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Il professore all’Università di Pescara ironizza su Stephanie Kelton e il movimento italiano denominato volgarmente “Memmeta”. E sancisce verità che crede innovative ai suoi attenti lettori. Peccato che sulla Mmt si inventi tutto e non abbia neanche letto chi – come ad esempio Bill Mitchell – sia arrivato anni prima rispetto alle sue odierne conclusioni spacciate per intuizioni genuiali. Male, Albè, male…

Fonte: Me-mmt Veneto
Qui prima parte: Le 7 frodi capitali dell’economia Neoliberista: il debito pubblico
Nel precedente articolo abbiamo sfatato il falso mito del debito pubblico. Ricapitoliamo il concetto fondamentale: per uno stato monopolista della sua valuta, il cosiddetto “debito pubblico” non è affatto un reale debito che deve essere onorato tassando i cittadini, bensì rappresenta un mero dato contabile, la somma delle differenze annuali tra ciò che il governo spende (creando dal nulla) e ciò che incassa (con la tassazione o altri tipi di entrate).
In questo tipo di situazione risulta chiaro che il “debito” del governo (G) rappresenta l’attivo del settore non governativo (NG), se G sarà in condizione di deficit (uscite maggiori delle entrate), NG sarà necessariamente in una condizione di surplus (entrate maggiori delle uscite).
Ne consegue che, per uno stato a moneta sovrana, il debito è un dato contabile che non deve mai essere onorato, anzi, per aumentare la ricchezza finanziaria di NG, tale dato dovrà sempre aumentare. Come afferma l’economista Wynne Godley, un determinato flusso deve necessariamente partire da una parte e arrivare ad un’altra; se un attore economico sta spendendo di più di quanto guadagna, necessariamente ci dovrà essere un altro soggetto che sta guadagnando di più di quanto sta spendendo.
Anche in questo caso ci sono d’aiuto gli stessi dati del Fondo Monetario Internazionale, che testimoniano come il surplus del settore NG (privato) necessariamente corrisponde al deficit di G.

Saldi settoriali Italia.
 Saldi

Pertanto, come ben visibile sopra, una riduzione del deficit pubblico porterà necessariamente ad una riduzione del surplus del settore privato.
Consideriamo ora il caso delle tasse.
Provi il lettore a chiedersi: da dove viene tutta la ricchezza finanziaria con la quale noi possiamo risparmiare, realizzare acquisti, pagare le tasse?
Dal momento in cui, come abbiamo visto nella prima parte di questa serie, il settore NG non può creare ricchezza finanziaria al netto (ma solo scambiarsela), tale ricchezza potrà derivare solamente da un primo atto di spesa da parte del monopolista della valuta, ossia, il governo a moneta sovrana.

Tasse per uno stato a moneta sovrana.
Tasse

Il Ministero del Tesoro e la Banca Centrale sono infatti le uniche entità che possono creare denaro (si ricorda che le banche possono solo creare dei crediti, non reali riserve bancarie).
G, prima di poter raccogliere la sua valuta, dovrà quindi prima spenderla creandola dal nulla, esattamente come un distributore di biglietti dello stadio dovrà consegnare al pubblico gli stessi prima di poterli raccogliere.
Nella situazione di stato a moneta sovrana le entrate da parte di G non possono matematicamente pertanto assolvere alla funzione di finanziamento della spesa pubblica. G dovrà necessariamente spendere a deficit per permettere a NG di godere di ricchezza finanziaria al netto e, pertanto, sia le entrate fiscali che quelle dei titoli rappresentano di fatto una distruzione della valuta dello stato, che andrà a diminuire quei “meno” che lo stesso ha generato all’atto della spesa, ma mai potranno essere superiori alla stessa (nessuno stato al mondo si trova in condizione di “credito pubblico”).
Si legga a tal proposito anche il paper dell’economista MMT Stephanie Bell (Kelton) riportato al seguente link:
https://mmtitalia.info/wp-content/uploads/2012/12/%C3%88-possibile-che-tasse-e-titoli-finanzino-la-spesa-pubblica-Kelton.pdf
Ne deriva pertanto che per uno stato a valuta sovrana non esistono reali vincoli finanziari (se trascuriamo quelli di natura politica o ideologica) e in una situazione di crisi economica potrà agire sulla leva fiscale abbassandola al fine di consentire una sufficiente domanda aggregata (potere d’acquisto) per favorire lavoro ed occupazione (o in alternativa potrà alzare la spesa pubblica lasciando invariata la tassazione). Questa è la reale funzione del deficit dello stato.
Chiaro che in una condizione di non sovranità monetaria, quei “meno” che lo stato genera all’atto della spesa rappresentano una reale passività che esso contrae con il settore finanziario e in questo caso, rappresenteranno un reale debito che dovrà essere onorato per non incorrere nelle “punizioni” dei mercati dei capitali (alti tassi di interesse o speculazioni). L’Italia e tutti i paesi dell’Eurozona oggi si trovano in tale sciagurata condizione (ricordiamo che la Banca Centrale Europea per statuto non può finanziare i deficit dei paesi dell’Eurozona).
A questo punto sorge spontanea la domanda sul perché lo stato a moneta sovrana tassa e vende titoli, dal momento che tali operazioni non sono vincolanti riguardo la sua capacità di spesa.
1) Di nuovo torna utile l’esempio del venditore di biglietti: provi il lettore a riflettere sul reale valore che questi semplici pezzi di carta avrebbero se, per quanto riguarda ad esempio i partecipanti ad un concerto, nessuno si prendesse la cura di passare a ritirare i biglietti consentendo in tal modo l’ingresso delle persone nel locale. Di fatto questi continuerebbero a rimanere dei pezzi di carta senza alcun valore, dal momento in cui nel locale del concerto potrebbe di fatto entrare chiunque e nessuno sarebbe interessato a spendere denaro guadagnato col sudore al fine di acquistare gli stessi.
Allo stesso modo, uno stato che spenda il suo denaro ma poi non ne pretenda il riscatto (la riscossione), di fatto emette semplice carta straccia o bit elettronici (numeri sui conti correnti) di alcun valore, dal momento in cui nessuno sarebbe obbligato ad accettare la valuta dello stato per poter eseguire tutte le transazioni economiche; tutti potrebbero inventarsi anche altri metodi o altre valute e lo stato potrebbe sfaldarsi in una serie di zone franche. In prima istanza la funzione delle tasse è quindi quella di dare valore alla valuta del governo, in quanto tutti gli attori economici di quello stato, al fine di non incorrere nelle sue sanzioni, sono interessati a procurarsi la stessa.
2) In seconda istanza, si rammenta che la spesa a deficit del governo necessariamente innalza le attività finanziarie del settore non governativo e questo fatto è positivo nella misura in cui l’aumento della domanda aggregata che ne risulterà sarà coperto da un pari aumento dell’offerta di beni e servizi producibili da una determinata economia. Una volta superata la massima capacità possibile di offerta in quel sistema, ecco che l’aumento ulteriore della domanda può risultare inflattivo, cioè si tradurrà semplicemente in un innalzamento del prezzo dei beni e dei servizi che in aggregato non aumenteranno. Ecco che in tale situazione può risultare utile che il governo innalzi la tassazione e quindi abbassi il suo deficit, al fine di calmare un’economia che corre troppo, mentre, in condizioni opposte (eccesso di offerta rispetto alla domanda di beni e servizi) dovrà compiere l’operazione opposta, ossia, innalzare il deficit. A tal riguardo si cita il seguente articolo scritto da Beardsly Ruml (dirigente della Banca federale di New York durante la Seconda Guerra Mondiale):
La Guerra ha insegnato al governo (e il governo ha insegnato alle persone) che la tassazione federale ha molto a che vedere con l’inflazione e la deflazione, con i prezzi che devono essere pagati per le cose che sono acquistate e vendute. Se le tasse federali sono insufficienti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto nelle mani delle persone verosimilmente può risultare maggiore rispetto alla produzione di beni e servizi con la quale questa domanda di acquisto può essere soddisfatta. Se la domanda diviene troppo grande, il risultato sarà un aumento dei prezzi e non ci sarà un proporzionale aumento nella quantità di beni in vendita. Questo vorrà dire che il dollaro sarà valutato meno di quello che era prima e questa è inflazione. D’altro canto se le tasse federali sono troppo pesanti o del tipo sbagliato, il potere di acquisto effettivo nelle mani del pubblico sarà insufficiente per acquistare dai produttori di beni e servizi tutte le cose che essi vorrebbero realizzare. Questo si tradurrà in disoccupazione diffusa […]. I dollari che il governo spende diventano potere di acquisto nelle mani delle persone che li hanno ricevuti. I dollari che il governo preleva con le tasse non possono essere spesi dalle persone e pertanto questi dollari non possono più essere utilizzati per acquistare i beni disponibili alla vendita. La tassazione pertanto è uno strumento di primaria importanza nell’amministrazione di ogni politica fiscale e monetaria. (Ruml 1946, 36)
E’ interessante notare che l’articolo di Ruml aveva come titolo “Le Tasse come entrate sono obsolete”, riconoscendo correttamente che la “guerra della finanza” ha insegnato che le tasse sono importanti per altri scopi, non per finanziare la spesa del governo sovrano.
3) Ci altri altre motivazioni per cui l’utilizzo della tassazione è utile, ad esempio per incentivare i comportamenti virtuosi (raccolta differenziata, comportamenti ecosostenibili) e per disincentivare quelli scorretti (fumo, inquinamento, ecc.) o per evitare la formazione di oligopoli finanziari in grado di spodestare il governo di uno stato democratico e anche qui gli esempi possono essere tra i più disparati possibili. Si pensi al ruolo della finanza e delle grandi lobbies che di fatto ci hanno portato all’interno della tragica Europa in cui oggi viviamo e dall’alto la governano.
4) La funzione dei titoli è invero assai più complessa e ha a che fare con il controllo del tasso di interesse interbancario a breve termine (tasso di interesse overnight negli USA), un importante tasso di riferimento sul quale si basano gli interessi dei crediti bancari all’economia reale, compresi i mutui.
Dal momento in cui la spesa a deficit del governo innalza il livello delle riserve bancarie e le banche sono obbligate per legge a presentare alla fine di ogni giorno un determinato saldo di riserve che devono detenere presso la banca centrale, di fatto si scatena una concorrenza al ribasso tra le banche nel prestarsi queste riserve presenti in eccesso nel sistema, mentre una loro scarsità dovuta ad operazioni di surplus da parte del governo farà si che i tassi di interesse si innalzino (sono presenti meno banche con eccessi di riserve rispetto quelle obbligatorie). Su queste riserve la Banca Centrale paga un interesse pari a zero o comunque molto basso e, per evitare che il tasso di interesse interbancario tenda a zero, il governo venderà dei titoli proprio per drenare gli eccessi di riserve presenti nel sistema (il tasso di interesse interbancario non potrà scendere al di sotto dell’interesse pagato sui titoli di stato).
Un’ottima descrizione di questo meccanismo viene fornita dall’economista Bill Mitchell in questa serie di articoli:
https://mmtitalia.info/la-spesa-a-deficit-101-parte-1/ 
https://mmtitalia.info/la-spesa-a-deficit-101-parte-ii/
https://mmtitalia.info/spesa-a-deficit-101-parte-3/
Da notare che in questo caso il ruolo della vendita di titoli statali non è affatto incontrovertibile, dal momento in cui la Banca Centrale può benissimo decidere di innalzare il tasso di interesse overnight alzando il tasso che essa paga sulle riserve. Come giustamente riportato nel nostro “Programma di Salvezza Economica Nazionale”, i titoli di stato sono uno strumento obsoleto che nei moderni sistemi monetari non ha più alcun senso utilizzare.
Di seguito si riporta un esempio di come l’aumento del deficit pubblico in uno stato a moneta sovrana di fatto abbassa l’interesse pagato sui titoli di stato, non l’innalza come erroneamente ritiene l’economia neoclassica (di seguito l’andamento del debito pubblico nel Regno Unito, sommatoria dei deficit annui):

Rend

Come da me ribadito in molte occasioni, tanto da meritarmi il titolo di un bizzarro primato — la soluzione alla disoccupazione di massa è molto semplice — creare abbastanza posti di lavoro da soddisfare le preferenze di lavoro per quelli che non ne hanno uno. Assisto a molti meeting — un po’ qua e un po’ là — e odo ufficiali di governo e di agenzie multilaterali ripetere la stessa cosa — “la disoccupazione è un problema complesso, dalle mille sfaccettature”. La mia replica è sempre la medesima. No, non è così. Tale tipo di linguaggio — falso — è soltanto una scusa per dire che creare i posti di lavoro necessari non si addice all’ideologia dominante. Un altro fatto semplice è che se il settore privato non è in grado di creare i posti di lavoro necessari — beh, signore e signori — vi è solamente un unico altro settore. Fatevene una ragione. In questo blog recensiremo l’ultima pubblicazione del US Bureau of Labor Statistics del suo US JOLTS database di dicembre 2012. Questo insieme di dati invia messaggi chiari e molto semplici sulle cause della disoccupazione di massa — e tutte esse coinvolgono il lato della domanda.
L’altra narrativa che viene rifilata in tali conferenze è che “la disoccupazione è un problema, profondamente radicato, riguardante il lato dell’offerta”. La mia risposta è sempre la stessa. No, non lo è. Tale risposta non significa che io ignori o escluda questioni riguardanti il lato dell’offerta come facenti parte della soluzione. Ma che tutte le politiche supply-side funzionanti — lo sono quando esse vengono applicate nel contesto del lavoro subordinato. Il mainstream invoca continuamente nell’immaginario che la domanda e l’offerta di lavoro siano indipendenti l’una dall’altra. Ciò consente loro di definire armoniose soluzioni d’equilibrio che li porta a riferire agli studenti di economia che tagli salariali e infausti rimedi di welfare del lavoro siano indispensabili per curare la disoccupazione di massa.
Mi sono ricordato di tale genere di conferenze quando sono apparse talune pubblicazioni di dati. Ieri (12 febbraio 2013), il US Bureau of Labor Statistics ha rilasciato gli ultimi dati dal suo US JOLTS database, l’ultima edizione copre il periodo di dicembre 2012.
Amo tale database perché esso fornisce in modo semplice le evidenze incontrovertibili di quanto la concezione supply-side della disoccupazione di massa sia sbagliata — e tutto in poche serie storiche.
Nella nuova relazione d’accompagnamento al rilascio dei dati, il BLS nota che:
“Nell’ultimo giorno commerciale di dicembre vi sono state 3.6 milioni di opportunità di lavoro, di poco variate rispetto a novembre… il tasso di ottenimento di occupazione (3.1%) e il tasso di separazione dal lavoro (3.0%) sono pure variati di poco in dicembre.”
Leggi: statici.
La spiegazione dell’economia lato-offerta propagandata dai conservatori, che utilizzeranno ogni pretesto per discutere qualsiasi appello all’intervento del governo, s’incentra sull’asserzione che la disoccupazione persistente sia un problema strutturale.
Un ulteriore passo in avanti del tipico conservatore, o neoliberista, è di nuovo a Shangri La!1  — per cui, essi ci dicono che v’è bisogno di imporre l’austerità fiscale (eccetto il considerare i tagli ad ogni sorta di spesa pubblica che gli pari il deretano).
Nell’ambito di tale narrativa essi spendono ore nel convincerci che il sostegno federale al reddito per i disoccupati annienterebbe le iniziative, già languide, dei relativi destinatari, e andrebbero tagliate (o abbandonate del tutto).
Essi promuovono politiche sociopatiche, che minano alla fattibilità per i disoccupati di vivere persino la più modesta vita materiale, e mascherano queste indecenze come strategie per incentivare i senza-lavoro a fare di più per cercarne uno.
La narrativa dell’economia supply-sider comincia con il modello di mercato del lavoro che si trova nei libri di testo, che asserisce che la disoccupazione e il salario reale sono determinati nel mercato del lavoro all’intersezione tra le funzioni di domanda di lavoro e di offerta di lavoro.
Il livello di occupazione d’equilibrio viene formulato come di piena-occupazione poiché esso indica che ogni impresa che desideri impiegare a tale salario reale può trovare lavoratori che desiderano lavorare e che ogni lavoratore che desideri lavorare a tale salario reale può trovare un datore di lavoro che desideri impiegarlo. La disoccupazione frizionale viene facilmente ricavata da questa rappresentazione Classica del mercato del lavoro, in quanto disoccupazione volontaria. Supposto costante il progresso tecnico, tutte le variazioni nell’occupazione (e dunque nella disoccupazione) sono causate da trasposizioni della curva di offerta di lavoro. Vi sono stati molti articoli, scritti da economisti mainstream chiave (come Milton Friedman), che argomentano che i cicli economici sono condotti da trasposizioni nella curva di offerta di lavoro. L’essenza di tutte queste storie sulle trasposizioni della curva di offerta è che l’uscita dei lavoratori dal mercato viene formulata come contro-ciclica — ossia, le uscite incrementano quando l’economia è in declino e viceversa — nonostante vi siano tutte le evidenze dell’esatto contrario. Una storia simile, che viene ancora raccontata, è che le oscillazioni dei cicli economici sono caratterizzate da oscillazioni nella disoccupazione volontaria. Così una contrazione dell’occupazione (e una crescita della disoccupazione) emerge — presumibilmente — poiché i lavoratori sviluppano una rinnovata preferenza per l’ozio e per lavorare meno e l’offerta di lavoro per ogni livello di salario reale si sposta dunque verso l’interno (ossia, i lavoratori adesso sono meno propensi ad offrire le stesse ore di lavoro di prima al salario reale attuale).
Così essi lasciano il loro lavoro per andare in spiaggia e brindare con lo champagne.
La diffusione dei benefici della disoccupazione — così la storia prosegue — aumenta l’attrattività dell’ozio. Il motivo è che essi si stendono in spiaggia, sorseggiano il loro champagne e vengono pure pagati per ciò (cortesia del sostegno al reddito).
Chi non opterebbe per tale soluzione?
Ebbene, in maggioranza quasi nessuno farebbe ciò, ma è una verità scomoda. Persino l’aspetto sociologico di tutto ciò è sbagliato — data la dimostrazione di innumerevoli studi che ci rivelano come i disoccupati debbano patire alienazione, diminuzione nelle relazioni sociali e crollo dell’autostima. La ripresa dell’attività economica — così prosegue ancora la storia — è caratterizzata dai lavoratori che hanno sviluppato una rinnovata sete di lavorare e così la curva di offerta si sposta nuovamente verso l’esterno — ovvero, essi hanno voglia di offrire più ore di lavoro di prima agli stessi livelli di salario reale. Evidentemente, essi si nuocciono dall’ozio e ritrovano l’appetito per nuove BMW, orologi di lusso, e vacanze sulla neve a sciare, con tutte le attività e gli svaghi secondari che le accompagnano.
E, ad un livello empirico, tale teoria presagisce che gli abbandoni [del lavoro; NdT] crollino come l’occupazione.
Tutto si ridurrebbe dunque, per sostenere gli spostamenti dal lato dell’offerta, alla questione in base alla quale il tasso di abbandoni sia o meno, contro-ciclico — come la teoria presagisce.
Lester Thurow, nel suo meraviglioso libro del 1983 — Dangerous Currents [“Correnti di pensiero dannose”; NdT] — era in disaccordo e sfidò la visione mainstream chiedendosi:
“… Come mai gli abbandoni aumentano durante i periodi di boom e crollano durante le recessioni? Se le recessioni fossero dovute ad imperfezioni informative, gli abbandoni dovrebbero incrementare durante le recessioni e crollare in periodi di boom, proprio il contrario di quanto avviene nel mondo reale.”
Il riferimento alle “imperfezioni informative” è un’altra versione della storia mainstream lato-offerta. La narrativa prosegue con la Banca Centrale/Tesoro i quali possono comprare una riduzione della disoccupazione (al di sotto del livello che i neoliberisti considerano come tasso naturale — un altro mito) — inflazionando l’economia con la spesa pubblica.
Così l’economia ottiene un aumento dei salari monetari e dei prezzi (la tipica storia di troppi soldi in giro a fronte di troppi pochi beni). L’inganno è che essi asseriscono che il tasso di incremento dei salari monetari è minore dell’aumento dei prezzi e quindi il salario reale crolla. Le imprese reagiscono al declino del salario reale offendo più occupazione — poiché esse sanno che la produttività marginale del lavoro è più bassa (un altro mito). Ma perché i lavoratori accettano di offrire più lavoro quando il salario reale crolla? Dopotutto i modelli di mercato del lavoro dei libri di testo ci dicono che la curva di offerta del lavoro è inclinata verso l’alto in termini di salario reale, poiché i lavoratori offriranno più lavoro solamente se il prezzo relativo del tempo libero (che è il salario reale) sale.
Un altro espediente di questa storia poi è che l’intera offerta di lavoro trasli perché i lavoratori credono
che il salario reale sia aumentato — essi sono tratti in inganno dalla crescita dei salari monetari nel formare la loro convinzione che essi siano più ricchi rispetto a prima ogni ora che passa, così il tasso di abbandoni crolla e l’occupazione aumenta.
Pertanto, per un periodo (breve), l’economia è in grado di operare ad un livello di disoccupazione inferiore al suo tasso naturale. Per quanto tempo può durare ciò? Quanto ci vuole prima che i lavoratori si rechino nei negozi e si accorgano che ora tutto è più caro e che, in effetti, essi sono meno ricchi di prima (perché il salario reale è crollato)? Di conseguenza, una volta appresa la verità, la curva di offerta di lavoro trasla verso la posizione precedente e i lavoratori ritirano la loro forza-lavoro en masse (il tasso di abbandoni sale nuovamente) e l’occupazione e l’attività economica scivolano nuovamente verso il loro livello “naturale”. La lezione che viene conficcata nella mente degli studenti è che tutto ciò dimostra quanto siano futili gli interventi politici che mirino a diminuire il tasso di disoccupazione. L’unico modo in cui il tasso “naturale” possa essere diminuito (se non del tutto) è quello di designare politiche che riducano gli impedimenti strutturali nel mercato del lavoro. Quali sono? Per esempio tagliare i sussidi all’ozio (i benefici della disoccupazione), ecc.
Originale disponibile qui.
Traduzione a cura di Marco Sciortino