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-LETTERA A UN IMPRENDITORE (PDF VERSIONE INTEGRALE)
Caro imprenditore, spero che una domenica pomeriggio nella calma del suo salotto lei possa dedicare trenta minuti a leggere questa mia. Il contenuto parla di quanto di più caro lei abbia fuori dall’ambito familiare: il suo lavoro, il suo investimento di una vita, e coloro che lavorano con, per, lei. Vi stanno distruggendo. E peggio: siete soli. Né Confindustria, né le vostre organizzazioni di rappresentanza hanno capito cosa è in atto nell’Unione Europea, non sanno o non vogliono capire, e infatti se ne vedono i risultati. Qui vorrei offrire a lei, e ai suoi omologhi, un contributo di comprensione, ma soprattutto di autodifesa e di riscatto. Le parlo di economia, il motore di tutto ciò che ci sostiene, senza il quale non solo i redditi e i fatturati, ma neppure i diritti sono possibili. La sua figura, ritengo, è oggi una chiave fondamentale per salvare l’Italia, la democrazia, il lavoro.
I sindacati… devo trattenere il disprezzo per organizzazioni condotte da quadri dirigenti che sono quanto di più parrocchiale, ignorante e cinico questo Paese abbia prodotto fuori dalle Mafie. Veri ascessi del mondo del lavoro e nel futuro di milioni di lavoratori, traditori di una causa che fu nobile, venduti non ai ‘Padroni’, ma al proprio bieco opportunismo. Per questo faccio appello a voi imprenditori. Spero che voi, uomini e donne schiacciati fra la retorica defunta della sinistra e la distruttività apocalittica dei poteri sovranazionali, possiate intuire la validità di queste righe.
Il mio lavoro ha per oltre dodici anni approfondito i temi di cui tratto qui. Nulla di quanto scrivo di seguito è frutto di esasperati concetti, radicalismi infondati, notiziole da internet. Ho fatto ricerca con alcuni dei maggiori macro economisti internazionali, e il mio saggio Il Più Grande Crimine 2011 si fregia dell’apprezzamento di uno dei massimi esperti di storia dell’economia Neoliberale al mondo, il Prof. John F. Henry, autore del fondamentale testo The Historic Roots of the Neoliberal Program. Lo scorso 24-26 febbraio ho ospitato a Rimini cinque degli economisti sopraccitati in un summit intitolato “Questo è un Colpo di Stato Finanziario”, dove la teoria economica detta Modern Money Theory (MMT), che forma le basi di questo scritto, è stata spiegata in tre giorni di lezioni (dettagli più sotto). Qui uno scorcio http://www.youtube.com/watch?v=XP60tpwu5cs.
-QUI LETTERA A UN IMPRENDITORE
Per organizzare un incontro Me-MMT: https://mmtitalia.info/vuoi-organizzare-un-incontro-sul-programma-me-mmt-ecco-cosa-fare/
FONTE: http://www.paolobarnard.info/

I Vincoli della Politica Fiscale
I vincoli della politica fiscale sono stati scritti punto per punto per rinforzare le aspettative dei mercati finanziari di una valuta molto forte. Gli architetti dei Trattati Europei desideravano incapsulare in un insieme di norme ciò che i mercati consideravano buona economia. Presumevano che bilanci in pareggio e perfino avanzi di bilancio fossero ciò che i mercati volevano per valutare la nuova valuta come la più forte (Artis e Winkler, 1997; Artis e Zhang, 1997).
Mentre il Trattato di Maastricht permetteva deficit governativi aggregati massimi (includendo la previdenza sociale) pari al tre per cento del PIL, esso già imponeva regole più vincolanti:

  1. Il deficit dovrebbe essere sempre abbastanza basso da raggiungere, alla data in cui l’euro verrà implementato un rapporto del Debito Nazionale Lordo rispetto al Pil non superiore al 60 percento. Nel lungo periodo, i deficit dovrebbero tendere a un rapporto inferiore.
  2. Ove vi sia un deficit, la sua contropartita dovrebbe essere costituita solamente da investimenti materiali.4

Il “Patto di Crescita e di Stabilità” soppianta la regolamentazione del trattato di Maastricht imponendo vincoli più stringenti che dovrebbero essere rispettati una volta che l’Euro sarà stato creato ufficialmente come unica valuta dell’Unione Economica e Monetaria.
Tutti gli Stati membri devono avere come obiettivo di “medio periodo” il pareggio di bilancio e, se ci riescono, l’avanzo  primario di bilancio. Una attenta lettura del Patto di Crescita e di Stabilità conduce alla conclusione che gli avanzi primari di bilancio debbano essere la regola per accrescere il valore della valuta.
Due interpretazioni sono possibili: o la nuova regola verrà applicata secondo il ciclo economico – gli avanzi devono essere maggiori dei disavanzi per rispettare i vincoli di Maastricht – oppure la regola fissa un obiettivo che tutti gli Stati devono raggiungere nello spazio di cinque anni (il cosiddetto “medio periodo”). Il contesto sembra supportare la seconda interpretazione che è stata sostenuta dalla Bundesbank e dalla  Banque de France. Significa che cinque anni dopo l’implementazione ufficiale dell’Euro, tutti i bilanci devono mostrare un avanzo.5 Gli avanzi devono essere usati per ripagare il debito. Questa interpretazione è coerente con l’incapacità degli Stati membri di finanziare i propri deficit.
I governi che non possono rispettare i vincoli fiscali saranno condannati da una Corte formata dal Consiglio Europeo, il  supremo organo dell’Europa, escludendo la BCE, i cui membri sono primi ministri o ministri delle finanze. Allo Stato colpevole potrebbe essere richiesto di pagare una multa pari allo 0.5% del suo PIL all’anno per eccesso di spesa. Le multe saranno accumulate dalla BCE, senza alcun meccanismo per la loro ridistribuzione. Le multe sarebbero riscosse persino se la causa della spesa eccessiva è una grave depressione. La sola eccezione è una depressione che eccede una caduta del due percento del PIL reale. I Governi saranno considerati colpevoli (a) non appena  non riescono a   convergere sugli avanzi di bilancio obiettivo e a mantenerli; (b) se i deficit fiscali sono considerati troppo alti per raggiungere l’obiettivo; (c) se i deficit eccedono il tre percento del prodotto nazionale lordo. Persino gli economisti pro-Euro (Artis e Winkler, 1997) enfatizzano il potere discrezionale della maggioranza del Consiglio Europeo nella definizione di deficit eccessivo, quando esso è inferiore al tre percento del PIL. Secondo la loro interpretazione, la BCE giocherebbe un ruolo guida come consigliere del Consiglio Europeo. In ogni caso, non esiste meccanismo di salvataggio per aiutare uno Stato ad affrontare una depressione. Certamente la riscossione delle multe associate agirà in modo da peggiorare la depressione e contribuirà ad aumentare il deficit. Noi siamo così giunti a scoprire che gli architetti dell’Unione Economica e Monetaria non hanno avuto alcuna preoccupazione per la attuabilità politica e che essi hanno utilizzato come loro piano una visione dell’economia pre-Keynesiana e superata.
UNA VALUTAZIONE CRITICA DELL’AGENDA ECONOMICA DELL’UEM: LA CONSACRAZIONE DELL’AUSTERITA’
Verrà dimostrato che contrariamente alle speranze delle teorie economiche europee ufficiali, l’Euro sarà una valuta molto debole perché sarà una valuta artificiale, sostenuta da regole che contraddicono i più importanti principi che sottendono le economie produttive monetarie moderne. Si mostrerà conseguentemente che l’Euro è una “falsa” moneta artificialmente sostenuta da politiche che hanno come obiettivo una permanente austerità o “espiazione” economica.
La sottostante Teoria della Moneta e l’Euro
Dal gruppo di regole stabilite dai Trattati Europei per creare l’Euro come la valuta più stabile, noi possiamo dedurre questi tre principali principi:
1. L’Euro esisterà perché ci deve essere una domanda permanente di Euro come componente della ricchezza reale detenuta dagli investitori internazionali. Tali investitori stanno suddividendo la loro ricchezza tra beni reali e beni finanziari, più o meno liquidi, denominati in dollari USA o Euro, le due principali valute concorrenti. La domanda di Euro è semplicemente la quota della loro ricchezza aggregata che essi vogliono detenere in Euro invece che in dollari o beni reali. La domanda di Euro è perciò un investimento finanziario di un ammontare predeterminato di ricchezza reale. L’ammontare della ricchezza da investire in Euro è determinata dai tassi di interesse reali attesi relativamente a quelli che potrebbero essere guadagnati detenendo saldi in dollari. In ultima analisi, ciò che spiegherà il passaggio da investimenti in dollari a investimenti in Euro è il tasso relativo di inflazione attesa. Attraverso l’imposizione di una inflazione permanentemente pari a zero, i Trattati Europei si pongono come obiettivo un premio così alto sugli investimenti in Euro che la composizione dei portafogli dei detentori di ricchezza cambierà drammaticamente e il valore reale dei saldi in dollari collasserà relativamente ai saldi in Euro. Tale concezione della moneta evidenzia la domanda di moneta come pura  tesaurizzazione!
2.Dall’altro lato del mercato monetario si pone l’offerta di moneta. E’ stato provato che l’offerta di moneta dovrebbe essere completamente esogena rispetto alla domanda di moneta e a maggior ragione rispetto alle richieste di circolazione. Essendo sotto il controllo assoluto della BCE impegnata all’inflazione zero, la quantità di Euro deve essere perfettamente scarsa. L’Euro sarà la più scarsa risorsa al mondo. I Trattati Europei stanno avallando la visione che in definitiva il valore di una materia prima dipenda dalla sua scarsità. Il denaro è la più scarsa di tutte le risorse perché la sua offerta può essere fissata a qualsiasi livello coerente con il principio di inflazione attesa uguale a zero. Come è stato mostrato altrove (Parguez, 1998b) l’UEM sta quindi restaurando una certa versione della parità aurea, uno standard in cui l’Euro dovrebbe essere l’oro, la più astratta forma di oro. Nell’antico standard aureo, variazioni nell’estrazione mondiale di oro potevano contraddire il principio della scarsità e imporre fluttuazioni indesiderate nei prezzi e nei tassi di interesse. L’UEM è protetta contro le dannose conseguenze del fare affidamento su una vera materia prima grazie all’introduzione di un oro astratto, la cui quantità può essere tanto scarsa quanto quella richiesta per l’oro vero.
Questa visione di scarsità della moneta spiega perché lo Stato, all’interno dell’UEM, non deve avere alcuna possibilità di imporre un aumento della quantità di Euro. La proibizione è una logica conseguenza del principio di scarsità. Qualsiasi potere monetario da parte dello Stato contraddirebbe gli obiettivi di quantità fissati dalla BCE. I detentori internazionali di ricchezza non crederebbero più nel reale valore dell’Euro e la domanda di Euro collasserebbe.
3. E’ stato provato che la BCE deve sempre garantire la “regola dell’equilibrio monetario”. Data la funzione della domanda di moneta, la Banca deve fissare l’offerta di Euro ad un livello tale da aggiustare l’effettivo livello dei tassi di interesse al suo livello naturale. Tale visione è radicata nei postulati per i quali il livello di tassi di interesse è determinato dalle forze di mercato, ed è quindi endogeno, e che esiste sempre un certo livello di tassi di interesse che possa imporre una inflazione attesa pari a zero. Il tasso naturale di interesse potrebbe cambiare nel tempo ma la Banca Centrale dovrebbe essere sempre informata del suo livello. L’UEM sarebbe perciò sempre nella situazione di un perfetto equilibrio monetario, dal momento che l’intera offerta di Euro sarebbe assorbita dall’accumulazione di Euro.
La condizione di esistenza della moneta, la domanda di moneta come investimento, si radica nella tradizione di Patinkin e soprattutto nella scuola dell’Equilibrio Monetario sviluppata negli anni ’30 da Koopmans (1933). La moneta esiste perché ha, come una materia prima, un valore intrinseco, ed essa ha tale valore perché è detenuta anziché spesa. Essa è detenuta a causa del suo specifico rendimento che rappresenta la sua utilità. Il valore della moneta è quindi indipendente dalla circolazione. Questa caratteristica spiega perché la concezione dell’Euro soffre di ciò che è stato chiamato il “paradosso di Patinkin” (Parguez, 1969). La differenza tra una economia di baratto e una economia monetaria è che la moneta è utilizzata come un mezzo di intermediazione generale nelle transazioni private. Persino Koopmans, Patinkin e tutti gli economisti neoclassici definiscono la moneta come il mezzo generale di pagamento. Secondo i principi generali dell’economia neoclassica, questo mezzo di pagamento esiste perché il suo scopo è aumentare la ricchezza. Il paradosso consiste nella natura della domanda di moneta che definisce la quantità di moneta di equilibrio. Come pura accumulazione, uno specifico investimento di ricchezza, la domanda di moneta è la quantità di moneta che viene ritirata dalla circolazione. La moneta ha un valore finchè non viene utilizzata come mezzo di pagamento. E’ chiaro che la teoria alla base dell’Euro soffre di questo paradosso. La forza dell’Euro è determinata dalla volontà dei detentori di ricchezza di avere la moneta invece che di spenderla. Gli architetti dell’UEM sono stati tanto ossessionati dalla necessità di convincere i detentori internazionali di ricchezza a detenere Euro invece di dollari che essi hanno ignorato le esigenze della circolazione. Come tutti gli economisti neoclassici, essi hanno rigettato il ruolo dello Stato come prerequisito per l’esistenza della moneta. La moneta sarà un puro investimento privato e l’Euro dovrebbe essere la valuta più forte dato che tutti i legami tra la valuta e lo Stato sono stati recisi. La privatizzazione della moneta è stata chiaramente esplicitata da Koopmans e dall’intera scuola dell’equilibrio monetario.
Da Hayek e Koopmans a Friedman e Patinkin, tutti gli economisti hanno dedotto la domanda di moneta dal principio di scarsità che regola la sua offerta. La moneta esiste perché c’è una domanda di portafoglio; il prerequisito per questa domanda è il valore atteso della moneta, il suo rendimento reale. Questo valore reale è inversamente correlato alla scarsità di moneta. Qui si trova il centro logico di tutti i generi di prospettive neoclassiche sulla moneta (Parguez 1975; Parguez 1998 a; and Parguez, Seccarreccia and Vallageas, 1998). La teoria del valore basato sulla scarsità implica la stretta esogeneità dell’offerta di moneta. In un sistema monetario esogeno, la Banca Centrale deve discrezionalmente determinare l’offerta di moneta delle banche commerciali. Non è un problema empirico, ma una pura condizione logica. L’Euro è stato studiato per conformarsi alla regola neoclassica dell’esogeneità. Né le valute esistenti né lo stesso oro avevano potuto soddisfare questa condizione. La teoria economica dell’Euro sta quindi avvalorando l’interpretazione di Rueff (1945, 1958) delle crisi finanziarie mondiali. Fermo sostenitore della teoria del valore fondata sulla scarsità, Rueff pensò che le crisi mondiali fossero il risultato della natura non scarsa della valuta mondiale: il dollaro USA. Una moneta assolutamente esogena dovrebbe sostituirsi al dollaro. L’oro non era abbastanza scarso dal momento che sia la sua quantità che il suo prezzo potevano variare. Come è stato dimostrato, il nuovo Euro si conforma al piano di Rueff creando il perfetto regime di gold standard. Tale concezione spiega sia l’assoluta indipendenza della BCE, che non era mai esistita prima, sia la scomparsa dell’intervento dello Stato nella creazione della moneta.
La condizione di equilibrio della teoria economica dell’Euro è la condizione neoclassica. La BCE sta già imponendo l’eguaglianza tra la quantità disponibile di moneta e la quantità che i detentori di ricchezza vogliono accumulare. L’UEM dovrebbe sempre essere in una situazione di equilibrio monetario. Nell’UEM, la moneta dovrebbe quindi sempre essere “neutrale”. Nel contesto di un’economia imperfetta relativamente ai requisiti di mercati perfettamente flessibili, raggiungere il tasso di interesse naturale richiederebbe prima il raggiungimento del tasso di disoccupazione di equilibrio, il NEIRU. L’economia dell’Euro è quindi l’ultimo aspetto dell’agenda neowickselliana che è stata messa in luce da Seccarreccia, Parguez e Vallageas (1998). Il livello del NEIRU è determinato dalla BCE che tiene conto delle paure dei detentori internazionali di ricchezza. Queste aspettative pessimistiche sono fondate sulle presunte rigidità del mercato del lavoro e sull’idea che tali presunte rigidità avrebbero un impatto negativo sui mercati finanziari.
Esse non possono essere frenate senza la previsione di un NEIRU molto alto. La moneta dovrebbe perciò essere “neutrale” come è stato prescritto da Hayek, dalla scuola dell’Equilibrio Monetario e dai più recenti economisti neoclassici.

NOTE

La prima versione di questo paper è stata scritta per la sessione sull’UEM all’Eastern Economic Association Meetings a New York, febbraio 1998. Per questa versione riveduta e corretta, l’autore deve ringraziare Thomas Ferguson, Mathew Forstater, Warren Mosler, Edward Nell, Mario Seccarreccia, Randy Wray, e un anonimo referente. Tutti gli errori sono miei.
4. Gli investimenti materiali sono esclusivamente gli investimenti in infrastrutture reali.
5. Questo pone un problema tecnico. Se gli Stati non hanno più un conto corrente presso la Banca Centrale, quegli avanzi dovrebbero apparire nei loro conti correnti presso le banche private.
Tratto dal paper: The Expected Failure of the European Economic and Monetary Union: A False Money against the Real Economy
Traduzione a cura di Giovanna Pagani

-IL FALLIMENTO ATTESO DELL’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA EUROPEA: UNA FALSA MONETA CONTRO L’ECONOMIA REALE (Prima parte)

La condizione sine qua non per la capacità della BCE di imporre l’Euro è la soppressione di qualsiasi interferenza degli Stati membri nel processo di creazione della moneta

Un documento che analizza il parallelismo tra Eurozona e Argentina, realtà che hanno ceduto la loro sovranità monetaria. L’Argentina, nel 2001, è andata in default. Cosa succederà a Eurolandia?

Le tasse non finanziano la spesa pubblica. Lo dice Bernanke, Presidente della FED, in TV. Anche l’Italia, con la lira, non finanziava i servizi tramite gli introiti fiscali

Da quando l’ipotesi dell’uscita dall’Eurozona dell’Italia ha trovato (poco) spazio anche nei talk show, nei telegiornali e nei quotidiani (anche se non tutti) è sempre più frequente imbattersi in commenti del tipo: “Torneremo all’Italia della Liretta. Che fine faremo? Lo Zimbabwe? Saremo un paese da Terzo Mondo!”.
A fronte di tali affermazioni, vedremo come quest’ultime sono prive di fondamento grazie all’ausilio di grafici ed analisi economiche e statistiche della Banca d’Italia, ISTAT, OCSE ed istituti finanziari internazionali come Thomson Reuters.
Come chiunque sa, oggi siamo in recessione (ovvero con un PIL negativo) con prospettive di peggioramento per il 2013.
Andiamo a vedere allora com’era la produzione industriale italiana prima dell’entrata nella moneta unica, confrontandola con quella relativa agli altri paesi principali dell’Eurozona, e com’è oggi.
Grafico Produzione Industriale Eurozona
Il grafico che vedete qui sopra è stato riportato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Come potete benissimo notare, nel 2001 l’Italia era la “prima della classe”. Il paese più produttivo.
Oggi, nell’Eurozona, l’Italia, come potete notare nella parte del grafico relativa all’anno 2012, è sprofondata al penultimo posto, prima della Spagna. La produzione industriale italiana è stata distrutta.
Ma date un’occhiata a chi, mentre nel 2001 era l’ultima della classe, ora, nell’Eurozona, è invece la prima: la Germania.

Spostiamoci ora sulla competitività dei principali paesi europei prima dell’entrata nell’Eurozona e dopo.
Indice di competitività
Anche il presente grafico è stato presentato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Potete benissimo notare come, prima del 2002, l’Italia e la Germania stavano più o meno alla pari in termini di competitività sui mercati. Erano le migliori d’Europa, mentre nel 2011, dato che un aumento dell’indicatore indica una perdita di competitività, la Germania dell’Euro (ed in misura minore anche la Francia) ci ha sorpassato di gran lunga.
Relativamente alla Germania è bene ricordare, però, come essa abbia completamente schiacciato il costo per unità di lavoro già dalla fine degli anni ’90 per prepararsi all’entrata nell’UEM. Nelle parole di Jan Kregel del 1998:
“La Germania sembra aver adottato una politica di controllo della crescita dei salari nominali a un tasso che è inferiore alla crescita della sua produttività interna. I costi unitari del lavoro tedeschi sono in calo… Se la Germania infatti continua a cercare, come sembra abbia fatto per circa due anni, di abbassare i suoi costi unitari del lavoro al 5 per cento – cioè a prezzi che sono sostanzialmente inferiori a quelli degli altri Paesi europei, senza più la possibilità, come è avvenuto in passato, di rivalutare il marco rispetto alle altre valute – questo significa che, se io sono un costruttore o un governo di un Paese europeo non tedesco, sperimenterò margini di profitto in calo finché anch’io non riuscirò a comprimere i miei costi unitari del lavoro. Pertanto, se vi è il rischio associato con l’introduzione dell’UEM di una moneta unica nelle condizioni in cui la Germania sta praticando una politica basata sulla convinzione che in termini assoluti i costi salariali sono troppo elevati rispetto all’Asia e agli Stati Uniti – non internamente, relativamente all’Europa – ci saranno pressioni deflazionistiche molto forti sulle retribuzioni degli altri paesi europei, che produrranno un rischio che è, direi, ora approssimativamente in equilibrio tra inflazione zero e deflazione
E’ esattamente ciò che è accaduto e che sta accadendo.

E per quanto riguarda il commercio estero? Chi era il paese dominante?
Per rispondere a questa domanda è sufficiente mostrarvi questi grafici, mostrati dagli economisti MMT Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black, Michael Hudson e dai uno dei padri della Teoria del Circuito Monetario, Alain Parguez, al Summit di Modern Money Theory di Rimini tenutosi dal 24 al 26 Febbraio 2012.
Questo grafico mostra le partite correnti (export-import) dei principali paesi dell’Eurozona prima che adottassero l’Euro, nel 1997.
Partite Correnti 1997
L’Italia godeva di un surplus commerciale, mentre la Germania era in deficit.
Guardate ora cosa è accaduto con l’introduzione dell’Euro.
Partite Correnti 2011
Chi ci ha guadagnato?
Come riportava anche Il Sole 24 Ore il 6 Giugno 2012:
” […] E qui arriva il primo dato che dà la dimensione di quanto la Germania fino ad oggi stia tecnicamente beneficiando, in termini finanziari ed economici, da questa crisi. Nei giorni scorsi il Bund tedesco a 10 anni prezzava un rendimento dell’1,345% annuo, mai così basso nella storia. Se si depura questo tasso per l’inflazione (che viaggia oltre il 2%) si ottiene un rendimento reale negativo. Dato che, letto al contrario, equivale a una sorta di ristrutturazione gratuita del debito pubblico tedesco. Niente male, come vantaggio in tempi di crisi. Anche perché questo avviene mentre i vicini, quelli più a Sud, annaspano, costretti a pagare rendimenti reali da record sul debito. E qui arriva il secondo vantaggio della Germania da questa crisi, questa volta più economico che finanziario. Negli ultimi mesi è infatti aumentato lo shopping della Germania di imprese italiane ed europee a prezzi scontati. Ma non finisce qui. La Germania, quello stesso Paese che nel 1997 pagava sui Bund a 10 anni un tasso del 5,5%, non lontano dal 6,1% dei BTp di quel tempo, funziona alla grande con l’euro. Lo dimostrano i dati sulla bilancia dei pagamenti correnti (che registra tutte le transazioni economiche di un Paese tra residenti e non residenti e quindi anche il saldo import-export). Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (qundi in piena fase euro, comprendendo anche l’attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg rilanciati dalla trasmissione televisiva “Mercati, che fare” di Banca Mediolanum). E l’Italia? Prima dell’introduzione dell’euro aveva una bilancia dei pagamenti correnti positiva (53 miliardi)  contro -388 accusati nel periodo successivo […]“

Altre esternazioni (prive di fondamenta) che è facile sentire sono quelle relative al debito pubblico, agli eccessivi deficit di bilancio, all’inflazione degna di Weimar e quant’altro.
Andiamo ora a vedere, secondo l’ordine pocanzi scritto, il problema del debito pubblico e dei deficit di bilancio.
Ho già scritto più volte come un paese con piena sovranità monetaria ed una fiat money non possa mai fallire, neanche a fronte di debiti pubblici giganteschi.
Ciò è stato oggetto di numerosi studi accademici e soprattutto da parte dell’economista Charles Goodhart, professore alla London School of Economics che ha lavorato anche nel Bank of England Monetary Policy Committee dal 1997 al 2000.
Anche l’ex governatore della FED Alan Greenspan è dello stesso avviso:
“Gli Stati Uniti possono pagare ogni debito che hanno perchè possiamo sempre emettere moneta per farlo, quindi c’è una probabilità pari a zero di fare default.”

Per quanto concerne i deficit di bilancio, ne ho già parlato in un mio articolo pubblicato tempo fa ma andiamo ad analizzarli più nel dettaglio con l’ausilio del seguente grafico.
Saldi Settoriali Italia
Il presente grafico mostra i Bilanci Settoriali dell’Italia in percentuale al PIL.
Come potete notare, ad un deficit di bilancio governativo (Public sector financial balance) corrisponde (specularmente) un surplus di bilancio privato (Private sector financial balance).
Ciò sta a significare che un deficit di bilancio del governo (G > T, Spesa pubblica > Tassazione) comporta un aumento della ricchezza finanziaria netta per il settore privato (famiglie, aziende, banche).
Più il governo è in deficit più la ricchezza finanziaria netta di famiglie e aziende aumenta.
Qui di seguito possiamo vedere una ulteriore analisi dei Bilanci Settoriali ma questa volta relativa agli Stati Uniti d’America, utilizzata dalla Prof.ssa Stephanie Kelton in un suo articolo:
USA * Saldi Settoriali
Stessa situazione come per l’Italia. Ad un deficit governativo corrisponde un surplus privato. Di seguito un ulteriore grafico dei Bilanci Settoriali dal 1952 al 2011 degli USA.
USA Sectorial Balances
Ma noi siamo nell’Eurozona, dove non possiamo più emettere la nostra moneta per finanziare la spesa pubblica ma dobbiamo prendere in prestito dai mercati dei capitali privati internazionali (banche commerciali, fondi d’investimento, fondi pensione, hedge funds, ecc…) ogni singolo Euro ai tassi d’interesse decisi dai mercati dei capitali medesimi.
Questa è la principale e drammatica causa della crisi dell’Eurozona.
Per entrarvi più nel dettaglio possiamo leggere cosa scrisse un altro economista della Modern Money Theory nel 1998, ben 4 anni prima che l’Euro diventasse la moneta unica, Mathew Forstater:
“[…] le forze di mercato possono richiedere una politica fiscale pro-ciclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi… Anche se non ci fossero limiti imposti sul deficit dei Paesi e dei debiti nazionali, la struttura della UEM rende quasi impossibile per un Paese adottare una politica anticiclica di bilancio anche se ci fosse la volontà politica. Questo perché, cedendo la loro sovranità monetaria nazionale, i Paesi non sono più in grado di condurre una politica fiscale e monetaria coordinata, essenziale per una risposta completa ed efficace alle crisi periodiche della domanda […]“

Per concludere, passiamo a vedere i dati relativi all’inflazione connessa al risparmio delle famiglie e alla chiusura del credito da parte delle banche alle imprese.

Attenendoci ai dati ISTAT, nel 1980 l’Italia aveva un’inflazione pari al 21,2%. Molti ora staranno pensando che eravamo nella situazione dello Zimbabwe, di Weimar, era l’anno in cui le famiglie consumavano tutto il loro reddito, non risparmiavano nulla poichè i prezzi continuavano a salire senza sosta.
Stando ai dati OCSE, questa semplificazione (l’ennesima priva di fondamenta) non regge.
I dati OCSE ci dicono che nel 1980 il risparmio delle famiglie era il 25%: il più alto risparmio al mondo.
Ma vediamo anche i dati relativi al 1990, con un’inflazione molto più bassa: il risparmio privato delle famiglie era aumentato al 25,5% (dati OCSE) e l’inflazione viaggiava al 6,5% (dati ISTAT). Ancora l’Italia leader mondiale del risparmio delle famiglie.
Nel 2009, sempre secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, avevamo un’inflazione pari allo 0,8%. Gli economisti tromboni della televisione diranno che questo è un ottimo livello, che con un’inflazione del genere siamo un paese moderno, ricco e produttivo.
Ahimè nemmeno questa affermazione supera la prova dei fatti.
Sempre l’OCSE afferma che nel 2009 il risparmio delle famiglie era crollato al 6,8%.
Era crollato quasi 4 volte tanto.
In conclusione, vediamo ora quali sono le cause principali del “credit crunch” delle banche nei confronti delle imprese italiane, delle quali ne falliscono migliaia ogni giorno.
Fattori imprese e privati
La linea rossa rappresenta le “aspettative generali sull’outlook economico”, cioè sulla prospettiva dell’economia.
Le banche sanno che lo Stato italiano non può più emettere moneta per far ripartire l’economia italiana; sanno che ora la creazione di attività finanziarie per i cittadini e le imprese è completamente in mano alle banche, dato che lo Stato è stato tolto di mezzo.
Con la differenza però che lo Stato crea ricchezza finanziaria netta, un’attività netta per cittadini ed imprese, mentre le banche commerciali creano attività sempre controbilanciate da passività, ovvero zero ricchezza finanziaria netta.
Le banche sono pro-cicliche, ovvero seguono il ciclo economico:
ad una situazione di espansione economica le banche prestano e finanziano gli investimenti; ad una situazione di recessione, come quella in cui ci troviamo, chiudono i rubinetti facendo crollare l’economia.
In questa situazione di recessione economica dovuta all’Eurozona, l’Italia si trova con un tasso di disoccupazione all’11% ed un tasso di utilizzo della propria capacità produttiva peggiore di tutti gli altri principali paesi europei, come mostra il seguente grafico elaborato dall’istituto Thomson Reuters
Tasso utilizzo capacità produttiva
A fronte di tutto ciò, abbiamo compreso come il mito dell’Italia della “Liretta” è un falso. Abbiamo compreso come l’Italia della Lira era l’Italia che entrò nel G7, l’Italia che con il suo export terrorizzava i tedeschi e l’Italia che era la prima economia europea per produttività industriale. Eravamo i leader delle economie europee.

Dopo 10 anni di Euro, siamo tra i “maiali” d’Europa.

FONTE: http://www.qualcosadisinistra.it/

Due dei concetti base per capire l’economia moderna sono la moneta e il debito pubblico di uno Stato. Nei telegiornali e sui quotidiani ne parlano in maniera difficile. Qui lo facciamo in maniera chiara.

Perché prima dell’entrata nell’euro eravamo i primi in Europa ed ora siamo penultimi?

Secondo Ciccanti (Udc), la crisi dell’Italia si risolverebbe attraverso: riduzione del debito pubblico, svendita del patrimonio pubblico e diminuzione della pressione fiscale.