Un anno fa ho letto il libro Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008 di Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008. La lettura mi ha permesso di acquisire preziose informazioni ma non quella che cercavo: capire le cause della crisi.  Messo da parte il libro, solo dopo un anno ho capito quali fossero i pezzi mancanti nel ragionamento di Krugman. In quell’anno ho portato avanti lo studio della Modern Money Theory e oggi rileggendo il libro ho capito sicuramente alcune cose in più.
Krugman spiega la crisi mondiale del 2008 partendo dal racconto di tutte le precedenti crisi, tramite le quali, ritiene si possa trarre insegnamento: Messico, Argentina, Brasile, Thailandia, Hong Kong e Giappone.

L’aspetto sorprendente è che racconta l’economia di uno Stato come se questo fosse un soggetto pensante e fortemente condizionato dal suo stato d’animo. Crisi economiche psico-finanziarie, dove le crisi o i boom economici accadono per “panico” e per “ottimismo”, dove gli interessi economici si confondono con emozioni, paure di entità indefinite quali gli investitori esteri, mercati o capitali che fuggono o rientrano.

Ma un premio Nobel non può essere omertoso fino alla fine e dunque si ricorda di scrivere, ma in pochissime righe, che in tutti i casi, ad esclusione della crisi Giapponese, ricorreva un “piccolo” problema chiamato currency board! Tutti i drammi dei Paesi come l’Argentina, il Messico, il Brasile, la Thailandia, Hong Kong nascono, si sviluppano ed esplodono all’interno di una valuta nazionale legata con un cambio fisso ad una valuta straniera (sempre il dollaro). Si scopre che tutte queste nazioni non disponevano di una moneta realmente sovrana, perché non flottante verso le altre valute. E in questo giogo monetario cadevano vittime delle politiche recessive dettate dal FMI ed attuate dai vari “Monti” locali e delle speculazioni finanziarie internazionali.

Quando il premio Nobel arriva a spiegare l’attuale crisi parla degli Stati Uniti e dell’Europa come se avessero due sistemi monetari analoghi.  Mette in guardia dalle follie del libero mercato e auspica l’intervento pubblico nell’economia ma dimentica di spiegare la differenza non trascurabile tra la FED e la BCE, quella differenza che rende i due sistemi monetari completamente diversi. Ma oggi questo passaggio mi è finalmente chiaro: se vuoi il Nobel per l’Economia “don’t touch the monetary system!”.

Infine mi sembra interessante soffermarmi su un aspetto che probabilmente non è il più significativo ma lo diventa per il risultato “non ottenuto”. Per rendere il suo libro di più facile comprensione Krugman prova a spiegare la dinamica di una crisi monetaria utilizzando l’esempio di una cooperativa di baby sitter, che aveva realmente osservato.
In questo esempio il mondo è costituito da coppie con figli piccolie e si può svolgere un unico lavoro: il babysitteraggio dei figli degli altri, che viene pagato con buoni emessi dalla cooperativa.

Le coppie ricevono un buono quando fanno i baby sitter e cedono un buono quando richiedono il babysitteraggio.

La cooperativa entra in crisi quando le coppie preferiscono accumulare buoni piuttosto che spenderli (Keynes: il risparmio a piene mani). La soluzione proposta da Krugman è che la cooperativa metta in circolazione più buoni, così da creare maggiore domanda (immissione di moneta fiat). In questo passaggio però l’economista coerentemente con la tesi del suo libro, preferisce sottolineare l’atteggiamento di fiducia delle coppie verso il mercato con il conseguente superamento della tendenza prudente al risparmio, e la consequenziale crescita della domanda. Insomma utilizza l’esempio più per spiegare la psicologia dei mercati piuttosto che per descrivere il semplice meccanismo dell’aumento di domanda di babysitter a fronte di maggior ricchezza del settore privato che soddisfa sia le esigenze di babysitter che la propensione al risparmio (delle coppie).

Ma l’esempio di Krugman si arena quando descrive l’andamento stagionale della cooperativa: durante l’inverno le coppie preferiscono non uscire di casa contrariamente a quanto fanno in estate. In inverno nessuno è disposto a spendere buoni per pagare coppie-babysitter ma solo a riceverli proprio perché è meglio trascorrere le serate a casa. Krugman non propone delle soluzioni di “sistema” per risolvere la crisi recessiva invernale se non quella di giocare sul costo del babysitteraggio. Ma si rende conto che solo questo fattore non basta e decide di abbandonare l’esempio.

Gli sarebbe bastato seguire il ragionamento di Warren Mosler per capire la lacuna del suo esempio: l’assenza di un sistema di tassazione.

Infatti sarebbe stato sufficiente un meccanismo obbligatorio invernale/estivo di riscossione dei buoni precedentemente emessi dall’emittente (la cooperativa) e acquisiti dalle coppie per obbligare le coppie stesse a procurarsi e “spendere” buoni anche in inverno.

Così come le tasse creano il bisogno di moneta, in questo caso avrebbero potuto funzionare per “creare” l’offerta di lavoro di babysitteraggio, e stimolare le coppie a rendersi disponibili per lavorare in cambio di buoni-babysitteraggio che necessariamente avrebbero dovuto acquisire per pagare la tassa.

Noi della MEMMT non aspiriamo al Nobel e per questo possiamo parlare del sistema monetario, e dire come lo Stato con la propria moneta ha la capacità di risollevare la propria economia e il benessere dei suoi cittadini.

Comments

  1. Ottimo articolo.
    Ormai gli esempi su come funziona un sistema a moneta fiat si sprecano!
    A partire da quelli di Warren Mosler durante le conferenze con i suoi collaboratori armati alle porte del teatro per costringere il pubblico a pagare con i soldi inventati, fino ad arrivare alle babysitter di Krugman.
    L’idea è semplice, immediata ed elementare.
    Non so perchè ci sia tanta gente che non la capisca…

  2. Rispetto Krugman ma non posso tollerare che per una sciocca medaglia (perlopiù conferita dalla Banca Centrale di Svezia che attua politiche neoliberiste) ci si svenda l’anima.

  3. Secondo me Krugman si è riscattato col suo recente Manifesto per il Buonsenso Economico in cui invoca la necessità per gli stati europei di spendere a deficit per uscire dalla depressione.

    “Il loro primo argomento è che i deficit pubblici alzeranno i tassi di interesse e quindi impediranno il recupero. Al contrario, essi sostengono, l’austerità aumenterà la fiducia e favorirà così la ripresa.

    Ma non c’è alcuna prova a favore di questo argomento. In primo luogo, nonostante i deficit eccezionalmente elevati, i tassi di interesse oggi sono bassi senza precedenti in tutti i principali paesi in cui c’è una banca centrale normalmente funzionante. Ciò è vero anche in Giappone, dove il debito pubblico supera ormai il 200% del PIL annuo, e il downgrade da parte delle agenzie di rating non hanno avuto alcun effetto sui tassi di interesse giapponesi. I tassi di interesse sono elevati solo in alcuni paesi della zona euro, perché la BCE non è consentito di agire come prestatore di ultima istanza per il governo. Altrove la banca centrale può sempre, se necessario, finanziare il deficit, lasciando inalterato il mercato obbligazionario.”

    Certo non ha aggiunto il consiglio di smantellare l’eurozona, ma le conclusioni le possono trarre facilmente i lettori…

    “Come risultato delle loro idee sbagliate, in molti paesi occidentali i politici stanno infliggendo sofferenze enormi ai loro popoli. Ma le idee che sposano su come gestire le recessioni sono state respinte da quasi tutti gli economisti dopo i disastri del 1930, e per i successivi quarant’anni o giù di lì l’Occidente ha goduto di un periodo senza precedenti di stabilità economica e bassa disoccupazione. E’ tragico che negli ultimi anni le vecchie idee abbiano di nuovo messo radici. Ma non possiamo più accettare una situazione in cui le paure sbagliate di tassi di interesse più elevati pesino di più sui i decisori politici rispetto agli orrori della disoccupazione di massa”.

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