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Per il comico il “No” sarebbe peggio della Brexit. Ma andiamoli a vedere i dati della Gran Bretagna: Disoccupazione ai minimi dal 2005, investimenti in aumento, riduzione sussidi per disoccupazione, crescita stimata rivista al rialzo e superiore al resto d’Europa. Benigni, studia!

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PREVISIONI ECONOMICHE PRIMA DELLA BREXIT:
Renzi: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe una sciagura per gli inglesi…”
Ocse:Brexit brucerà il 3% di crescita del Pil inglese entro il 2020 e il 6% entro il 2030″.
Fondo Monetario Internazionale per bocca del direttore generale Christine Lagarde: “L’impatto sull’economia britannica se il referendum del 23 giugno sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà da abbastanza a molto, molto grave”
Paolo Mauro, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington (ove è approdato dopo vent’anni al Fondo Monetario Internazionale): “La Brexit creerebbe grossi problemi all’economia del Regno Unito”.
POI UN BEL GIORNO VINSE IL BREXIT:
Le agenzie di rating, ignare del funzionamento dei sistemi monetari moderni, declassano immediatamente i titoli di stato inglesi…
LA REALTA’ DOPO IL BREXIT:
Nonostante il declassamento, i tassi d’interesse sui titoli inglesi diminuiscono anzichè aumentare…. “Lo Spread scende a 159 punti, mentre il Bund a 10 anni rende -0,07% (negativo!). Nuovo record per i titoli di stato inglesi dopo la Brexit”
Ansa: “Dal rapporto della Cbi, la confindustria britannica, secondo cui l’industria dei servizi – che rappresenta l’80% dell’economia nazionale – si è ulteriormente rafforzata negli ultimi tre mesi, anche dopo quindi il referendum che il 23 giugno ha sancito l’uscita del Paese dall’Ue. E a fare la parte del leone è proprio il settore dell’accoglienza, con Londra in particolare che è meta di un numero sempre maggiore di turisti. Segnali positivi che sono confermati da un rapporto di Lloyds Bank sulla fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, ai massimi dal 2011.”
Ansa: “E’ stata confermata la crescita dello 0,6% del Pil britannico nel secondo trimestre. Il dato arriva dopo due mesi dal voto favorevole alla Brexit nel referendum del 23 giugno“.
Ansa: “Indice Pmi manifatturiero è salito ad agosto in Gran Bretagna ai massimi da 10 mesi. …. la fiducia dei manager d’impresa è volata a 53,3 punti, ribaltando il livello di luglio, sotto i 50 punti”.
IlSole24ore: “La sterlina ha toccato il massimo da sette settimane dopo la diffusione dell’indice Markit Pmi sui servizi di agosto, che è andato oltre le attese. La valuta britannica è salita a 1,3372 dollari, con un rialzo di circa lo 0,45% sul biglietto verde; contro l’euro è salita dello 0,32% a 1,195. L’indice Markit è balzato ad agosto a 52,9 dal 47,4 di luglio (un aumento di 5,5 punti, il massimo da 20 anni).
Prima del voto su Brexit e anche nelle prime reazioni a caldo la maggior parte degli analisti e dei policymakers aveva dato per scontata la caduta in recessione dell’economia britannica. Gli ultimi indicatori sembrano allontanare gli scenari più cupi”.

Serve aggiungere altro?
Sì.
Utilizzeranno lo stesso terrorismo mediatico per il referendum costituzionale di ottobre. Confindustria ha già iniziato.
Dal Corriere della Sera: “La consultazione elettorale per Confindustria non farebbe altro che consegnare il Paese a una fase di instabilità. Foriera di conseguenze negative sul piano economico: aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, aggravamento del credit crunch, aumento della spesa per interessi legata al finanziamento del debito pubblico, difficoltà del Tesoro a condurre in porto le aste dei titoli di Stato, fuga dei capitali. L’effetto di questo scenario sul Pil sarebbe il seguente: -0,7% nel 2017, -1,2% nel 2018, +0,2% nel 2019. Di fatto altri tre anni di recessione. Con una perdita complessiva di 1,7 punti di Pil. Mentre — sempre secondo l’ufficio studi di viale dell’Astronomia — la situazione sarebbe molto diversa con la vittoria del Sì: nello stesso triennio il Pil salirebbe del 2,3%. Da qui il divario di quattro punti percentuali che separa i due scenari. Ovviamente tutto questo aprirebbe una «questione lavoro»: 258 mila posti in meno con la vittoria del No a fronte di 319 posti in più rispetto a oggi se la spuntasse il Sì.”
Hai ancora dei dubbi su cosa sia meglio votare nel prossimo referendum?

da Trentino MMT.
A quanto pare, la notizia che tra gli under 35 britannici abbia vinto l’astensionismo non sembra essere passata ai riflettori quanto il dato di comodo dell’affermazione del voto per il Remain nella stessa fascia di età (parliamo di un 63% di astensione per gli under 35 mentre tra over 65 si attesta al 17%).
L’aspetto interessante di tale faccenda è però l’indignazione nei social network, concretizzatasi in una miriade di commenti indignati dei loro coetanei “paneuropei” che vi hanno letto la conferma dell’egoismo delle “vecchie” generazioni a loro scapito. Che il cuore dei giovani europei palpitasse con tale passione per una zona di libero scambio come la UE, di primo acchito mi ha lasciato piuttosto perplesso, perché mi sembrava una passione degna più di Cavour e gente simile che dei freschi virgulti continentali.
brexit1-410x218Quando, però, ho verificato che tale dato, con annessa indignazione, era una delle “notizie” più battute dai media (cartacei, televisivi e digitali), la perplessità ha lasciato spazio alla mia di indignazione. L’aspetto su cui i mezzi di informazione hanno puntato è stato quello di costruire ad arte il mito di un conflitto generazionale, in cui i vecchi brutti-sporchi-cattivi hanno succhiato il midollo del giardino dell’Eden, vivendo al di sopra delle proprie possibilità e lasciando ai poveri ragazzi solo le briciole e tanta disperazione. Ecco, allora, disegnato l’identikit del cinquantanovenne in pensione (di già? bastardo!), che dopo quarantatré anni di lavoro, vissuti come un nababbo, ha lasciato un debito pubblico che i suoi figli e nipoti, degni epigoni della piccola fiammiferaia, dovranno pagare a suon di lavoro precario, abbassamento salariale con rispettivo aumento del carico lavorativo (dove presente), eliminazione di un’organica tutela sanitaria, assenza di contribuzione pensionistica, e via discorrendo. Ergo, sembrano invitare i soloni dell’informazione continentale, lottate – o giovani – contro i vostri padri e nonni, affamatori e arraffatori.
Non farebbe una piega, se fosse vero. Peccato che sia totalmente falso. Ripeto: falso. Il debito pubblico (la grande colpa) non scatena assolutamente le iatture elencate in precedenza. Non lo può fare se lo Stato è sovrano, ovvero se è monopolista della propria moneta. Le generazioni “cicala” non sono state affatto tali e accusarle di essere la causa della vera distruzione di prospettive e salvaguardia delle giovani generazioni è criminale, perché scatena un odio ingiustificato fondato su asserzioni false. Se le “vecchie” generazioni avessero vissuto nell’austerità, nel pareggio di bilancio e nel rigore finanziario professati dagli euroliberisti – di destra e di sinistra – non avrebbero lasciato un paradiso ai propri eredi. Anzi, avrebbero lasciato un inferno peggiore dell’attuale.
Dunque: lo scontro generazionale è una bufala. Peggio, è uno squallido strumento di distrazione, degno della più bieca propaganda di regime. Serve solo a creare un capro espiatorio per deviare la rabbia di chi – realmente – viene privato giorno dopo giorno del proprio futuro.
brexit2Se i giovani europei non vogliono accettare di vivere sotto ricatto, disoccupati o precari, senza le più elementari basi della civiltà occidentale, hanno una sacrosanta ragione a cercare i responsabili di questo crimine. E usare tutta l’energia in loro possesso per chiedere giustizia. Ma, prima, si affranchino dai megafoni del consenso facile. E individuino le caratteristiche anticostituzionali ed economiche su cui si fondano i Trattati europei. Magari scopriranno che di “remain in EU” non hanno più voglia nemmeno loro.
(Mattia Maistri – Trentino MMT)

La nostra Associazione al suo interno raccoglie una pluralità di posizioni e di punti di vista, una ricchezza di opinioni politiche che sono il fondamento di quella democrazia reale e di sostanza che tanto promuoviamo e la nostra forza sul territorio.
L’unico vincolo che poniamo è la coerenza con quelle verità macroeconomiche inconfutabili e i parametri economici che da sempre indichiamo come necessari per lo sviluppo libero e sostenibile di un paese  e con la necessaria aderenza alla Costituzione Repubblicana.
Pertanto, nel pieno rispetto della nostra pluralità di punti di vista sulle tematiche che riguardano la politica in generale, vogliamo comunque dare la giusta visibilità a questa iniziativa sottoscritta da economisti e intellettuali MMT (Bill Mitchell e Scott Ferguson) o vicini alle nostre posizioni, tanto da essere professionisti con cui collaboriamo apertamente in convegni ed eventi.

Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione. Gli sviluppi normativi che hanno accompagnato la creazione dell’eurozona e le misure prese in risposta alla crisi dell’euro, con l’imposizione di vincoli sempre più stringenti e di regole e strumenti di governance con sempre minore legittimazione (Patto EuroPlus, Fiscal Compact ecc.) hanno accentuato il carattere autoritario e neoliberista di tale progetto di integrazione, che è diventato una vera minaccia alla democrazia e alla sovranità popolare.

L’euro – Una valuta alla radice della crisi

La crisi dell’euro è il prodotto di un errore di concezione e un difetto di costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME), che ha avuto fin dall’inizio quali obiettivi prioritari l’austerità e il contenimento dell’inflazione. Per gli stati membri dell’eurozona, lungi dal condurre ad un processo di convergenza economica e sociale, la prospettiva di uno “sviluppo economico reale” (in termini di salari, produttività ecc.) si è progressivamente allontanata. L’Emu ha finito per alimentare pesanti squilibri macroeconomici (crescenti deficit delle partite correnti non solo nell’Europa meridionale più periferica, ma anche in Francia e in Italia, cui hanno corrisposto crescenti surplus in Germania e in altri paesi) e ha condotto, in una prima fase, a ingenti flussi di capitali dal centro alla periferia dell’eurozona. La disponibilità di credito a buon mercato ha alimentato bolle speculative immobiliari e finanziarie, determinando un aumento consistente del debito privato e, in alcuni casi, di quello pubblico.
Un’importante determinante di tali squilibri è stata la politica di contenimento del costo del lavoro in Germania, realizzata attraverso la riorganizzazione della filiera produttiva dell’export tedesco, con l’utilizzo di lavoro a buon mercato dell’Europa orientale, con politiche di dumping salariale e fiscale e con tagli alla spesa sociale.
La conseguenza di tutto questo è stata una forte pressione sulle economie più deboli perché aumentassero la “competitività internazionale” dei rispettivi settori produttivi nell’industria e nei servizi. Dal momento che nel quadro dell’UME non era possibile farlo attraverso un riallineamento delle valute, l’unica strada era quella della svalutazione interna. In termini pratici, voleva dire smantellamento dello stato sociale, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, riduzione dei salari e della spesa sociale, concorrenza fiscale, attacco alla contrattazione collettiva, riduzione del peso dei sindacati e demonizzazione, o in alcuni casi licenziamento, dei dipendenti pubblici.

L’euro – Uno strumento a vantaggio del capitale finanziario

È importante sottolineare che nessuna di queste cose è accaduta a causa di difetti di costruzione imprevedibili: dal punto di vista di chi ha concepito tale costruzione in un’ottica neoliberista, l’euro ha funzionato bene. Non ha funzionato rispetto agli obiettivi di equilibrio economico tra gli stati membri, di crescita economica e di piena occupazione, ma è stato molto efficace nel distruggere i diritti del lavoro, il sistema di sicurezza sociale, il settore pubblico, la tassazione dei profitti e nell’imporre il salvataggio delle banche con I soldi pubblici.
Questo è il modo in cui l’euro funziona dal punto di vista politico: costringe chi lo adotta ad una concorrenza al ribasso, per la quale la posizione economica di ciascuno stato membro può migliorare soltanto adottando politiche che vanno contro l’interesse della maggioranza della popolazione e a beneficio del capitale internazionale. Crea una spirale di progressiva riduzione delle retribuzioni, delle pensioni, delle prestazioni sociali, dell’impiego pubblico, degli investimenti pubblici.
Come dimostrato chiaramente da quanto è accaduto in Grecia nell’estate 2015, la struttura di governo dell’eurozona non mostra alcuna apertura verso politiche che seguono il volere espresso democraticamente da una maggioranza di cittadini quando queste sono in contrasto con l’agenda neoliberista. Quando il governo guidato da Syriza ha provato a realizzare il suo programma – e persino dopo il mandato ricevuto con l’Oxi del referendum – la BCE ha usato le sue armi finanziarie per costringere il governo a capitolare e firmare il memorandum.

L’euro – Un progetto sbagliato che non è possibile correggere

Come è stato dimostrato ormai da un numero elevato di studiosi, l’eurozona non ha i requisiti per essere un’area monetaria funzionante, né possiamo aspettarci che li possa avere in futuro. Per funzionare, un’area monetaria come l’eurozona, con livelli di produttività e strutture economiche così diverse, necessiterebbe tra le altre cose di ingenti trasferimenti finanziari in grado di compensare gli squilibri economici. Stime attendibili mostrano che occorrerebbe redistribuire qualcosa come il 10% del Pil dalle economie più forti a quelle più deboli. Una passo del genere non solo non è realizzabile politicamente, è anche indesiderabile: come dimostrano tutti i precedenti nella stessa eurozona, i governi dei paesi finanziatori userebbero la loro posizione per influenzare le politiche nazionali nei paesi percettori dei finanziamenti, calpestando la democrazia. Negli anni più recenti abbiamo visto con quale rapidità un tale sistema possa minare la sovranità popolare, dividere I popoli europei e alimentare la xenofobia.
In definitiva, l’opzione di uno stato europeo democratico e federale che non rifletta le attuali disparità di potere tra gli stati membri richiederebbe una società civile europea che al momento non c’è, e che non può certo essere creata dall’alto.

Lexit – La strada per combattere efficacemente il neoliberismo e sostenere la democrazia

Sullo sfondo dell’allarmante perdita di diritti democratici, dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni comuni, le forze di emancipazione presenti in Europa devono proporre un’alternativa praticabile e credibile, basata sull’esercizio della sovranità popolare, al corrente progetto autoritario di integrazione neoliberista. È per questo che occorre avanzare la proposta di una Lexit (left exit, uscita da sinistra) come strumento di rivendicazione democratica.
L’allarmante crescita delle forze di estrema destra nella maggior parte dei paesi dell’eurozona si spiega anche con la loro posizione contraria all’UE e al sistema di governo dell’euro. Le loro proposte politiche sono tuttavia fuorvianti: le forze anti-euro di destra, per esempio, lottano per maggiori controlli sull’immigrazione mentre non fanno alcun cenno alla mobilità incontrollata dei capitali da e verso quei paesi che perseguono politiche di compressione dei salari. Per queste forze sarebbe sufficiente fermare la libera circolazione delle persone in Europa e abbandonare l’euro, lasciando che le valute siano determinate dal libero operare dei mercati e dei movimenti speculativi: possiamo parlare a questo riguardo di “neoliberismo xenofobo”.
Se vogliamo evitare un tale scenario, abbiamo bisogno di una Lexit: un’alternativa internazionalista basata sulla sovranità popolare, sulla fraternità, sui diritti sociali e sulla difesa delle condizioni dei lavoratori e dei beni comuni.
L’insostenibilità dell’eurozona è un fatto oggettivo. Presto o tardi, si porrà una scelta tra alternative vie d’uscita dall’euro, verso destra o verso sinistra, con effetti molto diversi dal punto di vista sociale. Diciamo esplicitamente che l’obiettivo della Lexit è quello di sviluppare strategie di emancipazione di sinistra per superare l’euro e contrastare l’integrazione neoliberista. La discussione è già iniziata e ci sono diverse proposte sul tavolo: invitiamo tutti coloro che condividono l’idea della Lexit a unirsi a questa discussione e alla nostra iniziativa.


Primi firmatari

  • Tariq Ali, author and filmmaker, UK
  • Jorge Amar, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. em. Yangos Andreadis, Pantheion University, Greece
  • Cristina Asensi, Democracia Real Ya and Money Sovereignty Commission, Spain
  • Prof. Einar Braathen, Oslo and Akershus University College, Norway
  • Prof. Lucio Baccaro, Université de Genève, Switzerland
  • Gina Barstad, No to the EU and Socialist Left Party, Norway
  • Luís Bernardo, Researcher, Portugal
  • Simon Brezan, 4th Group of United Left, Slovenia
  • Prof. Sergio Cesaratto, University of Siena, Italy
  • Prof. Massimo D’Antoni, University of Siena, Italy
  • Alfredo D’Attorre, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Fabio De Masi, MEP GUE/NGL, Germany
  • Klaus Dräger, former staff of the GUE/NGL group in the EP, Germany
  • Stefano Fassina, former Vice-Minister of Finance, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Prof. Scott Ferguson, University of South Florida, United States
  • Prof. Heiner Flassbeck, Hamburg University and Makroskop, Germany
  • Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory, Denmark
  • Idar Helle, De Facto, Norway
  • Inge Höger, MP Die Linke, Germany
  • Prof. Martin Höpner, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Dr. Raoul Marc Jennar, Political scientist and author, France
  • Dr. Lydia Krüger, Scientific Council of Attac, Germany
  • Kris Kunst, Economy for the people, Germany
  • Wilhelm Langthaler, Euroexit, Austria
  • Prof. Costas Lapavitsas, SOAS University of London, UK
  • Frédéric Lordon, CNRS, France
  • Stuart Medina, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. William Mitchell, Director of Centre of Full Employment and Equity, University of Newcastle, Australia
  • Joakim Møllersen, Attac and Radikal Portal, Norway
  • Pedro Montes, Socialismo 21, Spain
  • Prof. Andreas Nölke, Goethe University, Germany
  • Albert F. Reiterer, Euroexit, Austria
  • Dr. Paul Steinhardt, Makroskop, Germany
  • Steffen Stierle, Attac and Eurexit, Germany
  • Jose Sánchez, APEEP, Anti-TTIP Campaign, Attac, Spain
  • Gunnar Skuli Armannsson, Attac, Iceland
  • Petter Slaatrem Titland, Attac, Norway
  • Dr. Andy Storey, University College Dublin, Ireland
  • Prof. Wolfgang Streeck, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Diosdano Toledano, Plataforma por la salida del euro, Spain
  • Christophe Ventura, Memoire des luttes, France
  • Peter Wahl, Weed e.V., Scientific Council of Attac, Germany
  • Erik Wesselius, Corporate Europe Observatory, Netherlands
  • Prof. Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Italy

Lexit

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2016-05-10/con-brexit-rischio-forti-cali-pil-e-sterlina-shock-l-economia–133043.shtml?uuid=ADGC1qE
Questo articolo de ‘Il Sole 24 ore’ ben esplicita la fase di terrorismo mediatico in cui già da tempo è precipitata l’Inghilterra alla luce del referendum del 23 giugno.
Gli atteggiamenti mediatici sono quelli ai quali siamo abituati da tempo. Anche solo l’ipotetica uscita dai trattati UE (ricordiamo infatti che l’Inghilterra non ha l’€uro) scatena la bagarre eurista giornalistica che arranca tentando disperatamente di dissuadere dal pensare a questo evento come positivo, di rilancio per il paese.
Infatti ciò che viene prospettato, alla stregua di Frate Indovino, sono le peggiori tragedie economiche: svalutazione fulminante “immediatamente dopo il voto”, contrazione del PIL fino al 3,7% (secondo l’Ocse addirittura la Brexit brucerebbe il 6% del PIL inglese) mentre la permanenza porterebbe ad un incremento del 2%, balzo pirotecnico della famigerata inflazione con un aumento dei prezzi al 4%, posti di lavoro in fumo secondo George Osborne (cancelliere dello Scacchiere avvezzo ai salotti del gruppo Bilderberg) e infine l’allarme del Tesoro britannico di povertà perenne.
Peccato, si sono dimenticati l’elenco delle svariate ed inevitabili catastrofi naturali che accompagnerebbero la Brexit: l’invasione delle cavallette, gli tsunami, valanghe, nonché un’apocalisse zombie, la vendetta di Shakespeare e il ritorno assassino del mostro di Loch Ness.
Ma la cosa ancor più grave, per tornar seri, è la minaccia da parte della NATO verso la possibile uscita, di non esser più partner dell’Inghilterra, di non appoggiarla più, politicamente e militarmente. Ciò ha ovviamente portato allo scatenarsi delle reazioni dei politici inglesi che spingono fortemente per far votare a favore della permanenza in UE.
Per fortuna oltre alle drastiche posizioni come quelle di Osborne e Cameron che annuncia un’imminente guerra, si oppongono quelle di altri personaggi come Anthony Bamford, presidente della JCB che afferma il fatto che una potenza economica come quella britannica, al quinto posto al mondo, può benissimo vivere serena anche se indipendente, contando sulle proprie forze. Egli aggiunge inoltre che l’uscita potrebbe liberare l’Inghilterra dagli accordi supportando i commerci anche all’interno del paese stesso.
Infine, mentre il nuovo sindaco di Londra Sadiq Khan stringe un accordo informale con il primo ministro per collaborare alla campagna “Stay” (restare nell’UE), l’ex primo cittadino Johnson rilascia queste dichiarazioni sulla preoccupazione di Cameron riguardo la pace
“se pensasse veramente (Cameron) che uscire dall’Ue porterebbe ad una guerra, allora quando è andato a negoziare condizioni migliori a Bruxelles non avrebbe minacciato la nostra uscita […] Questa Ue non è democratica, credete che un greco si senta vicino ad un tedesco? Si sentono una comunità? Non credo proprio”
Ora le domande da porsi sono: per quale motivo gli USA sono così preoccupati per un’eventuale uscita?
Cosa importa a loro e perché si arrogano il diritto di minacciare così pesantemente un paese e di metter bocca su decisioni che spettano al popolo britannico ?
Ma soprattutto, il popolo britannico, avrà il coraggio dopo tutte queste indecenti minacce infondate e criminali di saltare giù dalla giostra europea, in tempo, prima che imploda su sé stessa?
Eccoti un fresco esempio del perché un referendum sull’uscita dall’euro è impossibile, caro Di Maio.
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