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I due massimi rappresentanti a livello mondiale della Mmt insieme al professor Bellofiore hanno discusso sul tema “L’inclinazione recessiva dell’Unione Monetaria Europea”. Tanti dati, informazioni e sollecitazioni per un evento organizzato dall’Università di Trento assieme all’associazione Trentino Mmt

MMT, PAGAMENTI CON L’ESTERO, SALDO ESTERO E DEBITO ESTERO
Rispondo in maniera dettagliata a una domanda che circola di frequente sul tema del debito estero e dei pagamenti esteri.
Partiamo con un esempio concreto che ci aiuti a inquadrare e capire cosa avviene quando io acquisto un bene o un servizio all’estero: ipotizziamo che un’azienda italiana acquisti un macchinario da un’azienda cinese. Le due aziende come prima cosa si accordano sul prezzo di acquisto e di vendita.
A quel punto, l’azienda italiana ha due possibilità per completare l’acquisto:
1) Utilizzare degli Euro che ha accantonato per i propri investimenti (risparmi).
2) Recarsi in banca e chiedere un prestito per finanziare il proprio investimento.
Una volta ottenuti i soldi necessari, l’azienda italiana paga l’azienda cinese. Facciamo attenzione a questo primo passaggio: per fare questo pagamento (come dicono gli economisti per finanziare la nostra importazione) abbiamo avuto bisogno di valuta estera? Abbiamo dovuto esportare prima di poter importare? In entrambi i casi la risposta è un no, abbiamo usato la nostra valuta che avevamo da parte (risparmi) o che abbiamo preso in prestito in banca e, una volta effettuato il nostro pagamento, abbiamo visto il nostro conto corrente in Euro diminuire.
Bene, se siete ancora dubbiosi possiamo fare un ulteriore passo avanti, cercando di capire come sia possibile che l’azienda in Cina, dove ovviamente non si utilizzano Euro ma Yuan, si ritrovi accreditati sul conto corrente non gli Euro che io ho speso ma il corrispettivo (in base al tasso di cambio vigente) in Yuan.
Ci sono due strade che rendono possibile oggi questo passaggio:
1) I mercati finanziari, attraverso il sistema bancario e gli intermediari che operano sul mercato valutario.
2) Le Banche Centrali dei rispettivi paesi che fanno direttamente da intermediari.
Nel primo caso, quando il titolare dell’azienda italiana si recherà in banca per dare il via libera al pagamento, la banca contatterà il proprio ufficio addetto al mercato valutario (in gergo si chiama foreign exchange desk), comunicando di avere un ordine di vendita di Euro e uno di acquisto di Yuan; l’ufficio contatterà un intermediario finanziario fra i tanti che che operano quotidianamente sul mercato valutario, il quale sarà ben felice di offrire Yuan alla banca in cambio di Euro. Perché l’intermediario è felice di fare questa cosa? Perché nel fare questo l’intermediario ottiene una provvigione (la banca a sua volta addebiterà una commissione al proprio cliente per il servizio erogato). Sia la provvigione, sia la commissione vengono in ultima istanza pagate dall’azienda italiana, che però senza un sistema finanziario avrebbe difficoltà maggiori a commerciare con la Cina.
Fatta questa operazione cosa succede? Gli Yuan finiscono sul conto dell’azienda cinese che ha venduto il macchinario. Gli Euro finiscono invece nel portafoglio dell’intermediario che opera sul mercato valutario, pronti per essere usati in altre operazioni.
Tutti sono contenti: l’azienda italiana ottiene il macchinario al prezzo pattuito, l’azienda cinese vende il macchinario e ottiene gli Yuan desiderati, l’intermediario incassa una provvigione e la banca ottiene una commissione per il lavoro svolto.
Adesso, dopo questa descrizione cronologica dei fatti, vorrei farvi una domanda: alla luce di quanto detto, che cosa finanzia la mia importazione? Se ci pensate bene, da punto di vista reale, la risposta è che l’importazione viene finanziata attraverso il lavoro che l’azienda italiana farà nel corso tempo per ripagare l’investimento alla banca. È il lavoro a finanziare in ultima istanza le importazioni. Quindi, quale modo migliore di finanziare le nostre importazioni se non quello, come propone la MMT, di creare un contesto e un ambiente lavorativo ed economico florido, solido e produttivamente stabile nel tempo.
Nel secondo caso, invece, (più raro e di solito relegato a paesi con valute minori e poco scambiate sui mercati valutari) cosa accade? La banca dell’azienda italiana richiede alla Banca Centrale di fare da intermediario per effettuare il pagamento con la banca cinese dell’azienda che produce il macchinario. La Banca Centrale Italiana, che detiene un conto presso la Banca Centrale Cinese (e viceversa), opererà quindi in questo modo: potrà prendere in prestito Yuan dalla Banca Centrale Cinese oppure potrà girare alla Banca Centrale Cinese gli Euro necessari (in base al tasso di cambio vigente) in cambio di Yuan. In quest’ultimo caso, gli Euro finiranno fra le riserve valutarie della Banca Centrale Cinese, la quale accrediterà il corrispondente valore in Yuan sul conto di riserva della banca cinese, la quale a sua volta accrediterà il conto corrente dell’azienda cinese. In Italia, l’azienda italiana vedrà come in precedenza diminuire il saldo sul proprio conto corrente. Di nuovo, tutti sono contenti: l’azienda italiana ottiene il macchinario al prezzo pattuito, l’azienda cinese vende il macchinario e ottiene gli Yuan desiderati, in questo caso le banche centrali facilitano lo scambio fra le rispettive aziende nazionali di effettuare lo scambio.
Fino a qui abbiamo analizzato ciò che riguarda l’aspetto finanziario degli scambi con l’estero (abbiamo cioè visto come si muovono i soldi da un paese all’altro). Aggiungiamo un pezzettino alla nostra analisi e vediamo cosa succede in termini reali quando due paesi scambiano beni l’uno con l’altro.
Partiamo da un esempio: immaginiamo che ci siano due soli paesi nel mondo. Il primo paese esporta tutto quello che produce nel secondo paese. In pratica vende tutti i beni che produce al secondo paese. Il suo saldo estero è dunque positivo, il paese è molto competitivo e riesce vendere al resto del mondo. Cosa gli resta però in termini reali? Niente. Immaginate di avere un campo di patate, di coltivarle e curarle nel corso del tempo fino a maturazione e, una volta pronte per essere mangiate, di venderle tutte a qualcun altro. In termini reali questa è una buona cosa? Certamente no.
L’altro paese, all’opposto, consuma tutto quello che produce al proprio interno e in più importa tutto quello che viene prodotto dal primo paese. Il suo saldo estero è negativo, il paese è poco competitivo rispetto al primo paese e non riesce a vendere niente al resto del mondo. I suoi cittadini però hanno tutti un lavoro e un reddito che gli consente di consumare tutto ciò che viene prodotto internamente e di acquistare altri beni provenienti dall’estero (importazioni). In termini reali, quale dei due paesi sta meglio? Certamente il secondo. In questo caso, sempre immaginando di avere un campo di patate, le patate che vengono coltivate e curate nel corso del tempo fino a maturazione, una volta pronte, vengono interamente mangiate dai cittadini del secondo paese, che inoltre usufruiscono delle altre patate importate dal primo paese. In termini reali questa è una buona cosa? Certamente sì.
Quindi se ci pensiamo bene: in termini reali, le esportazioni sono un costo (beni che se ne vanno) mentre le importazioni sono un beneficio (beni che arrivano).
Il nostro esempio è chiaramente un’estremizzazione e nel mondo reale non esistono paesi che esportano tutto quello che producono e nemmeno paesi che non esportano alcun prodotto. Ci sono sempre delle vie di mezzo: paesi con saldo estero positivo a cui fanno da specchio paesi con saldo estero negativo e la loro posizione, nella maggior parte dei casi, tende a variare nel corso del tempo.
La MMT, è bene chiarirlo, non ha una pozione dogmatica su quale debba essere il saldo estero, così come quello pubblico. Entrambi, infatti, sono la risultante di numerose decisioni da parte del settore privato e del Governo che difficilmente possono essere indirizzate verso un numero preciso (come peraltro vediamo bene oggi, mentre siamo impegnati ad inseguire il fatidico 3 per cento nel rapporto fra disavanzo pubblico e prodotto interno lordo). Ciò a cui dobbiamo guardare è sempre l’economia reale: il governo dovrebbe spendere nella misura necessaria e la tassazione dovrebbe essere a un livello tale che le persone abbiano abbastanza denaro da spendere per comprare quello che viene prodotto in Italia in una situazione di piena occupazione e ciò che il resto del mondo ci vuole vendere.
Qualsiasi sia il disavanzo (avanzo) pubblico o il disavanzo (avanzo) estero non ha alcuna importanza finché tutti abbiamo un lavoro e un reddito adeguato.
Di nuovo: è il lavoro la vera àncora che dà valore a una moneta, non i numeri che stanno su un computer di una banca o al ministero del Tesoro.
Infine, se qualcuno non fosse convinto della possibilità che una Paese possa mantenere anche per lunghi periodi un saldo estero negativo (non è una necessità ma una semplice possibilità), vorremmo mostrarvi i dati sul saldo estero di un paese in particolare che hanno una valuta emessa dallo Stato (tramite la propria Banca Centrale) e operano in un regime di tasso di cambio fluttuante (valuta non convertibile su richiesta a un tasso di cambio fisso presso la Banca Centrale) e registra un saldo estero negativo da 40 anni esatti consecutivamente.
Vi anticipo che non si tratta né degli Stati Uniti, né del Regno Unito, né della Svizzera, né del Giappone, né dell’Eurozona, per citare i paesi con le 5 principali valute mondiali.
Parliamo dell’Australia.
Partite correnti Usa Uk Australia
In ogni caso, la MMT prevede anche la possibilità di adottare politiche di spesa statali, attraverso il Programma di Lavoro Garantito, che può essere finalizzato sia a incentivare la produzione di beni e servizi ad uso e consumo interno, sia di beni e servizi ad uso e consumo anche dei non residenti. Facciamo qualche esempio per capire meglio: immaginate di adottare un Programma di Lavoro Garantito nel quale le persone siano impiegate nella produzione di servizi socio-sanitari (cura anziani, servizio baby-sitter, dopo scuola…); in questo caso si tratterebbe chiaramente di servizi ad esclusivo beneficio dell’economia interna e dei residenti.
Allo stesso tempo, sempre per fare un altro esempio, immaginiamo di avere un Programma di Lavoro Garantito che impieghi le persone per la valorizzazione del patrimonio culturale e artistico italiano e per migliorare la ricettività e l’accoglienza nei luoghi di maggior attrazione turistica; in questo caso è evidente che avremmo beni e servizi che andrebbero a incentivare la presenza anche di turisti stranieri, che spenderebbero soldi in Italia e quindi contribuirebbero a rendere positivo il nostro saldo estero.
E questo solo per farvi un paio di esempi su come (volendo) si possano adottare strategie per avere un saldo estero positivo (anche se ribadiamo non si tratta di un obiettivo specifico né di un problema particolarmente rilevante).

Altro che “competizione e concorrenza sale della competitività” caro vicedirettore Daniele Manca. Gli Stati Uniti hanno realizzato dei deficit fino ad oltre il 12% del Pil. Ma adesso i cittadini americani stanno tornando ad indebitarsi a causa della ripresa dell’austerità. Un po’ di numeri dove, invece,
il tempo della propaganda è finito: la realtà è troppo dura per credere alle favolette di un tempo.

Fonte: Memmt Veneto
Oggi vi voglio parlare di tre paesi e non di tre paesi qualunque, ma tre stati che le fonti ufficiali dipingono come economie benestanti, due dei quali rientrano a pieno rango tra le economie più avanzate secondo la classifica del Fondo Monetario Internazionale.
Come mai sono importanti questi stati?
Vi ricordate dell’inflazione e delle partite correnti ? Ne abbiamo parlato diffusamente qui (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi3.html) e qui (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi6.html).
Riassumendo, l’economia mainstream dipinge l’inflazione come uno dei mali peggiori, come qualcosa che necessariamente mina alla base la solidità di tutti i parametri macroeconomici più importanti, quali l’occupazione e il reddito nazionale; mentre la competitività (saldo positivo delle partite correnti) è assolutamente necessaria, in quanto una nazione può sopravvivere di fatto solo facendo sì che un’altra soccomba, nella gara globale al ribasso dei prezzi e dei salari reali dei lavoratori al fine di esportare il più possibile beni reali in cambio di beni finanziari.
Bene, oggi vedremo come questi tre paesi di cui sopra accennavo, di fatto con le loro serie storiche smontano ancora una volta questi falsi miti, creati ad hoc per spaventare le persone e giustificare le politiche criminali oggi imposte da tutti i governi dell’Eurozona (tra cui ovviamente il caso Italia non è da meno, come sovente accade quando si tratta di fare il male e non il bene).
Consideriamo in prima istanza l’Australia: si tratta di un paese assai ricco di materie prime, un paese quindi fortemente esportatore, ma anche fortemente importatore per quanto riguarda i prodotti finiti: http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_dell%27Australia
Come farà mai questo stato ad essere fra le prime economie al mondo ? Grazie alle sue materie prime ovviamente; senz’altro noi Italia non possiamo pensare di essere uno stato autonomo con una sua moneta, perché non abbiamo materie prime, mentre l’Australia ne è ricchissima e campa di surplus commerciali.
Bene, ancora una volta facciamo affidamento alle fonti ufficiali e andiamo a vedere se veramente le cose stanno così:

Australia_macro

Signore e signori, ho il piacere di presentarvi il caso Australia. A quanto pare il fatto di essere ricchi di materie prime non necessariamente comporta di avere dei surplus col settore estero (vedere linea gialla sopra che rappresenta il saldo delle partite correnti). Ebbene, l’Australia dal 1980 fino al 2013 ha registrato costantemente forti disavanzi dei suoi pagamenti con l’estero (al contrario dell’Italia, vedere qui: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi4.html).
Nonostante ciò, non sembra affatto che la sua economia ne abbia risentito, con aumenti percentuali annui del PIL sempre ragguardevoli (in media circa 3-4% all’anno) e un livello di disoccupazione che solo in due anni superò la soglia del 10%, per poi ridiscendere in maniera pressoché costante e stabilizzarsi ad un livello inferiore al 6% (più o meno la disoccupazione che oggi ha la Germania, che vive di esportazioni).
Mah che strano. Come mai tutto ciò ? Forse che l’aumento del reddito di una nazione non è dovuto solo agli scambi finanziari con l’estero, ma anche ad altre entrate, quali ad esempio la spesa pubblica, che non a caso aumentò sempre in maniera costante, mentre il debito pubblico (somma dei deficit annuali di uno stato) subì un’impennata proprio a partire dalla crisi finanziaria del 2007 ?

Australia_spesa

Ma vediamo ora (per levarci ogni dubbio) anche il caso della Nuova Zelanda, paese che al contrario dell’Australia è povero di materie prime (esattamente come la sfortunata Italia): http://it.wikipedia.org/wiki/Nuova_Zelanda#Economia.

 NZelanda_macro

Arghh! Di nuovo un paese con forti deficit nei confronti dell’estero ma con altri parametri macroeconomici “in regola”, uno stato che attualmente ha una disoccupazione pari al 6% (meno della metà rispetto quella nostra, nonostante nel 2013 l’Italia sia tornata ad avere un surplus nelle partite correnti, dovuto però ahimè al calo dei consumi, quindi anche delle importazioni: http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi7.html). Per qualche strano motivo che gli economisti mainstream si guardano bene dall’analizzare, qualcosa non quadra. Non sarà forse per merito anche qui di una crescita della spesa dello stato e di un debito pubblico che aumenta in tempo di crisi finanziaria (dal 2007 in poi) ?

 NZelanda_spesa

Anche in questo caso, è esattamente ciò che è successo.
Per quanto riguarda l’altro grande spauracchio, ossia, l’inflazione, divertiamoci ulteriormente andando a guardare le serie storiche di un paese non certo tra le economie più avanzate e nemmeno tra i più democratici e rispettosi dei diritti umani e del bene della popolazione, ossia, la Turchia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Turchia#Economia

Turchia_macro

Allora, non prendete paura. Ho usato un grafico a doppio asse “y” al fine di poter analizzare contemporaneamente tutti i dati macroeconomici più rilevanti, ossia, inflazione (asse a destra), disoccupazione e aumento percentuale del PIL (asse a sinistra). Come si evince dai dati sopra, dal 1981 al 2002 circa la Turchia ha sempre avuto un’inflazione molto elevata (superiore quasi sempre al 40% di aumento annuo). Nonostante ciò, registrò molto spesso aumenti annui del reddito nazionale (PIL) circa pari o superiori al 5% (con picchi vicini al 10%), mentre la disoccupazione non sembrò risentirne affatto, attestandosi su valori moderati per poi incredibilmente superare le due cifre proprio in corrispondenza del forte abbassamento dell’inflazione a partire dal 2002. In questo caso dunque il modello della “Curva di Phillips” sembra dare ragione all’economia mainstream, che tuttavia preferisce rispetto all’alta inflazione avere più persone che il reddito proprio non lo percepiscono (svalutato o meno che sia).
Dove l’economia mainstream non ha però ragione è sul parallelismo tra spesa pubblica e aumento dell’inflazione:

Turchia_spesa

Sia la spesa totale del governo che il debito pubblico (in valori assoluti) sono sempre aumentati, mentre il debito pubblico in rapporto al PIL è pressoché sempre calato, segnale del fatto che ad un aumento della liquidità disponibile sono aumentati in misura maggiore i consumi interni in beni e servizi (e quindi anche il reddito interno aggregato). Come abbiamo più volte ribadito infatti (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi3.html), se ad un aumento dell’offerta di moneta aumenta anche la produzione, l’inflazione non ne risente e in questo caso è pure calata.
Questo articolo è nato da un’idea del nostro referente economico Daniele della Bona e da un esempio riportato da Warren Mosler nel corso della riunione con gli attivisti ME-MMT tenutasi a Chianciano domenica 12 gennaio 2014 (e trascritta magistralmente da Mario Volpi).
Un particolare grazie a tutti.
Nota: tutti i grafici di cui sopra sono stati ottenuti mediante elaborazione dei dati ricavati dal sito del Fondo Monetario Internazionale, World Economic Outlook Database:http://www.imf.org/external/
In alcuni casi i dati per gli anni ’80 del secolo scorso non sono disponibili.

Non credere a chi ti dice che aumenteranno le retribuzioni: è impossibile anche se lo volessero davvero. Chi conosce le regole economiche e la Mmt sa che il nostro paese come gli altri dell’eurozona sono costretti a politiche deflattive. Altrimenti l’unica soluzione è saltare in aria.

Fonte: Me-mmt Veneto
Le 7 Frodi Capitali dell’Economia Neoliberista (parte 5 di 7)
Stato come buon padre di famiglia.
Riassumendo i capitoli precedenti, abbiamo visto come il debito pubblico in realtà non corrisponde al debito del settore di cittadini ed aziende, bensì al suo credito, le tasse non sono un strumento che ha lo scopo di finanziare la spesa pubblica, mentre inflazione e svalutazione non sono legati alla spesa pubblica e non necessariamente incidono negativamente sul potere di acquisto e sui parametri economici di una nazione.
Ora occupiamoci di una altro falso mito (strettamente legato agli altri) che quotidianamente ci viene propinato da tutti i media e i giornali, ossia, la presunta necessità dello stato di comportarsi come un buon padre di famiglia, ossia, come un qualsiasi attore economico del settore privato che prima di spendere deve guadagnare e che necessariamente deve gestire un bilancio di entrate maggiori delle uscite.
Abbiamo già visto nei capitoli 1 e 2 come in verità uno stato a moneta sovrana non necessiti affatto delle entrate per poter spendere, anzi, esso deve prima spendere per poi poter raccogliere, in quanto il settore privato non può generare ricchezza finanziaria al netto.
Nonostante ciò la spesa pubblica viene spesso definita come un reale problema, come un qualcosa che ostacola l’espansione del settore privato, in quanto deve essere finanziata con risorse reali prodotte dal nostro lavoro, concetto che nella realtà dei fatti non è applicabile alla realtà dei macrobilanci contabili di uno stato sovrano.
L’Italia per fare un esempio calzante viene descritta come una realtà di forte spesa pubblica, che ha causato un elevato debito pubblico che in quanto tale dovrà essere ripagato, causando dei danni seri all’espansione del settore privato.
Innanzitutto vediamo come le cose non stanno affatto in questi termini e a tal riguardo analizziamo il grafico sottostante, che riporta l’andamento della spesa totale delle amministrazioni pubbliche dell’Italia confrontato con la media europea:

Spesa

Vediamo come in realtà durante tutti gli anni dal 1960 fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, il nostro paese abbia spesa in rapporto al PIL (Prodotto Interno Lordo) meno della media europea, per poi salire ad un livello leggermente superiore a partire dagli anni ’90.
Questo tipo di spesa (spesa totale) tiene però conto sia della spesa dello stato nell’economia reale (stipendi pubblici, beni e servizi) sia della spesa per interessi sul debito pubblico, la quale, a causa dell’ingresso nello Sme e del Divorzio tra Banca Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel luglio del 1981, crebbe molto a partire da allora. Quest’ultima è una tipologia di spesa che finisce esclusivamente nelle tasche dei possessori di debito pubblico, che ora sono soprattutto banche italiane e anche straniere:
http://scenarieconomici.it/i-tassi-di-interesse-sul-debito-pubblico-corrodono-leconomia-italiana/
Di seguito si riporta l’andamento dei tassi di interesse sul debito pubblico italiano (vedere l’andamento del tasso di interesse nominale):

Tasso
Fonte: elaborazioni su dati Eurostat

Come si evince dai dati di cui sopra, il tasso di interesse nominale negli anni ’80 e ’90 arrivò a ad essere anche a due cifre, molto più elevato di quello odierno; nonostante ciò non si udivano grandi voci circa il nostro concreto rischio di fallimento e circa la necessità di ridurre il debito pubblico. Anzi, le stesse agenzie di rating che oggi ci declassano, apprezzavano a quei tempi l’Italia come una delle economia leader dell’Unione Europea, come dimostra questo articolo riportato da Repubblica Economia e Finanza:

Repubblica

Negli anni ’90 avevamo una nostra valuta fiat e uno stato a moneta sovrana si rammenta che non può mai realmente incorrere nel rischio di insolvenza su una valuta da lui stesso emessa, se non per pure motivazioni politiche o ideologiche.
Riprendendo il discorso di cui sopra, fino agli anni ’90 avevamo una spesa sul PIL che era minore della media europea; quello che era superiore rispetto ad altre economie avanzate europee era la spesa in deficit, ossia, la differenza tra ciò che lo stato spende e incassa nell’arco annuale. Di seguito si riporta l’andamento del debito pubblico (somma dei deficit annuali) dell’Italia confrontato con quello delle altre economie europee:

Debito
Fonte Banca Italia.

A fronte di tale andamento, in base ai criteri dell’economia neoclassica noi dovremmo essere stati uno stato sull’orlo del baratro, della rovina economica e invece eravamo una delle economie leader a livello mondiale ed europeo, come riportato dal seguente grafico (dati del FMI):

PIL_1990

L’Italia di fatto, nonostante l’alta spesa pubblica (che da poco aveva iniziato ad essere superiore alla media europea) e l’elevato debito pubblico (vedere grafici sopra) era la quinta potenza economica mondiale (per India, Cina e Brasile il PIL nel 1990 era inferiore ai 500 miliardi di dollari), con un PIL di poco inferiore a quello della Germania e soprattutto a quello della Francia e di poco superiore a quello del Regno Unito.
Da notare inoltre che l’elevata spesa in deficit per interessi sui titoli di stato di fatto finiva soprattutto nelle tasche delle famiglie italiane negli anni ’80 (il 57% del totale), come testimoniano i dati sotto riportati:

Debito_comp

Fonte: Elaborazione su Dati ISTAT e Banca d’Italia.
La spesa pubblica in deficit pertanto non costituiva un problema per noi, anzi, in virtù del fatto che l’Italia era uno stato sovrano (emissore della sua valuta), essa era la nostra ricchezza (vedere anche http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi2.html) e lo si evince anche dai dati dell’OCSE sul risparmio medio annuale delle famiglie, già illustrati nel capitolo 3 di questa serie (http://www.memmtveneto.altervista.org/frodi3.html) e che qui richiamiamo:

Risparmio

Nonostante alta spesa pubblica e alto deficit l’Italia del 1990 era ancora il paese più ricco rispetto tutte le economie avanzate con un 25,5% di risparmio netto annuo, a testimonianza del fatto che, come afferma l’economista britannico Wynne Godley, un flusso finanziario necessariamente inizia da una parte ed arriva ad un’altra (in questo caso parte dalla spesa dell’Italia sovrana ed arriva nelle tasche di cittadini ed aziende).
A partire dall’inizio degli anni ’90 invece l’Italia iniziò ad attuare tutte quelle riforme strutturali che l’Europa ci impose (tramite il trattato di Maastricht) al fine di entrare nell’Eurozona e non a caso da allora iniziò una stabilizzazione della spesa pubblica (minore aumento rispetto ai decenni precedenti, vedere primo grafico in alto) e del debito pubblico (che da allora diminuì, vedere terzo grafico in alto).
Di seguito si riporta il dato della spesa primaria in avanzo che il nostro governo iniziò ad attuare a partire dal 1992: ciò significa che ogni anno lo stato spende per l’economia reale di meno di quello che drena con la tassazione (la spesa primaria non include la spesa per interessi sul debito pubblico):

Avanzo

In tali condizioni, l’unica possibilità per il settore non governativo di ottenere nuova ricchezza finanziaria al netto è il ricorso alle esportazioni nette e ciò con una moneta sovrana che era ancora possibile svalutare di fatto non era un problema (negli anni ‘90 la nostra bilancia commerciale era in attivo). Con l’adozione di una moneta sopravalutata come l’euro anche la nostra bilancia commerciale andò in passivo e l’unico paese europeo che trasse un vantaggio da tale situazione fu quello più forte economicamente, ossia la Germania. Sotto si riporta l’andamento delle partite correnti (bilancio import-export e trasferimento di lavoratori) del 1996 (in piena fase pre-euro) e del 2011 (in piena fase post-euro):

Ca_1996
CA_2011

Non a caso negli anni 2000 (con diminuzione del debito pubblico, persistenza dell’avanzo primario e saldo delle partite correnti negativo) la crescita della ricchezza netta delle famiglie si arrestò a partire dalla crisi finanziaria (2007) e quello che aumentò in maniera spropositata fu l’indebitamento privato (+140% a partire dal 2000, vedere grafico sotto):

Debito_famiglie

Di fatto l’unico sistema per le famiglie italiane di ottenere nuova ricchezza era ricorrere ad un maggiore indebitamento col settore della finanza privata e ciò è quello che è avvenuto.
Vediamo ora anche il dato dell’andamento del risparmio delle famiglie nell’arco annuale (dati OCSE):

Risparmio

Il dato praticamente è peggiorato di anno in anno, rispetto quando avevamo fino all’inizio degli anni ’90 il più alto risparmio delle famiglie al mondo (con debito pubblico maggiore, disavanzo primario, maggiore inflazione e addirittura bilancia commerciale in passivo).
Vediamo ora la posizione dell’Italia odierna nella graduatoria delle maggiori economie al mondo in termini di PIL:

PIL_2012

L’Italia non è più al quinto posto ma all’ottavo, superata anche da paesi classificati come emergenti quali Cina e Brasile e superata anche dal Regno Unito, che ricordiamo nel 1990 era ad un livello di PIL inferiore al nostro.
La costrizione delle finanze pubbliche pertanto non rende un paese più efficiente e benestante, anzi, ne peggiora tutti i parametri economici che contano (quelli relativi alla vita reale delle persone).
E i nostri “cugini” europei (la maggioranza dei quali ha sottoscritto i parametri di Maastricht) non se la cavano certo meglio di noi:

PIL_EI
Variazione percentuale del PIL italiano e dell’Unione europea a prezzi costanti rispetto all’anno precedente. Dati: Eurostat e Istat. Nota: Il dato del 2013 è una previsione.

Lo stato che si comporta come il “buon padre di famiglia” pertanto non agisce in modo equo e responsabile, bensì distrugge la ricchezza finanziaria e reale della sua popolazione, obbligandola a lanciarsi nella corsa al super export (con tutti i danni che ne derivano in termini di deflazione salariale e abbattimento della domanda interna) e/o all’indebitamento privato.
Cliccare qui per scaricare il documento in “pdf”.

Dopo l’aumento dell’Iva e la riduzione del deficit di bilancio, i nipponici hanno raggiunto il crollo più tragico nelle vendite al dettaglio del commercio interno nella storia recente.

Come mai nonostante da 40 anni gli “aussie” importino più di quanto esportino, i giovani italiani emigrano nel Nuovissimo Continente? E senza che questo sia dotato di “bombe nucleari”?

Citazioni dell’economista circuitista: “Noi italiani abbiamo conosciuto gli effetti di una unione monetaria deleteria già nel 1860. Le conseguenze sono pericolose”.

Rispondiamo con questo articolo al primo di alcuni quesiti che ci sono stati posti in merito a dubbi sulla applicazione della Mosler Economics Modern Money Theory in Italia