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da Trentino MMT.
A quanto pare, la notizia che tra gli under 35 britannici abbia vinto l’astensionismo non sembra essere passata ai riflettori quanto il dato di comodo dell’affermazione del voto per il Remain nella stessa fascia di età (parliamo di un 63% di astensione per gli under 35 mentre tra over 65 si attesta al 17%).
L’aspetto interessante di tale faccenda è però l’indignazione nei social network, concretizzatasi in una miriade di commenti indignati dei loro coetanei “paneuropei” che vi hanno letto la conferma dell’egoismo delle “vecchie” generazioni a loro scapito. Che il cuore dei giovani europei palpitasse con tale passione per una zona di libero scambio come la UE, di primo acchito mi ha lasciato piuttosto perplesso, perché mi sembrava una passione degna più di Cavour e gente simile che dei freschi virgulti continentali.
brexit1-410x218Quando, però, ho verificato che tale dato, con annessa indignazione, era una delle “notizie” più battute dai media (cartacei, televisivi e digitali), la perplessità ha lasciato spazio alla mia di indignazione. L’aspetto su cui i mezzi di informazione hanno puntato è stato quello di costruire ad arte il mito di un conflitto generazionale, in cui i vecchi brutti-sporchi-cattivi hanno succhiato il midollo del giardino dell’Eden, vivendo al di sopra delle proprie possibilità e lasciando ai poveri ragazzi solo le briciole e tanta disperazione. Ecco, allora, disegnato l’identikit del cinquantanovenne in pensione (di già? bastardo!), che dopo quarantatré anni di lavoro, vissuti come un nababbo, ha lasciato un debito pubblico che i suoi figli e nipoti, degni epigoni della piccola fiammiferaia, dovranno pagare a suon di lavoro precario, abbassamento salariale con rispettivo aumento del carico lavorativo (dove presente), eliminazione di un’organica tutela sanitaria, assenza di contribuzione pensionistica, e via discorrendo. Ergo, sembrano invitare i soloni dell’informazione continentale, lottate – o giovani – contro i vostri padri e nonni, affamatori e arraffatori.
Non farebbe una piega, se fosse vero. Peccato che sia totalmente falso. Ripeto: falso. Il debito pubblico (la grande colpa) non scatena assolutamente le iatture elencate in precedenza. Non lo può fare se lo Stato è sovrano, ovvero se è monopolista della propria moneta. Le generazioni “cicala” non sono state affatto tali e accusarle di essere la causa della vera distruzione di prospettive e salvaguardia delle giovani generazioni è criminale, perché scatena un odio ingiustificato fondato su asserzioni false. Se le “vecchie” generazioni avessero vissuto nell’austerità, nel pareggio di bilancio e nel rigore finanziario professati dagli euroliberisti – di destra e di sinistra – non avrebbero lasciato un paradiso ai propri eredi. Anzi, avrebbero lasciato un inferno peggiore dell’attuale.
Dunque: lo scontro generazionale è una bufala. Peggio, è uno squallido strumento di distrazione, degno della più bieca propaganda di regime. Serve solo a creare un capro espiatorio per deviare la rabbia di chi – realmente – viene privato giorno dopo giorno del proprio futuro.
brexit2Se i giovani europei non vogliono accettare di vivere sotto ricatto, disoccupati o precari, senza le più elementari basi della civiltà occidentale, hanno una sacrosanta ragione a cercare i responsabili di questo crimine. E usare tutta l’energia in loro possesso per chiedere giustizia. Ma, prima, si affranchino dai megafoni del consenso facile. E individuino le caratteristiche anticostituzionali ed economiche su cui si fondano i Trattati europei. Magari scopriranno che di “remain in EU” non hanno più voglia nemmeno loro.
(Mattia Maistri – Trentino MMT)

Cercherò di noerasmus1n essere troppo professionale. La situazione lo richiede, ed ho deciso di scrivere in prima persona. Da ventenne sono rimasta sinceramente sconcertata da certe dichiarazioni post-Brexit. Perché tengo a specificare la mia età? Perché queste dichiarazioni sono state pronunciate in larga maggioranza proprio da miei coetanei oltre che da coloro che speravano nella vittoria del “remain”. Affermazioni del tipo “La scelte lasciate in mano al popolo sono rischiose e pericolose”, “I vecchi non dovrebbero decidere”, “Oddio e ora come facciamo con l’Erasmus?”. Allora mi sono posta delle domande. Come mai la mia generazione, nata con il naturale diritto all’istruzione, ed in possesso di uno dei più potenti e completi mezzi di informazione quale Internet, non riesce dati questi presupposti a comprendere che il momento per liberarsi è arrivato?
Che sono talmente schiavi da non poter più nemmeno sperare di avere un lavoro degno delle proprie aspettative in Italia e che per questo sono costretti ad andarsene spesso per lavare i piatti all’estero guadagnando due spiccioli? Cosa li rende così tanto conformisti da non riuscire a vedere le sbarre di ferro della gabbia che li circonda, e che addirittura fa loro credere che l’andarsene, il fuggire, il mandare a quel paese la propria patria, i propri genitori, i coetanei che rimangono e i propri concittadini sia la vera libertà?
Da questo punto di vista mi verrebbe seriamente da pensare che è fatta, che il neoliberismo non essendo solo un concetto economico ma anche ideologico ha vinto.
Ho cercato di dare una risposta a queste domande e confrontandomi con persone di altre generazioni ho trovato una chiave di lettura ad una situazione che a volte mi sembra quasi impossibile da decifrare e comprendere. Le passate generazioni hanno vissuto altre epoche, altre economie, altri stili di vita. Molti di loro sono tuttavia conformi a quello che vige ora e sono convinti che la concorrenza, il libero mercato nobilitino la nostra nazione, pur distruggendola. Ma posso assicurare che molti altri hanno capito, e facendo un confronto con altre epoche da loro vissute (anni ’80 per esempio) vedono l’abissale differenza con l’oggi.
Mentre per quelle generazioni, trovare un lavoro degnamente retribuito e mantenersi era una cosa naturale, semplice anche per chi non aveva fatto l’Università (cosa del tutto legittima che non definisce affatto l’ignoranza o meno della persona, come oggi vorrebbero farci credere alla luce della votazione inglese), per i loro figli adesso il futuro si è ribaltato: spesso sono sottopagati, stanno per essere licenziati e se già non lo sono, sono precari. E per i loro nipoti ancora peggio. Uno scenario che non voglio nemmeno provare a descrivere.
E’ questa (quella dei figli e dei nipoti), la generazione del blackout mentale, la mia generazione. Noi non abbiamo vissuto gli anni della vera prosperità, della crescita, non li abbiamo visti, ne abbiamo solo sentito parlare. Non abbiamo visto l’alternativa, non sappiamo cosa c’è al di fuori della gabbia dell’UE, o meglio per usare una metafora acculturata (così da rendere comprensibile il concetto anche ai “semicolti”, tifosi dell’Erasmus e del sistema economico che sta distruggendo il loro futuro) non sappiamo e non riusciamo ad immaginare cosa può esserci al di fuori della caverna, quella del mito di Platone, incatenati come siamo, nella vana ammirazione di un sogno europeo che non esiste, né mai è esistito.
Spesso mi viene naturale deludermi e arrabbiarmi contro la generazione a cui appartengo. Poiché è vero che non abbiamo visto un mondo diverso con modelli economici, politici e sociali differenti, ed è vero anche che siamo stati rimbecilliti (passatemi il termine) fin dalla nascita dalla retorica del “quanto è bella l’Europa dei popoli” presente non solo in televisione ma anche in tutti i libri scolastici dall’infanzia fino alle superiori, per non parlare di quelli accademici e delle lezioni in facoltà, dove gli anni di politiche economiche criminali come quelle della Thatcher e di Reagan vengono osannati e dove il massimo dei personaggi invitati a convegni e seminari sono “artisti” come Albano, vecchi politici vicini al governo in carica o, peggio ancora, grandi manager di gruppi finanziari internazionali.
Ma per me non è ammissibile. Non posso arrendermi al fatto che i miei coetanei non siano abbastanza in gamba o coraggiosi da togliersi la benda che hanno sugli occhi, da uscire dalla caverna. Che dicano che la democrazia è pericolosa, quando è la più grande conquista dei loro nonni, che dovrebbero ringraziare ogni giorno e non insultare solo perché sono “vecchi” e hanno deciso diversamente rispetto ai giovani della generazione Erasmus.
Perciò voglio fare un appello, un invito: ragazzi non arrendetevi ed informatevi, studiate il più possibile. Vi daranno dei pazzi, dicendovi che è un’utopia, perché un’alternativa non c’è e dovete adattarvi, come al campeggio. Io però preferirei vivere in una casa solida piuttosto che in una precaria tenda. Ed avere un lavoro che rispetti le mie aspettative, lavorative e retributive, lasciandomi anche la possibilità di rimanere nel paese che amo, il paese più bello del mondo. Spetta solo a noi riscattarlo, riscattare la sovranità, il potere di decidere in casa nostra. Il peggio che ci prospettano in caso di uscita dall’UE sta già accadendo nel mentre in cui restiamo.
Beppe Severgnini (e qui concludo) a La7 ha affermato che “L’Europa ha migliorato le nostre vite, tipo viaggi, trasporti e roaming“…dunque basta il miglioramento di viaggi, trasporti e roaming per convincere i giovani a rinunciare ad un lavoro, al mantenersi da soli, ad una pensione, alla libertà?
Ragazzi, studiamo e liberiamoci.

Sfaticati, assistiti, pigri. Ma i ragazzi (e non solo) non hanno sradicato culturalmente i punti fondanti del neoliberismo reazionario su cui si basa anche la cultura popolare degli anziani: il mito del debito pubblico, il mito delle “tutele decrescenti”, il mito della spesa pubblica come ostacolo delle imprese private. E, così, soccombono