Articoli

TESTO DELLA SENTENZA  “la Corte si è pronunciata in merito ad una controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescatra, relativamente al servizio di trasporto scolastico dei disabili, riconoscendo come esso sia un diritto inviolabile e da garantire senza condizionamenti finanziari”
11.− Non può nemmeno essere condiviso l’argomento secondo cui, ove la disposizione impugnata non contenesse il limite delle somme iscritte in bilancio, la norma violerebbe l’art. 81 Cost. per carenza di copertura finanziaria. A parte il fatto che, una volta normativamente identificato, il nucleo invalicabile di garanzie minime per rendere effettivo il diritto allo studio e all’educazione degli alunni disabili non può essere finanziariamente condizionato in termini assoluti e generali, è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.
Da sempre l’associazione MMT Italia ha ribadito come la Costituzione Italiana fosse fondata su un tipo di economia “funzionale”: ovvero l’economia e precisamente le finanze pubbliche sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi che la società stessa definisce prioritari. http://docslide.it/economy-finance/finanza-funzionale-piena-occupazione-plg-e-costituzione.html
L’adozione dei Trattati Europei ha invece recepito un tipo di finanza “disfunzionale”: gli equilibri di bilancio sono stati posti ad un livello superiore rispetto alla Costituzione. A partire dal Trattato di Maastricht fino all’assurda modifica dell’articolo 81, effettuato dal Parlamento durante il Governo Monti, con il quale si è introdotto il principio del pareggio di bilancio, elemento distintivo di una finanza pubblica disfunzionale.
Per questo salutiamo la sentenza della Corte Costituzionale 275 del 2016 pubblicata il 16 dicembre come un evento storico importantissimo. La Consulta ha scritto quanto da noi riportato nel testo in corsivo e nell’immagine.
Dopo la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre, un importantissimo tassello verso il ripristino pieno della Carta Costituzionale

Articolo di MMT Italia pubblicato su “La Voce di Romagna”
Con il referendum costituzionale del 4 dicembre è in gioco ovviamente la forma dell’assetto istituzionale e il rapporto centralista che si vuole instaurare in un paese storicamente legato alle identità locali, tanto da faticare ancora a sentirsi “unito“.
Ma è in gioco soprattutto un’idea politica, che prescinde dalle dimissioni di Renzi e dal governo che dovrà portarci alle prossime elezioni.
Il referendum è l’ultimo tassello di un’onda quarantennale che ha in Italia il suo epicentro iniziale nell’assassinio di Moro e il suo spartiacque nel successivo crollo della Prima Repubblica, nel 1992, coinciso con la decadenza effettiva dei valori costituzionali. 
Quanto accaduto successivamente è un flusso continuo di ideologia neoliberista che ha invaso pervicacemente la nostra società. A livello economico, costruito il falso mito del debito pubblico, che con il Trattato di Maastricht ha trovato nell’euro la saldatura perfetta, i principi fondamentali della Costituzione sono stati sotto-ordinati ai vincoli astratti dell’economia.
L’aiuto ad un disoccupato o un malato ha trovato il muro invalicabile delle formule magiche, condensate nel famoso limite del 3% di deficit annuo. Le buone intenzioni si scontrano sul muro della mancanza di denaro. Il disoccupato resta tale, il malato può crepare.
L’articolo 3 della Costituzione, ad esempio, è stato trasformato in carta straccia proprio per la limitazione artificiale dell’azione pubblica: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
A livello politico la supremazia dell’economia sulla società e sulla politica ha dovuto trovare il suo equivalente nel costante indebolimento del Parlamento, di fatto non più sovrano, al fine di favorire l’azione dei governi chiamati ad essere l’anello finale dell’ordine neoliberista.
Chi voterà Sì, al di là delle discussioni tecniche, permetterà che questo processo dilaghi ancora nonostante in tutto il mondo, in diversi e pur contraddittori modi, la resistenza al neoliberismo si stia ormai affermando.
Chi voterà No, invece, si farà carico di fermare questa deriva e di rimettere al centro della discussione la nostra Costituzione, i suoi diritti fondamentali, sopra il dominio economico.
Questa è la vera sfida in atto. E credo che stavolta, dopo decenni di umiliazioni, gli italiani sapranno indicare la retta via del No.
no

Nel 2013 il governo Letta venne umiliato con la richiesta di una manovra correttiva dello 0,1%, rispetto al deficit previsto nella nota di aggiornamento del Def che stimava il deficit al 3,1%. Così il giovane Enrico, che quando era ancora più giovane scrisse un enfatico saggio intitolato “Morire per Maastricht“, fu costretto a racimolare, con un giochino sull’Imu, 1,6 miliardi necessari a pareggiare i conti secondo quanto previsto dai cervelloni della Commissione Europea.
Per capire quanto quella correzione fosse una umiliazione per un Paese come l’Italia, si pensi che all’epoca, con una disoccupazione oltre il 12% e un prodotto interno lordo ancora negativo, l’unica cosa di cui il nostro paese avesse bisogno sarebbe stata una iniezione di liquidità con una forte manovra fiscale, ovvero meno tasse e più spesa pubblica.
La Commissione Europea chiede al governo italiano altri ridicoli interventi pari ad altri zero virgola del Pil, per portare il deficit dal 2,3% al 2,2%. La cifra in sé è talmente ridicola, oltre che inopportuna (la situazione non è molto cambiata rispetto al governo Letta, a parte la retorica del #cambiaverso di cui il giovin Enrico era parco), da non essere nemmeno giudicabile. Il problema vero del confronto che si va ad aprire con la Commissione, sta nel fatto che Renzi spera di ottenere dalla forzatura delle posizioni di Juncker un consenso spendibile nel referendum del 4 dicembre.
(Il paradosso sta nel fatto che l’idea istituzionale sottostante la modifica di Renzi e Boschi alla Costituzione italiana sta proprio nel conformare il Parlamento italiano al sistema di governance multilivello che opera in Europa: governare senza sovranità, esattamente come è concesso a Juncker, ad esempio, e ai suoi uffici che decidono, tra i 500 milioni di europei, chi debba mangiare e chi no).
La campagna elettorale dunque è un macigno, così come lo sciocco braccio di ferro su una piuma dello 0,1%. Al di sotto, infatti, c’è un magma anti-unionista, dal quale Renzi cerca di pescare (mentre gran parte della base del Pd non lo segue) che fa oramai dell‘Italia il paese politicamente meno gestibile se guardato da Bruxelles e da Francoforte.

Ma cosa dovrebbe fare un governo italiano legittimo, in una situazione in cui gli si chiede di rispettare accordi firmati che, tradotti in politiche concrete, significano strade dissestate, tassazione altissima, taglio dei servizi, disoccupazione, emigrazione, bassa natalità?
Il governo legittimo italiano dovrebbe brandire la Costituzione Italiana (e questo governo, purtroppo, non può), chiedere che la Bce continui a garantire tassi di interesse ai minimi (possibilmente equivalenti a quelli tedeschi), consentire di gestire almeno il 2% di deficit in investimenti pubblici (30 miliardi), quando sarebbero necessarie cifre più alte per un biennio, e in questo modo risollevare un po’ il Paese e ottenere quel consenso in grado di frenare le reazioni che si scatenerebbero Oltralpe.
Questo passaggio, tuttavia, sarebbe podromico ad una destrutturazione dell’Eurozona almeno come la conosciamo oggi: e dovrebbe quindi essere compiuto da un governo in grado di capire che una disobbedienza di questa portata condurrebbe all’apertura di una serie di scenari rispetto ai quali occorrerebbe essere ben preparati.
Non ci sembra davvero il caso del governo Renzi, posto che il Presidente del Consiglio sembra tra i pochi, nel suo entourage, che abbia capito come funziona l’Eurozona (ovviamente Padoan ha ben chiaro il quadro da molto tempo). Dunque è probabile che ci dovremmo accontentare di un braccio di ferro sopra la piuma di uno 0,1%, con, oltretutto, dichiarazioni un poco assurde come quelle dello stesso Renzi, che continua a vantarsi di aver realizzato la manovra con più austerità (ovvero col minor deficit) degli ultimi dieci anni. Contraddizioni che quasi tutta la stampa nazionale, oltre che la politica, non colgono: è molto più importante trascorrere mesi a discutere degli stipendi dei parlamentari.geppetto-e-pinocchio

fonte: http://sienanews.it/in-evidenza/caro-spread-ti-scrivo/
Oggi tutti sanno che il termine spread indica il differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato decennali italiani (BTP) e i Bund tedeschi, ritenuti più affidabili. E’ curioso, tuttavia, che prima che la grande banca d’affari americana Lehman Brothers dichiarasse fallimento, lo spread dei titoli di Stato italiani non avesse mai superato i 30-40 punti base. Quel fallimento innescò la corsa, tanto che nel gennaio del 2009 lo spread toccava i 170 punti.
In realtà erano appena iniziati i tempi delle “nuove” crisi; la Grecia, non una banca, ma uno Stato, mostrava fragilità finanziaria. Così montava la preoccupazione del contagio di Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo e, di diretta conseguenza, crescevano gli spread dei paesi periferici dell’Eurozona. Per la prima volta si metteva in discussione la tenuta dell’area euro.
Il 9 novembre del 2011 lo spread italiano toccò il massimo record, ancora oggi mai raggiunto, di 574 punti base. Conseguenza: cambio di Governo e riforme lacrime e sangue per noi italiani. Ne seguì, per il caro spread, un andamento altalenante, poi di nuovo il livello sopra i 500 punti – prima dell’intervento di Draghi e i programmi della BCE per sostenere la moneta unica – e, dopo, l’abbassamento, tanto da non sentirne quasi più parlare.
Finché il ministro dell’Economia Padoan, nel corso di un’audizione sulla legge di bilancio davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato dichiara che lo spread italiano ha invertito la tendenza e che ciò dipende dai timori nel mercato che si interrompi l’azione di politica economica del Governo. Di fatto, dopo mesi di discesa, lo spread italiano in chiusura della scorsa settimana sale e raggiunge 160 punti. Inversione di tendenza? Sono diverse le partite sul piatto: l’aumento del deficit e le risorse necessarie per la manovra finanziaria; le politiche di austerity che non sembrano aver giovato ai dati economici dei paesi interessati e soprattutto il referendum costituzionale.
L’interrogativo ancora in sospeso è questo: come mai il rapporto debito pubblico su Pil nel 2011, anno di massima rilevazione dello spread era al 120,1% e quello previsionale della Commissione UE del 2016 è pari al 132,7%?
La solvibilità del nostro Paese è migliorata anche se il debito pubblico è aumentato? Quella variabile che dovrebbe essere influenzata prevalentemente da dati economici sembra invece essere strettamente legata alla politica. Lo spread italiano diventa un termometro più o meno sensibile rispetto alle necessità politiche da conciliare con le direttive europee. Anche la disoccupazione pari all’8,9% nel 2011 (dato allora più alto dal 2004) è ormai un ricordo nei confronti dell’attuale rilevazione a due cifre (11,7% ultimo mese rilevazione Istat). Ma il ministro dell’Economia valuta “la discesa dello spread in questi 30 mesi come l’apprezzamento, tra le altre cose, per la politica economica”.
Caro spread, chissà se sentiremo ancora parlare di te.
lettera

Articolo pubblicato su La Voce di Romagna sabato 6 novembre
Su un totale di 8092 comuni quelli classificati ad alto e medio rischio sismico sono più di tremila. 
Il piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico per gli anni che vanno dal 2010 al 2016 è di 965 milioni di euro: la protezione civile stima che questi fondi probabilmente non coprono nemmeno l’1% del fabbisogno complessivo.
Terremoto 24 agosto, la prima immagine dei crolli ad Arquata fonte twitter
Servirebbero dunque investimenti per 95 miliardi di euro; la spesa pubblica è di circa 800 miliardi, quindi dovremmo tagliarla del 12%.
 
Occorrerebbe un taglio drastico di servizi già ridotti al lumicino o aumentare le tasse.
 Per garantirci che al prossimo terremoto il tetto non ci cada in testa ci sarebbe la terza via, ovvero effettuare questa quota di investimenti aumentando il deficit pubblico di circa 5 punti percentuali, che potremmo spalmare su 5 anni con conseguente aumento del debito pubblico.
Ora mi viene da chiedere per alzata di mano a tutti gli abitanti di questi tremila comuni: 
”Ma voi aumentereste di un punto percentuale all’anno il deficit in modo da garantirvi la vostra incolumità?”
 Che in altre parole è come dire: 
“Temi più le politiche fiscali espansive rispetto ad un sisma 6.5 della scala Richter?”
Qualcuno obietterà: “Così creeremmo nuovo debito che graverà sulle future generazioni?”, ma bisogna scegliere se è meglio lasciare ai figli maggior debito pubblico o un cumulo di macerie.
La proposta MMT inoltre ribadisce che questo “deficit” è fittizio, basti pensare che la Bce sta emettendo 80 miliardi al mese, e con soli 35 giorni potrebbe coprire le esigenze di finanziamento anti-sismico dell’Italia. Basta volerlo.

Per il comico il “No” sarebbe peggio della Brexit. Ma andiamoli a vedere i dati della Gran Bretagna: Disoccupazione ai minimi dal 2005, investimenti in aumento, riduzione sussidi per disoccupazione, crescita stimata rivista al rialzo e superiore al resto d’Europa. Benigni, studia!

Analisi del Def. Nel 2016 lo Stato Italiano, per ogni 100 lire di tasse incassate, ne ha spese 98,5 in servizi come sanità o investimenti come strade, nel 2017 su 100 lire di tasse la spesa sarà di 98,3 (e ne promette 96,8 nel 2019). Come fosse una gara di poker, nel 2016 lo Stato avrebbe vinto qualcosa come 25,7 miliardi. Chi perde? Lavoratori e imprese.

lira2
1. Perchè lo Stato con la Lira non deve prendere in prestito la propria moneta

– Tornando alla Lira, lo Stato torna ad essere l’unico soggetto ad emettere la valuta nazionale;
– Non deve chiedere in prestito la moneta per potersi finanziare;
– Non ha bisogno di alzare le tasse per potersi finanziare;
– Semplicemente spende accreditando conti correnti;
– Non è soggetto ai diktat e alle minacce dei mercati finanziari o di entità sovranazionali (Commissione Ue, Fmi, Bce);

2. Perchè con la Lira si può raggiungere la Piena Occupazione
– Lo Stato che emette la propria valuta non ha limiti finanziari, dunque può investire per raggiungere la piena occupazione;
– L’investimento viene fatto attraverso dei Programmi di Lavoro Garantito transitori, che fungono da supporto per l’economia privata;
– Creando posti di lavoro, si producono anche beni e servizi oltre ai redditi, in tal modo la crescita dell’inflazione è sotto controllo;
– I Programmi di Lavoro garantito riguardano i servizi alla persona, la cura dell’ambiente e del dissesto idrogeologico, messa a norma di edifici, ecc;
3. Perchè con la Lira lo Stato non può mai finire i soldi
– Emettendo in maniera autonoma la propria valuta, non ci potrà mai essere default;
– Lo Stato spende per primo accreditando conti correnti, non ha quindi bisogno dei titoli di stato o delle tasse per finanziarsi;
– Per questo i titoli di Stato saranno aboliti;
– Fine del problema spread;
– Nessun problema di solvibilità dello Stato a moneta sovrana, a differenza di oggi;
4. Perchè solo con politiche di deficit pubblico è possibile arricchire le famiglie e le imprese
– In economia la spesa di un soggetto equivale sempre all’incasso di un altro soggetto, questo vale anche tra Stato e settore privato;
– Ne consegue che lo Stato deve spendere più di quanto tassa, per lasciare denaro all’economia privata;
– Facendo circolare liquidità nell’economia privata, le aziende ottengono i pagamenti necessari e possono guadagnare;
– Spendendo più di quanto si tassa, le assunzioni ripartono, così come i risparmi delle famiglie e ne beneficia l’economia tutta;
5. Perchè l’uso corretto della moneta sovrana garantisce il rispetto dei diritti fondamentali sanciti in Costituzione
– Lo Stato che spende più di quanto tassa, permette ai cittadini di trovare lavoro, fondamento della nostra Repubblica (art.1 Costituzione);
– Spendendo più di quanto si tassa, viene garantito e promosso il diritto al lavoro (art.4 Costituzione);
– Con politiche di sostegno ai redditi, viene garantito il diritto ad una retribuzione adeguata (art.36 Costituzione) e viene garantito il diritto al risparmio, sia per le famiglie che per le imprese (art.47 Costituzione);
6. Perchè con la Lira si possono abbassare immediatamente le tasse
– Le tasse non servono a finanziare lo Stato a moneta sovrana, ma ad imporre nell’economia privata l’uso della valuta stabilita dal governo;
– Ne consegue che tutte le tasse possono essere subito abbassate;
– In particolare può essere eliminata la tassa sui consumi, l’Iva;
– Le tasse devono essere sempre tenute ad un livello che garantisca il mantenimento della piena occupazione;
– In periodo di crisi, con la Lira lo Stato pone in essere politiche anticicliche: aumenta la spesa pubblica e detassa;
7. Perchè con politiche di deficit pubblico si riduce la criminalità, si garantiscono i servizi e si migliora la qualità della vita
– Creando lavoro con politiche anticicliche, si crea lavoro per tutti e non si deve ricorrere alla criminalità per far fronte alle ristrettezze economiche;
– Con la Lira sovrana si potranno garantire tutti i servizi pubblici con riduzione delle tariffe per la cittadinanza;
– Con i Programmi di Lavoro Garantito viene curato anche l’ambiente, il riciclo dei rifiuti, il dissesto idrogeologico, la cultura, il patrimonio artistico, l’istruzione e la formazione ecc.;
– Di conseguenza migliora anche la qualità di vita e la serenità del cittadino;
8. Perchè con la Lira è possibile favorire lo sviluppo del mercato interno, senza dover esportare a tutti i costi
– La detassazione viene anche applicata alle imprese italiane, dunque fare impresa in Italia risulterà estremamente vantaggioso;
– Viene abbandonata la corsa all’export, che porta solo ad una gara al ribasso degli stipendi;
– Il mercato domestico assume importanza assoluta;
– Le politiche di spesa in deficit, possibili solo con la Lira sovrana, permetteranno di mantenere a lungo la piena occupazione, dando stabilità all’economia;
– Afflusso senza precedenti di investimenti esteri grazie alla piena occupazione;
9. Perchè con la Lira è possibile eliminare la speculazione finanziaria
– Lo Stato sovrano può regolare in qualsiasi momento il settore bancario;
– Le banche avranno una funzione unicamente di interesse pubblico. Stop alla speculazione finanziaria all’interno dei confini italiani;
– Il governo con la Lira si impegnerà a garantire tutti i depositi bancari dei cittadini;
– Le funzioni del sistema bancario torneranno ad essere esclusivamente il mantenimento dei conti correnti, garantire i sistemi di pagamento, e la fornitura di prestiti a cittadini e aziende;
10. Perchè con la Lira è possibile tornare a vivere una vita dignitosa, che è la cosa più importante
– Niente più ansia perché non si riesce a trovare lavoro, o lo si è perso;
– Niente più paura dei licenziamenti: se accade posso trovarne un altro nel settore privato o nei Programmi di Lavoro Garantito;
– Nessuno dovrà più chiedere l’elemosina in mezzo ad una strada, o vivere sotto i ponti per mancanza di lavoro;
– Le politiche in deficit permettono un’aumento degli stipendi e dei salari, con miglioramento incalcolabile delle condizioni di vita;
– Con maggiore tranquillità e serenità per il futuro, si lavora meglio e ne beneficia la produttività, oltre a tutta la collettività;
– I servizi alla persona garantiti dai PLG sono innumerevoli, di conseguenza la cittadinanza sentirà di vivere in una Repubblica che si occupa davvero delle sue necessità;
– Le condizioni sanitarie dei cittadini aumenteranno, soprattutto quelle psicologiche grazie alla piena occupazione.
Vivere in una Repubblica degna di questo nome è possibile. Chiediamo il rispetto della Costituzione, con lo strumento fondamentale della Teoria della Moneta Moderna è un nostro dovere!
Chiediamolo soprattutto ai nostri politici addormentati.

698554-kdMB--835x437@IlSole24Ore-Web
PREVISIONI ECONOMICHE PRIMA DELLA BREXIT:
Renzi: “L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe una sciagura per gli inglesi…”
Ocse:Brexit brucerà il 3% di crescita del Pil inglese entro il 2020 e il 6% entro il 2030″.
Fondo Monetario Internazionale per bocca del direttore generale Christine Lagarde: “L’impatto sull’economia britannica se il referendum del 23 giugno sancirà l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea sarà da abbastanza a molto, molto grave”
Paolo Mauro, senior fellow al Peterson Institute for International Economics di Washington (ove è approdato dopo vent’anni al Fondo Monetario Internazionale): “La Brexit creerebbe grossi problemi all’economia del Regno Unito”.
POI UN BEL GIORNO VINSE IL BREXIT:
Le agenzie di rating, ignare del funzionamento dei sistemi monetari moderni, declassano immediatamente i titoli di stato inglesi…
LA REALTA’ DOPO IL BREXIT:
Nonostante il declassamento, i tassi d’interesse sui titoli inglesi diminuiscono anzichè aumentare…. “Lo Spread scende a 159 punti, mentre il Bund a 10 anni rende -0,07% (negativo!). Nuovo record per i titoli di stato inglesi dopo la Brexit”
Ansa: “Dal rapporto della Cbi, la confindustria britannica, secondo cui l’industria dei servizi – che rappresenta l’80% dell’economia nazionale – si è ulteriormente rafforzata negli ultimi tre mesi, anche dopo quindi il referendum che il 23 giugno ha sancito l’uscita del Paese dall’Ue. E a fare la parte del leone è proprio il settore dell’accoglienza, con Londra in particolare che è meta di un numero sempre maggiore di turisti. Segnali positivi che sono confermati da un rapporto di Lloyds Bank sulla fiducia dei consumatori rispetto alla loro situazione finanziaria, ai massimi dal 2011.”
Ansa: “E’ stata confermata la crescita dello 0,6% del Pil britannico nel secondo trimestre. Il dato arriva dopo due mesi dal voto favorevole alla Brexit nel referendum del 23 giugno“.
Ansa: “Indice Pmi manifatturiero è salito ad agosto in Gran Bretagna ai massimi da 10 mesi. …. la fiducia dei manager d’impresa è volata a 53,3 punti, ribaltando il livello di luglio, sotto i 50 punti”.
IlSole24ore: “La sterlina ha toccato il massimo da sette settimane dopo la diffusione dell’indice Markit Pmi sui servizi di agosto, che è andato oltre le attese. La valuta britannica è salita a 1,3372 dollari, con un rialzo di circa lo 0,45% sul biglietto verde; contro l’euro è salita dello 0,32% a 1,195. L’indice Markit è balzato ad agosto a 52,9 dal 47,4 di luglio (un aumento di 5,5 punti, il massimo da 20 anni).
Prima del voto su Brexit e anche nelle prime reazioni a caldo la maggior parte degli analisti e dei policymakers aveva dato per scontata la caduta in recessione dell’economia britannica. Gli ultimi indicatori sembrano allontanare gli scenari più cupi”.

Serve aggiungere altro?
Sì.
Utilizzeranno lo stesso terrorismo mediatico per il referendum costituzionale di ottobre. Confindustria ha già iniziato.
Dal Corriere della Sera: “La consultazione elettorale per Confindustria non farebbe altro che consegnare il Paese a una fase di instabilità. Foriera di conseguenze negative sul piano economico: aumento dei rendimenti dei titoli di Stato, aggravamento del credit crunch, aumento della spesa per interessi legata al finanziamento del debito pubblico, difficoltà del Tesoro a condurre in porto le aste dei titoli di Stato, fuga dei capitali. L’effetto di questo scenario sul Pil sarebbe il seguente: -0,7% nel 2017, -1,2% nel 2018, +0,2% nel 2019. Di fatto altri tre anni di recessione. Con una perdita complessiva di 1,7 punti di Pil. Mentre — sempre secondo l’ufficio studi di viale dell’Astronomia — la situazione sarebbe molto diversa con la vittoria del Sì: nello stesso triennio il Pil salirebbe del 2,3%. Da qui il divario di quattro punti percentuali che separa i due scenari. Ovviamente tutto questo aprirebbe una «questione lavoro»: 258 mila posti in meno con la vittoria del No a fronte di 319 posti in più rispetto a oggi se la spuntasse il Sì.”
Hai ancora dei dubbi su cosa sia meglio votare nel prossimo referendum?

Fonte: https://www.rivieraoggi.it/2016/04/14/218242/il-magico-mondo-di-gozi-europa-moltiplicatore-di-opportunita-video/
MONTEPRANDONE – Quasi 200 persone presenti all’auditorium Pacetti di Monteprandone per ascoltare Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega agli Affari Europei. Ospitato dal Pd monteprandonese e accolto dall’applauso entusiasta dei presenti (che gli hanno perdonato i cinquanta minuti di ritardo), Gozi è stato accompagnato nella sua esposizione dal segretario regionale del Pd Francesco Comi e dal deputato del Pd Luciano Agostini.
L’incontro, moderato dalla giornalista Stefania Serino, ha visto Gozi elogiare la riforma costituzionale del governo Renzi (“Se ne parla dal 1979, noi finalmente l’abbiamo fatta, abbreviamo i tempi per approvare una legge”), quindi l’uso dei fondi finanziari europei usati in Italia (“Siamo passati dal 56% al 92% grazie all’opera del governo”). Per Gozi anche il cosiddetto “Piano Juncker” è un successo: “Quando chiedevamo a Bruxelles che fosse aumentato, i tedeschi ci guardavano male, pensando fossimo i soliti spreconi. Invece è in Italia che si sta utilizzando maggiormente il Piano, il 35% dei fondi utilizzati riguardano il nostro paese, ben 1,7 miliardi di euro di investimenti”.***
1,7 miliardi che sono pari a solo lo 0,1% del Pil annuale italiano e per di più da spalmare in più annate, ma evidentemente i tempi di vacche magre per Gozi sono terminati: “Grazie alla nostra azione europea abbiamo allentato finalmente il Patto di Stabilità che faceva impazzire i sindaci italiani. Basta penare”. Nonostante ciò i dati del Documento Economia e Finanza parlano di un taglio della spesa in conto capitale, dal 2015 al 2016, di ben 6 miliardi (pagina 37). Lo Stato programma di investire meno, molto meno.
Il rappresentante del governo, probabilmente il più filo-europeista del Pd e che dal 2011 ha votato tutti i provvedimenti delle austerità europee senza manifestare crisi di coscienza, ammette ora che la Grecia “è stata devastata dall’austerità” ma per paradosso proprio la Grecia “dimostra che un’altra Europa è possibile: qui i rifugiati vengono soccorsi dalle Organizzazioni Non Governative e proprio dall’Europa. Lì c’è il nostro confine. I governi europei non hanno capito quello che hanno capito i terroristi dell’Isis: loro colpiscono la generazione Erasmus, ovvero le 19 nazionalità di giovani che hanno perso la vita al Bataclan, o in altre delittuose occasioni. Loro sanno che siamo europei, noi no”.
Dunque “il decennio dell’austerità è finito”, sentenzia, ma in mancanza di contraddittorio pubblico occorre rilevare che, sempre dal Def, è già garantito un saldo primario (differenza tra tasse pagate e spesa pubblica) superiore a quello del 2015, e infatti il deficit atteso sarà più basso di quello del 2015: 2,3% contro 2,6%. E negli anni a venire le cose, nero su bianco, andranno sempre peggio per i cittadini. Ovvero: l’austerità continuerà più forte di prima.
Magari Gozi, il quale garantisce al pubblico del Pacetti (presenti numerosi sindaci oltre quello di Monteprandone Stefano Stracci, assessori e rappresentanti del Pd locale tra cui il candidato sindaco di San Benedetto Paolo Perazzoli) che “noi a Bruxelles adesso siamo più esigenti nelle negoziazioni rispetto al passato”, avrà il cappello magico per garantire come quel 2,6% diventi, come minimo, 3%, dando un segnale numericamente espansivo, e non solo con la propaganda. O magari, come bisognerebbe auspicare oggi, 8 o 10%. Altrimenti, al di là della solita retorica governativa degli ultimi vent’anni, la discrasia tra dire e fare non sarà in grado di salvare nessun governo dall’impopolarità.
Perché nella provincia in cui ha parlato ci sono 27.300 iscritti al collocamento più migliaia di precari, sotto-occupati o che neppure cercano più un lavoro, e con gli 0,1% si fanno bei comizi ma non si parla a loro, ovvero si esula da ciò che l’articolo 3 della Costituzione imporrebbe ai governi: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

***Il famoso “Piano Juncker” citato dal nostro Gozi darà lavoro a (si stima) 3.200 persone, praticamente se fossero tutte concentrate nel Piceno la disoccupazione diminuirebbe per circa il 15% solo nella nostra provincia restando invariata nel resto d’Italia. Le ditte che ne stanno beneficiando sono Telecom, Grimaldi, 2i Rete Gas, Raffineria di Milazzo. Solo 318 milioni per progetti delle Piccole e Medie Imprese. Fonte http://www.corriere.it/economi…. I nostri politici però hanno messo un tappeto rosso (devo dire che è stato anche un po’comico vedere tanti ex comunisti ai piedi di un ultra-liberista, bersi tutto il calice senza nemmeno fiatare).Sandro Gozi