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L’accordo tra i leader europei in cui vengono promessi investimenti in Italia pari a €6 miliardi per diminuire la disoccupazione giovanile è un insulto

Questo articolo spiega perché l’austerità è un’arma di distruzione di massa e perché dobbiamo assolutamente studiare per fermarli. Adesso

I fully support open debate with the heterodox and mainstream Italian economists on this life and death matter.
Unemployment is indeed an inexcusable crime against humanity perpetrated by governments that fail to allow sufficient deficit spending to cover the tax liabilities and savings desires. Intentionally or not, those perpetuating the crime of unemployment have blood on their hands.  They are fully responsible for the death and destruction of the lives and property in its wake.
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Sono pienamente a favore di un dibattito aperto con gli economisti sia eterodossi che classici italiani su questa questione di vita o di morte.La disoccupazione è veramente un crimine contro l’umanità senza scusanti, perpetrato da governi che si rifiutano di permettere deficit sufficienti per permettere al pubblico di pagare le tasse e di risparmiare. Intenzionalmente o no, costoro che perpetrano il crimine della disoccupazione hanno sangue sulle loro mani. Sono pienamente responsabili per la morte e la distruzione delle vite e dei beni che si lasciano dietro di sé.
Warren Mosler, 27/03/2013
FONTE: http://paolobarnard.info/

La soluzione alla disoccupazione è semplice, creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le richieste di quelli che non ne hanno uno. Fattibile, se si tratta di uno Stato monetariamente sovrano

Come da me ribadito in molte occasioni, tanto da meritarmi il titolo di un bizzarro primato — la soluzione alla disoccupazione di massa è molto semplice — creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le preferenze di lavoro per quelli che non ne hanno uno. Assisto a molti meeting — un po’ qua e un po’ là — e odo ufficiali di governo e di agenzie multilaterali ripetere la stessa cosa — “la disoccupazione è un problema complesso, dalle mille sfaccettature”. La mia replica è sempre la medesima. No, non è così. Tale tipo di linguaggio — falso — è soltanto una scusa per dire che creare i posti di lavoro necessari non si addice all’ideologia dominante. Un altro fatto semplice è che se il settore privato non è in grado di creare i posti di lavoro necessari — beh, signore e signori — vi è solamente un unico altro settore. Fatevene una ragione. In questo blog recensiremo l’ultima pubblicazione del US Bureau of Labor Statistics del suo US JOLTS database di dicembre 2012. Questo insieme di dati invia messaggi chiari e molto semplici sulle cause della disoccupazione di massa — e tutte esse coinvolgono il lato della domanda.
L’altra narrativa che viene rifilata in tali conferenze è che “la disoccupazione è un problema, profondamente radicato, riguardante il lato dell’offerta”. La mia risposta è sempre la stessa. No, non lo è. Tale risposta non significa che io ignori o escluda questioni riguardanti il lato dell’offerta come facenti parte della soluzione. Ma che tutte le politiche supply-side funzionanti — lo sono quando esse vengono applicate nel contesto del lavoro subordinato. Il mainstream invoca continuamente nell’immaginario che la domanda e l’offerta di lavoro siano indipendenti l’una dall’altra. Ciò consente loro di definire armoniose soluzioni d’equilibrio che li porta a riferire agli studenti di economia che tagli salariali e infausti rimedi di welfare del lavoro siano indispensabili per curare la disoccupazione di massa.
Mi sono ricordato di tale genere di conferenze quando sono apparse talune pubblicazioni di dati. Ieri (12 febbraio 2013), il US Bureau of Labor Statistics ha rilasciato gli ultimi dati dal suo US JOLTS database, l’ultima edizione copre il periodo di dicembre 2012.
Amo tale database perché esso fornisce in modo semplice le evidenze incontrovertibili di quanto la concezione supply-side della disoccupazione di massa sia sbagliata — e tutto in poche serie storiche.
Nella nuova relazione d’accompagnamento al rilascio dei dati, il BLS nota che:
“Nell’ultimo giorno commerciale di dicembre vi sono state 3.6 milioni di opportunità di lavoro, di poco variate rispetto a novembre… il tasso di ottenimento di occupazione (3.1%) e il tasso di separazione dal lavoro (3.0%) sono pure variati di poco in dicembre.”
Leggi: statici.
La spiegazione dell’economia lato-offerta propagandata dai conservatori, che utilizzeranno ogni pretesto per discutere qualsiasi appello all’intervento del governo, s’incentra sull’asserzione che la disoccupazione persistente sia un problema strutturale.
Un ulteriore passo in avanti del tipico conservatore, o neoliberista, è di nuovo a Shangri La!1  — per cui, essi ci dicono che v’è bisogno di imporre l’austerità fiscale (eccetto il considerare i tagli ad ogni sorta di spesa pubblica che gli pari il deretano).
Nell’ambito di tale narrativa essi spendono ore nel convincerci che il sostegno federale al reddito per i disoccupati annienterebbe le iniziative, già languide, dei relativi destinatari, e andrebbero tagliate (o abbandonate del tutto).
Essi promuovono politiche sociopatiche, che minano alla fattibilità per i disoccupati di vivere persino la più modesta vita materiale, e mascherano queste indecenze come strategie per incentivare i senza-lavoro a fare di più per cercarne uno.
La narrativa dell’economia supply-sider comincia con il modello di mercato del lavoro che si trova nei libri di testo, che asserisce che la disoccupazione e il salario reale sono determinati nel mercato del lavoro all’intersezione tra le funzioni di domanda di lavoro e di offerta di lavoro.
Il livello di occupazione d’equilibrio viene formulato come di piena-occupazione poiché esso indica che ogni impresa che desideri impiegare a tale salario reale può trovare lavoratori che desiderano lavorare e che ogni lavoratore che desideri lavorare a tale salario reale può trovare un datore di lavoro che desideri impiegarlo. La disoccupazione frizionale viene facilmente ricavata da questa rappresentazione Classica del mercato del lavoro, in quanto disoccupazione volontaria. Supposto costante il progresso tecnico, tutte le variazioni nell’occupazione (e dunque nella disoccupazione) sono causate da trasposizioni della curva di offerta di lavoro. Vi sono stati molti articoli, scritti da economisti mainstream chiave (come Milton Friedman), che argomentano che i cicli economici sono condotti da trasposizioni nella curva di offerta di lavoro. L’essenza di tutte queste storie sulle trasposizioni della curva di offerta è che l’uscita dei lavoratori dal mercato viene formulata come contro-ciclica — ossia, le uscite incrementano quando l’economia è in declino e viceversa — nonostante vi siano tutte le evidenze dell’esatto contrario. Una storia simile, che viene ancora raccontata, è che le oscillazioni dei cicli economici sono caratterizzate da oscillazioni nella disoccupazione volontaria. Così una contrazione dell’occupazione (e una crescita della disoccupazione) emerge — presumibilmente — poiché i lavoratori sviluppano una rinnovata preferenza per l’ozio e per lavorare meno e l’offerta di lavoro per ogni livello di salario reale si sposta dunque verso l’interno (ossia, i lavoratori adesso sono meno propensi ad offrire le stesse ore di lavoro di prima al salario reale attuale).
Così essi lasciano il loro lavoro per andare in spiaggia e brindare con lo champagne.
La diffusione dei benefici della disoccupazione — così la storia prosegue — aumenta l’attrattività dell’ozio. Il motivo è che essi si stendono in spiaggia, sorseggiano il loro champagne e vengono pure pagati per ciò (cortesia del sostegno al reddito).
Chi non opterebbe per tale soluzione?
Ebbene, in maggioranza quasi nessuno farebbe ciò, ma è una verità scomoda. Persino l’aspetto sociologico di tutto ciò è sbagliato — data la dimostrazione di innumerevoli studi che ci rivelano come i disoccupati debbano patire alienazione, diminuzione nelle relazioni sociali e crollo dell’autostima. La ripresa dell’attività economica — così prosegue ancora la storia — è caratterizzata dai lavoratori che hanno sviluppato una rinnovata sete di lavorare e così la curva di offerta si sposta nuovamente verso l’esterno — ovvero, essi hanno voglia di offrire più ore di lavoro di prima agli stessi livelli di salario reale. Evidentemente, essi si nuocciono dall’ozio e ritrovano l’appetito per nuove BMW, orologi di lusso, e vacanze sulla neve a sciare, con tutte le attività e gli svaghi secondari che le accompagnano.
E, ad un livello empirico, tale teoria presagisce che gli abbandoni [del lavoro; NdT] crollino come l’occupazione.
Tutto si ridurrebbe dunque, per sostenere gli spostamenti dal lato dell’offerta, alla questione in base alla quale il tasso di abbandoni sia o meno, contro-ciclico — come la teoria presagisce.
Lester Thurow, nel suo meraviglioso libro del 1983 — Dangerous Currents [“Correnti di pensiero dannose”; NdT] — era in disaccordo e sfidò la visione mainstream chiedendosi:
“… Come mai gli abbandoni aumentano durante i periodi di boom e crollano durante le recessioni? Se le recessioni fossero dovute ad imperfezioni informative, gli abbandoni dovrebbero incrementare durante le recessioni e crollare in periodi di boom, proprio il contrario di quanto avviene nel mondo reale.”
Il riferimento alle “imperfezioni informative” è un’altra versione della storia mainstream lato-offerta. La narrativa prosegue con la Banca Centrale/Tesoro i quali possono comprare una riduzione della disoccupazione (al di sotto del livello che i neoliberisti considerano come tasso naturale — un altro mito) — inflazionando l’economia con la spesa pubblica.
Così l’economia ottiene un aumento dei salari monetari e dei prezzi (la tipica storia di troppi soldi in giro a fronte di troppi pochi beni). L’inganno è che essi asseriscono che il tasso di incremento dei salari monetari è minore dell’aumento dei prezzi e quindi il salario reale crolla. Le imprese reagiscono al declino del salario reale offendo più occupazione — poiché esse sanno che la produttività marginale del lavoro è più bassa (un altro mito). Ma perché i lavoratori accettano di offrire più lavoro quando il salario reale crolla? Dopotutto i modelli di mercato del lavoro dei libri di testo ci dicono che la curva di offerta del lavoro è inclinata verso l’alto in termini di salario reale, poiché i lavoratori offriranno più lavoro solamente se il prezzo relativo del tempo libero (che è il salario reale) sale.
Un altro espediente di questa storia poi è che l’intera offerta di lavoro trasli perché i lavoratori credono
che il salario reale sia aumentato — essi sono tratti in inganno dalla crescita dei salari monetari nel formare la loro convinzione che essi siano più ricchi rispetto a prima ogni ora che passa, così il tasso di abbandoni crolla e l’occupazione aumenta.
Pertanto, per un periodo (breve), l’economia è in grado di operare ad un livello di disoccupazione inferiore al suo tasso naturale. Per quanto tempo può durare ciò? Quanto ci vuole prima che i lavoratori si rechino nei negozi e si accorgano che ora tutto è più caro e che, in effetti, essi sono meno ricchi di prima (perché il salario reale è crollato)? Di conseguenza, una volta appresa la verità, la curva di offerta di lavoro trasla verso la posizione precedente e i lavoratori ritirano la loro forza-lavoro en masse (il tasso di abbandoni sale nuovamente) e l’occupazione e l’attività economica scivolano nuovamente verso il loro livello “naturale”. La lezione che viene conficcata nella mente degli studenti è che tutto ciò dimostra quanto siano futili gli interventi politici che mirino a diminuire il tasso di disoccupazione. L’unico modo in cui il tasso “naturale” possa essere diminuito (se non del tutto) è quello di designare politiche che riducano gli impedimenti strutturali nel mercato del lavoro. Quali sono? Per esempio tagliare i sussidi all’ozio (i benefici della disoccupazione), ecc.
Originale disponibile qui.
Traduzione a cura di Marco Sciortino

La riforma del mercato del lavoro secondo Monti rappresenta un passo avanti fondamentale: l’11,1% di disoccupazione

I dati del governo Monti sono chiarissimi: l’austerità non funziona. La riduzione della spesa pubblica produce un incremento del numero dei disoccupati. Secondo i vertici INPS, 400 mila lavoratori rischiano di rimanere senza salario

Da quando l’ipotesi dell’uscita dall’Eurozona dell’Italia ha trovato (poco) spazio anche nei talk show, nei telegiornali e nei quotidiani (anche se non tutti) è sempre più frequente imbattersi in commenti del tipo: “Torneremo all’Italia della Liretta. Che fine faremo? Lo Zimbabwe? Saremo un paese da Terzo Mondo!”.
A fronte di tali affermazioni, vedremo come quest’ultime sono prive di fondamento grazie all’ausilio di grafici ed analisi economiche e statistiche della Banca d’Italia, ISTAT, OCSE ed istituti finanziari internazionali come Thomson Reuters.
Come chiunque sa, oggi siamo in recessione (ovvero con un PIL negativo) con prospettive di peggioramento per il 2013.
Andiamo a vedere allora com’era la produzione industriale italiana prima dell’entrata nella moneta unica, confrontandola con quella relativa agli altri paesi principali dell’Eurozona, e com’è oggi.
Grafico Produzione Industriale Eurozona
Il grafico che vedete qui sopra è stato riportato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Come potete benissimo notare, nel 2001 l’Italia era la “prima della classe”. Il paese più produttivo.
Oggi, nell’Eurozona, l’Italia, come potete notare nella parte del grafico relativa all’anno 2012, è sprofondata al penultimo posto, prima della Spagna. La produzione industriale italiana è stata distrutta.
Ma date un’occhiata a chi, mentre nel 2001 era l’ultima della classe, ora, nell’Eurozona, è invece la prima: la Germania.

Spostiamoci ora sulla competitività dei principali paesi europei prima dell’entrata nell’Eurozona e dopo.
Indice di competitività
Anche il presente grafico è stato presentato dalla Banca d’Italia nella Relazione Annuale del 2011 nel capitolo “Andamenti macroeconomici, politiche di bilancio e politica monetaria nell’area dell’Euro”.
Potete benissimo notare come, prima del 2002, l’Italia e la Germania stavano più o meno alla pari in termini di competitività sui mercati. Erano le migliori d’Europa, mentre nel 2011, dato che un aumento dell’indicatore indica una perdita di competitività, la Germania dell’Euro (ed in misura minore anche la Francia) ci ha sorpassato di gran lunga.
Relativamente alla Germania è bene ricordare, però, come essa abbia completamente schiacciato il costo per unità di lavoro già dalla fine degli anni ’90 per prepararsi all’entrata nell’UEM. Nelle parole di Jan Kregel del 1998:
“La Germania sembra aver adottato una politica di controllo della crescita dei salari nominali a un tasso che è inferiore alla crescita della sua produttività interna. I costi unitari del lavoro tedeschi sono in calo… Se la Germania infatti continua a cercare, come sembra abbia fatto per circa due anni, di abbassare i suoi costi unitari del lavoro al 5 per cento – cioè a prezzi che sono sostanzialmente inferiori a quelli degli altri Paesi europei, senza più la possibilità, come è avvenuto in passato, di rivalutare il marco rispetto alle altre valute – questo significa che, se io sono un costruttore o un governo di un Paese europeo non tedesco, sperimenterò margini di profitto in calo finché anch’io non riuscirò a comprimere i miei costi unitari del lavoro. Pertanto, se vi è il rischio associato con l’introduzione dell’UEM di una moneta unica nelle condizioni in cui la Germania sta praticando una politica basata sulla convinzione che in termini assoluti i costi salariali sono troppo elevati rispetto all’Asia e agli Stati Uniti – non internamente, relativamente all’Europa – ci saranno pressioni deflazionistiche molto forti sulle retribuzioni degli altri paesi europei, che produrranno un rischio che è, direi, ora approssimativamente in equilibrio tra inflazione zero e deflazione
E’ esattamente ciò che è accaduto e che sta accadendo.

E per quanto riguarda il commercio estero? Chi era il paese dominante?
Per rispondere a questa domanda è sufficiente mostrarvi questi grafici, mostrati dagli economisti MMT Stephanie Kelton, Marshall Auerback, William Black, Michael Hudson e dai uno dei padri della Teoria del Circuito Monetario, Alain Parguez, al Summit di Modern Money Theory di Rimini tenutosi dal 24 al 26 Febbraio 2012.
Questo grafico mostra le partite correnti (export-import) dei principali paesi dell’Eurozona prima che adottassero l’Euro, nel 1997.
Partite Correnti 1997
L’Italia godeva di un surplus commerciale, mentre la Germania era in deficit.
Guardate ora cosa è accaduto con l’introduzione dell’Euro.
Partite Correnti 2011
Chi ci ha guadagnato?
Come riportava anche Il Sole 24 Ore il 6 Giugno 2012:
” […] E qui arriva il primo dato che dà la dimensione di quanto la Germania fino ad oggi stia tecnicamente beneficiando, in termini finanziari ed economici, da questa crisi. Nei giorni scorsi il Bund tedesco a 10 anni prezzava un rendimento dell’1,345% annuo, mai così basso nella storia. Se si depura questo tasso per l’inflazione (che viaggia oltre il 2%) si ottiene un rendimento reale negativo. Dato che, letto al contrario, equivale a una sorta di ristrutturazione gratuita del debito pubblico tedesco. Niente male, come vantaggio in tempi di crisi. Anche perché questo avviene mentre i vicini, quelli più a Sud, annaspano, costretti a pagare rendimenti reali da record sul debito. E qui arriva il secondo vantaggio della Germania da questa crisi, questa volta più economico che finanziario. Negli ultimi mesi è infatti aumentato lo shopping della Germania di imprese italiane ed europee a prezzi scontati. Ma non finisce qui. La Germania, quello stesso Paese che nel 1997 pagava sui Bund a 10 anni un tasso del 5,5%, non lontano dal 6,1% dei BTp di quel tempo, funziona alla grande con l’euro. Lo dimostrano i dati sulla bilancia dei pagamenti correnti (che registra tutte le transazioni economiche di un Paese tra residenti e non residenti e quindi anche il saldo import-export). Dal 1989 al 2000 (quindi in piena fase pre-euro) la bilancia dei pagamenti correnti della Germania era in rosso per 126 miliardi. Dal 2001 al 2012 (qundi in piena fase euro, comprendendo anche l’attuale fase di crisi dei Paesi periferici) è balzata in positivo a quota 1.791 miliardi (dati Bloomberg rilanciati dalla trasmissione televisiva “Mercati, che fare” di Banca Mediolanum). E l’Italia? Prima dell’introduzione dell’euro aveva una bilancia dei pagamenti correnti positiva (53 miliardi)  contro -388 accusati nel periodo successivo […]“

Altre esternazioni (prive di fondamenta) che è facile sentire sono quelle relative al debito pubblico, agli eccessivi deficit di bilancio, all’inflazione degna di Weimar e quant’altro.
Andiamo ora a vedere, secondo l’ordine pocanzi scritto, il problema del debito pubblico e dei deficit di bilancio.
Ho già scritto più volte come un paese con piena sovranità monetaria ed una fiat money non possa mai fallire, neanche a fronte di debiti pubblici giganteschi.
Ciò è stato oggetto di numerosi studi accademici e soprattutto da parte dell’economista Charles Goodhart, professore alla London School of Economics che ha lavorato anche nel Bank of England Monetary Policy Committee dal 1997 al 2000.
Anche l’ex governatore della FED Alan Greenspan è dello stesso avviso:
“Gli Stati Uniti possono pagare ogni debito che hanno perchè possiamo sempre emettere moneta per farlo, quindi c’è una probabilità pari a zero di fare default.”

Per quanto concerne i deficit di bilancio, ne ho già parlato in un mio articolo pubblicato tempo fa ma andiamo ad analizzarli più nel dettaglio con l’ausilio del seguente grafico.
Saldi Settoriali Italia
Il presente grafico mostra i Bilanci Settoriali dell’Italia in percentuale al PIL.
Come potete notare, ad un deficit di bilancio governativo (Public sector financial balance) corrisponde (specularmente) un surplus di bilancio privato (Private sector financial balance).
Ciò sta a significare che un deficit di bilancio del governo (G > T, Spesa pubblica > Tassazione) comporta un aumento della ricchezza finanziaria netta per il settore privato (famiglie, aziende, banche).
Più il governo è in deficit più la ricchezza finanziaria netta di famiglie e aziende aumenta.
Qui di seguito possiamo vedere una ulteriore analisi dei Bilanci Settoriali ma questa volta relativa agli Stati Uniti d’America, utilizzata dalla Prof.ssa Stephanie Kelton in un suo articolo:
USA * Saldi Settoriali
Stessa situazione come per l’Italia. Ad un deficit governativo corrisponde un surplus privato. Di seguito un ulteriore grafico dei Bilanci Settoriali dal 1952 al 2011 degli USA.
USA Sectorial Balances
Ma noi siamo nell’Eurozona, dove non possiamo più emettere la nostra moneta per finanziare la spesa pubblica ma dobbiamo prendere in prestito dai mercati dei capitali privati internazionali (banche commerciali, fondi d’investimento, fondi pensione, hedge funds, ecc…) ogni singolo Euro ai tassi d’interesse decisi dai mercati dei capitali medesimi.
Questa è la principale e drammatica causa della crisi dell’Eurozona.
Per entrarvi più nel dettaglio possiamo leggere cosa scrisse un altro economista della Modern Money Theory nel 1998, ben 4 anni prima che l’Euro diventasse la moneta unica, Mathew Forstater:
“[…] le forze di mercato possono richiedere una politica fiscale pro-ciclica durante una recessione, aggravando gli effetti recessivi… Anche se non ci fossero limiti imposti sul deficit dei Paesi e dei debiti nazionali, la struttura della UEM rende quasi impossibile per un Paese adottare una politica anticiclica di bilancio anche se ci fosse la volontà politica. Questo perché, cedendo la loro sovranità monetaria nazionale, i Paesi non sono più in grado di condurre una politica fiscale e monetaria coordinata, essenziale per una risposta completa ed efficace alle crisi periodiche della domanda […]“

Per concludere, passiamo a vedere i dati relativi all’inflazione connessa al risparmio delle famiglie e alla chiusura del credito da parte delle banche alle imprese.

Attenendoci ai dati ISTAT, nel 1980 l’Italia aveva un’inflazione pari al 21,2%. Molti ora staranno pensando che eravamo nella situazione dello Zimbabwe, di Weimar, era l’anno in cui le famiglie consumavano tutto il loro reddito, non risparmiavano nulla poichè i prezzi continuavano a salire senza sosta.
Stando ai dati OCSE, questa semplificazione (l’ennesima priva di fondamenta) non regge.
I dati OCSE ci dicono che nel 1980 il risparmio delle famiglie era il 25%: il più alto risparmio al mondo.
Ma vediamo anche i dati relativi al 1990, con un’inflazione molto più bassa: il risparmio privato delle famiglie era aumentato al 25,5% (dati OCSE) e l’inflazione viaggiava al 6,5% (dati ISTAT). Ancora l’Italia leader mondiale del risparmio delle famiglie.
Nel 2009, sempre secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, avevamo un’inflazione pari allo 0,8%. Gli economisti tromboni della televisione diranno che questo è un ottimo livello, che con un’inflazione del genere siamo un paese moderno, ricco e produttivo.
Ahimè nemmeno questa affermazione supera la prova dei fatti.
Sempre l’OCSE afferma che nel 2009 il risparmio delle famiglie era crollato al 6,8%.
Era crollato quasi 4 volte tanto.
In conclusione, vediamo ora quali sono le cause principali del “credit crunch” delle banche nei confronti delle imprese italiane, delle quali ne falliscono migliaia ogni giorno.
Fattori imprese e privati
La linea rossa rappresenta le “aspettative generali sull’outlook economico”, cioè sulla prospettiva dell’economia.
Le banche sanno che lo Stato italiano non può più emettere moneta per far ripartire l’economia italiana; sanno che ora la creazione di attività finanziarie per i cittadini e le imprese è completamente in mano alle banche, dato che lo Stato è stato tolto di mezzo.
Con la differenza però che lo Stato crea ricchezza finanziaria netta, un’attività netta per cittadini ed imprese, mentre le banche commerciali creano attività sempre controbilanciate da passività, ovvero zero ricchezza finanziaria netta.
Le banche sono pro-cicliche, ovvero seguono il ciclo economico:
ad una situazione di espansione economica le banche prestano e finanziano gli investimenti; ad una situazione di recessione, come quella in cui ci troviamo, chiudono i rubinetti facendo crollare l’economia.
In questa situazione di recessione economica dovuta all’Eurozona, l’Italia si trova con un tasso di disoccupazione all’11% ed un tasso di utilizzo della propria capacità produttiva peggiore di tutti gli altri principali paesi europei, come mostra il seguente grafico elaborato dall’istituto Thomson Reuters
Tasso utilizzo capacità produttiva
A fronte di tutto ciò, abbiamo compreso come il mito dell’Italia della “Liretta” è un falso. Abbiamo compreso come l’Italia della Lira era l’Italia che entrò nel G7, l’Italia che con il suo export terrorizzava i tedeschi e l’Italia che era la prima economia europea per produttività industriale. Eravamo i leader delle economie europee.

Dopo 10 anni di Euro, siamo tra i “maiali” d’Europa.

FONTE: http://www.qualcosadisinistra.it/