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Di Marco Cavedon, postato il 30/03/2020.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2020/03/29/cosa-ci-insegna-lattuale-emergenza-del-virus-covid-19/

Ormai da mesi si sta parlando dell’emergenza legata al diffondersi in tutto il mondo del virus Covid-19.

Il nostro Paese, l’Italia, “vanta” purtroppo i numeri più alti sia di persone contagiate che di morti, che il 28/03/2020 hanno superato la cifra di 10.000.

Quella che all’inizio, anche da parte di vari “esperti”, era considerata una malattia infettiva che non avrebbe portato a conseguenze particolarmente gravi per la nostra popolazione, si sta ora manifestando in tutta la sua drammaticità, tanto che il Governo è stato costretto a prendere via via provvedimenti sempre più restrittivi, arrivando alla chiusura totale delle attività produttive ritenute non di prima necessità col DPCM 22/03/2020, mentre da ormai due settimane è in vigore il divieto di spostamento dalla propria dimora se non per esigenze legate alla spesa, al lavoro o a motivi sanitari o di particolare urgenza, divieto che via via è divenuto sempre più restrittivo.

Quali sono le considerazioni da fare di fronte ad una situazione certamente molto grave, probabilmente la peggiore vissuta dal mondo occidentale a partire dal secondo Dopoguerra ?

Anche in questo caso, possiamo rilevare tutta la drammaticità legata alle regole dell’Unione Europea e dell’euro, che impongono alle diverse nazioni ex sovrane fortissimi limiti nel potere di intervenire. A proclami generici di sospensione del Patto di Stabilità e alle proposte portate avanti da alcuni Paesi dell’Unione di mutualizzare l’emissione dei debiti, finora nulla di concreto è seguito, quando buonsenso avrebbe voluto si fosse intervenuti molto prima del dilagare della situazione. E’ del 28 Marzo la dichiarazione del Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, che ha escluso ogni possibilità di ricorso ai cosiddetti eurobond, salvo poi rettificare in maniera maldestra tramite un suo portavoce l’affermazione parlando in modo generico di “opzioni entro i limiti del trattato”. Insomma, dopo settimane nulla di concreto si sta facendo a livello europeo, considerato anche il fatto che attualmente i Paesi che in qualche modo sono favorevoli all’ipotesi di mutualizzazione del debito sono solo una minoranza, 10 su un totale di 27 e fra questi non mancano differenze notevoli di visioni, considerata la presenza di realtà storicamente avverse all’Italia quali la Francia o comunque fortemente favorevoli alle politiche neoliberiste, quali l’Irlanda. Insomma, anche se si arrivasse (e le condizioni attuali lo escludono) a condividere i rischi sull’emissione del debito non è chiaro assolutamente in che misura questo piano verrebbe attuato, con quali meccanismi e in che tempi, senza contare il fatto che una tale misura richiederebbe ulteriori cessioni di sovranità a livello europeo, con ogni probabilità creando un ministero delle finanze unico, l’ennesimo apparato sovranazionale elefantiaco che molto difficilmente riuscirebbe a prendere decisioni uniche ed efficaci per realtà molto diverse ed in tempi celeri.

Tornando al discorso iniziale, vediamo come di fatto le politiche di austerità nella spesa pubblica mettano decisori e commentatori della politica di fronte a due alternative che umanamente sono inaccettabili, ossia, quella di lasciare il virus dilagare al fine di permettere le attività produttive ed il girare dell’economia, e quella di bloccare le industrie a tempo indefinito senza però un forte intervento dello stato capace di garantire stipendi e pensioni. Basti considerare che in Italia fino a Maggio è stato bloccato il pagamento dei contributi e pertanto il Presidente dell’INPS Pasquale Tridico ha dichiarato che i soldi per pagare le pensioni ci saranno sicuramente solo fino a quella data. Dopodiché dovrebbe intervenire il Governo, che potrebbe però essere a corto di liquidità.

Di fronte a tale drammatica situazione il Governo continua ad appellarsi ad un improbabile intervento europeo, quando altri Paesi, anche facenti parti dell’UE, senza aspettare che siano gli altri a muoversi hanno già dichiarato senza problemi di voler disattendere il Patto di Stabilità e di spendere cifre enormi per far fronte all’emergenza. La Germania ha infatti varato un piano di intervento di ben 750 miliardi di euro per tutelare imprese e famiglie, che comprendono un deficit di 156 miliardi per il 2020. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha approvato un piano di aiuti da 2000 miliardi di dollari per risollevare l’economia, mentre il Regno Unito ha annunciato un piano da ben 330 miliardi di sterline per il sostegno di imprese e lavoro. E in Italia ? Per il momento è stata approvata per il 2020 l’emissione di debito pari a 25 miliardi di euro tramite il decreto “Cura Italia”, a cui se ne aggiungono solo 4,3  versati ai comuni e altri 400 milioni, col vincolo di utilizzare queste somme per le persone che non hanno i soldi per fare la spesa. Veramente poca cosa quindi, se rapportata a quanto realizzato da altri Paesi e considerata anche l’attuale emergenza sanitaria, per fronteggiare la quale in tempi brevi si dovrebbero mettere a disposizione molti nuovi posti letto per la terapia intensiva assieme alle attrezzature, ai medici e agli infermieri necessari. Il Decreto, più che basarsi sul potenziamento dell’organico, parla di retribuzione degli straordinari per  i dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale già attivi e della possibilità di trattenere in servizio medici ed operatori sanitari pronti per la pensione.

Ancora una volta abbiamo la prova di come uno Stato privo della sua sovranità monetaria e di bilancio non abbia di fatto alcun potere di intervenire per la tutela del bene della popolazione e della sua economia, cosa ancora più vera in situazioni di emergenza grave come quella attuale dove la chiusura di interi comparti produttivi non permette al denaro di circolare, mettendo a rischio posti di lavoro e versamenti di contributi al sistema previdenziale ed assistenziale per cifre che potenzialmente possono arrivare alle centinaia di miliardi di euro. E affidarsi alle decisioni degli organismi centrali europei, considerata anche l’emergenza in atto che richiederebbe risposte veloci e concrete, non pare affatto un atto realistico e che possa portare a dei risultati certi.

di Domenico Viola
ELEZIONI PRESIDENZIALI USA DEL ’32 E IL PICCOLO PARALLELISMO CON LE IMMINENTI ELEZIONI ITALIANE. QUANDO HAI TROPPI HOOVER E NESSUNA PROPOSTA DI NEW DEAL.
Durante la campagna presidenziale americana per le elezioni del 1932, in piena Grande Depressione, periodo in cui la gente letteralmente moriva di fame, il presidente Hoover parlava di “unicorni ed arcobaleni“, come direbbero da queste parti, ossia del nulla. Hoover, il quale in quattro anni non era riuscito a tirare fuori dall’inferno della depressione il popolo americano, parlava della necessità che business leaders, banchieri, agricoltori e lavoratori ritrovassero “fiducia” nel futuro e che era solo una questione di tempo che alcune delle sue misure portassero i benefici sperati. Il solito “we just need more time“. In aggiunta a questo, Hoover sottolineava la necessità di Balance the budget, pareggiare il bilancio del governo, fare pareggio di bilancio, austerità. Al contrario, durante la stessa campagna elettorale, Roosevelt parlò della sua intenzione e di quella della sua squadra di implementare un New Deal.
Ecco: secondo voi chi è che vinse?
Addirittura, il 18 Febbraio del ’33, durante il periodo del cosiddetto “Interregnum” durato tra il novembre del ’32 e il marzo del ’33, Hoover fece inviare una sua lettera a Roosevelt da un agente dei servizi segreti presso l’Hotel Astor di New York. In questa lettera, tra le varie cose che raccomandò al quasi presidente Roosevelt, ci fu quella di rassicurare il popolo che non vi sarebbe stata inflazione della valuta e che… il bilancio sarebbe stato mantenuto in pareggio!
Ebbene, Roosevelt “se ne sbatté” dei deliri di quest’uomo e implementò il New Deal mediante il quale creò in pochi mesi milioni posti di lavoro. Il New Deal, come afferma il mio professor Randall Wray, rianimò letteralmente gli Stati Uniti e portò un Paese, che durante gli anni della Grande Depressione era messo forse peggio della Grecia di oggi, nel XX secolo. Addirittura di molte delle cose che furono fatte e prodotte durante il New Deal il popolo americano ne ha beneficiato per decenni e ne beneficia ancora oggi. Lo Stato in quegli anni spese in deficit e il settore privato delle famiglie ed imprese si ritrovò sul suo bilancio dei crediti netti o attivi finanziari reali e ebbe a godere di beni reali, altro che debiti!
Bene: immaginate un po’ che ad oggi in Italia abbiamo tanti Hoover che si presentano alle elezioni e che nessuno ha parlato della impellente urgenza e necessità di fare un New Deal 2.0. Ma tutti vi parlano di ridurre il debito pubblico. SHUT THE FUCK UP!

di Pier Paolo Flammini, pubblicato su La Voce di Romagna
In una scuola ci sono 98 bicchieri d’acqua per 100 bimbi. Durante la ricreazione tutti si recano alla mensa per bere, ma in due restano senza acqua. “Dovete essere più veloci degli altri, così berrete anche voi” li sgrida la maestra. I due bimbi si allenano, corrono, si esercitano: e il giorno dopo riescono a bere. Tuttavia ne restano altri due che rimangono a loro volta senza acqua, e la maestra li sgrida. Così anche loro si allenano. E il giorno dopo bevono; eppure altri due bambini restano senza bicchiere.
La maestra e il preside, assieme ai genitori che protestano, si interrogano e arrivano ad una soluzione: “I bimbi devono essere bravi ed allenati. Se tutti si alleneranno, avranno da bere: è impossibile che i bambini allenati non raccolgano quanto meritino”.
Tutti gli alunni diventano bravissimi nella corsa. Eppure ce ne sono sempre due che non riescono a bere. Così cresce l’aggressività nel momento della ricreazione, con spinte, calci, sgambetti, minacce. Il preside è interdetto: tutti si applicano al massimo persino disobbedendo alla legge, ma resta sempre qualche alunno insoddisfatto.
Basterebbe aprire il rubinetto e riempire altri due bicchieri d’acqua, ma le regole del Provveditorato lo vietano. Nessuno sa perché: pensano tutti che se così si è deciso, così è giusto.
Questa piccola storia è una metafora del funzionamento del sistema capitalistico liberista: gli alunni sono i lavoratori e i piccoli imprenditori ai quali si richiede di migliorare (riforme strutturali), i due bimbi senza bicchiere sono i disoccupati, la maestra è lo Stato italiano, il Preside la Commissione Europea, il Provveditorato la Bce.
Sarebbe sufficiente ampliare un po’ la base monetaria (l’acqua, la liquidità) per non avere più disoccupati, ovvero bambini senza bicchieri d’acqua. Si costruirebbe una scuola più solidale e armoniosa e meno aggressiva.

di Thomas Fazi
Di fronte alle nuove misure di austerità preannunciate da Padoan, è legittimo chiedersi perché i politici continuino a perseguire politiche che elettoralmente non pagano. Cerchiamo di vagliare le possibili ipotesi. Che in Europa negli ultimi anni si siano implementate politiche ultra-impopolari mi sembra lapalissiano. A questo punto possiamo ipotizzare che: (a) i politici nazionali siano stati costretti a implementare queste politiche dall’Europa, nel qual caso quest’ultima sarebbe un problema serissimo con cui fare i conti; (b) che i politici siano così stupidi o ottenebrati dall’ideologia da non rendersi conto che queste politiche sono impopolari: molto improbabile direi; (c) che le implementino nonostante si rendano perfettamente conto delle conseguenze in termini di perdita di consenso. 
Onestamente quest’ultima ipotesi mi sembra la più probabile, anche se non si può negare che in qualche caso (vedi Tsipras) l’ipotesi (a) abbia giocato un ruolo fondamentale. Nel qual caso dobbiamo chiederci: lo fanno perché (c1) sono talmente convinti che queste misure siano necessarie per farci stare tutti meglio alla lunga, al punto di essere addirittura disposti a sacrificare il loro futuro politico sull’altare dell’interesse nazionale? O (c2) perché quelle politiche esprimono gli interessi dei blocchi di potere che quei partiti rappresentano. Onestamente la (c2) mi sembra la più plausible. 
Aggiungerei solo un elemento: le classi politiche sono sempre più transnazionali, nel senso che il destino dei singoli politici è sempre meno legato a un singolo paese, data la possibilità di riciclarsi con postazioni profumatamente pagate negli organismi europei, internazionali o privati. Se tali politiche servano proprio ad “accreditarsi” presso i suddetti organismi, si potrebbe quasi ipotizzare che il “costo” delle politiche impopolari implementate a livello nazionale sia, per certi aspetti, sempre più basso.

Analisi del Def. Nel 2016 lo Stato Italiano, per ogni 100 lire di tasse incassate, ne ha spese 98,5 in servizi come sanità o investimenti come strade, nel 2017 su 100 lire di tasse la spesa sarà di 98,3 (e ne promette 96,8 nel 2019). Come fosse una gara di poker, nel 2016 lo Stato avrebbe vinto qualcosa come 25,7 miliardi. Chi perde? Lavoratori e imprese.

Si allunga la fila della schizofrenia dell’austerità. Oltre Renzi, e Padoan (cicca qui) anche Carlo De Benedetti, principale azionista del gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, entra nel club. Caratteristiche? Una, e basta: “l’austerità fa male, è folle” e contemporaneamente “ridurremo il deficit”. Come ha scritto il giornalista Carlo Clericetti, equivale a dire: “voglio saltare in alto ma senza saltare”, “voglio nuotare nella piscina ma senza tuffarmi”. Di seguito un commento di Mario Volpi.

de-benedetti
Analizziamo L’intervista di De Benedetti uscita ieri sul Corriere della Sera.
Affermazioni condivisibili:
“Oggi proprio la progressiva distruzione della classe media mette a rischio la democrazia; senza che si sia risolto il problema della stagnazione. Peggiorato dalla folle scelta europea dell’austerity in un periodo di piena deflazione, il che equivale a curare un malato di polmonite mettendolo a dieta. La Merkel e Hollande, secondo tradizione, sono l’unico asse europeo; l’Italia è tagliata fuori. Del resto in Europa, salvo che al momento della sua creazione, non abbiamo mai contato nulla. Renzi ha ottenuto 19 miliardi di flessibilità sui conti pubblici; ma ciò non è sufficiente per far ripartire l’economia. Di fatto restiamo a crescita zero”.

Veniamo alle note dolenti che dimostrano come, da una analisi in minima parte corretta, si arrivi a soluzioni completamente errate.
Alla domanda dell’intervistatore dove trovare i soldi?, De Benedetti risponde così:
“Certo non in deficit. Con la fiscalità generale, meglio se progressiva>.
Fantastico!
Come si fa a definire l’austerity “folle scelta europea” e allo stesso tempo affermare che la soluzione non sta nell’ampliamento dei deficit pubblici?
Come si fa a definire l’austerity “folle scelta europea” e pensare di trovare i soldi attraverso “la fiscalità generale” cioè mantenendo il pareggio di bilancio?
Come si fa a dire “Renzi ha ottenuto 19 miliardi di flessibilità sui conti pubblici; ma ciò NON E’ SUFFICIENTE per far ripartire l’economia” e poi affermare che non si deve utilizzare la leva del deficit? Se “non è sufficiente” vuol dire che ne serve di più! ossia che serve più flessibilità sui conti pubblici! ossia che serve più deficit,
Siamo a livelli retorici mai sperimentati in precedenza.
Austerity = scelte di politica fiscale volte all’annullamento dei deficit pubblici che si esplicano attraverso aumenti della tassazione e riduzioni della spesa pubblica al fine di raggiungere il pareggio o l’avanzo di bilancio pubblico.
Austerity = perseguimento del pareggio di bilancio pubblico.
Austerity = annullamento dei deficit pubblici.
E lui cosa propone? Zero deficit cioè l’austerity che prima aveva definito “folle scelta europea”
E’ chiaro?
E’ come se dicessi “fumare è stata una follia, da oggi proveremo con le sigarette”.
Ed è chiara la tecnica comunicativa?
Prima dice due cose condivisibili per entrare in sintonia con te e poi alla fine, quando hai abbassato le difese, ti somministra la stessa medicina che ti ha fottuto fino ad oggi.
Esattamente come tutti governi che si sono succeduti da 25 anni a questa parte, anche De Benedetti sceglie di curare un malato di anoressia attraverso il digiuno.

EU_+_Island._Nei_takk!L’Islanda non ha dato nessuna lezione di calcio. E’ una buona squadra che gioca un calcio semplice e abbastanza efficace, ma nulla di così straordinario. Ovviamente nel suo piccolo e dando un’occhiata alla sua storia calcistica, la nazionale islandese ha fatto qualcosa di realmente notevole! L’Islanda piuttosto, ha dato negli ultimi 5-6 anni una lezione al mondo su quale sia l’importanza dello Stato, ossia delle istituzioni costituzionali di diritto, nell’orientare l’economia nazionale su un sentiero di crescita e di sviluppo socialmente inclusivi e condivisi.
L’Islanda ha dato una lezione al mondo intero su cosa sia in grado di fare un complesso di istituzioni governative in seguito ad una crisi bancario-finanziaria. L’Islanda ha dato una lezione al mondo intero su come devono essere trattati dei banchieri criminali. L’Islanda ha dato una radicale dimostrazione di piena sovranità istituzionale, giuridica e territoriale ad un organismo sovra-nazionale come il Fondo Monetario Internazionale.
L’Islanda ha dimostrato che consentire ai propri istituti di credito di sottoscrivere dei contratti denominati in valuta straniera è una pessima scelta politica. L’Islanda ha dimostrato agli europeisti convinti che mantenere il monopolio pubblico di emissione della propria moneta (Corona Islandese) è stata una scelta azzeccata, azzeccatissima per dirla in breve.
L’Islanda infine, ha dimostrato che uno Stato che emette la propria moneta e che decide di lasciar fluttuare il tasso di cambio, trattasi dunque di moneta “FIAT”: 1. Non può mai e poi mai essere costretto al default sui propri contratti di obbligazione emessi; 2. Per poter adempiere alle sue impegnative di pagamento e per poter rimanere operativo non ha bisogno di dipendere dai mercati monetari e dei capitali privati. 3. Non è soggetto ai capricci dei “bond vigilantes” (no rischio di essere vittima di attacchi speculativi sui propri titoli di Stato; e dello spread sì, spread no e dei giudizi delle agenzie di rating se ne può sbattere tranquillamente…… i polpastrelli!).
Infine, sempre questa piccola isola di soli 323.000 abitanti circa, ha dimostrato che proprio grazie al fatto di non aver adottato una moneta straniera come l’euro (e di non aver ratificato, in aggiunta, alcun trattato europeo), ha potuto godere di quel framework di “strumenti macro-economici” di base di cui ciascuno Stato deve disporre per poter pensare di operare nell’Interesse Pubblico del 99% dei suoi cittadini.
L’Islanda ha dimostrato che fuori da un sistema monetario assurdo, ridicolo, disastroso come l’Unione Monetaria Europea c’è vita, eccome se c’è vita (Si prenda visione dei dati macro-economici riportati nell’articolo del nostro professor Bill Mitchell).
L’Islanda ha dimostrato che lo Stato, nonostante l’affermazione in questi ultimi due decenni di quel fenomeno chiamato “globalizzazione”, è sempre in grado di far valere la forza giuridica delle proprie disposizione legislative di fronte alle scelte, ai capricci e alle minacce della finanza globale! L’Islanda ha dimostrato che non vi è alcuna correlazione diretta tra la dimensione del proprio territorio e l’andamento dell’economia domestica.
Ossia, l’equazione da bar dello sport “più uniti = più grandi, più grandi = più forti, più forti = più crescita”, con banali e semplici evidenze empiriche va a farsi fottere. Il tutto, al contrario, dipende in prima istanza dagli arrangiamenti giuridico-istituzionali e quindi monetari e bancari adottati e in seguito, dalle politiche macro-economiche messe in campo.
L’unico vincolo che potrebbe presentarsi e che potrebbe, potrebbe, comportare problemi per un Paese ricade nell’ambito delle risorse reali. Se vi sono, in essere, vincoli di natura finanziaria allora questi dipendono unicamente da idiote scelte politiche. L’Islanda ha dimostrato infine, che adottare politiche fiscali restrittive (leggasi austerità), in seguito ad una crisi finanziaria non solo non è una necessità economica (ma una scelta politica deliberata e criminale), ma è una scelta di politica macro-economica che qualsiasi governo democratico, serio e che ha a cuore la volontà e il benessere dei suoi cittadini non sceglie assolutamente di perseguire. Forza Islanda: batti e continua a battere forte le mani, ma proprio forte, perché di sicuro tu sì che hai vinto.

Fonte: https://www.rivieraoggi.it/2016/04/14/218242/il-magico-mondo-di-gozi-europa-moltiplicatore-di-opportunita-video/
MONTEPRANDONE – Quasi 200 persone presenti all’auditorium Pacetti di Monteprandone per ascoltare Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega agli Affari Europei. Ospitato dal Pd monteprandonese e accolto dall’applauso entusiasta dei presenti (che gli hanno perdonato i cinquanta minuti di ritardo), Gozi è stato accompagnato nella sua esposizione dal segretario regionale del Pd Francesco Comi e dal deputato del Pd Luciano Agostini.
L’incontro, moderato dalla giornalista Stefania Serino, ha visto Gozi elogiare la riforma costituzionale del governo Renzi (“Se ne parla dal 1979, noi finalmente l’abbiamo fatta, abbreviamo i tempi per approvare una legge”), quindi l’uso dei fondi finanziari europei usati in Italia (“Siamo passati dal 56% al 92% grazie all’opera del governo”). Per Gozi anche il cosiddetto “Piano Juncker” è un successo: “Quando chiedevamo a Bruxelles che fosse aumentato, i tedeschi ci guardavano male, pensando fossimo i soliti spreconi. Invece è in Italia che si sta utilizzando maggiormente il Piano, il 35% dei fondi utilizzati riguardano il nostro paese, ben 1,7 miliardi di euro di investimenti”.***
1,7 miliardi che sono pari a solo lo 0,1% del Pil annuale italiano e per di più da spalmare in più annate, ma evidentemente i tempi di vacche magre per Gozi sono terminati: “Grazie alla nostra azione europea abbiamo allentato finalmente il Patto di Stabilità che faceva impazzire i sindaci italiani. Basta penare”. Nonostante ciò i dati del Documento Economia e Finanza parlano di un taglio della spesa in conto capitale, dal 2015 al 2016, di ben 6 miliardi (pagina 37). Lo Stato programma di investire meno, molto meno.
Il rappresentante del governo, probabilmente il più filo-europeista del Pd e che dal 2011 ha votato tutti i provvedimenti delle austerità europee senza manifestare crisi di coscienza, ammette ora che la Grecia “è stata devastata dall’austerità” ma per paradosso proprio la Grecia “dimostra che un’altra Europa è possibile: qui i rifugiati vengono soccorsi dalle Organizzazioni Non Governative e proprio dall’Europa. Lì c’è il nostro confine. I governi europei non hanno capito quello che hanno capito i terroristi dell’Isis: loro colpiscono la generazione Erasmus, ovvero le 19 nazionalità di giovani che hanno perso la vita al Bataclan, o in altre delittuose occasioni. Loro sanno che siamo europei, noi no”.
Dunque “il decennio dell’austerità è finito”, sentenzia, ma in mancanza di contraddittorio pubblico occorre rilevare che, sempre dal Def, è già garantito un saldo primario (differenza tra tasse pagate e spesa pubblica) superiore a quello del 2015, e infatti il deficit atteso sarà più basso di quello del 2015: 2,3% contro 2,6%. E negli anni a venire le cose, nero su bianco, andranno sempre peggio per i cittadini. Ovvero: l’austerità continuerà più forte di prima.
Magari Gozi, il quale garantisce al pubblico del Pacetti (presenti numerosi sindaci oltre quello di Monteprandone Stefano Stracci, assessori e rappresentanti del Pd locale tra cui il candidato sindaco di San Benedetto Paolo Perazzoli) che “noi a Bruxelles adesso siamo più esigenti nelle negoziazioni rispetto al passato”, avrà il cappello magico per garantire come quel 2,6% diventi, come minimo, 3%, dando un segnale numericamente espansivo, e non solo con la propaganda. O magari, come bisognerebbe auspicare oggi, 8 o 10%. Altrimenti, al di là della solita retorica governativa degli ultimi vent’anni, la discrasia tra dire e fare non sarà in grado di salvare nessun governo dall’impopolarità.
Perché nella provincia in cui ha parlato ci sono 27.300 iscritti al collocamento più migliaia di precari, sotto-occupati o che neppure cercano più un lavoro, e con gli 0,1% si fanno bei comizi ma non si parla a loro, ovvero si esula da ciò che l’articolo 3 della Costituzione imporrebbe ai governi: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

***Il famoso “Piano Juncker” citato dal nostro Gozi darà lavoro a (si stima) 3.200 persone, praticamente se fossero tutte concentrate nel Piceno la disoccupazione diminuirebbe per circa il 15% solo nella nostra provincia restando invariata nel resto d’Italia. Le ditte che ne stanno beneficiando sono Telecom, Grimaldi, 2i Rete Gas, Raffineria di Milazzo. Solo 318 milioni per progetti delle Piccole e Medie Imprese. Fonte http://www.corriere.it/economi…. I nostri politici però hanno messo un tappeto rosso (devo dire che è stato anche un po’comico vedere tanti ex comunisti ai piedi di un ultra-liberista, bersi tutto il calice senza nemmeno fiatare).Sandro Gozi

Ecco il sondaggio sull’economia andato in onda in una recente puntata di Ballarò, sulla tv pubblica:Tagliare sprechi e spesa pubblica” vuol dire ridurre in ogni caso i soldi in circolazione.
Sono politiche restrittive di austerità: mi spiegate quale sarebbe la differenza con l’opzione “proseguire con l’austerità”, Ballarò?
E poi fateci caso. Anche tassare i patrimoni corrisponde ad una sottrazione di denaro dal settore di famiglie e imprese, lo vediamo ogni giorno con la supertassazione che ci impongono dal 1994 ad oggi per soddisfare i parametri europei, con una serie di avanzi primari di bilancio senza precedenti (ovvero ci tassano più di quanto ci danno con la spesa pubblica).
Mentre “Vendere il patrimonio pubblico” consiste nella svendita di tutti quei beni o aziende dello stato che fanno registrare introiti per le casse statali, ogni anno. Privarsene significa rinunciare a questi ultimi, e mettere nelle mani dei privati molti servizi pubblici essenziali, con conseguente aumento delle tariffe (il privato punta al massimo profitto) per una popolazione già in ginocchio economicamente.
Dunque, in definitiva, le opzioni “Vendere il patrimonio pubblico” e “Tassare i patrimoni” sono assimilabili alla categoria “Proseguire con l’austerità“. Mi chiedo: perché fare un sondaggio con cinque opzioni, quando si poteva semplicemente far scegliere tra “Proseguire con l’austerità” e “Uscire dall’euro e aumentare il deficit”?

Sondaggio Ballaròp

L’economista Mmt, che aveva criticato le vicende di Tsipras fin dagli esordi, osserva con sguardo diverso quanto avvenuto nel paese iberico con le recenti elezioni che hanno premiato il Bloco de Ezquerda