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Di Marco Cavedon, postato il 02/06/2019.

Venerdì 7 giugno 2019 alle ore 21:00 su Canale Italia (canale 53 del digitale terrestre), andrà in onda la trasmissione “Notizie Oggi Lineasera”, il cui conduttore sarà Vito Monaco.

Dopo ormai anni di assenza, abbiamo il piacere di annunciare che la Modern Money Theory tornerà in diretta in prima serata sulla televisione nazionale.

Il titolo della puntata sarà “Sovranità Monetaria, l’economia al servizio dei cittadini.” La serata sarà interamente dedicata alla Modern Money Theory e saranno presenti rappresentanti dell’Associazione MMT Italia, imprenditori e analisi dei mercati finanziari. Avremmo modo di presentare ai telespettatori una visione dell’economia molto diversa da quella che ci viene solitamente propinata dai media mainstream.

Parleremo della sovranità monetaria così come viene presentata dalla Modern Money Theory, e cioè al pieno delle sue potenzialità, di euro, Unione Europea, dei falsi miti dell’economia neoliberista e di come imprenditori e analisti finanziari vedono l’attuale fase di congiuntura economica.

Mi raccomandato, non mancate a questo importante appuntamento e diffondete la notizia!

Un punto di vista alternativo.

Di Marco Cavedon, postato il 28/04/2019.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2019/04/28/sovranita-monetaria-euro-ed-unione-europea/

Non mancate al nostro prossimo evento MMT a Belfiore di Pramaggiore (clicca qui per scaricare la locandina).

In occasione delle imminenti elezioni europee, avremmo modo di chiarire aspetti fondamentali che condizionano oggi come oggi la vita sociale e democratica del nostro paese.

L’euro è veramente un vantaggio per tutti noi ?

L’Unione Europea è veramente un qualcosa di positivo che difende la nostra economia e la nostra democrazia ?

Il ritorno alla sovranità monetaria da parte del nostro paese rappresenterebbe veramente una catastrofe, come ci dicono la quasi totalità dei media, dei politici e degli economisti ?

Non vi resta che scoprirlo, partecipando al nostro evento in programma per il 10 maggio 2019 ore 21 presso Belfiore di Pramaggiore (VE), Bar Filippi, Via Lison 3.

Vi aspettiamo numerosi !

Di Elisabetta Uccello, postato il 21/07/2018.  Revisione di Marco Cavedon.
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/15/risposta/
In questo articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30 maggio 2018, l’autore Enrico Marro analizza quali a suo dire sarebbero le conseguenze dell’ uscita dell’Italia dall’eurozona. Seguendo l’ordine dell’ articolo, elenca:

  • Inevitabile fuga di capitali
  • Debito del saldo Target 2
  • Inflazione a doppia cifra ‘’causata da Bankitalia che inizierebbe a stampare denaro selvaggiamente per sostenere il debito pubblico’’
  • Potere d’ acquisto degli Italiani eroso dall’inflazione
  • Prezzi delle materie prime alle stelle
  • Costi sui prestiti alle aziende alle stelle e le imprese non potrebbero più pagare i dipendenti
  • Ipersvalutazione che potrebbe solo avvantaggiare le ditte esportatrici
  • Chi vorrà raccogliere capitali sui mercati finanziari dovrà spostare la ditta all’estero
  • Nazionalizzazione delle banche solo al fine del salvataggio delle stesse
  • Mutui e prestiti esploderebbero a causa dell’inflazione e della svalutazione
  • Bollette carissime perché non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico
  • I titoli di stato perderebbero valore perché divorati dall’inflazione
  • Debito pubblico che non verrebbe più comprato da nessuno

….Insomma….una bella mitragliata di terrorismo mediatico. Se quella del “Sole 24 Ore” vuol essere un’analisi , essa risulta fatalmente  scorretta, irrazionale, banale.
Ma a queste ventate di isteria telecomandata ormai ci abbiamo fatto il callo ed illustreremo in questa sede con precisione e METODICITA’ cosa succederà quando l’Italia uscirà dall’euro e dall’Unione Europea, APPLICANDO AL DETTAGLIO IL PERCORSO MMT.
Precisiamo dapprima che le conseguenze sopra elencate rappresentano a pieno titolo i cosiddetti  FALSI MITI dell’ economia neoclassica, miti che sono lo STRUMENTO principale del pensiero liberista per indirizzare i popoli ad accettare un MODELLO DI SOCIETA’  che si fonda sulla forte competitività, la deregolamentazione dell’economia, la riduzione ai minimi termini dell’intervento dello stato e l’annientamento delle costituzioni sociali del ‘900.
Le teorie neoliberiste si consolidano attorno al dogma della stabilità dei prezzi e dell’indipendenza di  chi controlla la creazione della moneta – la banca centrale – dallo Stato.
Riprendiamo una citazione di Milton Friedman del 1962: “le interferenze governative minacciano la libertà economica’’.
Di contro la MMT- TEORIA DELLA MONETA MODERNA – presuppone che l’economia deva essere al servizio dei cittadini: lo Stato DEVE essere padrone della propria moneta ed utilizzare la spesa a deficit per creare occupazione e garantire i diritti dei lavoratori in piena sintonia con l’art 1 della nostra Costituzione Italiana:
“L’Italia e’ una repubblica democratica, FONDATA SUL LAVORO. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Alla base della MMT c’è lo stato sovrano della sua moneta e capacità di spesa, altrimenti non può incidere LIBERAMENTE ed in positivo sull’economia del Paese.
 
ANALISI SISTEMATICA DEL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO GUIDATO DAL PROGRAMMA MMT.
LA SPESA DELLO STATO, IL DEBITO PUBBLICO, I TITOLI DI STATO.
L’Italia esce dall’euro con decreto legge. Questo implica nell’immediato che dal giorno 1 il governo inizia a spendere e tassare nella nuova valuta, chiamiamola LIRA.
Di fondamentale importanza, al pari del ripristino della moneta di stato, il pieno controllo della propria banca centrale: essa è lo strumento principale del governo per  poter effettuare la spesa pubblica.
Solo se la banca centrale è SOTTO il controllo del Parlamento e del governo si possono impostare politiche economiche volte alla piena occupazione a alla tutela dello stato sociale.
LA BANCA CENTRALE DEVE ESSERE DIPENDENTE DALLO STATO, NON INDIPENDENTE, nel senso che il governo deve avere il pieno controllo sia della propria politica monetaria che fiscale.
La banca centrale è RAMO BANCARIO DELLO STATO; lavora di concerto con il ministero del Tesoro ma è il ministero del Tesoro ad indirizzare il suo operato.
Alain Parguez chiama questa operazione ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’.
Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: “Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente”.
La MMT considera il meccanismo di emissione dei titoli di stato un retaggio del gold standard: in uno stato a moneta sovrana i titoli non servono a finanziare la spesa pubblica, perché questa deriva dalla creazione di moneta da parte della banca centrale, che accredita il conto corrente che il governo detiene presso la stessa.
Ricordiamo che i  titoli di stato servono oggi esclusivamente a controllare il tasso d’interesse overnight, dal momento che le banche commerciali investono le riserve in eccesso (rispetto all’obbligo di riserva presso la banca centrale) in titoli, che fruttano un interesse più alto di quello che maturerebbero se lasciate ‘’ferme’’ presso la banca centrale (vedi qui per approfondimenti).
Dal blog di Bill Mitchell: ‘’ Dal punto di vista della MMT è di gran lunga preferibile eliminare del tutto il meccanismo di emissione del debito e pagare un tasso di sostegno sulle riserve se la banca centrale vuole puntare a un tasso d’interesse a breve termine diverso da zero. Ma ancor più preferibile è lasciare che il tasso di interesse a breve termine scenda a zero non emettendo debito pubblico e non pagando alcun tasso di sostegno sulle riserve in eccesso (presso la banca centrale). Quindi il mercato interbancario porterà il tasso di interesse fino a zero ogni giorno e la politica fiscale diventerebbe il principale strumento di contro-stabilizzazione e il mezzo più efficace per disciplinare le pressioni sui prezzi in specifiche classi di attività.’’
Non e’ da escludere la possibilità di regolare la remunerazione dei risparmi dei cittadini in appositi libretti di risparmio, in modo tale da incentivare o disincentivare la propensione al consumo in base al ciclo economico.
Uno stato a moneta sovrana non potrà mai non onorare il proprio debito (ripagare titoli di stato in scadenza) in quanto è denominato nell’unità di conto che egli stesso emette e di cui ha il monopolio tramite la propria banca centrale.
Uno stato a moneta non sovrana, come l’ Italia oggi in eurozona,  per finanziare le proprie spese è costretto ad indebitarsi con le banche private che acquistano i suoi tds (titoli di stato).
A questi operatori lo stato dovrà restituire il prestito con gli interessi.
 
Questo preambolo è necessario, poichè nell’articolo de “Il Sole 24 Ore” sembra proprio non si faccia distinzione fra le caratteristiche strutturali di uno stato a moneta sovrana e di uno stato a moneta non sovrana.
Il settore bancario privato, deputato alle transazioni orizzontali,  crea prestiti e di conseguenza aumenta la circolazione del denaro, cioè delle riserve create dalla Banca Centrale.
Però i prestiti bancari, quando creano un deposito, generano sempre un debito che dovrà essere ripagato: quindi non si ha mai ricchezza finanziaria al netto.
Solo il settore pubblico, cioè lo Stato, può creare veramente il denaro dal nulla, cioè ricchezza finanziaria al netto. E’ il suo ruolo.
Solo dalla spesa dello stato arriva il denaro in prima istanza.
 
Al contrario la BCE , per statuto e secondo i trattati (Tfue), non può finanziare direttamente gli stati ma solo i mercati dei capitali, cioè le banche private.
Gli stati nell’eurozona sono esautorati di sovranità sia economica che politica.
Questo assetto è lo strumento della corrente liberista per realizzare un modello di società incentrato esclusivamente sulla competitività: gli stati devono applicare politiche volte alla svalutazione salariale e alla distruzione della domanda interna, per fare in modo che la propria offerta di beni e servizi sia competitiva nel libero scambio internazionale; questa resta l’unica soluzione per riuscire ad ottenere moneta, una strategia a tutti gli effetti erede del mercantilismo settecentesco in cui vigeva il gold standard.
Nel modello liberista di società dell’Unione Europea la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi ed il pieno stato sociale non sono al primo posto.
Per realizzare invece  il modello di società prescritto nella Costituzione Italiana ed antitetico al modello neoliberista, è necessario sganciarsi dall’euro e dai trattati europei ed applicare il Programma Economico MMT, unico strumento per realizzare la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi per tutti e la piena tutela di tutte le classi sociali.
 
Il giorno 1 della nuova lira il governo, come già affermato sopra, inizia ad effettuare la propria spesa accreditando conti correnti in lire e a tassare esclusivamente nella nuova moneta, lasciando tutti i depositi in euro.
Questo comporterà una domanda di lire, inizialmente scarse, da parte di tutti i cittadini che dovranno ottenerle per pagare le tasse e poter eseguire tutte le transazioni economiche.
Con l’occasione ricordiamo che la reale funzione della tassazione in uno stato a moneta sovrana non è quella di pagare la spesa pubblica, perchè prima di poter ritirare la sua valuta il governo sovrano la deve creare e spendere. La tassazione ha tuttavia una funzione molto importante, perchè è lo strumento principale dello stato per esercitare il proprio potere d’imperio: i cittadini sono costretti a pagare le tasse nella valuta decisa e dovranno fare in modo di ottenerla vendendo il proprio lavoro. Inoltre la tassazione serve ad indirizzare l’economia: lo stato tassa di più nei settori da disincentivare, meno in quelli da incentivare e regola la quantità di moneta in circolazione, drenandone maggiormente nei periodi di eccessiva inflazione, meno in deflazione.
Il governo non ricorrerà alla conversione forzosa in lire di depositi e prestiti già realizzati ma lascerà a discrezione del cittadino la richiesta della nuova moneta. Di conseguenza questi sarà ad un certo punto costretto, per pagare in primis le tasse, a chiedere lire alla propria banca in cambio di euro.
Questo provocherà una vendita di euro da parte della banca commerciale alla Banca d’Italia ed un acquisto di lire al tasso di cambio vigente al momento.
Il tasso di cambio, in linea con le caratteristiche di una moneta fiat, sarà fissato 1:1 con l’euro solo inizialmente e poi sarà lasciato libero di fluttuare nel mercato dei cambi internazionali.
La vendita di euro per acquisire lire eviterà il deprezzamento della moneta sovrana secondo le leggi di domanda ed offerta del mercato.
Anche in assenza di tale provvedimento, la svalutazione viene stimata tuttavia attorno al 20% secondo la teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto, che afferma che la variazione percentuale del tasso di cambio fra 2 valute coincide in ogni periodo con la differenza fra le variazioni percentuali dei livelli dei prezzi nazionali. Secondo invece uno studio di BofA Merrill Lynch del 2012 la svalutazione sarebbe addirittura attorno all’11-12%. Niente iperinflazione quindi, anche perchè la correlazione tra svalutazione ed aumento dei prezzi interni è fatalmente scorretta (vedi qui).
Gli euro diventeranno riserve in valuta estera possedute dalla nostra banca centrale.
Cosa comporterà questo?
Il governo si ritroverà gradualmente ad avere a disposizione moltissime riserve in euro, utili per saldare a scadenza i titoli di stato emessi denominati in euro, a meno che il creditore non faccia espressamente richiesta di essere rimborsato in lire convertendo il proprio credito nella nuova valuta nazionale.
Questo meccanismo inciderà sul tasso di cambio lira- euro: se la Banca d’Italia non avesse potuto disporre di riserve in euro, avrebbe dovuto vendere lire per acquistare euro per saldare i titoli di stato e questo avrebbe potuto provocare svalutazione. Va tuttavia sottolineato che la conversione dei titoli in lire non è un problema neppure nei confronti dei creditori stranieri, per il principio della lex monetae (vedi qui).
Evidenziamo inoltre che la lira, anche se si svalutasse nei confronti dell’euro (ipotesi quantomai remota, se non irrealizzabile), non e’ detto che si svaluti nei confronti di altre valute con cui l’Italia intrattiene rapporti commerciali. Uno dei principali partner commerciali dell’Italia sono gli USA per le esportazioni, la Cina per le importazioni.
Il tasso di cambio effettivo e’ una media di tutti i tassi di cambio bilaterali principali.
 
LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA.
Secondo la manipolazione mediatica liberista, con una svalutazione della lira del 30% avremmo un’inflazione interna della stessa entità a causa dell’ aumento del costo delle materie prime.
Precisiamo invece che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto il costo finale risente relativamente della svalutazione.
Considerando come bene importato solo la materia prima, i costi interni riguardano la trasformazione, la lavorazione, il profitto privato e la tassazione.
Certamente la svalutazione incide sul costo delle importazioni, ma anche in presenza di ipotesi di forte dipendenza dall’estero con importazioni che incidano per il 40% dei costi di produzione, una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento dei prezzi dell’8%. In termini reali, le materie prime e le fonti energetiche incidono sul totale delle importazioni per nemmeno l’11%.
Lo Stato italiano può sempre diminuire discrezionalmente il livello di tassazione per le imprese costrette ad importare e penalizzate dall’aumento dei costi, in modo da lasciare inalterato il loro profitto finale.

  • La svalutazione in genere comporta maggiori afflussi di capitale dall’estero per acquistare merci il cui prezzo si è abbassato proprio grazie ad essa. Considerando solo la bilancia commerciale (quindi al netto dei movimenti di capitale) la valuta nazionale verrebbe richiesta di più e di conseguenza tornerebbe ad apprezzarsi.
  • Il coefficiente di trasferimento pass-trought è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali. Per esempio , se in seguito ad una svalutazione del 10%, l’inflazione aumenta del 5% si calcola il pass-trought al 0,5 (cioè al 50%).

Il coefficiente pass trought italiano è stato stimato da uno studio del 2012 di Goldfajn e Werlang attorno al 36% in un anno: per cui, ipotizzando anche una svalutazione del 20% (scenario considerato poco attendibile), solo il 36 % di tale svalutazione si tradurrebbe in un’inflazione del 7,2%. Valori del tutto controllabili e calcolati comunque in assenza di politiche fiscali del governo, semmai questa percentuale moderata fosse considerata pericolosa.
 
L’ INFLAZIONE.
Per quanto riguarda l’inflazione, è necessario definirla in modo da fare definitivamente chiarezza in merito a quest’altro falso mito che l’economia liberista utilizza per costringere i popoli a legittimare cessioni di  sovranità e ad adottare politiche liberiste.
L’ inflazione è un aumento dei prezzi annuale.
L’ iperinflazione e’ un aumento dei prezzi mensile superiore al 50%.
Riprendiamo l’equazione che in economia regola l’inflazione: MxV=PxY
M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che dipende in prima istanza dalla spesa a deficit da parte del governo
V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.
P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).
Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.
L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà si che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.
Al contrario, una maggiore ricchezza finanziaria (M) nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla quantità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. Possono sussistere pertanto le condizioni tali per cui ad un aumento di M si verifichi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.
Il solo aumento dei prezzi non è inflazione: l’inflazione è il continuo aumento dei prezzi, cronico rispetto alla reale capacità di produzione.
Per controllare l’inflazione ci sono 2 metodi:

  1. Il metodo neoliberista scelto dalla Commissione Europea: il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), cioè mantenere uno “stock di riserva di disoccupati”. L’inflazione in questo caso viene controllata tramite politiche monetarie e di bilancio restrittive, che creano una disoccupazione che STRUTTURALMENTE deve attestarsi ad una determinata percentuale. La disoccupazione strutturale comporta non avere redditi ed essere disposti a lavorare per bassi salari, pertanto determina il crollo della domanda interna con conseguente abbassamento dei prezzi dei beni e servizi prodotti.
  2. Il sistema proposto dagli economisti post-Keynesiani MMT, il NAIBER (non-accelerating inflation buffer employment ratio) o “stock di scorte di occupati“. La piena occupazione viene garantita dai lavori di stato; il governo garantirà quindi la piena occupazione e salari minimi dignitosi, i quali avranno la funzione di stabilizzare i prezzi in quanto legati alla produzione di beni e servizi reali.

La tassazione è lo strumento principale per controllare la domanda e regolare l’inflazione.
L’occupazione nel settore pubblico dev’essere elastica ed anticiclica, fermo restando che i lavori nei servizi pubblici essenziali devono essere fissi e rigidi.
Con la proposta MMT del “job guarantee” lo stato assorbe i disoccupati in lavori pubblici quando l’attività del settore privato diminuisce: lo stato ‘’conserva’’ il lavoratore nel settore pubblico. Viceversa quando l’ economia è in una fase di espansione, lo stato permette al lavoratore di reimpiegarsi nel settore privato. LA POPOLAZIONE RIMANE SEMPRE OCCUPATA. CAMBIA SOLO IL RAPPORTO FRA OCCUPAZIONE PUBBLICA E PRIVATA.
 
TARGET 2.
Il Target 2 e’ un sistema di pagamenti interbancari che vale in tutti i paesi dell’Unione Europea.
Vari economisti (tra cui l’attuale Presidente della BCE Mario Draghi) ipotizzano che, in caso di uscita di un paese dall’euro, dovrà essere saldato per intero il deficit della sua banca centrale nei confronti della Banca Centrale Europea.
Come funziona la cosa ?  Semplicemente, quando qualsiasi attore economico di un paese che ha adottato l’euro realizza un acquisto presso un’altra nazione dell’eurozona tramite il denaro depositato presso la sua banca, viene convenzionalmente conteggiato un pari deficit della banca centrale del paese dove ha sede l’acquirente nei confronti della BCE, mentre la banca centrale del paese del fornitore vanterà un credito nei confronti della BCE.
Facciamo un esempio. Un acquirente italiano che possiede un conto corrente presso Banca A desidera acquistare un’automobile da un venditore tedesco, che avrà un conto corrente presso Banca B. In questo caso, la Banca d’Italia accrediterà le riserve presso la Bundesbank (la banca centrale tedesca) addebitando il conto dell’acquirente italiano presso Banca A. La Bundesbank potrà quindi mettere quelle riserve a disposizione della Banca B e in questo modo onorare il debito che possiede con la stessa.
Si è forse creato un vero debito della Banca d’Italia nei confronti della BCE ? Questa ha forse bisogno delle riserve di Banca d’Italia da accreditare alla Bundesbank, che a sua volta le accrediterà a banca B ? Assolutamente NO, dal momento in cui, come abbiamo visto, Banca d’Italia ha già fornito le riserve di cui la Bundesbank ha bisogno e le posizioni debitorie e creditorie delle varie banche centrali dell’eurozona nei confronti della BCE rappresentano solo un dato contabile, che registra i movimenti di riserve in euro creati dalle varie banche centrali in uscita ed in entrata tra le rispettive nazioni. Prova ne è il fatto che non esiste un limite al “debito” o al “credito” che le singole banche centrali possono detenere nei confronti della BCE, nè tale “debito” deve essere mai onorato. Se così non fosse, questo automaticamente dovrebbe comportare il fatto che, quando l’acquirente italiano acquista un bene da un fornitore straniero, questo venga pagato due volte, la prima volta dalla Banca d’Italia, la seconda dalla Banca Centrale Europea, il che è assurdo. Tra l’altro, per i paesi dell’UE che aderiscono a questo sistema pur non appartenendo all’eurozona, non viene assegnato alcun “debito” alle loro banche centrali nei confronti della BCE, perchè queste non possono creare euro e quindi le transazioni avvengono tramite il mercato dei cambi; in questo caso non si pone quindi il (falso) problema della necessità da parte della BCE di approvvigionarsi di riserve per accreditarle alle banche centrali dei paesi fornitori.
Casomai si potrebbe presentare un problema politico nel momento in cui, in caso di uscita dall’euro, le istituzioni UE ci chiedano di saldare quel “debito”. Ma l’Italia avrà tutte le armi dalla sua parte, sia da un punto di vista tecnico che giuridico, per rifiutarsi di pagare un “debito” che, per il semplice fatto di utilizzare la valuta euro, non è mai stato considerato veramente tale. Da nessuna parte nei trattati europei sta scritto che i saldi target 2 in deficit nei confronti della BCE siano da onorare, nemmeno in caso di cambio della valuta nazionale.
 
LA COMPETITIVITA’.
Altro dogma cavallo di battaglia delle teorie liberiste è la competitività, inneggiata a principio cardine sul quale basare l’economia di una nazione e codificata in ogni trattato comunitario come il ferreo obiettivo delle politiche europee.
Come già affermato sopra, l’ arricchimento di una nazione e lo sviluppo economico sono dovuti principalmente alla spesa pubblica, che è lo strumento politico per mettere in moto l’economia ed indirizzarla al sostegno dei servizi alla comunità e del sistema produttivo. La moneta di stato è una leva nel concetto di produttività post-keynesiano, in antitesi al concetto di scarsità neoclassico.
Le esportazioni di beni e servizi di certo apportano ricchezza finanziaria all’interno di una nazione ma questo processo è una variabile e non è la via principale con cui uno stato si arricchisce. Solo grazie alla spesa pubblica a deficit positivo si può immettere ricchezza al netto nel settore privato di cittadini ed aziende senza ricorrere alla competitività nei confronti delle altre nazioni, basata sull’abbassamento dei prezzi possibile a sua volta solo con la svalutazione dei salari e l’indebolimento della domanda interna.
 
FUGA DI CAPITALI E FUGA DI PRODUZIONE.
La fuga di capitali è un falso problema: la valuta ‘’in fuga’’ passa da un conto corrente all’altro ma il saldo dei conti riserva presso la banca centrale resta invariato; cambia solo il titolare del conto corrente, che può essere anche un residente presso una nazione estera che ha acquistato lire da un venditore italiano. Tutte le lire rimangono comunque all’interno dei conti riserva che le banche commerciali detengono presso la nostra banca centrale e sono pertanto sempre soggette alla nostra giurisdizione.
Ciò che potrebbe preoccupare è la fuga di produzione. Gli imprenditori che non avranno capito che la moneta sovrana  porterà solo vantaggi alle aziende private, sposteranno la loro produzione all’estero.
Ma non saranno necessarie misure di protezione e controllo dei capitali se non probabilmente nel primo periodo, tramite una legislazione che persegua la responsabilità sociale delle imprese di rilevanza sistemica o tramite la nazionalizzazione dei settori strategici.
Perché non saranno necessarie misure di protezione e controllo speciali ?
Mantenendo saldo il focus sulla piena occupazione e dal momento che la moneta non è più una risorsa scarsa, in quanto lo stato è monopolista della propria valuta, il fatto che il capitale privato possa andarsene dal paese non diventa più un problema per l’economia.
Lo stato implementa programmi di piena occupazione rivolti soprattutto ai servizi sociali e tutelerà la domanda interna garantendo diritti e salari dignitosi, mentre le imprese che delocalizzano per produrre beni di consumo a prezzi bassi di fatto rappresenteranno un impoverimento in termini reali per quei paesi in cui si recheranno, disposti a consentire politiche di sfruttamento della manodopera e svalutazione delle condizioni di lavoro, nel nome della competitività globale. Anzi, quei beni reali che produrranno saranno consumati dai nostri cittadini e questo per noi rappresenterebbe un arricchimento in termini reali.
 
TITOLI DI STATO ED INTERESSE.
La cedola di un titolo di stato è determinata dall’emittente (il governo). Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’emittente. Oggetto di contrattazione e’ invece il prezzo dei titoli.
L’interesse, cioè il guadagno, è uguale alla cedola più lo scarto d’emissione (cioè la differenza fra prezzo di emissione e prezzo di rimborso del titolo).
Uno stato che ha il controllo dell’emissione della propria moneta STABILISCE in piena autonomia la cedola, senza doverla aumentare per attirare investitori nelle operazioni di riapertura, per il collocamento dei titoli rimasti invenduti alla prima asta.
UNO STATO A MONETA SOVRANA NON PUO’ MAI INCORRERE NEL RISCHIO DI INSOLVENZA IN UNA VALUTA DA LUI STESSO EMESSA.
La banca centrale tornerebbe ad essere dipendente dal Tesoro ed obbligata ad acquistare i titoli invenduti sul mercato primario (come prima del divorzio Tesoro –Banca d’Italia del 1981) o quelli presenti sul mercato secondario (Quantitative Easing).
Il prezzo di rimborso si alzerà e l’interesse si abbasserà. E’ importante che la cedola sia sempre regolata esclusivamente dallo stato in base agli obiettivi  di politica economica: alzerà la cedola quando vuole incoraggiare il risparmio privato e disincentivare il reinvestimento nell’economia reale e viceversa, abbasserà la cedola quando vorrà incoraggiare la spesa del denaro nell’economia reale  e disincentivare il risparmio.
E’ importante notare che, quando la banca centrale agisce sul mercato aperto acquistando titoli tramite riserve che lei stessa emette, questo non genera alcuna inflazione, dal momento che si tratta di denaro conferito al solo settore finanziario, che a sua volta lo presterà al settore dell’economia reale (famiglie ed aziende) solo in presenza di politiche fiscali espansive (spesa a deficit) che tutelino la domanda interna. E di domanda interna al momento ne abbiamo estremo bisogno, causa un sottoimpiego dei fattori produttivi con disoccupazione stabile all’11%.
La proposta MMT comunque prevede la totale abolizione dei titoli di stato, in quanto il governo nuovamente sovrano potrà accreditare direttamente conti correnti di famiglie ed aziende e pagare stipendi senza dover ricorrere al farraginoso meccanismo della loro emissione.
 
MUTUI.
Perché l’aumento del rendimento sui titoli di stato incide sui mutui e i prestiti?
Nel sistema attuale succede che se il titolo di stato viene declassato dalle agenzie di rating, gli investitori se ne sbarazzano in grande quantità: aumenta il rendimento (differenza fra prezzo di acquisto e di rimborso, che cala).
Una banca commerciale conferisce titoli di stato alla banca centrale a garanzia delle operazioni di  rifinanziamento principali (i prestiti di riserve che chiede direttamente alla banca centrale).
La banca centrale applica un ‘’ taglio’’, detto hair-cut. A fronte di una garanzia di 1000 in titoli di stato ad es. la banca centrale applica un hair-cut del 5%, cioè presta 950 Euro.
Se i TDS hanno un rating declassato, l’ hair-cut aumenta all’11-12% ad esempio.
Quindi le banche cercano di disfarsi di quei titoli declassati e cercarne altri con un rating migliore ed ottenere pertanto rifinanziamenti dalla BCE a condizioni più vantaggiose.
Questa ‘’penale’’ ha conseguenze quindi sugli interessi che le banche applicheranno a mutui e prestiti per garantire i propri profitti.
Ma con una moneta sovrana ed uno stato che applica il programma economico MMT anche questo ricatto può essere serenamente evitato, in quanto il valore dei titoli sarà sempre garantito e il governo sarà libero di applicare la legislazione in materia di politica monetaria che ritiene più efficace; la regola dell'”hair cut” potrebbe tranquillamente decadere assieme alla prassi dell’emissione dei titoli di stato, come prima abbiamo evidenziato.
 
Pertanto, anche basandoci su una semplice e razionale valutazione costi-benefici e tralasciando per un attimo le considerazioni politiche sulle quali ci siamo già espressi, ne consegue che nulla giustifica la permanenza dell’Italia all’interno della zona euro, con buona pace degli “esperti” de “Il Sole 24 Ore”.

Fonte: https://memmttoscana.wordpress.com/2018/04/24/traditi-sottomessi-invasi-come-liberarsi-dalla-dittatura-europea/
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove stiamo andando?
Il nuovo libro di Antonio Socci è un viaggio appassionato in ciò che significa ITALIA e svela ciò che vuol dire Unione Europea.
Non è solo economia ciò che stiamo perdendo, ma molto di più. L’estinzione di un popolo senza figli, senza lavoro, senza futuro.
Eppure, cambiare si può.
Come?
Proveremo a scoprirlo insieme:
“TRADITI, SOTTOMESSI, INVASI”. COME LIBERARSI DALLA DITTATURA EUROPEA.
Firenze, Sabato 5 maggio 2018 ore 17,30
Sala Meeting Malaspina
Relais Hotel Centrale Residenza d’Epoca
Via dei conti, 3
PROGRAMMA:
Introduzione di Maria Luisa Visione, Presidente MMT Toscana.
Presentazione del libro: “Traditi, Sottomessi, Invasi”
Antonio Socci, giornalista e scrittore;
Fabio Dragoni, dirigente ed editorialista “La Verità”
“Come uscire dalla dittatura europea” – Filippo Abbate, Presidente MMT Italia
——————————————
La partecipazione all’incontro è gratuita ed aperta alle istituzioni. La cittadinanza è invitata a partecipare.
Per ulteriori informazioni: toscana@memmt.info
Scarica la locandina in formato PDF, clicca qui.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA MILLE MILIARDI.

Di Giulio Betti. Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/1000_miliardi.html

Di seguito un servizio andato in onda durante la trasmissione “Tagadà” su La 7, in cui ci si chiede dove sia possibile reperire i soldi per mantenere tutte le promesse dei vari partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche.

E di recente a “Non è L’arena”, su La7, mostrano quanti soldi ci vorrebbero per rispettare tutte queste promesse.

1000 miliardi di euro è il loro calcolo.

Insormontabile. Impossibile.

Nel frattempo la Bce in 2 anni ha creato, dal nulla, ben 1800 miliardi di euro (MILLEOTTOCENTO MILIARDI) per acquistare titoli pubblici detenuti da investitori privati, nell’ambito del Quantitative Easing.

Per i titoli di stato detenuti da privati si possono creare tutti i soldi che si vogliono dal nulla… per il finanziamento diretto agli Stati da parte della Banca Centrale no.

Ovvio, ci sono i trattati Ue che lo impediscono.

E allora, uscendo da questa gabbia dei trattati e relativi vincoli di bilancio, la nostra Banca Centrale nazionale può allo stesso modo creare moneta per finanziare direttamente il Ministero dell’Economia e Finanze con quei 1000 miliardi che oggi sembrano solo un miraggio.

Potenza di una Banca Centrale nazionale che controlla la propria moneta.

Oggi tutto ciò è invece come l’acqua nel deserto.

di Marco Cavedon fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/flattax_minibot.html

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona.  Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?

Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire  dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essereaccettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.

Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

di Elisabetta Uccello
Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/a_chi_serve_euro.html
Ci viene spesso ripetuto  meccanicamente dai sostenitori della moneta unica europea che l’uscita dall’euro ed il ritorno ad una valuta nazionale ad un tasso di cambio fluttuante avrebbero delle terribili ricadute sull’ economia reale……..
–  Oddio quanto ci costano le materie prime in valuta deprezzata
– Oddio se la valuta nazionale si apprezza tutti corrono a comprare merci all’estero perché costano meno e allora le nostre aziende chiudono
– Oddio ma magari la nostra valuta non viene più accettata all’estero…..
Premesso che tutte queste paure sono infondate, adesso vedremo perché è importante sottolineare e prendere consapevolezza del fatto che sono timori utilizzati solo per distogliere l’ attenzione dalla questione principale.
Non riguarda l’economia reale ma l’economia finanziaria.
La paura è che il tasso di cambio fluttuante non garantisca certezza agli investitori internazionali che cercano di trarre profitto dall’acquisto e dalla vendita di strumenti finanziari denominati in valute liberamente convertibili. Certezza di cosa? Che i loro investimenti non vengano penalizzati dalle variazioni dei tassi di cambio.
L’interesse alle conseguenze negative sull’economia reale (infondate) è solo uno scudo con cui giustificare il sostegno alla natura dell’euro, che in quanto regime di cambi fissi fra ex valute sovrane è assolutamente paragonabile alla funzione che ebbe l’oro per le monete durante il gold standard. Con in più l’aggravante che a differenza dell’oro l’emissione di euro è esclusivamente controllata dalla BCE che come suo scopo ha il mantenimento di un tasso d’inflazione sotto il 2%. Per realizzare costantemente questo obiettivo la quantità di moneta euro in circolazione nell’economia reale dev’essere sempre scarsa rispetto alla capacità produttiva, cioè alla capacità di produrre beni e servizi. Quindi alta disoccupazione e sottoccupazione.
Precisiamo perché le paure trasmesse al popolo sopra riportate sono infondate:
–                     Materie prime:  considerando esclusivamente il costo delle materie prime sul prodotto finito vediamo che questo incide attualmente sul prezzo finale meno della percentuale di tassazione che il produttore deve caricare; questo è il risultato dell’appartenenza all’Eurozona che costringe gli stati ad applicare ai produttori una tassazione molto alta.
Il coefficiente di trasferimento (pass-through) è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali.
Il timore di un drastico aumento dei prezzi del prodotto finale dovuto ai maggiori costi delle materie prime a causa del deprezzamento della valuta è infondato, in quanto sul prezzo finito incidono costi di lavorazione e tasse ed imposte che uno stato a moneta sovrana ha tutto l’interesse a  regolare in funzione dello sviluppo della struttura industriale interna.
–                     Se la valuta nazionale si apprezza rispetto ad un’altra difficilmente ci sarà la corsa all’acquisto esclusivamente di prodotti esteri più convenienti innanzitutto perché, grazie al miglioramento delle condizioni lavorative e sociali sostenute da una repubblica a moneta sovrana, il cittadino potrà scegliere la qualità della produzione locale, senza essere costretto da uno stipendio misero e deflazionato come quello ormai usuale in Eurozona a scegliere solo il prodotto meno costoso. Nulla impedisce inoltre ad uno stato sovrano di poter applicare dazi alle importazioni se una politica di forte export neomercantilistico da parte degli altri stati mettesse in pericolo la produzione nazionale, posto che comunque è sempre possibile investire nel settore dei servizi meno soggetto a concorrenza.
–                     Una valuta nazionale viene accettata a livello internazionale in base alle caratteristiche economiche e sociali del paese in questione. Cioè: una valuta è considerata affidabile se l’economia del paese è strutturata in direzione della piena produzione, piena occupazione e c’è uno Stato sociale forte in cui i servizi essenziali siano garantiti a tutti, in modo che chiunque abbia la possibilità di partecipare col proprio lavoro al pieno sviluppo economico e sociale del paese. Tutti hanno interesse a consolidare rapporti commerciali con un paese industrializzato con dette caratteristiche.
Ed agganciandoci proprio a quest’ultimo punto verifichiamo che…
–  Le valute sono richieste negli scambi internazionali da investitori nell’economia reale che valutano generalmente che profitto otterranno in un paese in base alla solidità di quell’economia. Questa è dovuta appunto ad uno Stato che si pone come datore di lavoro di ultima istanza e assicura prosperità e benessere, oppure (in secondo luogo) ad operatori finanziari che investono in titoli di stato emessi da un governo sovrano, che ne controlla i tassi d’interesse ed è sempre solvibile.
Riproponiamo il dubbio: perché ai mercati finanziari interessa che l’euro sia strutturato come un regime di cambi fissi fra valute ex sovrane?
Perché così essi proteggono le loro operazioni dalle variazioni del tasso di cambio.
Chi sono i ‘’mercati finanziari’’?
Sono gli operatori che acquistano e vendono titoli di stato nel mercato primario (prima emissione) e secondario (già in circolazione) e scambiano valute sul Forex (mercato moderno dei cambi valutari, nato nel 1971).
In tutti i casi si tratta sempre di fondi d’investimento, fondi pensione, compagnie di brokerage, banche commerciali, investitori privati.
Al mercato secondario partecipa anche la BCE, che dall’entrata in vigore del Quantitative Easing compra i titoli di stato già acquistati nel primario dalle grandi banche autorizzate ad accedervi.
Al Forex partecipano sia gli investitori privati che le banche centrali dei singoli stati per gli scambi di valuta nazionale.
Ma come fa l’euro, nonostante le politiche di austerità sostenute dall’UE che ne decretano la scarsità nell’economia reale, ad essere ancora così richiesto a livello internazionale?
In Eurozona gli strumenti finanziari in euro sono richiesti perché non sono soggetti alle variazioni di cambio, mentre la rarefazione della valuta ne causa l’apprezzamento.
Consideriamo anche che multinazionali quotate in borsa traggono da questo sistema maggiori profitti, grazie anche alla svalutazione del lavoro (stipendi ridotti) e all’acquisizione di materie prime a costi minori.
Internazionalmente la BCE cerca di controllare il tasso di cambio col dollaro continuando a sostenere politiche di austerità che sono insistentemente deflazionistiche dei salari, in modo tale da continuare ad incentivare l’export di beni a prezzi competitivi. Solo con la perpetua svalutazione dei salari  si può mantenere la bilancia dei pagamenti con l’estero attiva ed allo stesso tempo l’euro forte.
Fino a quando reggerà questo fragilissimo e folle sistema?
 


Prima parte.
Di Giulio Betti.
NESSUNA SOLUZIONE DENTRO EURO E UNIONE EUROPEA
 
“Ma perchè uscire dall’euro? Non potremmo semplicemente allentare il deficit e sforare il 3%?”
Spesso sentiamo domande come queste, provenienti in molti casi da persone disinformate, o peggio ancora da persone informate ma paurose di prendere posizioni che potrebbero essere giudicate estremiste. Quella di sforare il limite del 3% del rapporto deficit/pil (portato in realtà allo 0,5% dal trattato Fiscal Compact) è una soluzione ridicola, addirittura difficilmente classificabile come “soluzione”. Prima di tutto questa ipotesi manterrebbe in vita l’Euro, moneta straniera della quale le nazioni ex-sovrane dovrebbero continuare ad approvvigionarsi ricorrendo alle grandi istituzioni finanziarie private, in quanto il monopolio dell’emissione rimarrebbe saldamente nelle mani di un’entità terza, ovvero la Banca Centrale Europea. Tutto ciò in barba ai principi fondamentali della nostra carta Costituzionale, i quali non prevedono che funzioni fondamentali come l’emissione monetaria siano affidate ad istituzioni diverse da quelle della Repubblica e non soggette ad un controllo di legittimità democratica, come avviene per la Bce. Infatti la Bce ha come caratteristica fondamentale l’indipendenza nello svolgimento delle sue funzioni, ovvero non è possibile influenzare direttamente la sua attività tramite richieste, raccomandazioni o sollecitazioni provenienti da organi esterni. Tutto ciò è profondamente antidemocratico e irrispettoso della volontà, legittima, di ciascun popolo, di voler determinare quali politiche attuare nei propri territori.
La Bce e la Commissione Europea non hanno nessun interesse a concedere allentamenti del deficit a nazioni come l’Italia, se non a seguito di pesanti riforme dei salari e del mondo del lavoro, tipo quello che è successo in Spagna. L’obiettivo di Bce e Commissione Europea non è la ripresa economica, una ripresa economica che determini un aumento successivo dei salari e condizioni di vita migliori delle popolazioni. Tutto ciò che conta è evitare spinte inflattive, che poi il vostro lavoro e il vostro reddito siano distrutti, per loro non conta! Non vedete che fine hanno fatto i capi di governo che in questi anni volevano far “cambiare verso” all’Europa? Questo dovrebbe ormai essere chiaro da un pezzo, ma evidentemente ancora non lo è.
Ma anche ammesso che ci concedessero per miracolo un allentamento del deficit, la famosa flessibilità sui conti pubblici, cosa succederebbe nei paesi del sud Europa? Restando nell’euro, moneta straniera, valutata secondo autorevoli studi troppo forte per i paesi del sud Europa e troppo debole per quelli del nord, accadrebbe che il denaro rimasto in circolo grazie al maggior deficit verrebbe speso in beni e servizi provenienti dai paesi del nord Europa, resi convenienti per i cittadini del sud rispetto ai beni e servizi nazionali proprio dalle dinamiche della moneta unica. Esattamente ciò che è successo dall’introduzione dell’Euro fino allo scoppio della crisi del 2008: grazie all’uso di una moneta più forte rispetto a peso, dracma o lira è diventato più conveniente comprare auto, elettrodomestici e persino prodotti alimentari esteri! Anche andare a fare le vacanze all’estero è diventato più conveniente, rispetto a farle in Sardegna, ad esempio. Quindi un maggior deficit senza moneta nazionale, all’interno di un sistema di cambi fissi, acuirebbe solamente gli squilibri che già sono presenti in Eurozona. Lo stato ex-sovrano non potrebbe comunque fare politiche di sostegno ai salari, pena un incremento esponenziale delle importazioni, che non costituirebbe neanche un problema con valuta nazionale in tasso di cambio flessibile, ma con la moneta estera Euro sì.
E se qualche anno dopo che la Bce ci ha concesso miracolosamente l’aumento del deficit, ci ripensano? Mi immagino già la scena “Ok avete fatto deficit per 2-3 anni, adesso tornare a fare pareggio di bilancio”. Saremmo di nuovo punto e a capo. Di nuovo a cercare improbabili soluzioni.
Lasciamo poi stare proposte come quelle di Quantitative Easing for People o fantascientifiche allocazioni di risorse finanziarie per creare posti di lavoro da parte della Bce, perché queste proposte presuppongono un’errata comprensione del mandato e dello svolgimento delle funzioni della Bce stessa, come sopra analizzato. Queste sono tutte proposte placebo. Sono perdite di tempo e gimcane assurde, mentre in Europa i popoli ex-sovrani sono decimati, affamati e senza futuro a causa dei trattati europei. E noi dovremmo andare ad elemosinare qualche spicciolo alle stesse istituzioni che ci hanno distrutto lavoro, salario e vita? Andare a contrattare “migliori condizioni da prigionieri”? No signori, non è questa la strada. Dobbiamo riprenderci la libertà, la nostra sovranità. Per i governi, nelle crisi con i gruppi terroristici, regna una regola aurea: “Non si tratta con i terroristi”. Ebbene, allo stesso modo io dico “non si tratta con chi vuole vederti crepare, non si tratta con la Bce e la Commissione Europea”. L’Ue maciulla i nostri diritti, la nostra dignità come popoli delle nazioni europee. Proporre soluzioni che mantengono in vita le istituzioni Ue è antidemocratico. Lascio volentieri ai moderati queste non-soluzioni, io ripeto a gran voce “USCIRE DALL’EURO E DALL’UNIONE EUROPEA ORA“.
Seconda parte.
Di Marco Cavedon.
Perché “trattare” con L’Europa per risolvere il problema dell’attuale architettura dell’euro è sbagliato.
1) Manca totalmente in questa visione il concetto di quello che la UE è veramente, di come è stata creata e portata avanti e cioè nel disprezzo di diritti umani fondamentali quali l’autodeterminazione dei popoli e il concetto stesso di democrazia.
L’Europa non è un qualcosa nato dal basso, ma imposto dall’alto attraverso un metodo che potremmo definire “dittatura illuminata“, come ammesso nelle loro intenzioni dai principali artefici di questo progetto quali Kalergi, Monnet, Spinelli e da tecnocrati moderni quali Tommaso Padoa Schioppa.
2) Ma non potremmo lanciare un ultimatum all’UE di pochi mesi per aumentare il limite di spesa a deficit?
Stiamo parlando di trattare con una istituzione fondata sul neoliberismo, in completa antitesi con i principi fondamentali della Costituzione Italiana. Legittimare ulteriori trattative (per quanto in extremis) significa di fatto legittimare tutti quei movimenti politici che si definiscono europeisti ma che in qualche modo (nemmeno loro dicono bene come) vogliono cambiare questa Europa e alzano la voce per farlo credere senza poi essere disposti veramente ad uscirne nel caso il risultato non sia conseguito. Nel corso delle trattative si mette sempre su un piatto qualcosa mentre dall’altra parte si mette qualcos’altro e il risultato finale non è garantito. Nello specifico, cambiare le regole di spesa a deficit non comporta una semplice “collaborazione” con gli altri paesi UE per attuare diverse politiche, quanto la riscrittura dei trattati fondanti di questa Unione nonché il dover spiegare politicamente alla cittadinanza tutta il perché finora si è considerato il debito pubblico un problema, quando in verità è divenuto tale solo grazie a questi stessi trattati – politicamente improponibile. Inoltre continuare a legittimare le forze politiche che (a parole) dicono di voler riformare l’UE significa con ogni probabilità perdere ulteriore tempo, in quanto questi movimenti parlano più per convenienza politica che per reale voglia di risolvere i problemi; basta guardare a come è stato salutato il “piano Junker” per gli investimenti o la stessa Banking Union, che in realtà ha creato problemi al posto di risolverli.
3) L’aspetto morale e politico.
Una Unione Europea nata su questi presupposti e portata avanti in questo modo, al di là della questione “riformabilità” moralmente non merita di sopravvivere. Continuare a legittimare un’istituzione nata dal neoliberismo mascherato di “pace e solidarietà” significa criminalizzare con un fare oscurantista il diritto dei popoli a vivere liberi e a determinare le politiche economiche più adatte alla propria situazione specifica. Inoltre, sul piatto delle trattative di cui sopra ci potranno essere chieste ulteriori cessioni di sovranità alle quali la nostra classe politica difficilmente saprà opporsi, in quanto, come noto, più le istituzioni sono centralizzate e lontane dalle singole comunità e nazioni, più essa si sente al riparo dal processo elettorale (e anche qui le citazioni si sprecano). E se in settant’anni le istituzioni europee non hanno dimostrato di voler risolvere i problemi (anzi li hanno creati), figuriamoci se lo potranno fare dopo che avremo dato loro ancora più potere. Il ministro delle finanze tedesco Schauble già ha chiesto la completa cessione di sovranità fiscale a livello centrale (dipinta da molte forze politiche italiane in modo trasversale come una soluzione di per sé al problema), ma non certo per applicare spesa in deficit o comunque aiutare le varie economie europee in modo equo.
4) E ma se si vuole tornare subito ad una valuta nazionale allora si è brutti, cattivi, fascisti ed isolazionisti.
Il difendere la sovranità del proprio popolo è un diritto umano fondamentale che non implica affatto il non voler collaborare o vivere in pace con gli altri. Ad esempio il movimento sovranista italiano di Salvini e Meloni propone una trattativa con gli altri paesi UE per tornare ciascuno alle proprie valute nel modo più indolore possibile. Quindi non è vero che per collaborare con gli altri bisogna per forza cedere sovranità e avere una moneta unica, questa è un’emerita sciocchezza. La nostra Costituzione inoltre parla di limitazioni di sovranità e mai di cessioni, ma in condizioni di parità con gli altri stati, per fini di pace e sempre nel rispetto di regole internazionali generalmente accettate (il che esclude le regole UE che si applicano alla sola Europa e non in modo uniforme): ne consegue che l’attuale adesione ai trattati UE da parte dell’Italia è del tutto illegittima e incostituzionale.
5) Anche da parte di chi vuole costruire veramente un’Europa superstato federale, si permane comunque nell’errore di voler partire dal tetto, non dalle basi mediante condivisione di valori di fondo, mentalità, modello economico, stile di vita, simboli, cultura e tradizioni e se nella Costituzione Europea bocciata nel 2005 non si è voluto nemmeno inserire il riferimento alle nostre radici cristiane, mi pare che al momento non ci siamo proprio. Questo percorso dovrebbe comunque essere seguito senza fanatismi e nel rispetto comunque delle diversità e delle libertà delle nazioni, perché la pluralità di culture e modelli è una ricchezza e la loro applicazione e confronto in diversi contesti può essere d’aiuto a tutti al fine di rendersi conto dei propri limiti e prendere esempio dagli errori e dalle virtù propri e altrui. In nessun “Vangelo” sta scritto che l’Europa deve diventare per forza un’unica nazione.
Motivo per cui, sono orgogliosamente anti euro ed UE ma non anti europeo e isolazionista !

di Maria Luisa Visone, Fonte: http://www.sienanews.it/economia/le-diverse-velocita-delleuropa/
Non tutti i 28 Paesi aderenti all’Ue hanno adottato l’euro come moneta unica; 19 utilizzano ancora la loro valuta pur facendo parte dell’Unione. A differenza di quelli dell’Eurozona, non hanno scelto il tasso di cambio fisso. Avere un tasso di cambio fisso o variabile definisce gli obiettivi di politica monetaria; nel primo caso, le autorità predisposte devono impegnarsi per prevenire eccessi di moneta in circolazione. Affermazione che trova riscontro nel principale obiettivo dichiarato dalla BCE, responsabile della politica monetaria dell’UE: mantenere la stabilità dei prezzi.
Anche se l’Unione Monetaria è prova tangibile dell’integrazione avviata dal Trattato di Maastricht per migliorare l’economia, alcuni Paesi aderenti sono alle prese giornaliere tra alti dati di disoccupazione, bassa crescita del PIL e sistema bancario da risanare. Sintomi di una crisi reale che fa i conti con quella finanziaria. Proprio in risposta a quest’ultima, si creò nel marzo 2013 il primo pilastro dell’Unione Bancaria: il Meccanismo di Vigilanza Unico, destinato alle banche più significative, che, insieme al Meccanismo di Risoluzione Unico dell’anno successivo, trovano nella BCE l’autorità principe per la vigilanza e per la gestione della crisi del sistema bancario europeo.
Al controllo di salute oggi, però, non sono chiamati solo gli Stati con i debiti pubblici e le banche con gli stress test, ma proprio l’Europa, con la sua Unione Economica e Monetaria che rischia di disintegrarsi.  Brexit, politica economica americana inattesa, ma soprattutto le marcate differenze tra i paesi all’interno, mostrano che il processo di unione è ancora incompleto e che i problemi dei singoli non sono affatto una responsabilità collettiva da voler condividere.
Il rischio politico di uscita dall’Eurozona si rafforzerà se verrà dimostrato che non equivale a una catastrofe planetaria. Illustri esponenti del Front National francese, propongono di sganciarsi, ridenominando il debito pubblico di diritto nazionale in franchi (al cambio di un franco per un euro) e lasciando quello di diritto internazionale (pari a circa il 20%), in euro.
In contrapposizione all’ipotesi francese ci sarebbe un’altra possibilità. Il Paese rinuncia all’euro e adotta una nuova valuta nazionale, decidendo, al contempo, di: ricevere le tasse solo in nuova moneta; lasciare il debito pubblico in euro e garantire totalmente i depositi in nuova valuta. Tale meccanismo consente di creare richiesta di nuova valuta, in modo da difenderne il valore, dato che, inizialmente, ne circolerà in quantità limitata. In un regime di cambi fluttuanti, il valore della valuta segue il gioco della domanda e dell’offerta; se, opportunamente governato, senza allarmismi e forzature e, con l’intervento della Banca Centrale Nazionale a sostegno, è economicamente fattibile come processo graduale di passaggio (fonte Modern Money Theory).
Di fatto le diverse velocità dell’Europa già esistono. Mentre la Germania registra nel 2016 il terzo anno da record consecutivo per l’export, la Grecia negozia con Bruxelles per la quadra sull’avanzo primario, con alla porta la minaccia dello spread.
Così tra elezioni in arrivo e rischio di anticiparne altre, l’indice Sentix Euro Break-up, segna una probabilità di rottura dell’euro di 21,3 punti percentuali. Dato ancora lontano dai 70 punti del 2012, quando Draghi intervenne in difesa dell’euro con il famoso whatever it takes.
Ma le impennate sui mercati difficilmente camminano con gli ottimisti.

Nel 2013 il governo Letta venne umiliato con la richiesta di una manovra correttiva dello 0,1%, rispetto al deficit previsto nella nota di aggiornamento del Def che stimava il deficit al 3,1%. Così il giovane Enrico, che quando era ancora più giovane scrisse un enfatico saggio intitolato “Morire per Maastricht“, fu costretto a racimolare, con un giochino sull’Imu, 1,6 miliardi necessari a pareggiare i conti secondo quanto previsto dai cervelloni della Commissione Europea.
Per capire quanto quella correzione fosse una umiliazione per un Paese come l’Italia, si pensi che all’epoca, con una disoccupazione oltre il 12% e un prodotto interno lordo ancora negativo, l’unica cosa di cui il nostro paese avesse bisogno sarebbe stata una iniezione di liquidità con una forte manovra fiscale, ovvero meno tasse e più spesa pubblica.
La Commissione Europea chiede al governo italiano altri ridicoli interventi pari ad altri zero virgola del Pil, per portare il deficit dal 2,3% al 2,2%. La cifra in sé è talmente ridicola, oltre che inopportuna (la situazione non è molto cambiata rispetto al governo Letta, a parte la retorica del #cambiaverso di cui il giovin Enrico era parco), da non essere nemmeno giudicabile. Il problema vero del confronto che si va ad aprire con la Commissione, sta nel fatto che Renzi spera di ottenere dalla forzatura delle posizioni di Juncker un consenso spendibile nel referendum del 4 dicembre.
(Il paradosso sta nel fatto che l’idea istituzionale sottostante la modifica di Renzi e Boschi alla Costituzione italiana sta proprio nel conformare il Parlamento italiano al sistema di governance multilivello che opera in Europa: governare senza sovranità, esattamente come è concesso a Juncker, ad esempio, e ai suoi uffici che decidono, tra i 500 milioni di europei, chi debba mangiare e chi no).
La campagna elettorale dunque è un macigno, così come lo sciocco braccio di ferro su una piuma dello 0,1%. Al di sotto, infatti, c’è un magma anti-unionista, dal quale Renzi cerca di pescare (mentre gran parte della base del Pd non lo segue) che fa oramai dell‘Italia il paese politicamente meno gestibile se guardato da Bruxelles e da Francoforte.

Ma cosa dovrebbe fare un governo italiano legittimo, in una situazione in cui gli si chiede di rispettare accordi firmati che, tradotti in politiche concrete, significano strade dissestate, tassazione altissima, taglio dei servizi, disoccupazione, emigrazione, bassa natalità?
Il governo legittimo italiano dovrebbe brandire la Costituzione Italiana (e questo governo, purtroppo, non può), chiedere che la Bce continui a garantire tassi di interesse ai minimi (possibilmente equivalenti a quelli tedeschi), consentire di gestire almeno il 2% di deficit in investimenti pubblici (30 miliardi), quando sarebbero necessarie cifre più alte per un biennio, e in questo modo risollevare un po’ il Paese e ottenere quel consenso in grado di frenare le reazioni che si scatenerebbero Oltralpe.
Questo passaggio, tuttavia, sarebbe podromico ad una destrutturazione dell’Eurozona almeno come la conosciamo oggi: e dovrebbe quindi essere compiuto da un governo in grado di capire che una disobbedienza di questa portata condurrebbe all’apertura di una serie di scenari rispetto ai quali occorrerebbe essere ben preparati.
Non ci sembra davvero il caso del governo Renzi, posto che il Presidente del Consiglio sembra tra i pochi, nel suo entourage, che abbia capito come funziona l’Eurozona (ovviamente Padoan ha ben chiaro il quadro da molto tempo). Dunque è probabile che ci dovremmo accontentare di un braccio di ferro sopra la piuma di uno 0,1%, con, oltretutto, dichiarazioni un poco assurde come quelle dello stesso Renzi, che continua a vantarsi di aver realizzato la manovra con più austerità (ovvero col minor deficit) degli ultimi dieci anni. Contraddizioni che quasi tutta la stampa nazionale, oltre che la politica, non colgono: è molto più importante trascorrere mesi a discutere degli stipendi dei parlamentari.geppetto-e-pinocchio