Articoli su notizie, fatti di cronaca, di politica economica e di economia relativi all’Italia.

Qual è l’opinione della MMT circa le posizioni e le decisioni dei rappresentanti delle istituzioni italiane ?

Che posizione hanno partiti politici, movimenti e associazioni varie residenti nel nostro Paese ? Come ritengono deva essere gestita l’economia ? Qual è la loro posizione riguardo l’Unione Europea e altri trattati internazionali ? Come si pone la MMT nei confronti di queste opinioni ?

In che modo i media rappresentano l’economia italiana ed il nostro rapporto con l’Unione Europea ? Come si pone la MMT nei confronti dei media italiani ? Quali sono le posizioni dei giornalisti e degli opinionisti italiani ? Cosa ne pensano della MMT ? Qual è l’opinione della MMT a riguardo e come replica alle loro critiche ?

Chi sono gli economisti ed i politici italiani che difendono l’Unione Europea e le sue politiche. Cosa pensa la MMT delle loro posizioni ? Qual è l’opinione della MMT riguardo gli economisti critici nei confronti dell’Unione Europea ?

Quali sono state e quali sono le conseguenze della nostra appartenenza all’Unione Europea ? Ci sono stati vantaggi o svantaggi, che posizione ha la MMT a riguardo ? Qual è l’opinione della MMT riguardo l’adesione dell’Italia ai trattati internazionali di libero scambio ? Quali sono le loro conseguenze ?

Come dovrebbe agire la classe politica italiana in un’ottica MMT ? Come sta agendo ora dal punto di vista della MMT ? La politica italiana come si rapporta nei confronti della MMT ? Che opinioni hanno i politici italiani della MMT ? Qual è l’opinione della MMT sulla realtà politica dell’Italia ? Che punto di vista ha la MMT nei confronti della classe politica italiana ?

Di Marco Cavedon, postato il 30/03/2020.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2020/03/29/cosa-ci-insegna-lattuale-emergenza-del-virus-covid-19/

Ormai da mesi si sta parlando dell’emergenza legata al diffondersi in tutto il mondo del virus Covid-19.

Il nostro Paese, l’Italia, “vanta” purtroppo i numeri più alti sia di persone contagiate che di morti, che il 28/03/2020 hanno superato la cifra di 10.000.

Quella che all’inizio, anche da parte di vari “esperti”, era considerata una malattia infettiva che non avrebbe portato a conseguenze particolarmente gravi per la nostra popolazione, si sta ora manifestando in tutta la sua drammaticità, tanto che il Governo è stato costretto a prendere via via provvedimenti sempre più restrittivi, arrivando alla chiusura totale delle attività produttive ritenute non di prima necessità col DPCM 22/03/2020, mentre da ormai due settimane è in vigore il divieto di spostamento dalla propria dimora se non per esigenze legate alla spesa, al lavoro o a motivi sanitari o di particolare urgenza, divieto che via via è divenuto sempre più restrittivo.

Quali sono le considerazioni da fare di fronte ad una situazione certamente molto grave, probabilmente la peggiore vissuta dal mondo occidentale a partire dal secondo Dopoguerra ?

Anche in questo caso, possiamo rilevare tutta la drammaticità legata alle regole dell’Unione Europea e dell’euro, che impongono alle diverse nazioni ex sovrane fortissimi limiti nel potere di intervenire. A proclami generici di sospensione del Patto di Stabilità e alle proposte portate avanti da alcuni Paesi dell’Unione di mutualizzare l’emissione dei debiti, finora nulla di concreto è seguito, quando buonsenso avrebbe voluto si fosse intervenuti molto prima del dilagare della situazione. E’ del 28 Marzo la dichiarazione del Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, che ha escluso ogni possibilità di ricorso ai cosiddetti eurobond, salvo poi rettificare in maniera maldestra tramite un suo portavoce l’affermazione parlando in modo generico di “opzioni entro i limiti del trattato”. Insomma, dopo settimane nulla di concreto si sta facendo a livello europeo, considerato anche il fatto che attualmente i Paesi che in qualche modo sono favorevoli all’ipotesi di mutualizzazione del debito sono solo una minoranza, 10 su un totale di 27 e fra questi non mancano differenze notevoli di visioni, considerata la presenza di realtà storicamente avverse all’Italia quali la Francia o comunque fortemente favorevoli alle politiche neoliberiste, quali l’Irlanda. Insomma, anche se si arrivasse (e le condizioni attuali lo escludono) a condividere i rischi sull’emissione del debito non è chiaro assolutamente in che misura questo piano verrebbe attuato, con quali meccanismi e in che tempi, senza contare il fatto che una tale misura richiederebbe ulteriori cessioni di sovranità a livello europeo, con ogni probabilità creando un ministero delle finanze unico, l’ennesimo apparato sovranazionale elefantiaco che molto difficilmente riuscirebbe a prendere decisioni uniche ed efficaci per realtà molto diverse ed in tempi celeri.

Tornando al discorso iniziale, vediamo come di fatto le politiche di austerità nella spesa pubblica mettano decisori e commentatori della politica di fronte a due alternative che umanamente sono inaccettabili, ossia, quella di lasciare il virus dilagare al fine di permettere le attività produttive ed il girare dell’economia, e quella di bloccare le industrie a tempo indefinito senza però un forte intervento dello stato capace di garantire stipendi e pensioni. Basti considerare che in Italia fino a Maggio è stato bloccato il pagamento dei contributi e pertanto il Presidente dell’INPS Pasquale Tridico ha dichiarato che i soldi per pagare le pensioni ci saranno sicuramente solo fino a quella data. Dopodiché dovrebbe intervenire il Governo, che potrebbe però essere a corto di liquidità.

Di fronte a tale drammatica situazione il Governo continua ad appellarsi ad un improbabile intervento europeo, quando altri Paesi, anche facenti parti dell’UE, senza aspettare che siano gli altri a muoversi hanno già dichiarato senza problemi di voler disattendere il Patto di Stabilità e di spendere cifre enormi per far fronte all’emergenza. La Germania ha infatti varato un piano di intervento di ben 750 miliardi di euro per tutelare imprese e famiglie, che comprendono un deficit di 156 miliardi per il 2020. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha approvato un piano di aiuti da 2000 miliardi di dollari per risollevare l’economia, mentre il Regno Unito ha annunciato un piano da ben 330 miliardi di sterline per il sostegno di imprese e lavoro. E in Italia ? Per il momento è stata approvata per il 2020 l’emissione di debito pari a 25 miliardi di euro tramite il decreto “Cura Italia”, a cui se ne aggiungono solo 4,3  versati ai comuni e altri 400 milioni, col vincolo di utilizzare queste somme per le persone che non hanno i soldi per fare la spesa. Veramente poca cosa quindi, se rapportata a quanto realizzato da altri Paesi e considerata anche l’attuale emergenza sanitaria, per fronteggiare la quale in tempi brevi si dovrebbero mettere a disposizione molti nuovi posti letto per la terapia intensiva assieme alle attrezzature, ai medici e agli infermieri necessari. Il Decreto, più che basarsi sul potenziamento dell’organico, parla di retribuzione degli straordinari per  i dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale già attivi e della possibilità di trattenere in servizio medici ed operatori sanitari pronti per la pensione.

Ancora una volta abbiamo la prova di come uno Stato privo della sua sovranità monetaria e di bilancio non abbia di fatto alcun potere di intervenire per la tutela del bene della popolazione e della sua economia, cosa ancora più vera in situazioni di emergenza grave come quella attuale dove la chiusura di interi comparti produttivi non permette al denaro di circolare, mettendo a rischio posti di lavoro e versamenti di contributi al sistema previdenziale ed assistenziale per cifre che potenzialmente possono arrivare alle centinaia di miliardi di euro. E affidarsi alle decisioni degli organismi centrali europei, considerata anche l’emergenza in atto che richiederebbe risposte veloci e concrete, non pare affatto un atto realistico e che possa portare a dei risultati certi.

Di Marco Cavedon, postato l’11/03/2019.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2019/03/11/i-nuovi-provvedimenti-del-governo-giallo-verde/

I nuovi provvedimenti del governo “giallo-verde” possono veramente definirsi una svolta ?

Oggi analizzeremo le tre principali misure con le quali il governo Lega – Movimento 5 Stelle si è prefissato di risolvere i problemi economici del nostro paese, e cercheremo di capire se le cose stanno veramente così come ci vengono descritte.

  1. Quota 100.

Partiamo con il primo di questi tre provvedimenti, ossia “quota 100”, un’opzione che consente ai lavoratori l’uscita anticipata dal lavoro rispetto ai limiti stabiliti dalla Legge Fornero (art. 24 Decreto Legge 6 dicembre 2011, n.201). Contrariamente a quanto affermato più volte dal principale sostenitore di questo provvedimento, il segretario della Lega Matteo Salvini, il decreto legge 4/2019, ossia la legge non ancora ratificata dal Parlamento con cui si introduce “quota 100”, non rappresenta affatto un’abrogazione della Legge Fornero, bensì un’aggiunta di una nuova modalità ai canali di pensionamento tradizionali già in vigore.

Va precisato che si tratta solo di una misura transitoria, in quanto prevede la possibilità di accedere alla pensione anticipata per i lavoratori che hanno maturato 38 anni di contributi con 62 anni di anzianità, ma solamente nel caso si maturino questi requisiti entro il 31/12/2021.

Si tratta veramente, come sostenuto dal governo, di una manovra espansiva in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’economia ? La risposta è NO, in quanto viene ripristinato il divieto di cumulo tra reddito di lavoro e pensione sino al raggiungimento dell’età della pensione di vecchiaia (67 anni), per rafforzare, almeno nelle intenzioni, l’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani.

Coloro che decideranno di utilizzare questa opzione godranno di conseguenza di un reddito totale inferiore e pertanto di un minore potere di spesa, alla luce anche del fatto che, contrariamente a quanto dichiarato dal governo, non è affatto vero che queste persone non subiranno alcuna penalizzazione rispetto a chi maturerà i requisiti previsti dalla Legge Fornero. Se è pur vero che chi ha 18 anni di contributi al 1995 continuerà a vedersi calcolato l’assegno col sistema precedente retributivo fino al 2011, va però considerata la penalizzazione in base al sistema contributivo. L’assegno pensionistico verrà di fatto ridotto, in quanto il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

L’ultima stima proposta sulle eventuali perdite con “quota 100” è al momento quella dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, basata su un campione statistico approssimativo. Secondo gli esperti, scegliere “quota 100” può costare, in termini di minore pensione, dal 5,6% nel caso in cui l’uscita dal lavoro si anticipi di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Non propriamente “un affare” pertanto.

Vero è che i datori di lavoro potrebbero assumere nuovi lavoratori giovani per rimpiazzare coloro che andranno in pensione prima e il tasso di disoccupazione potrebbe calare, ma ciò è tutto da dimostrare alla luce del fatto che il governo attuale, accogliendo le richieste della Commissione Europea, ha abbassato il deficit per il 2019 dal 2,4% inizialmente previsto al 2%, un valore prossimo a quanto realizzato per il 2018. Non sono pertanto state messe in atto misure economiche espansive in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’occupazione, considerando anche che per il 2019 è previsto pure un elevato avanzo primario strutturale (pari al 2,3% del PIL e in aumento per il 2020 e il 2021). Ricordiamo che l’avanzo primario rappresenta una sottrazione al netto di risorse all’economia reale, dal momento in cui viene calcolato in base alla formula entrate meno spese (escluse quelle per il pagamento degli interessi sulle obbligazioni governative).

Figura tratta da pagina 9 del dossier sulla Manovra di Bilancio 2019 – 2021.

Saldi_2018_2021
  1. Reddito di cittadinanza.

Questa misura è contenuta sempre all’interno del decreto legge 4/2019 (lo stesso che prevede le disposizioni per “quota 100”). Dal sito del Ministero del Lavoro, apprendiamo che si tratta di una misura di sostengo economico ai redditi famigliari e che è associato ad un percorso di reinserimento lavorativo e sociale, senza però un intervento diretto dello Stato nella creazione di occupazione, come al contrario prevede il Programma di Lavoro Garantito MMT.

L’importo complessivo non può superare i 9.360 euro annui (780 euro mensili) moltiplicati per la scala di equivalenza (un valore che varia da 1 a 2,1 in base ai componenti del nucleo famigliare). Il versamento del beneficio decorre dal mese successivo alla richiesta e viene erogato per un periodo continuativo massimo di 18 mesi. Potrà essere rinnovato, previa sospensione di un mese prima di ciascun rinnovo. Per accedere a questo sostegno, invero assai ridotto, è prevista tutta una serie di clausole molto stringenti. Andiamo ad analizzarne alcune.

Il nucleo famigliare deve essere in possesso di:

  • un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 30.000 euro;
  • un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 6.000 euro per il single, incrementato in base al numero dei componenti della famiglia (fino a 10.000 euro), alla presenza di più figli (1.000 euro in più per ogni figlio oltre il secondo) o di componenti con disabilità (5.000 euro in più per ogni componente con disabilità).
  • un valore del reddito famigliare inferiore a 6.000 euro annui, moltiplicato per il corrispondente parametro della scala di equivalenza (pari ad 1 per il primo componente del nucleo famigliare, incrementato di 0,4 per ogni ulteriore componente maggiorenne e di 0,2 per ogni ulteriore componente minorenne, fino ad un massimo di 2,1).

Si tratta pertanto di un aiutino che verrà concesso solo a quelle famiglie in condizioni gravi di povertà.

Per accedere alla misura è inoltre necessario che nessun componente del nucleo familiare possieda:

  • autoveicoli immatricolati la prima volta nei 6 mesi antecedenti la richiesta, o autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc oppure motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei 2 anni antecedenti (sono esclusi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità);
  • navi e imbarcazioni da diporto (art. 3, c.1, D.lgs. 171/2005).

Pertanto chi, magari per motivazioni contingenti, ha avuto la necessità di acquistare di recente un’auto nuova anche di categoria media ed è in seguito caduto in disgrazia, dovrà attendere due anni prima di poter accedere a questo piccolo sostegno al reddito famigliare.

Ma non è finita qui. Per ricevere il Reddito di cittadinanza è necessario rispettare alcune “ condizionalità “ che riguardano l’immediata disponibilità al lavoro e l’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, che può prevedere attività di servizio alla comunità, per la riqualificazione professionale o il completamento degli studi nonché altri impegni finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale. Al rispetto di queste condizioni sono tenuti i componenti del nucleo famigliare maggiorenni, non occupati e che non frequentano un regolare corso di studi o di formazione.

Andiamo a vedere in cosa consiste questo cosiddetto “Patto per il Lavoro”.

Il beneficiario dovrà accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue (una in caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza).

La congruità dell’offerta di lavoro viene definita sulla base di tre principi (art. 25 del decreto legislativo 150/2015):

  • coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate;
  • distanza del luogo di lavoro dal domicilio e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico;
  • durata dello stato di disoccupazione.

Con riferimento alla durata di fruizione del Reddito di cittadinanza ed al numero di offerte rifiutate, il principio di cui al punto 2 come descritto dal DM n. 42 del 10 aprile 2018 viene integrato come segue:

  • nei primi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 100 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario o comunque raggiungibile in cento minuti con i mezzi di trasporto pubblici, se si tratta di prima offerta; entro 250 chilometri di distanza se si tratta di seconda offerta; ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;
  • decorsi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 250 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario nel caso si tratti di prima o seconda offerta, ovvero ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;

In caso di rinnovo del beneficio è congrua un’offerta ovunque sia collocata nel territorio italiano anche nel caso si tratti di prima offerta.

Si tratta pertanto di condizioni molto pesanti da rispettare, che possono comportare l’assenza da casa per mesi o per anni di un padre o una madre di famiglia per accettare un lavoro a molti Km di distanza. Basti pensare che anche nel caso in famiglia ci siano delle persone disabili, è previsto comunque un limite massimo pari a 250 Km di distanza dalla propria residenza.

Andiamo ora ad analizzare le modalità tecniche con cui viene erogato questo cosiddetto sostegno al reddito.

Il beneficiario avrà diritto ad ottenere una carta da pagamento elettronica, attualmente emessa da Poste Italiane. Anche in questo caso limiti e restrizioni si sprecano e rendono questo strumento molto difficile da utilizzare. Basti pensare che questa carta, oltre all’acquisto di beni e servizi di base, consente di effettuare prelievi di contante entro un limite mensile di soli 100 euro per i nuclei familiari composti da un singolo individuo (incrementata in base al numero di componenti il nucleo). Il beneficio dovrà inoltre essere fruito entro il mese successivo a quello di erogazione. L’importo non speso o non prelevato viene sottratto nella mensilità successiva, nei limiti del 20% del beneficio erogato. È prevista inoltre la decurtazione dalla Carta degli importi complessivamente non spesi o non prelevati nei sei mesi precedenti, ad eccezione di una mensilità.

L’impressione anche in questo caso è che nelle intenzioni iniziali si sia voluta proporre una misura di sostengo ai redditi più bassi, di fatto in seguito vanificata a causa degli strettissimi vincoli di bilancio dell’Unione Europea, che ha imposto di ridurre un deficit già miserrimo del 2,4 % del PIL ad una valore ancora più basso. La proposta MMT è completamente diversa, in quanto prevede l’erogazione di salari decisamente più elevati del misero sostengo del Reddito di cittadinanza, mediante un intervento diretto del governo per la creazione di lavori nel settore pubblico. Questi redditi dovranno diventare la base minima di dignità sotto la quale non si potrà andare.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

  1. Flat tax.

E’ una misura prevista all’interno della Legge di Bilancio 2019, per la cui applicazione servono però decreti attuativi non ancora emanati. Si tratta di stabilire una percentuale massima di tassazione, variabile in base ai ricavi di partite IVA e imprese e  ai redditi delle famiglie.

A causa sempre delle trattative con l’Europa, che, ricordiamolo, hanno previsto una riduzione del deficit pubblico per il 2019 al 2%, l’entrata in vigore di questo provvedimento avverrà nel corso di ben 3 anni:

  • per il 2019 verrà applicata solo per le partite IVA che nell’anno precedente hanno dichiarato ricavi fino a 65.000 euro, nella misura del 15%
  • per il 2020 verrà applicata alle partite IVA con ricavi fino a 100.000 euro, nella misura del 20%
  • per il 2021 verrà applicata alle imprese con ricavi superiori ai 100.000 euro e alle famiglie, secondo percentuali non ancora definite. In base alle ultime informazioni, per le famiglie ci sarà un’aliquota del 15% per i redditi fino a 80.000 euro e del 20% per i redditi superiori. A causa degli obiettivi economici di riduzione della spesa pubblica a deficit già promessi all’Europa, ci potrebbero però essere anche delle aliquote diverse: 23% per i redditi fino a 75.000 euro, 33% per i redditi superiori. Per i redditi famigliari inferiori ai 50.000 euro è invece previsto un sistema di deduzioni.

Vediamo pertanto nella logica di cui sopra un primo errore. Si preferisce prioritariamente abbassare la tassazione delle piccole imprese e pertanto stimolare il lato dell’offerta, mentre la detassazione sui redditi delle famiglie è prevista solo molto più tardi. Si permane pertanto nello scorretto assunto neoliberista secondo il quale sarebbero le imprese di per sé a creare ricchezza e lavoro, non comprendendo che queste in verità producono beni reali e non finanziari, e per fare questo hanno prima bisogno di un aumento della domanda aggregata che può essere realizzato solo con la spesa a deficit da parte dello Stato.

E qui veniamo al secondo errore, perché il deficit dello Stato rimarrà basso anche nel 2019 e negli anni seguenti verrà ulteriormente ridotto. La legge finanziaria per il 2019 prevede, dopo l’approvazione a seguito della trattativa con l’UE, varie misure di taglio della spesa pubblica quali dismissioni immobiliari, riduzione della spesa in conto capitale (investimenti, quelli che per televisione tutti dicono che servono ma nessuno vuole realmente fare), l’abrogazione di diversi tipi di crediti d’imposta per le imprese, l’istituzione della web tax, cioè di una tassa che grava sulle imprese che prestano servizi digitali (ma il mantra del Movimento 5 Stelle non era investire nel campo dell’informatizzazione?), il rinvio a fine anno delle assunzioni a tempo indeterminato per alcuni settori del pubblico impiego, riduzioni e riprogrammazioni della spesa per quanto riguarda il Fondo per favorire la competitività e la produttività, il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione Territoriale, le risorse destinate a Ferrovie dello Stato per la realizzazione dei progetti previsti (ma il mantra della Lega non era realizzare la TAV ?). E’ previsto inoltre per gli anni a venire il ricorso alle clausole di salvaguardia sull’IVA, una tassa che va a colpire proprio i consumi e che potrebbe portare nelle casse dello stato più di 9 miliardi nel 2020, più di 13 miliardi nel 2021.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

Per concludere, abbiamo per l’ennesima volta la dimostrazione di come nessun governo possa risolvere la grave situazione economica in cui ancora ci troviamo, fintantoché si decide di continuare a rispettare le regole dell’eurozona.

Di Maria Luisa Visione, postato il 17/10/2018.
Fonte: Siena News.
Tensione sui mercati: se la Commissione Europea non accetterà le condizioni della nota di aggiornamento del DEF, si aprirà per noi la procedura d’infrazione.
Il braccio di ferro tra l’Europa e l’Italia si dirige su uno scenario ancora incerto. Per adesso tutto si limita ai confini nostrani e, da più parti, le reazioni dei poteri forti si fanno sentire. Tuttavia, una buona fetta del popolo ha capito che finanza e politica camminano insieme e riavvolge il vecchio nastro del 2011 fatto di letterine e spread come un film in parte già visto.
Il giudizio dell’agenzia di rating DBRS sulla possibilità remota dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona allontana il rischio contagio. Rispetto al 2011, però, l’aria è cambiata: l’Italexit non è più un tabù. Quali sono alcuni dei timori più frequenti sul tema?
Il primo riguarda l’inflazione, la paura che galoppi vertiginosamente a seguito della creazione di moneta da parte della Banca d’Italia, erodendo il potere di acquisto. Il secondo attiene alle eventuali ripercussioni sull’ammontare dei risparmi. L’ultimo all’isolamento del nostro Paese dal resto del mondo.
Rispondo attingendo ai contenuti autorevoli della scuola economica MMT (Modern Money Theory). Premessa al ragionamento è il ritorno alla sovranità monetaria, ovvero una situazione completamente opposta a quella attuale. Lo Stato per finanziare le spese, emetterebbe la sua moneta e, di conseguenza, i nuovi titoli di Stato sarebbero denominati nell’unità di conto di emissione. Cosa comporta ciò? Che lo Stato sarà sempre in grado di onorare i suoi impegni e, quindi, non si potrà mai verificare la situazione in cui non saranno acquistati i suoi titoli, né quella di dover pagare più interessi a fronte di una minore solvibilità.
Alcuni studi scientifici hanno stimato la svalutazione della nuova valuta, in caso di Italexit, dall’11 al 20%, che, però, si ridurrebbe successivamente. Condizione imprescindibile è che lo Stato tassi ed accrediti gli stipendi esclusivamente nella nuova valuta. Non c’è bisogno di convertire i depositi bancari, si può lasciare tale facoltà ai possessori. La necessità di pagare le tasse in moneta nazionale comporterà la vendita di euro facendo apprezzare gradualmente la nuova valuta, in regime di cambi flessibili. In ogni caso, se una valuta si svaluta si comprano merci a prezzi più bassi e ciò comporta maggiore richiesta di valuta nazionale, che torna ad apprezzarsi. Non c’è poi una correlazione diretta tra svalutazione e inflazione, cioè non è che se una moneta si svaluta del 30%, l’inflazione aumenta del 30%. Tutto avviene in misura minore e controllabile.
E la correlazione tra stipendi e salari? Se stipendi e salari aumentano più dei prezzi non si verifica erosione del potere di acquisto. Oggi accade il contrario: i prezzi dei prodotti e servizi calano perché non c’è domanda, causa alta disoccupazione e bassi redditi. Ma se lo Stato interviene come regolatore garantendo la piena occupazione, sovverte il meccanismo della mancanza di domanda.
Inoltre la Banca d’Italia accumulerà riserve in euro, convertendo i depositi bancari a chi lo richiede e potrà rimborsare i titoli di Stato già emessi in euro.
Sulla competitività, se con il ripristino della sovranità monetaria lo Stato ha in mano la leva fiscale, può tassare meno le aziende che saranno incentivate a rimanere in Italia, dando lavoro e partecipando positivamente al meccanismo di crescita virtuoso.
Ho semplificato molto ma quanto espresso ha dietro piena validità scientifica. Solo per dire che tutto dipende sempre da come ci si prepara, anticipando e giocando, in prima linea.

Di Marco Cavedon (postato il 09/10/2018)
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/10/09/nota-di-aggiornamento-al-def-2018/

Puntuali anche quest’anno arriviamo alla nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (DEF), che il governo è tenuto a presentare alle istituzioni dell’Unione Europea in vista della stesura della Legge Finanziaria prevista per fine anno.
Si tratta di una delle procedure previste dal Semestre Europeo, una serie di regole entrate in vigore dal 2010 con l’obiettivo dichiarato di favorire il coordinamento in ambito economico delle diverse nazioni europee. Questo tradotto in termini concreti significa ulteriori cessioni di sovranità in ambito UE e l’impossibilità da parte dei singoli stati di varare in autonomia manovre a seconda della specificità della situazione economica di ciascun paese.
Ma come si raffronta il nuovo governo Lega e Movimento 5 Stelle con questo importante appuntamento, in cui è chiamato a comunicare alla popolazione italiana le manovre che intenderà mettere in atto per rispondere alle sue esigenze ?
Purtroppo in questo come in molti altri casi il nuovo governo, soprattutto per quanto riguarda la componente della Lega, non sta affatto mantenendo le promesse fatte per anni di tutelare in primis l’interesse della nostra nazione e lo vediamo dai seguenti dati, tratti proprio dalla Nota di Aggiornamento al DEF 2018 appena pubblicata.
indicatori_def_2018
Per l’anno in corso viene certificata una drastica riduzione del deficit pubblico all’1,8% del PIL, per poi concedere un lieve respiro per il 2019 (2,4% del PIL, lo stesso valore del 2017) e ritornare quindi a ridurre sia deficit che debito fino al 2021. Chi legge questo blog sa cosa significa in verità il deficit ed il debito pubblico in macroeconomia e pertanto le manovre economiche che il “nuovo governo” si appresta a varare non saranno per nulla efficaci per il sostegno della nostra economia, anzi.
Una spesa a defcit (e cioè un conferimento di risorse al settore privato) pertanto del tutto insufficiente per determinare una solida ripresa della nostra economia e risolvere tutta una serie di problemi , quali la povertà dilagante ed in aumento, la differenza di disoccupazione tra nord e sud Italia, una tassazione molto elevata che soffoca domanda ed investimenti. Tanto per citare un dato, la sola flat tax promessa dalla Lega in campagna elettorale comporterebbe un deficit da parte dello stato pari a circa 63 miliardi, mentre il deficit totale promesso per il 2019 non ammonta nemmeno a 44 miliardi. Il tutto senza calcolare le spese extra necessarie per la riforma del sistema pensionistico (che il Governo stima costerà come minimo 6-8 miliardi), il reddito di cittadinanza promesso dal Movimento 5 Stelle (che costerebbe almeno 16 miliardi), le centinaia di miliardi di euro che sarebbero necessari per la ricostruzione delle zone distrutte dai terremoti, la riqualificazione degli edifici in funzione antisismica, una manutenzione efficace delle nostre infrastrutture, cosa più che mai necessaria dati anche i recenti fatti di cronaca e le ingenti risorse necessarie per garantire pensioni dignitose a tutti.
Quel che è ancora peggio è il dato previsto per l’avanzo primario, che considera le entrate meno la spesa pubblica non impiegata per il pagamento dei titoli di debito. Si tratta di risorse che lo stato italiano dall’inizio degli anni ’90 sottrae all’economia reale, per conferirle soprattutto alle grandi banche di investimento nazionali e straniere che prestano il denaro che il governo non più sovrano non può creare dal nulla, arricchendo al netto con la spesa pubblica il settore di famiglie ed aziende. Questo dato è previsto in forte aumento nel 2018, per poi attestarsi ad un valore pressoché pari al 2016 e al 2017 nel 2019 e quindi tornare a salire negli anni successivi.
E che manovre attuerà il governo per continuare a rispettare i vincoli europei ? E’ presto detto. Un contributo verrà infatti dato dalle dismissioni del patrimonio pubblico (leggasi privatizzazioni), come descritto a pagina 6: si parla di entrate per lo 0,3% del PIL (circa 5 miliardi e mezzo) all’anno fino al 2020 ed esse andranno ad alimentare il Fondo di Ammortamento del Debito Pubblico, ulteriore testimonianza di come il governo intende sottrarre risorse all’economia reale per conferirle a quella finanziaria, ovvero ai mercati dei capitali che prestano allo stato ogni singolo euro che spende. E non è una sorpresa, considerando i trascorsi dell’attuale Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona.
Altre entrate e tagli sono descritti in dettaglio nella seguente tavola presa dalla pagina 118 della nota di aggiornamento al DEF 2018. Evidenziamo le principali misure, assieme ad altre tipiche dell’ideologia neoliberista che permea anche l’azione di questo governo.
DEF2018
In conclusione, davvero non delle buone premesse per un governo che si dipinge come “del cambiamento”.
Clicca qui per scaricare e leggere l’intero documento.

(di Elisabetta Uccello, postato l’11/07/2018)

fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/13/privatizzazioni-neoliberismo-e-unione-europea/

Molti sono gli argomenti di cui si potrebbe parlare nel corso di questa “calda” estate 2018. Le manovre dell’attuale governo a livello economico, l’analisi del nostro rapporto con le istituzioni europee, delle aspettative a seguito di tanti anni di promesse di riscatto della sovranità politica ed economica. Ci torneremo sicuramente nei prossimi interventi.

In questa sede riteniamo utile ripotare la sintesi dell’ottima relazione avvenuta lo scorso 16 gennaio presso il Senato, a cura dell’Associazione “No Privatizzazioni” di cui fa parte la nostra attivista Elisabetta. Tutti concetti che è bene ribadire per capire la realtà attuale.

 

COS’E’ LA PRIVATIZZAZIONE.

Dal sito di Borsa Italiana la definizione è:

‘’La privatizzazione e’ un processo economico che trasferisce la proprietà di una società o di un ente pubblico dallo stato ad un privato o ad una pluralità di privati’’.

La privatizzazione può essere totale o parziale e la vendita può essere fatta o tramite OFFERTA PUBBLICA (OPV) a più acquirenti o tramite VENDITA DIRETTA in trattativa privata .

In ogni caso, sia che si tratti di privatizzazione parziale o totale, il servizio dovrà poi rispondere a CRITERI DI GESTIONE PRIVATISTICI.

Cioè MAI IN PERDITA. Quindi L’obbiettivo e’ il PROFITTO.

 

IL PRIMO PASSO

Il primo passo per privatizzare un ente pubblico e’ la trasformazione dell’ ente pubblico o dell’impresa pubblica in SOCIETA’ PER AZIONI, S.P.A.

Il primo decreto in Italia fu  il DL 386/1991 (convertito in legge nel 1992, la n. 35) denominato :

‘’ TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI  ECONOMICI IN SPA, DISMISSIONE DELLA PARTECIPAZIONI STATALI, ALIENAZIONE DEI BENI PATRIMONIALE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA’’.

La trasformazione in spa dà accesso alla QUOTAZIONE IN BORSA.

La quotazione in borsa, cioè l’immissione sul mercato di azioni (socio) od obbligazioni (prestiti),  è uno dei tre sistemi che ha un’impresa per finanziarsi (alternativamente all’ aumento di capitale da parte dei soci stessi o al prestito diretto della banca).

Già dagli anni ‘80 inizia una prima stagione di riduzione della presenza pubblica nell’industria (l’ALFA ROMEO passa alla FIAT, la LANEROSSI  alla MARZOTTO).

Con gli anni ‘90 l’ Italia è coinvolta in profondi processi che cambiano radicalmente le scelte di politica economica:

–  I GOVERNI SONO PRESSATI DALLE INDICAZIONI DELLA CEE E DALLA NECESSITA’ DI RISPETTARE I PARAMETRI DI MAASTRICHT PER L’ADESIONE ALL’EURO: devono ridurre DEFICIT, DEBITO ED INFLAZIONE.

Ricordiamo che la legge 359/1992 del governo AMATO,  denominata ‘’ Programma di riordino delle partecipazioni statali’, ha tra i suoi principali obiettivi:

–  QUOTARE LE SOCIETA’ PARTECIPATE

–  FAVORIRE L’ AZIONARIATO DIFFUSO

–  LA NASCITA DI NUOVI INVESTITORI ISTITUZIONALI

 

UN PASSO INDIETRO

Facciamo un passo indietro……..

Qual’ e’ il pensiero di cui sono figlie le privatizzazioni ?

SALVATORE ROSSI , ex direttore della Banca D’Italia, in una relazione del 2014 all’Università di Vicenza ricorda che le privatizzazioni sono strettamente correlate con il ruolo della banca centrale: la BC DEV’ESSERE  DIPENDENTE O INDIPENDENTE DAL POTERE POLITICO? (NB: ricordiamo tuttavia la posizione MMT, in base alla quale le banche centrali sono comunque “dipendenti” o “indipendenti” solo in funzione delle scelte politiche del governo, ed il problema del neoliberismo è infatti un aspetto politico).

Il dibattito sull’indipendenza della banca centrale esiste sin dalla nascita delle banche.

In un saggio pubblicato 1824 (postumo) DAVID RICARDO sosteneva che la BANCA CENTRALE D’INGHILTERRA NON DOVESSE ESSERE PRONA AL POTERE ESECUTIVO ED IDENTIFICA I 3 PILASTRI CHIAVE PER L’INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE (o BC):

–  SEPARAZIONE ISTITUZIONALE FRA POTERE DI CREARE DENARO E QUELLO DI  SPENDERLO

–  DIVIETO DI FINANZIAMENTO MONETARIO DEL BILANCIO DELLO STATO

–  OBBLIGO PER GLI STATI DI SEGUIRE LA POLITICA MONETARIA DELLA BC

Questi pilastri vengono ripresi dalla conferenza di Bruxelles del 1920:

Si sostiene che per superare la crisi del  post prima guerra mondiale si debba tornare al gold standard e raggiungere l’obiettivo della stabilità dei prezzi. Per fare questo è necessario affidare il compito alla banca centrale e renderla indipendente dalle decisioni dei governi.

In Italia il primissimo regime fascista si pone come obiettivi il pareggio di bilancio, la svalutazione della lira tramite la svalutazione salariale e la privatizzazione di molte aziende pubbliche.

Precisiamo che in quegli anni molte banche detenevano partecipazioni azionarie in molte industrie.

Negli anni ‘30, con Beneduce, economista di estrazione socialista, il regime fascista cambiò radicalmente politica economica e fece delle scelte epocali.

Una di queste fu la LEGGE BANCARIA DEL 1936 che:

–          SMANTELLA LA BANCA MISTA: cioè divide l’attività di credito dall’attività di speculazione;

–          VIETA ALLE BANCHE DI ENTRARE NEI CONSIGLI DI AMMINISTRAZIONE  DELLE AZIENDE ;

–          BANCA D’ ITALIA DIVENTA ESCLUSIVO ISTITUTO DI VIGLILANZA BANCARIA;

–          L’ ATTIVITA’ BANCARIA VIENE DEFINITA COME FUNZIONE DI INTERESSE PUBBLICO.

‘’LA DIFESA DEL RISPARMIO DEI CITTADINI E’ INTERESSE PUBBLICO’’.

DOPO LA PRIMA GUERRA MONDIALE LE POLITICHE ECONOMICHE SEGUONO L’INDIRIZZO KEYNESIANO.

LA BANCA CENTRALE E’ ACQUIRENTE DI ULTIMA ISTANZA DEI TDS (titoli di stato) INVENDUTI SUL  MERCATO PRIMARIO.

Risponde alle direttive di GOVERNO E PARLAMENTO E SPENDE A DEFICIT POSITIVO PER GARANTIRE LA TUTELA DELLO STATO SOCIALE .

LA SPESA PUBBLICA (tramite stipendi e pensioni di stato) è la ricchezza del settore privato!

 

NEGLI ANNI ‘80 SI AFFERMANO LE TEORIE NEOLIBERISTE.

il pretesto è l’inflazione crescente, ritenuta un problema e la cui causa viene erroneamente identificata nella spesa pubblica (ricordiamo invece i due shock petroliferi negli anni ‘74 e ‘79).

Le teorie neoliberiste si consolidano nuovamente attorno ai dogmi di:

–          RIDUZIONE INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA

–          STABILITA’ DEI PREZZI

–          INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE

Riprendono Milton Friedman di cui ricordiamo una citazione del 1962: ‘’le interferenze governative minacciano la libertà economica’.

Ma il riaffermarsi delle teorie liberiste negli anni ‘80 è solo il risultato di un pensiero che inizia la propria guerra in maniera strutturata dal 1947:

VON HAYEK FONDA LA MONT PELERINE SOCIETE.

L’obbiettivo della Mont Pelerine Societe è L’IMPOSIZIONE DEL LIBERISMO COME PRINCIPIO ASSOLUTO DELL’ ORGANIZZAZIONE SOCIALE.

GLI STRUMENTI PER UN LIBERO MERCATO BASATO SULLA FORTE COMPETITIVITA’ SONO :

–          PRIVATIZZAZIONI

–          SMANTELLAMENTO DELLO STATO SOCIALE

–          ABBASSAMENTO DELLE TASSE.

L’individuo è libero solo in relazione alla deregolamentazione dell’ economia . Solo un mercato senza catene porta all’assoluta libertà: l’individuo è flessibile, liquido, capitalista, privato della dimensione comunitaria che si caratterizza invece per le forti radici etiche e nelle quali il cittadino è libero nella misura in cui è libera la società.

Il pensiero liberista considera l’individuo consumatore che si relaziona all’altro esclusivamente per utilità e per realizzare il massimo interesse INDIVIDUALE.

L’ altro diviene COMPETITOR, non compagno solidale.

LA REALIZZAZIONE DELL’ INDIVIDUO PUO’ AVVENIRE SOLO IN UN’ ECONOMIA DI MERCATO FORTEMENTE COMPETITIVA, perché IL PROGRESSO E’ SCONTRO FRA INDIVIDUI E VIVE DEL CONTRASTO.

(ritroviamo questo concetto nell’articolo 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea -TFUE)

Negli anno ‘50 nascono molte associazioni e fondazioni  liberiste definite ‘’ serbatoi di pensiero’’: dopo la Mont Pelerine , il CUOA, l’Adam Smith Institute, l’Heritage Foundation….Le teorie liberiste si insinuano nelle università.

Nel 1957 il TCE (TRATTATO DI ROMA CHE ISTITUISCE LA COMUNITA’ ECONOMICA EUROPEA), IN PERFETTA LINEA COL PENSIERO LIBERISTA DELL’ INDIPENDENZA DELLA BC, STABILISCE ALL’ ART. 87 IL DIVIETO DI AIUTI DI STATO PERCHE’ ESSI FALSANO LA CONCORRENZA . OGGI E’ L’ART 107 TFUE.

 

GLI ANNI ’80.

Gli anni ‘80 sono lo spartiacque per eccellenza.

LA MONETA DI STATO VIENE “PRIVATIZZATA” . E’ IL 1981: DIVORZIO FRA MINISTERO DEL TESORO E BANCA D’ITALIA.

Dal 1975 la Banca d’Italia garantiva che i tds collocati ed invenduti sul mercato primario venissero dalla stessa acquistati.

In questo modo i tassi d’interesse rimanevano stabili e controllati dal Tesoro.

Si chiamava , come sottolinea l’economista Alain Parguez, ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’:

SI TRATTAVA DI UNA SEMPLICE OPERAZIONE CONTABILE FITTIZIA.

LA BC ERA RAMO BANCARIO DELLO STATO.

LA BANCA CENTRALE ED IL TESORO LAVORAVANO DI CONCERTO MA ERA IL TESORO AD INDIRIZZARE L’OPERATO DELLA BANCA CENTRALE.

Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: ‘’Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente’’.

Dal 1981 la Banca d’ Italia non è più obbligata ad acquistare i TDS invenduti sul mercato primario; può solo intervenire in via facoltativa.

Il pretesto e’ l’alta inflazione attribuita alla spesa pubblica ( dovuta in realtà ai due shock petroliferi del ‘74 e del ‘79).

Il VERO MOTIVO E’ CHE L’ITALIA DOVEVA ADEGUARE IL PROPRIO TASSO DI CAMBIO ALL’ ECU ESSENDO ENTRATA NEL SISTEMA MONETARIO EUROPEO O SME.

NON POTENDO PIU’ SVALUTARE LA PROPRIA MONETA , L’ITALIA, PER RENDERE COMPETITIVI I PROPRI BENI E QUINDI FARE IN MODO CHE LA PROPRIA VALUTA FOSSE RICHIESTA E APPREZZATA E PER ABBASSARE L’INFLAZIONE,  DOVETTE RICORRERE ALLA SVALUTAZIONE SALARIALE  E ALLA  RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA.

L’ OBIETTIVO DELLA PIENA OCCUPAZIONE VIENE SOSTITUITO CON QUELLO DELL’ INTEGRAZIONE FINANZIARIA A LIVELLO EUROPEO .

Sia Ciampi che Andreatta (gli artefici del “divorzio” tra Banca Italia e Tesoro) erano monetaristi e liberisti:

Dopo il 1981 il potere monetario è praticamente fuori dal controllo dello stato.

L’ 1/11/1993 il Trattato di Maastricht VIETA COMPLETAMENTE :

  1. SCOPERTI DI CONTO  A ENTI ED IMPRESE PUBBLICI
  2. ABOLITA LA POSSIBILITA’ DI OTTENERE SCOPERTI DA PARTE DELLA BC SUL C/C DI TESORERIA
  3. VIETATO L’ ACQUISTO DIRETTO DI TDS DA BCE (Banca Centrale Europea) E BC (Banche Centrali) NAZIONALI
  4. IMPONE UN TETTO MASSIMO AL DEFICIT ANNUO DEL 3% RISPETTO AL PIL , AL DEBITO PUBBLICO DEL 60%, ALL’ INFLAZIONE DEL 2%.

IL LIBERISMO SI DOTA DEFINITIVAMENTE DI UNA STRUTTURA GIURIDICA CHE ASSEGNA ALLA POLITICA MONETARIA OBIETTIVI PRECISI (STABILITA’ DEI PREZZI, FORTE COMPETITIVITA’ E INDIPENDENZA DELLA BANCA CENTRALE).

E AD ESPERTI INDIPENDENTI  (FUORI DAL CONTROLLO DELLE POLITICHE NAZIONALI) VIENE AFFIDATO IL COMPITO DI REALIZZARLI.

IL TRATTATO DI MAASTRICHT ISTITUZIONALIZZA LA PROPOSTA DI DAVID RICARDO DEI 3 PILASTRI.

LO STATUTO DELLA BCE E DEL SEBC (sistema europeo delle banche centrali) CONSENTE DI UTILIZZARE QUALSIASI METODO PER RAGGIUNGERE L’OBIETTIVO.

FINO AGLI ANNI ‘80 LA GESTIONE DEL PATRIMONIO DELLO STATO RISPONDE AD UNA NORMATIVA DI CARATTERE PUBBLICISTICO E SOCIALE CON SCARSI RIFERIMENTI AD OBIETTIVI ECONOMICI;

DAGLI ANNI ‘90 LA NORMATIVA HA CARATTERE ECONOMICO PRODUTTIVO .

INIZIA UNA IMPONENETE PRIVATIZZAZIONE DI ENTI ED AZIENDE PUBBLICHE.

I MERCATI FINANZIARI SI SONO SOSTITUITI ALLO STATO.

IL LIBRO BIANCO DELLE PRIVATIZZAZIONI DEL 2001 SOTTOLINEA CHE :

  1. LA FUORIUSCITA DELLO STATO DALLA MAGGIOR PARTE DEI SETTORI DELL’ ECONOMIA GRAZIE ALLE PRIVATIZZAZIONI E’ UN LAVORO RICHIESTO IN SEDE EUROPEA E DEFINITO COME ‘’IL LAVORO MIGLIORE’’ DA SEGNALARE AI PAESI DELL’UNIONE.
  2. CHE I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI HANNO DATO UN IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO (VEDIAMO ADESSO SE E’ VERO).
  3. RICORDA CHE ‘’UN IMPULSO AL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE ARRIVA DALL’ EUROPA’’ CON MAASTRICHT NEL ‘92 (RIDUZIONE DEL  DEBITO PUBBLICO), L’ ACCORDO SAVONA –VAN MIERT DEL ‘93 (RICAPITALIZZAZIONE DELL’ INDUSTRIA SIDERURGICA SOLO A PATTO DI UNA SUA PRIVATIZZAZIONE) E L’ ACCORDO ANDREATTA VAN – MIERT DEL ‘93 ( IL GOVERNO DOVEVA IMPEGNARSI A RIDURRE L’INDEBITAMENTO DELLE IMPRESE PUBBLICHE  FINO A LIVELLI ACCETTABILI PER GLI INVESTITORI PRIVATI). (NB: Van Miert era il commissario europeo alla concorrenza).

La privatizzazione diventa necessaria ed inevitabile per uno stato che non può più fare politiche espansive né garantire imprese pubbliche, dal momento che questa garanzia va contro la ‘’TUTELA DELLA LIBERA CONCORRENZA’’.

IL PRIMO PASSAGGIO CHE PERMISE LE PRIVATIZZAZIONI FU IL DL 5/12/1991 CONVERTITO IN LEGGE IL 29/01/1992, CHE CONSENTI’ LA TRASFORMAZIONE DEGLI ENTI PUBBLICI IN SPA.

LE QUOTAZIONI PUBBLICHE VENGONO POI COLLOCATE IN BORSA DOVE VI PARTECIPANO TUTTI GLI INVESTITORI: SIA I PICCOLI RISPARMIATORI CHE I GRANDI INVESTITORI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI.

UN DOCUMENTO DELLA CORTE DEI CONTI DEL 2010 SOTTOLINEA CHE GLI OBIETTIVI DELLE PRIVATIZZAZIONI SONO:

  1. POTENZIARE LA COMPETITIVITA’ DEL SISTEMA PRODUTTIVO
  2. PROMUOVERE LO SVILUPPO DEI MERCATI FINANZIARI
  3. INCENTIVARE L’ INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
  4. LIMITARE L’ INTERVENTO DELLO STATO NELL’ ECONOMIA
  5. DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ( tramite inoltre la scelta per l’ OPV – offerta pubblica di vendita di azioni già esistenti invece che la vendita diretta) PER INCENTIVARE IL CAPITALISMO POPOLARE , PERCHE’ ‘’ IL POPOLO CAPITALISTA SARA’ QUELLO CHE SOSTERRA’ PARTITI CHE DICHIARANO IDEE DI LIBERO MERCATO’’).
  6. UN OBIETTIVO SOLO FORMALMENTE SECONDARIO ERA NATURALMENTE QUELLO DI MIGLIORARE I CONTI DELLO STATO E DI ARGINARE IL DEBITO PUBBLICO.

EVIDENZIAMO CHE SIA LA TRASFORMAZIONE DELLE BANCHE IN SPA DEL 1993 CHE LA PRIVATIZZAZIONE DELLA BORSA RISPONDONO  (DA ENTRAMBI I TESTI DI RIFERIMENTO, IL TESTO UNICO BANCARIO E IL NUOVO QUADRO NORMATIVO DELLA BORSA) ALL’ ADEGUAMENTO DELLA REALTA’ NAZIONALE AL NUOVO CONTESTO COMPETITIVO INTERNAZIONALE.

LO SCHEMA PARE ESSERE IL SEGUENTE:

–          LA BC PRESTA ALLE BANCHE  COMMERCIALI IN BASE AGLI OBIETTIVI DI POLITICA MONETARIA CHE VUOLE RAGGIUNGERE: L’OBIETTIVO E’ INFLAZIONE MINORE DEL 2%. PER MANTENERE IL TASSO D’INFLAZIONE COSI’ BASSO LA COMMISSIONE EUROPEA HA DICHIARATO CHE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE DA MANTENERE E SOTTO IL QUALE NON SCENDERE E’ l’11%

–          AGGIUNGIAMO A ZERO INFLAZIONE  L’ ATTUALE PAREGGIO DI BILANCIO, CHE SIGNIFICA ZERO SPESA PUBBLICA A DEFICIT : ECCO CHE LA SCARSITA’ DI MONETA RISPETTO ALLA PRODUZIONE DI BENI E SERVIZI FA SI CHE L‘ EURO  SIA RICHIESTO E DI CONSEGUENZA ESSO SI MANTIENE UNA VALUTA FORTE.LA VALUTA FORTE SERVE PER ATTRARRE CAPITALI FINANZIARI E SPOSTARE INVESTIMENTI DA DOLLARI AD EURO.

–          LE BANCHE CHE OPERANO NEL MERCATO PRIMARIO ACQUISTANO TDS ED IN CAMBIO DANNO AGLI STATI QUELLA LIQUIDITA’ CHE CONSENTE AD ESSI DI SPENDERE PER L’ ECONOMIA REALE,  CIOE’ PREVIDENZA, SANITA’, SERVIZI, LA SPESA PER IL SOCIALE.

–          DAL MOMENTO CHE LA SPESA NON BASTA A COPRIRE I SERVIZI ESSENZIALI  ECCO CHE LA PRIVATIZZAZIONE SI RENDE NECESSARIA IN TUTTI QUEI SETTORI DETTI ‘’ ANTICICLICI’’, CIOE’ I SERVIZI ESSENZIALI QUALI ACQUA, LUCE, GAS, ASSICURAZIONI, SANITA’, CIOE’ SETTORI PUBBLICI CHE POSSONO ESSERE SUSCETTIBILI DI GESTIONE ECONOMICA.

 

DOVE VANNO LE ENTRATE DELLE PRIVATIZZAZIONI?

NEL FONDO PER L ‘AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO.

I PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI COSTITUISCONO LA PRINCIPALE FONTI DI ALIMENTAZIONE DEL FONDO PER L’AMMORTAMENTO DEI TITOLI DI STATO, ISTITUITO NEL 1993.

SERVE  SOLO PER RIPAGARE I TDS IN SCADENZA E NON PUO’ ESSERE UTILIZZATO PER LA SPESA NEL SOCIALE.

CIOE’, IL TESORO COL FONDO PUO’ CONTROLLARE LA QUANTITA’ DI TDS IN CIRCOLAZIONE RITIRANDO QUANDO LO RITIENE NECESSARIO QUELLI IN SCADENZA.

NEL FONDO VI ENTRANO:

–          I PROVENTI DIRETTI DELLE PRIVATIZZAZIONI

–          EVENTUALI DIVIDENDI DELLE SOCIETA’ CONTROLLATE DALLO STATO

–          DONAZIONI E TESTAMENTI

IL FONDO PUO’ ESSERE UTILIZZATO SOLO PER RIMBORSARE GLI SPECIALISTI DEI TDS.

Dalla relazione al Parlamento  sull’amministrazione del fondo nel 2016:

‘’ la dismissione delle partecipazioni detenute dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) e le operazioni ad esse assimilate sono la fonte primaria delle entrate del fondo’’.

Gli specialisti dei tds  sono una parte degli operatori principali, cioè coloro che sono gli unici abilitati ad acquistare tds nel mercato primario.

Per essere considerati tali devono firmare la convenzione con la Banca D’Italia.

Si tratta di banche, società finanziarie , compagnie di assicurazione che devono possedere determinati requisiti patrimoniali, di continuità operativa , volume di acquisto e di competitività di prezzo.

 Gli specialisti si impegnano a soddisfare requisiti più stringenti rispetto agli operatori principali, sia riguardo volumi di acquisto, che continuità e competitività offerta.

In cambio del rispetto di questi vincoli stringenti HANNO DEI PRIVILEGI ESCLUSIVI TRA CUI:

  1. LA PARTECIPAZIONE ALLE  ASTE DI RIAPERTURA PER IL COLLOCAMENTO DEI TDS INVENDUTI
  2. IL RIMBORSO DEI TDS DETENUTI FINO A SCADENZA AVVIENE TRAMITE IL FONDO DI AMMORTAMENTO DEI TDS ( PROVENTI DELLE PRIVATIZZAZIONI)

La cedola di un tds  è determinata dall’ emittente . Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’ emittente. Si contratta quindi sul prezzo : cioè un TDS con valore nominale di 100 ad esempio viene venduto ad un prezzo inferiore. L’interesse, cioè il guadagno è uguale alla cedola più lo scarto di emissione (differenza fra prezzo di emissione e di rimborso).

Perché allora sono gli specialisti dei tds a determinare l’ interesse ?

Non solo per lo scarto di emissione sul quale possono influire mediante la vendita o gli acquisti (un titolo che viene svenduto avrà tasso di interesse maggiore), ma perché i tds invenduti sul primario saranno ricollocati in asta di riapertura ad una cedola maggiore rispetto alla precedente fino a quando non verranno acquistati. E gli unici che possono accedere alle aste di riapertura sono gli specialisti dei tds.

I tds sono soggetti al giudizio delle agenzie di rating (private) che ‘’ danno i voti’’ agli stati e delle quali gli investitori finanziari tengono in considerazione il giudizio.

 Vediamo due dati per verificare se è vero quanto si diceva nel documento della Corte dei Conti del 2010. LE PRIVATIZZAZIONI SERVONO DAVVERO AD ABBATTERE IL DEBITO PUBBLICO?

DATI AL 31-12-2016:

DEBITO PUBBLICO  2.218.471 MILIONI (2200MILIARDI)

TDS IN CIRCOLAZIONE 1.867.214 MILIONI (1800 MILIARDI)

ENTRATE FONDO AMMORTAMENTO DEI TDS NEL 2016: 2.104.191.114,65 (2 MILIARDI)

LA DOMANDA E’: LE PRIVATIZZAZIONI SONO UN MEZZO PER ABBATTERE IL FANTASMA DEL DEBITO PUBBLICO O SONO UN MEZZO PER REALIZZARE UN MODELLO DI SOCIETA’ DIVERSA DA QUELLA CHE LA COSTITUZIONE DELLA NOSTRA REPUBBLICA PREVEDE?

Da pag 55 del documento della Corte dei Conti del 2010:

‘’ Lo sviluppo del sistema finanziario fu uno dei principali obiettivi del processo di privatizzazioni in Italia’’

ECCO IL MODELLO!

DIFFONDERE LA PROPRIETA’ AZIONARIA ATTRAVERSO LE PRIVATIZZAZIONI; FAVORIRE UN AZIONARIATO DIFFUSO E COMPETITIVO.

L’ ECONOMIA DEV’ESSERE DI MERCATO E FORTEMENTE COMPETITIVA:

L’UOMO E’ MERCE , IL LAVORO E’ MERCE.

LA DEMOCRAZIA PER IL LIBERISMO E’ SOLO LIBERTA’ ECONOMICA: LA POSSIBILITA’ PER TUTTI DI COMPETERE PER SOPRAVVIVERE SENZA INTERFERENZE. L’INDIVIDUO SI RELAZIONA ALL’ALTRO SOLO IN BASE AL VALORE DI SCAMBIO E NIENTE DEVE FALSARE LA CONCORRENZA.

IL MODELLO SOCIALE DELLA COSTITUZIONE ITALIANA SI PONE IN ANTITESI.

IL CAPITALISMO E’ REGOLATO DALLO STATO ED E’ FINALIZZATO AL PERSEGUIMENTO DELLA PIENA OCCUPAZIONE.

GLI OBIETTIVI SONO SOCIALI: LA CENTRALITA’ E’ IL LAVORO E IL DOVERE DELLO STATO E’ REALIZZARE L’EGUAGLIANZA SOSTANZIALE,  PROMUOVENDO LE CONDIZIONI CHE RENDANO EFFETTIVO IL LAVORO AFFINCHE’ TUTTI POSSANO PARTECIPARE ALLA VITA SOCIALE E POLITICA.

L’INTERVENTO DELLO STATO REGOLA L’ INIZIATIVA ECONOMICA PRIVATA AFFINCHE’ NON SI PONGA MAI IN CONTRASTO CON L’INTERESSE PUBBLICO E L’UTILITA’ SOCIALE.

SENZA L’INTERVENTO DELLO STATO IL RISPARMIO PRIVATO PUO’ AUMENTARE SOLO CON LA VENDITA DI BENI ALL’ESTERO, ATTRAVERSO LA SVALUTAZIONE COMPETITIVA DEL LAVORO  O ATTRAVERSO ATTIVITA’FINANZIARIE CON L’ ESTERO, FAVORITE APPUNTO DAL PROCESSO DI PRIVATIZZAZIONE OSSIA DALLA SVENDITA DEL NOSTRO PATRIMONIO PUBBLICO.

Di Elisabetta Uccello.
Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/costituzione.html

La nostra Carta Costituzionale è stata approvata nel dicembre 1947 alla fine dei lavori dell’Assemblea Costituente, che era stata nominata in occasione del referendum istituzionale nel quale il popolo italiano aveva scelto fra Monarchia e Repubblica.

Quali sono i principali ideali politici, sociali ed economici che hanno contribuito a definirne i valori ?

Sono 3:

–          Pensiero liberale (ispirazione Mazziniana)

–          Pensiero cristiano-sociale (ispirazione democristiana)

–          Pensiero socialista (ispirazione Marxista)

La nostra carta rappresenta un sunto delle principali correnti di pensiero della cultura occidentale del secolo scorso, prendendo il meglio di ciascuna di esse e scartandone gli elementi negativi o più estremisti.  Sono i valori anche ancora oggi ispirano il dibattito democratico nel nostro paese. Come attuare il modello di società della Costituzione?

Attuare significa passare dalla teoria alla pratica; ci accorgiamo che tutti questi valori sono ancora da attuare in maniera compiuta.  La nostra Carta Costituzionale è ancora da attuare. Non parla di passato ma di futuro.

IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA.

Art 3.

Il primo comma art 3 della Costituzione ci presenta il principio di uguaglianza FORMALE di tutti i cittadini di fronte alla legge.

Qui la Costituzione poteva fermarsi ma tutti noi sappiamo che non basta dire che siamo tutti uguali formalmente. Si sa che le condizioni personali e sociali possono influire sul modo col quale il cittadino beneficia di questa uguaglianza.

Non significa che tutti nei fatti abbiamo le stesse opportunità di partenza , abbiamo le stesse condizioni di base per partecipare alla vita sociale, economica e politica.

Ecco allora che i nostri costituenti introducono il secondo comma dell’ art 3:

‘’E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.’’

Il comma 2 è un principio di uguaglianza SOSTANZIALE, EFFETTIVA.

Occorre per Costituzione non solo distribuire la ricchezza in modo equo e garantire il lavoro ma fare in modo che tutti i cittadini abbiano a disposizione i servizi essenziali che servono alla tutela della salute, della sicurezza, della formazione.

Lo stato deve mettere a disposizione di TUTTI i cittadini:

–          ospedali,

–          scuole,

–          infrastrutture,

–          forze dell’ordine,

–          ricerca,

–          previdenza sociale,

–          assicurazioni contro infortuni e malattie,

–          servizi finanziari.

L’EROGAZIONE DI QUESTI SERVIZI DEV’ESSERE GARANTITA DALLO STATO, PERCHE’ SOLO SE I SERVIZI DETTI ESSENZIALI SONO A DISPOSIZIONE DI TUTTI SONO IL MEZZO PER RIDURRE LE DISEGUAGLIANZE SOCIALI.

QUESTO E’ POSSIBILE SOLO SE LO STATO E’ SOVRANO.

La sovranità è il potere che ha lo stato di imporre le proprie leggi: si dice potere d’ imperio.

La forma di stato scelta dall’Italia è la democrazia. La forma di governo, la repubblica.

L’Italia esercita il proprio potere d’ imperio per perseguire questo modello di società:  Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Per fare questo non può non avere il controllo assoluto dei mezzi fondamentali per indirizzare l’economia:  MONETA e PARLAMENTO.

Moneta che dev’essere imprescindibilmente emessa dallo stato, non convertibile in metalli preziosi, a tasso di cambio fluttuante con le altre valute e soggetta solo alle decisioni del Parlamento senza vincoli esterni di spesa .

L’obiettivo dell’ articolo 3 della Costituzione Italiana è perseguibile solo a questa condizione:

solo grazie al controllo della moneta e del Parlamento la Repubblica democratica costruisce una società al servizio dell’interesse pubblico.

Riportiamo questa citazione dell’ economista Augusto Graziani:

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Vediamo bene come Graziani sottolinea ciò che in un’economia reale veramente conta, ossia i beni reali ancor prima di quelli finanziari, che appunto devono essere accessibili a tutti soprattutto quando si parla di servizi essenziali.

E riportando l’ ex giudice della Corte Costituzionale Zagrebelsky:

‘’L’organizzazione pubblica della sanità è una conquista civile che deve essere apprezzata nel suo giusto valore, pensando alle categorie sociali più deboli che non possono pagare cure costose presso medici e cliniche private. Che le differenze di possibilità economiche non debbano creare discriminazioni rispetto alla salute ed addirittura alla vita è un principio di giustizia che appare evidente e risulta dalla Costituzione.”

Le disfunzioni della sanità pubblica in Italia non si possono quindi correggere eliminando questo servizio o limitandolo, come propongono i fautori del liberismo  e della cosiddetta deregulation, ma COMABATTENDONE GLI “SPRECHI, LA DISORGANIZZAZIONE E LA CORRUZIONE’’.

Questo vale anche per la scienza, la tecnologia, l’istruzione, la formazione, l’intelligenza artificiale…con la moneta ed una Repubblica sovrana l’eccellenza in tutti i campi fondamentali per la vita di ciascuno va pretesa a “cannonate” !

“Se l’erogazione di questi beni e servizi è rivolta al profitto e non all’interesse pubblico generale, potrà mai essere realizzata l’uguaglianza sostanziale sancita nell’art. 3?”. La risposta è ovviamente NO!

PERCHE’ IL SETTORE DEI SERVIZI ESSENZIALI NON DEVE ESSERE PRIVATIZZATO PER NESSUN MOTIVO?

Perché l’obiettivo del privato è il PROFITTO.

Volente o nolente.

Gli investimenti sostenuti dai privati dovranno essere restituiti e TUTTI. In più il privato dovrà realizzare UTILI, CIOE’ IL SERVIZIO DOVRA’ ESSERE NECESSARIAMENTE A PAGAMENTO e soprattutto nella misura da coprire investimento più profitto.

Il privato risponde ESCLUSIVAMENTE AD UNA GESTIONE DI MERCATO E COMPETITIVA.

Ai criteri di gestione pubblicistici si sostituiscono criteri di gestioni privatistici.

….CAPTIVE DEMAND…..domanda prigioniera….

Di acqua, luce, gas, cure, trasporti il cittadino non potrà mai fare a meno.

I soggetti privati che detengono il monopolio o l’oligopolio di questi servizi lo sanno BENE e lo sanno da tempo.

Per loro si tratta di profitti certi. Ma attenzione…se la recessione continua non saranno più così certi.

LA SCARSITA’ DI MONETA ISTITUZIONALIZZATA E’ DOVUTA ALLA CESSIONE DI SOVRANITA’ MONETARAIA AD UNA BANCA INDIPENDENTE DAGLI STATI : GLI STATI SONO COSTRETTI A PRIVATIZZARE , A MENO CHE NON DECIDANO DI USCIRE DALL’ UE.

Questo è l’obiettivo delle istituzioni europee: un modello di società in cui siano ACCETTATE E LEGITTIMATE DISOCCUPAZIONE E FORTI DISPARITA’ SOCIALI: L’ ALTRO E’ UN MIO COMPETITOR ed è giusto che sia così. Le persone sono individui con cui lottare, la vita è lotta per la sopravvivenza, possiedi solo se paghi e guadagni solo se hai scavalcato qualcun altro .

La Commissione e la Banca Centrale Europea decidono e la BCE ha come obbiettivo inflazione minore del 2%; per ottenerla bisogna controllare la domanda.

Se la domanda di beni e servizi è bassa i prezzi restano stabili.

Bassa domanda  corrisponde ad alta disoccupazione; infatti la Commissione Europea ha stabilito che per mantenere un’ inflazione minore del 2%  la disoccupazione in Italia DEVE ATTESTARSI strutturalmente all’ 11%.

E’  QUESTO IL MODELLO DI SOCIETA’ CHE VOGLIAMO?

A voi la scelta.

 
Clicca qui per scaricare il pdf.

 
Le stesse fonti neoliberiste, nei loro rari attimi di lucidità, smentiscono loro stesse.
Pubblichiamo questo ottimo video di Alex Casella del Gruppo Territoriale Piemonte.


Il pezzo di cui sopra è tratto dal convegno “Responsabilità generazionale, un patto repubblicano per il 2018”, organizzato dal partito “+ Europa” e che ha visto come relatrice l’ex Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali del Governo Monti Elsa Fornero (vedi qui).
La parte in questione si focalizza sul tema dei fondi pensione privati. La stessa Fornero ammette l’inadeguatezza di questo sistema quando venne adottato nell’America Latina, ad ulteriore testimonianza del fallimento della gestione privata nel garantire i servizi essenziali alla popolazione.
Ma come del resto era facile attendersi, considerato anche il titolo dell’evento, il barlume di lucidità si spegne dopo pochi minuti. L’ex Ministro prosegue poi la sua esposizione basandosi sui falsi miti neoliberisti in base ai quali lo stato deve fare come il buon padre di famiglia e non deve spendere a deficit per la tutela del sociale (pensioni nel caso specifico), il tutto ovviamente senza accennare minimamente alla differenza tra nazioni sovrane della loro moneta e quelle non, qual è appunto la condizione attuale dei paese dell’eurozona. Anzi, in questo frangente si invoca ancora “più Europa”.
Queste sono appunto le politiche che portano le persone ad investire nei fondi pensione privati, con tutte le drammatiche conseguenze che la stessa Fornero ha evidenziato probabilmente più per convenienza politica che non per onestà intellettuale, considerata la sua ambiguità (vedi qui).

Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/contatore_debito.html
Dal 13 febbraio 2018 fino alla fine della campagna elettorale, sugli schermi Maxi-Led delle stazioni di Milano Centrale, Roma Termini e Roma Tiburtina è apparso il “contatore del debito pubblico” di cui all’immagine sopra.

Si tratta di un’iniziativa promossa dall’Istituto Bruno Leoni (che di seguito per semplicità chiameremo IBL), una think tank neoliberista nata nel 2003 per promuovere “le idee del libero mercato”.

Nella home page del loro sito compare ancora questo fantomatico contatore, che rappresenta una stima dello stock del debito pubblico italiano basata sui rapporti mensili della Banca d’Italia. Accedendo all’apposito link, è possibile leggere le motivazioni con le quali l’Istituto Bruno Leoni ha difeso la sua mistificatoria propaganda, alla quale ora risponderemo punto per punto alla luce dei concetti macroeconomici della Modern Money Theory (di seguito MMT per semplicità).

1)  Quali sono i rischi di un elevato debito pubblico ?

IBL.

Un alto rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, specialmente nei paesi con bassi tassi di crescita, fa sì che ci siano maggiori difficoltà nel finanziare la spesa pubblica; la spesa per interessi aumenta. Inoltre, in queste condizioni il rischio di turbolenze sui mercati è più elevato.
Queste possono essere causate da shock esterni: quando avvengono dei fatti che, nel mondo, cambiano la percezione dei rischi (crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni tecnologiche), chi ha un debito molto elevato è più in difficoltà, più esposto alla tempesta.
Oppure le turbolenze possono essere dovute a crisi di fiducia nei “fondamentali” del Paese stesso: tutti quei problemi per risolvere i quali abbiamo tante volte invocato “riforme strutturali”.
In un caso e nell’altro, può accadere che aumentino i tassi di interesse: così, il debito diventa più oneroso da finanziare e il suo servizio sottrae ulteriori risorse al bilancio pubblico. Nei casi estremi, gli interessi possono essere così elevati da diventare insostenibili fino a causare la necessità di un salvataggio da parte di altri paesi o istituzioni internazionali (come il Fondo monetario internazionale), con conseguenti clausole e condizioni imposte, oppure a un vero e proprio fallimento sovrano.
In quest’ultimo caso, i titoli di debito non producono più i rendimenti attesi dalle persone che li detengono; i creditori “interni” (le persone che posseggono titoli di Stato) vengono tendenzialmente penalizzati ancor più di quelli esteri; la pubblica amministrazione ha difficoltà a pagare stipendi e pensioni. Ma anche le imprese del settore privato soffrono, perché in qualche misura anche il loro accesso al credito è legato alla credibilità del loro Paese.

MMT.

Niente di tutto ciò è vero. Le condizioni di cui sopra si verificano solo nel caso si parli di uno stato che non utilizza una sua moneta fiat sovrana (qual è la condizione attuale delle nazioni dell’eurozona, che possono concretamente “finire i soldi”), mentre uno stato sovrano di una sua valuta non avrà mai difficoltà ad onerare i titoli che vende, in quanto denominati nella valuta unità di conto che lui stesse emette ed è l’unico che lo può fare. Uno stato a moneta sovrana prima emette la medesima e solo dopo la può ritirare con la tassazione o la vendita di titoli, che per questo motivo non sono affatto un qualcosa di necessario per finanziare la spesa pubblica. Per ulteriori approfondimenti leggi qui e qui.

2) Ci sono nazioni con un alto debito pubblico in cui tutto sembra andare benone, il Giappone o gli Usa, ad esempio; perché non possiamo farlo anche noi?

IBL.
Stiamo parlando di economie molto differenti, con livelli di produttività, innovazione e tassi di crescita ben differenti dai nostri; per quanto altamente indebitate, i loro fondamentali economici sono tali da permetter loro di poter detenere tale debito a costi contenuti. In particolare, negli Stati Uniti il rapporto tra debito e Pil (circa 105 per cento) è molto inferiore a quello italiano, che supera il 131 per cento. L’Italia è un Paese in declino sotto il profilo demografico e che da anni non conosce una crescita economica robusta; la produttività ristagna e l’elevato debito esistente drena consistenti risorse (oltre 60 miliardi di euro l’anno). Inoltre i tassi di crescita del paese sono modesti anche nelle fasi espansive del ciclo economico. Questo fa sì che i mercati (i nostri “creditori”) percepiscano un rischio maggiore.

MMT.

Anche in questo caso la propaganda mistificatoria di questo istituto raggiunge l’apice. Abbiamo prima affermato che uno stato a moneta sovrana è il primo e il solo che può creare e spendere la sua valuta e di conseguenza immetterla nel circuito privato di famiglie, aziende e banche (il cosiddetto settore non governativo). Di conseguenza, prima che ci possa essere un PIL (cioè un prodotto interno lordo, o reddito interno) a monte ci deve essere la spesa dello stato sovrano. Il rapporto debito pubblico su PIL è un parametro insignificante da un punto di vista macroeconomico. Lo stato sovrano della sua valuta non ha affatto bisogno di aspettare che il settore privato generi un reddito interno (PIL) da cui poter attingere le risorse per onorare i suoi debiti, anzi, prima deve spendere la sua valuta e solo dopo i cittadini di quella nazione la possono utilizzare per realizzare le transazioni finanziarie tra di loro.

Va comunque sottolineata la realtà delle nazioni che hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria, per le quali il debito pubblico può realmente costituire un problema.

Comunque, anche “stando al gioco” dell’IBL, se il debito pubblico degli USA è inferiore al nostro, non lo stesso si può dire di quello del Giappone, che rappresenta il 250,4 % del PIL. Per quanto riguarda invece i tassi di crescita, non risulta affatto che essi siano tanto diversi da quelli dell’Italia, soprattutto per quanto riguarda il Giappone (vedere i seguenti grafici).



3) ”Al debito pubblico corrisponde un credito privato” di chi ha acquistato titoli di Stato. Cosa c’è di male? Le due cose non si compensano?

IBL.
Senz’altro: a ogni debito corrisponde un credito, e a ogni debitore corrisponde un creditore. Nel caso del debito pubblico, il debitore è lo Stato mentre i creditori sono tutti coloro – famiglie e istituzioni finanziarie, italiane e straniere – che hanno acquistato titoli del debito pubblico. Esattamente come nel settore privato, se il debitore non è in grado di ripagare i propri debiti, il creditore perderà parte o tutto quanto gli è dovuto. Conseguentemente, se lo Stato non è in grado di ripagare il debito, a farne le spese saranno due volte i cittadini: in prima battuta come risparmiatori, e poi come contribuenti. Uno Stato che non paga i propri debiti perde l’accesso ai mercati: è difficile che trovi chi gli presta soldi, e chi lo fa richiede un interesse molto elevato. Per questa ragione è assai probabile che quello Stato si trovi a mettere in atto politiche molto dure: a ridurre drasticamente le proprie spese (per esempio, gli stipendi dei suoi dipendenti o le pensioni) oppure ad alzare le tasse.

MMT.

Anche in questo caso si tratta di considerazioni completamente sbagliate. Come sopra abbiamo più volte evidenziato, è palesemente scorretto paragonare lo stato (inteso come enti governativi di una nazione) al singolo attore economico privato. Il primo infatti in condizioni normali (cioè quando è sovrano di una sua moneta) deve agire a livello macroeconomico immettendo con la spesa pubblica nel settore di famiglie ed aziende più soldi di quanto incassa con la tassazione, altrimenti queste non godranno di alcun attivo e non potranno avvenire gli scambi finanziari tra i singoli attori privati. Il debitore privato invece non può creare legalmente il denaro e pertanto (ma solo per lui) vale la regola della microeconomia in base alla quale per poter spendere e ripagare i debiti deve prima risparmiare.

Le politiche di austerity (la riduzione drastica della spesa pubblica sopra richiamata, con innalzamento delle tasse) imposteci dall’Unione Europea al contrario sono le sole e vere responsabili della crisi dell’eurozona, perché agire in maniera pro-ciclica quando l’economia è in recessione porta ad un aggravarsi della situazione, con diminuzione ancora più accentuata della domanda aggregata, chiusura di aziende, aumento della disoccupazione, ulteriore riduzione di domanda…la cosiddetta spirale deflazionistica che i paesi non sovrani della loro moneta non possono risolvere.

4) Non basterebbe tornare a una “moneta sovrana” per eliminare il problema del debito? Non sarebbe allora possibile rifinanziarlo all’infinito?

IBL.
Se l’Italia uscisse dall’euro, il rischio di denominazione del debito pubblico diverrebbe certezza. In altre parole, i vecchi titoli di stato verrebbero convertiti in Lire. Il valore di quei titoli crollerebbe, con gravi perdite per chi li detiene (inclusi i risparmiatori).
E’ vero che una volta fuori dall’euro quei titoli potrebbero essere acquistati dalla Banca d’Italia; ma questo aumenterebbe velocemente la quantità della nuova moneta nazionale in circolazione, riducendone il valore. Si avvierebbe un percorso verso la iper-inflazione che presto occorrerebbe fermare con una forte stretta monetaria e di bilancio: il contrario cioè dell’obiettivo dichiarato con l’uscita.
Un’elevata inflazione, infatti, riduce certamente l’onere del debito, ma implica anche una riduzione del potere d’acquisto dei salari, con effetti particolarmente gravi per i lavoratori con bassi redditi.
Troppo spesso si dimentica che l’Italia ha vissuto anni di iperinflazione e che solo la ferma volontà di separare le scelte di politica fiscale da quelle di politica monetaria (il c.d. “divorzio Tesoro-Bankitalia”) hanno permesso, nel tempo, di avviare quel percorso di credibilità che ci ha permesso di ridurre drasticamente l’inflazione e di entrare in un’area monetaria comune con altri paesi.

 

MMT.

Cioè vale a dire, al danno si aggiunge la beffa. In verità è proprio ora che siamo in eurozona che gli stati corrono il rischio di finire i soldi e di incorrere in default, con conseguente danno per i risparmiatori.

Uno stato sovrano della sua valuta invece è sempre solvibile nei confronti dei mercati dei capitali, in quanto mai può finire il denaro per onorare anche i debiti che lo stesso si auto-impone di emettere. Una svendita generale dei titoli dovuta ad una paura irrazionale potrebbe certamente far calare il loro valore, a fronte però di maggiori interessi richiesti, per pagare i quali lo stato sovrano non avrà alcun problema. Inoltre è possibile agire a livello di politiche monetarie, imponendo ad esempio alla banca centrale di pagare interessi negativi sui conti riserva detenuti dalle banche presso di essa e invogliando quindi le stesse ad investire acquistando i titoli di stato italiani.

La banca centrale di un’Italia nuovamente sovrana, come giustamente sopra richiamato può comprare all’infinito i titoli di stato dalle banche difendendone il valore e calmierando gli interessi e questo non può in alcun modo portare ad inflazione, in quanto si tratta di riserve immesse nei soli circuiti finanziari che, per poter essere concesse come crediti all’economia reale, necessiterebbero di politiche fiscali espansive (spesa pubblica in deficit) per creare maggiore domanda aggregata; cosa che sarebbe salvifica per quanto riguarda la nostra economia, considerata l’alta percentuale di fattori produttivi non impiegati (disoccupazione pari all’11%) che potrebbero benissimo far fronte ad un aumento del potere di spesa da parte della popolazione.

Di seguito vediamo due chiari esempi di come le politiche di Quantitative Easing (acquisto sul mercato secondario di titoli di stato da parte della banca centrale) applicate negli USA e in eurozona non abbiano affatto creato alta inflazione.

La BCE da marzo 2015 sta effettuando acquisti di titoli di stato per una valore di 80 miliardi al mese (60 miliardi da aprile 2017, vedi qui); ecco l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Si è passati dalla deflazione ad una miserrima inflazione dell’1,6%, ben al di sotto quindi dell’obiettivo della BCE pari al 2% (niente iperinflazione quindi).

Per gli USA, il Quantitative Easing termina nel mese di ottobre 2014 e dal 2013 al 2014 si assiste ad un’impennata degli asset in possesso della FED (la banca centrale americana, vedi qui). Guardiamo l’andamento dell’inflazione nello stesso periodo:

Stabile al di sotto del 2% e addirittura in diminuzione. Consiglieremmo pertanto all’IBL, se veramente fosse interessato a fare vera informazione (e abbiamo dei seri dubbi a tal proposito) di lasciare stare i falsi miti neoliberisti ed andare semplicemente a guardare i dati reali facilmente reperibili in rete.

Fa poi sorridere (per non dire piangere) l’affermazione secondo la quale l’Italia ai tempi della lira sarebbe stata colpita da iperinflazione. Anche qui basta semplicemente andare a guardarsi la definizione esatta di “iperfinflazione”: generalmente si parla di iperinflazione quando il tasso di crescita del prezzo medio del paniere di riferimento dei beni e servizi supera il valore mensile del 50%  (vedi qui), situazione che non risulta si sia mai verificata nell’Italia Repubblicana, nemmeno in coincidenza delle crisi petrolifere degli anni ’70 del secolo scorso, che allo stesso modo colpirono altre economie importanti quali USA e Gran Bretagna. Anzi, nonostante un’inflazione del 21,8%, l’Italia del 1980 era in assoluto il paese più ricco al mondo, con un risparmio medio delle famiglie pari al 25% del reddito disponibile annuale, valore che si è ridotto al 3,2% nel 2016, nonostante un’inflazione negativa del -0,1% (dati OCSE, FMI ed AMECO). Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

In conclusione, è triste notare come anche un periodo assai delicato e critico come quello delle campagna elettorale, che in una vera democrazia dovrebbe essere caratterizzato dal pluralismo dei punti di vista e da una corretta informazione, sia invece stato pesantemente condizionato dai media mainstream e dal solo pensiero neoliberista della finanza speculativa, che ora domina l’intero mondo occidentale (e non solo)  e ha reso possibili episodi come questi.

Clicca qui per scaricare il pdf.

UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA MILLE MILIARDI.

Di Giulio Betti. Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/1000_miliardi.html

Di seguito un servizio andato in onda durante la trasmissione “Tagadà” su La 7, in cui ci si chiede dove sia possibile reperire i soldi per mantenere tutte le promesse dei vari partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche.

E di recente a “Non è L’arena”, su La7, mostrano quanti soldi ci vorrebbero per rispettare tutte queste promesse.

1000 miliardi di euro è il loro calcolo.

Insormontabile. Impossibile.

Nel frattempo la Bce in 2 anni ha creato, dal nulla, ben 1800 miliardi di euro (MILLEOTTOCENTO MILIARDI) per acquistare titoli pubblici detenuti da investitori privati, nell’ambito del Quantitative Easing.

Per i titoli di stato detenuti da privati si possono creare tutti i soldi che si vogliono dal nulla… per il finanziamento diretto agli Stati da parte della Banca Centrale no.

Ovvio, ci sono i trattati Ue che lo impediscono.

E allora, uscendo da questa gabbia dei trattati e relativi vincoli di bilancio, la nostra Banca Centrale nazionale può allo stesso modo creare moneta per finanziare direttamente il Ministero dell’Economia e Finanze con quei 1000 miliardi che oggi sembrano solo un miraggio.

Potenza di una Banca Centrale nazionale che controlla la propria moneta.

Oggi tutto ciò è invece come l’acqua nel deserto.

Di Marco Cavedon. Fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/elezioni_2018.html

A meno di due settimane dalle prossime elezioni politiche, forniamo un’analisi delle posizioni dei vari partiti in materia economica alla luce del pensiero dell’MMT.

Guardando ai programmi dei maggiori partiti politici che con ogni probabilità si contenderanno la maggioranza dei seggi in Parlamento ne emerge un quadro alquanto sconfortante. Partiamo dai tre favoriti dai sondaggi come intenzioni di voto, ossia, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia.

Partito Democratico.

Un programma con posizioni assolutamente contrarie ad una vera politica per la piena occupazione e il benessere sociale della popolazione italiana, se non addirittura eversive. Come un po’ in tutti i programmi, un sacco di buone intenzioni sulla carta (sostengo alle famiglie, ai redditi, alle pensioni, alla scuola), ma del tutto vanificate dal pieno rispetto delle regole dell’eurozona e dell’Unione Europea, che pongono la competitività di matrice neoliberista al di sopra di ogni possibilità di realizzare una vera politica a tutela del sociale. Esaminiamo alcuni passi del programma:

–                     “La nostra Europa è quella di Ventotene, dove il sogno europeista venne rilanciato nel momento più buio della nostra storia. È l’Europa di Maastricht e degli sforzi fatti per arrivare alla moneta unica. Ed è l’Europa di Lisbona, una forza che prova a farsi Unione politica e dell’innovazione”.

Al di là dell’ignoranza sul reale messaggio del Manifesto di Ventotene, assolutamente eversivo per quanto riguarda il rispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione e della stessa democrazia (vedere a tal proposito queste ottime considerazioni da parte dell’avvocato Marco Mori), c’è la piena conferma del sostengo all’Europa derivante dal Trattato di Maastricht e di Lisbona, quindi all’Europa che nasce dalle logiche neoliberiste e antisociali che trovano consolidamento nel funzionamento dell’euro, una moneta straniera per tutti gli stati che la utilizzano e per le stesse istituzioni europee, che favorisce solo il guadagno dei mercati dei capitali e sottrae le risorse all’economia reale (vedi qui).

–                     “l’attuale proposta di direttiva che punta a sostituire il Fiscal Compact, e che introduce al posto dell’obbligo di pareggio strutturale di bilancio un meccanismo pluriennale di definizione e attuazione di un percorso di riduzione del debito, ancorato ai parametri di Maastricht e all’evoluzione della spesa pubblica, potrà essere discussa solo nel quadro di una parallela riforma del Patto di stabilita e crescita”.

Si contrasta il Fiscal Compact ma non al fine di applicare politiche espansive di spesa in deficit, bensì per introdurre “un meccanismo pluriennale di definizione e attuazione di un percorso di riduzione del debito, ancorato ai parametri di Maastricht”. Un’ulteriore difesa quindi del trattato fondante di questa Unione Europea e delle politiche macroeconomiche che impongono la distruzione dell’attivo del settore privato, con la riduzione costante  di deficit e debito pubblico in maniera meno spinta di quella imposta dal Fiscal Compact, ma pur sempre applicata. Della serie, facciamo morire il malato non con l’eutanasia ma con una lenta agonia. Per capire cos’è in realtà un deficit o un debito pubblico, vedi qui.

–                     “L’obiettivo del Partito Democratico è ridurre gradualmente ma stabilmente il rapporto tra debito pubblico e Pil al valore del 100% entro i prossimi 10 anni. Quello che serve per rassicurare i mercati, che ci prestano ogni anno mediamente 400 miliardi per rifinanziarci, non è tanto il livello del debito, né sicuramente annunci roboanti e poco credibili, che anzi hanno l’effetto opposto. La cosa veramente importante è realizzare una riduzione graduale ma costante.”

Viene confermato anche in questo caso come i proclami da parte degli esponenti del PD per quanto riguarda la cosiddetta “riforma dell’Europa” (ipotesi alla quale comunque siamo contrari, vedi quisiano solo fumo sugli occhi. Non serve parlare infatti di potenziamento del bilancio comunitario o di eurobond quando l’intenzione è quella di delegare potere ad una sovrastruttura, per permetterle in modo ancora più agevole di attuare tutte quelle politiche macroeconomiche che sono la prima causa della crisi e della stagnazione economica in cui ci troviamo. Vige infatti il concetto sbagliatissimo dello “stato buon padre di famiglia”, che deve levare al settore privato con la tassazione più risorse di quelle che conferisce con la spesa pubblica.

Così come il sostegno del welfare descritto in altri punti (pur tuttavia sempre ribadendo la difesa della “sostenibilità finanziaria”) è del tutto inutile, con uno stato che non fa altro che spostare soldi di tasca in tasca ma non spende a deficit per aumentare l’attivo al netto e quindi la capacità di spesa del settore non governativo di famiglie ed aziende.

Movimento 5 Stelle.

Molte idee ma anche molta confusione e poca coerenza. A nemmeno un mese dalle elezioni politiche, questo partito si presenta con un programma non definitivo (vedi qui) basato sulla partecipazione diretta dei cittadini che, tramite il sistema on-line Rousseau, hanno la possibilità di proporre e votare le varie tematiche. Tra l’altro i punti del programma sono in costante aggiornamento, per cui non è nemmeno detto che nel momento in cui leggerete il presente articolo quanto sotto riportato sia ancora attuale (e il tutto con le elezioni alla porta).

Alla voce “sviluppo economico” e “vincoli europei” evidenziamo i seguenti punti:

–                     “Costruire innanzitutto gruppi di pari, cioè stati omogenei, e a quel punto stabilire non solo la velocità a cui andare verso le mete dei parametri di equilibrio internazionali, europei, ma quali sono le mete da raggiungere, che non possono necessariamente essere il 3% di rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil, perché ogni stato ha caratteristiche, come le imprese, diverse”.

–                     “Che significa fondamentalmente fare in modo che, ad esempio, i tassi di interesse sui loro debiti non producano spread eccessivi e percezioni di rischio squilibrate tra un paese e l’altro”.

–                     “Quindi per arrivare ad una reale situazione di condivisione e anche di armonia nella definizione dei sacrifici, ma soprattutto delle strategie di crescita di ogni paese, è necessario, userei questo termine per capirci meglio, personalizzare i parametri di riferimento, come si fa in economia”.

Si sottolinea pertanto la volontà di creare un’Europa a più velocità, in cui “gruppi di stati omogenei” procedano verso un percorso di risanamento dei conti pubblici ma a velocità e in modi diversi. Manca in questi ragionamenti alquanto astratti e confusi la concezione di cosa sia veramente un debito pubblico con sovranità monetaria (e cioè l’attivo e non il passivo del settore privato di cittadini ed aziende) ed in più si continuano ad alimentare paure infondate su problemi creati artificiosamente dal sistema euro, quali appunto lo spread e la necessità di procedere comunque verso un percorso di “equilibrio” dei conti pubblici.

D’altronde, le recenti dichiarazioni di Luigi di Maio (attuale candidato premier del Movimento 5 Stelle) circa la piena adesione all’euro e all’Unione Europea non fanno certo ben sperare circa la reale volontà di opporsi a questo sistema e tutelare l’interesse della nazione Italia (vedi qui e qui). Addirittura di Maio auspica che la Commissione Europea abbia il potere dell’iniziativa legislativa, cosa che in verità esiste già, mentre nutre profonda fiducia in maggiori poteri concessi al Parlamento Europeo, non rendendosi conto di come questo di fatto non abbia mai contrastato le politiche neoliberiste di austerity (vedi qui).

Alleanza di centro-destra.

L’Alleanza Lega, Fratelli D’Italia e Forza Italia ha stilato un programma condiviso (vedi qui), che tuttavia su molti punti è alquanto generico ed in più vari sono i diversi punti di vista tra i tre candidati leader di questi partiti (rispettivamente Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi).

Innanzitutto nella prima e l’ultima pagina di questo programma compare il solo logo di Forza Italia con la scritta “Berlusconi Presidente” e questo non fa affatto ben sperare circa il peso che in questa coalizione avranno i candidati premier maggiormente critici nei confronti dell’Unione Europea.

Riportiamo alcuni passi commentandoli:

–                     “Riforma del sistema tributario con l’introduzione di un’unica aliquota fiscale (Flat tax) per famiglie e imprese con previsione di no tax area e deduzioni a esenzione totale dei redditi bassi e a garanzia della progressività dell’imposta con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”.

Ne abbiamo già parlato qui. Al di là del fatto che non c’è condivisione circa il livello che questa “flat tax” dovrà raggiungere (Berlusconi dice il 23%, Salvini il 15%), si tratta di una misura che in assenza di sovranità monetaria sarebbe del tutto inutile, dal momento in cui non potendo emettere denaro necessariamente un taglio delle tasse dovrà essere recuperato da maggiori entrate o da un maggiore indebitamento, che all’interno della cornice dell’eurozona rappresenta un reale problema. E infatti al presente punto si recita “con piena copertura da realizzarsi attraverso il taglio degli sconti fiscali”, quindi si permane nel paradosso macroeconomico del dare più soldi con una mano e levarli con l’altra.

–                     “No alle politiche di austerità, No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo, Revisione dei trattati europei, Più politica, meno burocrazia in Europa, Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE, Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità), Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e della tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”.

Anche qui si permane piuttosto sul vago da una parte, mentre dall’altra non si ha il coraggio di opporsi pienamente ad un sistema criminale (quello europeo ed in particolare dell’eurozona) che sta uccidendo la nostra economia e il nostro benessere sociale, parlando genericamente di “riformare i trattati” e non di stracciarli, come appunto si dovrebbe fare considerando la realtà politica di questa Europa (vedi anche qui e qui).

Non si parla ad esempio in modo esplicito di ritorno alla sovranità monetaria, che rappresenta de facto l’unica soluzione concreta per poter difendere in primis l’interesse del nostro paese, spendendo a deficit nell’economia reale per tutelare la domanda, gli investimenti, l’occupazione e il benessere della nostra popolazione.

–                     “Azzeramento della legge Fornero e nuova riforma previdenziale economicamente e socialmente sostenibile”.

Unico punto sul quale probabilmente Matteo Salvini è riuscito a strappare una concessione da Berlusconi, nonostante le idee dei due permangano alquanto diverse, su questo come su altri temi (vedi qui e qui).

Da sottolineare tuttavia quell’”economicamente sostenibile”, che denota l’incomprensione di fondo che esiste anche nel centro-destra circa la reale funzione di spesa a deficit di uno stato sovrano della sua moneta, che mai deve pensare a “far cassa”, ma soltanto alle reali necessità della sua popolazione (sul tema pensioni vedi anche qui).

Destra, Sinistra, Altri.

Tra gli altri partiti minori candidati alle elezioni ricordiamo quello di Emma Bonino che si presenterà con simbolo “Più Europa” e che rappresenta senz’altro la scelta peggiore per chi è interessato a concetti fondamentali in democrazia quali la difesa dell’autodeterminazione dei popoli e il contrasto alle politiche neoliberiste che vogliono ridurre al minimo il ruolo dello stato, eliminando ad esempio la sua capacità di intervenire nell’economia con la spesa a deficit.

Nel programma (vedi quisi parla infatti di procedere verso un’unica nazione federale europea (che la loro propaganda definisce in forma “leggera”) dotata di un suo esercito più potente degli eserciti nazionali (cioè la distruzione totale delle attuali nazioni con annessa l’autodeterminazione dei loro popoli), di un bilancio europeo miserrimo (4-5% del PIL) e si definisce addirittura stucchevole la polemica anti-austerità affermando che l’economia europea e italiana vada bene (vedi qui). D’altronde per rendersi ben conto dell’ignoranza (o più facilmente della malafede, date le sue affiliazioni) del leader Emma Bonino, basta leggere questo articolo. Citiamo la seguente frase: “La prima cosa che fa una famiglia responsabile che si è troppo indebitata è, se non ridurre le proprie spese, perlomeno evitare di aumentarle ancora. E questo deve fare la famiglia Italia. La legge Fornero va lasciata così”. Per capire invece l’importanza fondamentale della spesa pubblica, rimandiamo a questo nostro articolo.

Veniamo ora alle posizioni di Liberi e Uguali, il partito nato dalla scissione dei cosiddetti dissidenti interni del Partito Democratico.

La nostra è una scelta chiaramente europeista ma vogliamo combattere la deriva tecnocratica che ha preso l’Europa restituendo respiro alla visione di un solo popolo europeo. Vogliamo un’Europa più giusta, più democratica e solidale. Occorre superare la dimensione intergovernativa che detta i doveri e non garantisce i diritti con politiche di dura austerità. Vogliamo dare maggiore ruolo al Parlamento europeo che elegga un vero governo delle cittadine e dei cittadini europei affinché possano tornare ad abitare la loro casa.”

Anche in questo caso, come già visto nel programma del PD, si confermano quindi le tendenze eversive volte a promuovere la costituzione di fatto di un’unica nazione europea e addirittura di un solo popolo, in barba ai principi della Costituzione Italianache parlano di limitazioni e non di cessioni di sovranità e per il solo fine di garantire la pace e la giustizia tra le nazioni, non di distruggere le stesse. Scorrettissima anche l’affermazione secondo la quale la “deriva tecnocratica” dell’Europa sarebbe una cosa recente, quando invece è sempre stato il metodo di governo insito fin dalle origini. Basti pensare che la CECA (la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, da cui ebbe poi origine la Comunità Europea), già includeva in sé l’assetto istituzionali attuale, con un’Alta Autorità alla quale spettavano i poteri deliberativi e i cui membri non erano eletti direttamente dai cittadini (l’embrione da cui trae origine l’attuale Commissione Europea, vedi qui).

Comunque anche in questo caso nessun richiamo esplicito alla spesa a deficit per attuare manovre anticicliche, mentre anche nel capitolo sociale troviamo vari buoni (ma non coraggiosi) propositi generici e comunque impossibili da attuare all’interno della cornice dell’UE e dell’Eurozona.

Riportiamo ad esempio questo passo, nel quale si testimonia la non volontà di annullare le forme di lavoro precarie:

“La nostra proposta è tornare a considerare il contratto a tempo indeterminato a piene tutele, con il ripristino dell’art.18 (che oggi continua a valere solo per gli assunti prima del Jobs Act e per i dipendenti pubblici), come la forma prevalente di assunzione. Ad esso possono affiancarsi il contratto a tempo determinato e il lavoro in somministrazione, esclusivamente con il ripristino della causale, che giustifichi la necessità di un’assunzione a scadenza.”

Da sottolineare infine la presenza dentro questo partito di quelli che sono tra i maggiori artefici e sostenitori del sistema eurozona e delle politiche neoliberiste promosse dall’UE, tra i quali sono degni di menzione Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

E alla fine, due sorprese.

Nel programma del Partito Comunista di Marco Rizzo si legge quanto segue:

uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro), ripristino della sovranità politica e economica (commerciale e monetaria) al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione”.

Una posizione quindi molto coraggiosa ed interessante per quanto riguarda l’ambito in cui si muove la nostra Associazione, anche se va sottolineata l’incomprensione di ciò che rappresenta in verità il debito pubblico, cosa che con sovranità monetaria non è mai un problema.

Per renderci conto di ciò, riportiamo i seguenti passi:

“L’indebitamento pubblico è stato uno degli strumenti principali con cui, nelle fasi di ripresa, il capitale ha sostenuto il tasso di profitto, attraverso politiche di sgravi fiscali e contributivi alle imprese, di agevolazioni creditizie, di finanziamenti di questo o quel settore industriale. I costi di questo “assistenzialismo” alla rovescia vengono oggi scaricati sulla classe operaia e sui lavoratori, che dovrebbero pagare il conto dell’arricchimento della borghesia. La crisi attuale non è quindi dovuta all’indebitamento pubblico, il quale è conseguenza dell’incapacità del capitale a riavviare il ciclo di riproduzione-accumulazione.”

Nel passo “dove prendere le risorse” si parla di nazionalizzazioni estese, di lotta all’evasione fiscale e alla corruzione e di abolizione di privilegi fiscali. Manca pertanto anche in questo caso la comprensione di cosa sia una moneta sovrana e del reale ruolo della tassazione (vedi qui).

Dedichiamoci infine al programma di Casa Pound, un partito nettamente di destra che ha messo in chiaro vari punti molto importanti quali l’uscita dall’euro, dall’Unione Europea, separazione tra banche commerciali e di investimento finanziario, cancellare il Pareggio di Bilancio dalla Costituzione per operare spese in deficit e pianificare crescita, sviluppo e ricchezza, abolizione del precariato, ricostituzione delle aziende di stato nei settori strategici e per la fornitura dei beni essenziali, sanità gratuita, aumento delle pensioni minime, sostegno alla scuola pubblica, difesa della Costituzione Italiana del 1948, con particolare riferimento all’articolo 46 (partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende), articoli 1, 4 e 35 (tutela del lavoro), articolo 36 (retribuzioni dignitose) e articolo 37 (parità di diritti e retribuzioni tra uomo e donna).

Significativi anche i richiami agli articoli 41, 42 e 43 “in cui si stabilisce che l’impresa economica privata e la proprietà privata devono avere un indirizzo di utilità sociale e in cui si prefigura la possibilità da parte dello Stato di espropriare imprese e monopoli che coincidono con un interesse pubblico generale”.

La domanda che a questo punto sorge legittima è: “quali tra le diverse opzioni in campo scegliere” ?

Il nostro obiettivo è quello di fornire al lettore le informazioni necessarie per poter scegliere in totale autonomia qual è la prospettiva migliore, tenendo conto che la scelta non si potrà basare solo su considerazioni di politica economica, perché ci sono altri temi molto importanti per il nostro vivere quotidiano e degni di dibattito, che tuttavia travalicano i limiti della nostra discussione.

A voi la scelta !

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