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In questi giorni è abbastanza comune sentire che la vittoria del No al referendum costituzionale sia stata il frutto di una resistenza tutta italiana a qualsiasi tipo di cambiamento. Si tratta di una lettura ingenua dell’esito del voto, che lo relega ad una dimensione nazionale e contingente, mentre a mio avviso è stato l’ennesima manifestazione di una fase storica che dura da qualche decennio.

1. Tutto ha inizio con l’avvento di quella che Robert Dahl ha definito la “crisi della democrazia rappresentativa“, e che potremmo sintetizzare in questo modo. Nel secondo dopoguerra la partecipazione alla cosa pubblica ha coinvolto fasce sempre più ampie della popolazione, grazie all’estensione dei diritti sociali, civili e politici e alla diffusione e la distribuzione del benessere economico. Sebbene ciò abbia contribuito a creare stabilità e sicurezza per una quantità di famiglie che ne mai avevano beneficiato in questo modo nella storia, la crescita economica alla radice di tutto ciò è stata costruita sulla base di uno sfruttamento del lavoro che anch’esso senza precedenti, ed ha perciò portato alla luce la rivendicazione di un ampliamento della democrazia; una rivendicazione così forte da far desiderare a gruppi sempre più numerosi di persone un superamento completo dell’ordine costituito. Le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si sono trovate di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringerne la concessione attraverso una graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi, e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici in arbitri del meccanismo della competizione? Un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato “The Crisis of Democracy“, redatto la Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – indicava chiaramente una preferenza per la seconda opzione. La strategia che il rapporto ipotizzava era basata su alcuni punti fondamentali: la riduzione del potere sindacale tramite la concertazione, la riduzione della partecipazione popolare alla vita politica grazie alla diffusione di “apatia”, e in generale la preferenza per un sistema politico ed economico in cui nessun diritto viene garantito a priori, ma ognuno di essi va ottenuto tramite un meccanismo di merito.
2. In questo quadro, era naturalmente necessario che il potere dei Parlamenti fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello degli esecutivi e che, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra stati portatori di istanze politiche differenti, le istituzioni sovranazionali in definitiva acquisissero sempre più prerogative anche nei confronti degli esecutivi nazionali. La crescita economica sarebbe stata guidata dagli investimenti privati, e non più da una spesa pubblica che veniva vista come distorsiva degli incentivi e del sistema del merito. Per far ciò, era necessario che gli esecutivi potessero effettuare decisioni in maniera rapida ed efficiente, ovvero con meno pressioni da parte dell’elettorato, che spesso impediva l’attuazione di politiche volte ad eliminare le tutele presenti sul mercato del lavoro. Queste ultime, infatti, costituivano delle “rigidità” che impedivano al sistema delle imprese di poter investire con flessibilità, ovvero la sicurezza di poter dismettere rapidamente i propri impianti e la propria forza lavoro e ricollocare entrambi nel caso in cui vi fossero state degli shock alla domanda interna e/o un innalzamento eccessivo dei livelli salariali nei paesi. Da qui sorgeva la necessità di governi più stabili possibili nel tempo e di un sistema elettorale che garantisse la maggioranza assoluta allo schieramento vincente, poiché all’incertezza politica veniva associata un’incertezza economica in grado di trasmettersi agli investimenti e portare perciò alla fuga dei soggetti più produttivi dai paesi.
3. Fin qui sembra tutto abbastanza risaputo, se non fosse per il fatto che se l’agenda di cui sopra è stata adottata con disciplina da governi conservatori negli anni ’80, i governi cosiddetti progressisti l’hanno applicata con ancora maggior precisione a partire dagli anni ’90. Nello specifico, gli schieramenti progressisti hanno applicato alla lettera le prescrizioni provenienti da OCSE, FMI e la nascente UE, soprattutto in tre ambiti: la liberalizzazione progressiva dei monopoli nazionali e delle concessioni pubbliche con annesse privatizzazioni dei primi, la promozione di politiche di flessibilità sul mercato del lavoro e lo spostamento del focus dell’azione politica dalla “piena occupazione” alla “piena occupabilità” e l’applicazione di politiche fiscali restrittive per porre un freno all’inflazione e generare aspettative positive negli investitori in merito alla tassazione futura.
4. Questo complesso di politiche ha permesso agli schieramenti progressisti in Europa di inglobare settori provenienti dalla sinistra radicale all’interno dei governi (mentre lo stesso avveniva a destra), ma ha generato uno scollamento tra il suo blocco sociale storico di riferimento e i suoi rappresentanti politici. Infatti, mentre la divisione con gli schieramenti conservatori restava e resta tutt’ora forte in materie come ad esempio i diritti civili, la percezione del blocco sociale di riferimento dei progressisti rispetto alle politiche economiche e sociali portate avanti da questi governi è stata quella di una sostanziale identificazione con l’agenda politica di cui sopra. In sostanza, il messaggio che i progressisti hanno inviato al proprio elettorato è stato il seguente: accettate le disuguaglianze e l’impossibilità di garantire universalmente uno standard minimo di vita, in cambio avrete la possibilità di acquistare uno status sociale superiore in maniera sempre più rapida se sarete in grado di acquisire le competenze richieste sul mercato. Tuttavia, se l’amplificazione delle disuguaglianze, l’incremento della disoccupazione, la riduzione dei servizi pubblici e una crescente asimmetria del carico fiscale gravante sulla piccola imprenditoria sono stati risultati conseguiti con successo, non lo è stata altrettanto la fluidificazione della mobilità sociale, che resta più bloccata che mai, e il fenomeno della disoccupazione di lungo periodo continua a caratterizzare il mercato del lavoro nonostante gli sforzi continui a rendere “occupabili” le persone in cerca di lavoro.
5. Nel frattempo, il blocco sociale di riferimento dei progressisti è cambiato in maniera radicale. Mentre i manager delle grandi imprese, tecnicamente dei dipendenti, sono stati in grado di decuplicare le proprie retribuzioni e il loro potere sociale, sempre più figli di “proletari” hanno acquisito piccole imprese commerciali, sono divenuti (volenti o nolenti) lavoratori autonomi e professionisti, diventando tecnicamente degli imprenditori, almeno di sé stessi. Il mondo progressista però non ha saputo procedere ad un aggiornamento delle proprie categorie sociologiche di “classe”, con il risultato che a fronte dell’applicazione dell’agenda di cui sopra ampi settori di quella che viene definita classe media hanno perso un soggetto politico di riferimento e pertanto hanno completamente interiorizzato la narrazione delle élite conservatrici che ha dato origine all’agenda stessa. Se non c’è lavoro, quindi, è colpa della burocrazia e dell’inefficienza dello stato; sono i politici che hanno stipendi troppo elevati, e i vecchi lavoratori protetti vivono nella bambagia mentre legioni di giovani lavoratori non garantiti non riescono ad entrare nel mondo del lavoro. Nessun soggetto politico ha saputo raccontare a queste classi una storia diversa, che prendesse in considerazione l’effetto che politiche economiche restrittive hanno sul mercato del lavoro. Sarebbe bastato illustrare come in un’economia monetaria una crescita dei risparmi delle famiglie e dei profitti delle imprese possa essere generata esclusivamente da uno di questi tre fenomeni: 1) una crescita del disavanzo pubblico, 2) una crescita del disavanzo del settore privato tramite l’indebitamento per consumi, 3) una crescita delle esportazioni nette, ovvero un disavanzo registrato dal resto del mondo nei confronti del paese. Se osserviamo la storia economica degli ultimi 20 anni prima del 2007, è immediato rendersi conto che tutte le politiche maggiormente in voga fra UE ed USA sono state basate sull’aumento della 2) e della 3), e ad un abbattimento della 1).
6. L’esplosione del “populismo” dal 2010 ad oggi è nient’altro che un effetto collaterale dell’implosione di questo schema. Garantire massima stabilità ai governi mentre questi ultimi destabilizzano la sicurezza delle vite della maggioranza delle popolazioni non è più uno schema sostenibile e viene rifiutato in blocco da queste ultime, anche al costo di rifiutare il sostegno ai candidati progressisti (leggasi sconfitta di Hillary Clinton) ed effettuare scelte “irresponsabili” (leggasi Brexit e vittoria del No). Se la cultura progressista fosse ancora in grado di leggere la realtà in maniera scientifica e non ideologica, si renderebbe conto del fatto che la scelta di puntare su una riduzione del grado di democrazia, compiuta negli anni ’80-’90, e non su un suo ampliamento, è stata un errore strategico pagato a carissimo prezzo. Democrazia, infatti, non significa esclusivamente la possibilità di votare i propri candidati: significa anche poter partecipare alla vita sociale tramite uno standard di vita dignitoso, avere la libertà di rifiutare condizioni di lavoro ingiuste, partecipare alla decisione in merito a cosa, quanto e come produrre beni ed erogare servizi. In questo senso, non ci sono governi efficienti che possano salvare la cultura progressista: anzi, questa dovrebbe ragionare sull’idea che sono i governi a dover diventare più “governabili”, più monitorabili e controllati da parte delle popolazione. E che la stabilità è in primis quella fornita da una piena occupazione, una struttura di enti locali funzionanti e competenti, una rete di protezione sociale pubblica efficace e una sinergia positiva fra istruzione ed innovazione.
Gli elementi per capire le ragioni di questo esito referendario, così come del successo dei populismi, ci sono. Basta osservarli.

renzi-boschi

Fonte: http://ilpaese.news/2016/10/20/modifica-della-costituzione-chi-rafforza-chi-indebolisce-un-punto-di-vista-prettamente-economico/

La modifica della Costituzione viene effettuata all’interno di una logica “riformista”. Si tratta di un adeguamento necessario a non prolungare oltre lo scollamento tra la forma del nostro ordinamento e le esigenze nate dall’adesione dell’Italia all’Unione Europea. Logica ben diversa da quella “progressista” su cui è stata scritta e fondata la Costituzione originaria. Progressista in quanto paradigma totalmente innovativo rispetto all’esistente e perché promuoveva un avanzamento di tutta la società in termini economici, sociali, politici e culturali. Guardiamoci intorno, siamo lontanissimi dal progresso del secolo scorso.

Le scelte di politica economica degli ultimi anni hanno portato ad un regresso reale e misurabile. Un recente rapporto della McKinsey dimostra come dal decennio scorso sia avvenuto un crollo di reddito in tutto il mondo occidentale (25 paesi) in percentuali altissime della popolazione dal 65% al 70%, quasi 580 milioni di persone. L’Italia è al primo posto in questa classifica negativa con il 97% della popolazione più povera di prima. (1)

Cosa è successo? Il mondo occidentale si è piegato ad una politica economica basata sul mercato, di cui l’Unione Europea è la massima espressione nel nostro continente.

I Trattati Europei stabiliscono le materie per cui, rispetto agli Stati membri, la UE ha competenze esclusive, concorrenti e sussidiarie. I regolamenti entrano nel sistema legale nazionale con effetto diretto, le direttive concedono una certa discrezionalità sul modo di essere applicate. Tuttavia, queste ultime, con il nuovo articolo 55, verranno deliberate con un Senato di “nominati”, verosimilmente molto influenzabile e poco attento, essendo impossibile per Senatori che sono anche amministratori locali avere il tempo di adempiere a questo compito con la diligenza necessaria.

Inoltre, che la politica fiscale resti ai singoli governi, è un falso clamoroso. Il Documento di Economia e Finanza, la legge più importante dello Stato, quella che decide chi mangia e chi no, viene elaborata in tandem con la Commissione.

La cosa fondamentale da capire è che il Governo è divenuto parte integrante della Governance Multilivello che chiamiamo Unione Europea. Non mi dilungo qui sugli studi autorevoli che riguardano la reale natura di queste nuove forme di governo, votate all’instaurazione di un ordine privatistico incentrato sulle libertà di mercato e retto da logiche di risultato e di rendimento che liquidano ogni possibilità di scelta democratica al riguardo.(2)  Il Consiglio dell’Unione Europea è composto da tutti i ministri nazionali e il Consiglio dai capi di Stato. Quindi i nostri ministri e il nostro Capo del Governo hanno questo doppio ruolo. Che facciano l’interesse nazionale è fuori discussione. E’ reso impossibile. Primo perché sarebbe contro lo “spirito dei trattati”, superiore alla volontà e alle necessità reali dei cittadini europei. Secondo perché sono sotto ricatto continuo: lettere e ammonimenti, procedure di infrazione, BCE che non acquista titoli, flessibilità di bilancio negata. Non va nemmeno ignorata la questione del clientelismo che in Europa raggiunge livelli imbarazzanti. Dalle sliding doors all’influenza enorme esercitata dalle lobby nella formulazione delle proposte di legge della Commissione, attività sdoganata moralmente e perfino promossa dalla Corte Europea di Giustizia.

Bastone e carota è la sintesi perfetta che descrive le relazioni disfunzionali e, talvolta, persino comiche tra Governo Nazionale e Governance Europea.

Il Governo è la testa di ponte dell’Unione Europea nel paese e non può essere viceversa, come qualche benpensante ci invita a credere, dal momento che lo squilibrio di forze è palese. Pensiamo solo alla perdita della sovranità monetaria. Per finanziarci dipendiamo dai mercati speculativi e dal programma di acquisto della BCE. Suo compito è perseguire l’attuazione di un modello economico e sociale basato su principi liberisti opposti a quelli costituzionali tramite le riforme. Compresa questa. Non a caso la chiedono Confindustria e le grandi banche d’affari, perché  riduce la variabile di rischio nella formulazione delle loro azioni speculative. La stabilità di governo è una sicurezza previsionale sulle decisioni e le politiche che verranno applicate in un paese. Nel linguaggio dei mercati significa affari d’oro, per i cittadini significa impossibilità di ottenere una reversione in loro favore. E non basta la propaganda economica a nascondere la triste realtà di un paese a crescita zero, con una disoccupazione galoppante, una sfiducia al consumo senza precedenti, un senso di precarietà diffuso e perfettamente razionale con questi numeri e queste prospettive. Il popolo ragiona di pancia, ma difficilmente la pancia sbaglia. Soprattutto se è vuota. I ristoranti sono pieni. Sì, di gente che spende la metà rispetto all’anno precedente a parità di coperti.

Le appendici al DEF (A e B) riportano il quadro di avanzamento delle riforme strutturali (3). Eventuali margini di flessibilità vengono concessi sulla base di questi avanzamenti, nient’altro. Catastrofi naturali o emergenze sociali non pesano sul piatto della bilancia. I modelli su cui sono sviluppate sono basati su teorie economiche (neoclassiche e monetariste) che dovrebbe stare nel cestino della storia per inconsistenza teorica e risultati fallimentari.

Non sto dicendo che gli economisti mainstream sono ignoranti o ottusi, sto dicendo che probabilmente sono in malafede. In particolare il modello QUEST III, che viene citato come riferimento, è sviluppato dalla stessa Commissione Europea. Ogni riforma economica e strutturale ci viene imposta su queste previsioni economiche che rispondono a criteri di competitività, riduzione del deficit, ridimensionamento di tutto il settore pubblico con le liberalizzazioni, contenimento salariale e dell’inflazione basato su percentuali di disoccupazione di “equilibrio” Nawru (10.5%), che sono di fatto quote di disoccupazione obbligatoria stabilite sempre da lei, la Commissione.

Una delle idee alla base della famiglia di modelli di cui fa parte anche QUEST III – i modelli DSGE – è che esista un tasso di disoccupazione strutturale per ogni economia, oltre il quale abbattere ulteriormente la disoccupazione genererebbe inflazione, e che quindi diviene un limite inferiore ad eventuali politiche espansive poste in essere dai governi. Il concetto di Nawru è stato criticato più volte da economisti anche molto diversi fra loro, e basta osservare come viene calcolato per comprendere come si tratti di una formulazione avulsa dalla realtà: per calcolarlo, infatti, si opera una sorta di media mobile dei tassi di disoccupazione registrati in passato. Invece di essere considerato un parametro non influenzato dal ciclo economico (proprio perché strutturale), esso diventa nella pratica un parametro pro-ciclico, che quindi condanna i governi ad avere meno spazio di manovra quando l’economia peggiora. Esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare, in contesti di recessione.

L’unico modo per opporre resistenza a queste pressioni e mantenere un po’ di spazio di manovra per perseguire politiche economiche sociali è avere un Parlamento forte. L’opposto di quello che ci viene proposto.

Non è tollerabile per un Parlamento che deve rappresentare il Popolo Sovrano dover accettare leggi vergognose, ricatti e disumane scelte di Sophie su chi deve sopravvivere e chi no.  E questo con la Riforma proposta diventa più difficile. E mi preme sottolineare che non sarebbe un atteggiamento “irresponsabile”, come speso viene definito, non senza una motivazione d’interesse specifico che non è l’interesse pubblico. I mercati ci possono danneggiare, ma fino ad un certo punto. La Grecia è forse l’esempio che dimostra come arrendersi ai mercati sia la tragedia vera. La sostenibilità economica  è una scelta politica, non c’è nessun vincolo insuperabile.

I presunti “vincoli”, i criteri di sostenibilità tanto declamati, derivano  da ipotesi formulate su modelli pretestuosi e arbitrari, nel senso che qualcuno li ha definiti politicamente come tali. La politica domina l’economia, non è il contrario, dall’alba dei tempi. I nostri figli scontano solo ed esclusivamente la nostra codardia, l’incapacità di farci attori del presente anziché spettatori terrorizzati e passivi rispetto alle scelte di altri, più sfrontati e violenti nell’affermare il proprio predominio, che porta a scelte davvero nefaste e insostenibili nel lungo periodo. Parafrasando Keynes, “nel lungo periodo saremo tutti  morti” di disperazione e  vergogna, per quello che avremo fatto a noi stessi e a quelli dopo di noi.

L’interesse pubblico è ad uno stadio terminale. La riforma ci mette la pietra tombale sopra.

La vittoria del SI sarebbe una sconfitta sociale ed economica per il paese e ci condannerebbe ad anni di recessione economica e regresso sociale.

Bisogna dire NO.

(1)http://www.mckinsey.com/global-themes/employment-and-growth/poorer-than-their-parents-a-new-perspective-on-income-inequality

(2) https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2016/03/Governance-Multilivello-UE-Non-sono-cattiva-%C3%A8-che-mi-disegnano-cos%C3%AC.pdf

(3) http://www.dt.tesoro.it/modules/documenti_it/analisi_progammazione/documenti_programmatici/W_-_DEF-2016-Sez-III-AppendicePNR_2016.pdf


 
In questo contesto, il Comitato jesino per il No al referendum costituzionale e le associazioni Economia Per I Cittadini e ME-MMT Marche hanno organizzato un incontro di analisi della tematica referendaria, sul tema della modifica della Costituzione, che si è tenuto venerdì 30 settembre presso il Palazzo dei Convegni di Jesi.
I relatori sono stati Ruggero Fittaioli (Comitato per il No), Gloria Baldoni (Direttivo Nazionale Cgil) e Giacomo Bracci (socio fondatore di Economia per i cittadini) i quali hanno relazionato sulle ricadute economiche per l’Italia in caso di vittoria del Sì.
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Il Gruppo Territoriale Umbria continua ad essere una avanguardia importante per tutto il movimento MMT italiano.
Ne è dimostrazione il “Mese dell’Economia”, organizzato dall’associazione Me-Mmt Umbria insieme al Comune di Trevi e che si svilupperà in tre incontri, il 4, l’11 e il 17 aprile e che vedrà la relazione di attivisti della Me-Mmt Umbria, di Epic Umbria e della Fef Academy, assieme ai professori dell’Università degli Studi di Perugia Paolo Polinori e Amedeo Argentiero.

Laura Agea si disse positivamente impressionata rispetto ai piani di lavoro transitorio illustrati durante la conferenza tenuta da Mosler a Bruxelles e affermò come quell’incontro non rappresentasse un momento finale quanto, piuttosto, l’avvio di un dialogo con il movimento italiano della MMT.

I consumatori europei e mondiali stanno spendendo molto meno di quanto ci si attendesse a seguito del crollo dei prezzi petroliferi, proprio perché mancano componenti della domanda in grado di aumentare in maniera significativa i redditi disponibili e le aspettative di profitto. Entrambe queste dimensioni possono crescere significativamente, nel quadro attuale, soltanto grazie ad un maggiore livello di deficit praticato a livello di Eurozona

Un governo responsabile delle sorti del paese non avrebbe mai permesso un salvataggio così insensato, un governo saggio avrebbe ricapitalizzato con fondi governativi le banche e fatto immense pressioni a livello comunitario per creare dei meccanismi di salvaguardia dei risparmiatori. Lo avevamo scritto appena lo scorso mese di ottobre. Governo responsabile. Governo saggio. Mondo dei sogni.

Locandina-Ue-e-Piena-Dis-Occupazionejpgda Economia per i cittadiniSabato 28 novembre alle ore 17 presso la sala consiliare del quartiere Porto di Bologna in via dello Scalo n. 21 si svolgerà il convegno sul tema del lavoro e della disoccupazione organizzato dall’associazione Economia Per I Cittadini (Epic).

Relatori dell’evento saranno Giorgio Cremaschi del Forum Diritti del Lavoro, il professor Claudio Sardoni dell’Università La Sapienza di Roma e l’associazione Epic nella persona di Giacomo Bracci. L’associazione Me-Mmt Italia e gli attivisti emiliano-romagnoli della Me-Mmt hanno il piacere di divulgare l’evento e di invitare chi lo voglia a parteciparvi, considerata la comunanza di obiettivi e la reciproca collaborazione da tempo avviata.

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Punto focale della discussione sarà il tema del lavoro unitamente al problema della disoccupazione. Il convegno mira ad evidenziare il netto contrasto tra l’attuale situazione occupazionale dell’Unione Europea, caratterizzata, secondo rilevazioni Eurostat, da un tasso di disoccupazione superiore al 10%, e la proposta dell’associazione Epic e di tutto il movimento MMT italiano di attuare dei “programmi di lavoro garantito” (Job Guarantee) al fine di raggiungere la piena occupazione ed assicurare un nuovo sistema di welfare. Corroborata dagli studi condotti dalla scuola neo-cartalista, e più precisamente dagli esponenti della Modern Money Theory, tale proposta si fonda sull’assunto che, nel caso in cui il settore privato non sia in grado di creare sufficiente lavoro, debba essere il settore pubblico a sanare la situazione assumendo direttamente chiunque voglia e possa lavorare.

La chiusura dell’impianto di Portovesme da parte della multinazionale Alcoa, il numero di esuberi della Indesit e la vicenda Omsa non sono certo casi isolati nel panorama attuale; rappresentano l’immagine emblematica di una condizione diffusa, che attraversa aree geografiche disparate da sud a nord.

Riportando parte di un’affermazione di Cremaschi a proposito dell’Ilva, “quando la nocività produce morti su morti, fuori e dentro la fabbrica, e i bambini di dieci anni del quartiere Tamburi hanno nei polmoni l’equivalente di quaranta sigarette al giorno”, si assiste ad una drammatica contrapposizione tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro, due diritti parimenti meritevoli di tutela, l’affermazione di uno dei quali non dovrebbe escludere il godimento dell’altro.

L’Ilva, assieme agli altri casi già citati, impone anche una riflessione sul ruolo dei sindacati, sul meccanismo della concertazione e sul processo che li ha portati all’accettazione della riduzione dei diritti e dei salari dei loro rappresentati per ottenere, come contropartita, il riconoscimento e l’istituzionalizzazione dei sindacati stessi. A tal proposito, chi meglio di Cremaschi, il quale ha recentemente restituito la tessera della Cgil dopo 44 anni “perché non vedo nei gruppi dirigenti alcuna volontà di cogliere il disastro in cui è precipitato il mondo del lavoro e le responsabilità sindacali in esso”, può esprimere delle valutazioni sull’accaduto?

Altrettanto rilevante ai fini dell’analisi delle ragioni di tale presente è il contributo del professor Sardoni, le cui considerazioni non portano ad escludere che, tra i tanti fattori all’origine della scarsa dinamicità dell’Unione Monetaria Europea, l’attuale assetto dell’Unione e i vincoli posti dal Patto di stabilità e crescita abbiano un effetto depressivo. “In altre parole, con l’esperienza dell’euro è stato scisso il legame storicamente sempre esistente fra moneta e autorità statale, che esercita la propria sovranità tramite il fisco e la moneta”. Se la Bce ha come unica finalità quella di controllare l’inflazione esercitando la sua funzione di garante della stabilità dei prezzi, d’altro canto non vi è la possibilità di attuare una adeguata politica fiscale, che controbilanci gli effetti potenzialmente depressivi di una rigorosa politica antinflazionistica. In una fase di recessione, i vincoli del Patto di stabilità impongono ai governi l’intervento con misure restrittive (minori spese e/o maggiori entrate), quando invece sarebbero necessarie misure espansive di politica fiscale. Da queste misure restrittive risulterà un’ulteriore contrazione dei redditi, che determinerà a sua volta un peggioramento dei conti.

“C’è una lotta di classe in corso, e i lavoratori non stanno vincendo“. (Bill Mitchell, economista) “C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo“. (W.Buffett, magnate finanziario)

Due prospettive differenti, una constatazione univoca.

Mercoledì 18 novembre alle ore 15 l’economista della MMT assieme a Daniele Della Bona e Giacomo Bracci relazionerà al Parlamento Europeo su invito del gruppo parlamentare EFDD e grazie al lavoro dell’associazione Me-Mmt Umbria e dell’interesse della parlamentare del M5S Laura Agea. Delegazione di attivisti al seguito. Segui la diretta streaming sul link di Youtube https://www.youtube.com/watch?v=N1F9b4Lwv_0&feature

Altri governi, come quello tedesco, hanno deciso di non rispettare quelle regole. E hanno fatto bene.
Faremmo bene anche noi a non rispettare le stesse regole a cui anche la Germania ci invita a sottostare.