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Chi ha detto che le cose non possono cambiare e bisogna solo adattarsi e sopportare di fronte ai grandi movimenti storici, quando essi si risolvono in sofferenza e privazioni più o meno gravi, per la popolazione?

MMT Italia non ci sta ad assistere inerte al nostro amato Paese che affonda ogni giorno che passa.

Ma soprattutto non ci sta ad assistere alla disinformazione comunicata sui media e che danneggia inevitabilmente la formazione di una sana opinione pubblica.

La convinzione è che il cittadino non possa realmente partecipare alla vita sociale della Nazione se le informazioni in suo possesso non gli consentono realmente di discernere all’interno dei movimenti storici in atto.

Da queste considerazioni, e per quello che è il nostro campo operativo di elezione, ecco il progetto che è stato messo in piedi per dare contributo alla soluzione del problema.

CONSAPEVOLEZZA E COSTITUZIONE

Scopo del progetto è portare lo spettatore ad acquisire maggiore consapevolezza sui reali meccanismi economici in atto e sulla situazione di pericolo in cui si trova il Nostro Paese, al fine di creare un’azione comune proveniente dal basso, dalla popolazione italiana. I video conterranno un collegamento crescente con la nostra Costituzione, ne richiameranno gli articoli, ricollegandoli alla situazione attuale. Questo con l’obiettivo di situare gli interventi in un contesto di chiara difesa dello stato civile, che nelle prossime settimane sarà in grave pericolo.

Non vi è consapevolezza senza educazione

Non vi è libertà senza consapevolezza.

Educazione (intesa sia in senso comportamentale che culturale), Consapevolezza, Libertà, sono gli elementi distintivi – oggi scarsi – del messaggio centrale insito nell’intera collana divulgativa.

Nei video sarà tenuto un tono mai aggressivo, mai volgare, in linea con la serietà della divulgazione. Lo spettatore verrà in possesso, piuttosto che di interpretazioni, di una serie di dati di spessore che gli consentiranno di costruirsi in autonomia la propria visione della realtà storica attuale e di individuare i comportamenti che dovrà mettere in campo per risolvere le attuali problematiche.

Inoltre, ogni video sarà supportato da un articolo che ne riporterà le fonti, e da una bibliografia consigliata di supporto e di approfondimento. È anche prevista la produzione di una parallela versione podcast dei video, per aumentarne la fruibilità agli utenti finali e per allargare, di conseguenza, la platea dei destinatari.

Ogni registrazione sarà contraddistinta dal logo MMT che mette i video stessi al riparo da strumentalizzazioni.

I video saranno pubblicati prima di tutto sui mezzi di comunicazione MMT, poi dietro consenso scritto su vari media, che dovranno rispettare la condizione di metterli in onda integralmente, affinché non venga distorto il messaggio in essi contenuto.

Infine, i video conterranno sempre una premessa molto chiara e una sintesi conclusiva, messaggi scritti per dare la massima chiarezza al video stesso che appariranno in sovrimpressione per avere maggior impatto, nonché animazioni esplicative.

Riteniamo che con questa collana lo spettatore avrà in mano uno strumento valido ed efficace per spiegare alle persone cosa sta succedendo in Italia in modo autorevole, documentato e completo.

Per tutto il resto si rimanda alla visione dei video man mano che saranno pubblicati nei prossimi giorni, a partire da questo:

(di Elisabetta Uccello, postato l’11/07/2018)

fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/13/privatizzazioni-neoliberismo-e-unione-europea/

Molti sono gli argomenti di cui si potrebbe parlare nel corso di questa “calda” estate 2018. Le manovre dell’attuale governo a livello economico, l’analisi del nostro rapporto con le istituzioni europee, delle aspettative a seguito di tanti anni di promesse di riscatto della sovranità politica ed economica. Ci torneremo sicuramente nei prossimi interventi.

In questa sede riteniamo utile ripotare la sintesi dell’ottima relazione avvenuta lo scorso 16 gennaio presso il Senato, a cura dell’Associazione “No Privatizzazioni” di cui fa parte la nostra attivista Elisabetta. Tutti concetti che è bene ribadire per capire la realtà attuale.

 

COS’E’ LA PRIVATIZZAZIONE.

Dal sito di Borsa Italiana la definizione è:

‘’La privatizzazione e’ un processo economico che trasferisce la proprietà di una società o di un ente pubblico dallo stato ad un privato o ad una pluralità di privati’’.

La privatizzazione può essere totale o parziale e la vendita può essere fatta o tramite OFFERTA PUBBLICA (OPV) a più acquirenti o tramite VENDITA DIRETTA in trattativa privata .

In ogni caso, sia che si tratti di privatizzazione parziale o totale, il servizio dovrà poi rispondere a CRITERI DI GESTIONE PRIVATISTICI.

Cioè MAI IN PERDITA. Quindi L’obbiettivo e’ il PROFITTO.

 

IL PRIMO PASSO

Il primo passo per privatizzare un ente pubblico e’ la trasformazione dell’ ente pubblico o dell’impresa pubblica in SOCIETA’ PER AZIONI, S.P.A.

Il primo decreto in Italia fu  il DL 386/1991 (convertito in legge nel 1992, la n. 35) denominato :

‘’ TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI  ECONOMICI IN SPA, DISMISSIONE DELLA PARTECIPAZIONI STATALI, ALIENAZIONE DEI BENI PATRIMONIALE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA’’.

La trasformazione in spa dà accesso alla QUOTAZIONE IN BORSA.

La quotazione in borsa, cioè l’immissione sul mercato di azioni (socio) od obbligazioni (prestiti),  è uno dei tre sistemi che ha un’impresa per finanziarsi (alternativamente all’ aumento di capitale da parte dei soci stessi o al prestito diretto della banca).

Già dagli anni ‘80 inizia una prima stagione di riduzione della presenza pubblica nell’industria (l’ALFA ROMEO passa alla FIAT, la LANEROSSI  alla MARZOTTO).

Con gli anni ‘90 l’ Italia è coinvolta in profondi processi che cambiano radicalmente le scelte di politica economica:

–  I GOVERNI SONO PRESSATI DALLE INDICAZIONI DELLA CEE E DALLA NECESSITA’ DI RISPETTARE I PARAMETRI DI MAASTRICHT PER L’ADESIONE ALL’EURO: devono ridurre DEFICIT, DEBITO ED INFLAZIONE.

Ricordiamo che la legge 359/1992 del governo AMATO,  denominata ‘’ Programma di riordino delle partecipazioni statali’, ha tra i suoi principali obiettivi:

–  QUOTARE LE SOCIETA’ PARTECIPATE

–  FAVORIRE L’ AZIONARIATO DIFFUSO

–  LA NASCITA DI NUOVI INVESTITORI ISTITUZIONALI

 

UN PASSO INDIETRO

Facciamo un passo indietro……..

Qual’ e’ il pensiero di cui sono figlie le privatizzazioni ?

SALVATORE ROSSI , ex direttore della Banca D’Italia, in una relazione del 2014 all’Università di Vicenza ricorda che le privatizzazioni sono strettamente correlate con il ruolo della banca centrale: la BC DEV’ESSERE  DIPENDENTE O INDIPENDENTE DAL POTERE POLITICO? (NB: ricordiamo tuttavia la posizione MMT, in base alla quale le banche centrali sono comunque “dipendenti” o “indipendenti” solo in funzione delle scelte politiche del governo, ed il problema del neoliberismo è infatti un aspetto politico).

Il dibattito sull’indipendenza della banca centrale esiste sin dalla nascita delle banche.

In un saggio pubblicato 1824 (postumo) DAVID RICARDO sosteneva che la BANCA CENTRALE D’INGHILTERRA NON DOVESSE ESSERE PRONA AL POTERE ESECUTIVO ED IDENTIFICA I 3 PILASTRI CHIAVE PER L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE (o BC):

–  SEPARAZIONE ISTITUZIONALE FRA POTERE DI CREARE DENARO E QUELLO DI  SPENDERLO

–  DIVIETO DI FINANZIAMENTO MONETARIO DEL BILANCIO DELLO STATO

–  OBBLIGO PER GLI STATI DI SEGUIRE LA POLITICA MONETARIA DELLA BC

Questi pilastri vengono ripresi dalla conferenza di Bruxelles del 1920:

Si sostiene che per superare la crisi del  post prima guerra mondiale si debba tornare al gold standard e raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Per fare questo è necessario affidare il compito alla banca centrale e renderla indipendente dalle decisioni dei governi.

In Italia il primissimo regime fascista si pone come obiettivi il pareggio di bilancio, la svalutazione della lira tramite la svalutazione salariale e la privatizzazione di molte aziende pubbliche.

Precisiamo che in quegli anni molte banche detenevano partecipazioni azionarie in molte industrie.

Negli anni ‘30, con Beneduce, economista di estrazione socialista, il regime fascista cambiò radicalmente politica economica e fece delle scelte epocali.

Una di queste fu la LEGGE BANCARIA DEL 1936 che:

–          SMANTELLA LA BANCA MISTA: cioè divide l’attività di credito dall’attività di speculazione;

–          VIETA ALLE BANCHE DI ENTRARE NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE  DELLE AZIENDE ;

–          BANCA D’ ITALIA DIVENTA ESCLUSIVO ISTITUTO DI VIGLILANZA BANCARIA;

–          L’ ATTIVITA’ BANCARIA VIENE DEFINITA COME FUNZIONE DI INTERESSE PUBBLICO.

‘’LA DIFESA DEL RISPARMIO DEI CITTADINI E’ INTERESSE PUBBLICO’’.

DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE LE POLITICHE ECONOMICHE SEGUONO L’INDIRIZZO KEYNESIANO.

LA BANCA CENTRALE E’ ACQUIRENTE DI ULTIMA ISTANZA DEI TDS (titoli di stato) INVENDUTI SUL  MERCATO PRIMARIO.

Risponde alle direttive di GOVERNO E PARLAMENTO E SPENDE A DEFICIT POSITIVO PER GARANTIRE LA TUTELA DELLO STATO SOCIALE .

LA SPESA PUBBLICA (tramite stipendi e pensioni di stato) è la ricchezza del settore privato!

 

NEGLI ANNI ‘80 SI AFFERMANO LE TEORIE NEOLIBERISTE.

il pretesto è l’inflazione crescente, ritenuta un problema e la cui causa viene erroneamente identificata nella spesa pubblica (ricordiamo invece i due shock petroliferi negli anni ‘74 e ‘79).

Le teorie neoliberiste si consolidano nuovamente attorno ai dogmi di:

–          RIDUZIONE INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA

–          STABILITA’ DEI PREZZI

–          INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

Riprendono Milton Friedman di cui ricordiamo una citazione del 1962: ‘’le interferenze governative minacciano la libertà economica’.

Ma il riaffermarsi delle teorie liberiste negli anni ‘80 è solo il risultato di un pensiero che inizia la propria guerra in maniera strutturata dal 1947:

VON HAYEK FONDA LA MONT PELERINE SOCIETE.

L’obbiettivo della Mont Pelerine Societe è L’IMPOSIZIONE DEL LIBERISMO COME PRINCIPIO ASSOLUTO DELL’ ORGANIZZAZIONE SOCIALE.

GLI STRUMENTI PER UN LIBERO MERCATO BASATO SULLA FORTE COMPETITIVITA’ SONO :

–          PRIVATIZZAZIONI

–          SMANTELLAMENTO DELLO STATO SOCIALE

–          ABBASSAMENTO DELLE TASSE.

L’individuo è libero solo in relazione alla deregolamentazione dell’ economia . Solo un mercato senza catene porta all’assoluta libertà: l’individuo è flessibile, liquido, capitalista, privato della dimensione comunitaria che si caratterizza invece per le forti radici etiche e nelle quali il cittadino è libero nella misura in cui è libera la società.

Il pensiero liberista considera l’individuo consumatore che si relaziona all’altro esclusivamente per utilità e per realizzare il massimo interesse INDIVIDUALE.

L’ altro diviene COMPETITOR, non compagno solidale.

LA REALIZZAZIONE DELL’ INDIVIDUO PUO’ AVVENIRE SOLO IN UN’ ECONOMIA DI MERCATO FORTEMENTE COMPETITIVA, perché IL PROGRESSO E’ SCONTRO FRA INDIVIDUI E VIVE DEL CONTRASTO.

(ritroviamo questo concetto nell’articolo 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea -TFUE)

Negli anno ‘50 nascono molte associazioni e fondazioni  liberiste definite ‘’ serbatoi di pensiero’’: dopo la Mont Pelerine , il CUOA, l’Adam Smith Institute, l’Heritage Foundation….Le teorie liberiste si insinuano nelle università.

Nel 1957 il TCE (TRATTATO DI ROMA CHE ISTITUISCE LA COMUNITA’ ECONOMICA EUROPEA), IN PERFETTA LINEA COL PENSIERO LIBERISTA DELL’ INDIPENDENZA DELLA BC, STABILISCE ALL’ ART. 87 IL DIVIETO DI AIUTI DI STATO PERCHE’ ESSI FALSANO LA CONCORRENZA . OGGI E’ L’ART 107 TFUE.

 

GLI ANNI ’80.

Gli anni ‘80 sono lo spartiacque per eccellenza.

LA MONETA DI STATO VIENE “PRIVATIZZATA” . E’ IL 1981: DIVORZIO FRA MINISTERO DEL TESORO E BANCA D’ITALIA.

Dal 1975 la Banca d’Italia garantiva che i tds collocati ed invenduti sul mercato primario venissero dalla stessa acquistati.

In questo modo i tassi d’interesse rimanevano stabili e controllati dal Tesoro.

Si chiamava , come sottolinea l’economista Alain Parguez, ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’:

SI TRATTAVA DI UNA SEMPLICE OPERAZIONE CONTABILE FITTIZIA.

LA BC ERA RAMO BANCARIO DELLO STATO.

LA BANCA CENTRALE ED IL TESORO LAVORAVANO DI CONCERTO MA ERA IL TESORO AD INDIRIZZARE L’OPERATO DELLA BANCA CENTRALE.

Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: ‘’Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente’’.

Dal 1981 la Banca d’ Italia non è più obbligata ad acquistare i TDS invenduti sul mercato primario; può solo intervenire in via facoltativa.

Il pretesto e’ l’alta inflazione attribuita alla spesa pubblica ( dovuta in realtà ai due shock petroliferi del ‘74 e del ‘79).

Il VERO MOTIVO E’ CHE L’ITALIA DOVEVA ADEGUARE IL PROPRIO TASSO DI CAMBIO ALL’ ECU ESSENDO ENTRATA NEL SISTEMA MONETARIO EUROPEO O SME.

NON POTENDO PIU’ SVALUTARE LA PROPRIA MONETA , L’ITALIA, PER RENDERE COMPETITIVI I PROPRI BENI E QUINDI FARE IN MODO CHE LA PROPRIA VALUTA FOSSE RICHIESTA E APPREZZATA E PER ABBASSARE L’INFLAZIONE,  DOVETTE RICORRERE ALLA SVALUTAZIONE SALARIALE  E ALLA  RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA.

L’ OBIETTIVO DELLA PIENA OCCUPAZIONE VIENE SOSTITUITO CON QUELLO DELL’ INTEGRAZIONE FINANZIARIA A LIVELLO EUROPEO .

Sia Ciampi che Andreatta (gli artefici del “divorzio” tra Banca Italia e Tesoro) erano monetaristi e liberisti:

Dopo il 1981 il potere monetario è praticamente fuori dal controllo dello stato.

L’ 1/11/1993 il Trattato di Maastricht VIETA COMPLETAMENTE :

  1. SCOPERTI DI CONTO  A ENTI ED IMPRESE PUBBLICI
  2. ABOLITA LA POSSIBILITA’ DI OTTENERE SCOPERTI DA PARTE DELLA BC SUL C/C DI TESORERIA
  3. VIETATO L’ ACQUISTO DIRETTO DI TDS DA BCE (Banca Centrale Europea) E BC (Banche Centrali) NAZIONALI
  4. IMPONE UN TETTO MASSIMO AL DEFICIT ANNUO DEL 3% RISPETTO AL PIL , AL DEBITO PUBBLICO DEL 60%, ALL’ INFLAZIONE DEL 2%.

IL LIBERISMO SI DOTA DEFINITIVAMENTE DI UNA STRUTTURA GIURIDICA CHE ASSEGNA ALLA POLITICA MONETARIA OBIETTIVI PRECISI (STABILITA’ DEI PREZZI, FORTE COMPETITIVITA’ E INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE).

E AD ESPERTI INDIPENDENTI  (FUORI DAL CONTROLLO DELLE POLITICHE NAZIONALI) VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI REALIZZARLI.

IL TRATTATO DI MAASTRICHT ISTITUZIONALIZZA LA PROPOSTA DI DAVID RICARDO DEI 3 PILASTRI.

LO STATUTO DELLA BCE E DEL SEBC (sistema europeo delle banche centrali) CONSENTE DI UTILIZZARE QUALSIASI METODO PER RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO.

FINO AGLI ANNI ‘80 LA GESTIONE DEL PATRIMONIO DELLO STATO RISPONDE AD UNA NORMATIVA DI CARATTERE PUBBLICISTICO E SOCIALE CON SCARSI RIFERIMENTI AD OBIETTIVI ECONOMICI;

DAGLI ANNI ‘90 LA NORMATIVA HA CARATTERE ECONOMICO PRODUTTIVO .

INIZIA UNA IMPONENETE PRIVATIZZAZIONE DI ENTI ED AZIENDE PUBBLICHE.

I MERCATI FINANZIARI SI SONO SOSTITUITI ALLO STATO.

IL LIBRO BIANCO DELLE PRIVATIZZAZIONI DEL 2001 SOTTOLINEA CHE :

  1. LA FUORIUSCITA DELLO STATO DALLA MAGGIOR PARTE DEI SETTORI DELL’ ECONOMIA GRAZIE ALLE PRIVATIZZAZIONI E’ UN LAVORO RICHIESTO IN SEDE EUROPEA E DEFINITO COME ‘’IL LAVORO MIGLIORE’’ DA SEGNALARE AI PAESI DELL’UNIONE.
  2. CHE I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI HANNO DATO UN IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO (VEDIAMO ADESSO SE E’ VERO).
  3. RICORDA CHE ‘’UN IMPULSO AL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE ARRIVA DALL’ EUROPA’’ CON MAASTRICHT NEL ‘92 (RIDUZIONE DEL  DEBITO PUBBLICO), L’ ACCORDO SAVONA –VAN MIERT DEL ‘93 (RICAPITALIZZAZIONE DELL’ INDUSTRIA SIDERURGICA SOLO A PATTO DI UNA SUA PRIVATIZZAZIONE) E L’ ACCORDO ANDREATTA VAN – MIERT DEL ‘93 ( IL GOVERNO DOVEVA IMPEGNARSI A RIDURRE L’INDEBITAMENTO DELLE IMPRESE PUBBLICHE  FINO A LIVELLI ACCETTABILI PER GLI INVESTITORI PRIVATI). (NB: Van Miert era il commissario europeo alla concorrenza).

La privatizzazione diventa necessaria ed inevitabile per uno stato che non può più fare politiche espansive né garantire imprese pubbliche, dal momento che questa garanzia va contro la ‘’TUTELA DELLA LIBERA CONCORRENZA’’.

IL PRIMO PASSAGGIO CHE PERMISE LE PRIVATIZZAZIONI FU IL DL 5/12/1991 CONVERTITO IN LEGGE IL 29/01/1992, CHE CONSENTI’ LA TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI IN SPA.

LE QUOTAZIONI PUBBLICHE VENGONO POI COLLOCATE IN BORSA DOVE VI PARTECIPANO TUTTI GLI INVESTITORI: SIA I PICCOLI RISPARMIATORI CHE I GRANDI INVESTITORI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI.

UN DOCUMENTO DELLA CORTE DEI CONTI DEL 2010 SOTTOLINEA CHE GLI OBIETTIVI DELLE PRIVATIZZAZIONI SONO:

  1. POTENZIARE LA COMPETITIVITA’ DEL SISTEMA PRODUTTIVO
  2. PROMUOVERE LO SVILUPPO DEI MERCATI FINANZIARI
  3. INCENTIVARE L’ INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
  4. LIMITARE L’ INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA
  5. DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ( tramite inoltre la scelta per l’ OPV – offerta pubblica di vendita di azioni già esistenti invece che la vendita diretta) PER INCENTIVARE IL CAPITALISMO POPOLARE , PERCHE’ ‘’ IL POPOLO CAPITALISTA SARA’ QUELLO CHE SOSTERRA’ PARTITI CHE DICHIARANO IDEE DI LIBERO MERCATO’’).
  6. UN OBIETTIVO SOLO FORMALMENTE SECONDARIO ERA NATURALMENTE QUELLO DI MIGLIORARE I CONTI DELLO STATO E DI ARGINARE IL DEBITO PUBBLICO.

EVIDENZIAMO CHE SIA LA TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE IN SPA DEL 1993 CHE LA PRIVATIZZAZIONE DELLA BORSA RISPONDONO  (DA ENTRAMBI I TESTI DI RIFERIMENTO, IL TESTO UNICO BANCARIO E IL NUOVO QUADRO NORMATIVO DELLA BORSA) ALL’ ADEGUAMENTO DELLA REALTA’ NAZIONALE AL NUOVO CONTESTO COMPETITIVO INTERNAZIONALE.

LO SCHEMA PARE ESSERE IL SEGUENTE:

–          LA BC PRESTA ALLE BANCHE  COMMERCIALI IN BASE AGLI OBIETTIVI DI POLITICA MONETARIA CHE VUOLE RAGGIUNGERE: L’OBIETTIVO E’ INFLAZIONE MINORE DEL 2%. PER MANTENERE IL TASSO D’INFLAZIONE COSI’ BASSO LA COMMISSIONE EUROPEA HA DICHIARATO CHE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DA MANTENERE E SOTTO IL QUALE NON SCENDERE E’ l’11%

–          AGGIUNGIAMO A ZERO INFLAZIONE  L’ ATTUALE PAREGGIO DI BILANCIO, CHE SIGNIFICA ZERO SPESA PUBBLICA A DEFICIT : ECCO CHE LA SCARSITA’ DI MONETA RISPETTO ALLA PRODUZIONE DI BENI E SERVIZI FA SI CHE L‘ EURO  SIA RICHIESTO E DI CONSEGUENZA ESSO SI MANTIENE UNA VALUTA FORTE.LA VALUTA FORTE SERVE PER ATTRARRE CAPITALI FINANZIARI E SPOSTARE INVESTIMENTI DA DOLLARI AD EURO.

–          LE BANCHE CHE OPERANO NEL MERCATO PRIMARIO ACQUISTANO TDS ED IN CAMBIO DANNO AGLI STATI QUELLA LIQUIDITA’ CHE CONSENTE AD ESSI DI SPENDERE PER L’ ECONOMIA REALE,  CIOE’ PREVIDENZA, SANITA’, SERVIZI, LA SPESA PER IL SOCIALE.

–          DAL MOMENTO CHE LA SPESA NON BASTA A COPRIRE I SERVIZI ESSENZIALI  ECCO CHE LA PRIVATIZZAZIONE SI RENDE NECESSARIA IN TUTTI QUEI SETTORI DETTI ‘’ ANTICICLICI’’, CIOE’ I SERVIZI ESSENZIALI QUALI ACQUA, LUCE, GAS, ASSICURAZIONI, SANITA’, CIOE’ SETTORI PUBBLICI CHE POSSONO ESSERE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA.

 

DOVE VANNO LE ENTRATE DELLE PRIVATIZZAZIONI?

NEL FONDO PER L ‘AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO.

I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI COSTITUISCONO LA PRINCIPALE FONTI DI ALIMENTAZIONE DEL FONDO PER L’AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO, ISTITUITO NEL 1993.

SERVE  SOLO PER RIPAGARE I TDS IN SCADENZA E NON PUO’ ESSERE UTILIZZATO PER LA SPESA NEL SOCIALE.

CIOE’, IL TESORO COL FONDO PUO’ CONTROLLARE LA QUANTITA’ DI TDS IN CIRCOLAZIONE RITIRANDO QUANDO LO RITIENE NECESSARIO QUELLI IN SCADENZA.

NEL FONDO VI ENTRANO:

–          I PROVENTI DIRETTI DELLE PRIVATIZZAZIONI

–          EVENTUALI DIVIDENDI DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE DALLO STATO

–          DONAZIONI E TESTAMENTI

IL FONDO PUO’ ESSERE UTILIZZATO SOLO PER RIMBORSARE GLI SPECIALISTI DEI TDS.

Dalla relazione al Parlamento  sull’amministrazione del fondo nel 2016:

‘’ la dismissione delle partecipazioni detenute dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e le operazioni ad esse assimilate sono la fonte primaria delle entrate del fondo’’.

Gli specialisti dei tds  sono una parte degli operatori principali, cioè coloro che sono gli unici abilitati ad acquistare tds nel mercato primario.

Per essere considerati tali devono firmare la convenzione con la Banca D’Italia.

Si tratta di banche, società finanziarie , compagnie di assicurazione che devono possedere determinati requisiti patrimoniali, di continuità operativa , volume di acquisto e di competitività di prezzo.

 Gli specialisti si impegnano a soddisfare requisiti più stringenti rispetto agli operatori principali, sia riguardo volumi di acquisto, che continuità e competitività offerta.

In cambio del rispetto di questi vincoli stringenti HANNO DEI PRIVILEGI ESCLUSIVI TRA CUI:

  1. LA PARTECIPAZIONE ALLE  ASTE DI RIAPERTURA PER IL COLLOCAMENTO DEI TDS INVENDUTI
  2. IL RIMBORSO DEI TDS DETENUTI FINO A SCADENZA AVVIENE TRAMITE IL FONDO DI AMMORTAMENTO DEI TDS ( PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI)

La cedola di un tds  è determinata dall’ emittente . Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’ emittente. Si contratta quindi sul prezzo : cioè un TDS con valore nominale di 100 ad esempio viene venduto ad un prezzo inferiore. L’interesse, cioè il guadagno è uguale alla cedola più lo scarto di emissione (differenza fra prezzo di emissione e di rimborso).

Perché allora sono gli specialisti dei tds a determinare l’ interesse ?

Non solo per lo scarto di emissione sul quale possono influire mediante la vendita o gli acquisti (un titolo che viene svenduto avrà tasso di interesse maggiore), ma perché i tds invenduti sul primario saranno ricollocati in asta di riapertura ad una cedola maggiore rispetto alla precedente fino a quando non verranno acquistati. E gli unici che possono accedere alle aste di riapertura sono gli specialisti dei tds.

I tds sono soggetti al giudizio delle agenzie di rating (private) che ‘’ danno i voti’’ agli stati e delle quali gli investitori finanziari tengono in considerazione il giudizio.

 Vediamo due dati per verificare se è vero quanto si diceva nel documento della Corte dei Conti del 2010. LE PRIVATIZZAZIONI SERVONO DAVVERO AD ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO?

DATI AL 31-12-2016:

DEBITO PUBBLICO  2.218.471 MILIONI (2200MILIARDI)

TDS IN CIRCOLAZIONE 1.867.214 MILIONI (1800 MILIARDI)

ENTRATE FONDO AMMORTAMENTO DEI TDS NEL 2016: 2.104.191.114,65 (2 MILIARDI)

LA DOMANDA E’: LE PRIVATIZZAZIONI SONO UN MEZZO PER ABBATTERE IL FANTASMA DEL DEBITO PUBBLICO O SONO UN MEZZO PER REALIZZARE UN MODELLO DI SOCIETA’ DIVERSA DA QUELLA CHE LA COSTITUZIONE DELLA NOSTRA REPUBBLICA PREVEDE?

Da pag 55 del documento della Corte dei Conti del 2010:

‘’ Lo sviluppo del sistema finanziario fu uno dei principali obiettivi del processo di privatizzazioni in Italia’’

ECCO IL MODELLO!

DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ATTRAVERSO LE PRIVATIZZAZIONI; FAVORIRE UN AZIONARIATO DIFFUSO E COMPETITIVO.

L’ ECONOMIA DEV’ESSERE DI MERCATO E FORTEMENTE COMPETITIVA:

L’UOMO E’ MERCE , IL LAVORO E’ MERCE.

LA DEMOCRAZIA PER IL LIBERISMO E’ SOLO LIBERTA’ ECONOMICA: LA POSSIBILITA’ PER TUTTI DI COMPETERE PER SOPRAVVIVERE SENZA INTERFERENZE. L’INDIVIDUO SI RELAZIONA ALL’ALTRO SOLO IN BASE AL VALORE DI SCAMBIO E NIENTE DEVE FALSARE LA CONCORRENZA.

IL MODELLO SOCIALE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA SI PONE IN ANTITESI.

IL CAPITALISMO E’ REGOLATO DALLO STATO ED E’ FINALIZZATO AL PERSEGUIMENTO DELLA PIENA OCCUPAZIONE.

GLI OBIETTIVI SONO SOCIALI: LA CENTRALITA’ E’ IL LAVORO E IL DOVERE DELLO STATO E’ REALIZZARE L’EGUAGLIANZA SOSTANZIALE,  PROMUOVENDO LE CONDIZIONI CHE RENDANO EFFETTIVO IL LAVORO AFFINCHE’ TUTTI POSSANO PARTECIPARE ALLA VITA SOCIALE E POLITICA.

L’INTERVENTO DELLO STATO REGOLA L’ INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA AFFINCHE’ NON SI PONGA MAI IN CONTRASTO CON L’INTERESSE PUBBLICO E L’UTILITA’ SOCIALE.

SENZA L’INTERVENTO DELLO STATO IL RISPARMIO PRIVATO PUO’ AUMENTARE SOLO CON LA VENDITA DI BENI ALL’ESTERO, ATTRAVERSO LA SVALUTAZIONE COMPETITIVA DEL LAVORO  O ATTRAVERSO ATTIVITA’FINANZIARIE CON L’ ESTERO, FAVORITE APPUNTO DAL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE OSSIA DALLA SVENDITA DEL NOSTRO PATRIMONIO PUBBLICO.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Articolo 47: “La Repubblica controlla, coordina e disciplina l’esercizio del credito”.
Il legame sancito dalla Costituzione tra Repubblica, risparmio e credito fa emergere quello esistente tra cittadini, imprese e banche, nel quale la funzione dello Stato assume carattere di “regolatore”.
Nella storia gli interventi normativi cercano di ricomporre situazioni di crisi.
Le leggi bancarie del ’26 e del ‘36
Con la legge bancaria del 1926, il tema della tutela del risparmio torna dominante, evidenziando la necessità di ripristinare il rapporto di fiducia tra depositanti e sistema bancario; rapporto vitale per sostenere il sistema industriale dell’epoca. In precedenza, le imprese bancarie erano assoggettate a norme di diritto comune, senza avere particolari controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese; situazione che permise loro di esporsi molto e di subire effetti disastrosi sulla stabilità patrimoniale e sulla capacità di essere solvibili. L’Italia non fu certo scevra dalla depressione economica e dai numerosi salvataggi bancari che caratterizzarono il contesto mondiale degli anni 1920-1933. Così, proprio in quel periodo, l’altro tema dominante dell’epoca, il risanamento del sistema bancario, trova applicazione in una riforma di portata storica: il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
La legge bancaria del ’36 durerà più di cinquant’anni. Nota soprattutto per aver istituito la separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine – separazione tra credito ordinario e credito industriale – pose le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico –  e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di intervenire nella tutela del risparmio, semplicemente esercitando il naturale potere di politica economica. I poteri di vigilanza attribuiti alla Banca d’Italia si coniugarono, invece, successivamente, con quelli di controllo e indirizzo del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio).
Ciò che vogliamo evidenziare è:
da un lato, l’affermazione della natura pubblicistica del credito con l’istituzione di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
dall’altro, il riconoscimento al risparmio di valore da difendere.
La raccolta del risparmio tra il pubblico era riconosciuta come la fonte primaria per gli impieghi produttivi delle imprese e lo Stato non poteva sottrarsi al compito di tutelare integralmente tutte le forme di risparmio. Questa concezione, quella di rendere il risparmio virtuoso per mobilitare risorse, non ha nulla a che vedere con il concetto di rendimento o lucro che appartiene ai nostri giorni.
Riformare e stabilizzare il sistema creditizio fu doveroso nel difficile clima di depressione economica degli anni ’30. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà anche il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, oltre a disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito. Diventa compito della Repubblica assolvere alla funzione di favorire e salvaguardare l’accumulazione di risparmio, funzione che deve prescindere da crisi congiunturali economiche in atto. Il risparmio, inteso come bene che risponde a un interesse generale, dovrà essere difeso sempre, proteggendo i risparmiatori e il suo valore, a beneficio della società.
In sintesi dunque:

  • L’intervento del legislatore del ’36 diventa necessario, causa la crisi economica in atto;
  • Si afferma la natura pubblicistica del credito e il principio di tutela del risparmio;
  • I padri costituenti recepirono integralmente nella Carta Costituzionale le linee guida della legge bancaria del ’36.

Il Testo Unico Bancario del 1993
Successivamente, il recepimento delle direttive comunitarie nel Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385) suggellerà il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio, introdotto con la legge Amato n. 218 del 1990.  Il principio di specializzazione della seconda legge bancaria viene sostituito dalla despecializzazione temporale e operativa e dal riconoscimento nel nostro ordinamento del gruppo bancario polifunzionale e della banca universale.
In sostanza, nascono:

  • la banca tuttofare, che svolge, oltre all’attività bancaria tradizionale (raccolta del risparmio ed esercizio del credito), l’attività di intermediazione finanziaria, attività che consiste nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di servizi e strumenti finanziari;
  • il gruppo polifunzionale, sistema complesso di una pluralità di aziende che esercitano sia attività creditizia che attività di intermediazione finanziaria, controllate da un’unica capogruppo (holding).

Quindi, con l’approvazione del Testo Unico Bancario:

  • L’attività bancaria è riconosciuta come attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione;
  • Viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine;
  • La despecializzazione è conseguenza diretta dell’apertura delle frontiere e del recepimento nell’ordinamento italiano dei principi comunitari;
  • Le banche possono esercitare, oltre all’attività bancaria tradizionale, ogni altra attività finanziaria;
  • La distinzione delle banche, dopo l’apertura delle frontiere, opera sulla base della sede legale: banche nazionali (con sede legale in Italia), banche comunitarie (con sede legale all’interno della Comunità Economica Europea) e banche extra-comunitarie (con sede legale al di fuori della Comunità Economica Europea).

 
Nasce ufficialmente la BCE nel 1998
Il sistema bancario si trasforma e trova nell’istituzione della BCE un cambio di volta decisivo.
Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Alla fine degli anni ‘90 nessuno avrebbe compreso, né ritenuto possibile o immaginabile, che il 1° gennaio 2016, con il recepimento della Direttiva Europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), si sarebbe consentito di ricapitalizzare un istituto bancario in difficoltà con le risorse dei risparmiatori, ovvero prima azioni, poi obbligazioni subordinate, in seguito conti e depositi bancari di importo superiore a 100.000 euro, a seconda delle necessità e fino a ricapitalizzazione richiesta dalla BCE. Seppur si legge che l’intento originario di tale cambiamento normativo voleva essere quello di salvaguardare la fiducia nel sistema economico, di fatto, il risultato è l’effetto opposto. I costi dei salvataggi bancari sono posti a carico dei risparmiatori coinvolti nel processo, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Ciò che è accaduto è che, con il recepimento delle norme europee, da ultimo la BRRD, non si è formalmente modificato tale articolo, ma, indirettamente, nella sostanza è come averlo fatto.
Considerando che la parte Prima della Costituzione Italiana può essere modificata legittimamente solo in melius, ovvero con modifiche che migliorino la situazione rispetto a quanto stabilito in precedenza, la domanda che vogliamo rivolgere ai lettori è la seguente:
è stata davvero restituita in melius nel tempo la parte economica della nostra Costituzione ai risparmiatori italiani?

Durante l’assemblea straordinaria del 14 gennaio 2017 l’associazione ME MMT ITALIA ha deliberato all’unanimità:
1) La nuova denominazione ufficiale MMT ITALIA;
2) L’art. 2 Principi e finalità di seguito integralmente riportato.

Articolo 2
Principi e finalità

2.1. L’associazione non ha scopo di lucro e nasce al fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, nel pieno rispetto delle libertà e dignità degli associati, secondo principi di democrazia, uguaglianza ed equità.

Scopo dell’associazione è coordinare e supportare le singole associazioni aderenti ed eventuali altre associazioni che condividano i medesimi obiettivi.
I punti fondamentali che caratterizzano l’attività dell’associazione sono i seguenti:
1. Lo studio, la promozione e la diffusione dei contenuti della scuola economica denominata Modern Money Theory (in seguito MMT), così come elaborata e sviluppata dall’economista Warren Bruce Mosler e da altri economisti MMT riconosciuti come tali a livello internazionale.
2. A tal fine l’associazione si rifà alla radicalità ed alla piena applicazione del messaggio emerso nel corso dei meeting tenuti a Rimini nel 2012 in seguito ai quali è iniziato il processo di divulgazione sul territorio nazionale della MMT con il contributo degli economisti Warren Mosler, Mathew Forstater, Alain Parguez e del giornalista Paolo Barnard.
3. L’associazione crede che solo l’applicazione di politiche di piena occupazione, stabilità dei prezzi, piena realizzazione dello stato sociale, nel rispetto della democrazia e della libertà dei popoli, possano contribuire allo sviluppo armonioso dell’umanità verso forme di convivenza pacifica, costruttiva e solidale, al fine anche di progredire verso un futuro sostenibile, possibile solo con la revisione dell’attuale modello capitalista che a sua volta è possibile solo riconoscendo il ruolo dello Stato a moneta sovrana, che per definizione non ha la necessità di perseguire le logiche di profitto dell’ideologia economica neoclassica e neoliberista.
4. L’associazione promuove la piena applicazione dei principi fondamentali della Costituzione Italiana del 1948 e difende il pieno diritto del popolo italiano all’autodeterminazione e al benessere economico e sociale.
5. L’associazione promuove la realizzazione di studi e documentazione di supporto, incontri, seminari, manifestazioni, prodotti editoriali e multimediali e ogni altra attività che abbia lo scopo di diffondere ed applicare la MMT, nel rispetto delle disposizioni del presente statuto.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Nel rispetto della volontà popolare che ha espresso, con la vittoria del No al referendum, la difesa della nostra Costituzione, comincia una serie di appuntamenti con l’intento di divulgare concetti fondamentali in maniera semplice e accessibile. Conosceremo e comprenderemo gli ostacoli che oggi impediscono l’attuazione della parte economica della Costituzione italiana del ‘48.
 
Articolo 47
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme…
 
Incoraggiare il risparmio
Per il cittadino, risparmiare, significa non spendere oggi una parte del reddito e accantonarla; in realtà nel suo pensiero c’è già insita la funzione del risparmio. In economia il risparmio è dato dalla differenza tra reddito e consumo; rappresenta l’eccesso di entrata sull’uscita, sempre che il reddito sia sufficiente a coprire le spese. Lo scopo del sacrificio di oggi è il bisogno futuro. Di fatto ci sembra scorgere questo nella parola incoraggia dell’articolo 47 della Costituzione: il passaggio ad una cultura orientata al futuro, all’agire affinché la parte accantonata ogni anno come flusso, si trasformi nel tempo in stock di ricchezza.
La Repubblica è l’Italia, sono i suoi organi costituzionali democratici, “responsabili” nella carta costituzionale di spronare e tutelare il risparmio, così come di promuovere le condizioni, per l’esercizio del diritto al lavoro. Perché il lavoro è anche un dovere: lavorare per contribuire al progresso materiale e spirituale della società (articolo 4).
Creare le condizioni per il lavoro, poi, genera risparmio, grazie alle entrate derivanti dall’occupazione.
Sia risparmiare che contribuire alla società con il lavoro sono comportamenti virtuosi. Le azioni di Parlamento e Governo, strumenti della sovranità popolare, nell’osservare principi e limiti costituzionali, camminano costantemente accanto al cittadino in questa direzione.
 
I saldi settoriali e la Costituzione
Il cittadino, insieme alle imprese, appartiene al settore privato e interagisce con il settore pubblico (Stato) e con il settore estero. L’analisi macroeconomica utilizza lo strumento dei saldi settoriali per evidenziare la differenza tra entrate e uscite dei tre settori; se il saldo di un settore è positivo si determina un risparmio (surplus); se è negativo, un indebitamento netto (deficit). L’interazione tra i diversi settori conduce all’identità contabile per cui la somma dei saldi è sempre uguale a 0. In altre parole, almeno uno dei settori deve indebitarsi per rendere valida l’uguaglianza. Se il saldo dello Stato è in deficit, il suo deficit non è altro che la differenza tra le entrate, rappresentate in buona parte dalle tasse versate dai cittadini, e le spese; ad esempio la costruzione di una scuola o il pagamento di stipendi del pubblico impiego. In sostanza, il risparmio nel settore privato aumenta in corrispondenza di un saldo in deficit del settore pubblico.
Mettendo in relazione l’identità contabile dei saldi settoriali con il principio costituzionale incoraggiare il risparmio, possiamo dedurre che la condizione necessaria per attuare il dettato costituzionale, è che lo Stato possa spendere di più di quanto incassa, favorendo, così, il risparmio dei cittadini.
Ma può oggi lo Stato incentivare il risparmio? Di fatto no, dal momento che l’art.3 del Fiscal Compact prevede che le parti contraenti applicano la regola che “in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea: la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”. Necessità di pareggio e impossibilità di disavanzo, sancite al nuovo art. 81 della Costituzione, modificato nel 2012.
 
Tutelare il risparmio
Nella tutela del risparmio sancita dalla Costituzione, si riafferma il valore della difesa. Tutelare qualcuno significa proprio proteggerlo, rappresentando i suoi interessi o gestendo i rischi derivanti da una mancata protezione.
Il soggetto da tutelare è il risparmio dei cittadini; i rischi sono rappresentati dall’eventuale mancanza di risparmio o dal non riuscire a preservarlo.  La Repubblica, tutelando il risparmio, rende possibile la creazione di ricchezza.
Nell’intenzione dell’Assemblea Costituente, il riferimento al risparmio è quello legato al concetto lavoristico, al diritto del lavoratore di avere una retribuzione sufficiente in ogni caso a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36).
Il riferimento in tutte le sue forme potrebbe far pensare anche a quella parte di risparmio, trasformata in investimento di natura privatistica, ma, a nostro parere, bisogna evidenziare il concetto di tutela che, nella Costituzione, avvicina il risparmio a strumenti quali depositi su conti correnti e titoli emessi dallo Stato.
 
Il ruolo dello Stato
In osservanza dell’articolo 47, la Repubblica riesce a tutelare il risparmio, evitando che venga aggredito dall’esterno se è depositato in conto corrente o parcheggiato nei Titoli di Stato? Anche in questo caso, la risposta è no.
Da sempre i Titoli di Stato sono considerati sicuri, poiché si ritiene l’emittente, Stato, in grado di adempiere al suo impegno: restituire il prestito e pagare gli interessi nella stessa valuta ricevuta. In uno Stato con potere di emissione monetaria non ci sono ostacoli, sia nell’onorare gli impegni presi, che nell’agire attivamente per la tutela del risparmio. Lo Stato potrà sempre restituire qualsiasi quantitativo di moneta avuta in prestito, perché ne ha il potere di emissione.
Ma il potere di emissione è stato ceduto alla Bce e l’Italia, al pari degli altri paesi dell’Eurozona, riceve la moneta in prestito, finanziandosi sul mercato alla stregua di un privato.
Rispetto alla tutela del risparmio, il cittadino che da sempre deposita il suo denaro in banca affinché sia custodito con la diligenza del buon padre di famiglia, ha appreso che, con il recepimento della direttiva europea sul Bail-in, per importi superiori a 100.000 euro, in caso di dissesto bancario, i suoi soldi concorreranno a ripagare le perdite dell’istituto bancario in default.
 
Gli ostacoli da rimuovere
E’ evidente che la normativa successiva alla Costituzione del ’48 con l’attuazione dei Trattati Europei, è intervenuta sulla parte economica, in contrasto con quanto prescrive l’articolo 47.
Non stupisce, dal momento che l’approccio è completamente diverso.
Nell’Eurozona “Forte concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della Banca centrale dai Governi: già a una prima lettura dei Trattati Europei emerge come siano questi i principi sovraordinati agli altri” (Vladimiro Giacché Costituzione Italiana contro i Trattati Europei – Il conflitto inevitabile – 2015).
La Costituzione mette al centro il cittadino e, attraverso il lavoro, lo nobilita come parte attiva della società. Leggendo, invece, gli articoli 127, 128 e 130 del Trattato di Lisbona sono chiari i meccanismi di funzionamento di una Banca centrale, orientata al mercato, alla stabilità dei prezzi e al contenimento dell’inflazione.
Riguardo la possibilità di operare in deficit, l’articolo 3 del Fiscal Compact, come ricordato, non lascia alcun dubbio.
Questi i primi ostacoli da rimuovere per incoraggiare e tutelare il risparmio.

Domenica 22 gennaio, dalle ore 10 alle ore 18, a Roma presso il Centro Congressi Cavour in Via Cavour 50/a, si terrà la prima iniziativa nazionale dedicata a costruire un modello confederativo per l’attuazione della Costituzione Italiana, dopo il risultato del referendum nel quale gli italiani hanno, in maniera inequivocabile, espresso che la nostra Costituzione un bene da custodire e difendere.
L’incontro è aperto a tutti coloro che si sono schierati a favore del no, affinché si passi ai fatti, attuando i principi fondamentali che tutelano i cittadini nella realtà.
L’Associazione Nazionale MMT Italia parteciperà all’evento per dare il suo contributo alla creazione di un modello economico-sociale che sia l’espressione concreta dell’attuazione del Titolo Terzo, Parte Prima della Costituzione, dedicata ai rapporti economici.
In allegato il programma dettagliato dell’iniziativa.
. Clicca qui programma 22 gennaio

TESTO DELLA SENTENZA  “la Corte si è pronunciata in merito ad una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescatra, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, riconoscendo come esso sia un diritto inviolabile e da garantire senza condizionamenti finanziari”
11.− Non può nemmeno essere condiviso l’argomento secondo cui, ove la disposizione impugnata non contenesse il limite delle somme iscritte in bilancio, la norma violerebbe l’art. 81 Cost. per carenza di copertura finanziaria. A parte il fatto che, una volta normativamente identificato, il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali, è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.
Da sempre l’associazione MMT Italia ha ribadito come la Costituzione Italiana fosse fondata su un tipo di economia “funzionale”: ovvero l’economia e precisamente le finanze pubbliche sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi che la società stessa definisce prioritari. http://docslide.it/economy-finance/finanza-funzionale-piena-occupazione-plg-e-costituzione.html
L’adozione dei Trattati Europei ha invece recepito un tipo di finanza “disfunzionale”: gli equilibri di bilancio sono stati posti ad un livello superiore rispetto alla Costituzione. A partire dal Trattato di Maastricht fino all’assurda modifica dell’articolo 81, effettuato dal Parlamento durante il Governo Monti, con il quale si è introdotto il principio del pareggio di bilancio, elemento distintivo di una finanza pubblica disfunzionale.
Per questo salutiamo la sentenza della Corte Costituzionale 275 del 2016 pubblicata il 16 dicembre come un evento storico importantissimo. La Consulta ha scritto quanto da noi riportato nel testo in corsivo e nell’immagine.
Dopo la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre, un importantissimo tassello verso il ripristino pieno della Carta Costituzionale

In questi giorni è abbastanza comune sentire che la vittoria del No al referendum costituzionale sia stata il frutto di una resistenza tutta italiana a qualsiasi tipo di cambiamento. Si tratta di una lettura ingenua dell’esito del voto, che lo relega ad una dimensione nazionale e contingente, mentre a mio avviso è stato l’ennesima manifestazione di una fase storica che dura da qualche decennio.

1. Tutto ha inizio con l’avvento di quella che Robert Dahl ha definito la “crisi della democrazia rappresentativa“, e che potremmo sintetizzare in questo modo. Nel secondo dopoguerra la partecipazione alla cosa pubblica ha coinvolto fasce sempre più ampie della popolazione, grazie all’estensione dei diritti sociali, civili e politici e alla diffusione e la distribuzione del benessere economico. Sebbene ciò abbia contribuito a creare stabilità e sicurezza per una quantità di famiglie che ne mai avevano beneficiato in questo modo nella storia, la crescita economica alla radice di tutto ciò è stata costruita sulla base di uno sfruttamento del lavoro che anch’esso senza precedenti, ed ha perciò portato alla luce la rivendicazione di un ampliamento della democrazia; una rivendicazione così forte da far desiderare a gruppi sempre più numerosi di persone un superamento completo dell’ordine costituito. Le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si sono trovate di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringerne la concessione attraverso una graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi, e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici in arbitri del meccanismo della competizione? Un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato “The Crisis of Democracy“, redatto la Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – indicava chiaramente una preferenza per la seconda opzione. La strategia che il rapporto ipotizzava era basata su alcuni punti fondamentali: la riduzione del potere sindacale tramite la concertazione, la riduzione della partecipazione popolare alla vita politica grazie alla diffusione di “apatia”, e in generale la preferenza per un sistema politico ed economico in cui nessun diritto viene garantito a priori, ma ognuno di essi va ottenuto tramite un meccanismo di merito.
2. In questo quadro, era naturalmente necessario che il potere dei Parlamenti fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello degli esecutivi e che, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra stati portatori di istanze politiche differenti, le istituzioni sovranazionali in definitiva acquisissero sempre più prerogative anche nei confronti degli esecutivi nazionali. La crescita economica sarebbe stata guidata dagli investimenti privati, e non più da una spesa pubblica che veniva vista come distorsiva degli incentivi e del sistema del merito. Per far ciò, era necessario che gli esecutivi potessero effettuare decisioni in maniera rapida ed efficiente, ovvero con meno pressioni da parte dell’elettorato, che spesso impediva l’attuazione di politiche volte ad eliminare le tutele presenti sul mercato del lavoro. Queste ultime, infatti, costituivano delle “rigidità” che impedivano al sistema delle imprese di poter investire con flessibilità, ovvero la sicurezza di poter dismettere rapidamente i propri impianti e la propria forza lavoro e ricollocare entrambi nel caso in cui vi fossero state degli shock alla domanda interna e/o un innalzamento eccessivo dei livelli salariali nei paesi. Da qui sorgeva la necessità di governi più stabili possibili nel tempo e di un sistema elettorale che garantisse la maggioranza assoluta allo schieramento vincente, poiché all’incertezza politica veniva associata un’incertezza economica in grado di trasmettersi agli investimenti e portare perciò alla fuga dei soggetti più produttivi dai paesi.
3. Fin qui sembra tutto abbastanza risaputo, se non fosse per il fatto che se l’agenda di cui sopra è stata adottata con disciplina da governi conservatori negli anni ’80, i governi cosiddetti progressisti l’hanno applicata con ancora maggior precisione a partire dagli anni ’90. Nello specifico, gli schieramenti progressisti hanno applicato alla lettera le prescrizioni provenienti da OCSE, FMI e la nascente UE, soprattutto in tre ambiti: la liberalizzazione progressiva dei monopoli nazionali e delle concessioni pubbliche con annesse privatizzazioni dei primi, la promozione di politiche di flessibilità sul mercato del lavoro e lo spostamento del focus dell’azione politica dalla “piena occupazione” alla “piena occupabilità” e l’applicazione di politiche fiscali restrittive per porre un freno all’inflazione e generare aspettative positive negli investitori in merito alla tassazione futura.
4. Questo complesso di politiche ha permesso agli schieramenti progressisti in Europa di inglobare settori provenienti dalla sinistra radicale all’interno dei governi (mentre lo stesso avveniva a destra), ma ha generato uno scollamento tra il suo blocco sociale storico di riferimento e i suoi rappresentanti politici. Infatti, mentre la divisione con gli schieramenti conservatori restava e resta tutt’ora forte in materie come ad esempio i diritti civili, la percezione del blocco sociale di riferimento dei progressisti rispetto alle politiche economiche e sociali portate avanti da questi governi è stata quella di una sostanziale identificazione con l’agenda politica di cui sopra. In sostanza, il messaggio che i progressisti hanno inviato al proprio elettorato è stato il seguente: accettate le disuguaglianze e l’impossibilità di garantire universalmente uno standard minimo di vita, in cambio avrete la possibilità di acquistare uno status sociale superiore in maniera sempre più rapida se sarete in grado di acquisire le competenze richieste sul mercato. Tuttavia, se l’amplificazione delle disuguaglianze, l’incremento della disoccupazione, la riduzione dei servizi pubblici e una crescente asimmetria del carico fiscale gravante sulla piccola imprenditoria sono stati risultati conseguiti con successo, non lo è stata altrettanto la fluidificazione della mobilità sociale, che resta più bloccata che mai, e il fenomeno della disoccupazione di lungo periodo continua a caratterizzare il mercato del lavoro nonostante gli sforzi continui a rendere “occupabili” le persone in cerca di lavoro.
5. Nel frattempo, il blocco sociale di riferimento dei progressisti è cambiato in maniera radicale. Mentre i manager delle grandi imprese, tecnicamente dei dipendenti, sono stati in grado di decuplicare le proprie retribuzioni e il loro potere sociale, sempre più figli di “proletari” hanno acquisito piccole imprese commerciali, sono divenuti (volenti o nolenti) lavoratori autonomi e professionisti, diventando tecnicamente degli imprenditori, almeno di sé stessi. Il mondo progressista però non ha saputo procedere ad un aggiornamento delle proprie categorie sociologiche di “classe”, con il risultato che a fronte dell’applicazione dell’agenda di cui sopra ampi settori di quella che viene definita classe media hanno perso un soggetto politico di riferimento e pertanto hanno completamente interiorizzato la narrazione delle élite conservatrici che ha dato origine all’agenda stessa. Se non c’è lavoro, quindi, è colpa della burocrazia e dell’inefficienza dello stato; sono i politici che hanno stipendi troppo elevati, e i vecchi lavoratori protetti vivono nella bambagia mentre legioni di giovani lavoratori non garantiti non riescono ad entrare nel mondo del lavoro. Nessun soggetto politico ha saputo raccontare a queste classi una storia diversa, che prendesse in considerazione l’effetto che politiche economiche restrittive hanno sul mercato del lavoro. Sarebbe bastato illustrare come in un’economia monetaria una crescita dei risparmi delle famiglie e dei profitti delle imprese possa essere generata esclusivamente da uno di questi tre fenomeni: 1) una crescita del disavanzo pubblico, 2) una crescita del disavanzo del settore privato tramite l’indebitamento per consumi, 3) una crescita delle esportazioni nette, ovvero un disavanzo registrato dal resto del mondo nei confronti del paese. Se osserviamo la storia economica degli ultimi 20 anni prima del 2007, è immediato rendersi conto che tutte le politiche maggiormente in voga fra UE ed USA sono state basate sull’aumento della 2) e della 3), e ad un abbattimento della 1).
6. L’esplosione del “populismo” dal 2010 ad oggi è nient’altro che un effetto collaterale dell’implosione di questo schema. Garantire massima stabilità ai governi mentre questi ultimi destabilizzano la sicurezza delle vite della maggioranza delle popolazioni non è più uno schema sostenibile e viene rifiutato in blocco da queste ultime, anche al costo di rifiutare il sostegno ai candidati progressisti (leggasi sconfitta di Hillary Clinton) ed effettuare scelte “irresponsabili” (leggasi Brexit e vittoria del No). Se la cultura progressista fosse ancora in grado di leggere la realtà in maniera scientifica e non ideologica, si renderebbe conto del fatto che la scelta di puntare su una riduzione del grado di democrazia, compiuta negli anni ’80-’90, e non su un suo ampliamento, è stata un errore strategico pagato a carissimo prezzo. Democrazia, infatti, non significa esclusivamente la possibilità di votare i propri candidati: significa anche poter partecipare alla vita sociale tramite uno standard di vita dignitoso, avere la libertà di rifiutare condizioni di lavoro ingiuste, partecipare alla decisione in merito a cosa, quanto e come produrre beni ed erogare servizi. In questo senso, non ci sono governi efficienti che possano salvare la cultura progressista: anzi, questa dovrebbe ragionare sull’idea che sono i governi a dover diventare più “governabili”, più monitorabili e controllati da parte delle popolazione. E che la stabilità è in primis quella fornita da una piena occupazione, una struttura di enti locali funzionanti e competenti, una rete di protezione sociale pubblica efficace e una sinergia positiva fra istruzione ed innovazione.
Gli elementi per capire le ragioni di questo esito referendario, così come del successo dei populismi, ci sono. Basta osservarli.

renzi-boschi

Articolo di MMT Italia pubblicato su “La Voce di Romagna”
Con il referendum costituzionale del 4 dicembre è in gioco ovviamente la forma dell’assetto istituzionale e il rapporto centralista che si vuole instaurare in un paese storicamente legato alle identità locali, tanto da faticare ancora a sentirsi “unito“.
Ma è in gioco soprattutto un’idea politica, che prescinde dalle dimissioni di Renzi e dal governo che dovrà portarci alle prossime elezioni.
Il referendum è l’ultimo tassello di un’onda quarantennale che ha in Italia il suo epicentro iniziale nell’assassinio di Moro e il suo spartiacque nel successivo crollo della Prima Repubblica, nel 1992, coinciso con la decadenza effettiva dei valori costituzionali. 
Quanto accaduto successivamente è un flusso continuo di ideologia neoliberista che ha invaso pervicacemente la nostra società. A livello economico, costruito il falso mito del debito pubblico, che con il Trattato di Maastricht ha trovato nell’euro la saldatura perfetta, i principi fondamentali della Costituzione sono stati sotto-ordinati ai vincoli astratti dell’economia.
L’aiuto ad un disoccupato o un malato ha trovato il muro invalicabile delle formule magiche, condensate nel famoso limite del 3% di deficit annuo. Le buone intenzioni si scontrano sul muro della mancanza di denaro. Il disoccupato resta tale, il malato può crepare.
L’articolo 3 della Costituzione, ad esempio, è stato trasformato in carta straccia proprio per la limitazione artificiale dell’azione pubblica: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
A livello politico la supremazia dell’economia sulla società e sulla politica ha dovuto trovare il suo equivalente nel costante indebolimento del Parlamento, di fatto non più sovrano, al fine di favorire l’azione dei governi chiamati ad essere l’anello finale dell’ordine neoliberista.
Chi voterà Sì, al di là delle discussioni tecniche, permetterà che questo processo dilaghi ancora nonostante in tutto il mondo, in diversi e pur contraddittori modi, la resistenza al neoliberismo si stia ormai affermando.
Chi voterà No, invece, si farà carico di fermare questa deriva e di rimettere al centro della discussione la nostra Costituzione, i suoi diritti fondamentali, sopra il dominio economico.
Questa è la vera sfida in atto. E credo che stavolta, dopo decenni di umiliazioni, gli italiani sapranno indicare la retta via del No.
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