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Altro contributo importante per far comprendere l’irrealismo politico e la faciloneria di chi pensa di poter modificare i trattati europei, per allentare i vincoli di bilancio causa della crisi economica.
Di Maria Luisa Visione. Fonte: http://www.sienanews.it/economia/ma-i-trattati-europei-sono-modificabili/
 
Rispondo con questo articolo alla domanda di molti lettori che cercano una spiegazione concreta, o quantomeno verificabile, da contrapporre al comune sentito dire, che oscilla tra mito e realtà.
Per ottenere maggiore flessibilità nelle regole di bilancio nazionale è necessario proporre modifiche ai trattati europei, che consentano di superare i vincoli comunitari imposti agli Stati membri.
Le possibili modifiche sono regolate dall’art. 48 del Trattato sul funzionamento dell’UE, nel quale sono disciplinate due procedure di revisione: quella ordinaria e quella semplificata. 
La revisione ordinaria parte dalle proposte (progetti) esercitabili da governi nazionali, Parlamento europeo o Commissione europea, da sottoporre al Consiglio dell’Unione che potrà decidere di esaminare o meno quanto ricevuto attraverso una convenzione (da convocare), composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, da capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal Parlamento e dalla Commissione europei (anche BCE, in caso di modifiche istituzionali nel settore monetario).  I progetti presentati vengono trasmessi dal Consiglio dell’Unione al Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali. Il tutto allo scopo di convocare una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri, per stabilire le modifiche di comune accordo da apportare ai trattati.  “Le modifiche entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali”, e, se, nei due anni successivi dalla firma di un trattato che modifica i trattati, uno o più Stati membri non hanno ratificato, tutto è deferito al Consiglio europeo.
Nella procedura di revisione semplificata, invece, è il Consiglio europeo che delibera all’unanimità, ma la decisione entra in vigore solo previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali. Inoltre, la procedura semplificata, non può essere estesa a modificare le competenze assegnate all’Unione.
Ipotizziamo che il nostro Governo chieda di riformare i trattati con una procedura di revisione ordinaria, per realizzare politiche economiche espansive. Sottopone il progetto al Consiglio dell’Unione, anche se non ha alcun alleato tra gli altri Stati membri. Il Consiglio dell’Unione lo trasmette al Consiglio europeo e lo notifica ai parlamenti nazionali. A seguito di parere favorevole, il presidente del Consiglio europeo convoca la convenzione. Viene esaminato il progetto e adottata per consenso la raccomandazione alla conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (CIG). Se tutti gli Stati membri ratificano (conformemente alle loro rispettive norme costituzionali), le modifiche entreranno in vigore.
Per trasformare quindi le parole in concretezza, quando con facilità si parla di ricevere flessibilità sull’applicazione dei trattati in tema di vincoli di bilancio e politiche economiche e sociali, che consentano di rivedere limiti contabili e di non applicare l’austerity, occorre:

  1. essere preparati e competenti, per essere presi in considerazione;
  2. proporre modifiche concrete e circostanziate, che possano ricevere parere favorevole;
  3. avere l’unanimità da parte degli altri Stati membri.

Diversamente è soltanto un’illusione.

Pubblicato su La Voce di Romagna il 21 gennaio 2017
Di Pier Paolo Flammini
Il dramma del terremoto e del maltempo che colpisce ancora l’Appennino Centrale arriva in contemporanea o quasi con l’ennesima lettera con la quale la Commissione Europea ha chiesto al governo italiano una manovra finanziaria correttiva pari a 3,4 miliardi di euro per rispettare gli impegni di bilancio presi con la governance europea.
Mai, forse, si è verificato una situazione più stridente nei rapporti tra l’Italia e la Commissione Europea. Senza entrare nel merito della Legge di Stabilità del Governo Renzi, per molti versi non indirizzata verso una ripresa economica ma ad una banale ricerca di consenso di breve periodo, non vi è in realtà alcun motivo per cui gli italiani debbano sottoporsi a nuovi sacrifici economici.
La Commissione chiede, banalizzando, che pezzi di monete, banconote o numeri elettronici presente nei bit dei conti correnti bancari, da cittadini e imprese, vengano letteralmente “distrutti”, ovvero annullati e ritirati dalla circolazione. Bruciati come nel Medioevo accadeva alle streghe e agli eretici. Insomma: la richiesta della Commissione Europea è un’azione frutto esclusivo di una credenza di tipo medievale, in base alla quale ritirando 3,4 miliardi dalla circolazione, non si capisce bene perché, l’economia dovrebbe andare magicamente meglio.
Abbiamo invece un’Italia ferita, non solo dalle tragedie naturali ma anche da un disastro che coinvolge la vita quotidiana di centinaia di milioni di europei. Abbiamo bisogno di stanziamenti di moneta perché abbiamo braccia per lavorare, case da ricostruire, territori da rimettere in sicurezza, bellezza da consegnare alle generazioni che verranno. Altri, invece, consegneranno dei numeri distrutti. Con una nazione distrutta.

In queste amministrative 2016, dove si vota per eleggere i consigli comunali di importanti città e paesi italiani, se ne son sentite di tutti i colori. Generalmente le varie forze politiche hanno promesso come al solito mari e monti, dimenticandosi (o facendo finta di non conoscere) i meccanismi del subdolo patto di stabilità, in base al quale se la giunta comunale ha dei soldi in cassa risalenti, ad esempio, all’annualità del 2015, non può utilizzarli e per finanziare lavori nell’anno 2016 deve necessariamente trovare delle entrate di pari valore in questo stesso anno (pur avendo in cassa migliaia o milioni di euro dagli anni passati!) e deve quindi tassare sempre più i cittadini o svendere il patrimonio pubblico nel corso del 2016 (per approfondire, vedi qui: https://mmtitalia.info/leconomicida-per-eccellenza-come-funziona-il-patto-di-stabilita/).
Già questo sistema di ammanettamento della spesa pubblica locale dovrebbe far gridare allo scandalo le varie forze politiche locali, e soprattutto esse dovrebbero chiedere con forza in campagna elettorale di uscire da questo perverso meccanismo generatore di miseria, mettendo come primo punto del programma elettorale l’unione con altri sindaci di tutta Italia per la rottura del patto di stabilità stesso. Invece no. Meglio continuare ad essere ignoranti sul tema e pensare che “se un comune non riesce a realizzare opere è perché l’amministrazione è inefficiente”. Sì, vabbè.
Ma c’è di più.
Le varie forze politiche, praticamente in tutti i comuni italiani dove esse sono candidate, hanno portato avanti un progetto ancora più vergognoso, progetto espressione diretta dell’Unione Europea. L’idea è questa: “visto che i soldi non ci sono nei comuni, una volta che amministreremo questa città, cercheremo di reperire quanti più Fondi Europei possibili”.
Geniale! Finalmente possiamo sconfiggere questa crisi con i fondi europei generosamente elargiti dalla misericordiosa Unione Europea. Quanta grazia.
Sì, ma in cosa consistono questi fondi Ue?
Premetto che la materia è burocraticissima, ma io voglio spiegarla in maniera breve. In sostanza, ogni stato membro dell’UE contribuisce al bilancio dell’UE stessa. Invia soldi presi dalle nostre tasse, denaro che torna indietro sotto forma di fondi europei di vario tipo. Ma quindi sono un affare? No.
Ecco perchè:
1. I fondi europei che tornano indietro ad un paese come l’Italia sono briciole. Come si vede dall’immagine sotto riportata, dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo nei confronti dell’UE che ammonta a ben 72 miliardi. 72 miliardi di euro che sono spariti dalle nostre tasche, grazie alle tasse che abbiamo pagato. Nei tempi recenti abbiamo versato al bilancio europeo praticamente 6-7 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a quelli che ci tornavano indietro (vedi immagine), e soprattutto abbiamo sottratto ricchezza finanziaria dalle tasche degli italiani in un momento di forte crisi di consumi come quello che stiamo attraversando oggi.

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2. Noi siamo contribuenti netti al bilancio europeo, quindi versiamo più di quanto ci torna indietro, ma ci sono molti paesi UE che sono beneficiari netti: ottengono più soldi di quanti ne pagano con le loro tasse. Esempi sono la Polonia, la Grecia, la Spagna. Che significa tutto ciò ? Che siamo un paese in crisi occupazionale e di domanda, ma che stiamo finanziando altri paesi dell’UE, tra cui la Polonia che ad esempio non soffre di crisi occupazionali come quella dell’Eurozona (anche perchè si guarda bene dall’entrare nell’Euro). I soldi delle tasse dei cittadini italiani vanno a finanziare progetti all’estero, in certi casi anche in paesi che stanno meglio di noi. Sei contento di tutto ciò? Io ho i miei dubbi.
3. Ce ne sarebbe già abbastanza per catalogarli come una presa per i fondelli, ma non basta: una volta che arrivano i fondi europei, questi devono essere ulteriormente co-finanziati dagli stati membri che beneficiano dei fondi, in quote che vanno dal 50 all’85% del fondo stesso. Non solo sganciamo più soldi all’UE di quelli che ci tornano indietro, ma quando i famigerati fondi arrivano dobbiamo pure nuovamente cofinanziarli.
4. Il co-finanziamento è uno strumento di controllo della spesa pubblica. Perchè la spesa pubblica a livello di governo centrale è già vincolata dal deficit limitato al 3% del PIL, inoltre a livello locale la spesa è limitata dal patto di stabilità interno, e con queste difficoltà di reperire fondi per la sanità, la sicurezza e tutti i servizi pubblici essenziali a causa dei parametri fiscali europei, dobbiamo anche andare a trovare ulteriori fondi per co-finanziare fette ingenti dei fondi europei.
5. “Sì, però una volta che arrivano i fondi, almeno possiamo spenderli come vogliamo, per promuovere aree bisognose”.
Eh no. I fondi europei sono vincolati allo sviluppo di progetti di interesse europeo, stabiliti a Bruxelles dalla Commissione Europea. Lo stato membro, prima di ottenere i fondi, stipula con la Commissione un “Accordo di Partenariato”, dove vengono definite tutte le modalità di utilizzo dei fondi stessi. L’accordo ovviamente non lascia libertà agli stati membri, ma deve essere approvato nei minimi dettagli dalla Commissione stessa. Guai a sgarrare, la Commissione definisce la strategia, gli stati si adeguano. Non ci credete? L’Italia ha predisposto la bozza di partenariato per i fondi UE 2014-2020 a dicembre 2013. A marzo 2014 la Commissione ha fatto pervenire al governo italiano delle modifiche all’accordo stesso. Il governo si è uniformato alla decisione Ue e ha mandato la versione revisionata ad aprile 2014. Andava bene? No. A luglio 2014 la Commissione ha mandato al governo ulteriori osservazioni e raccomandazioni, alle quali ovviamente il governo ha dovuto adeguarsi, fino all’approvazione definitiva dell’accordo su come utilizzare i fondi ad ottobre 2014. Tenete conto che se lo Stato non adempie al co-finanziamento dei fondi stessi, sono presenti tutta una serie di sanzioni economiche, ad un paese già in crisi come il nostro. Non so se ci si rende conto della perdita di sovranità alla quale siamo arrivati.
Ma in fondo, perché risolvere questa crisi epocale tornando ad una moneta sovrana, con la flessibilità del tasso di cambio che permette di reagire agli shock esterni, e con la possibilità di aumentare il deficit per rispondere a crisi di domanda come quella che stiamo vivendo oggi?
No, molto più efficace avere una moneta troppo forte per la nostra economia, essere vincolati ad un deficit massimo del 3% o fare pareggio di bilancio, non riuscire a garantire i servizi pubblici essenziali, e sperare nei magnificenti fondi europei.
Geniale, no?
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per scaricare il pdf.Totò truffa

“Amo Roma e mi fa molto male vedere la mia città ridotta così. Quando esco in macchina mi pare di stare in barca o su una pista da ballo tanto è sconnessa la strada. Purtroppo non ci sono più soldi, amministrare è diventato difficilissimo, non ci sono più soldi”. Caro Ennio, non è proprio così

Lo scrive chiaro e tondo Fubini sul Corriere.it: la Commissione chiede di “spostare la contrattazione salariale sempre più verso i territori e le aziende. Altrimenti il Jobs Act sarà privo di una gamba essenziale. Renzi deve scegliere”.

Un Presidente del Consiglio degno di questo nome non passerebbe il tempo a fare degli show con Bruno Vespa o nella sua Firenze. Un Presidente del Consiglio degno della nostra Costituzione invierebbe al commissario ai Servizi Finanziari Jonathan Hill, ex lobbista londinese, l’articolo 47 della nostra Costituzione e si rifiuterebbe di obbedire a questo genere di folli ordini. Che altra motivazione non possono avere se non quello di esperimenti sociali sulla pelle degli italiani.

Poniamo doveste combattere una guerra. Di quelle vere, come abbiamo conosciuto nella storia. Un esercito da una parte della trincea, un esercito di fronte. Fucili, cannoni, aereoplani, mine, filo spinato.
Ad un certo punto uno dei due eserciti viene privato di tutte le armi. Può combattere soltanto dei corpo a corpo con i coltelli e arnesi da cucina. L’altro esercito invece progredisce negli armamenti tecnologici.
Il generale dell’esercito disarmato vi farà un po’ pena. Sposta le truppe, studia le mappe, la configurazione del terreno, i punti deboli dell’avversario, i tempi dei rifornimenti di cibo e acqua. Ma non potrà vincere mai quella guerra.
Il generale dell’esercito disarmato, non ha il coraggio di ordinare il rompete le righe. Deve diffondere tra i soldati la convinzione che le cose stiano andando meglio, e che riusciranno comunque a battere il nemico.
Tuttavia se fosse onesto, il generale dell’esercito disarmato dovrebbe dire ai soldati e alla sua nazione: “Non possiamo combattere né difendere il nostro suolo. Senza armi sarà impossibile ricacciare i nemici oltre i confini”.
La colpa principale, e grave, del generale è l’omissione della verità. L’esito finale della sua omissione sarà una carneficina tra le sue truppe. Così sarà ricordato dalla storia.
Matteo Renzi è l’ultimo generale dell’esercito disarmato chiamato Italia. La miccia accesa alla bomba è in mano sua, da quasi due anni. Non può fare nulla, e infatti nulla fa, se non spostamenti di truppe, ranci girati un po’ qua e un po’ là. Il suo esercito è totalmente sottomesso alle decisioni del nemico, che si chiama Mercato Globalizzato e ha un centro direzionale iper-attrezzato di nome Mercato Finanziario Globalizzato.
Nel caso delle “4 banche” CariChieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, il generale Matteo Renzi può parlare e può studiare. Non può agire come sarebbe previsto dalla nostra Costituzione. Parla e dice: “Il Governo italiano quando ha visto che quattro banche rischiavano di chiudere e rischiavano di perdere migliaia di posti di lavoro e i soldi dei contribuenti è intervenuto e sono molto lieto delle misure che ha preso perché ha salvato i soldi dei conti correnti e i posti di lavoro
(fonte Huffington Post).
Può studiare: “Matteo Renzi dice sì all’apertura di una commissione di inchiesta parlamentare su ciò che è avvenuto nel sistema bancario italiano ed europeo negli ultimi 15 anni“. Ma non ha le armi per agire.
Le armi sono saldamente in pugno di un esercito del nemico non democratico, infatti i generali rispondono al nome di Commissari e non di Ministri. Il generale che ha di fronte Renzi si chiama Jonathan Hill. Nonostante sia a capo di un potere immenso, avendo il “Commissariato” più potente, quello ai Servizi Finanziari, nessuno nell’esercito di Renzi e nella popolazione da lui difesa sa quale sia il suo volto, figuriamoci la sua storia. La distanza è Potere.
Jonathan Hill si può permettere di irridere una nazione intera perché non ha alcun rapporto con i governati da Renzi, e infatti dice che le banche “vendevano alla gente prodotti inadatti” e questo ha avuto “conseguenze personali per alcune persone in Italia”, e ancora: “Hill non ci gira intorno: è il governo italiano a essere alla guida” del processo di salvataggio delle 4 banche italiane “ed ha la responsabilità per questo“. “Il governo ha discusso a lungo con la Commissione, in particolare con la Direzione generale concorrenza” che ha “ritenuto che le misure prese erano compatibili con la legislazione Ue” sui salvataggi bancari.
Fine della guerra.
Jonathan Hill è un politico conservatore inglese fondatore di una società di lobbying Quiller Consultants, nel 1998. Qui alcune informazioni sintetizzate da Filippo Abbate di Me-Mmt.

Tutti coloro che vi parlano di libero mercato, di responsabilità individuale dei piccoli risparmiatori, di aiuti di Stato, va bene, sono tutte cose buone. Ma omettono di dire che anche questa è una guerra, combattuta con strumenti sofisticatissimi, dove i Matteo Renzi di turno fanno sistematicamente la figura dei pagliacci (meritandosela in pieno, sia detto). Nessuna società si regge a lungo sui libri di testo, perché l’umanità è sempre più complessa del più illuminante dei saggi, e i libri di testo di chi è oggi al comando sono pura astrazione matematica chiamata economia. Qualcosa esattamente speculare al socialismo reale, quando si riteneva che l’umanità potesse conformarsi a rigidi modelli intellettuali. 
Qui alcune risposte:
Video, Ben Bernanke, capo della Fed, Banca Centrale Usa, spiega che il salvataggio delle banche americane è avvenuto senza chiedere un centesimo di tasse ai cittadini: Le tasse non pagano la spesa pubblica

Articolo di Giacomo Bracci, Quanto ci costa (non) salvare le banche, 22 ottobre 2015.
Articolo di David Lisetti, La Germania salva i suoi risparmiatori. L’Italia offre il loro scalpo alla Ue, 10 dicembre 2015.
Video della conferenza “Lasciateli Fare”, registrato a Recanati sabato 5 dicembre 2015, si ascolti dopo 1 ora e 20 il trader e blogger Giovanni Zibordi su questioni bancarie:

Fonte: Riviera Oggi

La Monsanto (e altre corporation) dettano, la Commissione ricopia e poi il Parlamento approva anche se non c’è una maggioranza favorevole. Il lobbismo testuale e protetto: “La competenza degli esperti fornita dai lobbisti è una risorsa”. La faccia anti-democratica della burocrazia europea

La Commissione accentra poteri esecutivi e legislativi in stato di “monopolio”. Una aberrazione giuridica che di fatto qualifica l’organizzazione unionista come contraria ai principi alla base delle democrazie moderne, quello della divisione dei poteri.