Articoli sull’Italexit. L’uscita dall’Unione Europea da parte dell’Italia è possibile ?

Cosa pensa la MMT circa una possibile uscita dall’Unione Europea da parte del nostro Paese ? Di conseguenza, quali sono i vantaggi ? Quali sono i possibili rischi e come porvi rimedio ?

Come replica la MMT alle critiche sull’Italexit ? Ci sarà svalutazione della nuova lira ? Ci sarà inflazione ? Svalutazione ed inflazione rappresentano veramente un problema ? I tassi di interesse rappresenteranno un problema ? Le aziende e gli investitori come si comporteranno ? A cosa servono i titoli di stato ? Il debito pubblico per l’Italia rappresenta veramente un problema ?

Cosa pensa la MMT circa le proposte alternative all’uscita dall’Unione Europea ? Ad esempio, ha senso continuare a rimanere nell’Unione Europea, sperando in una sua riforma ? Quali sono state le conseguenze dell’adesione dell’Italia all’Unione Europea ?

Cosa pensa la MMT circa altre proposte alternative all’Italexit ? Di conseguenza, ha senso percorrere queste strade ?

Come valuta la MMT le idee dei politici italiani su una possibile uscita dall’Unione Europea ? Come agisce la politica italiana nei confronti dell’Unione Europea ?

Cosa pensa la MMT della Costituzione italiana ? Quali sono i principi della nostra Costituzione ? Qual è il contrasto tra i principi dell’Unione Europea e quelli della Costituzione italiana ?

Quali sono i convegni MMT che si sono tenuti su questo argomento ? Cosa è emerso da questi eventi ? Quali sono le posizioni degli economisti MMT sull’uscita dall’UE da parte dell’Italia ?

Quali politiche dovrà attuare l’Italia una volta uscita dall’Unione Europea ? Cos’è la piena occupazione ? Quali sono le politiche per ottenerla ? La MMT ritiene sia possibile attuare un nuovo modello di sviluppo nel rispetto dell’ambiente ? Quali sono gli strumenti per raggiungere questo risultato ?

Di Maria Luisa Visione, postato il 17/10/2018.
Fonte: Siena News.
Tensione sui mercati: se la Commissione Europea non accetterà le condizioni della nota di aggiornamento del DEF, si aprirà per noi la procedura d’infrazione.
Il braccio di ferro tra l’Europa e l’Italia si dirige su uno scenario ancora incerto. Per adesso tutto si limita ai confini nostrani e, da più parti, le reazioni dei poteri forti si fanno sentire. Tuttavia, una buona fetta del popolo ha capito che finanza e politica camminano insieme e riavvolge il vecchio nastro del 2011 fatto di letterine e spread come un film in parte già visto.
Il giudizio dell’agenzia di rating DBRS sulla possibilità remota dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona allontana il rischio contagio. Rispetto al 2011, però, l’aria è cambiata: l’Italexit non è più un tabù. Quali sono alcuni dei timori più frequenti sul tema?
Il primo riguarda l’inflazione, la paura che galoppi vertiginosamente a seguito della creazione di moneta da parte della Banca d’Italia, erodendo il potere di acquisto. Il secondo attiene alle eventuali ripercussioni sull’ammontare dei risparmi. L’ultimo all’isolamento del nostro Paese dal resto del mondo.
Rispondo attingendo ai contenuti autorevoli della scuola economica MMT (Modern Money Theory). Premessa al ragionamento è il ritorno alla sovranità monetaria, ovvero una situazione completamente opposta a quella attuale. Lo Stato per finanziare le spese, emetterebbe la sua moneta e, di conseguenza, i nuovi titoli di Stato sarebbero denominati nell’unità di conto di emissione. Cosa comporta ciò? Che lo Stato sarà sempre in grado di onorare i suoi impegni e, quindi, non si potrà mai verificare la situazione in cui non saranno acquistati i suoi titoli, né quella di dover pagare più interessi a fronte di una minore solvibilità.
Alcuni studi scientifici hanno stimato la svalutazione della nuova valuta, in caso di Italexit, dall’11 al 20%, che, però, si ridurrebbe successivamente. Condizione imprescindibile è che lo Stato tassi ed accrediti gli stipendi esclusivamente nella nuova valuta. Non c’è bisogno di convertire i depositi bancari, si può lasciare tale facoltà ai possessori. La necessità di pagare le tasse in moneta nazionale comporterà la vendita di euro facendo apprezzare gradualmente la nuova valuta, in regime di cambi flessibili. In ogni caso, se una valuta si svaluta si comprano merci a prezzi più bassi e ciò comporta maggiore richiesta di valuta nazionale, che torna ad apprezzarsi. Non c’è poi una correlazione diretta tra svalutazione e inflazione, cioè non è che se una moneta si svaluta del 30%, l’inflazione aumenta del 30%. Tutto avviene in misura minore e controllabile.
E la correlazione tra stipendi e salari? Se stipendi e salari aumentano più dei prezzi non si verifica erosione del potere di acquisto. Oggi accade il contrario: i prezzi dei prodotti e servizi calano perché non c’è domanda, causa alta disoccupazione e bassi redditi. Ma se lo Stato interviene come regolatore garantendo la piena occupazione, sovverte il meccanismo della mancanza di domanda.
Inoltre la Banca d’Italia accumulerà riserve in euro, convertendo i depositi bancari a chi lo richiede e potrà rimborsare i titoli di Stato già emessi in euro.
Sulla competitività, se con il ripristino della sovranità monetaria lo Stato ha in mano la leva fiscale, può tassare meno le aziende che saranno incentivate a rimanere in Italia, dando lavoro e partecipando positivamente al meccanismo di crescita virtuoso.
Ho semplificato molto ma quanto espresso ha dietro piena validità scientifica. Solo per dire che tutto dipende sempre da come ci si prepara, anticipando e giocando, in prima linea.

Di Elisabetta Uccello, postato il 21/07/2018.  Revisione di Marco Cavedon.
Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2018/07/15/risposta/
In questo articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore” il 30 maggio 2018, l’autore Enrico Marro analizza quali a suo dire sarebbero le conseguenze dell’ uscita dell’Italia dall’eurozona. Seguendo l’ordine dell’ articolo, elenca:

  • Inevitabile fuga di capitali
  • Debito del saldo Target 2
  • Inflazione a doppia cifra ‘’causata da Bankitalia che inizierebbe a stampare denaro selvaggiamente per sostenere il debito pubblico’’
  • Potere d’ acquisto degli Italiani eroso dall’inflazione
  • Prezzi delle materie prime alle stelle
  • Costi sui prestiti alle aziende alle stelle e le imprese non potrebbero più pagare i dipendenti
  • Ipersvalutazione che potrebbe solo avvantaggiare le ditte esportatrici
  • Chi vorrà raccogliere capitali sui mercati finanziari dovrà spostare la ditta all’estero
  • Nazionalizzazione delle banche solo al fine del salvataggio delle stesse
  • Mutui e prestiti esploderebbero a causa dell’inflazione e della svalutazione
  • Bollette carissime perché non siamo autosufficienti dal punto di vista energetico
  • I titoli di stato perderebbero valore perché divorati dall’inflazione
  • Debito pubblico che non verrebbe più comprato da nessuno

….Insomma….una bella mitragliata di terrorismo mediatico. Se quella del “Sole 24 Ore” vuol essere un’analisi , essa risulta fatalmente  scorretta, irrazionale, banale.
Ma a queste ventate di isteria telecomandata ormai ci abbiamo fatto il callo ed illustreremo in questa sede con precisione e METODICITA’ cosa succederà quando l’Italia uscirà dall’euro e dall’Unione Europea, APPLICANDO AL DETTAGLIO IL PERCORSO MMT.
Precisiamo dapprima che le conseguenze sopra elencate rappresentano a pieno titolo i cosiddetti  FALSI MITI dell’ economia neoclassica, miti che sono lo STRUMENTO principale del pensiero liberista per indirizzare i popoli ad accettare un MODELLO DI SOCIETA’  che si fonda sulla forte competitività, la deregolamentazione dell’economia, la riduzione ai minimi termini dell’intervento dello stato e l’annientamento delle costituzioni sociali del ‘900.
Le teorie neoliberiste si consolidano attorno al dogma della stabilità dei prezzi e dell’indipendenza di  chi controlla la creazione della moneta – la banca centrale – dallo Stato.
Riprendiamo una citazione di Milton Friedman del 1962: “le interferenze governative minacciano la libertà economica’’.
Di contro la MMT- TEORIA DELLA MONETA MODERNA – presuppone che l’economia deva essere al servizio dei cittadini: lo Stato DEVE essere padrone della propria moneta ed utilizzare la spesa a deficit per creare occupazione e garantire i diritti dei lavoratori in piena sintonia con l’art 1 della nostra Costituzione Italiana:
“L’Italia e’ una repubblica democratica, FONDATA SUL LAVORO. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Alla base della MMT c’è lo stato sovrano della sua moneta e capacità di spesa, altrimenti non può incidere LIBERAMENTE ed in positivo sull’economia del Paese.
 
ANALISI SISTEMATICA DEL PROCESSO DI USCITA DALL’EURO GUIDATO DAL PROGRAMMA MMT.
LA SPESA DELLO STATO, IL DEBITO PUBBLICO, I TITOLI DI STATO.
L’Italia esce dall’euro con decreto legge. Questo implica nell’immediato che dal giorno 1 il governo inizia a spendere e tassare nella nuova valuta, chiamiamola LIRA.
Di fondamentale importanza, al pari del ripristino della moneta di stato, il pieno controllo della propria banca centrale: essa è lo strumento principale del governo per  poter effettuare la spesa pubblica.
Solo se la banca centrale è SOTTO il controllo del Parlamento e del governo si possono impostare politiche economiche volte alla piena occupazione a alla tutela dello stato sociale.
LA BANCA CENTRALE DEVE ESSERE DIPENDENTE DALLO STATO, NON INDIPENDENTE, nel senso che il governo deve avere il pieno controllo sia della propria politica monetaria che fiscale.
La banca centrale è RAMO BANCARIO DELLO STATO; lavora di concerto con il ministero del Tesoro ma è il ministero del Tesoro ad indirizzare il suo operato.
Alain Parguez chiama questa operazione ‘’ BASE MONETARIA CREATA DAL CANALE DEL TESORO’’.
Anche Luigi Spaventa nel 1984 sottolineava: “Lo stock di base monetaria creato dal Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente”.
La MMT considera il meccanismo di emissione dei titoli di stato un retaggio del gold standard: in uno stato a moneta sovrana i titoli non servono a finanziare la spesa pubblica, perché questa deriva dalla creazione di moneta da parte della banca centrale, che accredita il conto corrente che il governo detiene presso la stessa.
Ricordiamo che i  titoli di stato servono oggi esclusivamente a controllare il tasso d’interesse overnight, dal momento che le banche commerciali investono le riserve in eccesso (rispetto all’obbligo di riserva presso la banca centrale) in titoli, che fruttano un interesse più alto di quello che maturerebbero se lasciate ‘’ferme’’ presso la banca centrale (vedi qui per approfondimenti).
Dal blog di Bill Mitchell: ‘’ Dal punto di vista della MMT è di gran lunga preferibile eliminare del tutto il meccanismo di emissione del debito e pagare un tasso di sostegno sulle riserve se la banca centrale vuole puntare a un tasso d’interesse a breve termine diverso da zero. Ma ancor più preferibile è lasciare che il tasso di interesse a breve termine scenda a zero non emettendo debito pubblico e non pagando alcun tasso di sostegno sulle riserve in eccesso (presso la banca centrale). Quindi il mercato interbancario porterà il tasso di interesse fino a zero ogni giorno e la politica fiscale diventerebbe il principale strumento di contro-stabilizzazione e il mezzo più efficace per disciplinare le pressioni sui prezzi in specifiche classi di attività.’’
Non e’ da escludere la possibilità di regolare la remunerazione dei risparmi dei cittadini in appositi libretti di risparmio, in modo tale da incentivare o disincentivare la propensione al consumo in base al ciclo economico.
Uno stato a moneta sovrana non potrà mai non onorare il proprio debito (ripagare titoli di stato in scadenza) in quanto è denominato nell’unità di conto che egli stesso emette e di cui ha il monopolio tramite la propria banca centrale.
Uno stato a moneta non sovrana, come l’ Italia oggi in eurozona,  per finanziare le proprie spese è costretto ad indebitarsi con le banche private che acquistano i suoi tds (titoli di stato).
A questi operatori lo stato dovrà restituire il prestito con gli interessi.
 
Questo preambolo è necessario, poichè nell’articolo de “Il Sole 24 Ore” sembra proprio non si faccia distinzione fra le caratteristiche strutturali di uno stato a moneta sovrana e di uno stato a moneta non sovrana.
Il settore bancario privato, deputato alle transazioni orizzontali,  crea prestiti e di conseguenza aumenta la circolazione del denaro, cioè delle riserve create dalla Banca Centrale.
Però i prestiti bancari, quando creano un deposito, generano sempre un debito che dovrà essere ripagato: quindi non si ha mai ricchezza finanziaria al netto.
Solo il settore pubblico, cioè lo Stato, può creare veramente il denaro dal nulla, cioè ricchezza finanziaria al netto. E’ il suo ruolo.
Solo dalla spesa dello stato arriva il denaro in prima istanza.
 
Al contrario la BCE , per statuto e secondo i trattati (Tfue), non può finanziare direttamente gli stati ma solo i mercati dei capitali, cioè le banche private.
Gli stati nell’eurozona sono esautorati di sovranità sia economica che politica.
Questo assetto è lo strumento della corrente liberista per realizzare un modello di società incentrato esclusivamente sulla competitività: gli stati devono applicare politiche volte alla svalutazione salariale e alla distruzione della domanda interna, per fare in modo che la propria offerta di beni e servizi sia competitiva nel libero scambio internazionale; questa resta l’unica soluzione per riuscire ad ottenere moneta, una strategia a tutti gli effetti erede del mercantilismo settecentesco in cui vigeva il gold standard.
Nel modello liberista di società dell’Unione Europea la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi ed il pieno stato sociale non sono al primo posto.
Per realizzare invece  il modello di società prescritto nella Costituzione Italiana ed antitetico al modello neoliberista, è necessario sganciarsi dall’euro e dai trattati europei ed applicare il Programma Economico MMT, unico strumento per realizzare la piena occupazione, la piena produzione di beni e servizi per tutti e la piena tutela di tutte le classi sociali.
 
Il giorno 1 della nuova lira il governo, come già affermato sopra, inizia ad effettuare la propria spesa accreditando conti correnti in lire e a tassare esclusivamente nella nuova moneta, lasciando tutti i depositi in euro.
Questo comporterà una domanda di lire, inizialmente scarse, da parte di tutti i cittadini che dovranno ottenerle per pagare le tasse e poter eseguire tutte le transazioni economiche.
Con l’occasione ricordiamo che la reale funzione della tassazione in uno stato a moneta sovrana non è quella di pagare la spesa pubblica, perchè prima di poter ritirare la sua valuta il governo sovrano la deve creare e spendere. La tassazione ha tuttavia una funzione molto importante, perchè è lo strumento principale dello stato per esercitare il proprio potere d’imperio: i cittadini sono costretti a pagare le tasse nella valuta decisa e dovranno fare in modo di ottenerla vendendo il proprio lavoro. Inoltre la tassazione serve ad indirizzare l’economia: lo stato tassa di più nei settori da disincentivare, meno in quelli da incentivare e regola la quantità di moneta in circolazione, drenandone maggiormente nei periodi di eccessiva inflazione, meno in deflazione.
Il governo non ricorrerà alla conversione forzosa in lire di depositi e prestiti già realizzati ma lascerà a discrezione del cittadino la richiesta della nuova moneta. Di conseguenza questi sarà ad un certo punto costretto, per pagare in primis le tasse, a chiedere lire alla propria banca in cambio di euro.
Questo provocherà una vendita di euro da parte della banca commerciale alla Banca d’Italia ed un acquisto di lire al tasso di cambio vigente al momento.
Il tasso di cambio, in linea con le caratteristiche di una moneta fiat, sarà fissato 1:1 con l’euro solo inizialmente e poi sarà lasciato libero di fluttuare nel mercato dei cambi internazionali.
La vendita di euro per acquisire lire eviterà il deprezzamento della moneta sovrana secondo le leggi di domanda ed offerta del mercato.
Anche in assenza di tale provvedimento, la svalutazione viene stimata tuttavia attorno al 20% secondo la teoria della parità relativa dei poteri d’acquisto, che afferma che la variazione percentuale del tasso di cambio fra 2 valute coincide in ogni periodo con la differenza fra le variazioni percentuali dei livelli dei prezzi nazionali. Secondo invece uno studio di BofA Merrill Lynch del 2012 la svalutazione sarebbe addirittura attorno all’11-12%. Niente iperinflazione quindi, anche perchè la correlazione tra svalutazione ed aumento dei prezzi interni è fatalmente scorretta (vedi qui).
Gli euro diventeranno riserve in valuta estera possedute dalla nostra banca centrale.
Cosa comporterà questo?
Il governo si ritroverà gradualmente ad avere a disposizione moltissime riserve in euro, utili per saldare a scadenza i titoli di stato emessi denominati in euro, a meno che il creditore non faccia espressamente richiesta di essere rimborsato in lire convertendo il proprio credito nella nuova valuta nazionale.
Questo meccanismo inciderà sul tasso di cambio lira- euro: se la Banca d’Italia non avesse potuto disporre di riserve in euro, avrebbe dovuto vendere lire per acquistare euro per saldare i titoli di stato e questo avrebbe potuto provocare svalutazione. Va tuttavia sottolineato che la conversione dei titoli in lire non è un problema neppure nei confronti dei creditori stranieri, per il principio della lex monetae (vedi qui).
Evidenziamo inoltre che la lira, anche se si svalutasse nei confronti dell’euro (ipotesi quantomai remota, se non irrealizzabile), non e’ detto che si svaluti nei confronti di altre valute con cui l’Italia intrattiene rapporti commerciali. Uno dei principali partner commerciali dell’Italia sono gli USA per le esportazioni, la Cina per le importazioni.
Il tasso di cambio effettivo e’ una media di tutti i tassi di cambio bilaterali principali.
 
LA SVALUTAZIONE DELLA LIRA.
Secondo la manipolazione mediatica liberista, con una svalutazione della lira del 30% avremmo un’inflazione interna della stessa entità a causa dell’ aumento del costo delle materie prime.
Precisiamo invece che le materie prime, prima di diventare prodotto finito, vengono lavorate internamente alla nazione importatrice e pertanto il costo finale risente relativamente della svalutazione.
Considerando come bene importato solo la materia prima, i costi interni riguardano la trasformazione, la lavorazione, il profitto privato e la tassazione.
Certamente la svalutazione incide sul costo delle importazioni, ma anche in presenza di ipotesi di forte dipendenza dall’estero con importazioni che incidano per il 40% dei costi di produzione, una svalutazione del 20% comporterebbe un aumento dei prezzi dell’8%. In termini reali, le materie prime e le fonti energetiche incidono sul totale delle importazioni per nemmeno l’11%.
Lo Stato italiano può sempre diminuire discrezionalmente il livello di tassazione per le imprese costrette ad importare e penalizzate dall’aumento dei costi, in modo da lasciare inalterato il loro profitto finale.

  • La svalutazione in genere comporta maggiori afflussi di capitale dall’estero per acquistare merci il cui prezzo si è abbassato proprio grazie ad essa. Considerando solo la bilancia commerciale (quindi al netto dei movimenti di capitale) la valuta nazionale verrebbe richiesta di più e di conseguenza tornerebbe ad apprezzarsi.
  • Il coefficiente di trasferimento pass-trought è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali. Per esempio , se in seguito ad una svalutazione del 10%, l’inflazione aumenta del 5% si calcola il pass-trought al 0,5 (cioè al 50%).

Il coefficiente pass trought italiano è stato stimato da uno studio del 2012 di Goldfajn e Werlang attorno al 36% in un anno: per cui, ipotizzando anche una svalutazione del 20% (scenario considerato poco attendibile), solo il 36 % di tale svalutazione si tradurrebbe in un’inflazione del 7,2%. Valori del tutto controllabili e calcolati comunque in assenza di politiche fiscali del governo, semmai questa percentuale moderata fosse considerata pericolosa.
 
L’ INFLAZIONE.
Per quanto riguarda l’inflazione, è necessario definirla in modo da fare definitivamente chiarezza in merito a quest’altro falso mito che l’economia liberista utilizza per costringere i popoli a legittimare cessioni di  sovranità e ad adottare politiche liberiste.
L’ inflazione è un aumento dei prezzi annuale.
L’ iperinflazione e’ un aumento dei prezzi mensile superiore al 50%.
Riprendiamo l’equazione che in economia regola l’inflazione: MxV=PxY
M: rappresenta l’offerta di denaro disponibile in un determinato periodo temporale, che dipende in prima istanza dalla spesa a deficit da parte del governo
V: rappresenta la velocità di circolazione del denaro nello stesso periodo temporale preso come riferimento, in pratica rappresenta quante volte il denaro passa di mano in mano in quel periodo.
P: rappresenta il prezzo medio dei beni e dei servizi prodotti in quel determinato periodo (ricordiamo che per il calcolo dell’inflazione solitamente si utilizza la base annuale).
Y: rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti da un determinato paese nel medesimo periodo temporale.
L’economia neoclassica tende a considerate V e Y costanti (pertanto ad un aumento dell’offerta di moneta necessariamente segue un pari aumento dei prezzi di beni e servizi), mentre l’economia eterodossa considerano il fatto che la velocità di circolazione del denaro non può mai essere costante in quanto strettamente correlata all’offerta di moneta; una minore ricchezza finanziaria farà si che la popolazione in generale aumenti la sua propensione al risparmio e quindi diminuisca la domanda aggregata (potere di spesa), il che necessariamente determina un calo anche di Y.
Al contrario, una maggiore ricchezza finanziaria (M) nelle mani della popolazione può determinare un aumento della domanda aggregata, che causerà sia un aumento di V che di Y, in quanto gli ordinativi aumentano. Il reale limite di Y è dato dalla quantità di forza lavoro disposta ad operare per aumentare l’offerta a fronte di un incremento della domanda. Possono sussistere pertanto le condizioni tali per cui ad un aumento di M si verifichi un aumento sia di V che di Y, lasciando il fattore P immutato o comunque determinandone  un incremento non direttamente proporzionale ad M e non necessariamente problematico per quanto concerne l’impatto sulla domanda aggregata; se stipendi e salari aumentano ad un tasso superiore a quello dei prezzi, il reale potere di acquisto non ne risente.
Il solo aumento dei prezzi non è inflazione: l’inflazione è il continuo aumento dei prezzi, cronico rispetto alla reale capacità di produzione.
Per controllare l’inflazione ci sono 2 metodi:

  1. Il metodo neoliberista scelto dalla Commissione Europea: il NAIRU (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), cioè mantenere uno “stock di riserva di disoccupati”. L’inflazione in questo caso viene controllata tramite politiche monetarie e di bilancio restrittive, che creano una disoccupazione che STRUTTURALMENTE deve attestarsi ad una determinata percentuale. La disoccupazione strutturale comporta non avere redditi ed essere disposti a lavorare per bassi salari, pertanto determina il crollo della domanda interna con conseguente abbassamento dei prezzi dei beni e servizi prodotti.
  2. Il sistema proposto dagli economisti post-Keynesiani MMT, il NAIBER (non-accelerating inflation buffer employment ratio) o “stock di scorte di occupati“. La piena occupazione viene garantita dai lavori di stato; il governo garantirà quindi la piena occupazione e salari minimi dignitosi, i quali avranno la funzione di stabilizzare i prezzi in quanto legati alla produzione di beni e servizi reali.

La tassazione è lo strumento principale per controllare la domanda e regolare l’inflazione.
L’occupazione nel settore pubblico dev’essere elastica ed anticiclica, fermo restando che i lavori nei servizi pubblici essenziali devono essere fissi e rigidi.
Con la proposta MMT del “job guarantee” lo stato assorbe i disoccupati in lavori pubblici quando l’attività del settore privato diminuisce: lo stato ‘’conserva’’ il lavoratore nel settore pubblico. Viceversa quando l’ economia è in una fase di espansione, lo stato permette al lavoratore di reimpiegarsi nel settore privato. LA POPOLAZIONE RIMANE SEMPRE OCCUPATA. CAMBIA SOLO IL RAPPORTO FRA OCCUPAZIONE PUBBLICA E PRIVATA.
 
TARGET 2.
Il Target 2 e’ un sistema di pagamenti interbancari che vale in tutti i paesi dell’Unione Europea.
Vari economisti (tra cui l’attuale Presidente della BCE Mario Draghi) ipotizzano che, in caso di uscita di un paese dall’euro, dovrà essere saldato per intero il deficit della sua banca centrale nei confronti della Banca Centrale Europea.
Come funziona la cosa ?  Semplicemente, quando qualsiasi attore economico di un paese che ha adottato l’euro realizza un acquisto presso un’altra nazione dell’eurozona tramite il denaro depositato presso la sua banca, viene convenzionalmente conteggiato un pari deficit della banca centrale del paese dove ha sede l’acquirente nei confronti della BCE, mentre la banca centrale del paese del fornitore vanterà un credito nei confronti della BCE.
Facciamo un esempio. Un acquirente italiano che possiede un conto corrente presso Banca A desidera acquistare un’automobile da un venditore tedesco, che avrà un conto corrente presso Banca B. In questo caso, la Banca d’Italia accrediterà le riserve presso la Bundesbank (la banca centrale tedesca) addebitando il conto dell’acquirente italiano presso Banca A. La Bundesbank potrà quindi mettere quelle riserve a disposizione della Banca B e in questo modo onorare il debito che possiede con la stessa.
Si è forse creato un vero debito della Banca d’Italia nei confronti della BCE ? Questa ha forse bisogno delle riserve di Banca d’Italia da accreditare alla Bundesbank, che a sua volta le accrediterà a banca B ? Assolutamente NO, dal momento in cui, come abbiamo visto, Banca d’Italia ha già fornito le riserve di cui la Bundesbank ha bisogno e le posizioni debitorie e creditorie delle varie banche centrali dell’eurozona nei confronti della BCE rappresentano solo un dato contabile, che registra i movimenti di riserve in euro creati dalle varie banche centrali in uscita ed in entrata tra le rispettive nazioni. Prova ne è il fatto che non esiste un limite al “debito” o al “credito” che le singole banche centrali possono detenere nei confronti della BCE, nè tale “debito” deve essere mai onorato. Se così non fosse, questo automaticamente dovrebbe comportare il fatto che, quando l’acquirente italiano acquista un bene da un fornitore straniero, questo venga pagato due volte, la prima volta dalla Banca d’Italia, la seconda dalla Banca Centrale Europea, il che è assurdo. Tra l’altro, per i paesi dell’UE che aderiscono a questo sistema pur non appartenendo all’eurozona, non viene assegnato alcun “debito” alle loro banche centrali nei confronti della BCE, perchè queste non possono creare euro e quindi le transazioni avvengono tramite il mercato dei cambi; in questo caso non si pone quindi il (falso) problema della necessità da parte della BCE di approvvigionarsi di riserve per accreditarle alle banche centrali dei paesi fornitori.
Casomai si potrebbe presentare un problema politico nel momento in cui, in caso di uscita dall’euro, le istituzioni UE ci chiedano di saldare quel “debito”. Ma l’Italia avrà tutte le armi dalla sua parte, sia da un punto di vista tecnico che giuridico, per rifiutarsi di pagare un “debito” che, per il semplice fatto di utilizzare la valuta euro, non è mai stato considerato veramente tale. Da nessuna parte nei trattati europei sta scritto che i saldi target 2 in deficit nei confronti della BCE siano da onorare, nemmeno in caso di cambio della valuta nazionale.
 
LA COMPETITIVITA’.
Altro dogma cavallo di battaglia delle teorie liberiste è la competitività, inneggiata a principio cardine sul quale basare l’economia di una nazione e codificata in ogni trattato comunitario come il ferreo obiettivo delle politiche europee.
Come già affermato sopra, l’ arricchimento di una nazione e lo sviluppo economico sono dovuti principalmente alla spesa pubblica, che è lo strumento politico per mettere in moto l’economia ed indirizzarla al sostegno dei servizi alla comunità e del sistema produttivo. La moneta di stato è una leva nel concetto di produttività post-keynesiano, in antitesi al concetto di scarsità neoclassico.
Le esportazioni di beni e servizi di certo apportano ricchezza finanziaria all’interno di una nazione ma questo processo è una variabile e non è la via principale con cui uno stato si arricchisce. Solo grazie alla spesa pubblica a deficit positivo si può immettere ricchezza al netto nel settore privato di cittadini ed aziende senza ricorrere alla competitività nei confronti delle altre nazioni, basata sull’abbassamento dei prezzi possibile a sua volta solo con la svalutazione dei salari e l’indebolimento della domanda interna.
 
FUGA DI CAPITALI E FUGA DI PRODUZIONE.
La fuga di capitali è un falso problema: la valuta ‘’in fuga’’ passa da un conto corrente all’altro ma il saldo dei conti riserva presso la banca centrale resta invariato; cambia solo il titolare del conto corrente, che può essere anche un residente presso una nazione estera che ha acquistato lire da un venditore italiano. Tutte le lire rimangono comunque all’interno dei conti riserva che le banche commerciali detengono presso la nostra banca centrale e sono pertanto sempre soggette alla nostra giurisdizione.
Ciò che potrebbe preoccupare è la fuga di produzione. Gli imprenditori che non avranno capito che la moneta sovrana  porterà solo vantaggi alle aziende private, sposteranno la loro produzione all’estero.
Ma non saranno necessarie misure di protezione e controllo dei capitali se non probabilmente nel primo periodo, tramite una legislazione che persegua la responsabilità sociale delle imprese di rilevanza sistemica o tramite la nazionalizzazione dei settori strategici.
Perché non saranno necessarie misure di protezione e controllo speciali ?
Mantenendo saldo il focus sulla piena occupazione e dal momento che la moneta non è più una risorsa scarsa, in quanto lo stato è monopolista della propria valuta, il fatto che il capitale privato possa andarsene dal paese non diventa più un problema per l’economia.
Lo stato implementa programmi di piena occupazione rivolti soprattutto ai servizi sociali e tutelerà la domanda interna garantendo diritti e salari dignitosi, mentre le imprese che delocalizzano per produrre beni di consumo a prezzi bassi di fatto rappresenteranno un impoverimento in termini reali per quei paesi in cui si recheranno, disposti a consentire politiche di sfruttamento della manodopera e svalutazione delle condizioni di lavoro, nel nome della competitività globale. Anzi, quei beni reali che produrranno saranno consumati dai nostri cittadini e questo per noi rappresenterebbe un arricchimento in termini reali.
 
TITOLI DI STATO ED INTERESSE.
La cedola di un titolo di stato è determinata dall’emittente (il governo). Può essere fissa o variabile ma è sempre determinata dall’emittente. Oggetto di contrattazione e’ invece il prezzo dei titoli.
L’interesse, cioè il guadagno, è uguale alla cedola più lo scarto d’emissione (cioè la differenza fra prezzo di emissione e prezzo di rimborso del titolo).
Uno stato che ha il controllo dell’emissione della propria moneta STABILISCE in piena autonomia la cedola, senza doverla aumentare per attirare investitori nelle operazioni di riapertura, per il collocamento dei titoli rimasti invenduti alla prima asta.
UNO STATO A MONETA SOVRANA NON PUO’ MAI INCORRERE NEL RISCHIO DI INSOLVENZA IN UNA VALUTA DA LUI STESSO EMESSA.
La banca centrale tornerebbe ad essere dipendente dal Tesoro ed obbligata ad acquistare i titoli invenduti sul mercato primario (come prima del divorzio Tesoro –Banca d’Italia del 1981) o quelli presenti sul mercato secondario (Quantitative Easing).
Il prezzo di rimborso si alzerà e l’interesse si abbasserà. E’ importante che la cedola sia sempre regolata esclusivamente dallo stato in base agli obiettivi  di politica economica: alzerà la cedola quando vuole incoraggiare il risparmio privato e disincentivare il reinvestimento nell’economia reale e viceversa, abbasserà la cedola quando vorrà incoraggiare la spesa del denaro nell’economia reale  e disincentivare il risparmio.
E’ importante notare che, quando la banca centrale agisce sul mercato aperto acquistando titoli tramite riserve che lei stessa emette, questo non genera alcuna inflazione, dal momento che si tratta di denaro conferito al solo settore finanziario, che a sua volta lo presterà al settore dell’economia reale (famiglie ed aziende) solo in presenza di politiche fiscali espansive (spesa a deficit) che tutelino la domanda interna. E di domanda interna al momento ne abbiamo estremo bisogno, causa un sottoimpiego dei fattori produttivi con disoccupazione stabile all’11%.
La proposta MMT comunque prevede la totale abolizione dei titoli di stato, in quanto il governo nuovamente sovrano potrà accreditare direttamente conti correnti di famiglie ed aziende e pagare stipendi senza dover ricorrere al farraginoso meccanismo della loro emissione.
 
MUTUI.
Perché l’aumento del rendimento sui titoli di stato incide sui mutui e i prestiti?
Nel sistema attuale succede che se il titolo di stato viene declassato dalle agenzie di rating, gli investitori se ne sbarazzano in grande quantità: aumenta il rendimento (differenza fra prezzo di acquisto e di rimborso, che cala).
Una banca commerciale conferisce titoli di stato alla banca centrale a garanzia delle operazioni di  rifinanziamento principali (i prestiti di riserve che chiede direttamente alla banca centrale).
La banca centrale applica un ‘’ taglio’’, detto hair-cut. A fronte di una garanzia di 1000 in titoli di stato ad es. la banca centrale applica un hair-cut del 5%, cioè presta 950 Euro.
Se i TDS hanno un rating declassato, l’ hair-cut aumenta all’11-12% ad esempio.
Quindi le banche cercano di disfarsi di quei titoli declassati e cercarne altri con un rating migliore ed ottenere pertanto rifinanziamenti dalla BCE a condizioni più vantaggiose.
Questa ‘’penale’’ ha conseguenze quindi sugli interessi che le banche applicheranno a mutui e prestiti per garantire i propri profitti.
Ma con una moneta sovrana ed uno stato che applica il programma economico MMT anche questo ricatto può essere serenamente evitato, in quanto il valore dei titoli sarà sempre garantito e il governo sarà libero di applicare la legislazione in materia di politica monetaria che ritiene più efficace; la regola dell'”hair cut” potrebbe tranquillamente decadere assieme alla prassi dell’emissione dei titoli di stato, come prima abbiamo evidenziato.
 
Pertanto, anche basandoci su una semplice e razionale valutazione costi-benefici e tralasciando per un attimo le considerazioni politiche sulle quali ci siamo già espressi, ne consegue che nulla giustifica la permanenza dell’Italia all’interno della zona euro, con buona pace degli “esperti” de “Il Sole 24 Ore”.

1) Perché il diritto dell’Unione Europea prevale sul diritto interno. Questo significa che le leggi ordinarie del Parlamento, i decreti legge, i decreti legislativi e le leggi regionali non possono essere in contrasto con i regolamenti e le direttive dell’Unione Europea. Governo e Parlamento sono in una posizione gerarchica inferiore rispetto all’ordinamento dell’UE.

2) Perché le norme del diritto comunitario possono derogare anche leggi Costituzionali purché non siano norme fondamentali e immodificabili come per esempio i diritti fondamentali dell’ordinamento italiano. Nella pratica però anche i diritti fondamentali, come ad esempio il diritto al lavoro, vengono calpestati a causa dei vincoli di bilancio pubblico imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita.

3) Perchè il maggiore progetto dell’Unione Europea è la moneta euro, un progetto fallimentare che ci ha assicurato una moneta troppo forte per la nostra economia e una scarsità di liquidità circolante nell’economia reale a causa dei vincoli di bilancio imposti ai singoli stati membri. Citando il nobel Krugman, ci siamo ridotti “allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Tali danni sono disoccupazione a due cifre, povertà e disperazione dilagante.

4) Perchè versiamo al bilancio dell’Ue molto più di quanto ci torna indietro tramite fondi europei. Dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo totale di 72 miliardi di euro (dati Ragioneria dello Stato). Solo nel 2014 per contribuire al bilancio dell’Ue abbiamo perso 20 milioni di euro al giorno provenienti dalle tasse di noi cittadini italiani.

5) Perchè grazie alla partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità (Fondo SalvaStati), abbiamo sborsato ben 14,33 miliardi di euro dal 2012 al 2015, soldi prestati a paesi in difficoltà finanziarie come Grecia, Irlanda, Spagna affinché restituissero i crediti che le banche francesi e tedesche avevano loro incautamente prestato. Il nostro paese, in crisi economica da anni, con la partecipazione ai trattati Ue è stato costretto a dare genialmente miliardi e miliardi di euro all’estero, anzichè investirli nell’economia reale interna. In cambio della nostra contribuzione al MES non abbiamo ottenuto alcun vantaggio.

6) Perchè i vincoli di bilancio, la contribuzione ai fondi europei e ai fondi salva stati sopra enunciati, hanno incidenza DIRETTA sulle tasse di tutti noi, cittadini italiani. Gli aumenti dell’Iva, dell’Imu e tutte le nuove tasse che il governo italiano deve ideare sono necessari al fine di mantenere l’enorme spesa della contribuzione al bilancio europeo e a mantenere un rapporto deficit/pil inferiore al 3%, ovvero a mantenere le entrate dello stato (tasse) praticamente alla pari delle uscite (spesa pubblica). In anni di crisi economica, bisognerebbe invertire la tendenza con nuove politiche economiche, ma l’Ue ci lega le mani.

7) Perchè l’Unione Europea ci impone riforme strutturali che sono volte a favorire una sempre maggiore precarizzazione del mondo del lavoro, e in un momento di crisi di domanda aggregata (i consumi non ripartono) fare politiche di flessibilità del mercato del lavoro è controproducente. Le famose riforme strutturali fatte dalla Germania nei primi anni dell’Euro hanno ridotto la quota salari di 7 punti in 4 anni, mentre in Spagna le riforme non hanno risolto il problema occupazionale ma hanno solamente fatto aumentare i precari. E in Italia l’introduzione del Jobs Act ha fatto aumentare il precariato, secondo l’Università di Torino.

8) Perchè l’Unione Europea impone un vergognoso sistema di due pesi e due misure. Si pensi alla questione degli aiuti di Stato: nonostante questi siano vietati dall’Ue perchè visti come misura che mina la libera concorrenza, l’Ue stessa ha permesso alla Germania di mettere a disposizione del proprio sistema bancario in crisi circa il 10% del proprio Pil, per una cifra complessiva pari a circa 250 miliardi di euro dal 2007 fino ad oggi, mentre l’Italia per il proprio sistema bancario ha messo a disposizione l’1% del proprio Pil, pari a poco più di 4 miliardi di euro. Questo ha determinato un pesante effetto distorsivo della concorrenza tra paesi membri, nonostante i trattati dicano, a parole, di voler eliminare tutte le distorsioni nel mercato unico. Non solo: l’Unione Europea ha messo sotto indagine l’Italia perchè dal 1990 al 2009 avrebbe fornito aiuti di Stato ad imprese coinvolte in calamità naturali, come ad esempio le esenzioni fiscali per le imprese coinvolte nell’alluvione piemontese del 1994. Ora l’Ue richiede alle aziende – molte ormai scomparse, altre incalzate dalla crisi – di restituire le agevolazioni: svar
iati milioni di euro. Ecco la solidarietà europea.

9) Perchè nonostante siamo un paese leader mondiale per quanto riguarda la produzione e la cultura agroalimentare, tecnocrati finlandesi, lettoni, lituani, tedeschi ci impongono da Bruxelles misure strette da rispettare per quanto riguarda i cibi che mettiamo in tavola. I limiti di Bruxelles sono stabiliti dal Regolamento 543 del 2011. Le mele devono avere “3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A”, 1/2 per le B e 1/3 per le C. Ma questo solo per la categoria “extra”, per le altre le percentuali sono differenti. Quanto alle dimensioni, minimo servono 60 mm di diametro o 90 di peso. La natura concepita come una produzione in serie di prodotti tutti uguali. Guai ai difetti della buccia: basta una macchiolina un po’ più grande e quella mela non è più una più mela. Burocrazia anche per altri frutti: 45 mm di diametro minimo per limoni e mandarini, 35 mm per le clementine, 53 mm per le arance. Per i kiwi si è invece ricorsi al peso: minimo 90 g per la categoria “extra”, 70 e 65 per quelle inferiori. Per pesche e pesche noci, è richiesto un calibro minimo di 56 mm per le extra e 51 mm per le altre; per le pere (60 mm per le extra, 55 per le altre); le fragole (25 e 18 mm); e l’uva da tavola (minimo 75 g a grappolo). Infine, i peperoni, la lattuga e i pomodori hanno il loro bel carico di misure burocratiche europee. Con evidenti problemi soprattutto per la vita dei produttori agricoli, già resa difficile dalla terribile crisi economica garantita dall’Ue. Anche i pescatori hanno la loro dose di burocrazia europea, con la dimensione minima delle vongole di 25 mm, nonostante la media italiana sia di 22 mm. In caso di vendita di vongole più piccole di 25 mm, il pescatore rischia multe di 4000 euro. Con danni al lavoro e all’occupazione dei pescatori evidenti.

10) Perchè non vogliamo più essere ridotti ad una colonia, governata da commissari Ue non eletti dai cittadini europei, che da una scrivania di Bruxelles redigono direttive e regolamenti vincolanti per il nostro paese, che creano danni economici e regole assurde per interi settori produttivi nostrani. Perchè non è possibile che il nostro governo sia costretto a chiedere l’approvazione preventiva della propria legge di bilancio alla Commissione Europea, così come il permesso per emettere i titoli di stato, come un bravo scolaretto. Perchè non accettiamo più che la Commissione Europea imponga delle nuove tasse se la legge di bilancio non è di suo gradimento. Perché è evidente che sia IRRIFORMABILE un’Unione dove il monopolio dell’iniziativa legislativa è affidato a burocrati non eletti del tutto indipendenti, i quali non accettano consigli o indicazioni da nessuno, men che meno dai governi.

Perchè vogliamo essere un paese sovrano all’interno dei nostri confini territoriali. Liberi di decidere le nostre politiche migratorie. Liberi di decidere di aiutare il nostro popolo, fino al raggiungimento della piena occupazione. Liberi di avere la nostra maledetta sovranità nazionale, come in tutti gli Stati del mondo civile ed avanzato.

Potremmo andare avanti, ma basta. Questa non è democrazia. Questa è Tecnocrazia europea.

#ITALEXIT, immediatamente!

La nostra Associazione al suo interno raccoglie una pluralità di posizioni e di punti di vista, una ricchezza di opinioni politiche che sono il fondamento di quella democrazia reale e di sostanza che tanto promuoviamo e la nostra forza sul territorio.
L’unico vincolo che poniamo è la coerenza con quelle verità macroeconomiche inconfutabili e i parametri economici che da sempre indichiamo come necessari per lo sviluppo libero e sostenibile di un paese  e con la necessaria aderenza alla Costituzione Repubblicana.
Pertanto, nel pieno rispetto della nostra pluralità di punti di vista sulle tematiche che riguardano la politica in generale, vogliamo comunque dare la giusta visibilità a questa iniziativa sottoscritta da economisti e intellettuali MMT (Bill Mitchell e Scott Ferguson) o vicini alle nostre posizioni, tanto da essere professionisti con cui collaboriamo apertamente in convegni ed eventi.

Con l’attuazione del mercato unico europeo e del Trattato di Maastricht, l’integrazione europea si è affermata come progetto di ristrutturazione a lungo termine dell’economia europea in senso neoliberista. Il Patto di Stabilità e Crescita, l’affermazione delle “libertà fondamentali” del mercato unico e l’Unione monetaria europea, rappresentano l’impalcatura istituzionale che ha alimentato le politiche di austerità, lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale e le politiche di privatizzazione in tutti gli stati membri dell’UE.
Contrariamente alla tesi che vuole l’UE come un campo di gioco neutrale, gli eventi successivi alla Grande Recessione del 2007/9 hanno evidenziato come l’attuale progetto di integrazione europea sia segnato dalla natura regressiva dei trattati che lo definiscono e da una radicalizzazione senza precedenti del suo carattere neoliberista. Rapporti asimmetrici e relazioni gerarchiche di potere (centro-periferia) caratterizzano da lungo tempo l’integrazione europea, ma hanno raggiunto il loro culmine con il dominio tedesco sugli orientamenti di politica economica negli anni successivi alla Grande Recessione. Gli sviluppi normativi che hanno accompagnato la creazione dell’eurozona e le misure prese in risposta alla crisi dell’euro, con l’imposizione di vincoli sempre più stringenti e di regole e strumenti di governance con sempre minore legittimazione (Patto EuroPlus, Fiscal Compact ecc.) hanno accentuato il carattere autoritario e neoliberista di tale progetto di integrazione, che è diventato una vera minaccia alla democrazia e alla sovranità popolare.

L’euro – Una valuta alla radice della crisi

La crisi dell’euro è il prodotto di un errore di concezione e un difetto di costruzione dell’Unione Monetaria Europea (UME), che ha avuto fin dall’inizio quali obiettivi prioritari l’austerità e il contenimento dell’inflazione. Per gli stati membri dell’eurozona, lungi dal condurre ad un processo di convergenza economica e sociale, la prospettiva di uno “sviluppo economico reale” (in termini di salari, produttività ecc.) si è progressivamente allontanata. L’Emu ha finito per alimentare pesanti squilibri macroeconomici (crescenti deficit delle partite correnti non solo nell’Europa meridionale più periferica, ma anche in Francia e in Italia, cui hanno corrisposto crescenti surplus in Germania e in altri paesi) e ha condotto, in una prima fase, a ingenti flussi di capitali dal centro alla periferia dell’eurozona. La disponibilità di credito a buon mercato ha alimentato bolle speculative immobiliari e finanziarie, determinando un aumento consistente del debito privato e, in alcuni casi, di quello pubblico.
Un’importante determinante di tali squilibri è stata la politica di contenimento del costo del lavoro in Germania, realizzata attraverso la riorganizzazione della filiera produttiva dell’export tedesco, con l’utilizzo di lavoro a buon mercato dell’Europa orientale, con politiche di dumping salariale e fiscale e con tagli alla spesa sociale.
La conseguenza di tutto questo è stata una forte pressione sulle economie più deboli perché aumentassero la “competitività internazionale” dei rispettivi settori produttivi nell’industria e nei servizi. Dal momento che nel quadro dell’UME non era possibile farlo attraverso un riallineamento delle valute, l’unica strada era quella della svalutazione interna. In termini pratici, voleva dire smantellamento dello stato sociale, privatizzazione dei servizi e delle infrastrutture pubbliche, riduzione dei salari e della spesa sociale, concorrenza fiscale, attacco alla contrattazione collettiva, riduzione del peso dei sindacati e demonizzazione, o in alcuni casi licenziamento, dei dipendenti pubblici.

L’euro – Uno strumento a vantaggio del capitale finanziario

È importante sottolineare che nessuna di queste cose è accaduta a causa di difetti di costruzione imprevedibili: dal punto di vista di chi ha concepito tale costruzione in un’ottica neoliberista, l’euro ha funzionato bene. Non ha funzionato rispetto agli obiettivi di equilibrio economico tra gli stati membri, di crescita economica e di piena occupazione, ma è stato molto efficace nel distruggere i diritti del lavoro, il sistema di sicurezza sociale, il settore pubblico, la tassazione dei profitti e nell’imporre il salvataggio delle banche con I soldi pubblici.
Questo è il modo in cui l’euro funziona dal punto di vista politico: costringe chi lo adotta ad una concorrenza al ribasso, per la quale la posizione economica di ciascuno stato membro può migliorare soltanto adottando politiche che vanno contro l’interesse della maggioranza della popolazione e a beneficio del capitale internazionale. Crea una spirale di progressiva riduzione delle retribuzioni, delle pensioni, delle prestazioni sociali, dell’impiego pubblico, degli investimenti pubblici.
Come dimostrato chiaramente da quanto è accaduto in Grecia nell’estate 2015, la struttura di governo dell’eurozona non mostra alcuna apertura verso politiche che seguono il volere espresso democraticamente da una maggioranza di cittadini quando queste sono in contrasto con l’agenda neoliberista. Quando il governo guidato da Syriza ha provato a realizzare il suo programma – e persino dopo il mandato ricevuto con l’Oxi del referendum – la BCE ha usato le sue armi finanziarie per costringere il governo a capitolare e firmare il memorandum.

L’euro – Un progetto sbagliato che non è possibile correggere

Come è stato dimostrato ormai da un numero elevato di studiosi, l’eurozona non ha i requisiti per essere un’area monetaria funzionante, né possiamo aspettarci che li possa avere in futuro. Per funzionare, un’area monetaria come l’eurozona, con livelli di produttività e strutture economiche così diverse, necessiterebbe tra le altre cose di ingenti trasferimenti finanziari in grado di compensare gli squilibri economici. Stime attendibili mostrano che occorrerebbe redistribuire qualcosa come il 10% del Pil dalle economie più forti a quelle più deboli. Una passo del genere non solo non è realizzabile politicamente, è anche indesiderabile: come dimostrano tutti i precedenti nella stessa eurozona, i governi dei paesi finanziatori userebbero la loro posizione per influenzare le politiche nazionali nei paesi percettori dei finanziamenti, calpestando la democrazia. Negli anni più recenti abbiamo visto con quale rapidità un tale sistema possa minare la sovranità popolare, dividere I popoli europei e alimentare la xenofobia.
In definitiva, l’opzione di uno stato europeo democratico e federale che non rifletta le attuali disparità di potere tra gli stati membri richiederebbe una società civile europea che al momento non c’è, e che non può certo essere creata dall’alto.

Lexit – La strada per combattere efficacemente il neoliberismo e sostenere la democrazia

Sullo sfondo dell’allarmante perdita di diritti democratici, dello smantellamento dello stato sociale e della privatizzazione dei beni comuni, le forze di emancipazione presenti in Europa devono proporre un’alternativa praticabile e credibile, basata sull’esercizio della sovranità popolare, al corrente progetto autoritario di integrazione neoliberista. È per questo che occorre avanzare la proposta di una Lexit (left exit, uscita da sinistra) come strumento di rivendicazione democratica.
L’allarmante crescita delle forze di estrema destra nella maggior parte dei paesi dell’eurozona si spiega anche con la loro posizione contraria all’UE e al sistema di governo dell’euro. Le loro proposte politiche sono tuttavia fuorvianti: le forze anti-euro di destra, per esempio, lottano per maggiori controlli sull’immigrazione mentre non fanno alcun cenno alla mobilità incontrollata dei capitali da e verso quei paesi che perseguono politiche di compressione dei salari. Per queste forze sarebbe sufficiente fermare la libera circolazione delle persone in Europa e abbandonare l’euro, lasciando che le valute siano determinate dal libero operare dei mercati e dei movimenti speculativi: possiamo parlare a questo riguardo di “neoliberismo xenofobo”.
Se vogliamo evitare un tale scenario, abbiamo bisogno di una Lexit: un’alternativa internazionalista basata sulla sovranità popolare, sulla fraternità, sui diritti sociali e sulla difesa delle condizioni dei lavoratori e dei beni comuni.
L’insostenibilità dell’eurozona è un fatto oggettivo. Presto o tardi, si porrà una scelta tra alternative vie d’uscita dall’euro, verso destra o verso sinistra, con effetti molto diversi dal punto di vista sociale. Diciamo esplicitamente che l’obiettivo della Lexit è quello di sviluppare strategie di emancipazione di sinistra per superare l’euro e contrastare l’integrazione neoliberista. La discussione è già iniziata e ci sono diverse proposte sul tavolo: invitiamo tutti coloro che condividono l’idea della Lexit a unirsi a questa discussione e alla nostra iniziativa.


Primi firmatari

  • Tariq Ali, author and filmmaker, UK
  • Jorge Amar, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. em. Yangos Andreadis, Pantheion University, Greece
  • Cristina Asensi, Democracia Real Ya and Money Sovereignty Commission, Spain
  • Prof. Einar Braathen, Oslo and Akershus University College, Norway
  • Prof. Lucio Baccaro, Université de Genève, Switzerland
  • Gina Barstad, No to the EU and Socialist Left Party, Norway
  • Luís Bernardo, Researcher, Portugal
  • Simon Brezan, 4th Group of United Left, Slovenia
  • Prof. Sergio Cesaratto, University of Siena, Italy
  • Prof. Massimo D’Antoni, University of Siena, Italy
  • Alfredo D’Attorre, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Fabio De Masi, MEP GUE/NGL, Germany
  • Klaus Dräger, former staff of the GUE/NGL group in the EP, Germany
  • Stefano Fassina, former Vice-Minister of Finance, MP Sinistra Italiana, Italy
  • Prof. Scott Ferguson, University of South Florida, United States
  • Prof. Heiner Flassbeck, Hamburg University and Makroskop, Germany
  • Kenneth Haar, Corporate Europe Observatory, Denmark
  • Idar Helle, De Facto, Norway
  • Inge Höger, MP Die Linke, Germany
  • Prof. Martin Höpner, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Dr. Raoul Marc Jennar, Political scientist and author, France
  • Dr. Lydia Krüger, Scientific Council of Attac, Germany
  • Kris Kunst, Economy for the people, Germany
  • Wilhelm Langthaler, Euroexit, Austria
  • Prof. Costas Lapavitsas, SOAS University of London, UK
  • Frédéric Lordon, CNRS, France
  • Stuart Medina, Asociación por el pleno empleo y la estabilidad de precios, Spain
  • Prof. William Mitchell, Director of Centre of Full Employment and Equity, University of Newcastle, Australia
  • Joakim Møllersen, Attac and Radikal Portal, Norway
  • Pedro Montes, Socialismo 21, Spain
  • Prof. Andreas Nölke, Goethe University, Germany
  • Albert F. Reiterer, Euroexit, Austria
  • Dr. Paul Steinhardt, Makroskop, Germany
  • Steffen Stierle, Attac and Eurexit, Germany
  • Jose Sánchez, APEEP, Anti-TTIP Campaign, Attac, Spain
  • Gunnar Skuli Armannsson, Attac, Iceland
  • Petter Slaatrem Titland, Attac, Norway
  • Dr. Andy Storey, University College Dublin, Ireland
  • Prof. Wolfgang Streeck, Max Planck Institute for the Study of Societies, Germany
  • Diosdano Toledano, Plataforma por la salida del euro, Spain
  • Christophe Ventura, Memoire des luttes, France
  • Peter Wahl, Weed e.V., Scientific Council of Attac, Germany
  • Erik Wesselius, Corporate Europe Observatory, Netherlands
  • Prof. Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Italy

Lexit

Vari politici e osservatori da tempo sostengono l’idea del referendum per l’uscita dall’euro. E’ una buona strada? Sarebbe efficace? Dunque, prima di tutto è fondamentale comprendere che la nostra Costituzione, in base all’articolo 75, non permette referendum abrogativi su leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali.
Il precedente che viene spesso richiamato è il referendum che fu allestito con legge costituzionale del 3 aprile 1989 da un parlamento totalmente concorde, per domandare al popolo italiano se fosse d’accordo con l’accelerazione del processo di integrazione europea. Il popolo italiano rispose con un plebiscito a favore dell’Europa, registrando l’88% dei Sì.
Piccolo particolare: per realizzare la legge costituzionale per fare successivamente il referendum, sono necessarie due deliberazioni da parte di Camera e Senato, quattro votazioni in tutto, di cui la seconda a maggioranza assoluta. Mentre nel 1989 tutti i partiti erano d’accordo nel fare una legge costituzionale ad hoc per indire un referendum, oggi abbiamo un parlamento composto per la maggior parte da Pd, Scelta Civica, Ncd, Forza Italia. Siete davvero sicuri che costoro voterebbero a favore dell’indizione di un referendum per uscire dall’Euro? Considerata soprattutto la storica ostilità di membri del Pd e affini a tali tematiche?
Ma anche se si arrivasse all’approvazione della legge costituzione per fare il referendum, questo avrebbe poi un valore consultivo. Ovvero, in parole povere, sarebbe un grande sondaggio. Se vincesse il Sì, il governo Renzi non avrebbe poi nessun obbligo di uscire dall’euro, nonostante l’espressione del popolo italiano in quel senso. Questo referendum difatti non creerebbe effetti giuridici diretti come accade ad esempio con i referendum abrogativi.
Il gioco continuerà a dettarlo la maggioranza di governo e potrà ignorare tranquillamente l’esito referendario, perciò tanti saluti. Oltretutto, proviamo ad immaginare il clima di terrore che verrebbe creato dai mass media (Televisioni nazionali e Radio in primis) prima della votazione e per tutta la campagna referendaria. Già oggi creano il panico nella popolazione quando qualcuno in Tv prova a dire che l’euro è sbagliato, con i fans della moneta unica che invocano carriole per andare a far la spesa e tracollo dell’economia nel caso in cui si uscisse dall’euro: pensate a cosa potrebbe succedere nel momento della campagna referendaria.
Senza contare i mercati in fibrillazione, spread ecc.. La cittadinanza sarebbe talmente spaventata da tutti i terrorismi economici infondati che si riverserebbe in massa nelle urne per votare a favore della permanenza nell’Eurozona. E a quel punto, come potremo continuare la nostra divulgazione per il ripristino della sovranità monetaria, quando il popolo si sarà espresso (poiché fuorviato) per restare nell’euro?
Molto semplice: fine della battaglia per l’uscita dall’euro, cari signori. Ecco ciò che accadrebbe. L’inutilità dei referendum, in assenza di sovranità monetaria, è palese, basti pensare a che fine ha fatto la volontà del popolo greco di uscire dall’austerità a luglio 2015. Quindi noi dobbiamo divulgare alla cittadinanza il modo per uscire dalla morsa dell’Eurozona, e questa può avvenire solo attraverso una presa di coscienza da parte della società civile riguardo le potenzialità di uno stato a moneta sovrana, tale per cui i cittadini decidano di destinare il proprio voto unicamente a chi vuole uscire dall’euro con una decisione del governo, proprio come proposto dal programma economico della Me-mmt.
Noi dai summit di Rimini del 2012 stiamo divulgando giorno per giorno le modalità corrette di ripristino della sovranità monetaria, non permettiamo che i nostri sforzi vengano vanificati da referendum farlocchi e fuorvianti. Chi propone soluzioni come il referendum è chi non vuole capire il sistema monetario e non credo sia un mio amico nella lotta contro l’euro e l’Ue.
Perciò unitevi a noi, e divulghiamo senza sosta.
Euro referendum

Uno: “Perché non c’è lavoro?”. Due: “Perché le tasse non vengono abbassate?”. Tre: “Come possiamo migliorare la situazione restando nell’euro?”. Quattro: “Cosa fare, quindi?”

La marineria marchigiana preferisce non pescare perché le dimensioni minime del pescato stabilite dall’Unione Europea sono superiori alle medie dell’Adriatico. Così un settore economico sta crollando e si importano le vongole dalla Cina o le Filippine

La nostra “letterina” a Babbo Natale nasce da una intuizione di Francesco Aiello, del Gt Roma e Lazio, il quale ha creato un parallelo tra un “anime” giapponese e la necessità di un ritorno alla valuta sovrana come elemento in grado di ridare al nostro Paese la forza e l’orgoglio di testimoniare la propria Costituzione Repubblicana.
Last Exile è un anime di genere steampunk ideato dallo studio Gonzo e andato in onda per la prima volta in Giappone nel 2003.
La storia è ambientata nel mondo immaginario di Prester, un pianeta a forma di clessidra dove i due emisferi opposti costituiscono rispettivamente le nazioni di Anatore e Disith, le quali da parecchio tempo sono in conflitto tra di loro. Disith infatti è ricoperta dai ghiacci, e per questo motivo vuole trasferire la propria gente nella montuosa e arida Anatore, la quale però dal canto suo sperimenta una grave e prolungata siccità, che la costringe così a rifiutarsi di accogliere i vicini.
A causa della morfologia del pianeta, gli abitanti di Prester utilizzano come unico mezzo di trasporto le vanship: delle piccole capsule simili a dei bob ma con la particolare caratteristica di riuscire a volare grazie ad un meccanismo che sfrutta l’energia ottenuta miscelando uno strano minerale fluorescente di colore blu con dell’alcol. Questo straordinario minerale di colore blu si chiama Claudia, il quale, oltre a costituire la base tecnologica di tutto Prester, svolge egregiamente anche la funzione di valuta, in quanto non solo è costantemente generata dal pianeta stesso nelle quantità desiderate da chi lo richiede, quindi potenzialmente infinita, ma anche perché è praticamente impossibile da contraffare.
Il motore a Claudia è un motore a vapore, ma molto più potente di un qualsiasi motore a combustione interna alimentato a benzina, così potente, da permettere alle vanship di prendere il volo nonostante queste abbiano la particolarità di non possedere una apertura alare. Purtroppo però l’energia che questo prodigioso minerale è in grado di emettere sarà anche la stessa energia che consentirà alle grandi corazzate di Anatore e Disith di fronteggiarsi nei cieli a suon di cannonate, sotto l’occhio vigile della Gilda, una fazione “superpartes” con il compito di fare da arbitro e accertarsi che i contendenti rispettino le “regole della cavalleria”.
I protagonisti della storia, Claus Valca e Lavie Head sono due giovani ragazzi di quindici anni rimasti orfani dopo che i rispettivi padri (i migliori piloti di vanship di Anatore) avevano perso la vita mentre, a bordo della loro vanship, cercavano di attraversare il Grand Stream, una gigantesca zona tempestosa che da tempo immemore separava i cieli di Anatore e Disith, nel tentativo di consegnare a quest’ultima il trattato di pace che avrebbe messo fine alle ostilità. A seguito di questa grave perdita, il più grande sogno di Claus e Lavie non è solo quello di diventare anch’essi degli eccezionali piloti di vanship. Ciò che veramente infiamma i cuori dei nostri due eroi è il desiderio di riuscire per primi nella storia di Prester a compiere l’impresa che fu fatale ai loro padri: attraversare il Grand Stream.
Più avanti nel corso della storia, si scoprirà che la Gilda altro non è che un’organizzazione (originariamente composta da quattro casate) a cui era stato dato l’importante e segreto incarico di trasportare gli abitanti della Terra, ormai devastata dal caos, sul pianeta-colonia Prester e di vegliare su di essi, prima di riportarli sul pianeta di origine una volta che questo si fosse “rigenerato”. Fino a che non si fosse fatto ritorno sulla Terra, la Gilda aveva il duplice compito di gestire l’estrazione e la fornitura della Claudia agli abitanti di Prester e di proteggere questi ultimi dalle calamità naturali attraverso l’utilizzo di un complicatissimo sistema di controllo del clima.
Ma la storia vuole che la perfida e assetata di potere Delphine Eraclea, leader di una delle quattro casate, riuscirà a spodestare le altre tre e a prendere il controllo assoluto della Gilda, la quale d’ora in poi non sarà più quella madre protettiva che era un tempo. Delphine infatti lascerà che Prester venga invasa dai ghiacci e dalla siccità, presiederà alle battaglie con il solo obiettivo di fomentare sempre di più lo scontro, decidendo arbitrariamente quali unità Claudia (ovvero le sale macchina delle navi di Anatore e Disith) eiettare e di conseguenza quali navi affondare. Alla fine della storia tra millemila peripezie i giovani Claus e Lavie, a bordo della loro vanship, riusciranno ad attraversare il Grand Stream, contribuendo così in maniera decisiva alla vittoria finale contro Delphine e il suo diabolico piano.
Anche l’Italia può riaccendere i motori della propria vanship con la sua CLAUDIA NAZIONALE SOVRANA, attraversare il Grand Stream della disoccupazione e sconfiggere Delphine Unione Europea. Solo così potrà volare sempre più in alto, felice e al fianco di Claus e Lavie mentre nell’ultimo episodio sorvolano le immense distese di grano che ricoprono il “pianeta azzurro” e dove faranno ritorno gli abitanti di Anatore e Disith ormai finalmente in pace.

Basta speculazione finanziaria. La Repubblica torna a garantire i risparmi dei cittadini e a controllare il sistema creditizio nell’interesse pubblico. La Banca d’Italia prestatore di ultima istanza anche per il settore bancario in modo da assicurare sempre il credito necessario al settore privato

Nessun rischio di svalutazione eccessiva nelle prime ore. Nessun rischio di svalutazione dei risparmi. Nessun rischio di carenza di liquidità nelle prime ore. Come zittire la grande stampa nazionale e i politici dell’opposizione. E come annunciare una manovra da 150 miliardi di detassazione, investimenti pubblici e piani di lavoro transitorio con disoccupazione a 0%