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Il professore australiano, uno dei massimi esperti mondiali di Mmt, attivo pubblicamente nella polemica contro il neoliberismo, sarà all’Università Roma Tre. Invitiamo tutti gli attivisti ad essere presenti e approfittare di questa irripetibile “lezione frontale”. Piena Occupazione, rilancio economico, opposizione alle austerità dell’Eurozona. Info: lazio@mmtitalia.info

Fonte: Memmt Umbria, clicca qui
 

1. Una fotografia della realtà

Nel presente lavoro vengono analizzati i dati macroeconomici più rilevanti per comprendere l’impatto della crisi dell’Euro sulle economie greca e italiana. Nella prima sezione viene presentata la situazione generale dei due Paesi, con particolare riferimento a variabili come: la crescita della disoccupazione, l’andamento negativo del PIL, lo stato delle finanze pubbliche e il continuo aumento delle disuguaglianze. La seconda parte invece propone un nuovo approccio macroeconomico fondato sul concetto di finanza funzionale, che valuta le politiche pubbliche per il loro impatto sull’occupazione e la stabilità dei prezzi.

La situazione greca

Al momento dello scoppio della crisi economica nel 2007 il tasso di disoccupazione greco si attestava a circa l’8%, mentre le stime datate luglio 2013 riportano un tasso del 27,9%. Si tratta di un crollo occupazionale di proporzioni enormi, che ha portato la Grecia a perdere oltre 946.000 posti di lavoro, con circa un milione di disoccupati in più rispetto all’anno 2008 (Fig. 1).

Parallelamente all’aumento della disoccupazione si registra anche un crollo del tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo, che passa dal +3,54% nell’anno 2007 al -6,38% del 2012 (Fig. 3).

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Fig. 1: Andamento di disoccupazione ed occupazione in termini assoluti. Fonte: ELSTAT. 

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Fig. 2: Andamento del tasso di crescita del PIL reale greco. Fonte: Eurostat.

Ma come si è arrivati a tutto questo? Per i policy maker europei l’origine della crisi si è manifestata attraverso l’innalzamento vertiginoso degli spread a causa del giudizio negativo dei mercati finanziari. Questo viene imputato all’eccessivo indebitamento pubblico permesso dai governi nazionali greci, e perciò la risposta economica proposta dalla Commissione Europea è l’imposizione di misure draconiane di austerità: ampi tagli alla spesa pubblica, diminuzione drastica dei salari, piani di privatizzazioni del patrimonio pubblico. In realtà, gran parte del deficit pubblico della Grecia non è discrezionale, bensì piuttosto il risultato degli stabilizzatori automatici. Nel momento in cui l’economia europea ha iniziato a piombare nella recessione, il gettito fiscale è crollato e sono cresciute le spese per ammortizzatori sociali, determinando uno scarto maggiore tra entrate fiscali e spesa pubblica.
Inoltre, la Grecia ha uno dei redditi pro capite più bassi d’Europa, le sue spese per ammortizzatori sociali sono davvero modeste e i costi di amministrazione del suo sistema di welfare sono inferiori a quelli delle burocrazie di Germania, Francia e Irlanda. Anche la spesa per il sistema pensionistico, che è il bersaglio principale degli economisti neoliberisti, è inferiore a quello degli altri Paesi europei. I dati non sono coerenti con il quadro, spesso presentato dai media, di un welfare state troppo generoso.

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Fig. 3: Saldi settoriali Grecia. Fonte: FMI
Quello che molti economisti faticano a capire è che le variazioni nel saldo del settore governativo (ovvero la differenza fra uscite ed entrate) hanno conseguenze opposte per il saldo del settore non-governativo (ovvero la differenza fra risparmi ed investimenti). Non si tratta di una teoria, ma di una semplice identità contabile basata sulla partita doppia: è l’approccio dei saldi settoriali.
Quando il settore governativo entra in deficit, le maggiori uscite corrispondono a maggiori risparmi per il settore privato (oppure a riduzioni del deficit del settore privato), più eventuali importazioni nette. La Grecia si è trovata per lungo tempo in deficit di partite correnti (saldo tra esportazioni e importazioni) così come un settore privato in deficit, dal -6% del PIL al -7.5% nell’anno 2008; in particolare le famiglie hanno visto i propri risparmi netti ridursi dal -7% al -11% del PIL.
Durante le recessioni, il settore privato riduce le spese e prova ad aumentare i risparmi, spostando il saldo del settore governativo verso territori di maggiori deficit, man mano che entrano in gioco gli stabilizzatori automatici.

I piani di salvataggio europei

Le misure di salvataggio imposte dalla Troika riusciranno difficilmente a invertire questo trend negativo, poiché si tratta di politiche pro-cicliche, i cui esiti si sono già dimostrati storicamente fallimentari (basti pensare ai casi dell’Argentina prima del 2001, o alle politiche neocoloniali del Fondo Monetario Internazionale, ispirate al Washington Consensus). Il deficit pubblico greco è già stato ridotto del 40% grazie a massici tagli alla spesa, ma nell’anno 2012 il limite dell’8.1% imposto dalle istituzioni europee è stato ampiamente sforato (il dato per il 2012 è un rapporto deficit/PIL del 10%) proprio a causa delle minori entrate fiscali e al crollo del PIL.
Da ciò emerge che nell’attuale configurazione dell’eurosistema non c’è possibilità per la Grecia di ripagare il proprio debito: per rispettare i vincoli europei il governo greco dovrebbe contrarre il suo deficit di circa il 10% del PIL, un obiettivo evidentemente irrealizzabile se non distruggendo ciò che resta del sistema economico europeo.
 

La situazione italiana

Anche l’Italia è stata duramente colpita dalla crisi economica. Ad inizio 2007 il tasso di disoccupazione italiano era del 6.2%, mentre le ultime stime relative al 2013 si attestano al 12%, con un preoccupante tasso di disoccupazione giovanile al 40%. Se nella prima metà del 2007 si contavano 1.429 milioni di disoccupati, le stime relative al 2013 ne contano 3,076 milioni.

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Fig. 4: Tasso di disoccupazione di Grecia, Italia e media UE. Fonte: Eurostat.
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Fig. 5: Andamento della disoccupazione in Italia, e confronto con la media europea. Fonte: Eurostat.

L’introduzione della moneta unica ha profondamente modificato la struttura economia dell’Italia, portando quest’ultima a trasformarsi da Paese esportatore netto ad importatore netto, come si evince dal grafico in Figura 6. Ciò è dovuto principalmente alle politiche di deflazione salariale attuate dalla Germania al fine di guadagnare competitività, in un contesto (quello dell’unione monetaria europea) in cui il settore governativo si vede costretto a ridurre costantemente la sua spesa.
Questa situazione diventa insostenibile per il settore privato che deve diminuire necessariamente la sua ricchezza: in particolare dal 2005 si registra una tendenza a ridurre il deficit pubblico tanto da far precipitare il settore privato nell’indebitamento. Allo scoppio della crisi del 2007, gli stabilizzatori automatici riportano il settore privato in surplus, a dimostrazione di quanto il saldo del settore governativo e privato siano interconnessi: le minori entrate fiscali dovute al crollo di occupazione e consumi, e i salvataggi operati nei confronti degli istituti finanziari fanno aumentare il deficit pubblico fino al 2009. Le politiche europee promosse da questo punto in poi obbligano l’Italia a irrigidire la stretta fiscale, soprattutto con l’avvento del governo Monti nel 2011 e del governo Letta nel 2012.
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Figura 6: Saldi settoriali per l’Italia nel periodo 1995-2010. Fonte: Haver, News N Economics
La tendenza al consolidamento fiscale ha come unico esito la persistente riduzione dei risparmi privati. Seguendo l’approccio dei saldi settoriali, si intuisce che in mancanza dei contributi forniti dal deficit pubblico (per via delle politiche di austerità) e dalle esportazioni nette (a causa della struttura dell’euro), non è possibile creare nuova ricchezza netta all’interno del settore privato. Se infatti pensiamo al settore privato nel suo complesso, il reddito di ogni agente è la spesa di qualcun altro. Se uno si arricchisce, qualcun altro si impoverisce.
Senza l’intervento del governo (spesa in deficit) o del settore estero (esportazioni nette), chi desidera lavorare per incrementare la propria ricchezza deve riuscire a trovare un altro agente disposto ad impoverirsi per permettergli di avere un impiego. La crescita della disoccupazione involontaria può allora essere pensata come la situazione in cui nessun agente privato è disposto a ridurre la sua ricchezza finanziaria netta per concedere un impiego.

2. Una soluzione per il lavoro

La finanza funzionale

L’approccio proposto dalla Modern Money Theory consente di rivoluzionare la concezione di finanza pubblica che vede come primario obiettivo l’equilibrio del bilancio dello Stato. Uno Stato emettitore della propria valuta non ha problemi di sostenibilità finanziaria dei suoi deficit, poiché grazie al rapporto diretto con la Banca Centrale è sempre in grado di effettuare pagamenti denominati nella sua valuta. Questa è la condizione necessaria per uno Stato con sovranità monetaria, in presenza della quale è possibile implementare un approccio definito come “finanza funzionale”, nelle parole dell’economista Abba Lerner (1951).
Per finanza funzionale si intende una tipologia di politiche fiscali e monetarie che non tengono conto della grandezza numerica del deficit, ma che considerano come unici parametri oggetto di attenzione la disoccupazione e la stabilità dei prezzi. Quando c’è disoccupazione, perciò, il governo dovrà spendere più moneta non solo come sostegno alla domanda aggregata, bensì al fine di creare posti di lavoro per coloro che non riescono a trovarne all’interno del settore privato. L’obiettivo di questo intervento pubblico è la piena occupazione, che può essere raggiunta mantenendo contemporaneamente la stabilità dei prezzi.
Di fatto, i prezzi sono fissati dalle imprese sulla base dei costi medi sostenuti, del contesto competitivo e dello stato di salute del ciclo economico; gli investimenti da esse effettuati sono quindi pro-ciclici, e risentono dell’incertezza radicale che pervade l’economia capitalistica. Numerosi studi dimostrano come la spesa pubblica riduca l’incertezza del ciclo economico, fornendo un tetto inferiore all’andamento dei redditi e quindi, lungi dal far esplodere il tasso di inflazione, contribuisca alla stabilità dei prezzi.

I programmi di Job Guarantee

Attraverso la sua capacità illimitata di spesa, il governo può istituire e finanziare dei programmi di lavoro garantito (Job Guarantee) che forniscano un impiego a tutti coloro che vogliono e sono in grado di lavorare. Il governo non andrebbe a fissare una quantità limitata di fondi da impiegare, bensì fisserà il salario erogato ai partecipanti al programma: si tratta di un approccio fondato non sulla quantità di forza lavoro da assumere, ma fondato invece sul prezzo della forza lavoro che verrà acquisita dal settore pubblico.
Poiché questa forma di investimento pubblico non è vincolata dal conseguimento di profitti, essa può essere diretta allo sviluppo di figure professionali in settori a bassa profittabilità ma ad alto valore sociale per la crescita della comunità. L’obiettivo politico della piena occupazione si lega quindi ad una diversa concezione di crescita economica, che sia rispettosa dello sviluppo umano e che comprenda anche l’attenzione a temi come la sostenibilità ambientale, l’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili.
I programmi di Job Guarantee non puntano, perciò, ad un incremento solo quantitativo della domanda aggregata, bensì ad incrementi mirati, volti a modificare la composizione del prodotto finale. In quest’ottica, non è più la crescita economica che conduce ad un aumento dell’occupazione, ma è la maggiore e migliore occupazione che porta alla crescita economica.
Chiaramente, questa situazione è possibile solo mediante l’approccio della finanza funzionale, il quale a sua volta trova spazio esclusivamente nel contesto di uno Stato emettitore della propria moneta, e quindi dotato di sovranità monetaria. Senza quest’ultima, infatti, lo Stato non si trova in condizione di poter finanziare la sua spesa in maniera illimitata e quindi non può ragionare in termini di finanza funzionale, vedendosi vincolato dall’entità dei propri deficit permessa dai suoi creditori.
Purtroppo all’interno della zona euro i Paesi membri sono privi di sovranità monetaria, in quanto hanno disgiunto le politiche fiscali (affidate ai singoli Stati) da quelle monetarie (affidate alla BCE). Ciò li espone non soltanto al pericolo della crescita esponenziale dei rendimenti pagati sulle proprie obbligazioni, ma li vincola al perseguimento di politiche economiche disgiunte da obiettivi sociali, e cari invece ai creditori istituzionali. Ne sono un esempio le procedure di riduzione del rapporto debito/PIL operate mediante tagli alla spesa pubblica, aumenti della pressione fiscale ed eventuali dismissioni del patrimonio pubblico; con la speranza di incrementare la fiducia degli investitori stessi nella solvibilità del Paese, la quale si pone necessariamente come massima priorità per qualunque governo nazionale.
Ciò provoca un totale congelamento delle funzioni della politica fiscale; l’impossibilità di effettuare piani d’investimenti pubblici o di detassare redditi d’impresa e da lavoro; la continua riduzione dei fondi a disposizione di tutti i sistemi di erogazione dei servizi pubblici (come sanità ed istruzione).
Per queste ragioni, la struttura dell’unione monetaria europea non permette l’implementazione dei piani di Job Guarantee: si richiederebbe una revisione dei Trattati fondanti dell’architettura monetaria, in particolare la cancellazione dei vincoli di Maastricht che impongono un limite massimo del 3% del rapporto debito/PIL, e il lancio di investimenti pubblici in deficit su scala comunitaria.
Non esistendo al momento alcun interesse politico nel perseguire queste riforme strategiche, il recupero della sovranità monetaria appare essenziale per la possibilità di implementare un programma di Job Guarantee.

Il terzo settore non va lasciato morire. I servizi alla persona e all’ambiente non devono soffrire di carenza di risorse perche’ incrementano gli standard di vita. Sviluppare il job guarantee nel terzo settore per raggiungere la piena occupazione

Pubblicato la prima volta dalla Tavola Rotonda della New American Foundation: The challenge of Job Creation18 Ott 2009
Secondo un rapporto dell’ILO1 pubblicato prima dello scoppio della crisi economica globale, nonostante molte persone stessero lavorando come non mai, il numero dei disoccupati si attestava su una quota elevata, di quasi 200 milioni. Inoltre, “la forte crescita economica degli ultimi cinque anni aveva avuto solo un leggero impatto sulla riduzione del numero dei lavoratori che vivevano con le loro famiglie in condizioni di povertà …”, in parte perché la crescita era alimentata dall’incremento della produttività (in crescita del 26% nella scorsa decade), ma non stava creando nuovi posti di lavoro (solo il 16,6%). Il rapporto concludeva: “ogni regione deve  affrontare le grandi sfide del mercato del lavoro” e “i giovani hanno maggiori difficoltà nel mercato del lavoro rispetto agli adulti, le donne non hanno le stesse opportunità degli uomini, la mancanza di un lavoro dignitoso è ancora significativa, e il potenziale che una popolazione ha da offrire non è sempre utilizzato a causa del mancato sviluppo del capitale umano o dello squilibrio tra l’offerta e la domanda nel mercato del lavoro”. Tutte queste affermazioni rispecchiano bene la situazione degli Stati Uniti, nonostante nel 2008 ci trovassimo all’apice del ciclo economico.
Adesso ovviamente il nostro mercato del lavoro è in profonda crisi avendo perso più di sei milioni di posti, con la disoccupazione effettiva quasi al 10%, e con milioni di lavoratori costretti alla riduzione degli orari di lavoro e persino alla riduzione della paga oraria. Secondo una relazione della New America Foundation2  ubblicata nella primavera scorsa, se aggiungiamo quei lavoratori “marginalmente collegati”, cioè quelli costretti a lavorare part-time, e coloro che vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro, il totale della disoccupazione effettiva è di oltre 30 milioni . A questo si aggiungano altri 2 milioni di individui carcerati – molti dei quali avrebbe potuto evitare di commettere un crimine se avessero goduto di migliori opportunità economiche, ed è probabile che una misura più accurata del tasso di disoccupazione sarebbe di circa il 20%. Questi numeri sono simili a quelli che ho ottenuto durante il periodo del boom di Clinton quando ho fatto una stima del numero di potenziali lavoratori rimasti senza lavoro anche quando l’economia era presumibilmente prossima alla piena occupazione.3
Il tasso di partecipazione della forza lavoro, cioè la percentuale di popolazione in età lavorativa che è impiegata o disoccupata, varia notevolmente per livello di istruzione; chi abbandona quella secondaria ha tassi di partecipazione molto bassi, a cui corrispondono tassi di incarcerazione elevati. Ho calcolato che ben 26 milioni di persone avrebbero potuto lavorare se avessero portato i tassi di partecipazione della forza lavoro di tutti gli adulti ai livelli di cui godono i laureati. Questo numero sarebbe maggiore al giorno d’oggi, a causa della scarsa creazione di posti di lavoro negli anni di Bush ed a causa della crisi economica. Quindi, possiamo tranquillamente concludere che a prescindere dal fatto che l’economia degli Stati Uniti sia in piena espansione o in recessione , il Paese registrerebbe una cronica mancanza di posti di lavoro. Confrontando questi numeri con la promessa del presidente Obama, quindi con il fatto che le sue scelte avrebbero creato, o almeno preservato, tre o quattro milioni di posti di lavoro, è chiaro che la politica attuale non è in grado di affrontare i problemi del mercato del lavoro. A dire il vero, non esiste una scelta politica unica in grado di fronteggiare i problemi che affliggono il mercato del lavoro. Abbiamo certamente bisogno di risolvere la crisi finanziaria e di rilanciare la crescita economica, ma come l’esperienza dimostra, anche una robusta crescita non crea automaticamente posti di lavoro. Inoltre, abbiamo gravi problemi strutturali: alcuni settori, come l’industria manifatturiera, creano pochi osti di lavoro rispetto al numero di soggetti che hanno competenze adeguate, mentre altri, come il settore FIRE – finanza e assicurazioni – probabilmente dovrebbero essere ridimensionati, e, altri ancora,  come la cura e l’assistenza all’infanzia, andrebbero incrementati, a fronte di una carenza cronica di personale. Infine, si potrebbe sostenere che ci troviamo ad affrontare un altro tipo di problema strutturale individuato mezzo secolo fa da John Kenneth Galbraith: quello di un settore pubblico relativamente impoverito e di un settore profit gonfiato. Pertanto, pur riconoscendo la natura multiforme del nostro problema, credo che la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo sarebbe soltanto l’inizio del cammino verso la risoluzione di quello che è probabilmente il nostro peggior problema, cioè la disoccupazione, anche se si fosse in grado di impiegare la gente a lavorare per fornire i servizi pubblici necessari. Programmi per la creazione diretta di posti di lavoro sono stati molteplici negli Stati Uniti e in tutto il
mondo. Gli americani immediatamente penseranno ai vari programmi del New Deal, come la Works Progress Administration (che impiegò circa 8 milioni di lavoratori), il Civilian Conservation Corps (2,75 milioni di occupati), e l’Amministrazione nazionale della gioventù (oltre 2 milioni di posti di lavoro a tempo parziale per gli studenti). In effetti, ci sono state richieste per il rilancio dei programmi di lavoro, come VISTA e CETA, per assicurare l’occupazione di giovani diplomati e laureati che ora a causa della crisi rischiano di restare disoccupati.4


Ma quello che io sostengo è un piano più ampio e duraturo: un programma universale di creazione di posti di lavoro che prescinda dai capricci del ciclo economico. Il governo federale dovrebbe garantire un’offerta di lavoro a chiunque sia pronto e disposto a lavorare, con un livello retributivo stabilito dal programma che comprenda i salari ed i diritti dei lavoratori. Per rendere le cose semplici, i salari potrebbero essere fissati pari all’attuale salario minimo garantito, e poi adattati periodicamente al variare dello stesso. Gli attuali diritti dei lavoratori, comprese ferie, malattie e contributi previdenziali, resterebbero garantiti.
Si noti che il pacchetto del programma di compensazione stabilirebbe lo standard salariale minimo che altri datori di lavoro (privati e pubblici) dovranno rispettare. In questo modo, la politica potrebbe effettivamente stabilire il salario di base ed i diritti lavorativi a livello nazionale – con prestazioni migliorate, quali la possibilità di fornire aumenti. Non credo che sarà facile determinare il livello di retribuzione; comunque, un dibattito pubblico che metta in discussione le questioni relative allo standard di vita minimo nella nostra nazione sarebbe a tal proposito non solo giusto ma salutare.
Il governo federale non dovrebbe gestire questo programma. Dovrebbe soltanto fornire i fondi per la creazione di posti di lavoro diretti, mentre la maggior parte di essi potrebbero essere creati dalle amministrazioni locali e da organizzazioni senza scopo di lucro. Ci sono diverse ragioni per questo, ma la più importante è che le comunità locali hanno una migliore comprensione delle esigenze. Il New Deal è stato un progetto piuttosto centralizzato, ma molti di quelli portati a termine furono concepiti per creare sviluppo per l’America rurale: elettrificazione, irrigazione, e grandi progetti di costruzione. A dire il vero, abbiamo bisogno di investimenti in infrastrutture oggi, ma gran parte di questo può essere svolto dalle amministrazioni locali. Questo programma dovrebbe fornire almeno una parte della forza lavoro per questi progetti, con i salari e alcuni costi delle materie prime pagati dal governo federale. Ancora più importante, oggi ci troviamo ad affrontare una grave carenza di servizi pubblici che potrebbe essere sostanzialmente risolta attraverso l’occupazione a tutti i livelli di personale statale, più i fornitori no-profit di servizi sociali. Gli esempi includono l’assistenza agli anziani e ai bambini, parchi giochi, vigilanza, bonifiche ambientali, cura per lo spazio pubblico, e miglioramento dell’efficienza energetica delle abitazioni per i cittadini a basso reddito. Il decentramento promuove progetti mirati a soddisfare le esigenze della comunità – sia in termini di tipologie di programmi creati, ma anche in termini di nuovi posti di lavoro corrispondenti alle competenze dei disoccupati in quelle comunità. Si noti inoltre che con la creazione di milioni di posti di lavoro decentrati di servizio pubblico, eviteremmo una delle critiche principali che si fanno al pacchetto di stimolo: poiché non ci sono abbastanza progetti infrastrutturali in cantiere, ci vorrà molto tempo per creare posti di lavoro. Invece, dovremmo consentire a ogni organizzazione al servizio della comunità di creare posti di lavoro pagati in modo che essi possano, a loro volta, rapidamente espandere le operazioni in corso. Mentre l’economia comincia a recuperare, il settore privato (così come per il settore pubblico) inizierà ad assumere di nuovo reclutando lavoratori fuori del programma. Questa è una cosa positiva, anzi, uno degli scopi principali di questo programma è quello di creare sacche di lavoratori pronti ad essere occupati una volta che il programma fosse terminato. Inoltre, il programma dovrebbe fare tutto il possibile per migliorare le competenze e la formazione dei partecipanti, fornendo un curriculum per ognuno di essi da utilizzare per ottenere un lavoro migliore e con una retribuzione maggiore. L’esperienza e la formazione on-the-job sono particolarmente importanti per coloro che tendono a rimanere indietro anche nei periodi migliori. Il programma può fornire un percorso alternativo di occupazione per coloro che non proseguono l’istruzione secondaria e che non possono entrare in programmi di apprendistato del settore privato. Ci sono alcuni esempi recenti, nel mondo reale, di programmi che sono simili a quello che stoproponendo. Quando l’Argentina degli ultimi anni si è trovata a fronteggiare una grave crisi finanziaria, economica, e sociale, ha creato il programma “Jefes“, in cui il governo federale ha creato fondi per finanziare il lavoro e una quota dei costi dei materiali, e la maggior parte dei lavori consistevano in servizi per la comunità.5
Il programma è stato destinato alle famiglie povere con bambini, permettendo a ciascuno di scegliere un “capofamiglia” che partecipasse al piano. Il programma è stato messo in piedi nel giro di quattro mesi, la creazione di posti di lavoro che ne è scaturita è stata pari al 14% della forza lavoro – un risultato notevole. Recentemente, l’India ha adottato la National Rural Employment Guarantee, che assicura 100 giorni di lavoro retribuito agli adulti che vivono nelle campagne. Nonostante il programma sia limitato, risulta essere un passo avanti rispetto al programma “Jefes”: l’accesso a un posto di lavoro diventa un diritto umano riconosciuto, ed il governo è responsabile di garantirlo. Infatti, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo include il diritto al lavoro, non solo perché è importante di per sé, ma anche perché molti dei diritti economici e sociali riconosciuti come diritti umani non possono essere assicurati senza il lavoro retribuito. E sia la storia che la teoria indicano fortemente che l’unico modo per garantire un diritto al lavoro è attraverso la creazione di posti di lavoro diretti da parte del governo. Questo non è, e non dovrebbe essere, una responsabilità del settore privato, che impiega i lavoratori solo in previsione di una vendita e di un relativo profitto. Anche se potessimo in qualche modo gestire la politica economica per produrre uno stato permanente di crescita, sappiamo che si lascerebbero comunque decine di milioni di potenziali lavoratori disoccupati o part-time sfruttati dal lavoro sottopagato. Quindi, la creazione diretta di posti di lavoro da parte del governo è un elemento essenziale per qualsiasi strategia che voglia assicurare il conseguimento di molti dei diritti umani internazionalmente riconosciuti.
1  Global Employment Trends Brief 2007, International Labour Office; risultati riassunti in “Global Unemployment Remains at Historic High Despite Strong Economic Growth”, ILO 25 genaio 2007, Ginevra. Guarda anche The Employer of Last Resort Programme: Could it work for developing countries?, L. Randall Wray, Economic and Labour Market Papers, International Labour Office, Ginevra, agosto 2007, No. 2007/5.
2 Not Out of the Woods: A Report on the Jobless Recovery Underway, New American Contract, New America Foundation, 2009, www.newamericancontract.net.
3 Can a Rising Tide Raise All Boats? Evidence from the Kennedy-Johnson and Clinton-era expansions, L. Randall Wray, in Jonathan M. Harris and Neva R. Goodwin (editors), New Thinking in Macroeconomics: Social, Institutional and Environmental Perspectives, Northampton, Mass: Edward Elgar, pp. 150-181.
4 Guarda Not Out of the Woods, sopra.
5  Guarda “Gender and the job guarantee: The impact of Argentina’s Jefes program on female heads of households”, Pavlina Tcherneva and L. Randall Wray, CFEPS Working Paper No. 50, 2005.
Originale qui.
Traduzione a cura di Marco Pizzolla
 
 
 
 

Introduzione
È necessario dire questo: l’economia Keynesiana funzionava prima, e la versione migliorata – generalmente conosciuta come “post-Keynesiana” – funzionerà ancora per offrire ciò che i fondamentali del mercato delle passate tre decadi hanno pazientemente e in maniera persistente fallito di offrire *ovunque nel mondo*. Semplicemente – la prosperità che e’ condivisa da tutti. Lo scopo principale della Modern Monetary Theory e’ di spiegare, nel dettaglio, perché ha funzionato nel passato e come fare per farlo funzionare anche in futuro, nuovamente.
Qui sta il come: iniziare con un taglio del cuneo fiscale pari al 100% sia per gli imprenditori sia per i dipendenti – e potrà scomparire (se necessario, del tutto) una volta raggiunta la piena occupazione. Questo non comporterà eliminare fondi al sociale. Torneremo su questo punto e lo esamineremo in dettaglio nel corso dei prossimi scritti. Ma adesso, fermati e pensa bene all’effetto che hanno avuto i trasferimenti fiscali sull’economia nel 2009 e nel 2010. Se stai pensando che ci sono meno insegnanti, infermiere, poliziotti e pompieri licenziati, hai ragione. Se stai pensando che più strade, dighe, ponti e sistemi fognari sono stati riparati, hai ancora ragione. Ma se tu consideri che aggiungere 800 milioni di dollari al deficit in 2 anni è una via garantita per generare iper-inflazione, interessi a due cifre e il fallimento delle aste per i titoli di Stato e una corsa mondiale per sbarazzarsi delle attività finanziarie denominate in dollari, allora, e; giunto il momento che tu ti chieda come mai hai creduto a queste cose.
Un ulteriore elemento in questo programma di tre punti per riavere un sistema monetario sano basato sul buon senso: offrire un lavoro a chiunque sia disposto a lavorare e sia in grado di farlo. Un governo che emette la sua valuta può comprare qualsiasi cosa sia in vendita in quella valuta, inclusa la forza lavoro di qualsiasi disoccupato in cerca di una occupazione. Quindi, una raccomandazione politica chiave della Modern Monetary Theory è basata sul “Job Guarantee”. Il governo dovrebbe prendere l’iniziativa e organizzare un programma di transizione per le persone che non riescono a trovare lavoro nel settore privato, per come lo intendiamo oggi. Perché la battutina che inizia e finisce con: “il governo non può creare lavoro – solo il settore privato può!” è la cosa meno divertente al mondo, ora.
I governi creano già milioni di posti di lavoro. Fare il militare non è un lavoro? Non è un lavoro far volare il Presidente con l’Air Force One intorno al mondo E tutti i dottori e gli infermieri giù al V.A. hospital, e chi lavora negli asili delle basi militari? Questi sono certamente occupati. Quando vai al supermercato per comprare qualcosa – uh – quanto attentamente il cassiere esamina i soldi che gli diamo? Qualsiasi cassiere ti ha mai guardato storto mentre gli dai 5 dollari chiedendoti “Hmm..sei sicuro che questi soldi vengono dal settore privato?” No. Non te lo chiedono. Perché i soldi che il governo usa per pagare i suoi dipendenti sono esattamente gli stessi con cui viene pagato qualsiasi altro soggetto.
Un programma transitorio di lavoro ha bisogno di essere diverso rispetto agli esempi appena citati. È fondamentale essere sicuri che un programma del genere assume persone “dal basso”, non quelli altamente specializzati. Questa è un’importante via per far si che il programma non creerà colli di bottiglia in merito alle risorse reali entrando in competizione col settore privato per lavoratori con competenze significative. Perciò, un programma transitorio di lavoro assomiglia a lavori entry-level in un impianto della difesa USA. Un lavoro simile esiste esclusivamente perché il Pentagono ordina aerei o caschi o cibo per cani per le unità K-9. Non c’è ambiguità su dove vanno a finire le cose o per cosa vengono pagate. E quando le persone che tagliano l’erba o puliscono il parcheggio vengono pagate, essi sanno, senza starci a pensare, che i loro salari saranno spesi al supermercato esattamente nella stessa maniera di qualsiasi altro lavoratore pagato.
La spesa per la difesa è, realmente, più o meno una buona idea di programma di lavoro transitorio [questa è l’opinione dell’autore dell’articolo, non di mmtitalia.info, ndr] in grado di fornire lavoro a qualsiasi persona volenterosa di lavorare.1 L’unico periodo in cui l’economia americana ha raggiunto, in un periodo significativamente lungo disoccupazione zero, inflazione bassa e sotto controllo, nessun shock finanziario, fu alla fine della seconda guerra mondiale – includendo il programma Lend-Lease del 1940 e del 1941.2 Questa soluzione al problema della disoccupazione di massa funzionò nel 1940 e funzionerebbe anche oggi. Nel 1940 quasi tutti i lavori avevano a che fare col conflitto bellico . Ma, economicamente, questo non comporta nessuna differenza.
Il legame tra la guerra e la prosperità economica è stato già notato. Conduce a pensatori del 19° secolo (come Jimmy Carter) cui si chiedevano se potesse esistere “un equivalente morale alla guerra”. Bene, ci potrebbe essere – col Job Guarantee. La pre-condizione più grande è stata incontrata, perché un risultato delle guerre è stato quello di forzare i Paesi in conflitto a uscire dal sistema aureo. Oggi tutte le nazioni lo hanno abbandonato. Fatto questo, ciò che importa è valutare se ci sono sufficienti risorse reali disponibili per produrre beni e servizi che siano l’equivalente in valore alla spesa del governo per il job-guarantee. Se le risorse fossero disponibili, – se non fossero già state usate per produrre qualcos’altro – allora l’incremento della domanda conseguente ai salari generati dal job-guarantee non produrranno inflazione, a prescindere da ciò che si produrrebbe.
La moneta è fungibile al 100%. Se il job-guarantee fosse destinato alla produzione di aerei da guerra o turbine eoliche non ci sarebbe una differenza economica, – gli occupati spenderebbero i loro salari sulle stesse cose acquistate dagli altri lavoratori. Ciò che conta è se ci sono o meno sufficienti risorse reali e lavoro disponibile per produrre questi beni e servizi in linea con il corrispondente incremento della domanda. Se tale incremento fosse presente, nessun intervento del governo sarebbe necessario. La stesa motivazione che caratterizza il privato a cercare il profitto che induce l’azienda a produrre un widget può essere la base per indurre la produzione di qualcos’altro.
Le principali idee sbagliate sul job-guarantee, intendendolo come una maniera inefficiente di “creare lavoro”, ignorano il dinamismo del settore privato. Si assume semplicemente che se i lavoratori finanziati dal pubblico non contribuissero a fare scarpe o sapone, i loro salari risulterebbero in “più soldi a caccia degli stessi beni” – e questo causerebbe automaticamente inflazione. Questo è un errore che è stato empiricamente reso falso molte volte ma le persone continuano a considerarlo come un a fede economica. Quindi, uno dei compiti più pressanti per la MMT è evidenziare come sia possibile cessare l’esistenza della disoccupazione di massa garantendo allo stesso tempo la stabilità dei prezzi.
Ci sono molti altri problemi economici e sfide al giorno d’oggi. la Modern Monetary Theory non è la panacea per loro. Anche se i suoi spunti e le raccomandazioni politiche divenissero ampiamente diffuse, e anche se un giorno fossero totalmente realizzate, la società avrà altre sfide di fronte a se come la disuguaglianza, la regolazione per catturare i comportamenti finanziari predatori, inclusi quei comportamenti basati sulla concessione di credito per i mutui causa della crisi mondiale del 2008. Per comprendere i problemi e gli ulteriori pericoli, dobbiamo guardare al contesto economico in maniera allargata, e porre la Modern Monetary Theory all’interno di una struttura più ampia.
La Modern Monetary Theory spiega la relazione tra lo Stato e la sua moneta – e alcune idee derivano da ciò che è conosciuto come Cartalismo. La MMT rimane fermamente salda alla tradizione macroeconomica, e riconosce un’estesa interconnessione con altri economisti il cui lavoro è inserito nella categoria dei “post-Keynesiani”. Alcuni dei principali accademici pro-genitori della MMT includono Hyman Minsky, Abba Lerner e, più recentemente, l’economista inglese Wynne Godley, la cui eccitazione sul raggiungimento della coerenza nell’analisi degli stock economici e di flusso, presagiva l’enfasi che gli economisti pongono oggi su di essa.
L’etichetta “Modern Monetary Theory” non è particolarmente adatta. Gli è stata attaccata commento dopo commento su internet e non perché qualcuno considerasse questo nome particolarmente utile o inerente. In altre parole, gli è stata appiccicata. Infatti, l’identità della prima persona che ha usato questo acronimo su internet è sconosciuto alla storia. Cosi, per essere chiari, MMT è moderna solo nel senso ampio per cui cominciare qualcosa in Occidente nel 19° secolo è considerabile moderno. La MMT non è esclusivamente monetaria, ha qualcosa da dire anche in materia fiscale. E inizialmente non era teorica – ebbe inizio con una serie di osservazioni empiriche sulle dinamiche dei sistemi monetari e le varie vie in base alle quali era fraintesa. La MMT ha un pedigree doppio che è esso stesso qualcosa di veramente notevole.
Dall’altro lato, il paziente lavoro accademico decennale di circa, otto, dieci economisti (all’inizio erano tre o quattro, più i loro studenti) Ma la MMT era scoperta indipendentemente dal resto, da una persona. Una persona che non aveva un background accademico specifico in economia – il businessman americano e costruttore di automobili da corsa Warren Mosler. Come ha fatto a capire che la spesa di uno Stato sovrano fosse diventata operativamente indipendente dalla tassazione e dal prestito è raccontato nel suo libro del 2101, “Le sette innocenti truffe mortali della politica economica”. Nel 1996 aveva già pubblicato “Soft-Currency Economics,” lanciando la MMT come un movimento online. E mentre gli accademici MMT non lo conoscevano all’inizio, non passò molto tempo prima che si incontrassero, e questo ha condotto ad una prolungata collaborazione nel corso degli anni.
Oggi, la MMT, gode di un audience su internet sempre maggiore. E la crescita di interesse verso la MMT è evidente anche in altre maniere. Una delle leader, Dr. Stephanie Kelton dell’Università del Missouri – Kansas City, è stata spesso ospite dello show del fine settimana di MSNBC. Lei, e gli altri economisti MMT, sono frequentemente ospiti di programmi radio – sia in USA sia nei Paesi in cui l’inglese è la lingua madre. Il libro di Warren Mosler del 2010 è stato recentemente pubblicato in italiano.
(Per ovvie ragioni,essendo i Paesi del sud Europa quelli più danneggiati dalla austerità, la gente qui è diventata più aperta verso nuove idee economiche. Una conferenza di tre giorni, a Rimini, nel 2012, con quattro economisti MMT/post-Keynesiani hanno parlato di fronte a 2.000 persone, in un palazzetto dello sport. Molti degli spettatori sono arrivati da lontano pur di partecipare).3

La MMT è stata menzionata , senza essere accuratamente ancora descritta, da Paul Krugman in molti suoi articoli per il New York Times. E certamente altri aspetti sono stati notati in maniera ancor maggiore dai media – per l’approccio teorico del “trillion-dollar coin”sul fiscal cliff. (L’idea fu proposta e dibattuta prima sul blog di Warren Mosler). In breve, sta diventando sempre più difficile ignorare la MMT. E fino a quando avrà le risposte alle più urgenti questioni mondiali, sembra che la MMT diventerà quasi impossibile da nascondere. Questi post sono scritti nel tentativo di far avvicinare quel giorno rapidamente.
La seguente esposizione sarà intenzionalmente semplice e non tecnica e conterrà i principi della MMT. La versione senza algebra, per intenderci. È intesa come una guida per i non economisti, e per le persone pigre che magari hanno sentito una frase o visto un video clip sulla MMT e che desiderano imparare di più. Questi scritti non sostituiscono manuali tecnici più completi e necessari, disponibili in giro, come i Primer.
Confido su esempi ampiamente conosciuti a tal punto che nessuno sentirà la mancanza delle note. E dal momento in cui non affermo che tutto ciò è farina del mio sacco, dico fin dall’inizio che ho imparato queste cose da persone che le hanno insegnate prima di me. Ma invece di interrompere il post o complicarlo cercando di stabilire chi disse cosa, io spero che questo sia sufficiente per ringraziare la comunità MMT per i materiali sfruttati da me lungo il cammino.
Inoltre, comincerò dalle posizioni più neutre della MMT sul contesto politico e sulle questioni ideologiche. Mentre i principi MMT si applicano ugualmente, indipendentemente da cose come la dimensione di un governo o la questione relativa a chi è al governo, esiste un pregiudizio politico che nessuno è in grado di ignorare. Io tenterò dui enfatizzare piuttosto che nascondere il pregiudizio politico – e a volte lo sottolineerò in maniera forte. Spero che nessuno la prenda come un rimprovero. Penso che abbiamo semplicemente raggiunto un punto in cui le applicazioni pratiche hanno bisogno di essere poste sullo stesso piano dei loro fondamenti teorici.
Per qualcuno, magari da qualche parte in Italia – in un giorno speriamo non troppo lontano, la MMT sta andando davvero a rivoluzionare il mondo.
1 Qui va sottolineato come, durante le guerre, gli Stati spendano dimenticandosi “di non avere i soldi”, come affermano di fronte al comune cittadino. Le guerre sono una prova concreta di come i governi non abbiano vincoli finanziari alla spesa, solo ideologici, che scompaiono, appunto, per vincere i conflitti. Noi siamo favorevoli a PLG destinati al sociale e all’ambiente, in particolare, ndr.
2 Legge firmata da Franklin D. Roosevelt  che prevedeva la fornitura di armi da parte degli USA al Regno Unito e altri Paesi. Fonte: http://militaryhistory.about.com/od/industrialmobilization/p/lend-lease-act.htm Consultato il 23/03/2013
3 Evento nato da un’idea e frutto dello sforzo di Paolo Barnard, ndr.
Originale disponibile qui.
-Cos’è la Modern Money Theory, o “MMT”? (Prima parte)

Grillo lo so, al reddito di cittadinanza corrispondono applausi, ma magari domani dirai che ti sei sbagliato e che la soluzione è il PLG (Programma di Lavoro Garantito)

Eppure, confesso, ci ho sperato, per qualche minuto. Quando ho letto il titolo del suo articolo scritto per Repubblica dal titolo “La strada da seguire per creare più lavoro”, quando ho notato nelle “keywords” la presenza di “job guarantee”, ho sperato di ritrovare lì dentro le cose che io e lei ci eravamo scritti in mail a metà Ottobre.
Poi ho letto tutto, da cima a fondo, e sono rimasto a fissare lo schermo e chiedermi “perché?”.
Perché ha scritto un pezzo sulla tragedia che sta divorando l’Europa, la disoccupazione, dimenticando quelle mail che le scrissi, e dimenticando ciò che lei stesso rispose?
Perché ha scritto di piena occupazione per Repubblica, citando il job guarantee, e non ha fatto cenno di essere stato invitato ad intervenire, a Rimini, in quello che sarebbe stato per la seconda volta in un anno il più grande summit di macroeconomia al mondo? Un summit promosso da Paolo Barnard, che aveva come finalità la stesura di un manifesto fondato sulla piena occupazione? Quattro giorni, due a Rimini e due a Cagliari, aperti dal padre della Modern Money Theory, Warren Mosler, con la frase “Dobbiamo dichiarare guerra a qualsiasi proposta che non contenga la piena occupazione”?
Warren Mosler, l’ideatore dell’analisi e teoria economica salva-vite e salva-democrazia MMT. L’autore del libro “Le Sette innocenti frodi capitali della politica economica”, che lei conosce, che lei stava leggendo nei giorni in cui io le scrissi, così almeno lei mi rispose.

Com’è possibile che Luciano Gallino scriva per Repubblica un pezzo sul “creare lavoro”, e non metta in evidenza che nei giorni in cui lo scrive è in Italia Mathew Forstater, che 10 anni fa lavorò con il Governo Argentino al Plan Jefes? L’economista del piano di piena occupazione ispirato dalle idee MMT, uno degli strumenti con cui l’Argentina cacciò via il FMI dai propri confini.
Com’è possibile che io oggi legga questo suo articolo rilanciato da più siti web, circondato da commenti entusiasti di persone cosiddette “di sinistra” che si affannano a siglare il suo pezzo con un “mi piace” su facebook e subito dopo corrono a far la loro parte nella campagna elettorale per le primarie di partiti che per uscire da questa sciagura chiamata “Europa” ci propongono ancora “più Europa”.
Il giorno dopo in cui ho iniziato a pormi tutte queste domande, a Villasor, in provincia di Cagliari, si è ucciso un uomo. Un disoccupato padre di due figli. Leggo che gli hanno trovato, accanto, delle bollette da pagare. Si è ucciso a mezz’ora d’auto di distanza da un centro congressi, a Cagliari, in cui pochi giorni prima i più coraggiosi economisti oggi al mondo avevano spiegato per due giorni di seguito com’è possibile realizzare la piena occupazione, e come la disoccupazione di massa sia un crimine contro l’umanità. Il tutto come sempre nel silenzio quasi totale dei media, se si esclude un passaggio intorno all’una di notte su Rai2 e lo spazio nella stampa locale sarda. Nel silenzio totale di Rai1, Rai3, Mediaset, La7 Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Fatto Quotidiano, La Stampa. Nel silenzio totale di Repubblica.

Tutto questo diventa ancora più intollerabile se chi conosce l’esistenza dell’alternativa a questo genocidio non sente il dovere morale di gridarlo con tutti gli strumenti che ha a disposizione, tutti. Noi conosciamo Alain Parguez, Professor Gallino, e sappiamo che basta poco per fare questo passo: basta il coraggio.

Ecco, lei nel suo articolo si chiedeva qual è la strada per creare più lavoro. Secondo me, secondo noi, è anzitutto la strada del coraggio, il coraggio di chiamare “crimine” un crimine, e “dittatura” una dittatura, anche se si nascondono dentro un palazzo di vetro a Bruxelles. Repubblica non le suggerirà mai questa strada, lasci che gliela suggeriamo noi.

“Potreste pensare che i non scolarizzati, i poveri e i “non collocabili” non abbiano buone idee di business, o spirito d’impresa o abilità per immaginare cosa ci sia da fare; e vi sbagliereste di grosso”. Pavlina R. Tcherneva