Notizie e fatti di cronaca da tutto il mondo commentati dal punto di vista della MMT.

Cosa avviene nei Paesi extraeuropei ? Come viene gestita l’economia nelle altre nazioni del mondo ? In conclusione, qual è l’opinione della MMT circa le decisioni e le manovre attuate da governi, banche centrali e altre istituzioni ?

Quali sono i principali giornali che parlano di economia a livello globale ? Chi sono i giornalisti e gli opinionisti più importanti ? Come pensano deva essere gestita l’economia ? Qual è la loro opinione sulla MMT ? Di conseguenza, qual è la posizione della MMT circa i media diffusi a livello globale ? E ancora, che influenza hanno i media sulle idee delle persone comuni e sulle politiche dei governi ?

Chi sono gli economisti più importanti a livello internazionale ? Che opinioni hanno sull’economia e sulla MMT ? Cosa scrivono ? Di conseguenza, che influenza hanno sulle politiche economiche dei governi ? In conclusione, qual è l’opinione della MMT circa le idee di questi economisti ?

Chi sono gli economisti MMT di tutto il mondo ? Che opinioni hanno ? Cosa pensano circa le decisioni attuate dai governi e da altre istituzioni, quali le banche centrali ? Di conseguenza, che opinione hanno sull’Unione Europea e sulle altre organizzazioni internazionali ? In conclusione, qual è stato e qual è il loro contributo circa la diffusione della MMT nel nostro e in altri Paesi ?

Quali sono le principali organizzazioni internazionali ? Che idee portano avanti sull’economia, che decisioni prendono ? Qual è la visione della MMT circa queste organizzazioni ?

Quali sono i principali trattati a livello internazionale ? Su quali politiche si basano ? Che opinione ha la MMT circa questi trattati ? Quali sono i principi su cui si fondano i trattati internazionali ? Di conseguenza, questi principi sono compatibili con quelli della Costituzione italiana ? Quali sono le conseguenze dell’applicazione dei trattati nel nostro e in altri Paesi ?

Postato il 04/06/2019.

Documento redatto dal Comitato Scientifico MMT, in risposta all’articolo de l'”Avvenire” intitolato “La nuova teoria «MMT». La spesa pubblica senza freni, l’idea Usa che seduce e spaventa“, del 25 Aprile 2019.

Questo scritto vuole rappresentare l’inizio di un dibattito serio e costruttivo sulla MMT all’interno del mondo dei media nazionali. Ci siamo sentiti in dovere di replicare ad una serie di inesattezze ed imprecisioni pubblicati da l'”Avvenire” nell’articolo di cui sopra. Tuttavia ringraziamo il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana per l’interesse dimostrato e per aver stimolato il confronto.

Di seguito la nostra risposta.

Che cos’è la Modern Monetary Theory – MMT ?

Questa teoria nasce 25 anni fa ad opera dell’economista Warren Mosler e si sviluppa originariamente negli USA; oggi annovera tra i suoi sostenitori economisti di varie nazionalità.

Per i suoi contenuti, la MMT si sta imponendo sempre più all’attenzione degli organi di informazione e nel dibattito accademico; per la sua straordinaria portata sociale, attira un apprezzamento e un crescente seguito popolare nei vari continenti, fenomeno davvero straordinario, anzi unico per una teoria economica.

In Italia nel 2012, a seguito dei tre summit MMT a Rimini e Cagliari, convegni di macroeconomia con una partecipazione da guinness dei primati (migliaia di partecipanti), gli attivisti si riuniscono e convergono in organizzazioni volte a divulgare a ogni livello sociale la MMT e a svolgere un’opera di “alfabetizzazione macroeconomica”.

Ad oggi, quest’opera e il contributo al dibattito economico degli attivisti italiani (dove si ritrovano sia il cittadino comune, sia il laureato in economia, il ricercatore, l’analista, il consulente finanziario, ecc.) si sono concretizzati in migliaia d’incontri pubblici, centinaia di apparizioni in televisione e articoli sui quotidiani, contatti e collaborazioni con forze politiche, dialogo con accademici e docenti universitari di economia, presenza costante su social media e siti web, traduzione ed elaborazione di documenti e tanto altro ancora.

Ci piace sottolineare che la nostra Associazione opera da anni in tutto il territorio nazionale autofinanziandosi, senza mai aver usufruito di nessun contributo esterno; questo può dare un’idea dell’importanza che diamo alla nostra opera di informazione.

Ma torniamo al punto. La MMT è una scuola di pensiero macroeconomico post-keynesiana, forse la più vicina allo spirito della Teoria Generale di John Maynard Keynes, che in seguito venne ripresa e sviluppata, con una concezione più progressista del suo autore, da economisti quali Michał KaleckiJoan RobinsonNicholas Kaldor, Piero Sraffa e Hyman Minsky, con grande enfasi sulle politiche favorevoli ai lavoratori, alla redistribuzione, a elevati livelli di occupazione e di protezione sociale.

Ha solide basi teoriche e affonda le sue radici nel Cartalismo elaborato, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp, e dall’inglese Alfred Mitchell-Innes, poi ripreso da John Maynard Keynes nel suo Trattato sulla moneta e da una serie di economisti successivi come Abba Lerner e Charles Goodhart.

Tra i suoi contributi accademici, sono sicuramente da annoverare l’analisi sul funzionamento della moneta moderna (o moneta fiat), sui rapporti del sistema bancario con la banca centrale e il Tesoro e lo sviluppo di modelli previsionali validi e apprezzati, come citato nel vostro articolo, anche da analisti di Wall Street.

L’approccio alla fenomenologia economica è anche “pragmatico”, concreto e teso ad osservare come nel mondo reale funzionano le cose e ad individuarne deduttivamente il perché; ciò sovente dà una marcia in più a questi economisti nel confronto con posizioni tradizionali meramente teoriche.

Un esempio di ciò è il dibattito, citato dal vostro giornalista, tra il famoso Paul Krugman e la MMTeer Stephanie Kelton, “vinto” dalla seconda: senza addentrarci nei dettagli, le obiezioni e il relativo modello teorico sostenuti dal premio Nobel Krugman sono stati dalla Kelton smentiti con i dati del mondo reale, spiegando anche che il modello era sbagliato perché riferito a una tipologia di sistema monetario non paragonabile a quello attuale.

Non ha brillato Krugman, né per competenza, né per eleganza, trattando la Kelton come economista di secondo ordine.

Non certo una bella figura per un premio Nobel fare un po’ il sostenuto con una “sconosciuta” economista e poi farsi insegnare da quest’ultima che, alla presenza di una spesa dello stato, il tasso d’interesse si muove in senso diametralmente opposto rispetto a quanto da lui ipotizzato, con la precisazione che “qualsiasi banchiere te lo saprebbe dire”.

Una delle cose che più apprezziamo di questa Teoria è che essa sviluppa un modello caratterizzato dal superamento del secolare conflitto inflazione-piena occupazione, grazie al consapevole e sapiente utilizzo della moneta moderna, che ha le potenzialità necessarie allo scopo: oggi, applicando la MMT, è possibile perseguire contemporaneamente la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.

È innegabile l’estrema valenza sociale di tali proposte di politica economica; riteniamo che la MMT sia uno strumento unico e prezioso, in grado di dare un contributo fondamentale alla realizzazione del modello socio-economico delineato dalla Costituzione italiana, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica democratica e lo indica quale diritto, dovere e libertà.

Nel vostro articolo si cita Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, che davanti al Congresso ha ribadito che “l’idea che i deficit non importino per Paesi che possono indebitarsi nella loro stessa moneta è semplicemente sbagliata”.

Se Powell volesse approfondire meglio la Teoria, magari direttamente dai suoi sviluppatori e non da rumors orecchiati qua e là, potrebbe scoprire che il concetto portato avanti dalla MMT è alquanto diverso da quello di uno Stato che spende come se non ci fosse un domani.

Riguardo all’entità del deficit dello Stato, è bene ricordare che la MMT non ha una posizione dogmatica su quale debba essere il saldo del settore pubblico. In avanzo, in pareggio o in disavanzo che sia, lungi dal vincolare le proprie decisioni di spesa al rispetto di posizioni contabili prestabilite (l’idea diffusa dei “conti in ordine”), uno Stato guarderà sempre all’economia nazionale e alle sue esigenze contingenti, spenderà nella misura ritenuta necessaria e calibrerà la pressione fiscale ad un livello tale da lasciare alle persone abbastanza moneta da comprare, in una situazione di piena occupazione, la produzione interna e ciò che il resto del mondo ci vuole vendere.

Se per fare questo in un certo anno occorre sperimentare deficit importanti, ciò non deve rappresentare un problema, oltre che per quanto già detto nel vostro articolo, neanche da un punto di vista contabile: uno Stato che s’indebita nella moneta che lui stesso produce avrà sempre, per definizione, la capacità di pagare i propri debiti. Anzi, la spesa a deficit è un qualcosa di necessario, come ammesso anche dall’economista premio Nobel William Vickrey: essa rappresenta l’attivo del settore privato, che si manifesta appunto quando la spesa pubblica del settore governo è maggiore della tassazione. Ricordiamo inoltre che il settore privato di famiglie ed aziende non può aumentare in aggregato il suo attivo, non potendo legalmente creare il denaro, se non tramite politiche neoliberiste e neomercantiliste basate sulle esportazioni e l’abbattimento della domanda interna, al fine di essere competitivi. Si tratta di politiche che, laddove applicate, hanno dimostrato sempre i loro limiti in termini di costi sociali; pensiamo allo sfruttamento della manodopera nei paesi emergenti (quali la Cina e l’India), ma anche nelle cosiddette economie avanzate quali la Germania, che “vanta” un esercito di milioni di minijobbers, lavoratori pagati massimo 450 euro al mese.

A questo proposito, è certamente vero che oggi all’Italia, con l’Euro, è impedito di realizzare i deficit di volta in volta adeguati al caso.

È anche vero che ci sono altri problemi diretta conseguenza dei vincoli e delle anomalie strutturali di questo sistema monetario, come il tasso d’interesse dei titoli di stato in mano non al Tesoro bensì ai mercati: a causa dell’impossibilità della BCE, sancita dal Trattato di Maastricht, di acquistare sul mercato primario i titoli in asta, viene meno un aspetto essenziale della naturale collaborazione tra l’autorità monetaria e quella fiscale, secondo cui il Tesoro agisce e la Banca Centrale reagisce in conseguenza.

Non esiste fuori dall’Euro un meccanicismo che lega l’andamento dei tassi d’interesse dei titoli di stato con quello del deficit governativo. È ampia la casistica storica di aumenti di deficit accompagnati a contemporanea riduzione, non aumento, del tasso d’interesse sui titoli di debito pubblico. A titolo esemplificativo citiamo: Argentina (2015-2016); Stati Uniti (1982-1983; 1990-1993; 2008-2010); Vietnam (2012-2014; 2017-2018); India (2001-2002; 2008-2009); Francia (1992-1994); Cina (vari anni dal 2006 a oggi).

Tutto questo dovrebbe fare riflettere: quanto la BCE sta veramente operando in favore degli stati aderenti all’Eurozona?

E, ancora più a monte: l’appartenenza al sistema Euro è davvero vantaggiosa in termini assoluti per l’Italia?

Riguardo poi alla citazione riportata nell’articolo in cui “i ricchi troverebbero la MMT conveniente, poiché con più deficit pagherebbero meno tasse”, non corrisponde al vero in quanto le tasse, per la MMT, rappresentano un importante strumento di politica fiscale per ottenere l’effetto della redistribuzione della ricchezza e il suo compito primario non è certo quello di finanziare la spesa pubblica. Uno stato sovrano della sua valuta prima deve spenderla (creandola dal nulla) e solo in un secondo momento ne può pretendere il riscatto con la tassazione.

Inutile commentare, infine, la definizione denigratoria su Warren Mosler, definito uno “squalo” di Wall Street; Mosler è il fondatore della MMT e chi la comprende si rende conto del grande valore sociale delle sue proposte. A tal proposito vi invitiamo a leggere i suoi scritti.

Concludendo, la demonizzazione del deficit sottesa a tanta disinformazione è figlia dei nostri tempi; questo non significa che essa debba essere considerata una cosa giusta, anzi, ben vengano dibattiti che, come quello portato avanti dalla MMT, aprano la possibilità a che alcuni degli assunti macroeconomici acquisiti nei decenni passati, e dati per scontati oggi, siano da tutti misurati nella loro reale consistenza, ex novo e senza pregiudizi.

A nostro parere, il punto focale è che, come asserisce la MMT, il deficit dello Stato equivale al risparmio del settore privato. Detto con parole nostre semplici: se ci mancano soldi (basta guardare al livello attuale dei nostri consumi per capire che soldi non ce ne sono abbastanza) lo Stato ce li deve fornire, e lo può fare solo attraverso deficit di bilancio, creando redditi legati al lavoro, quindi alla produzione di beni e servizi.

Se non lo fa, per noi sono guai.

Ormai, si consenta l’ironia, certe cose le hanno capite persino alla BCE se, nel suo Research Bulletin n. 36 del 2017 è scritto che: “… In un’economia che ha una propria moneta a corso forzoso, l’autorità monetaria e quella fiscale possono garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta nazionale non sia soggetto a default, cioè che i titoli pubblici che giungano a maturazione siano convertiti in valuta a parità. Con una disposizione di questo tipo la politica fiscale può focalizzarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico anche quando la politica monetaria sui tassi raggiunge il livello nominale minimo. Nonostante ciò le autorità fiscali dei paesi dell’area euro hanno rinunciato alla possibilità di emettere debito non soggetto a default. Di conseguenza una stabilizzazione efficace del ciclo macroeconomico è diventata un obiettivo difficile da raggiungere”.

Un’ammissione importante, anche se la MMT va oltre e consente allo Stato di superare, non già solo di stabilizzare, il ciclo economico.

Ma questa è un’altra storia…

Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/contatore_debito.html
Dal 13 febbraio 2018 fino alla fine della campagna elettorale, sugli schermi Maxi-Led delle stazioni di Milano Centrale, Roma Termini e Roma Tiburtina è apparso il “contatore del debito pubblico” di cui all’immagine sopra.

Si tratta di un’iniziativa promossa dall’Istituto Bruno Leoni (che di seguito per semplicità chiameremo IBL), una think tank neoliberista nata nel 2003 per promuovere “le idee del libero mercato”.

Nella home page del loro sito compare ancora questo fantomatico contatore, che rappresenta una stima dello stock del debito pubblico italiano basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia. Accedendo all’apposito link, è possibile leggere le motivazioni con le quali l’Istituto Bruno Leoni ha difeso la sua mistificatoria propaganda, alla quale ora risponderemo punto per punto alla luce dei concetti macroeconomici della Modern Money Theory (di seguito MMT per semplicità).

1)  Quali sono i rischi di un elevato debito pubblico ?

IBL.

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.
Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.
Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.
In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano.
In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.

MMT.

Niente di tutto ciò è vero. Le condizioni di cui sopra si verificano solo nel caso si parli di uno stato che non utilizza una sua moneta fiat sovrana (qual è la condizione attuale delle nazioni dell’eurozona, che possono concretamente “finire i soldi”), mentre uno stato sovrano di una sua valuta non avrà mai difficoltà ad onerare i titoli che vende, in quanto denominati nella valuta unità di conto che lui stesse emette ed è l’unico che lo può fare. Uno stato a moneta sovrana prima emette la medesima e solo dopo la può ritirare con la tassazione o la vendita di titoli, che per questo motivo non sono affatto un qualcosa di necessario per finanziare la spesa pubblica. Per ulteriori approfondimenti leggi qui e qui.

2) Ci sono nazioni con un alto debito pubblico in cui tutto sembra andare benone, il Giappone o gli Usa, ad esempio; perché non possiamo farlo anche noi?

IBL.
Stiamo parlando di economie molto differenti, con livelli di produttività, innovazione e tassi di crescita ben differenti dai nostri; per quanto altamente indebitate, i loro fondamentali economici sono tali da permetter loro di poter detenere tale debito a costi contenuti. In particolare, negli Stati Uniti il rapporto tra debito e Pil (circa 105 per cento) è molto inferiore a quello italiano, che supera il 131 per cento. L’Italia è un Paese in declino sotto il profilo demografico e che da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l’elevato debito esistente drena consistenti risorse (oltre 60 miliardi di euro l’anno). Inoltre i tassi di crescita del paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore.

MMT.

Anche in questo caso la propaganda mistificatoria di questo istituto raggiunge l’apice. Abbiamo prima affermato che uno stato a moneta sovrana è il primo e il solo che può creare e spendere la sua valuta e di conseguenza immetterla nel circuito privato di famiglie, aziende e banche (il cosiddetto settore non governativo). Di conseguenza, prima che ci possa essere un PIL (cioè un prodotto interno lordo, o reddito interno) a monte ci deve essere la spesa dello stato sovrano. Il rapporto debito pubblico su PIL è un parametro insignificante da un punto di vista macroeconomico. Lo stato sovrano della sua valuta non ha affatto bisogno di aspettare che il settore privato generi un reddito interno (PIL) da cui poter attingere le risorse per onorare i suoi debiti, anzi, prima deve spendere la sua valuta e solo dopo i cittadini di quella nazione la possono utilizzare per realizzare le transazioni finanziarie tra di loro.

Va comunque sottolineata la realtà delle nazioni che hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria, per le quali il debito pubblico può realmente costituire un problema.

Comunque, anche “stando al gioco” dell’IBL, se il debito pubblico degli USA è inferiore al nostro, non lo stesso si può dire di quello del Giappone, che rappresenta il 250,4 % del PIL. Per quanto riguarda invece i tassi di crescita, non risulta affatto che essi siano tanto diversi da quelli dell’Italia, soprattutto per quanto riguarda il Giappone (vedere i seguenti grafici).



3) ”Al debito pubblico corrisponde un credito privato” di chi ha acquistato titoli di Stato. Cosa c’è di male? Le due cose non si compensano?

IBL.
Senz’altro: a ogni debito corrisponde un credito, e a ogni debitore corrisponde un creditore. Nel caso del debito pubblico, il debitore è lo Stato mentre i creditori sono tutti coloro – famiglie e istituzioni finanziarie, italiane e straniere – che hanno acquistato titoli del debito pubblico. Esattamente come nel settore privato, se il debitore non è in grado di ripagare i propri debiti, il creditore perderà parte o tutto quanto gli è dovuto. Conseguentemente, se lo Stato non è in grado di ripagare il debito, a farne le spese saranno due volte i cittadini: in prima battuta come risparmiatori, e poi come contribuenti. Uno Stato che non paga i propri debiti perde l’accesso ai mercati: è difficile che trovi chi gli presta soldi, e chi lo fa richiede un interesse molto elevato. Per questa ragione è assai probabile che quello Stato si trovi a mettere in atto politiche molto dure: a ridurre drasticamente le proprie spese (per esempio, gli stipendi dei suoi dipendenti o le pensioni) oppure ad alzare le tasse.

MMT.

Anche in questo caso si tratta di considerazioni completamente sbagliate. Come sopra abbiamo più volte evidenziato, è palesemente scorretto paragonare lo stato (inteso come enti governativi di una nazione) al singolo attore economico privato. Il primo infatti in condizioni normali (cioè quando è sovrano di una sua moneta) deve agire a livello macroeconomico immettendo con la spesa pubblica nel settore di famiglie ed aziende più soldi di quanto incassa con la tassazione, altrimenti queste non godranno di alcun attivo e non potranno avvenire gli scambi finanziari tra i singoli attori privati. Il debitore privato invece non può creare legalmente il denaro e pertanto (ma solo per lui) vale la regola della microeconomia in base alla quale per poter spendere e ripagare i debiti deve prima risparmiare.

Le politiche di austerity (la riduzione drastica della spesa pubblica sopra richiamata, con innalzamento delle tasse) imposteci dall’Unione Europea al contrario sono le sole e vere responsabili della crisi dell’eurozona, perché agire in maniera pro-ciclica quando l’economia è in recessione porta ad un aggravarsi della situazione, con diminuzione ancora più accentuata della domanda aggregata, chiusura di aziende, aumento della disoccupazione, ulteriore riduzione di domanda…la cosiddetta spirale deflazionistica che i paesi non sovrani della loro moneta non possono risolvere.

4) Non basterebbe tornare a una “moneta sovrana” per eliminare il problema del debito? Non sarebbe allora possibile rifinanziarlo all’infinito?

IBL.
Se l’Italia uscisse dall’euro, il rischio di denominazione del debito pubblico diverrebbe certezza. In altre parole, i vecchi titoli di stato verrebbero convertiti in Lire. Il valore di quei titoli crollerebbe, con gravi perdite per chi li detiene (inclusi i risparmiatori).
E’ vero che una volta fuori dall’euro quei titoli potrebbero essere acquistati dalla Banca d’Italia; ma questo aumenterebbe velocemente la quantità della nuova moneta nazionale in circolazione, riducendone il valore. Si avvierebbe un percorso verso la iper-inflazione che presto occorrerebbe fermare con una forte stretta monetaria e di bilancio: il contrario cioè dell’obiettivo dichiarato con l’uscita.
Un’elevata inflazione, infatti, riduce certamente l’onere del debito, ma implica anche una riduzione del potere d’acquisto dei salari, con effetti particolarmente gravi per i lavoratori con bassi redditi.
Troppo spesso si dimentica che l’Italia ha vissuto anni di iperinflazione e che solo la ferma volontà di separare le scelte di politica fiscale da quelle di politica monetaria (il c.d. “divorzio Tesoro-Bankitalia”) hanno permesso, nel tempo, di avviare quel percorso di credibilità che ci ha permesso di ridurre drasticamente l’inflazione e di entrare in un’area monetaria comune con altri paesi.

 

MMT.

Cioè vale a dire, al danno si aggiunge la beffa. In verità è proprio ora che siamo in eurozona che gli stati corrono il rischio di finire i soldi e di incorrere in default, con conseguente danno per i risparmiatori.

Uno stato sovrano della sua valuta invece è sempre solvibile nei confronti dei mercati dei capitali, in quanto mai può finire il denaro per onorare anche i debiti che lo stesso si auto-impone di emettere. Una svendita generale dei titoli dovuta ad una paura irrazionale potrebbe certamente far calare il loro valore, a fronte però di maggiori interessi richiesti, per pagare i quali lo stato sovrano non avrà alcun problema. Inoltre è possibile agire a livello di politiche monetarie, imponendo ad esempio alla banca centrale di pagare interessi negativi sui conti riserva detenuti dalle banche presso di essa e invogliando quindi le stesse ad investire acquistando i titoli di stato italiani.

La banca centrale di un’Italia nuovamente sovrana, come giustamente sopra richiamato può comprare all’infinito i titoli di stato dalle banche difendendone il valore e calmierando gli interessi e questo non può in alcun modo portare ad inflazione, in quanto si tratta di riserve immesse nei soli circuiti finanziari che, per poter essere concesse come crediti all’economia reale, necessiterebbero di politiche fiscali espansive (spesa pubblica in deficit) per creare maggiore domanda aggregata; cosa che sarebbe salvifica per quanto riguarda la nostra economia, considerata l’alta percentuale di fattori produttivi non impiegati (disoccupazione pari all’11%) che potrebbero benissimo far fronte ad un aumento del potere di spesa da parte della popolazione.

Di seguito vediamo due chiari esempi di come le politiche di Quantitative Easing (acquisto sul mercato secondario di titoli di stato da parte della banca centrale) applicate negli USA e in eurozona non abbiano affatto creato alta inflazione.

La BCE da marzo 2015 sta effettuando acquisti di titoli di stato per una valore di 80 miliardi al mese (60 miliardi da aprile 2017, vedi qui); ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Si è passati dalla deflazione ad una miserrima inflazione dell’1,6%, ben al di sotto quindi dell’obiettivo della BCE pari al 2% (niente iperinflazione quindi).

Per gli USA, il Quantitative Easing termina nel mese di ottobre 2014 e dal 2013 al 2014 si assiste ad un’impennata degli asset in possesso della FED (la banca centrale americana, vedi qui). Guardiamo l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Stabile al di sotto del 2% e addirittura in diminuzione. Consiglieremmo pertanto all’IBL, se veramente fosse interessato a fare vera informazione (e abbiamo dei seri dubbi a tal proposito) di lasciare stare i falsi miti neoliberisti ed andare semplicemente a guardare i dati reali facilmente reperibili in rete.

Fa poi sorridere (per non dire piangere) l’affermazione secondo la quale l’Italia ai tempi della lira sarebbe stata colpita da iperinflazione. Anche qui basta semplicemente andare a guardarsi la definizione esatta di “iperfinflazione”: generalmente si parla di iperinflazione quando il tasso di crescita del prezzo medio del paniere di riferimento dei beni e servizi supera il valore mensile del 50%  (vedi qui), situazione che non risulta si sia mai verificata nell’Italia Repubblicana, nemmeno in coincidenza delle crisi petrolifere degli anni ’70 del secolo scorso, che allo stesso modo colpirono altre economie importanti quali USA e Gran Bretagna. Anzi, nonostante un’inflazione del 21,8%, l’Italia del 1980 era in assoluto il paese più ricco al mondo, con un risparmio medio delle famiglie pari al 25% del reddito disponibile annuale, valore che si è ridotto al 3,2% nel 2016, nonostante un’inflazione negativa del -0,1% (dati OCSE, FMI ed AMECO). Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

In conclusione, è triste notare come anche un periodo assai delicato e critico come quello delle campagna elettorale, che in una vera democrazia dovrebbe essere caratterizzato dal pluralismo dei punti di vista e da una corretta informazione, sia invece stato pesantemente condizionato dai media mainstream e dal solo pensiero neoliberista della finanza speculativa, che ora domina l’intero mondo occidentale (e non solo)  e ha reso possibili episodi come questi.

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di Domenico Viola
ELEZIONI PRESIDENZIALI USA DEL ’32 E IL PICCOLO PARALLELISMO CON LE IMMINENTI ELEZIONI ITALIANE. QUANDO HAI TROPPI HOOVER E NESSUNA PROPOSTA DI NEW DEAL.
Durante la campagna presidenziale americana per le elezioni del 1932, in piena Grande Depressione, periodo in cui la gente letteralmente moriva di fame, il presidente Hoover parlava di “unicorni ed arcobaleni“, come direbbero da queste parti, ossia del nulla. Hoover, il quale in quattro anni non era riuscito a tirare fuori dall’inferno della depressione il popolo americano, parlava della necessità che business leaders, banchieri, agricoltori e lavoratori ritrovassero “fiducia” nel futuro e che era solo una questione di tempo che alcune delle sue misure portassero i benefici sperati. Il solito “we just need more time“. In aggiunta a questo, Hoover sottolineava la necessità di Balance the budget, pareggiare il bilancio del governo, fare pareggio di bilancio, austerità. Al contrario, durante la stessa campagna elettorale, Roosevelt parlò della sua intenzione e di quella della sua squadra di implementare un New Deal.
Ecco: secondo voi chi è che vinse?
Addirittura, il 18 Febbraio del ’33, durante il periodo del cosiddetto “Interregnum” durato tra il novembre del ’32 e il marzo del ’33, Hoover fece inviare una sua lettera a Roosevelt da un agente dei servizi segreti presso l’Hotel Astor di New York. In questa lettera, tra le varie cose che raccomandò al quasi presidente Roosevelt, ci fu quella di rassicurare il popolo che non vi sarebbe stata inflazione della valuta e che… il bilancio sarebbe stato mantenuto in pareggio!
Ebbene, Roosevelt “se ne sbatté” dei deliri di quest’uomo e implementò il New Deal mediante il quale creò in pochi mesi milioni posti di lavoro. Il New Deal, come afferma il mio professor Randall Wray, rianimò letteralmente gli Stati Uniti e portò un Paese, che durante gli anni della Grande Depressione era messo forse peggio della Grecia di oggi, nel XX secolo. Addirittura di molte delle cose che furono fatte e prodotte durante il New Deal il popolo americano ne ha beneficiato per decenni e ne beneficia ancora oggi. Lo Stato in quegli anni spese in deficit e il settore privato delle famiglie ed imprese si ritrovò sul suo bilancio dei crediti netti o attivi finanziari reali e ebbe a godere di beni reali, altro che debiti!
Bene: immaginate un po’ che ad oggi in Italia abbiamo tanti Hoover che si presentano alle elezioni e che nessuno ha parlato della impellente urgenza e necessità di fare un New Deal 2.0. Ma tutti vi parlano di ridurre il debito pubblico. SHUT THE FUCK UP!

di Bill Mitchell, fonte: http://e1.newcastle.edu.au/coffee/pubs/wp/2013/13-06.pdf
“Prima della crisi finanziaria globale (GFC), gli economisti mainstream hanno annunciato la morte dei cicli economici (che alternavano fasi di forte crescita a fasi di profonde recessioni) e hanno dichiarato che eravamo entrati nel periodo della “grande moderazione” (Stock e Watson, 2002; Lucas, 2003).
Questi economisti furono totalmente smentiti dai fatti e non riuscirono minimamente a prevedere le conseguenze catastrofiche della deregolamentazione del mercato del lavoro e della deregolamentazione finanziaria che essi avevano promosso.
È ragionevole aspettarsi che il fallimento professionale reso evidente durante la crisi finanziaria globale avrebbe dovuto portare a una riconsiderazione del paradigma all’interno del quale questi economisti ragionano e grandi cambiamenti sia nei curricula che nella ricerca economica.
Gli economisti mainstream, tuttavia, hanno riattivano i loro contenuti anti-governativi trasformando efficacemente quella che era una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico, oscurando così il loro ruolo nella crisi e sottraendo l’attenzione dai difetti dei loro modelli. Le dinamiche che hanno creato la crisi (deregolamentazione, riduzione della vigilanza finanziaria, ecc.) continuano così ad essere sostenuti oggi dal mainstream come le attuali soluzioni.

di Maria Luisa Visone, fonte  sienanews.it/economia
Il 13 luglio 2012 l’agenzia MOODY’S declassava il rating dei titoli di Stato italiani da A3 a Baa2, con outlook negativo, ovvero, non escludendone una possibile revisione al ribasso nei successivi 24 mesi. Una data storica per il debito pubblico dell’Italia, dopo l’ingresso nel rating della lettera B di gennaio dello stesso anno, deciso da STANDARD & POOR’S e quello di FITCH del successivo marzo 2013. Mancava all’appello il giudizio nella stessa direzione di DBRS, l’agenzia di rating considerata nella rosa delle quattro più importanti, arrivato lo scorso 13 gennaio: declassamento da A- a BBB+.
Conseguenze sul sistema bancario italiano
Le banche europee si finanziano presso la Bce e vengono considerate meritevoli in base alle garanzie prestate, attraverso il collaterale. Il loro merito creditizio si traduce in maggiori o minori costi da sostenere per ricevere liquidità. Con la perdita dell’ultima A rimasta, la quantità dei titoli di Stato da dare in pegno per l’Italia passa dal livello 2 al livello 3. In pratica, prima il taglio (haircut) per un Bot era di 0,5% e per un Btp a 10 anni del 5%; oggi, rispettivamente, è del 5% e del 13%. Quindi, minore quantità di denaro in prestito per il sistema bancario italiano, a fronte della stessa quantità di titoli di Stato in garanzia. O, in alternativa, maggiore quantità di titoli di Stato da dare in garanzia, per mantenere lo stesso livello di finanziamento.
La decisione di DBRS conferma l’Italia “sorvegliato speciale per l’Europa” e rende maggiormente vulnerabile il suo sistema bancario, poiché le nostre banche detengono in portafoglio un gran numero di titoli di Stato.
Consideriamo, inoltre, che nel 2017 sono previste emissioni lorde di titoli di Stato di entità significativa, pari a circa 260 miliardi di euro complessivi. Riappare, di conseguenza, il fantasma della necessità di una maggiore spesa per interessi da sostenere, derivante da un probabile aumento dei tassi, conseguenza diretta del peggioramento del rischio emittente, su cui tutte le agenzie di rating sono concordi.
Si affaccia anche un ulteriore rischio: quello di assistere a uno spostamento degli investitori verso l’acquisto di titoli di Stato di altri Paesi, ritenuti più affidabili, come, ad esempio quelli spagnoli.
Così l’Italia sembra avvolgersi su se stessa intorno a una spirale che si autoalimenta.
Se fosse lo Stato ad emettere la valuta in cui sono denominati i suoi titoli dati in pegno dalle banche, però, cambierebbe la situazione. Il sistema bancario risulterebbe maggiormente tutelato, perché le banche per finanziarsi presso la banca centrale nazionale cederebbero titoli denominati nella valuta di cui lo Stato ha il monopolio. E, nell’ipotesi di un peggioramento del rating, la banca centrale nazionale non avrebbe bisogno di tagliare l’haircut, chiedendo più titoli in garanzia per la stessa liquidità concessa, dal momento che l’emittente, alla scadenza dei suoi titoli, onorerebbe senza problemi l’impegno al rimborso, esercitando il potere di emissione monetaria. In sintesi, si annullerebbe il rischio di solvibilità.
Tuttavia, il monopolio dell’emissione monetaria appartiene alla Bce e non ai singoli paesi dell’Eurozona. E la Bce non può esimersi dalla valutazione del merito creditizio dei richiedenti, come avviene per un qualsiasi privato che chiede un prestito a una banca.
La domanda è: di fronte a una vulnerabilità così crescente, è da prendere in considerazione una scelta politica, auspicata da più parti, che ripristini il potere di emissione monetaria nazionale.

Per “salvare” Monte dei Paschi di Siena l’Italia rischia di accedere ad un prestito del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità, cosiddetto Fondo Salva Stati) il quale chiederà in cambio il rispetto di “condizionalità”: si tratta dunque di un ulteriore atto di commissariamento dell’Italia.monte-dei-paschi-di-siena
Se si pensa inoltre a cosa è il Mes, viene da ridere. Gli Stati aderenti hanno chiesto in prestito alle banche private del denaro, pagando gli interessi richiesti, e hanno girato al Mes i fondi raccolti (per l’Italia 14 miliardi, per ora). Questi fondi dunque già soggetti ad interessi passivi per l’Italia potrebbero essere dunque di nuovo richiesti, con ulteriore aggravio sia in termini economici sia, appunto, di vincoli alla sovranità nazionale.
Pazzia finanziaria.
Intanto gli italiani si dividono tra chi critica l’aiuto dello Stato per evitare il fallimento di Monte dei Paschi e invoca il cosiddetto bail-in, e chi invece giustifica l’intervento pubblico sia in virtù dell’articolo 47 della Costituzione sia perché consapevole che lasciare totalmente la gestione del risparmio al mercato privato significherebbe aumentare eccessivamente i rischi e far incartare il sistema del risparmio.
Tuttavia sappiamo come agiscano le nazioni fuori dal mondo dorato dell’Eurozona. Gli interventi pubblici per salvare le banche vengono effettuati senza l’aumento di un solo centesimo della tassazione e senza il taglio di servizi pubblici.
Chi si allarma allora per l’intervento pubblico, dovrebbe mettere il naso al di là della cortina di ferro dell’Eurotower, e vedere come funzionano le cose nelle iper-capitalistiche nazioni degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, ad esempio.
Noi di MMT Italia chiediamo soltanto che ciò che viene realizzato per salvaguardare il sistema finanziario venga realizzato anche a favore di famiglie, lavoratori e imprese, che non debbono vivere delle esistenze sofferte a causa di decisioni politiche mascherate da leggi naturali.
Se non credete a quello che abbiamo appena scritto, basti guardare per conferme questa breve intervista dell’ex governatore della Fed Ben Bernanke, in cui viene spiegato in che modo la banca centrale degli Stati Uniti è intervenuta per evitare il collasso del sistema bancario nazionale senza aumentare di un cent il livello dell’imposizione fiscale.