se il Servizio civile è possibile farlo solo una volta nella vita della durata di un anno, il lavoro JG può essere anche, nella peggiore delle ipotesi, “a tempo indeterminato”. Contrariamente, quindi, dalle politiche per il sostegno al reddito dei disoccupati l’impiego nel programma non è limitato nel tempo e non sarebbe quindi condizionato all’uscita nel tempo più breve possibile da quel lavoro in direzione di un altro impiego “più vero”.
Uno degli obiettivi primari di questa politica è di fornire un’àncora per la definizione del valore minimo del lavoro, mediante la delimitazione delle oscillazioni e dispersioni del costo del lavoro. La finalità è quindi quella di organizzare una politica prettamente anti-ciclica focalizzata sulla piena occupazione, riducendo la dispersione verso il basso del costo del lavoro e riducendo quindi la volatilità e le oscillazioni del costo del lavoro connesse agli andamenti del ciclo dell’occupazione. Wray e Mitchell prendono ad esempio le politiche economiche di scorte di alcuni beni che hanno lo scopo proprio di stabilizzare il prezzo di questi beni. In Australia, per esempio, la lana rientra in tali programmi6 . Si tratta di stabilire un prezzo minimo sotto il quale la forza lavoro non può essere pagata, non attraverso norme e regole che poi è difficile controllare, ma attraverso la costante offerta di posti di lavoro pagati al minimo: quando si presenta un eccesso di offerta, cioè di disoccupati, lo Stato diventa un acquirente di ultima istanza, allo scopo di non far scendere il costo sotto un certo standard; quando invece il ciclo riparte, grazie anche alla stabilità della domanda fornita dal programma, i lavoratori potranno uscire dal programma via via che troveranno lavori ad un prezzo appena superiore quello offerto dal programma. La base dell’idea sarebbe quindi quella che l’occupazione di questo programma dovrebbe essere la più elastica possibile: capace di assorbire immediatamente i disoccupati, ma anche capace di lasciarli uscire alle prime avvisaglie di offerte di lavori meglio pagati, e senza troppi problemi. E’ anche per questo motivo che lo stipendio pagato dal Programma, per quanto irrevocabilmente di poco superiore alla soglia di povertà, e indicizzato di anno in anno, non può essere troppo superiore in modo tale da concorrere con l’occupazione privata e di perdere la sua funzione caratteristica di ammortizzatore sociale.
Quanto, poi, lo Stato utilizzerebbe tale programma per sostituire il pubblico impiego è una questione politica che non riguarda direttamente proposte di questo tipo. L’idea del programma è che esso sia prima di tutto aggiuntivo alle risorse esistenti, in quanto dovrebbe essere finalizzato alla piena occupazione di chi non trova altri lavori che garantiscono una dignitosa sussistenza.
E sempre a questo riguardo occorre ricordare che in nessun caso questo programma dovrebbe coinvolgere le aziende imprenditoriali private, in modo da evitare che queste sostituiscono i lavoratori con quelli pagati dallo Stato.
Arriviamo adesso alla questione del finanziamento. Si tratta della questione più complicata, da un lato perché ovviamente non si può sapere in partenza quante sono le persone che parteciperanno, dall’altra perché dipende anche dalla relazione con tutte le altre politiche di sostegno al reddito che questa politica potrebbe sostituire o integrare o rimodulare. Vi è poi il fatto di contabilizzare le diverse forme di reddito differito e le tasse; e naturalmente la questione della sostenibilità macroeconomica.
Un calcolo molto approssimativo possiamo farlo ipotizzando che per 700 euro di stipendio netto mensile, sommando tasse e contributi lo stato debba sborsare mensilmente attorno ai 900-1000 euro a persona. Se si considera che a Gennaio 2016 il numero ufficiale dei disoccupati era pari a 2.951.000, (all’ 11,8%) e che la cosiddetta disoccupazione fisiologica e frizionale è più o meno attorno al 2-3%, di questi 3 milioni possiamo aspettarci che circa 2.500.000 siano quelli che sarebbero propensi a lavorare per un salario decente. A questi andrebbero aggiunti comunque tutti quelli che, specie nel Meridione ma non solo, lavorano a livelli schiavistici per cifre inferiori (vedi alla voce caporalato), e chi trova solo lavori estremamente saltuari e con orari incerti (contratti a chiamata e a zero ore, part-time involontari) che potrebbero optare per i lavori del programma. In Italia i sottoccupati che dichiarano di voler lavorare più ore rispetto agli orari che fanno sono circa altri 3,5 milioni. Sarebbe quindi facile arrivare ad almeno circa 4 milioni di persone in cerca di lavoro che potrebbero voler lavorare nel programma. 4 milioni per 1000 euro al mese, fanno 4 miliardi di euro al mese, che per 12 mesi farebbero 48 miliardi di euro all’anno, per i soli stipendi. Includendo alcune spese di gestione, fornitura di mezzi e strumenti e di supervisione, potremmo facilmente arrivare attorno ai 50 miliardi, ma forse di più. Il finanziamento del programma di JG non dovrebbe essere finanziato con aumenti delle tasse.
50 miliardi di euro corrispondono a circa il 2,5% del Pil italiano, e quindi più o meno al 5% della spesa pubblica. Altre stime, come quella prima citata, arrivano a 34 miliardi e al 2% del Pil.
La stima differente fatta dai già citati Mastromatteo e Esposito, calcolano un salario orario di 8 euro, per 1500 ore annuali, pari a 1000 euro al mese per 1, 7 milioni di persone. Stimando così una spesa pari a 34 miliardi di euro.
Notano che nel 2012 lo stato ha speso 29 miliardi in sussidi di disoccupazione e politiche per l’occupazione, così che solo 5 (o 16) sarebbero quelli strettamente aggiuntivi.
Come sarebbe possibile per uno Stato che fatica a trovare pochi milioni per qualsiasi cosa, trovare una cifra simile? Qui si entra in tutta la questione classica del “da dove vengono i soldi?”.
Senza voler ripetere e dibattere un tema di fondamentale importanza e naturalmente dibattuto più volte da tanti autori importanti, vale comunque la pena ricordare una serie di cose essenziali. Primo, qualsiasi paese moderno, grande ed economicamente sviluppato, come è quello italiano, potrebbe tranquillamente permettersi di emettere il 2% per cento del Pil in obbligazioni. Naturalmente sarebbe opportuno che vi fosse collaborazione tra alcuni istituti finanziari per detenere questi titoli a lungo termine. Il primo tra questi dovrebbe essere naturalmente la Banca centrale, ma come sappiamo i paesi europei da questo punto di vista sono alquanto “impediti”. E’ chiaro che la BCE potrebbe farlo in qualsiasi momento, ma che è per ragioni schiettamente ideologiche che si ritiene immorale e/o economicamente inefficace nel lungo termine una politica di questo tipo7 . Lo Stato italiano potrebbe farlo comunque senza uscire dall’euro? Probabilmente sarebbe possibile, facendo rientrare i titoli emessi per il JG nell’ambito del programma di Quantitative Easing, ma ci si scontrerebbe con il secondo problema, quello del saldo con l’estero. Se i rapporti di competitività e le ragioni di scambio tra le nazioni non variano, con un aumento della spesa aggregata le importazioni aumenteranno più che proporzionalmente all’aumento del reddito, costringendo il settore finanziario privato ad accumulare debiti esteri, particolarmente volatili (questa è la radice della crisi dell’euro, per chi ancora pensasse che si è trattato dello Stato brutto e corrotto). Per questo, la possibilità di svalutare va vista come una componente essenziale per potersi permettere politiche più espansive, non solo come uno stimolo espansivo indipendente. Il terzo punto è quello dell’inflazione: «ma finanziare in deficit non genera inflazione?» Abbiamo visto che l’incremento netto di spesa si aggirerebbe attorno ai 20 miliardi di euro, cioè un aumento del deficit inferiore al 2% del Pil. E’ vero che se l’economia non risponde con relativa prontezza allo stimolo della domanda, ciò può significare che vi sono strozzature nell’offerta e bassa propensione agli investimenti delle nostre aziende. Ma da un lato occorre ricordarsi che questa è una conseguenza della crisi industriale causata dal crollo della domanda e che quindi occorre agire d’urgenza in senso opposto, e dall’altro che, come abbiamo notato prima, queste politiche potrebbero essere orientate alla fornitura di infrastrutture e di servizi per l’aumento dell’efficienza produttiva dell’apparato burocratico e amministrativo dello Stato, cioè investimenti pubblici ad alta intensità di lavoro. Uno dei punti principali di interesse di questa proposta è che ci invita a riflettere sulla quantità di possibili beni e servizi che sarebbe possibile fornire alla cittadinanza aumentando il tasso di occupazione, invece di dare per assodato il fatto che si sia costretti e rassegnati a far restare le persone inoperose. Occorre insomma ricordarsi dell’enorme potenziale umano e produttivo, in particolare giovanile, che la disoccupazione spreca.
Naturalmente questo non significa che sia “produttivo” solo il lavoro remunerato e “ordinato”da qualcuno, che sia lo Stato o le imprese. E a questo proposito ci si collega ad una spetto particolarmente interessante, che collega questa proposta all’idea di “reddito di partecipazione” proposta da Richard Atkinson. La sua idea è sostanzialmente molto simile a questa del JG, ma in cui fra i lavori in contropartita del reddito vengono inserite anche attività di volontariato e di studio e formazione, ovviamente dimostrabili.
Una modalità intermedia potrebbe essere quella di calcolare i 700-750 euro in base ad un orario ridotto, per esempio 25 o 30 ore, e dando la scelta dell’orario come si diceva prima, così che le persone possono avere del tempo per dedicarsi ad altre attività: impostando la soglia a 30 ore, si hanno 5,9 euro l’ora, così che chi facesse solo 25 ore, per esempio, prenderebbe comunque 590 euro, (e chi ne fa 40 arriva, come si diceva prima a 930 euro).

Criticità
Una delle questioni più problematiche è, come abbiamo già accennato, quella del livello dello stipendio alla soglia di povertà. Diversi autori accusano insomma questa politica di assomigliare un po’ troppo all’ “Esercito industriale di riserva” di marxiana memoria. Alcuni accusano per esempio il fatto che l’idea di creare piena occupazione senza inflazione è un po’ un controsenso, perché se la piena occupazione non genera inflazione significa che è un’occupazione troppo povera per poterla considerare un’occupazione sana e dignitosa. E fanno infatti notare che in alcuni paesi negli ultimi decenni si è assistito ad un aumento dell’occupazione ma al prezzo di un’espansione vertiginosa dei “lavoratori poveri” e che per questo l’inflazione è rimasta stagnante: a causa di una finta piena occupazione, fatta di sottoccupazione e diworking-poor. Se si considerasse non il livello di disoccupazione ma di sottoccupazione, si vedrebbe infatti che l’assenza di inflazione si spiega benissimo, perché in realtà la piena occupazione non è mai tornata. Il mantenimento di una massa di popolazione ad un livello salariale sulla soglia della povertà (per poco non povero) non incoraggerebbe i lavoratori a lottare e a strappare salari più elevati, aumentando la quota di reddito che va ai salari, poiché sarebbe sempre possibile assumere nuovi lavoratori dal bacino del programma a paghe appena sopra la soglia di povertà. Il discorso sarebbe molto ampio e complesso,e richiederebbe dati ed esempi empirici legati anche al contesto istituzionale, è quindi difficile stabilire a priori l’entità di tali effetti. E’ importante però ricordare che attualmente la pressione al ribasso è trainata da una massa enorme di disoccupati che guadagnano zero; e che l’esercito industriale di riserva di Marx era composto da persone temporaneamente senza lavoro, non di persone che lavoravano con stipendi bassi. Una delle critiche più forti che una tale proposta subisce è quella di essere insostenibile in quanto alimenterebbe troppo la domanda, l’inflazione e il potere dei lavoratori rispetto a impieghi pagati ben al di sotto della soglia di povertà (che, si dice, non potrebbero permettersi di pagare stipendi più alti). E’ quindi curioso che venga accusata anche dell’esatto opposto. Ricordiamo che uno degli obiettivi è quella di stabilizzare la domanda, il ciclo economico e il valore della moneta e che quindi il fatto di smorzare in qualche modo i possibili picchi di rivendicazione salariale che superino gli andamenti della produttività complessiva, non significa che il programma non fornisca un importante sostegno al reddito delle persone e un maggiore potere contrattuale a determinate categorie di lavoratori. Naturalmente potrebbe esserci il rischio che il sostegno ai redditi inferiori alla soglia di povertà possa in certi casi spingere al ribasso i redditi di poco superiori, con la conseguenza di uno schiacciamento dei salari in direzione della soglia di povertà. Si tratta del rischio concreto di un possibile effetto analogo di “esercito industriale di riserva”, anche se a un livello superiore di reddito: è vero che se c’è una soglia di 700 euro ben più difficilmente potrò azzardare a offrire 400 euro, ma è probabile che chi per un lavoro analogo ne prendeva 1500 si trovi costretto ad accettarne 800; nella misura in cui nel bacino vi sono un numero elevato di persone in cerca di nuove occupazioni. Occorrerebbe quindi sviluppare degli strumenti difensivi.
La stessa dinamica rischierebbe di verificarsi, in una misura forse ancora maggiore nel pubblico impiego. Questa è a mio parere il maggiore punto di criticità, di fondamentale importanza in quanto rappresenterebbe un rischio ancora più concreto e molto grave, fino ad inficiare questa proposta nel complesso. Il programma di JG, rischierebbe di andare a sostituire i normali posti di lavoro nel pubblico impiego a fronte di persone in cerca di lavoro che costano meno e sono disposte a lavorare per una paga più bassa. Questo rischio è già infatti in atto anche in relazione al Servizio Civile: il blocco del turn-over e in generale delle assunzioni è stato largamente compensato assumendo i giovani che lavorano con il servizio civile, che vanno a fare lavori utili ed essenziali, spesso ad alta qualificazione (educatori e formatori, insegnanti di lingue ecc.) con un paga che come abbiamo visto equivale, nel nord-Italia, alla metà della soglia di povertà Questo potrebbe verificarsi in particolare in paesi come l’Italia in cui il cronico basso livello di occupazione comporterebbe un rischio di sovradimensionamento dei programmi JG, e quindi spendere costantemente una cifra elevata in impieghi pubblici a scarso valore aggiunto, minando una politica di impieghi pubblici di alto livello e utili ad una programmazione economica di alto livello e articolata in base ai bisogni reali di una società avanzata (formazione, consulenza, programmazione, informatica, conservazione dell’ambiente, sanità, servizi pubblici, economia circolare, politiche energetiche e ingegneristiche ecc.). Il JG come dispositivo di dequalificazione progressiva dei servizi pubblici, e l’impiego pubblico come ammortizzatore sociale di massa di bassa qualificazione. E’ quindi importante che questo programma non vada certo a rappresentare la modalità ufficiale del pubblico impiego, neanche per i lavori a bassa qualificazione (operatori ecologici, netturbini ecc.), e che non si ponga assolutamente in competizione con i contratti di lavoro nazionale del pubblico impiego. Un modo può forse essere quello di diminuire l’orario di lavoro dei lavoratori nel programma, così da rendere più evidente il carattere “aggiuntivo” dei lavoratori rispetto all’organico ufficiale di associazioni e uffici pubblici; oppure stabilire degli obblighi contrattuali di futura assunzione allo stipendio ufficiale del pubblico secondo il Ccn. Altre possibilità possono e devono essere pensate, in quanto si tratterebbe di un elemento che renderebbe questo programma del tutto inaccettabile, e che farebbe preferire quindi tutte le classiche politiche di sussidio di disoccupazione condizionate all’occupabilità (la flex-security classica). L’occupazione nel programma deve essere anticiclica, flessibile e il più possibile temporanea; si tratta di un ammortizzatore sociale che serve a sprecare il minor numero possibile di capacità umane, non certo a sostituire i lavoratori delle pubbliche amministrazioni che si occupano della cosa pubblica, che avrebbero anzi bisogno di rafforzamento, risorse, strumenti e ampliamento dell’organico ad elevata qualificazione8 .
Un altro fattore critico fondamentale è quello del rapporto con la situazione familiare. Uno dei componenti dell’ISEE è infatti anche quello se si vive in casa di proprietà oppure si è in affitto. In linea di principio lo stipendio JG è uguale per tutti e non fa distinzione tra chi è in affitto e chi no, avvantaggiando quindi questi ultimi, considerando che la spesa per affitto è, specie in certe città, la voce di gran lunga maggiore del bilancio famigliare. Un parte di questa cifra è connessa con le differenziazioni regionali: a Roma e Milano il costo della vita è certamente maggiore che a Eboli. Su questo non ho risposte, anche se l’ISEE verrebbe comunque fatto in base ai redditi percepiti dal programma e quindi chi paga l’affitto svilupperà poi altre agevolazioni indipendenti. Lo stesso vale per chi vive da solo o chi vive con altri che ricevono la paga dal programma: a causa delle economie di scala domestiche chi vive in più persone risparmia.
Ma il punto importante è quindi quello di evitare che l’aumento della domanda aggregata dovuto a queste politiche venga assorbito da aumenti dei prezzi di certi beni, in particolare penso all’affitto. Data l’importanza di questa spesa per il reddito reale delle persone, il programma JG non può quindi evitare e anzi richiede, la necessità di politiche di calmieramento dei prezzi, in particolare in alcune città, come parte delle vere “riforme strutturali” di moderazione dei prezzi.
Altre criticità sono: la quantità di spesa sostenibile, e il rapporto con gli altri sussidi. Se uno stato può permettersi al massimo 40 miliardi di spesa in deficit aggiuntiva, non sarebbe meglio utilizzarne 20-30 per il programma JG e gli altri 10-20 per altri investimenti pubblici per la modernizzazione dell’economia? Rischierebbe di essere poco produttivo nel lungo termine occupare una spesa rilevante per fornire lavori a bassissima o nulla qualificazione, togliendola ad altri processi di sviluppo, innovazione, formazione, modernizzazione dell’economia pubblica e privata.
In sostanza, mi sembra di poter dire che quello dei piani di lavoro garantito non costituirebbe uno strumento ottimale di fuoriuscita dalla crisi, dal momento che sarebbe più opportuno combattere più frontalmente la dinamica della deflazione salariale, che tali programma consentono di combattere solo in parte. Tuttavia, una volta ritornati a livelli di disoccupazione pre-crisi (7-8%) costituirebbero un metodo di ammortizzatore sociale ottimale per soddisfare in modo elastico quel livello di disoccupazione più difficilmente (sempre di più?) assorbibile nei canali tradizionali di una buona occupazione pubblica e privata.
Ovviamente, quindi, questa politica non fornisce risposte a tutti i problemi, ma mi sembra che se ben architettato, e organizzato in chiave non sostitutiva di pubblico impiego ma aggiuntiva ad una situazione che si approssima a un livello più basso di disoccupazione di quello attuale, possa comunque costituire un passo importante per dare un quadro teorico coerente all’idea di “diritto al lavoro”.


Note
1 Si vedano le discussioni sul network www.bin-italia.org . Oltre al classico VanParjis Il reddito minimo universale, UBE, 2013.
2 Questa fa parte degli aspetti di criticità del programma. Secondo gli autori questo programma mirerebbe a creare piena occupazione senza inflazione, cioè senza che le pressioni al rialzo sui salari superino in modo prolungato gli incrementi di produttività. Il punto è politico-istituzionale: quanto questo programma faciliterebbe o sostituirebbe una centralizzazione della politica dei redditi in funzione anticiclica e stabilizzante? Una funzione spesso attribuita a grandi sindacati centralizzati (con i relativi rischi di “cattura ideologica”).
3 Vedi Mastromatteo ed Esposito: https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/04/Programma-di-Impiego-Pubblico-di-Ultima-Istanza.pdf
4 Vedi: http://www.istat.it/it/files/2016/07/La-povert%C3%A0-in-Italia_2015.pdf?title=La+povert%C3%A0+in+Italia+-+14%2Flug%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf
5 Chiunque può andare sul sito Istat e vedere quanto è povero o no rispetto ai suoi corregionali:http://www.istat.it/it/prodotti/contenuti-interattivi/calcolatori/soglia-di-poverta
6 Vedi di William Mitchell The Buffer Stock Employment Model and the NAIRU -The Path to Full Employment.
7 L’idea è che queste sarebbero spese perlopiù improduttive che aumentano la spesa corrente dello stato, e che quindi “nel lungo periodo” ciò disincentiverebbe la produttività in quanto le imprese verrebbero “drogate” dalla spesa pubblica e sarebbero disincentivate ad investire. Qualcosina di vero in questo forse può esserci, ma non si tratta affatto di una critica al programma quanto piuttosto di una sua regolazione opportuna, orientata a settori non di mercato ma di interesse infrastrutturale, come la formazione, o per aumentare e sostenere la competitività delle imprese nazionali, come anche per esempio una vera informatizzazione della pubblica amministrazione, fra le altre cose. Occorre poi naturalmente ricordare che a livello contabile, il settore privato aggregato può avere dei surplus (profitti e risparmi) solo se il pubblico o il resto del mondo sono in deficit con il nostro settore privato, e siccome tra i due il soggetto finanziariamente più solido è il pubblico, il deficit di quest’ultimo è comunque essenziale al fine di un settore privato prospero. Sulla quantità e sui modi ovviamente si deve discutere.
8 Da questo punto di vista una proposta politica macroeconomica di assunzioni pubbliche qualificate viene portata avanti da un gruppo di studiosi dell’Università di Torino. La proposta consiste essenzialmente nell’assunzione diretta di 1 milione di nuovi lavoratori in particolare giovani laureti ad alta qualificazione per sopperire ad una cronica mancanza di personale, in particolare qualificato, all’interno della pubblica amministrazione italiana: 1300 euro netti per 13 mensilità; per un costo tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Finanziato con una mini-patrimoniale sulla ricchezza finanziaria della durata di soli tre anni, dopo i quali la crescita economica ne consentirebbe l’autofinanziamento.
Vedi: http://www.propostaneokeynesiana.it/presentazione.php
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Cercherò di noerasmus1n essere troppo professionale. La situazione lo richiede, ed ho deciso di scrivere in prima persona. Da ventenne sono rimasta sinceramente sconcertata da certe dichiarazioni post-Brexit. Perché tengo a specificare la mia età? Perché queste dichiarazioni sono state pronunciate in larga maggioranza proprio da miei coetanei oltre che da coloro che speravano nella vittoria del “remain”. Affermazioni del tipo “La scelte lasciate in mano al popolo sono rischiose e pericolose”, “I vecchi non dovrebbero decidere”, “Oddio e ora come facciamo con l’Erasmus?”. Allora mi sono posta delle domande. Come mai la mia generazione, nata con il naturale diritto all’istruzione, ed in possesso di uno dei più potenti e completi mezzi di informazione quale Internet, non riesce dati questi presupposti a comprendere che il momento per liberarsi è arrivato?
Che sono talmente schiavi da non poter più nemmeno sperare di avere un lavoro degno delle proprie aspettative in Italia e che per questo sono costretti ad andarsene spesso per lavare i piatti all’estero guadagnando due spiccioli? Cosa li rende così tanto conformisti da non riuscire a vedere le sbarre di ferro della gabbia che li circonda, e che addirittura fa loro credere che l’andarsene, il fuggire, il mandare a quel paese la propria patria, i propri genitori, i coetanei che rimangono e i propri concittadini sia la vera libertà?
Da questo punto di vista mi verrebbe seriamente da pensare che è fatta, che il neoliberismo non essendo solo un concetto economico ma anche ideologico ha vinto.
Ho cercato di dare una risposta a queste domande e confrontandomi con persone di altre generazioni ho trovato una chiave di lettura ad una situazione che a volte mi sembra quasi impossibile da decifrare e comprendere. Le passate generazioni hanno vissuto altre epoche, altre economie, altri stili di vita. Molti di loro sono tuttavia conformi a quello che vige ora e sono convinti che la concorrenza, il libero mercato nobilitino la nostra nazione, pur distruggendola. Ma posso assicurare che molti altri hanno capito, e facendo un confronto con altre epoche da loro vissute (anni ’80 per esempio) vedono l’abissale differenza con l’oggi.
Mentre per quelle generazioni, trovare un lavoro degnamente retribuito e mantenersi era una cosa naturale, semplice anche per chi non aveva fatto l’Università (cosa del tutto legittima che non definisce affatto l’ignoranza o meno della persona, come oggi vorrebbero farci credere alla luce della votazione inglese), per i loro figli adesso il futuro si è ribaltato: spesso sono sottopagati, stanno per essere licenziati e se già non lo sono, sono precari. E per i loro nipoti ancora peggio. Uno scenario che non voglio nemmeno provare a descrivere.
E’ questa (quella dei figli e dei nipoti), la generazione del blackout mentale, la mia generazione. Noi non abbiamo vissuto gli anni della vera prosperità, della crescita, non li abbiamo visti, ne abbiamo solo sentito parlare. Non abbiamo visto l’alternativa, non sappiamo cosa c’è al di fuori della gabbia dell’UE, o meglio per usare una metafora acculturata (così da rendere comprensibile il concetto anche ai “semicolti”, tifosi dell’Erasmus e del sistema economico che sta distruggendo il loro futuro) non sappiamo e non riusciamo ad immaginare cosa può esserci al di fuori della caverna, quella del mito di Platone, incatenati come siamo, nella vana ammirazione di un sogno europeo che non esiste, né mai è esistito.
Spesso mi viene naturale deludermi e arrabbiarmi contro la generazione a cui appartengo. Poiché è vero che non abbiamo visto un mondo diverso con modelli economici, politici e sociali differenti, ed è vero anche che siamo stati rimbecilliti (passatemi il termine) fin dalla nascita dalla retorica del “quanto è bella l’Europa dei popoli” presente non solo in televisione ma anche in tutti i libri scolastici dall’infanzia fino alle superiori, per non parlare di quelli accademici e delle lezioni in facoltà, dove gli anni di politiche economiche criminali come quelle della Thatcher e di Reagan vengono osannati e dove il massimo dei personaggi invitati a convegni e seminari sono “artisti” come Albano, vecchi politici vicini al governo in carica o, peggio ancora, grandi manager di gruppi finanziari internazionali.
Ma per me non è ammissibile. Non posso arrendermi al fatto che i miei coetanei non siano abbastanza in gamba o coraggiosi da togliersi la benda che hanno sugli occhi, da uscire dalla caverna. Che dicano che la democrazia è pericolosa, quando è la più grande conquista dei loro nonni, che dovrebbero ringraziare ogni giorno e non insultare solo perché sono “vecchi” e hanno deciso diversamente rispetto ai giovani della generazione Erasmus.
Perciò voglio fare un appello, un invito: ragazzi non arrendetevi ed informatevi, studiate il più possibile. Vi daranno dei pazzi, dicendovi che è un’utopia, perché un’alternativa non c’è e dovete adattarvi, come al campeggio. Io però preferirei vivere in una casa solida piuttosto che in una precaria tenda. Ed avere un lavoro che rispetti le mie aspettative, lavorative e retributive, lasciandomi anche la possibilità di rimanere nel paese che amo, il paese più bello del mondo. Spetta solo a noi riscattarlo, riscattare la sovranità, il potere di decidere in casa nostra. Il peggio che ci prospettano in caso di uscita dall’UE sta già accadendo nel mentre in cui restiamo.
Beppe Severgnini (e qui concludo) a La7 ha affermato che “L’Europa ha migliorato le nostre vite, tipo viaggi, trasporti e roaming“…dunque basta il miglioramento di viaggi, trasporti e roaming per convincere i giovani a rinunciare ad un lavoro, al mantenersi da soli, ad una pensione, alla libertà?
Ragazzi, studiamo e liberiamoci.

Lo scrive chiaro e tondo Fubini sul Corriere.it: la Commissione chiede di “spostare la contrattazione salariale sempre più verso i territori e le aziende. Altrimenti il Jobs Act sarà privo di una gamba essenziale. Renzi deve scegliere”.