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Appuntamento il 4 dicembre a Preganziol, in provincia di Treviso. Relatore Marco Cavedon della Me-Mmt, interviene anche Francesca Salvador, rappresentante della Salus Bellatrix

Secondo il “senso comune” si ritiene che, per generare profitti, sia sufficiente che il settore  privato si sviluppi libero e che il denaro circoli velocemente.
Attraverso una semplice analisi vedremo se tale “senso comune” è da ritenersi corretto.

Imprenditori italiani protestano a Roma
 
 
Suddividiamo il sistema privato mondiale in due settori: da una parte abbiamo tutti i capitalisti/imprenditori (che chiameremo settore degli imprenditori) e dall’altra tutti i lavoratori/dipendenti (che chiameremo settore dei dipendenti).
Ipotizziamo inoltre di trovarci in una economia dove non esistano settori pubblici: quindi non ci sono tasse, non c’è spesa pubblica e non ci sono dipendenti pubblici. Quindi parliamo di libero mercato puro: il sogno dei liberisti.
Secondo il “senso comune”, in un contesto simile, i profitti dovrebbero essere più alti che mai.
Alcune riflessioni:
– il settore dei dipendenti in aggregato ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello degli imprenditori) paga salari e stipendi.
– il settore degli imprenditori in aggregato  ha un flusso finanziario in entrata ogni volta che l’altro settore (quello dei dipendenti) compra i beni e servizi reali venduti dagli
imprenditori.
– ogni scambio di beni e servizi reali tra imprenditori o tra dipendenti non genera flussi finanziari in entrata ed in uscita dal rispettivo settore: in questi casi il denaro passa da un imprenditore all’altro o da un dipendente all’altro all’interno del rispettivo settore.
Partiamo dall’anno X e supponiamo che:

  • tutti i dipendenti vengono assunti dagli imprenditori per produrre beni e servizi reali (non esistono disoccupati)
  • il settore degli imprenditori paga un ammontare di salari/stipendi totali pari a 1.000 soldi (che entrano nel settore dei dipendenti)
  • i dipendenti non risparmiano nulla ed utilizzano tutto l’ammontare di stipendi/salari per comprare i beni e servizi reali venduti dagli imprenditori: 1.000 soldi torneranno nel settore degli imprenditori in cambio di beni e servizi reali

Elaborando il saldo per l’anno X possiamo facilmente dedurre che non c’è profitto in aggregato per il settore degli imprenditori:
1.000 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 1.000 soldi (in uscita come salari e stipendi) = 0
Il saldo è pari a zero, e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Accadrà sicuramente che alcuni imprenditori ottengono profitti mentre altri realizzano perdite; ma non c’è profitto in aggregato nel settore degli imprenditori.
Veniamo all’anno X+1 e supponiamo che:

  •  il settore degli imprenditori, grazie al progresso tecnologico, riesce a produrre una maggiore quantità di beni e servizi reali con un minor numero di dipendenti a disposizione rispetto all’anno precedente
  • tali innovazioni provocano alcuni licenziamenti e quindi disoccupazione: non tutti i soggetti del settore dei dipendenti trovano lavoro
  •  il settore degli imprenditori, in seguito ad alcuni licenziamenti, paga in aggregato soltanto 900 soldi di stipendi al settore dei dipendenti
  • i dipendenti di nuovo non risparmiano nulla e spendono tutto in beni e servizi reali venduti dagli imprenditori

Elaborando il saldo per l’anno X+1 vediamo che, nonostante gli imprenditori abbiano prodotto più beni e servizi reali dell’anno precedente ad un costo inferiore, di nuovo non c’è profitto in aggregato per il loro settore:
900 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 900 soldi (in uscita come salari e stipendi) = zero
Il saldo sarà di nuovo pari a zero e zero sarà il profitto del settore degli imprenditori in aggregato. Da ciò si evince che tale settore, non solo non è riuscito a generare profitto,  ma neanche è riuscito a vendere la maggior quantità di beni e servizi reali che è riuscito a produrre a causa dell’aumento della disoccupazione e la diminuzione del reddito.
Per completezza d’informazione, 100 soldi sono rimasti nel settore degli imprenditori come risparmio derivante dalla minor manodopera utilizzata e quindi non sono transitati nel settore dei dipendenti sotto forma di salari nell’anno X+1.
Giungiamo quindi all’anno X+2 e supponiamo che:

  • sono rimaste scorte invendute dell’anno precedente
  • aumentano ulteriormente i licenziamenti
  • L’ammontare dei salari sarà soltanto di 800 soldi
  • il settore dei lavoratori risparmia un 10% dell’ammontare totale dei salari/stipendi

Elaborando il saldo per l’anno X+2 vediamo che il settore degli imprenditori realizza addirittura una perdita:
720 soldi (in entrata come vendita di beni e servizi reali)  – 800 soldi (in uscita come salari e stipendi)  = – 80
Come possiamo constatare da questo semplice esempio, in una situazione di PURO LIBERO MERCATO, il settore degli imprenditori non è in grado di realizzare profitti in aggregato e, più probabilmente, realizzerà perdite.
Qualcuno potrebbe far notare che quanto descritto è proprio la dura legge della concorrenza nel libero mercato che si basa sulla competizione: mentre alcune imprese sopravvivono e fanno profitti, altre chiudono i battenti. Una specie di selezione naturale basata sull’efficienza.
Senza entrare nel merito della funzionalità e realizzabilità dei mercati perfettamente concorrenziali (e ce ne sarebbe da dire) vorrei soffermarmi su sei riflessioni:
– in un contesto simile ogni arricchimento finanziario netto di un settore corrisponde ad un impoverimento di pari entità dell’altro settore.
– la quantità di valuta (ricchezza finanziaria) nel sistema globale (quindi unendo i due settori) è costante e non può aumentare.
– la popolazione tende tuttavia ad aumentare ed a ciò non può corrispondere un aumento della quantità di moneta nel sistema: man mano che la popolazione aumenta, i cittadini in media avranno sempre minor disponibilità di ricchezza finanziaria.
– tale sistema tenderà a sviluppare situazioni di oligopolio in seguito alla legge del “pesce grande mangia pesce piccolo” e quindi porterà ad una situazione in cui poche grandi imprese avranno il controllo di interi settori di produzione: il processo di accentramento comporterà che molte imprese cesseranno la propria attività.
– nonostante le imprese, grazie al progresso tecnologico, migliorano la produttività e l’efficienza e producono un più alto numero di beni e servizi reali ad un costo unitario più basso, buona parte dei beni e servizi rimangono invenduti perché non ci sono abbastanza
soldi nel sistema per poterli acquistare.
– se infine arriviamo alla situazione paradossale in cui un unica grande impresa controlla tutta la produzione globale, tale impresa non potrà comunque realizzare profitti.
Per fare in modo che il settore imprenditoriale (anche nel caso in cui fosse costituito da una unica grande impresa) realizzi profitti in aggregato risulta necessaria l’esistenza di un altro settore che compri i beni e servizi reali che sono rimasti invenduti.
Questo compito, nelle economie capitaliste moderne, è svolto dal settore pubblico (che possiamo vederlo come l’unione dei settori pubblici di tutto il mondo).
Soltanto grazie ad un settore pubblico aggregato che  paga stipendi pubblici a coloro che non trovano lavoro nel settore privato, il quantitativo di beni e servizi reali invenduti può essere acquistato, permettendo al settore imprenditoriale di realizzare un profitto in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che compra beni e servizi reali dal settore imprenditoriale, tale settore potrà realizzare profitti in aggregato.
Soltanto grazie ad un settore pubblico che paga pensioni a coloro che non possono più lavorare, il settore imprenditoriale potrà realizzare profitti in aggregato.
In seguito all’esempio svolto possiamo concludere che la spesa pubblica (sotto forma di stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni) è l’unico strumento in grado di generare profitto in aggregato nel settore degli imprenditori; la spesa pubblica è l’unico strumento in grado di aumentare la quantità di valuta nel settore privato in aggregato (cioè il settore che si otterrebbe unendo il settore degli imprenditori con quello dei dipendenti privati).
Ora torniamo al mondo reale. In questi ultimi 30 anni abbiamo assistito ad una quantità innumerevole di imprenditori che, intervistati in tv e nei quotidiani nazionali, chiedono una riduzione della spesa pubblica ed una riduzione del numero dei dipendenti pubblici come soluzione alla crisi economica. Tagli, tagli, e di nuovo tagli!
Alla luce della semplice analisi che abbiamo svolto poc’anzi mi chiedo come sia possibile che la classe imprenditoriale e le associazioni di categoria che la rappresentano (Confindustria in primis), possano ignorare in maniera così profonda il reale
funzionamento delle economie capitaliste moderne.
Benché l’esempio svolto sia una rappresentazione estremamente semplificata della realtà, da diversi anni assistiamo a continui tagli alla spesa pubblica e a frequenti processi di privatizzazione. Contestualmente stiamo sperimentando una crescita esponenziale dei fallimenti delle imprese seguita, di pari passo, da processi di concentrazione delle stesse anche attraverso l’acquisto di grandi gruppi
industriali  italiani da parte di ancor più grandi gruppi esteri.
Quando l’imprenditoria italiana capirà qual è stato il principale motore della propria crescita e la primaria fonte dei suoi profitti dal dopoguerra ad oggi (cioè la vituperata spesa pubblica), sarà decisamente troppo tardi.
L’imprenditoria italiana, scagliandosi contro la spesa pubblica e la riduzione dei dipendenti pubblici si è scavata da sola la fossa nella quale è precipitata determinando, probabilmente, la propria morte.
Come recita un vecchio proverbio, non resta che dire: “chi è causa del suo male, pianga se stesso!”
Ed il settore bancario? Il settore bancario è stato volutamente escluso dall’analisi per necessità di semplificazione. In ogni caso la sostanza del discorso non cambia: i crediti bancari non generano ricchezza finanziaria netta all’interno del settore privato poiché all’emissione di prestiti bancari corrisponde l’accensione di debiti privati, nei confronti delle stesse banche, che devono essere restituiti.
Ma lo Stato come finanzia la spesa pubblica? Come abbiamo più volte spiegato, se lo Stato emette valuta a tasso di cambio flessibile, prima lo Stato spende emettendo valuta e, soltanto successivamente, raccoglie le tasse e vende titoli di stato. Da ciò si evince che tasse e titoli non svolgono la funzione di finanziare la spesa che, di fatto, è sempre finanziata da emissione di nuova valuta.
 

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