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Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/contatore_debito.html
Dal 13 febbraio 2018 fino alla fine della campagna elettorale, sugli schermi Maxi-Led delle stazioni di Milano Centrale, Roma Termini e Roma Tiburtina è apparso il “contatore del debito pubblico” di cui all’immagine sopra.

Si tratta di un’iniziativa promossa dall’Istituto Bruno Leoni (che di seguito per semplicità chiameremo IBL), una think tank neoliberista nata nel 2003 per promuovere “le idee del libero mercato”.

Nella home page del loro sito compare ancora questo fantomatico contatore, che rappresenta una stima dello stock del debito pubblico italiano basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia. Accedendo all’apposito link, è possibile leggere le motivazioni con le quali l’Istituto Bruno Leoni ha difeso la sua mistificatoria propaganda, alla quale ora risponderemo punto per punto alla luce dei concetti macroeconomici della Modern Money Theory (di seguito MMT per semplicità).

1)  Quali sono i rischi di un elevato debito pubblico ?

IBL.

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.
Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.
Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.
In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano.
In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.

MMT.

Niente di tutto ciò è vero. Le condizioni di cui sopra si verificano solo nel caso si parli di uno stato che non utilizza una sua moneta fiat sovrana (qual è la condizione attuale delle nazioni dell’eurozona, che possono concretamente “finire i soldi”), mentre uno stato sovrano di una sua valuta non avrà mai difficoltà ad onerare i titoli che vende, in quanto denominati nella valuta unità di conto che lui stesse emette ed è l’unico che lo può fare. Uno stato a moneta sovrana prima emette la medesima e solo dopo la può ritirare con la tassazione o la vendita di titoli, che per questo motivo non sono affatto un qualcosa di necessario per finanziare la spesa pubblica. Per ulteriori approfondimenti leggi qui e qui.

2) Ci sono nazioni con un alto debito pubblico in cui tutto sembra andare benone, il Giappone o gli Usa, ad esempio; perché non possiamo farlo anche noi?

IBL.
Stiamo parlando di economie molto differenti, con livelli di produttività, innovazione e tassi di crescita ben differenti dai nostri; per quanto altamente indebitate, i loro fondamentali economici sono tali da permetter loro di poter detenere tale debito a costi contenuti. In particolare, negli Stati Uniti il rapporto tra debito e Pil (circa 105 per cento) è molto inferiore a quello italiano, che supera il 131 per cento. L’Italia è un Paese in declino sotto il profilo demografico e che da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l’elevato debito esistente drena consistenti risorse (oltre 60 miliardi di euro l’anno). Inoltre i tassi di crescita del paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore.

MMT.

Anche in questo caso la propaganda mistificatoria di questo istituto raggiunge l’apice. Abbiamo prima affermato che uno stato a moneta sovrana è il primo e il solo che può creare e spendere la sua valuta e di conseguenza immetterla nel circuito privato di famiglie, aziende e banche (il cosiddetto settore non governativo). Di conseguenza, prima che ci possa essere un PIL (cioè un prodotto interno lordo, o reddito interno) a monte ci deve essere la spesa dello stato sovrano. Il rapporto debito pubblico su PIL è un parametro insignificante da un punto di vista macroeconomico. Lo stato sovrano della sua valuta non ha affatto bisogno di aspettare che il settore privato generi un reddito interno (PIL) da cui poter attingere le risorse per onorare i suoi debiti, anzi, prima deve spendere la sua valuta e solo dopo i cittadini di quella nazione la possono utilizzare per realizzare le transazioni finanziarie tra di loro.

Va comunque sottolineata la realtà delle nazioni che hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria, per le quali il debito pubblico può realmente costituire un problema.

Comunque, anche “stando al gioco” dell’IBL, se il debito pubblico degli USA è inferiore al nostro, non lo stesso si può dire di quello del Giappone, che rappresenta il 250,4 % del PIL. Per quanto riguarda invece i tassi di crescita, non risulta affatto che essi siano tanto diversi da quelli dell’Italia, soprattutto per quanto riguarda il Giappone (vedere i seguenti grafici).



3) ”Al debito pubblico corrisponde un credito privato” di chi ha acquistato titoli di Stato. Cosa c’è di male? Le due cose non si compensano?

IBL.
Senz’altro: a ogni debito corrisponde un credito, e a ogni debitore corrisponde un creditore. Nel caso del debito pubblico, il debitore è lo Stato mentre i creditori sono tutti coloro – famiglie e istituzioni finanziarie, italiane e straniere – che hanno acquistato titoli del debito pubblico. Esattamente come nel settore privato, se il debitore non è in grado di ripagare i propri debiti, il creditore perderà parte o tutto quanto gli è dovuto. Conseguentemente, se lo Stato non è in grado di ripagare il debito, a farne le spese saranno due volte i cittadini: in prima battuta come risparmiatori, e poi come contribuenti. Uno Stato che non paga i propri debiti perde l’accesso ai mercati: è difficile che trovi chi gli presta soldi, e chi lo fa richiede un interesse molto elevato. Per questa ragione è assai probabile che quello Stato si trovi a mettere in atto politiche molto dure: a ridurre drasticamente le proprie spese (per esempio, gli stipendi dei suoi dipendenti o le pensioni) oppure ad alzare le tasse.

MMT.

Anche in questo caso si tratta di considerazioni completamente sbagliate. Come sopra abbiamo più volte evidenziato, è palesemente scorretto paragonare lo stato (inteso come enti governativi di una nazione) al singolo attore economico privato. Il primo infatti in condizioni normali (cioè quando è sovrano di una sua moneta) deve agire a livello macroeconomico immettendo con la spesa pubblica nel settore di famiglie ed aziende più soldi di quanto incassa con la tassazione, altrimenti queste non godranno di alcun attivo e non potranno avvenire gli scambi finanziari tra i singoli attori privati. Il debitore privato invece non può creare legalmente il denaro e pertanto (ma solo per lui) vale la regola della microeconomia in base alla quale per poter spendere e ripagare i debiti deve prima risparmiare.

Le politiche di austerity (la riduzione drastica della spesa pubblica sopra richiamata, con innalzamento delle tasse) imposteci dall’Unione Europea al contrario sono le sole e vere responsabili della crisi dell’eurozona, perché agire in maniera pro-ciclica quando l’economia è in recessione porta ad un aggravarsi della situazione, con diminuzione ancora più accentuata della domanda aggregata, chiusura di aziende, aumento della disoccupazione, ulteriore riduzione di domanda…la cosiddetta spirale deflazionistica che i paesi non sovrani della loro moneta non possono risolvere.

4) Non basterebbe tornare a una “moneta sovrana” per eliminare il problema del debito? Non sarebbe allora possibile rifinanziarlo all’infinito?

IBL.
Se l’Italia uscisse dall’euro, il rischio di denominazione del debito pubblico diverrebbe certezza. In altre parole, i vecchi titoli di stato verrebbero convertiti in Lire. Il valore di quei titoli crollerebbe, con gravi perdite per chi li detiene (inclusi i risparmiatori).
E’ vero che una volta fuori dall’euro quei titoli potrebbero essere acquistati dalla Banca d’Italia; ma questo aumenterebbe velocemente la quantità della nuova moneta nazionale in circolazione, riducendone il valore. Si avvierebbe un percorso verso la iper-inflazione che presto occorrerebbe fermare con una forte stretta monetaria e di bilancio: il contrario cioè dell’obiettivo dichiarato con l’uscita.
Un’elevata inflazione, infatti, riduce certamente l’onere del debito, ma implica anche una riduzione del potere d’acquisto dei salari, con effetti particolarmente gravi per i lavoratori con bassi redditi.
Troppo spesso si dimentica che l’Italia ha vissuto anni di iperinflazione e che solo la ferma volontà di separare le scelte di politica fiscale da quelle di politica monetaria (il c.d. “divorzio Tesoro-Bankitalia”) hanno permesso, nel tempo, di avviare quel percorso di credibilità che ci ha permesso di ridurre drasticamente l’inflazione e di entrare in un’area monetaria comune con altri paesi.

 

MMT.

Cioè vale a dire, al danno si aggiunge la beffa. In verità è proprio ora che siamo in eurozona che gli stati corrono il rischio di finire i soldi e di incorrere in default, con conseguente danno per i risparmiatori.

Uno stato sovrano della sua valuta invece è sempre solvibile nei confronti dei mercati dei capitali, in quanto mai può finire il denaro per onorare anche i debiti che lo stesso si auto-impone di emettere. Una svendita generale dei titoli dovuta ad una paura irrazionale potrebbe certamente far calare il loro valore, a fronte però di maggiori interessi richiesti, per pagare i quali lo stato sovrano non avrà alcun problema. Inoltre è possibile agire a livello di politiche monetarie, imponendo ad esempio alla banca centrale di pagare interessi negativi sui conti riserva detenuti dalle banche presso di essa e invogliando quindi le stesse ad investire acquistando i titoli di stato italiani.

La banca centrale di un’Italia nuovamente sovrana, come giustamente sopra richiamato può comprare all’infinito i titoli di stato dalle banche difendendone il valore e calmierando gli interessi e questo non può in alcun modo portare ad inflazione, in quanto si tratta di riserve immesse nei soli circuiti finanziari che, per poter essere concesse come crediti all’economia reale, necessiterebbero di politiche fiscali espansive (spesa pubblica in deficit) per creare maggiore domanda aggregata; cosa che sarebbe salvifica per quanto riguarda la nostra economia, considerata l’alta percentuale di fattori produttivi non impiegati (disoccupazione pari all’11%) che potrebbero benissimo far fronte ad un aumento del potere di spesa da parte della popolazione.

Di seguito vediamo due chiari esempi di come le politiche di Quantitative Easing (acquisto sul mercato secondario di titoli di stato da parte della banca centrale) applicate negli USA e in eurozona non abbiano affatto creato alta inflazione.

La BCE da marzo 2015 sta effettuando acquisti di titoli di stato per una valore di 80 miliardi al mese (60 miliardi da aprile 2017, vedi qui); ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Si è passati dalla deflazione ad una miserrima inflazione dell’1,6%, ben al di sotto quindi dell’obiettivo della BCE pari al 2% (niente iperinflazione quindi).

Per gli USA, il Quantitative Easing termina nel mese di ottobre 2014 e dal 2013 al 2014 si assiste ad un’impennata degli asset in possesso della FED (la banca centrale americana, vedi qui). Guardiamo l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Stabile al di sotto del 2% e addirittura in diminuzione. Consiglieremmo pertanto all’IBL, se veramente fosse interessato a fare vera informazione (e abbiamo dei seri dubbi a tal proposito) di lasciare stare i falsi miti neoliberisti ed andare semplicemente a guardare i dati reali facilmente reperibili in rete.

Fa poi sorridere (per non dire piangere) l’affermazione secondo la quale l’Italia ai tempi della lira sarebbe stata colpita da iperinflazione. Anche qui basta semplicemente andare a guardarsi la definizione esatta di “iperfinflazione”: generalmente si parla di iperinflazione quando il tasso di crescita del prezzo medio del paniere di riferimento dei beni e servizi supera il valore mensile del 50%  (vedi qui), situazione che non risulta si sia mai verificata nell’Italia Repubblicana, nemmeno in coincidenza delle crisi petrolifere degli anni ’70 del secolo scorso, che allo stesso modo colpirono altre economie importanti quali USA e Gran Bretagna. Anzi, nonostante un’inflazione del 21,8%, l’Italia del 1980 era in assoluto il paese più ricco al mondo, con un risparmio medio delle famiglie pari al 25% del reddito disponibile annuale, valore che si è ridotto al 3,2% nel 2016, nonostante un’inflazione negativa del -0,1% (dati OCSE, FMI ed AMECO). Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

In conclusione, è triste notare come anche un periodo assai delicato e critico come quello delle campagna elettorale, che in una vera democrazia dovrebbe essere caratterizzato dal pluralismo dei punti di vista e da una corretta informazione, sia invece stato pesantemente condizionato dai media mainstream e dal solo pensiero neoliberista della finanza speculativa, che ora domina l’intero mondo occidentale (e non solo)  e ha reso possibili episodi come questi.

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I dati ufficiali confermano come gli stereotipi di stampo un po’ razzista descrivono la crisi dei paesi Ue come causata dalla scarsa voglia di lavorare. Invece è tutto il contrario

TRATTO DAL PROGRAMMA ME-MMT DI SALVEZZA ECONOMICA PER L’ITALIA
A. Come spende uno Stato. Il governo di uno Stato con moneta sovrana (che è non convertibile in oro o in altre valute a un tasso fisso, ed è scambiata a tasso variabile) prima spende la propria moneta e solo dopo la ritira tassando o prendendola in prestito. Impossibile che siano le tasse o i prestiti dei privati a finanziare lo Stato, perché lo Stato ha l’esclusiva nell’emissione di moneta, ne ha il monopolio. Si pensi ad esempio: chi emette in esclusiva i biglietti per uno spettacolo, deve prima distribuirli e solo poi li può ritirare. Impossibile il contrario. Ne consegue che lo Stato sovrano non necessita affatto di tasse e prestiti al fine di spendere per la Funzione Pubblica. Colui che ha il monopolio nell’emissione di qualcosa, non deve prenderla in prestito da altri.
Non si deve infatti confondere la condizione dello Stato che emette la propria moneta sovrana con quella dello Stato che usa una moneta altrui, come è oggi l’Italia nell’Eurozona.
È solo nel secondo caso che lo Stato è costretto a spendere tassando prima i cittadini o facendosi prestare i
fondi. Lo Stato a moneta sovrana ha come unici limiti di spesa l’ideologia economica vigente, non fattori obiettivi. Infatti è corretto dire che, poiché questo tipo di Stato ha l’esclusiva nell’emissione di moneta dal nulla, per esso la spesa e gli introiti sono solamente abitudini contabili, non ricchezza vera che entra o esce. Quindi preoccuparsi del fatto che lo Stato a moneta sovrana possa esaurirla, cioè fallire, è come pensare che un professore di matematica possa esaurire i numeri. Ne consegue infine che questo Stato non avrà mai problemi di solvibilità del proprio debito, sia che esso appartenga a creditori italiani che esteri.
B. La Piena Occupazione di Stato non costa troppo. Il governo di uno Stato con moneta sovrana può e deve finanziare senza limiti la Piena Occupazione, poiché essa rappresenta la ricchezza indistruttibile dell’economia nazionale. Non è mai vero che questa spesa pubblica penalizzi i conti dello Stato, né che crei inflazione. Al contrario, essa invariabilmente li migliora e li risana in termini di ricchezza reale creata per il Paese, poiché la Piena Occupazione è il massimo motore economico esistente.
C. Il default. È impossibile che uno Stato con moneta sovrana possa essere costretto al default. Questo perché essendo egli il detentore della propria moneta, ha capacità illimitata di onorare il suo debito puntuale e sempre. I mercati non possono mai in questo caso aggredire l’economia dello Stato.
D. Il debito ‘pubblico’ non è il debito dei cittadini. Lo Stato non è una famiglia. Il governo di uno Stato con moneta sovrana spende accreditando conti correnti, o emettendo titoli che costituiscono, fra le altre funzioni, il risparmio degli acquirenti. Quindi, non dovendo lo Stato prendere in prestito dai privati prima di spendere, è chiaro che il debito (la spesa) dello Stato con moneta sovrana è precisamente l’attivo dei cittadini (settore non-governativo).
Non è mai il debito di cittadini, delle aziende o dei nostri figli/nipoti. La regola secondo cui un buono Stato deve spendere come una brava famiglia è falsa e dannosa. Questo Stato si indebita solo con se stesso, il suo debito è solo una figura contabile denominata nel denaro che esso crea dal nulla. La famiglia, al contrario, non può inventare il suo denaro, e ha ben altri limiti di spesa.
E. La spesa a deficit dello Stato è il nostro risparmio. Ne risulta che se lo Stato spende per noi più di quanto ci tassa (deficit), esso ci lascia beni finanziari che sono esattamente il nostro attivo e il nostro risparmio al netto. Se lo Stato spende per noi tanto quanto ci tassa (pareggio di bilancio), esso ci lascerà nulla, e questo ci impoverisce impedendoci proprio il risparmio. Non si dimentichi che nessuno nel settore non-governativo di cittadini e aziende può creare il denaro dello Stato e con esso arricchirci al netto (le banche creano prestiti ma anche debiti). Se lo Stato poi spende per noi meno di quanto ci tassi (surplus di bilancio) il nostro impoverimento sarà ancora più estremo.
F. Le tasse. Contrariamente a quando si crede, uno Stato con moneta sovrana non usa le tasse per finanziarsi (punto A.). Le tasse servono in primo luogo per imporre al settore non-governativo la valuta dello Stato, che altrimenti sarebbe senza valore. Se infatti il settore non-governativo non fosse costretto a pagare le tasse in quella moneta, esso potrebbe rifiutarla o non accettarla in pagamento per i beni e i servizi che vende allo Stato. In secondo luogo le tasse servono allo Stato come regolatrici dell’economia. Si alzano per calmare un’economia che corre troppo, si abbassano per dare alimento a un’economia stagnante. Soprattutto, esse devono essere sempre a un livello che garantisca la Piena Occupazione.
G. Il Deficit Positivo è un dovere dello Stato. Poiché lo Stato con moneta sovrana ha il potere di imporci di lavorare per guadagnare la sua moneta al fine di pagare le sue tasse, ne consegue che è dovere imprescindibile di questo Stato far sì che vi sia lavoro sufficiente affinché tutti i cittadini possano pagare le loro tasse, vivere dignitosamente, e anche risparmiare. Ergo: la spesa dello Stato deve essere sufficientemente a deficit per garantirci quanto sopra (Deficit Positivo). Lo Stato che, al contrario, ci impone di lavorare per pagargli le tasse nella sua moneta ma non ce ne fornisce a sufficienza per appunto pagare le tasse e per vivere decorosamente, è tiranno, poiché ci costringe a lavorare interamente per lui senza altra possibilità di crescita.
H. Le esportazioni sono un costo, le importazioni sono vera ricchezza per il Paese. Il principio fondante di un’economia funzionale al bene del 99% dei cittadini è il seguente: la vera ricchezza sono i beni e i servizi prodotti internamente, più quelli che il resto del mondo ci invia. Questo principio è supportato non solo dall’evidenza logica, ma anche dall’analisi veritiera delle economie dei Paesi che si sono gettati sull’export, in primo luogo Cina, Giappone e Germania. Contrariamente a quanto di solito detto dai media genericisti, questi Paesi soffrono disfunzioni interne gravi, come il crollo dei consumi, cali significativi dei redditi reali, aumenti esasperanti dei ritmi lavorativi. Gli Stati Uniti, al contrario, sono e rimangono la prima potenza economica del mondo, e non per nulla dedicano alle esportazioni una quota minore dell’economia, che è all’89% domestica e basata sulle importazioni. Si deve comprendere che la corsa all’export implica la dedizione al lavoro di masse di lavoratori e di mezzi per produrre beni e servizi che saranno goduti da altri fuori dall’Italia, e non da noi. In cambio ne riceviamo beni finanziari, che non solo sono assai precari, ma che finiscono sempre nel basket dei profitti delle corporation e sono solo in minima parte re-distribuiti ai cittadini. Inoltre, la corsa all’export nell’economia globalizzata impone tagli al costo del lavoro sempre più esasperati, con conseguente calo dello standard di vita dei lavoratori italiani.
Non solo: la corsa all’export impone al governo di scoraggiare i consumi domestici il più possibile, per favorire l’esportazione dei beni prodotti dai lavoratori di casa. Anche questo danneggia l’economia.
Il principio fondante di cui sopra si può formulare anche nel seguente modo: un governo sovrano che mantenga sempre le Piena Occupazione interna deve permettere solo le esportazioni necessarie ad acquisire importazioni. La Piena Occupazione garantisce sempre un’economia domestica stabile, e le importazioni aggiungono ricchezza reale (real terms of trade). Le esportazioni sottraggono economia reale.
I. Il settore bancario e finanziario. Uno Stato pienamente sovrano deve regolamentare il settore bancario nell’ esclusivo Interesse Pubblico. Primo: eliminare interamente il settore finanziario che è parassita. Secondo: si eliminino tutte le funzioni bancarie che esulano dal pubblico interesse. Terzo: si elimini l’emissione di titoli del Tesoro, che con i moderni sistemi monetari sovrani sono del tutto anacronistici e che costano allo Stato cifre immense in interessi e parcelle di intermediari finanziari.
J. Uscire dall’Eurozona non basta. Ma si badi bene: se, come ci auguriamo, l’Italia tornerà alla sua sovranità monetaria abbandonando l’Eurozona, ma poi non applicherà il principio della Spesa a Deficit Positivo per la Piena Occupazione e per il rilancio di tutto il settore di cittadini e aziende, poco o nulla migliorerà, come infatti accade a Stati come gli USA o la GB che pur avendo sovranità monetaria non applicano la Spesa a Deficit Positivo.

Mike Norman, MMTer, spiega come l’isteria da deficit che attanaglia il mondo sia follia pura. Lo Stato deve emettere la sua moneta per garantire standard di vita tali da rendere l’esistenza dignitosa

Da quando l’ipotesi dell’uscita dall’Eurozona dell’Italia ha trovato (poco) spazio anche nei talk show, nei telegiornali e nei quotidiani (anche se non tutti) è sempre più frequente imbattersi in commenti del tipo: “Torneremo all’Italia della Liretta. Che fine faremo? Lo Zimbabwe? Saremo un paese da Terzo Mondo!”.
A fronte di tali affermazioni, vedremo come quest’ultime sono prive di fondamento grazie all’ausilio di grafici ed analisi economiche e statistiche della Banca d’Italia, ISTAT, OCSE ed istituti finanziari internazionali come Thomson Reuters.
Come chiunque sa, oggi siamo in recessione (ovvero con un PIL negativo) con prospettive di peggioramento per il 2013.
Andiamo a vedere allora com’era la produzione industriale italiana prima dell’entrata nella moneta unica, confrontandola con quella relativa agli altri paesi principali dell’Eurozona, e com’è oggi.
Grafico Produzione Industriale Eurozona
Il grafico che vedete qui sopra è stato riportato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Come potete benissimo notare, nel 2001 l’Italia era la “prima della classe”. Il paese più produttivo.
Oggi, nell’Eurozona, l’Italia, come potete notare nella parte del grafico relativa all’anno 2012, è sprofondata al penultimo posto, prima della Spagna. La produzione industriale italiana è stata distrutta.
Ma date un’occhiata a chi, mentre nel 2001 era l’ultima della classe, ora, nell’Eurozona, è invece la prima: la Germania.

Spostiamoci ora sulla competitività dei principali paesi europei prima dell’entrata nell’Eurozona e dopo.
Indice di competitività
Anche il presente grafico è stato presentato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Potete benissimo notare come, prima del 2002, l’Italia e la Germania stavano più o meno alla pari in termini di competitività sui mercati. Erano le migliori d’Europa, mentre nel 2011, dato che un aumento dell’indicatore indica una perdita di competitività, la Germania dell’Euro (ed in misura minore anche la Francia) ci ha sorpassato di gran lunga.
Relativamente alla Germania è bene ricordare, però, come essa abbia completamente schiacciato il costo per unità di lavoro già dalla fine degli anni ’90 per prepararsi all’entrata nell’UEM. Nelle parole di Jan Kregel del 1998:
“La Germania sembra aver adottato una politica di controllo della crescita dei salari nominali a un tasso che è inferiore alla crescita della sua produttività interna. I costi unitari del lavoro tedeschi sono in calo… Se la Germania infatti continua a cercare, come sembra abbia fatto per circa due anni, di abbassare i suoi costi unitari del lavoro al 5 per cento – cioè a prezzi che sono sostanzialmente inferiori a quelli degli altri Paesi europei, senza più la possibilità, come è avvenuto in passato, di rivalutare il marco rispetto alle altre valute – questo significa che, se io sono un costruttore o un governo di un Paese europeo non tedesco, sperimenterò margini di profitto in calo finché anch’io non riuscirò a comprimere i miei costi unitari del lavoro. Pertanto, se vi è il rischio associato con l’introduzione dell’UEM di una moneta unica nelle condizioni in cui la Germania sta praticando una politica basata sulla convinzione che in termini assoluti i costi salariali sono troppo elevati rispetto all’Asia e agli Stati Uniti – non internamente, relativamente all’Europa – ci saranno pressioni deflazionistiche molto forti sulle retribuzioni degli altri paesi europei, che produrranno un rischio che è, direi, ora approssimativamente in equilibrio tra inflazione zero e deflazione
E’ esattamente ciò che è accaduto e che sta accadendo.

E per quanto riguarda il commercio estero? Chi era il paese dominante?
Per rispondere a questa domanda è sufficiente mostrarvi questi grafici, mostrati dagli economisti MMT Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black, Michael Hudson e dai uno dei padri della Teoria del Circuito Monetario, Alain Parguez, al Summit di Modern Money Theory di Rimini tenutosi dal 24 al 26 Febbraio 2012.
Questo grafico mostra le partite correnti (export-import) dei principali paesi dell’Eurozona prima che adottassero l’Euro, nel 1997.
Partite Correnti 1997
L’Italia godeva di un surplus commerciale, mentre la Germania era in deficit.
Guardate ora cosa è accaduto con l’introduzione dell’Euro.
Partite Correnti 2011
Chi ci ha guadagnato?
Come riportava anche Il Sole 24 Ore il 6 Giugno 2012:
” […] E qui arriva il primo dato che dà la dimensione di quanto la Germania fino ad oggi stia tecnicamente beneficiando, in termini finanziari ed economici, da questa crisi. Nei giorni scorsi il Bund tedesco a 10 anni prezzava un rendimento dell’1,345% annuo, mai così basso nella storia. Se si depura questo tasso per l’inflazione (che viaggia oltre il 2%) si ottiene un rendimento reale negativo. Dato che, letto al contrario, equivale a una sorta di ristrutturazione gratuita del debito pubblico tedesco. Niente male, come vantaggio in tempi di crisi. Anche perché questo avviene mentre i vicini, quelli più a Sud, annaspano, costretti a pagare rendimenti reali da record sul debito. E qui arriva il secondo vantaggio della Germania da questa crisi, questa volta più economico che finanziario. Negli ultimi mesi è infatti aumentato lo shopping della Germania di imprese italiane ed europee a prezzi scontati. Ma non finisce qui. La Germania, quello stesso Paese che nel 1997 pagava sui Bund a 10 anni un tasso del 5,5%, non lontano dal 6,1% dei BTp di quel tempo, funziona alla grande con l’euro. Lo dimostrano i dati sulla bilancia dei pagamenti correnti (che registra tutte le transazioni economiche di un Paese tra residenti e non residenti e quindi anche il saldo import-export). Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (qundi in piena fase euro, comprendendo anche l’attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg rilanciati dalla trasmissione televisiva “Mercati, che fare” di Banca Mediolanum). E l’Italia? Prima dell’introduzione dell’euro aveva una bilancia dei pagamenti correnti positiva (53 miliardi)  contro -388 accusati nel periodo successivo […]“

Altre esternazioni (prive di fondamenta) che è facile sentire sono quelle relative al debito pubblico, agli eccessivi deficit di bilancio, all’inflazione degna di Weimar e quant’altro.
Andiamo ora a vedere, secondo l’ordine pocanzi scritto, il problema del debito pubblico e dei deficit di bilancio.
Ho già scritto più volte come un paese con piena sovranità monetaria ed una fiat money non possa mai fallire, neanche a fronte di debiti pubblici giganteschi.
Ciò è stato oggetto di numerosi studi accademici e soprattutto da parte dell’economista Charles Goodhart, professore alla London School of Economics che ha lavorato anche nel Bank of England Monetary Policy Committee dal 1997 al 2000.
Anche l’ex governatore della FED Alan Greenspan è dello stesso avviso:
“Gli Stati Uniti possono pagare ogni debito che hanno perchè possiamo sempre emettere moneta per farlo, quindi c’è una probabilità pari a zero di fare default.”

Per quanto concerne i deficit di bilancio, ne ho già parlato in un mio articolo pubblicato tempo fa ma andiamo ad analizzarli più nel dettaglio con l’ausilio del seguente grafico.
Saldi Settoriali Italia
Il presente grafico mostra i Bilanci Settoriali dell’Italia in percentuale al PIL.
Come potete notare, ad un deficit di bilancio governativo (Public sector financial balance) corrisponde (specularmente) un surplus di bilancio privato (Private sector financial balance).
Ciò sta a significare che un deficit di bilancio del governo (G > T, Spesa pubblica > Tassazione) comporta un aumento della ricchezza finanziaria netta per il settore privato (famiglie, aziende, banche).
Più il governo è in deficit più la ricchezza finanziaria netta di famiglie e aziende aumenta.
Qui di seguito possiamo vedere una ulteriore analisi dei Bilanci Settoriali ma questa volta relativa agli Stati Uniti d’America, utilizzata dalla Prof.ssa Stephanie Kelton in un suo articolo:
USA * Saldi Settoriali
Stessa situazione come per l’Italia. Ad un deficit governativo corrisponde un surplus privato. Di seguito un ulteriore grafico dei Bilanci Settoriali dal 1952 al 2011 degli USA.
USA Sectorial Balances
Ma noi siamo nell’Eurozona, dove non possiamo più emettere la nostra moneta per finanziare la spesa pubblica ma dobbiamo prendere in prestito dai mercati dei capitali privati internazionali (banche commerciali, fondi d’investimento, fondi pensione, hedge funds, ecc…) ogni singolo Euro ai tassi d’interesse decisi dai mercati dei capitali medesimi.
Questa è la principale e drammatica causa della crisi dell’Eurozona.
Per entrarvi più nel dettaglio possiamo leggere cosa scrisse un altro economista della Modern Money Theory nel 1998, ben 4 anni prima che l’Euro diventasse la moneta unica, Mathew Forstater:
“[…] le forze di mercato possono richiedere una politica fiscale pro-ciclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi… Anche se non ci fossero limiti imposti sul deficit dei Paesi e dei debiti nazionali, la struttura della UEM rende quasi impossibile per un Paese adottare una politica anticiclica di bilancio anche se ci fosse la volontà politica. Questo perché, cedendo la loro sovranità monetaria nazionale, i Paesi non sono più in grado di condurre una politica fiscale e monetaria coordinata, essenziale per una risposta completa ed efficace alle crisi periodiche della domanda […]“

Per concludere, passiamo a vedere i dati relativi all’inflazione connessa al risparmio delle famiglie e alla chiusura del credito da parte delle banche alle imprese.

Attenendoci ai dati ISTAT, nel 1980 l’Italia aveva un’inflazione pari al 21,2%. Molti ora staranno pensando che eravamo nella situazione dello Zimbabwe, di Weimar, era l’anno in cui le famiglie consumavano tutto il loro reddito, non risparmiavano nulla poichè i prezzi continuavano a salire senza sosta.
Stando ai dati OCSE, questa semplificazione (l’ennesima priva di fondamenta) non regge.
I dati OCSE ci dicono che nel 1980 il risparmio delle famiglie era il 25%: il più alto risparmio al mondo.
Ma vediamo anche i dati relativi al 1990, con un’inflazione molto più bassa: il risparmio privato delle famiglie era aumentato al 25,5% (dati OCSE) e l’inflazione viaggiava al 6,5% (dati ISTAT). Ancora l’Italia leader mondiale del risparmio delle famiglie.
Nel 2009, sempre secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, avevamo un’inflazione pari allo 0,8%. Gli economisti tromboni della televisione diranno che questo è un ottimo livello, che con un’inflazione del genere siamo un paese moderno, ricco e produttivo.
Ahimè nemmeno questa affermazione supera la prova dei fatti.
Sempre l’OCSE afferma che nel 2009 il risparmio delle famiglie era crollato al 6,8%.
Era crollato quasi 4 volte tanto.
In conclusione, vediamo ora quali sono le cause principali del “credit crunch” delle banche nei confronti delle imprese italiane, delle quali ne falliscono migliaia ogni giorno.
Fattori imprese e privati
La linea rossa rappresenta le “aspettative generali sull’outlook economico”, cioè sulla prospettiva dell’economia.
Le banche sanno che lo Stato italiano non può più emettere moneta per far ripartire l’economia italiana; sanno che ora la creazione di attività finanziarie per i cittadini e le imprese è completamente in mano alle banche, dato che lo Stato è stato tolto di mezzo.
Con la differenza però che lo Stato crea ricchezza finanziaria netta, un’attività netta per cittadini ed imprese, mentre le banche commerciali creano attività sempre controbilanciate da passività, ovvero zero ricchezza finanziaria netta.
Le banche sono pro-cicliche, ovvero seguono il ciclo economico:
ad una situazione di espansione economica le banche prestano e finanziano gli investimenti; ad una situazione di recessione, come quella in cui ci troviamo, chiudono i rubinetti facendo crollare l’economia.
In questa situazione di recessione economica dovuta all’Eurozona, l’Italia si trova con un tasso di disoccupazione all’11% ed un tasso di utilizzo della propria capacità produttiva peggiore di tutti gli altri principali paesi europei, come mostra il seguente grafico elaborato dall’istituto Thomson Reuters
Tasso utilizzo capacità produttiva
A fronte di tutto ciò, abbiamo compreso come il mito dell’Italia della “Liretta” è un falso. Abbiamo compreso come l’Italia della Lira era l’Italia che entrò nel G7, l’Italia che con il suo export terrorizzava i tedeschi e l’Italia che era la prima economia europea per produttività industriale. Eravamo i leader delle economie europee.

Dopo 10 anni di Euro, siamo tra i “maiali” d’Europa.

FONTE: http://www.qualcosadisinistra.it/