Articoli su notizie, fatti di cronaca, di politica economica e di economia relativi all’Italia.

Qual è l’opinione della MMT circa le posizioni e le decisioni dei rappresentanti delle istituzioni italiane ?

Che posizione hanno partiti politici, movimenti e associazioni varie residenti nel nostro Paese ? Come ritengono deva essere gestita l’economia ? Qual è la loro posizione riguardo l’Unione Europea e altri trattati internazionali ? Come si pone la MMT nei confronti di queste opinioni ?

In che modo i media rappresentano l’economia italiana ed il nostro rapporto con l’Unione Europea ? Come si pone la MMT nei confronti dei media italiani ? Quali sono le posizioni dei giornalisti e degli opinionisti italiani ? Cosa ne pensano della MMT ? Qual è l’opinione della MMT a riguardo e come replica alle loro critiche ?

Chi sono gli economisti ed i politici italiani che difendono l’Unione Europea e le sue politiche. Cosa pensa la MMT delle loro posizioni ? Qual è l’opinione della MMT riguardo gli economisti critici nei confronti dell’Unione Europea ?

Quali sono state e quali sono le conseguenze della nostra appartenenza all’Unione Europea ? Ci sono stati vantaggi o svantaggi, che posizione ha la MMT a riguardo ? Qual è l’opinione della MMT riguardo l’adesione dell’Italia ai trattati internazionali di libero scambio ? Quali sono le loro conseguenze ?

Come dovrebbe agire la classe politica italiana in un’ottica MMT ? Come sta agendo ora dal punto di vista della MMT ? La politica italiana come si rapporta nei confronti della MMT ? Che opinioni hanno i politici italiani della MMT ? Qual è l’opinione della MMT sulla realtà politica dell’Italia ? Che punto di vista ha la MMT nei confronti della classe politica italiana ?

di Marco Cavedon fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/flattax_minibot.html

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona.  Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?

Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire  dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essereaccettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.

Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

di Giulio Betti
fonte: qui

Questo è il primo articolo di una serie che avrà come oggetto le vicine elezioni politiche italiane, che avranno luogo il 4 marzo 2018. Ad ormai meno di due mesi da questo importante appuntamento, vane sono purtroppo le speranze di vedere costituirsi una maggioranza solida e contraria con decisione al sistema economico e politico europeo nel quale il nostro paese ancora permane, nonostante decenni di stagnazione, recessione economica ed impoverimento della popolazione.

Oggi ci dedichiamo alle posizioni di Luigi di Maio, candidato premier di Movimento 5 Stelle, il partito che i sondaggi danno come il favorito.

Ce l’avete chiesto in tanti:

qui la lettera del candidato premier m5s Di Maio inviata e pubblicata su La Stampa.

Si parte con l’evergreen “debito pubblico che pesa sulle giovani generazioni” evitando accuratamente di dire che se fosse un debito pubblico denominato in valuta nazionale sarebbe garantito senza problemi da Bankitalia, per poi passare da un “non prevediamo assolutamente spesa in più(pauraa!) a un “piano di investimenti” poche righe dopo per realizzare tanti bei progetti… magari ci si potrebbe anche decidere, non trovi Di Maio?

E come si finanziano queste spese in investimenti produttivi, che adesso vuoi fare?

Ma con il taglio della spesa da un’altra parte, facile!

Via gli sprechi. Perché il piano di Cottarelli era “un’ottima base di partenza”.

Ah, bello quello.

E la letterina si conclude poi con i magnificenti 780 euro al mese se non hai un lavoro, che se ti va male il centro per l’impiego magari ti trova un lavoro da 800 euro mensili ultraprecario, e tu accetti perché sennò al terzo rifiuto… via pure i 780!

Ovvero il fallimentare modello tedesco di riforma dei centri per l’impiego targato Hartz, allegriaaa signori!

Ma seriamente, di che stiamo parlando? La solita politica dell’allegro riordinatore dei conti, tolgo di qua e metto di là, sposto di su e ricolloco di giù. La spending review: sono ancora alla Spending Review.

Ovviamente come gli investimenti pubblici e l’aumento del deficit si concilino con l’obbligo di pareggiare il bilancio pubblico stabilito dal Fiscal Compact, beh, non è proprio dato saperlo.

Perchè Di Maio, su moneta unica ed Unione Europea, non proferisce una sola parola nella letterina.

Infatti mi domando, ma tutti i personaggi politici (non solo Di Maio, per carità, vanno da destra a sinistra) che in questi mesi stanno promettendo investimenti produttivi e detassazioni a manetta, come pensano di vedersela poi con la simpatica e misericordiosa Commissione Europea?

A novembre ce l’hanno detto chiaro e tondo: Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione, dichiara che l’Italia, Belgio, Austria, Portogallo e Slovenia devono “adottare le misure necessarie ad aggiustare il loro percorso di bilancio”.

In particolare per l’Italia questo “si dovrà tradurre in un impegno per una manova-bis che vincoli fin da subito il prossimo governo.

L’esecutivo che uscirà dalle urne a marzo dovrà dunque cimentarsi per prima cosa con una manovra correttiva da almeno 3,5 miliardi – l’aggiustamento strutturale aggiuntivo richiesto per il 2018.

Se ciò non dovesse accadere, si aprirebbe la procedura d’infrazione che imbriglierebbe l’autonomia italiana nelle decisioni di politica economica.  Sottolineo: “manovra-bis che vincoli da subito il nuovo governo

A quanto pare Di Maio, e tanti altri politici insieme a lui, questi vincoli non li considerano.

Credono ancora di vivere in uno Stato sovrano….

Si è svolto sabato 18 novembre a Firenze un incontro organizzato da MMT Italia a cui hanno partecipato i rappresentanti di alcuni movimenti cosiddetti “sovranisti” italiani e il giornalista Paolo Barnard. L’incontro, aperto da una introduzione del presidente MMT Italia Filippo Abbate, è proseguito con una descrizione del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale da parte di Barnard. Di seguito il video completo.

di Domenico Viola
ELEZIONI PRESIDENZIALI USA DEL ’32 E IL PICCOLO PARALLELISMO CON LE IMMINENTI ELEZIONI ITALIANE. QUANDO HAI TROPPI HOOVER E NESSUNA PROPOSTA DI NEW DEAL.
Durante la campagna presidenziale americana per le elezioni del 1932, in piena Grande Depressione, periodo in cui la gente letteralmente moriva di fame, il presidente Hoover parlava di “unicorni ed arcobaleni“, come direbbero da queste parti, ossia del nulla. Hoover, il quale in quattro anni non era riuscito a tirare fuori dall’inferno della depressione il popolo americano, parlava della necessità che business leaders, banchieri, agricoltori e lavoratori ritrovassero “fiducia” nel futuro e che era solo una questione di tempo che alcune delle sue misure portassero i benefici sperati. Il solito “we just need more time“. In aggiunta a questo, Hoover sottolineava la necessità di Balance the budget, pareggiare il bilancio del governo, fare pareggio di bilancio, austerità. Al contrario, durante la stessa campagna elettorale, Roosevelt parlò della sua intenzione e di quella della sua squadra di implementare un New Deal.
Ecco: secondo voi chi è che vinse?
Addirittura, il 18 Febbraio del ’33, durante il periodo del cosiddetto “Interregnum” durato tra il novembre del ’32 e il marzo del ’33, Hoover fece inviare una sua lettera a Roosevelt da un agente dei servizi segreti presso l’Hotel Astor di New York. In questa lettera, tra le varie cose che raccomandò al quasi presidente Roosevelt, ci fu quella di rassicurare il popolo che non vi sarebbe stata inflazione della valuta e che… il bilancio sarebbe stato mantenuto in pareggio!
Ebbene, Roosevelt “se ne sbatté” dei deliri di quest’uomo e implementò il New Deal mediante il quale creò in pochi mesi milioni posti di lavoro. Il New Deal, come afferma il mio professor Randall Wray, rianimò letteralmente gli Stati Uniti e portò un Paese, che durante gli anni della Grande Depressione era messo forse peggio della Grecia di oggi, nel XX secolo. Addirittura di molte delle cose che furono fatte e prodotte durante il New Deal il popolo americano ne ha beneficiato per decenni e ne beneficia ancora oggi. Lo Stato in quegli anni spese in deficit e il settore privato delle famiglie ed imprese si ritrovò sul suo bilancio dei crediti netti o attivi finanziari reali e ebbe a godere di beni reali, altro che debiti!
Bene: immaginate un po’ che ad oggi in Italia abbiamo tanti Hoover che si presentano alle elezioni e che nessuno ha parlato della impellente urgenza e necessità di fare un New Deal 2.0. Ma tutti vi parlano di ridurre il debito pubblico. SHUT THE FUCK UP!

La crisi economica è finita ? Alcuni dati.

(di Marco Cavedon, postato il 14/11/2017).

 Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Immagine correlata

Sovente si sente affermare da parte del governo e dei media che la crisi è finita. Ma sarà vero ?

Possibile che nonostante le politiche di austerity imposteci dall’Europa e applicate diligentemente dalla classe politica dominate le cose effettivamente non vadano poi così male ?

Un’attenta analisi degli stessi dati del governo sembra smentire categoricamente questa ipotesi. Vediamoli insieme.

I seguenti grafici sono presi dal sito DIPE (cioè del Dipartimento per la Programmazione e il Coordinamento della Politica Economica) e dal sito di finanza Trading Economics, che raccoglie ed aggiorna costantemente i dati dei più importanti istituti di statistica di tutte le nazioni.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Unemployed Persons

Il grafico di cui sopra rappresenta il numero totale di persone disoccupate. Come si vede l’andamento è tutt’altro che positivo e dal 2015 praticamente la disoccupazione non scende. Vediamo al contrario che il picco di disoccupazione si ebbe proprio col governo Renzi nel 2014.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Long Term Unemployment Rate

Il grafico di cui sopra invece rappresenta la disoccupazione a lungo termine (persone senza lavoro da un anno o più, un dato pertanto ancora più drammatico rispetto il precedente, calcolato su base mensile). Anche qui notiamo che essa cala sensibilmente dopo il 2014, per poi però appiattirsi ad un valore pressoché costante.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato e poi ha ricominciato a crescere nel 2015-2017.

Questo grafico e quelli a seguire sono presi invece dal sito del DIPE (dati aggiornati al 05 ottobre 2017). Il dato sopra riportato rappresenta il PIL (il reddito interno) su base trimestrale. Come si vede, siamo ancora ben lontani dai livelli pre-crisi, quado il PIL trimestrale era maggiore di 25 miliardi rispetto ora. Come mai tuttavia questa lieve ripresina dopo il 2014 ? E’ veramente sintomo di creazione di maggiore benessere per la popolazione ? Tenete bene a mente il dato precedente della disoccupazione per capire come a maggiore PIL non corrisponda affatto necessariamente più lavoro e ricchezza per i residenti. In seguito vedremo un’altra cosa molto interessante.

Ma veniamo ora al dato della produzione industriale, che dovrebbe stare particolarmente a cuore agli imprenditori.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: La produzione industriale italiana aveva mostrato una tendenza a un moderato calo nel 2000-2005, seguito da una fase di crescita nel 2005-2008, con trend di crescita più limitato rispetto alla media della zona euro. Dalla metà del 2008 fino ad aprile 2009 la produzione industriale è crollata da un massimo di 106 ad un minimo di 78, analogamente a quanto accaduto in tutto il mondo con la crisi finanziaria internazionale. Dalla seconda metà del 2009 alla metà del 2011 la produzione industriale ha recuperato circa il 40% di quanto aveva perso, tornando successivamente a calare. Dal 2014 è ricominciata una fase di lenta crescita della produzione industriale.

Anche qui l’andamento è alquanto deludente; dopo il 2015 si assiste ad una insignificante ripresa, che non è sufficiente per parlare di andamento positivo dato il tonfo realizzato a seguito della crisi economica del 2008 e dopo le misure lacrime e sangue del “salvatore” Mario Monti.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT mostra un lento aumento dell’incidenza della povertà assoluta in Italia nel 2007-2010 (dal 3,5% al 4%) e un’accelerazione nel 2011-13, con un picco del 6,3% delle famiglie italiane in povertà assoluta. Nel 2014 si manifesta un primo ridimensionamento dell’incidenza della povertà assoluta che scende al 5,7%. Il centro e il nord sono caratterizzati da un andamento analogo al dato nazionale, ma con livelli di povertà assoluta inferiori rispetto alla media nazionale di 1-2 punti percentuali, toccando nel 2014 il 4,2% di famiglie in povertà assoluta nel nord e il 4,8% nel centro. Il Mezzogiorno invece ha un livello maggiore di povertà assoluta, il quale cresce più che proporzionalmente rispetto al resto d’Italia dal 5,1% del 2010 al 10,1% del 2013, ma che nel 2014 beneficia di una riduzione più forte, scendendo all’8,6% di incidenza della povertà assoluta, pur rimanendo circa il doppio rispetto al centro-nord. Nel 2015-2016 la povertà assoluta aumenta al nord e al centro, calando moderatamente al sud.

Ora iniziamo ad andare oltre i dati che i media quotidianamente ci presentano per farci credere che tutto vada bene. Un PIL che aumenta non significa che la maggior parte della popolazione sia diventata più benestante, così come una maggiore occupazione non significa che siamo tutti più ricchi perché questo dato non considera i lavori precari, di poche ore e mal retribuiti.

Vediamo infatti nel grafico sopra che la percentuale delle famiglie povere presenta un andamento nettamente ascendente e ciò vale addirittura per il “ricco” nord Italia.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT dell’incidenza della povertà relativa mostra limitate oscillazioni a livello nazionale con un aumento dall’11,2% nel 2011 al 12,8% nel 2012. Tale aumento è più sensibile ed è continuato più a lungo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza della povertà relativa à passata dal 19,1% nel 2009 al 23,6% nel 2014.

Il grafico di cui sopra invece rappresenta l’andamento della cosiddetta povertà relativa, che si differenzia dalla povertà assoluta in quanto si basa su una soglia di valore di spesa per consumi che varia solo in base al numero dei componenti di un nucleo famigliare e non è differenziata per regione geografica, dimensione del comune di residenza o età dei componenti del nucleo. Anche in questo caso nel tempo si verifica un sostanziale aumento della povertà.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: La stima ISTAT registra dal 2005 ad oggi un aumento dell’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con figli minori, particolarmente accentuata per le famiglie con 3 e più figli e un calo dell’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con un anziano e un modesto aumento nelle famiglie con due o più anziani, che tuttavia è ora diventata la tipologia di famiglia a minor incidenza di povertà assoluta (3,5% rispetto al 26,8% delle famiglie con tre o più figli minori nel 2016).

Il grafico sopra invece ci dà il prospetto dell’aumento della povertà per le famiglie numerose (con tre e più figli minori). Della serie, ci viene detto di fare più figli ma non ci vengono date le risorse per farli crescere in condizioni dignitose.

Tirando le somme, da tutti i dati di cui sopra abbiamo visto che l’andamento dell’economia italiana è tutt’altro che roseo come ci viene dipinto. Ma da dove deriva allora la tanto sbandierata ripresa del PIL, che in verità si attesta su valori molto inferiori rispetto a quelli pre-crisi ?

Semplice, non certo dalla domanda interna (che in rapporto al PIL è in diminuzione, vedi qui), causa l’aumento della povertà e la diminuzione degli stipendi (a loro volta dovuti alle politiche di austerity imposteci dall’Europa), ma bensì dalla domanda estera.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Sia le esportazioni che le importazioni sono cresciute velocemente tra il 2003 ed il 2008 (quasi 50% in più cumulato in valore nominale). Con la prima recessione tra il 2008 e il 2009, sono entrambe temporaneamente crollate per la paralisi dei mercati internazionali, riprendendosi velocemente a partire dalla seconda metà del 2009, con una ripresa più forte per le importazioni. La seconda recessione dal 2011 è invece caratterizzata da una riduzione delle importazioni a causa della compressione dei consumi interni, mentre le esportazioni hanno continuato a crescere, anche se sempre più lentamente, generando un surplus della Bilancia commerciale per la prima volta dall’inizio degli anni duemila.

Tolta la linfa della domanda interna (causa la riduzione del deficit pubblico), l’unico modo per aumentare il reddito complessivo interno è quello di fare affidamento sulla domanda estera, cosa che l’Italia ha regolarmente fatto a partire dall’inizio degli anni 2010, con un contenimento delle importazioni a favore delle esportazioni, ossia della vendita a basso prezzo all’estero di beni reali dei quali la nostra popolazione non godrà.

Come è stato possibile diventare competitivi nei mercati esteri ?

Semplice; privati della possibilità di svalutare la moneta, ora possiamo solo fare affidamento sull’abbassamento dei salari, cosa che l’Italia ha regolarmente fatto a partire dalla crisi economica del 2008 (vedi sotto).

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Il reddito pro capite è cresciuto nell’Ue in Italia fino al 2007. Dopo tale data è cominciata una fase di crisi economica con una prima contrazione del reddito pro capite nel 2008-2009, seguita da una ripresa nel 2010-11 e da un nuovo calo del reddito pro capite in Italia e nella zona euro, mentre nell’UE nel suo insieme il redito pro capite è rimasto stazionario nel 2012-13, rimanendo comunque in media ad un livello più basso rispetto al 2007. Nell’insieme il reddito pro capite italiano è cresciuto meno della media UE e della zona euro nel periodo di crescita si è ridotto maggiormente nei periodi di recessione. Il reddito pro capite italiano era più alto della media UE nel 1995 e anche dei futuri paesi membri della zona euro, mentre nel 2013 era inferiore ad entrambe le zone.

E quali sono per le piccole e medie imprese italiane e per il nostro sistema bancario le conseguenze di continuare a voler permanere nell’eurozona ed applicare politiche di contenimento della spesa pubblica (che costituisce al centesimo il reddito privato) ?

Anche qui il risultato è palese. Le conseguenze sono state la progressiva diminuzione dei crediti al settore privato, accompagnata dall’aumento dei prestiti divenuti inesigibili (vedi sotto) che hanno causato la crisi del settore bancario di cui oggi sentiamo spesso parlare, non certo dovuta semplicemente a funzionari corrotti e profittatori (questi ahimè ci sono sempre stati), ma al “bel” sistema economico nel quale continuiamo nonostante tutto a voler permanere.

Descrizione: Descrizione: Descrizione: Italy Loans to Private Sector

Fonti:

http://www.programmazioneeconomica.gov.it/2017/10/05/andamenti-lungo-periodo-economia-italiana/

https://tradingeconomics.com/

di Marco Cavedon fonte http://memmtveneto.altervista.org/articoli/referendum_autonomia.html
Il 22 Ottobre 2017 si sono svolti due referendum consultivi sull’autonomia delle Regioni Veneto e Lombardia, in base quanto previsto dagli articoli 5 e 116 della Costituzione della Repubblica Italiana. La concessione di ulteriori forme di autonomia alle regioni è possibile per alcune competenze dello stato nominate nel comma 2 dell’articolo 117, nonché sulle materie di legislazione concorrente nominate nel comma 3 del medesimo articolo, tra cui rientra anche la voce “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”. In particolare questo punto è molto importante dal momento in cui vari movimenti politici lamentano l’alta tassazione a cui sono sottoposte le regioni del nord più ricche economicamente, che versano ogni anno allo stato centrale più di quanto ricevono dallo stesso (il cosiddetto residuo fiscale, vedi qui).
I risultati di tali consultazioni sono stati in entrambi i casi positivi, soprattutto in Veneto dove è stato superato il “quorum” del 50% degli aventi diritto al voto ed i SI’ sono stati quasi unanimi (vedi qui).
In molti tuttavia travisano il significato del termine “autonomia fiscale”, dal momento in cui si ritiene che il denaro venga prodotto grazie alla laboriosità del sistema produttivo privato all’interno di un dato territorio e di conseguenza lo stato si impossessa delle risorse, per spenderle nelle regioni più povere o meno produttive e questo viene generalmente visto come un qualcosa di negativo, una forma di assistenzialismo che alla fine non permette a queste aree di godere di un vero sviluppo.
In questa sede non ci occuperemo di affrontare il problema appena accennato (invero assai complesso e per nulla scontato), ma di chiarire quali sono le reali condizioni per cui si possa parlare di vera autonomia fiscale.
Ebbene, questa ci può essere solo con sovranità monetaria, dal momento che in condizioni normali è lo stato che emette la valuta tramite una banca centrale e non il settore privato. Si travisa quindi da parte di questi movimenti politici che parlano di residuo fiscale e di autonomia il reale significato della moneta, in quanto un vero stato sovrano prima di raccogliere i soldi con le tasse deve necessariamente spenderli, conferendoli al settore privato non governativo di più di quanto tassa per generare il suo attivo e solo questa può essere la via attraverso la quale un governo può far prosperare l’economia di una determinata comunità.
Va tuttavia precisata l’attuale condizione dello stato Italia. Oggi non siamo più sovrani di una nostra moneta e tutti i soldi che il governo centrale spende è costretto a chiederli in elemosina ai mercati dei capitali privati, i soli che possono essere finanziati direttamente dalla Banca Centrale Europea in base al Trattato di Maastricht. Le regole europee impongono altresì restrizioni ai deficit e al debito pubblico, con conseguente diminuzione dell’attivo del settore privato ed alta tassazione che deprime sia le aree povere che quelle ricche del paese.
Ecco che in tale condizione anche un referendum che chiede più autonomia (anche se non dal punto di vista monetario ma delle tasse) può essere utile. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Italia nuovamente sovrana della sua lira e libera dai trattati europei, con la possibilità di spendere in deficit e di lasciare sul territorio con la spesa pubblica più soldi di quanti ne distrugga con la tassazione. Ricordiamo che uno stato sovrano prima emette la sua moneta e solo dopo tassa e non certo per finanziare la sua spesa, ma per regolare l’economia, abbassando il deficit se la domanda è maggiore della capacità produttiva, innalzandolo se i prodotti non vengono venduti ed aumenta la disoccupazione.
Uno stato sovrano non ha alcuna necessità di tassare a morte le aree ricche del paese per aiutare quelle più povere e ciò può essere anche controproducente, primo perché ribadiamo che le tasse con sovranità monetaria non hanno la reale funzione di finanziare la spesa pubblica, secondo perché questo può far sì che le zone più ricche sviluppino meccanismi basati su politiche di alta competitività con contenimento delle pretese salariali e dei diritti dei lavoratori, realtà molto sentita nel Veneto la cui economia è costituita soprattutto da piccole e microimprese sotto i 10 dipendenti (vedi qui), per le quali mai si sono applicate le tutele dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Bene pertanto in tali condizioni spronare lo stato a stracciare i trattati europei per applicare una maggiore spesa a deficit e tutelare la domanda interna, la componente maggioritaria del PIL di tutti i paesi avanzati e la sola che può far sì che le aziende non si gettino nella gara al massacro della competitività globale, al fine di esportare beni che saranno goduti da altri e non dalla nostra popolazione.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Articolo 47: “La Repubblica controlla, coordina e disciplina l’esercizio del credito”.
Il legame sancito dalla Costituzione tra Repubblica, risparmio e credito fa emergere quello esistente tra cittadini, imprese e banche, nel quale la funzione dello Stato assume carattere di “regolatore”.
Nella storia gli interventi normativi cercano di ricomporre situazioni di crisi.
Le leggi bancarie del ’26 e del ‘36
Con la legge bancaria del 1926, il tema della tutela del risparmio torna dominante, evidenziando la necessità di ripristinare il rapporto di fiducia tra depositanti e sistema bancario; rapporto vitale per sostenere il sistema industriale dell’epoca. In precedenza, le imprese bancarie erano assoggettate a norme di diritto comune, senza avere particolari controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese; situazione che permise loro di esporsi molto e di subire effetti disastrosi sulla stabilità patrimoniale e sulla capacità di essere solvibili. L’Italia non fu certo scevra dalla depressione economica e dai numerosi salvataggi bancari che caratterizzarono il contesto mondiale degli anni 1920-1933. Così, proprio in quel periodo, l’altro tema dominante dell’epoca, il risanamento del sistema bancario, trova applicazione in una riforma di portata storica: il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
La legge bancaria del ’36 durerà più di cinquant’anni. Nota soprattutto per aver istituito la separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine – separazione tra credito ordinario e credito industriale – pose le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico –  e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di intervenire nella tutela del risparmio, semplicemente esercitando il naturale potere di politica economica. I poteri di vigilanza attribuiti alla Banca d’Italia si coniugarono, invece, successivamente, con quelli di controllo e indirizzo del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio).
Ciò che vogliamo evidenziare è:
da un lato, l’affermazione della natura pubblicistica del credito con l’istituzione di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
dall’altro, il riconoscimento al risparmio di valore da difendere.
La raccolta del risparmio tra il pubblico era riconosciuta come la fonte primaria per gli impieghi produttivi delle imprese e lo Stato non poteva sottrarsi al compito di tutelare integralmente tutte le forme di risparmio. Questa concezione, quella di rendere il risparmio virtuoso per mobilitare risorse, non ha nulla a che vedere con il concetto di rendimento o lucro che appartiene ai nostri giorni.
Riformare e stabilizzare il sistema creditizio fu doveroso nel difficile clima di depressione economica degli anni ’30. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà anche il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, oltre a disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito. Diventa compito della Repubblica assolvere alla funzione di favorire e salvaguardare l’accumulazione di risparmio, funzione che deve prescindere da crisi congiunturali economiche in atto. Il risparmio, inteso come bene che risponde a un interesse generale, dovrà essere difeso sempre, proteggendo i risparmiatori e il suo valore, a beneficio della società.
In sintesi dunque:

  • L’intervento del legislatore del ’36 diventa necessario, causa la crisi economica in atto;
  • Si afferma la natura pubblicistica del credito e il principio di tutela del risparmio;
  • I padri costituenti recepirono integralmente nella Carta Costituzionale le linee guida della legge bancaria del ’36.

Il Testo Unico Bancario del 1993
Successivamente, il recepimento delle direttive comunitarie nel Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385) suggellerà il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio, introdotto con la legge Amato n. 218 del 1990.  Il principio di specializzazione della seconda legge bancaria viene sostituito dalla despecializzazione temporale e operativa e dal riconoscimento nel nostro ordinamento del gruppo bancario polifunzionale e della banca universale.
In sostanza, nascono:

  • la banca tuttofare, che svolge, oltre all’attività bancaria tradizionale (raccolta del risparmio ed esercizio del credito), l’attività di intermediazione finanziaria, attività che consiste nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di servizi e strumenti finanziari;
  • il gruppo polifunzionale, sistema complesso di una pluralità di aziende che esercitano sia attività creditizia che attività di intermediazione finanziaria, controllate da un’unica capogruppo (holding).

Quindi, con l’approvazione del Testo Unico Bancario:

  • L’attività bancaria è riconosciuta come attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione;
  • Viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine;
  • La despecializzazione è conseguenza diretta dell’apertura delle frontiere e del recepimento nell’ordinamento italiano dei principi comunitari;
  • Le banche possono esercitare, oltre all’attività bancaria tradizionale, ogni altra attività finanziaria;
  • La distinzione delle banche, dopo l’apertura delle frontiere, opera sulla base della sede legale: banche nazionali (con sede legale in Italia), banche comunitarie (con sede legale all’interno della Comunità Economica Europea) e banche extra-comunitarie (con sede legale al di fuori della Comunità Economica Europea).

 
Nasce ufficialmente la BCE nel 1998
Il sistema bancario si trasforma e trova nell’istituzione della BCE un cambio di volta decisivo.
Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Alla fine degli anni ‘90 nessuno avrebbe compreso, né ritenuto possibile o immaginabile, che il 1° gennaio 2016, con il recepimento della Direttiva Europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), si sarebbe consentito di ricapitalizzare un istituto bancario in difficoltà con le risorse dei risparmiatori, ovvero prima azioni, poi obbligazioni subordinate, in seguito conti e depositi bancari di importo superiore a 100.000 euro, a seconda delle necessità e fino a ricapitalizzazione richiesta dalla BCE. Seppur si legge che l’intento originario di tale cambiamento normativo voleva essere quello di salvaguardare la fiducia nel sistema economico, di fatto, il risultato è l’effetto opposto. I costi dei salvataggi bancari sono posti a carico dei risparmiatori coinvolti nel processo, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Ciò che è accaduto è che, con il recepimento delle norme europee, da ultimo la BRRD, non si è formalmente modificato tale articolo, ma, indirettamente, nella sostanza è come averlo fatto.
Considerando che la parte Prima della Costituzione Italiana può essere modificata legittimamente solo in melius, ovvero con modifiche che migliorino la situazione rispetto a quanto stabilito in precedenza, la domanda che vogliamo rivolgere ai lettori è la seguente:
è stata davvero restituita in melius nel tempo la parte economica della nostra Costituzione ai risparmiatori italiani?

L’economia nazionale ha tre canali dove abbeverarsi, ovvero da dove approvvigionarsi di moneta la cui carenza provoca crisi economica per mancanza di liquidità:
a) il debito pubblico,
b) il debito privato (banche),
c) l’estero.
La riduzione del debito pubblico, come chiesta ancora una volta dal Presidente di Bankitalia Ignazio Visco e come ribadito ad ogni ora dagli editorialisti e politici mainstream, quali conseguenze comporta?
In ultima analisi, a due sole soluzioni (chiamiamole così): o ad un aumento del debito privato (che va poi restituito con gli interessi…), oppure un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni. In assenza di queste due ipotesi, la riduzione del deficit provoca recessioni economiche, e in Italia dovremmo esserne oramai esperti.
Non desiderando il punto b) (aumento debito privato), resta solo c). Come si ottiene c), in una situazione in cui, per ottenere l’obiettivo annunciato, la riduzione del deficit pubblico, si riducono gli investimenti pubblici e di conseguenza non vi è alcun tipo di aiuto esterno al sistema privato per aumentare investimenti e migliorare le tecnologie e la produttività?
Vi sono due strade:
1) una diminuzione del costo del lavoro (già fatto, ma non basta, ovviamente) per ridurre il costo dei prodotti e, contemporaneamente, esportare più di quanto si importa. Questa fu la strada scelta da Monti. La “distruzione della domanda interna”: si consuma meno, l’inflazione diventa deflazione, si importa meno, i prodotti italiani costano meno.
2) aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, nel caso il costo del lavoro non diminuisca e precluda il canale c) in termini di prodotti reali: quindi far arrivare “i soldi” tagliati riducendo debito pubblico attraverso i prestiti di denaro, dall’Italia ma anche dall’estero. Questo avvenne, grosso modo, durante la fase finale del governo Berlusconi. Ovviamente questo punto risente anche dell’azione degli agenti di mercato e delle banche centrali. Ma non vi è dubbio che un aumento delle tasse o una riduzione della spesa, se non garantisce un aumento della quota di entrate dall’estero, si scarica come unica soluzione sull’incremento dei tassi di interesse.
Quindi una riduzione dei deficit, che avviene soltanto tramite una combinazione recessiva di aumento tasse o diminuzione spesa pubblica, può portare solo a: a) recessione; b) riduzione salari e stipendi; c) aumento dei tassi di interesse sul debito.
Altre soluzioni?, dirà il lettore più malizioso.
Alcune sono vietate dai Trattati Europei, alcune non sono gradite a stati europei molto potenti (tipo la Germania). Per questo sono quasi impossibili da applicare. Soltanto per un motivo politico, non tecnico né naturale.
Ad esempio la Bce o comunque l’Unione Europea potrebbe finanziare un piano di investimenti in grado di rilanciare in breve l’economia europea o italiana, garantendo questi prestiti tramite la Bce senza dunque obbligo di restituzione; ad esempio la Bce potrebbe diventare un prestatore di ultima istanza sul debito, calmierandone gli interessi; ad esempio non obbligando l’Italia al venturo pareggio di bilancio ma garantendole una libertà di bilancio in grado di avvicinare la società italiana a quanto prescritto già negli articoli fondamentali della nostra Costituzione.
Potremmo continuare a lungo. Non vi piace? Vi resta la soluzione prevista da Visco, con le conseguenze descritte.

Fonte: Siena News
di Maria Luisa Visone
L’armonizzazione del nostro sistema tributario con quello degli altri Paesi aderenti alla Comunità Economica Europea avviene negli anni ’70, con l’introduzione dell’IVA. Tassazione omogenea sugli scambi di beni e servizi che si traduce in una forma unica di prelievo sui consumi. Dal 1973 ad oggi l’aliquota ordinaria IVA è aumentata per ben 9 volte. Eppure non sempre all’aumento è corrisposto un maggior gettito fiscale nelle casse dello Stato.
Commercianti, artigiani, imprenditori, professionisti alle prese con una spirale che racconta sempre la stessa storia: minori consumi delle famiglie. Inevitabilmente l’aumento del prelievo indiretto si rifletterà sui prezzi e, quindi, in un minor potere di acquisto. Ma se le famiglie consumeranno meno, diminuirà la produzione di beni e servizi e, se diminuirà significa che ci sarà bisogno di meno lavoratori. Quindi meno lavoro corrisponderà a meno reddito nelle tasche degli italiani. Ancora una volta da una parte ci sono gli effetti sull’economia reale, dall’altra l’andamento del rapporto debito/PIL. Qualcosa non mi quadra. Il PIL è al denominatore; per ridurre il rapporto il PIL deve aumentare. Però se anche non cresce, ma diminuisce il debito, che sta al numeratore, i conti potrebbero tornare.
Tuttavia, per diminuire il debito occorre tagliare la spesa pubblica, che è una componente del PIL; quindi scende il debito, ma diminuisce anche il PIL e allora siamo alle solite: se il PIL non cresce non se ne esce.
L’altro aspetto è la percezione di chi nel mercato ci vive e su questo non ci sono dubbi: si registra un peggioramento del clima di fiducia di consumatori e imprese nel mese di maggio (da 107,4 a 105,4, consumatori e da 106,8 a 106,2 imprese – Istat). L’aspettativa che la crisi sia superata e che finalmente si stia invertendo la tendenza in positivo non c’è. Come può tornare con la sterilizzazione dell’Iva?
In pratica all’articolo 9 del Decreto Legge 50/2017 (manovrina correttiva) non si disinnescano le clausole di salvaguardia dell’Iva che scatterebbero nel 2018. Semplicemente, con la nuova previsione normativa, dal 1° gennaio 2018 l’aliquota ridotta del 10% passa all’11,5% per salire poi al 12% nel 2019 e al 13% nel 2020. L’aliquota ordinaria, invece, sale al 25% nel 2018, poi nel 2019 diventa 25,4%; nel 2020 24,9% e nel 2021 di nuovo 25%.
Insomma, per evitare ciò il Governo deve trovare soldi da qualche altra parte. Le strade prospettate sono tagli o nuove tasse, dal momento che l’impegno con Bruxelles è ridurre il deficit strutturale per portarlo vicino allo zero. Il problema è che si continuano a tartassare categorie che sono la linfa per la ripresa economica. Non finirà la richiesta di mettere a posto le finanze pubbliche nel nome dell’unione monetaria.
E l’entrata del Fiscal Compact a gennaio 2019 si avvicina. Per quella data le regole da rispettare saranno ancora più rigide. L’ironia è che l’inventore della formula del 3% ha dichiarato candidamente che tale numero è stato deciso in meno di un’ora, senza alcuna base teorico-scientifica.
Guardando il nostro Paese, in fondo alla classifica della crescita, io credo che l’unica parola d’ordine dovrebbe essere ridurre le tasse o aumentare la spesa e, non, il contrario. Che in una parola vuol dire più deficit.
Il passato ha già dimostrato che diversamente non funzionerà.

di Mario Volpi
Ad oggi abbiamo almeno due certezze:
1) l’unico modo per uscire dalla crisi è quello di aumentare il disavanzo primario
2) tutti i governi italiani, dal 1992 ad oggi, hanno realizzato avanzi primari (ad eccezione del 2009).

anno 1992 – saldo primario +1.9% AVANZO
anno 1993 – saldo primario +2.1% AVANZO
anno 1994 – saldo primario +1.5% AVANZO
anno 1995 – saldo primario +3.9% AVANZO
anno 1996 – saldo primario +4.4% AVANZO
anno 1997 – saldo primario +6.2% AVANZO
anno 1998 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 1999 – saldo primario +4.6% AVANZO
anno 2000 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 2001 – saldo primario +2.7% AVANZO
anno 2002 – saldo primario +2.4% AVANZO
anno 2003 – saldo primario +1.6% AVANZO
anno 2004 – saldo primario + 1% AVANZO
anno 2005 – saldo primario +0.3% AVANZO
anno 2006 – saldo primario +0.9% AVANZO
anno 2007 – saldo primario +3.2% AVANZO
anno 2008 – saldo primario + 2.2% AVANZO
anno 2009 – saldo primario -0.9% DISAVANZO (grazie a DIO!)
anno 2010 – saldo primario 0.0% PAREGGIO
anno 2011 – saldo primario +1.2% AVANZO
anno 2012 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2013 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2014 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2015 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2016 – saldo primario +1.5% AVANZO
Record mondiale di avanzi primari in 24 anni!
Non esistono altri governi al mondo che hanno massacrato in tal misura i propri cittadini e le proprie imprese.
E cosa ci ha chiesto la Commissione europea?
Una correzione di 0.2 punti di Pil… perchè per loro non è abbastanza.
e per il 2017 ed il 2018?
Gli avanzi primari saranno ancora maggiori… scritto nero su bianco nel DEF.