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Si ringraziano i giornalisti Roberto Santilli e Marianna Gianforte per la collaborazione nell’intervista video.
Per una lettura puntuale della cronaca dell’incontro, si legga l’articolo di AbruzzoWeb.
Articolo originario: RivieraOggi .
https://youtu.be/Wbi3KUBXsDw
 
L’AQUILA – Un impianto da “utopia concreta”, come la chiama lui stesso, un piano di azione immediato che combacia con il classico keynesismo, ovviamente da ventunesimo secolo e dunque verde. Serge Latouche, invitato dal dipartimento di Scienze Umane de L’Aquila per una conferenza che si è svolta martedì 23 febbraio, ha avuto modo di relazionare sui classici temi della “decrescita“, termine lanciato da lui stesso, ha spiegato, “perché nel 2002 tutti parlavano di sviluppo sostenibile, che è uno slogan ma anche un ossimoro, per cui abbiamo contrapposto un altro termine che ha avuto successo”.
Ma quando dallo scenario utopico Latouche è sceso a quello dell’attuazione dello stesso nelle nostre società, le azioni evidenziate non sono state estremistiche: “La decrescita è un cammino, bisogna avviarsi nel suo sentiero”, ha detto l’intellettuale francese. E dunque “una riconversione ecologica delle economie”, “la fine della globalizzazione ultra-liberistache mette in guerra gli uni contro gli altri”, “la fine del mito delle esportazioni e unarivalutazione delle economie interne, come spiegava il più grande economista del Ventesimo Secolo, John Maynard Keynes“, alcune delle sue affermazioni. E inoltre: “L’obiettivo è quello di dare a tutti un lavoro“. Keynesismo, di fatto, o post-keynesismo, ovviamente “green“.
Nulla di molto diverso rispetto alle visioni programmatiche di buona parte della sinistra (ma non solo) che aspira ad un “New Deal verde“, oppure agli scenari di piena occupazione “verde” come quelli descritti in questo lavoro dall’economista statunitense della MMT Mathew Forstater Paper_Green_Jobs, tra l’altro presente qualche anno fa proprio a L’Aquila nell’ambito di un altro convegno partecipatissimo.
Quanto esposto sopra non è una critica a Latouche e ai pensatori e a coloro che si battono per un modello di vita ecologico. Anzi. Il pensiero latouchiano è sempre stimolante. Tuttavia crediamo che i veri intellettuali non siano coloro in grado di disegnare utopie, ma chi a partire da una nuova concezione del mondo riesca a individuare le azioni di cambiamento reali.
Da qui deriva il problema che i grandi sostenitori della decrescita hanno introiettato l’idea di un mondo “altro” da raggiungere e di conseguenza respingono le azioni utili al miglioramento dell’esistente poiché le ritengono figlie di una politica della crescita tout-court. Confondono strumenti con fini politici e rifiutando gli strumenti contrastano quei risultati politici che auspicano nelle intenzioni e rischiano di impedire nei fatti. Si tratta di una grande perdita di risorse ed energie umane ed intellettuali, purtroppo chiuse in un rischio di autoreferenzialità e sottratte alla sfida politica contemporanea.
Sottrazione che parte dallo stesso Latouche, come evidente dalla intervista video. Quando si risponde che vanno bene le politiche keynesiane “ma non per la crescita, bisogna dare lavoro a tutti e poi cercare di vivere bene”, si afferma un concetto lapalissiano, incontestabile. Oserei dire costituzionale: piena occupazione.
Oppure, alla domanda: “In che modo si possono attuare queste politiche, demandandole al mercato, allo Stato, o ad una via mediana tra questi due elementi”, la sottrazione latouchiana è tanto palese quanto poco concreta: “Né Stato né mercato, deve agire la società civile” e alle mie ulteriori richieste di comprensione dello slogan, stavolta, ha detto: “La società civile deve andare contro lo Stato e il mercato“. Il che purtroppo non significa nulla. Potrebbe essere una evasione dalla realtà, oppure il rifiuto di aderire a correnti di pensiero avversate pubblicamente per questioni di predominio intellettuale, quanto poi ricalcate una volta usciti dalla speculazione intellettuale.
Su un concetto, espresso sotto forma di domanda nell’intervista, vorrei invece approfondire la riflessione dei lettori. La “decrescita” è un concetto che si aggancia parimenti alla “crescita”, e dunque è speculare al tema del Pil. I “decrescisti” vorrebbero “uscire dall’economia”, anche se dovrebbero ammettere loro stessi che questa “fuga” dall’economia, per quando non definita, non significa in alcun modo la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, o, meglio ancora, la fine del capitalismo. La fine delle fonti fossili non significa fine del capitalismo, ad esempio.
Ho fatto presente a Latouche come le teorie post-keynesiane, ribadite coerenti con la realtà in documenti ufficiali della Bank of England, affermino chiaramente cosa avviene almeno negli Stati con moneta sovrana (quindi non nell’Eurozona): “Le tasse non pagano la spesa pubblica“.
Questo assunto libera l’economia dall’ultimo “numerino magico“, ovvero il dato della crescita del Prodotto Interno Lordo. Dato fondamentale, soprattutto in Eurozona (fortemente avversata da Latouche, va detto, come tempio dell’ultra-liberismo) perché ad esso sono rapportate le entrate dello Stato necessarie a garantire gli stipendi dei dipendenti pubblici, la Sanità, le pensioni, i servizi, gli investimenti.
Una volta invece separate queste due grandezze (Pil e imposte) e rese indipendenti, l’unico elemento da perseguire è davvero “l’interesse pubblico”, attraverso l’uso della “finanza funzionale” come descritto dall’economista Abba Lerner.
E l’interesse pubblico è una società dove tutti lavorano e dove si vive bene rispettando i vincoli naturali, per dirla con le parole di Latouche. Ma in tutto questo non si capisce cosa c’entri un termine come decrescita, quando parliamo invece di buon vecchio keynesismo adeguato alle esigenze ambientali e consapevole delle potenzialità della moneta moderna. 
 

Continua la protesta del giornalista aquilano e attivista Mmt. Il consigliere comunale de L’Aquila Guido Liris scrive ai presidenti del consiglio regionale Di Pangrazio e comunale Benedetti per lo svolgimento di un’assise congiunta con l’intervento di esperti e studiosi della materia

La Rupia Nepalese è vincolata con un tasso di cambio fisso rispetto alla Rupia Indiana: ciò significa che il governo nepalese non può spendere liberamente per favorire la ricostruzione dopo il terremoto perché rischia di causare una crisi valutaria. Esattamente come avviene per l’Italia e i Paesi dell’Eurozona in caso di disastro naturale

Convegno organizzato nel capoluogo abruzzese. Tra gli altri presente Luciano Barra Caracciolo: “Le piccole risorse europee non sono utilizzabili. Per loro la solidarietà è portare coperte e costruire tende. Costituzione Italiana e Trattati Europei inconciliabili”

Per L’Aquila non ci sono i soldi.
Per il fango di Genova non ci sono i soldi. Anzi no, ci sono 2 miliardi, ma non sono stati spesi. Ora ci pensa Renzi a spalarli, meno male.
Con una moneta sovrana (cambio flessibile sui mercati valutari, non convertibile in oro o altri beni, monopolio di Stato) la soluzione del problema del dissesto idrogeologico a Genova (o in altre città italiane) o ad esempio la ricostruzione de L’Aquila avverrebbe attraverso uno stanziamento di denaro pubblico con centinaia di imprese e migliaia di lavoratori coinvolti.
Uno stanziamento siffatto:
a) renderebbe le due città (e l’Italia intera) più sicure, vivibili e quindi in grado di attrarre nuova ricchezza e cultura;
b) non provocherebbe alcun problema alle finanze pubbliche;
c) produrrebbe reddito per circa 3 volte lo stanziamento iniziale (chi riceve il denaro lo rispende in consumi e quindi la ricchezza “circola”);
d) non provocherebbe inflazione in quanto la quantità di moneta immessa sarebbe pari ai beni e servizi prodotti.
e) fondamentale, il denaro stanziato sarebbe uno stanziamento garantito dallo Stato senza la necessità di reperire il denaro con nuove tasse o con prestiti da ripagare con gli interessi
Non capendo la Mmt e non applicandola, avendo anzi l’euro come moneta che impedisce queste operazioni di investimento pubblico persino in casi di urgenza come questi, dobbiamo accettare di ascoltare barzellette come “abbiamo finito i soldi“, oppure “i soldi c’erano ma sono bloccati dalla burocrazia“, o addirittura “non possiamo vivere sulle spalle dei nostri figli“.
Ma ad esempio David Cameron, premier inglese, in una situazione simile a quella che sta colpendo Genova, ovvero le alluvioni nel sud dell’Inghilterra lo scorso mese di febbraio, non fu costretto a scrivere barzellette su Facebook su 2 miliardi improvvisamente comparsi (…) ma poté annunciare, di fronte alle proteste dell’opinione pubblica: “Qualsiasi cosa serva, il denaro non sarà un problema – ha detto Cameron – Siamo un paese ricco, abbiamo un’economia in crescita. Se c’è bisogno di soldi per il risanamento, questi saranno messi a disposizione. Se il denaro è necessario per aiutare le famiglie a rimettersi in piedi, che il denaro sia reso disponibile”.
Fango a Genova foto ilgiornale
 

Il primo cittadino, del Partito Democratico, critica la sudditanza all’Europa della finanza: “D’altronde il governo Monti fu imposto da quel sistema. La nostra città non può essere ricostruita non solo attraverso i fondi pubblici, ma neanche con un mutuo. Così anche in città sta tornando l’estrema destra”

L’AQUILA – In un servizio della televisione aquilana Laqtv, che ringraziamo per l’interesse, una sintesi dell’incontro sulla Me-Mmt che si è svolto sabato scorso, 20 settembre, presso Palazzo dei Nobili, nel capoluogo abruzzese.

Appuntamento dalle ore 16,30 presso Palazzo dei Nobili. Riccardo Tomassetti e Daniele Della Bona relazioneranno sui temi della sovranità monetaria e su come la comprensione dei sistemi monetari e una loro corretta interpretazione consentano il rilancio delle imprese e la piena occupazione

Il piano Mosler per l’Aquila rischia di saltare perché l’Eurozona è progettata per eliminare ogni possibilità di salvezza