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L’economia nazionale ha tre canali dove abbeverarsi, ovvero da dove approvvigionarsi di moneta la cui carenza provoca crisi economica per mancanza di liquidità:
a) il debito pubblico,
b) il debito privato (banche),
c) l’estero.
La riduzione del debito pubblico, come chiesta ancora una volta dal Presidente di Bankitalia Ignazio Visco e come ribadito ad ogni ora dagli editorialisti e politici mainstream, quali conseguenze comporta?
In ultima analisi, a due sole soluzioni (chiamiamole così): o ad un aumento del debito privato (che va poi restituito con gli interessi…), oppure un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni. In assenza di queste due ipotesi, la riduzione del deficit provoca recessioni economiche, e in Italia dovremmo esserne oramai esperti.
Non desiderando il punto b) (aumento debito privato), resta solo c). Come si ottiene c), in una situazione in cui, per ottenere l’obiettivo annunciato, la riduzione del deficit pubblico, si riducono gli investimenti pubblici e di conseguenza non vi è alcun tipo di aiuto esterno al sistema privato per aumentare investimenti e migliorare le tecnologie e la produttività?
Vi sono due strade:
1) una diminuzione del costo del lavoro (già fatto, ma non basta, ovviamente) per ridurre il costo dei prodotti e, contemporaneamente, esportare più di quanto si importa. Questa fu la strada scelta da Monti. La “distruzione della domanda interna”: si consuma meno, l’inflazione diventa deflazione, si importa meno, i prodotti italiani costano meno.
2) aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, nel caso il costo del lavoro non diminuisca e precluda il canale c) in termini di prodotti reali: quindi far arrivare “i soldi” tagliati riducendo debito pubblico attraverso i prestiti di denaro, dall’Italia ma anche dall’estero. Questo avvenne, grosso modo, durante la fase finale del governo Berlusconi. Ovviamente questo punto risente anche dell’azione degli agenti di mercato e delle banche centrali. Ma non vi è dubbio che un aumento delle tasse o una riduzione della spesa, se non garantisce un aumento della quota di entrate dall’estero, si scarica come unica soluzione sull’incremento dei tassi di interesse.
Quindi una riduzione dei deficit, che avviene soltanto tramite una combinazione recessiva di aumento tasse o diminuzione spesa pubblica, può portare solo a: a) recessione; b) riduzione salari e stipendi; c) aumento dei tassi di interesse sul debito.
Altre soluzioni?, dirà il lettore più malizioso.
Alcune sono vietate dai Trattati Europei, alcune non sono gradite a stati europei molto potenti (tipo la Germania). Per questo sono quasi impossibili da applicare. Soltanto per un motivo politico, non tecnico né naturale.
Ad esempio la Bce o comunque l’Unione Europea potrebbe finanziare un piano di investimenti in grado di rilanciare in breve l’economia europea o italiana, garantendo questi prestiti tramite la Bce senza dunque obbligo di restituzione; ad esempio la Bce potrebbe diventare un prestatore di ultima istanza sul debito, calmierandone gli interessi; ad esempio non obbligando l’Italia al venturo pareggio di bilancio ma garantendole una libertà di bilancio in grado di avvicinare la società italiana a quanto prescritto già negli articoli fondamentali della nostra Costituzione.
Potremmo continuare a lungo. Non vi piace? Vi resta la soluzione prevista da Visco, con le conseguenze descritte.

Siamo davvero di fronte ad una legislazione che, per la gravità delle conseguenze che porterà, non è affatto seconda a Maastricht. Privati della sovranità e degli strumenti, che la stessa Costituzione imporrebbe per difendere il risparmio nazionale, l’Italia sarà esposta più che mai a crisi sistemiche, che con ogni probabilità ci porteranno alla fine del nostro Stato e all’adesione, apodittica e per ragioni emergenziali, a quegli Stati Uniti d’Europa da tempo invocati coma la fasulla panacea a tutti i mali del mondo. Vivremo giorni terribili, in coscienza, se avete risparmi, non posso che invitarvi a toglierli dalle banche, quantomeno in una parte sufficiente a garantire il vostro mantenimento, qualora l’intero SEBC, con annesse banche commerciali, dovesse fare la fine, che a questo punto è assai facile prevedere.

Crac banche, l’ultimo attacco è al risparmio degli italiani: “Sarà l’ennesimo passo avanti nella disgregazione dell’idea comunitaria e sociale alla base della nostra Costituzione, per favorire invece la responsabilità privata individuale, che altro non è che l’atomizzazione della società, l’eliminazione di ogni rete di protezione sociale e l’applicazione nuda e cruda del capitalismo ultra-finanziario.
Il tuo lavoro sarà sempre più incerto, i tuoi risparmi saranno sempre più incerti, le cure per la tua salute saranno sempre più incerte, le tue relazioni affettive saranno sempre più incerte”

Altri governi, come quello tedesco, hanno deciso di non rispettare quelle regole. E hanno fatto bene.
Faremmo bene anche noi a non rispettare le stesse regole a cui anche la Germania ci invita a sottostare.

Mosler: “Se le banche hanno crediti a rischio (o sofferenze bancarie), la soluzione non dovrebbe essere chiedere alle banche più requisiti di capitale, come si sta facendo oggi; ma fare in modo che quei crediti non siano più rischiosi. E questo è possibile solo se i debitori avranno più reddito a disposizione e l’economia ripartirà. Il che necessità in questa fase più deficit da parte dei governi europei o nazionali”

Come funzionano i tassi di interesse fissi e variabili. Come ha agito la Banca d’Italia dopo il 1981. Il ruolo di Usa e Germania. Come l’uscita dallo Sme ha fatto scendere i tassi di interesse. Cosa avverrebbe con una uscita ordinata dall’Eurozona.

Un’illuminante citazione del Governatore della Banca d’Italia del 1973, Guido Carli, sul ruolo della Banca Centrale come ramo bancario e finanziario del Tesoro

Come si finanziava il governo (cioè come il Tesoro finanziava la propria spesa) prima del divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia

Il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, oltre ad aver privato il governo dello strumento per il controllo diretto del tasso d’interesse, ha determinato il trasferimento di ricchezza dalla collettività nazionale a favore dei detentori dei titoli del debito pubblico

Con il cosiddetto ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, quest’ultimo rinunciava alla sua sovranità nel definire il livello dei tassi di emissione dei titoli lasciando al mercato la sua definizione. Protagonisti di questo accordo: Andreatta e Ciampi. Ecco cosa è davvero accaduto