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di Elisabetta Uccello
Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/a_chi_serve_euro.html
Ci viene spesso ripetuto  meccanicamente dai sostenitori della moneta unica europea che l’uscita dall’euro ed il ritorno ad una valuta nazionale ad un tasso di cambio fluttuante avrebbero delle terribili ricadute sull’ economia reale……..
–  Oddio quanto ci costano le materie prime in valuta deprezzata
– Oddio se la valuta nazionale si apprezza tutti corrono a comprare merci all’estero perché costano meno e allora le nostre aziende chiudono
– Oddio ma magari la nostra valuta non viene più accettata all’estero…..
Premesso che tutte queste paure sono infondate, adesso vedremo perché è importante sottolineare e prendere consapevolezza del fatto che sono timori utilizzati solo per distogliere l’ attenzione dalla questione principale.
Non riguarda l’economia reale ma l’economia finanziaria.
La paura è che il tasso di cambio fluttuante non garantisca certezza agli investitori internazionali che cercano di trarre profitto dall’acquisto e dalla vendita di strumenti finanziari denominati in valute liberamente convertibili. Certezza di cosa? Che i loro investimenti non vengano penalizzati dalle variazioni dei tassi di cambio.
L’interesse alle conseguenze negative sull’economia reale (infondate) è solo uno scudo con cui giustificare il sostegno alla natura dell’euro, che in quanto regime di cambi fissi fra ex valute sovrane è assolutamente paragonabile alla funzione che ebbe l’oro per le monete durante il gold standard. Con in più l’aggravante che a differenza dell’oro l’emissione di euro è esclusivamente controllata dalla BCE che come suo scopo ha il mantenimento di un tasso d’inflazione sotto il 2%. Per realizzare costantemente questo obiettivo la quantità di moneta euro in circolazione nell’economia reale dev’essere sempre scarsa rispetto alla capacità produttiva, cioè alla capacità di produrre beni e servizi. Quindi alta disoccupazione e sottoccupazione.
Precisiamo perché le paure trasmesse al popolo sopra riportate sono infondate:
–                     Materie prime:  considerando esclusivamente il costo delle materie prime sul prodotto finito vediamo che questo incide attualmente sul prezzo finale meno della percentuale di tassazione che il produttore deve caricare; questo è il risultato dell’appartenenza all’Eurozona che costringe gli stati ad applicare ai produttori una tassazione molto alta.
Il coefficiente di trasferimento (pass-through) è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali.
Il timore di un drastico aumento dei prezzi del prodotto finale dovuto ai maggiori costi delle materie prime a causa del deprezzamento della valuta è infondato, in quanto sul prezzo finito incidono costi di lavorazione e tasse ed imposte che uno stato a moneta sovrana ha tutto l’interesse a  regolare in funzione dello sviluppo della struttura industriale interna.
–                     Se la valuta nazionale si apprezza rispetto ad un’altra difficilmente ci sarà la corsa all’acquisto esclusivamente di prodotti esteri più convenienti innanzitutto perché, grazie al miglioramento delle condizioni lavorative e sociali sostenute da una repubblica a moneta sovrana, il cittadino potrà scegliere la qualità della produzione locale, senza essere costretto da uno stipendio misero e deflazionato come quello ormai usuale in Eurozona a scegliere solo il prodotto meno costoso. Nulla impedisce inoltre ad uno stato sovrano di poter applicare dazi alle importazioni se una politica di forte export neomercantilistico da parte degli altri stati mettesse in pericolo la produzione nazionale, posto che comunque è sempre possibile investire nel settore dei servizi meno soggetto a concorrenza.
–                     Una valuta nazionale viene accettata a livello internazionale in base alle caratteristiche economiche e sociali del paese in questione. Cioè: una valuta è considerata affidabile se l’economia del paese è strutturata in direzione della piena produzione, piena occupazione e c’è uno Stato sociale forte in cui i servizi essenziali siano garantiti a tutti, in modo che chiunque abbia la possibilità di partecipare col proprio lavoro al pieno sviluppo economico e sociale del paese. Tutti hanno interesse a consolidare rapporti commerciali con un paese industrializzato con dette caratteristiche.
Ed agganciandoci proprio a quest’ultimo punto verifichiamo che…
–  Le valute sono richieste negli scambi internazionali da investitori nell’economia reale che valutano generalmente che profitto otterranno in un paese in base alla solidità di quell’economia. Questa è dovuta appunto ad uno Stato che si pone come datore di lavoro di ultima istanza e assicura prosperità e benessere, oppure (in secondo luogo) ad operatori finanziari che investono in titoli di stato emessi da un governo sovrano, che ne controlla i tassi d’interesse ed è sempre solvibile.
Riproponiamo il dubbio: perché ai mercati finanziari interessa che l’euro sia strutturato come un regime di cambi fissi fra valute ex sovrane?
Perché così essi proteggono le loro operazioni dalle variazioni del tasso di cambio.
Chi sono i ‘’mercati finanziari’’?
Sono gli operatori che acquistano e vendono titoli di stato nel mercato primario (prima emissione) e secondario (già in circolazione) e scambiano valute sul Forex (mercato moderno dei cambi valutari, nato nel 1971).
In tutti i casi si tratta sempre di fondi d’investimento, fondi pensione, compagnie di brokerage, banche commerciali, investitori privati.
Al mercato secondario partecipa anche la BCE, che dall’entrata in vigore del Quantitative Easing compra i titoli di stato già acquistati nel primario dalle grandi banche autorizzate ad accedervi.
Al Forex partecipano sia gli investitori privati che le banche centrali dei singoli stati per gli scambi di valuta nazionale.
Ma come fa l’euro, nonostante le politiche di austerità sostenute dall’UE che ne decretano la scarsità nell’economia reale, ad essere ancora così richiesto a livello internazionale?
In Eurozona gli strumenti finanziari in euro sono richiesti perché non sono soggetti alle variazioni di cambio, mentre la rarefazione della valuta ne causa l’apprezzamento.
Consideriamo anche che multinazionali quotate in borsa traggono da questo sistema maggiori profitti, grazie anche alla svalutazione del lavoro (stipendi ridotti) e all’acquisizione di materie prime a costi minori.
Internazionalmente la BCE cerca di controllare il tasso di cambio col dollaro continuando a sostenere politiche di austerità che sono insistentemente deflazionistiche dei salari, in modo tale da continuare ad incentivare l’export di beni a prezzi competitivi. Solo con la perpetua svalutazione dei salari  si può mantenere la bilancia dei pagamenti con l’estero attiva ed allo stesso tempo l’euro forte.
Fino a quando reggerà questo fragilissimo e folle sistema?
 

di Marco Doukakis pubblicato su http://lalocomotivaonline.com
La Commissione Europea ha bacchettato nuovamente l’Italia per l’eccessivo deficit pubblico, chiedendo al Governo di ristrutturare lo stesso al fine di ridurre il debito pubblico, unica soluzione per far tornare il paese verso la strada della crescita.[1]
Spesso, infatti ci viene ripetuto che l’enorme peso del debito pubblico gravi sulle spalle delle future generazioni e si sostiene persino che ogni bambino nasca con un debito di oltre 35’000 euro che, una volta diventato adulto, sarà costretto a dover ripagare.
L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di dimostrare empiricamente che il debito pubblico non solo non risulti essere un fenomeno che comprometta la crescita, la stabilità e lo sviluppo di un paese, bensì esso rappresenti una risorsa fondamentale per uno Stato che mira a salvaguardare i diritti dei cittadini, ridurre le disuguaglianze sociali e creare prosperità.

DEBITO E DEFICIT

Partendo dai concetti fondamentali, è opportuno far luce sulla distinzione tra debito e deficit (o disavanzo). Quando uno Stato paga lo stipendio di un insegnante o compra un lettino per un ospedale, esso effettua una spesa pubblica. Nel caso in cui, in un determinato arco temporale, questa spesa superi le entrate fiscali si otterrà un deficit pubblico, nel caso contrario un surplus (o avanzo) pubblico. Quindi, se uno Stato registra un deficit pubblico, appunto una spesa pubblica maggiore delle tasse, deve sussistere necessariamente un surplus privato, nel settore composto da famiglie e imprese (come dimostrato dal grafico sottostante).
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Il debito pubblico consiste proprio nella somma di anno in anno dei vari deficit pubblici accumulati dal settore pubblico; infatti, se esiste un debito pubblico, necessariamente deve corrispondere un credito pubblico e quest’ultimo sostanzialmente rappresenta sia l’ammontare delle promesse di pagamento del Governo, sotto forma di titoli del debito pubblico (o titoli di stato), ma anche l’ammontare dei beni e servizi erogati per la collettività.
IL DEFICIT DOPO LA CRISI
Lo scoppio della massiccia bolla speculativa di debito privato dal 2007 ha generato una crisi nel settore privato, portando fallimenti a catena di imprese e facendo schizzare la disoccupazione alle stelle. Diverse furono le reazioni dei vari paesi che, specialmente quelli fuori dall’Eurozona, risposero con ampi deficit pubblici per contrastare la recessione economica.
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La risposta da parte dell’Italia e dell’Eurozona fu totalmente diversa, decidendo, in virtù del rispetto delle regole del Trattato di Maastricht, che prevedono un limite del deficit del 3% sul PIL e del debito pubblico del 60% sul PIL , nonché del Trattato Fiscal Compact e dei molteplici regolamenti comunitari, di rispondere con politiche di austerità, contrariamente alla maggioranza dei paesi del mondo, tagliando la spesa pubblica e incrementando la pressione fiscale, ritenendo che fosse il deficit, quindi il debito pubblico, il primo problema da contrastare.
Effettivamente lo scopo di queste politiche era (ed è tutt’ora) quello di portare l’Eurozona verso la “ripresa”, che sfortunatamente sembra non esserci stata.
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IL GIAPPONE COME “CASUS BELLI”

Attualmente il debito pubblico italiano ammonta a circa il 133% del PIL, il più grande in Europa dopo quello greco, che ammonta al 177% del PIL.
Dall’altra parte del globo pare che non ci si preoccupi più di tanto come nel nostro paese; questo è il caso del Giappone. Il paese del Sol Levante risulta essere ad oggi l’economia con il più alto debito pubblico al mondo, pari a circa il 230% sul PIL, accumulando di anno in anno persistenti deficit pubblici, pagando tuttavia tassi d’interesse sul debito del tutto irrisori, addirittura in territorio negativo, con una disoccupazione al 3% della forza lavoro; nonostante ciò, pur non riuscendo a uscire dalla gabbia della deflazione (checché se ne dica della spesa pubblica che generi ondate di inflazione).
Una delle critiche più frequenti, riguardo questa asimmetria tra debito e interessi, ruota attorno all’errata convinzione che l’enorme debito pubblico nipponico sia quasi interamente in mano ai cittadini giapponesi.
Questa spiegazione non risulta essere la causa, bensì la conseguenza che bassi tassi d’interesse non stimolino gli investitori internazionali ad acquistare titoli di stato nipponici, essendo la Bank of Japan, anziché il mercato, a influenzare il “costo del debito” manovrando i tassi d’interesse al ribasso (oggi volutamente stabiliti allo 0%).[2]
Detto ciò, la sostenibilità del debito pubblico giapponese non deriva dal fatto che sia detenuto dai cittadini nipponici, ad oggi smentita totalmente dai fatti, ma che esso venga garantito dalla propria banca centrale, che per di più, ne detiene oltre il 40%.
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Come il Giappone, anche gli Stati Uniti sono un paese “con zero probabilità di default”, come spiegato dall’ex capo della FED Alan Greenspan, dal premio nobel Joseph Stiglitz, nonché dall’investitore Warren Buffett. [3]
Stesso discorso vale anche per la Gran Bretagna, la Svezia, l’Australia, la Norvegia, il Canada e tutti quei paesi che hanno una banca centrale che garantisce il debito pubblico dello Stato.
Esso, è bene precisare, non risulta essere l’unico requisito; infatti è necessario che la valuta di un Paese abbia un cambio flessibile, ovvero nessun accordo valutario di cambio fisso, come fu il Gold Standard fino al 1971, il caso dell’Argentina fino al 2001 e dell’Italia stessa dal 1978 al 1992 con il Sistema Monetario Europeo, che provocò l’esplosione della spesa per interessi sul debito.

IL PRINCIPALE RUOLO DELLA BANCA CENTRALE

Storicamente le più antiche banche centrali, come la Bank of England e la Banque de France, furono create proprio per affiancare l’operato del governo e garantire il debito del sovrano. [4]
Pertanto, ancora oggi, il debito pubblico di un Paese non risulta essere un problema per la sua entità, bensì per il suo assetto istituzionale; infatti se esso viene garantito dalla propria banca centrale, il Governo può far fronte a tutti i pagamenti denominati nella stessa valuta che emette.
Tuttavia, questa situazione non è paragonabile alla realtà dell’Eurozona, essendo la Banca Centrale Europea, per statuto, non obbligata a garantire i debiti pubblici dei singoli paesi dell’Euro, lasciando quest’ultimi nelle fauci dei mercati dei capitali, non potendo nemmeno influenzare il costo di ogni singolo centesimo preso in prestito.
Infatti, già nel 1992, l’economista britannico Wynne Godley delineò profeticamente le inevitabili conseguenze della cattiva impostazione dell’Eurozona:
“Se un Governo non ha la propria Banca Centrale la
quale può creare denaro liberamente, i suoi utilizzatori
(spenditori) possono essere finanziati solo attraverso il
prestito nel libero mercato in competizione con le
imprese, e questo può risultare eccessivamente caro o
addirittura impossibile, particolarmente quando si è in
condizione di estrema emergenza; il pericolo, allora, è
che le restrizioni di bilancio alle quali i Governi sono
singolarmente impegnati faranno conoscere una
tendenza disinflazionistica che chiuderà l’Europa in
blocco in una depressione senza potere di ripresa”.
[5]
La “crisi degli spread”, che portò gli interessi sul debito pubblico dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) alle stelle, altro non fu che il risultato di questa anomalia. Non furono nemmeno necessarie le “riforme” dei singoli governi a ridurre il costo del debito , bensì fu semplicemente l’intervento della BCE a Luglio del 2012, con la celeberrima frase di Mario Draghi “whatever it takes to preserve the Euro”, che bastò a far calmierare i mercati e ad abbassare i tassi d’interesse sul debito.
È opportuno evidenziare che la BCE sia alla fine intervenuta indirettamente, anche se in ritardo, ad alleggerire il peso dei debiti con politiche monetarie espansive, ma rimane comunque l’impossibilità di attuare politiche fiscali espansive, tramite maggiori deficit.

UN VENTENNIO DI SACRIFICI

Volendo dare uno sguardo al deficit primario, il deficit pubblico scorporato dalla spesa per interessi sul debito, l’Italia risulta essere il paese dell’Eurozona che più di tutti ha accumulato persistenti avanzi primari, comprimendo notevolmente la spesa pubblica e aumentando le tasse alle famiglie e alle imprese.
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Ogni accumulo di 1 punto percentuale di avanzo primario genera un effetto recessivo di oltre 2.8 punti percentuali in termini di PIL, come confermato dall’economista Paul De Grauwe[6], facendo aumentare il debito pubblico sul PIL più che proporzionalmente (questo meccanismo è chiamato “moltiplicatore fiscale”).
Il risultato è che le politiche di austerità sono risultate essere fallimentari persino per contenere i bilanci pubblici.
Per oltre venti anni, con il “mantra delle riforme”, sono state implementate scellerate politiche di privatizzazioni di asset pubblici, di compressione degli stipendi dei lavoratori, di tagli ai servizi essenziali della cittadinanza e di ridimensionamento dei bilanci pubblici, limitando notevolmente l’intervento pubblico nell’economia reale.
Sebbene siano state prese queste decisioni politiche, già nel 1995 il premio nobel William Vickrey spiegò l’assurdità dei sacrifici:
“I deficit sembrano rappresentare una spesa
dissoluta e peccaminosa a scapito delle
generazioni future che saranno lasciate con una
dotazione più piccola di capitale investito.
Questa fallacia sembra derivare da una falsa
analogia sull’indebitamento da parte degli
individui. La realtà attuale è quasi l’esatto
opposto. I deficit incrementano il reddito netto
disponibile degli individui. Questo potere
d’acquisto aggiuntivo, una volta speso, finisce ai
mercati per la produzione privata, inducendo i
produttori a investire in capacità aggiuntiva degli
impianti, che formeranno parte del patrimonio
reale del futuro. Questo va aggiunto a qualsiasi
pubblico investimento effettuato in
infrastrutture, istruzione, ricerca, e simili”. [7]
Infine la presunta convinzione che lo Stato si debba comportare come un’azienda (o come un buon padre di famiglia) e la continua retorica dell’irresponsabilità cadono in contraddizione con il fatto che il mancato investimento di oggi da parte del settore pubblico, lascia una minore dotazione di ricchezza reale alle future generazioni un domani.


[1]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-22/la-commissione-ue-conferma-debito-entro-aprile-l-italia-deve-adottare-soluzioni-credibili-115554.shtml?uuid=AENQC9a
[2] https://www.ft.com/content/9c119e4a-fdab-11e6-8d8e-a5e3738f9ae4
[3] https://www.youtube.com/watch?v=HYXASbjErx0
[4] http://www.bankofengland.co.uk/about/Pages/history/default.aspx
[5] Wynne Godley, Cambridge University, 1992
[6] http://www.tpi.it/mondo/grecia/euro-pro-contro-intervista-de-grauwe
[7] William Vickrey (premio Nobel 1996), in Fifteen Fatal Fallacies of Financial Fundamentalism, 1996


Prima parte.
Di Giulio Betti.
NESSUNA SOLUZIONE DENTRO EURO E UNIONE EUROPEA
 
“Ma perchè uscire dall’euro? Non potremmo semplicemente allentare il deficit e sforare il 3%?”
Spesso sentiamo domande come queste, provenienti in molti casi da persone disinformate, o peggio ancora da persone informate ma paurose di prendere posizioni che potrebbero essere giudicate estremiste. Quella di sforare il limite del 3% del rapporto deficit/pil (portato in realtà allo 0,5% dal trattato Fiscal Compact) è una soluzione ridicola, addirittura difficilmente classificabile come “soluzione”. Prima di tutto questa ipotesi manterrebbe in vita l’Euro, moneta straniera della quale le nazioni ex-sovrane dovrebbero continuare ad approvvigionarsi ricorrendo alle grandi istituzioni finanziarie private, in quanto il monopolio dell’emissione rimarrebbe saldamente nelle mani di un’entità terza, ovvero la Banca Centrale Europea. Tutto ciò in barba ai principi fondamentali della nostra carta Costituzionale, i quali non prevedono che funzioni fondamentali come l’emissione monetaria siano affidate ad istituzioni diverse da quelle della Repubblica e non soggette ad un controllo di legittimità democratica, come avviene per la Bce. Infatti la Bce ha come caratteristica fondamentale l’indipendenza nello svolgimento delle sue funzioni, ovvero non è possibile influenzare direttamente la sua attività tramite richieste, raccomandazioni o sollecitazioni provenienti da organi esterni. Tutto ciò è profondamente antidemocratico e irrispettoso della volontà, legittima, di ciascun popolo, di voler determinare quali politiche attuare nei propri territori.
La Bce e la Commissione Europea non hanno nessun interesse a concedere allentamenti del deficit a nazioni come l’Italia, se non a seguito di pesanti riforme dei salari e del mondo del lavoro, tipo quello che è successo in Spagna. L’obiettivo di Bce e Commissione Europea non è la ripresa economica, una ripresa economica che determini un aumento successivo dei salari e condizioni di vita migliori delle popolazioni. Tutto ciò che conta è evitare spinte inflattive, che poi il vostro lavoro e il vostro reddito siano distrutti, per loro non conta! Non vedete che fine hanno fatto i capi di governo che in questi anni volevano far “cambiare verso” all’Europa? Questo dovrebbe ormai essere chiaro da un pezzo, ma evidentemente ancora non lo è.
Ma anche ammesso che ci concedessero per miracolo un allentamento del deficit, la famosa flessibilità sui conti pubblici, cosa succederebbe nei paesi del sud Europa? Restando nell’euro, moneta straniera, valutata secondo autorevoli studi troppo forte per i paesi del sud Europa e troppo debole per quelli del nord, accadrebbe che il denaro rimasto in circolo grazie al maggior deficit verrebbe speso in beni e servizi provenienti dai paesi del nord Europa, resi convenienti per i cittadini del sud rispetto ai beni e servizi nazionali proprio dalle dinamiche della moneta unica. Esattamente ciò che è successo dall’introduzione dell’Euro fino allo scoppio della crisi del 2008: grazie all’uso di una moneta più forte rispetto a peso, dracma o lira è diventato più conveniente comprare auto, elettrodomestici e persino prodotti alimentari esteri! Anche andare a fare le vacanze all’estero è diventato più conveniente, rispetto a farle in Sardegna, ad esempio. Quindi un maggior deficit senza moneta nazionale, all’interno di un sistema di cambi fissi, acuirebbe solamente gli squilibri che già sono presenti in Eurozona. Lo stato ex-sovrano non potrebbe comunque fare politiche di sostegno ai salari, pena un incremento esponenziale delle importazioni, che non costituirebbe neanche un problema con valuta nazionale in tasso di cambio flessibile, ma con la moneta estera Euro sì.
E se qualche anno dopo che la Bce ci ha concesso miracolosamente l’aumento del deficit, ci ripensano? Mi immagino già la scena “Ok avete fatto deficit per 2-3 anni, adesso tornare a fare pareggio di bilancio”. Saremmo di nuovo punto e a capo. Di nuovo a cercare improbabili soluzioni.
Lasciamo poi stare proposte come quelle di Quantitative Easing for People o fantascientifiche allocazioni di risorse finanziarie per creare posti di lavoro da parte della Bce, perché queste proposte presuppongono un’errata comprensione del mandato e dello svolgimento delle funzioni della Bce stessa, come sopra analizzato. Queste sono tutte proposte placebo. Sono perdite di tempo e gimcane assurde, mentre in Europa i popoli ex-sovrani sono decimati, affamati e senza futuro a causa dei trattati europei. E noi dovremmo andare ad elemosinare qualche spicciolo alle stesse istituzioni che ci hanno distrutto lavoro, salario e vita? Andare a contrattare “migliori condizioni da prigionieri”? No signori, non è questa la strada. Dobbiamo riprenderci la libertà, la nostra sovranità. Per i governi, nelle crisi con i gruppi terroristici, regna una regola aurea: “Non si tratta con i terroristi”. Ebbene, allo stesso modo io dico “non si tratta con chi vuole vederti crepare, non si tratta con la Bce e la Commissione Europea”. L’Ue maciulla i nostri diritti, la nostra dignità come popoli delle nazioni europee. Proporre soluzioni che mantengono in vita le istituzioni Ue è antidemocratico. Lascio volentieri ai moderati queste non-soluzioni, io ripeto a gran voce “USCIRE DALL’EURO E DALL’UNIONE EUROPEA ORA“.
Seconda parte.
Di Marco Cavedon.
Perché “trattare” con L’Europa per risolvere il problema dell’attuale architettura dell’euro è sbagliato.
1) Manca totalmente in questa visione il concetto di quello che la UE è veramente, di come è stata creata e portata avanti e cioè nel disprezzo di diritti umani fondamentali quali l’autodeterminazione dei popoli e il concetto stesso di democrazia.
L’Europa non è un qualcosa nato dal basso, ma imposto dall’alto attraverso un metodo che potremmo definire “dittatura illuminata“, come ammesso nelle loro intenzioni dai principali artefici di questo progetto quali Kalergi, Monnet, Spinelli e da tecnocrati moderni quali Tommaso Padoa Schioppa.
2) Ma non potremmo lanciare un ultimatum all’UE di pochi mesi per aumentare il limite di spesa a deficit?
Stiamo parlando di trattare con una istituzione fondata sul neoliberismo, in completa antitesi con i principi fondamentali della Costituzione Italiana. Legittimare ulteriori trattative (per quanto in extremis) significa di fatto legittimare tutti quei movimenti politici che si definiscono europeisti ma che in qualche modo (nemmeno loro dicono bene come) vogliono cambiare questa Europa e alzano la voce per farlo credere senza poi essere disposti veramente ad uscirne nel caso il risultato non sia conseguito. Nel corso delle trattative si mette sempre su un piatto qualcosa mentre dall’altra parte si mette qualcos’altro e il risultato finale non è garantito. Nello specifico, cambiare le regole di spesa a deficit non comporta una semplice “collaborazione” con gli altri paesi UE per attuare diverse politiche, quanto la riscrittura dei trattati fondanti di questa Unione nonché il dover spiegare politicamente alla cittadinanza tutta il perché finora si è considerato il debito pubblico un problema, quando in verità è divenuto tale solo grazie a questi stessi trattati – politicamente improponibile. Inoltre continuare a legittimare le forze politiche che (a parole) dicono di voler riformare l’UE significa con ogni probabilità perdere ulteriore tempo, in quanto questi movimenti parlano più per convenienza politica che per reale voglia di risolvere i problemi; basta guardare a come è stato salutato il “piano Junker” per gli investimenti o la stessa Banking Union, che in realtà ha creato problemi al posto di risolverli.
3) L’aspetto morale e politico.
Una Unione Europea nata su questi presupposti e portata avanti in questo modo, al di là della questione “riformabilità” moralmente non merita di sopravvivere. Continuare a legittimare un’istituzione nata dal neoliberismo mascherato di “pace e solidarietà” significa criminalizzare con un fare oscurantista il diritto dei popoli a vivere liberi e a determinare le politiche economiche più adatte alla propria situazione specifica. Inoltre, sul piatto delle trattative di cui sopra ci potranno essere chieste ulteriori cessioni di sovranità alle quali la nostra classe politica difficilmente saprà opporsi, in quanto, come noto, più le istituzioni sono centralizzate e lontane dalle singole comunità e nazioni, più essa si sente al riparo dal processo elettorale (e anche qui le citazioni si sprecano). E se in settant’anni le istituzioni europee non hanno dimostrato di voler risolvere i problemi (anzi li hanno creati), figuriamoci se lo potranno fare dopo che avremo dato loro ancora più potere. Il ministro delle finanze tedesco Schauble già ha chiesto la completa cessione di sovranità fiscale a livello centrale (dipinta da molte forze politiche italiane in modo trasversale come una soluzione di per sé al problema), ma non certo per applicare spesa in deficit o comunque aiutare le varie economie europee in modo equo.
4) E ma se si vuole tornare subito ad una valuta nazionale allora si è brutti, cattivi, fascisti ed isolazionisti.
Il difendere la sovranità del proprio popolo è un diritto umano fondamentale che non implica affatto il non voler collaborare o vivere in pace con gli altri. Ad esempio il movimento sovranista italiano di Salvini e Meloni propone una trattativa con gli altri paesi UE per tornare ciascuno alle proprie valute nel modo più indolore possibile. Quindi non è vero che per collaborare con gli altri bisogna per forza cedere sovranità e avere una moneta unica, questa è un’emerita sciocchezza. La nostra Costituzione inoltre parla di limitazioni di sovranità e mai di cessioni, ma in condizioni di parità con gli altri stati, per fini di pace e sempre nel rispetto di regole internazionali generalmente accettate (il che esclude le regole UE che si applicano alla sola Europa e non in modo uniforme): ne consegue che l’attuale adesione ai trattati UE da parte dell’Italia è del tutto illegittima e incostituzionale.
5) Anche da parte di chi vuole costruire veramente un’Europa superstato federale, si permane comunque nell’errore di voler partire dal tetto, non dalle basi mediante condivisione di valori di fondo, mentalità, modello economico, stile di vita, simboli, cultura e tradizioni e se nella Costituzione Europea bocciata nel 2005 non si è voluto nemmeno inserire il riferimento alle nostre radici cristiane, mi pare che al momento non ci siamo proprio. Questo percorso dovrebbe comunque essere seguito senza fanatismi e nel rispetto comunque delle diversità e delle libertà delle nazioni, perché la pluralità di culture e modelli è una ricchezza e la loro applicazione e confronto in diversi contesti può essere d’aiuto a tutti al fine di rendersi conto dei propri limiti e prendere esempio dagli errori e dalle virtù propri e altrui. In nessun “Vangelo” sta scritto che l’Europa deve diventare per forza un’unica nazione.
Motivo per cui, sono orgogliosamente anti euro ed UE ma non anti europeo e isolazionista !

Sono in coda per pagare la spesa alla cassa di un supermercato. Sento di fronte a me due persone lamentarsi dei loro stipendi. Le loro recriminazioni vertono sul fatto che le paghe non vengono aumentate da anni, e ristagnano. Trovandomi lì in fila, scopro nel corso della discussione che i due interlocutori sono lavoratori dipendenti dello stesso supermercato in cui stanno facendo la spesa. Uno dei due è il rappresentante sindacale dei dipendenti.
Ad un certo punto il sindacalista dice all’altro: “Sai qual è il problema? E’ che sto chiedendo degli aumenti ai vertici da molto tempo, ma rispondono che oggi in Europa siamo in deflazione, i guadagni non permettono di fare aumenti, così dicono. Il problema è proprio quello: non posso manco invocare l’inflazione per chiedere un aumento, come si poteva fare una volta, no? Mi ripetono sempre che oggi c’è deflazione, la gente compra meno, si incassa meno e lo stipendio rimane quello. Che fregatura!”
A quel punto sento il dovere di intromettermi nella discussione: “Ma la bassa inflazione non era una manna dal cielo secondo i migliori economisti? Ma l’inflazione un po’ più alta non era quella che avrebbe distrutto gli stipendi? Benvenuti in Eurozona!”, dico a tutti e due.
Non c’è stato bisogno di dire altro. Appena pronunciate queste parole, il sindacalista in particolare mi esprime tutto il suo disprezzo verso le istituzioni comunitarie europee, in maniera piuttosto accalorata e colorita.
Evidentemente è un sindacalista populista, uno dei peggiori nazionalisti xenofobi. Vergogna.
Viva la stabilità dei prezzi. Lunga vita alla BCE. Giannino lo dice sempre.
casse-supermercato

La nostra Associazione al suo interno raccoglie una pluralità di posizioni e di punti di vista, una ricchezza di opinioni politiche che sono il fondamento di quella democrazia reale e di sostanza che tanto promuoviamo e la nostra forza sul territorio.
L’unico vincolo che poniamo è la coerenza con quelle verità macroeconomiche inconfutabili e i parametri economici che da sempre indichiamo come necessari per lo sviluppo libero e sostenibile di un paese  e con la necessaria aderenza alla Costituzione Repubblicana.
Pertanto, nel pieno rispetto della nostra pluralità di punti di vista sulle tematiche che riguardano la politica in generale, vogliamo comunque dare la giusta visibilità a questa iniziativa sottoscritta da economisti e intellettuali MMT (Bill Mitchell e Scott Ferguson) o vicini alle nostre posizioni, tanto da essere professionisti con cui collaboriamo apertamente in convegni ed eventi.

Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione. Gli sviluppi normativi che hanno accompagnato la creazione dell’eurozona e le misure prese in risposta alla crisi dell’euro, con l’imposizione di vincoli sempre più stringenti e di regole e strumenti di governance con sempre minore legittimazione (Patto EuroPlus, Fiscal Compact ecc.) hanno accentuato il carattere autoritario e neoliberista di tale progetto di integrazione, che è diventato una vera minaccia alla democrazia e alla sovranità popolare.

L’euro – Una valuta alla radice della crisi

La crisi dell’euro è il prodotto di un errore di concezione e un difetto di costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME), che ha avuto fin dall’inizio quali obiettivi prioritari l’austerità e il contenimento dell’inflazione. Per gli stati membri dell’eurozona, lungi dal condurre ad un processo di convergenza economica e sociale, la prospettiva di uno “sviluppo economico reale” (in termini di salari, produttività ecc.) si è progressivamente allontanata. L’Emu ha finito per alimentare pesanti squilibri macroeconomici (crescenti deficit delle partite correnti non solo nell’Europa meridionale più periferica, ma anche in Francia e in Italia, cui hanno corrisposto crescenti surplus in Germania e in altri paesi) e ha condotto, in una prima fase, a ingenti flussi di capitali dal centro alla periferia dell’eurozona. La disponibilità di credito a buon mercato ha alimentato bolle speculative immobiliari e finanziarie, determinando un aumento consistente del debito privato e, in alcuni casi, di quello pubblico.
Un’importante determinante di tali squilibri è stata la politica di contenimento del costo del lavoro in Germania, realizzata attraverso la riorganizzazione della filiera produttiva dell’export tedesco, con l’utilizzo di lavoro a buon mercato dell’Europa orientale, con politiche di dumping salariale e fiscale e con tagli alla spesa sociale.
La conseguenza di tutto questo è stata una forte pressione sulle economie più deboli perché aumentassero la “competitività internazionale” dei rispettivi settori produttivi nell’industria e nei servizi. Dal momento che nel quadro dell’UME non era possibile farlo attraverso un riallineamento delle valute, l’unica strada era quella della svalutazione interna. In termini pratici, voleva dire smantellamento dello stato sociale, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, riduzione dei salari e della spesa sociale, concorrenza fiscale, attacco alla contrattazione collettiva, riduzione del peso dei sindacati e demonizzazione, o in alcuni casi licenziamento, dei dipendenti pubblici.

L’euro – Uno strumento a vantaggio del capitale finanziario

È importante sottolineare che nessuna di queste cose è accaduta a causa di difetti di costruzione imprevedibili: dal punto di vista di chi ha concepito tale costruzione in un’ottica neoliberista, l’euro ha funzionato bene. Non ha funzionato rispetto agli obiettivi di equilibrio economico tra gli stati membri, di crescita economica e di piena occupazione, ma è stato molto efficace nel distruggere i diritti del lavoro, il sistema di sicurezza sociale, il settore pubblico, la tassazione dei profitti e nell’imporre il salvataggio delle banche con I soldi pubblici.
Questo è il modo in cui l’euro funziona dal punto di vista politico: costringe chi lo adotta ad una concorrenza al ribasso, per la quale la posizione economica di ciascuno stato membro può migliorare soltanto adottando politiche che vanno contro l’interesse della maggioranza della popolazione e a beneficio del capitale internazionale. Crea una spirale di progressiva riduzione delle retribuzioni, delle pensioni, delle prestazioni sociali, dell’impiego pubblico, degli investimenti pubblici.
Come dimostrato chiaramente da quanto è accaduto in Grecia nell’estate 2015, la struttura di governo dell’eurozona non mostra alcuna apertura verso politiche che seguono il volere espresso democraticamente da una maggioranza di cittadini quando queste sono in contrasto con l’agenda neoliberista. Quando il governo guidato da Syriza ha provato a realizzare il suo programma – e persino dopo il mandato ricevuto con l’Oxi del referendum – la BCE ha usato le sue armi finanziarie per costringere il governo a capitolare e firmare il memorandum.

L’euro – Un progetto sbagliato che non è possibile correggere

Come è stato dimostrato ormai da un numero elevato di studiosi, l’eurozona non ha i requisiti per essere un’area monetaria funzionante, né possiamo aspettarci che li possa avere in futuro. Per funzionare, un’area monetaria come l’eurozona, con livelli di produttività e strutture economiche così diverse, necessiterebbe tra le altre cose di ingenti trasferimenti finanziari in grado di compensare gli squilibri economici. Stime attendibili mostrano che occorrerebbe redistribuire qualcosa come il 10% del Pil dalle economie più forti a quelle più deboli. Una passo del genere non solo non è realizzabile politicamente, è anche indesiderabile: come dimostrano tutti i precedenti nella stessa eurozona, i governi dei paesi finanziatori userebbero la loro posizione per influenzare le politiche nazionali nei paesi percettori dei finanziamenti, calpestando la democrazia. Negli anni più recenti abbiamo visto con quale rapidità un tale sistema possa minare la sovranità popolare, dividere I popoli europei e alimentare la xenofobia.
In definitiva, l’opzione di uno stato europeo democratico e federale che non rifletta le attuali disparità di potere tra gli stati membri richiederebbe una società civile europea che al momento non c’è, e che non può certo essere creata dall’alto.

Lexit – La strada per combattere efficacemente il neoliberismo e sostenere la democrazia

Sullo sfondo dell’allarmante perdita di diritti democratici, dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni comuni, le forze di emancipazione presenti in Europa devono proporre un’alternativa praticabile e credibile, basata sull’esercizio della sovranità popolare, al corrente progetto autoritario di integrazione neoliberista. È per questo che occorre avanzare la proposta di una Lexit (left exit, uscita da sinistra) come strumento di rivendicazione democratica.
L’allarmante crescita delle forze di estrema destra nella maggior parte dei paesi dell’eurozona si spiega anche con la loro posizione contraria all’UE e al sistema di governo dell’euro. Le loro proposte politiche sono tuttavia fuorvianti: le forze anti-euro di destra, per esempio, lottano per maggiori controlli sull’immigrazione mentre non fanno alcun cenno alla mobilità incontrollata dei capitali da e verso quei paesi che perseguono politiche di compressione dei salari. Per queste forze sarebbe sufficiente fermare la libera circolazione delle persone in Europa e abbandonare l’euro, lasciando che le valute siano determinate dal libero operare dei mercati e dei movimenti speculativi: possiamo parlare a questo riguardo di “neoliberismo xenofobo”.
Se vogliamo evitare un tale scenario, abbiamo bisogno di una Lexit: un’alternativa internazionalista basata sulla sovranità popolare, sulla fraternità, sui diritti sociali e sulla difesa delle condizioni dei lavoratori e dei beni comuni.
L’insostenibilità dell’eurozona è un fatto oggettivo. Presto o tardi, si porrà una scelta tra alternative vie d’uscita dall’euro, verso destra o verso sinistra, con effetti molto diversi dal punto di vista sociale. Diciamo esplicitamente che l’obiettivo della Lexit è quello di sviluppare strategie di emancipazione di sinistra per superare l’euro e contrastare l’integrazione neoliberista. La discussione è già iniziata e ci sono diverse proposte sul tavolo: invitiamo tutti coloro che condividono l’idea della Lexit a unirsi a questa discussione e alla nostra iniziativa.


Primi firmatari

  • Tariq Ali, author and filmmaker, UK
  • Jorge Amar, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. em. Yangos Andreadis, Pantheion University, Greece
  • Cristina Asensi, Democracia Real Ya and Money Sovereignty Commission, Spain
  • Prof. Einar Braathen, Oslo and Akershus University College, Norway
  • Prof. Lucio Baccaro, Université de Genève, Switzerland
  • Gina Barstad, No to the EU and Socialist Left Party, Norway
  • Luís Bernardo, Researcher, Portugal
  • Simon Brezan, 4th Group of United Left, Slovenia
  • Prof. Sergio Cesaratto, University of Siena, Italy
  • Prof. Massimo D’Antoni, University of Siena, Italy
  • Alfredo D’Attorre, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Fabio De Masi, MEP GUE/NGL, Germany
  • Klaus Dräger, former staff of the GUE/NGL group in the EP, Germany
  • Stefano Fassina, former Vice-Minister of Finance, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Prof. Scott Ferguson, University of South Florida, United States
  • Prof. Heiner Flassbeck, Hamburg University and Makroskop, Germany
  • Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory, Denmark
  • Idar Helle, De Facto, Norway
  • Inge Höger, MP Die Linke, Germany
  • Prof. Martin Höpner, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Dr. Raoul Marc Jennar, Political scientist and author, France
  • Dr. Lydia Krüger, Scientific Council of Attac, Germany
  • Kris Kunst, Economy for the people, Germany
  • Wilhelm Langthaler, Euroexit, Austria
  • Prof. Costas Lapavitsas, SOAS University of London, UK
  • Frédéric Lordon, CNRS, France
  • Stuart Medina, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. William Mitchell, Director of Centre of Full Employment and Equity, University of Newcastle, Australia
  • Joakim Møllersen, Attac and Radikal Portal, Norway
  • Pedro Montes, Socialismo 21, Spain
  • Prof. Andreas Nölke, Goethe University, Germany
  • Albert F. Reiterer, Euroexit, Austria
  • Dr. Paul Steinhardt, Makroskop, Germany
  • Steffen Stierle, Attac and Eurexit, Germany
  • Jose Sánchez, APEEP, Anti-TTIP Campaign, Attac, Spain
  • Gunnar Skuli Armannsson, Attac, Iceland
  • Petter Slaatrem Titland, Attac, Norway
  • Dr. Andy Storey, University College Dublin, Ireland
  • Prof. Wolfgang Streeck, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Diosdano Toledano, Plataforma por la salida del euro, Spain
  • Christophe Ventura, Memoire des luttes, France
  • Peter Wahl, Weed e.V., Scientific Council of Attac, Germany
  • Erik Wesselius, Corporate Europe Observatory, Netherlands
  • Prof. Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Italy

Lexit

Uno: “Perché non c’è lavoro?”. Due: “Perché le tasse non vengono abbassate?”. Tre: “Come possiamo migliorare la situazione restando nell’euro?”. Quattro: “Cosa fare, quindi?”

“Dai lager si fugge” scrive il cronista aquilano. “Chiedo un tavolo che parta dall’Abruzzo per studiare l’uscita coordinata e non scomposta dall’Eurozona e la distruzione dei Trattati Sovranazionali che stuprano la nostra Costituzione. Il tutto al fine di imporre il Programma di Piena Occupazione e di Pieno Stato Sociale Me-Mmt, Sovranità Monetaria, Sovranità di Bilancio”

Video di Alessio Farinella, Me-Mmt Toscana

 

Assolutamente da non perdere dunque l’incontro previsto sabato prossimo, 18 luglio, a Castiglione del Lago, in Provincia di Perugia. Doppia sessione, mattutina (10-13) e pomeridiana (14-17.30). Tema dell’incontro: “Uscendo dall’Euro”. Relatori: Moreno Pasquinelli e Leonardo Mazzei di “Ora Costituente”, i professori dell’Università di Siena Sergio Cesaratto e Ernesto Sacrepanti, e i referenti della Mosler Economics Mmt Mario Volpi e Filippo Abbate.