Articoli su notizie, fatti di cronaca, di economia o di politica economica che riguardano l’Europa e l’Unione Europea.

Articoli su cosa pensa la MMT dell’Europa, dell’Unione Europea, dell’euro, delle istituzioni europee.

La MMT che visione ha sulla Banca Centrale Europea e del suo statuto ?
Di conseguenza, cosa pensa la MMT circa le decisioni della Commissione Europea, del Consiglio dell’Unione Europea, del Consiglio Europeo e del Parlamento dell’Unione Europea ?

Come si rapporta la MMT nei confronti di importanti tematiche quali la democrazia all’interno delle istituzioni europee ? In conclusione, l’Unione Europea si può definire democratica ?

Qual è l’opinione della MMT circa l’attuale assetto dell’Unione Europea e dell’eurozona ?
Di conseguenza, ha senso o meno un tentativo di riforma delle istituzioni europee ?
In conclusione, qual è la scelta migliore tra una possibile riforma delle istituzioni europee ed un ritorno alla sovranità monetaria da parte delle singole nazioni ?

Come valuta la MMT i parametri e le politiche economiche dettate dall’Unione Europea ai singoli Paesi ? Sono veramente utili per un’economia sana oppure no ?

Come valuta la MMT le scelte dei Paesi che hanno deciso di non aderire o di uscire dall’Unione Europea ?
Di conseguenza, che opinione ha la MMT sulla Brexit ? Si è trattato di una decisione sbagliata oppure no ?

Come replica la MMT alle critiche circa una possibile uscita dall’Unione Europea da parte dell’Italia o di altre nazioni ?

Cosa pensa la MMT delle affermazioni e delle manovre attuate dai principali rappresentanti dell’Unione Europea ?

Qual è la storia dell’Unione Europea ? Si tratta di un processo democratico o di un qualcosa di imposto ai singoli popoli ? In conclusione, ha portato benefici o meno alle singole nazioni che la compongono ?

Sintesi di Stefano Sylos Labini. Nel corso dei prossimi sei mesi, la sinistra del consiglio comunale di Barcellona prevede di implementare una valuta locale in luogo del denaro contante che ha il potenziale per diventare la più grande del suo genere al mondo. L’obiettivo principale del progetto, secondo un portavoce del consiglio, è quello di […]

“LABORATORIO GRECIA” è un viaggio che attraversa la Storia greca ed europea passata e recente: dalla seconda guerra mondiale alla crisi che viviamo.Un documentario di Storia e di tante storie: vita quotidiana nell’epicentro del neoliberismo applicato.Il fascismo e l’occupazione di ieri, la Resistenza: un paese che deve al proprio popolo la sua Liberazione.La Guerra Fredda e la dittatura militare, la troika di oggi: la speranza e la rabbia, la disperazione, il dolore, la catarsi di un popolo rassegnato ma combattivo, omologato ma rivoluzionario, indifferente ma generoso e solidale.Un viaggio condiviso assieme ad intellettuali, politici e gente comune.Analisi e referti dal laboratorio greco. Cronache del nostro avvenire: in cammino fra le generazioni, per abbandonare l’eterno presente ed inventare un Futuro dalle misure umane.L’opera è interamente autofinanziata e messa a disposizione sul web. https://www.youtube.com/watch?v=cOFEaY9q6tE&feature=emb_title&fbclid=IwAR1C0Y1lAAzK98OQBLbKE07E5CCk02M7M2eNcIZKQjVma9iSWT2LN-9sjxQ

« Se la Democrazia può essere distrutta in Grecia, può essere distrutta in tutta Europa »
Paul Craig Roberts

Ed eccoci alla quarta parte di questa nostra serie di video, dedicata ad una cosa di cui quotidianamente sentiamo parlare e presentata da molti esponenti del mondo della politica, dei media e da vari economisti come una possibile soluzione alla grave crisi sanitaria ed economica che sta colpendo il nostro Paese.

Ma quanti di noi sanno cosa veramente sia il Meccanismo Europeo di Stabilità ?

Il nostro referente economico Filippo Abbate ci spiega le regole e le politiche sulle quali poggia questo strumento, basandosi su fonti ufficiali facilmente verificabili da chiunque.

Alla prossima !

Fonte:
https://mmtveneto.wordpress.com/2019/04/10/come-funziona-lunione-europea/

Cosa è fondamentale sapere in vista delle imminenti elezioni.

Di Elisabetta Uccello, postato il 10/04/2019. Revisione di Marco Cavedon.

In vista delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo del 26 maggio 2019, è necessario fare ancora una volta chiarezza sui suoi reali poteri e funzioni e sul procedimento di riforma dei trattati europei .

Attenzione: questo scritto non vuole rappresentare un articolo a favore di una riforma dell’attuale assetto dell’Unione Europea, al fine di introdurre meccanismi maggiormente democratici; più volte ci siamo espressi circa le problematiche enormi da un punto di vista politico nel procedere di fatto verso la creazione di un superstato europeo, seppur formalmente democratico. Tuttavia è utile informare le persone del perché, anche chi condivide questo percorso, si troverà di fronte ad ostacoli tecnicamente e politicamente pressoché insormontabili.

E’ fondamentale avere il quadro completo del contesto per comprendere che i messaggi dei partiti candidati alla competizione elettorale sono errati, e si avvalgono della carente preparazione giuridica dei cittadini per portare a se’ voti.

Illustreremo:

  1. COS’E’ L’UNIONE EUROPEA: definizione giuridica, da dove nasce e come vuole evolvere il proprio ordinamento.
  2. GLI ORGANI DELL’UNIONE EUROPEA: nello specifico poteri, funzioni e composizione di Parlamento e Commissione.
  3. PROCEDURA DI RIFORMA DEI TRATTATI.
  4. GLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA.

Le nozioni qui riportate sono tratte esclusivamente dai trattati istitutivi dell’ Unione Europea e dai siti ufficiali della stessa.

Le integrative spiegazioni giuridiche sono riportate dai dizionari giuridici italiani accreditati.

1 – COS’E’ L’UNIONE EUROPA.

L’ Unione Europea è un’organizzazione SOVRANAZIONALE.

Il trattato di Maastricht istituisce l’ Unione Europea, programmata evoluzione delle precedenti comunità europee (la CECA, l’Euratom e la CEE), organizzazioni formalmente intergovernative ma sostanzialmente sovranazionali.

Ma che differenza c’e’ fra organizzazione intergovernativa e sovranazionale?

Il metodo intergovernativo di associazione a livello internazionale è quello che non prevede alcun sacrificio di sovranità da parte degli Stati che vi aderiscono. In un’organizzazione di tipo intergovernativo il meccanismo decisionale si fonda esclusivamente o comunque in modo prevalente sulla regola del consenso unanime degli Stati partecipanti, con la conseguenza che ciascuna nazione, manifestando il proprio dissenso, esercita sostanzialmente un diritto di veto.

Il metodo intergovernativo prevede che gli Stati collaborino oppure che al massimo si consultino e il metodo che adoperano per coordinarsi è quello dell’unanimità. Quindi è sufficiente il veto di un solo Paese per bloccare le proposte.

Intergovernativo è il metodo classico, confederale di relazioni tra i governi nazionali e le diplomazie. Il processo decisionale è affidato ad organi di Stati, all’interno dei quali gli individui agiscono nell’interesse e secondo le istruzioni del proprio Paese di appartenenza. Una decisione comune viene adottata solo quando è nell’interesse di tutti portarla avanti, evitando che le volontà di alcune nazioni vengano imposte a tutte le altre.

Ogni Stato è sovrano ed indipendente, le relazioni che sorgono fra le nazioni sono su un piano di parità, sia per diritti che per doveri.

Sovranazionale è un metodo che prevede un’autorità centrale sopra le nazioni e quindi più centralizzato. Gli Stati membri trasferiscono agli organismi comunitari la loro sovranità in determinate materie, attribuendo ad essi il potere di emanare disposizioni pienamente vincolanti e, in taluni casi, direttamente applicabili.

Le decisioni sono approvate non all’unanimità ma a maggioranza.

Il processo decisionale è affidato ad organi  composti da individui, i quali possono esprimere le loro opinioni in modo indipendente rispetto agli Stati di provenienza.

Inoltre, decidendo di cedere la propria sovranità, gli Stati si sono vincolati al rispetto del principio maggioritario, in base al quale è possibile l’adozione di atti applicabili a tutti i Paesi aderenti, assunti tuttavia senza il loro consenso unanime.

(Con il caso van Gend & Loos  del 1960 l’allora Comunità Economica Europea si eleva ad un rango diverso da quello su cui si ponevano le comuni organizzazioni internazionali, poiché il caso ha costituito il fondamento del principio di efficacia diretta di alcune categorie di norme comunitarie, cioè la ‘non applicazione’ della normativa nazionale contrastante con quella europea competente in materia).

Aggiungiamo  un’ulteriore caso: lo Stato Federale .

Lo Stato federale è qualcosa di più perché c’è un unico Governo centrale e i vari Paesi diventano “Stati federati”, cioè “regioni” con una certa dose di autonomia, tuttavia molto limitata in quanto dipendente in prima istanza dalle decisioni prese dal “centro”. Ad esempio, la regione Veneto, così come lo Stato della California, pur potendo tassare e spendere (possono quindi operare delle politiche fiscali), non possono espandere il proprio bilancio a piacimento, dipendendo in prima istanza dalla moneta creata ed immessa dalle istituzioni centrali nell’economia attraverso la spesa pubblica.

L’Unione Europea non è un punto d’arrivo ma solo una tappa nel processo di creazione degli Stati Uniti d’Europa; e’ un soggetto che evolve nel tempo con l’incremento delle competenze ad essa attribuite.

Mettiamo in evidenza che uno Stato è libero oppure no di cedere la propria autorità ad un’entità sovranazionale. Nel caso della Costituzione Italiana tuttavia si parla di limitazioni e non di cessioni di sovranità, per il solo fine della pace e della giustizia tra nazioni. All’UE gli Stati hanno singolarmente e volontariamente deciso di cedere parte della propria sovranità approvandone e ratificandone i trattati. Ed è anche vero che il singolo Paese può in ogni momento decidere di riprendersela uscendo appunto dall’UE, cosa non possibile all’interno di uno Stato federale in cui il potere di imperio del governo centrale è garantito da una polizia federale e da un esercito. Purtroppo in questo caso, il singolo Paese per separarsi non ha altra strada che quella di scegliere una vera e propria rivolta, con possibili risvolti violenti.

L’ UE avanza per fasi, cioè per obiettivi volti al raggiungimento di uno scopo finale, gli Stati Uniti d’ Europa.

Espressioni contenenti una chiara allusione alla auspicata “Federazione europea”, oppure agli “Stati Uniti d’Europa” non sono recenti: Il termine “Stati Uniti d’Europa” fu usato da Victor Hugo al congresso internazionale di Parigi nel 1849.

Tra i promotori di questo progetto, nominando solo alcuni, troviamo anche Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, Winston Churchill (anni ‘30), Giovanni Agnelli e infine il politico italiano Filippo Turati il quale consigliava all’Europa di seguire l’esempio Statunitense: se la federazione europea e quella americana si fossero unite, saremmo diventati i “padroni economici” del globo terrestre per vincere la concorrenza asiatica. E questo è proprio il concetto neoliberista della competizione tra Paesi, nella quale per sopravvivere bisogna massimizzare le esportazioni ed il saldo finanziario con l’estero a scapito degli altri. Quella logica che non tiene conto di come sia possibile utilizzare una moneta sovrana per creare occupazione tutelando la domanda interna, e che ha rappresentato spesso la vera causa dei conflitti tra nazioni che si sono succeduti nella storia.

Luigi Einaudi già nel 1918 propose alla Società delle Nazioni una sorta di super Stato fornito di una sovranità diretta sui cittadini dei vari Paesi, con il diritto di stabilire imposte proprie, mantenere un esercito Super-Nazionale, con una propria amministrazione. Nel 1935 Carlo Rosselli del futuro Partito d’Azione propose l’elaborazione di una costituzione europea e la necessità di portare l’idea del federalismo europeo a contatto con le masse popolari.

Nulla di nuovo insomma. Gli Stati Uniti d’ Europa sembrano proprio progettati da tempo e l’UE ne è solo una tappa. Tuttavia questo processo è stato caratterizzato fin dall’inizio da una metodologia alquanto elitaria ed antidemocratica e lo si ravvisa anche nelle dichiarazioni degli attuali leader delle istituzione europee.

“Noi prendiamo una decisione in una stanza, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non provoca proteste o rivolte, è perché la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che è stato deciso; allora noi andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno.“ — Jean-Claude Juncker, attuale presidente della Commissione Europea dal 1º novembre 2014.

2- GLI ORGANI DELL’ UNIONE EUROPEA: QUALI SONO E CHE FUNZIONI HANNO.

I principali organi dell’UE sono Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, Commissione Europea, Consiglio dell’Unione Europea, Corte di Giustizia Europea, Banca Centrale Europea, Corte dei Conti Europea.

Ci soffermiamo in quest’ articolo ad analizzare soprattutto il ruolo di Parlamento e Commissione.

IL PARLAMENTO EUROPEO.

E’ definito l’organo legislativo ma non ha potere di iniziativa legislativa:

Cosa fa il Parlamento europeo?

1 – ADOTTA la legislazione dell’UE, insieme al Consiglio dell’UE, sulla base delle proposte della Commissione Europea.

Come si svolge il lavoro legislativo?

In seno a una commissione parlamentare, il deputato elabora una relazione su una proposta di “testo legislativo” presentata dalla Commissione Europea, la quale ha il monopolio dell’iniziativa normativa. La commissione parlamentare vota su tale relazione, eventualmente modificandola. Il Parlamento definisce la propria posizione apportando modifiche al testo e votandolo in Aula. Questo processo viene ripetuto una o più volte, a seconda del tipo di procedura e in base al raggiungimento o meno di un accordo con il Consiglio UE.

Per l’adozione degli atti legislativi, si distinguono la procedura legislativa ordinaria (codecisione), che pone il Parlamento allo stesso livello del Consiglio UE, e le procedure legislative speciali (detta non legislativa o consultazione), che si applicano esclusivamente a casi specifici in cui il Parlamento svolge soltanto un ruolo consultivo.

Il Parlamento è ‘’colegislatore’’ su un piano di parità con il Consiglio UE nella maggioranza dei settori (procedura legislativa ordinaria), ma per determinate questioni (ad esempio, la fiscalità), il Parlamento Europeo esprime soltanto un parere consultivo (procedura di consultazione).

Il comitato di conciliazione, che riunisce rappresentanti del Consiglio UE e altrettanti rappresentanti del Parlamento, ha il compito di giungere ad un parere comune su un progetto entro un termine di ventuno giorni dalla convocazione.

Se il comitato di conciliazione non giunge a un accordo su un progetto tra Parlamento e Consiglio, oppure il Parlamento respinge il progetto, la Commissione presenta una nuova proposta di legge.

L’iniziativa legislativa spetta alla Commissione.

Il Trattato di Maastricht, rafforzato dal trattato di Lisbona, ha ‘’addirittura’’ concesso al Parlamento Europeo un diritto di iniziativa legislativa che gli consente di chiedere alla Commissione di presentare una proposta. Ma……a norma dell’articolo 225 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea,  la Commissione può rifiutare di elaborare la proposta legislativa richiesta dal Parlamento. E qui finisce l’iniziativa legislativa del Parlamento Europeo.

Si, quello eletto direttamente dai cittadini.

2- Partecipa alla programmazione annuale e pluriennale.

La Commissione avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale e prepara un progetto di bilancio, che viene sottoposto al Parlamento e al Consiglio UE.

Il Parlamento adotta una risoluzione sulla programmazione annuale e il suo Presidente chiede al Consiglio di esprimere un parere sul programma di lavoro della Commissione e sulla risoluzione del Parlamento. Il Consiglio adotta la sua posizione sul progetto di bilancio e la comunica al Parlamento.

Se il Parlamento approva la posizione del Consiglio o non delibera, il bilancio si considera adottato. Tuttavia solitamente il Parlamento approva degli emendamenti e il testo emendato è trasmesso al Consiglio. In questo caso il Presidente del Parlamento convoca senza indugio il comitato di conciliazione. Il comitato di conciliazione non si riunisce se, entro un termine di dieci giorni dalla trasmissione, il Consiglio comunica al Parlamento che approva tutti gli emendamenti.

Se il comitato di conciliazione non giunge ad un accordo su un progetto comune oppure il Parlamento respinge il progetto, la Commissione presenta una nuova proposta di bilancio.

Anche in questo caso quindi il Parlamento Europeo non ha un potere di iniziativa, né esercita una potestà esclusiva circa l’approvazione del bilancio.

Nota: il Consiglio Europeo è composto dai capi di Stato o di governo, dal suo Presidente – eletto per due anni e mezzo con mandato rinnovabile una volta – e il Presidente della Commissione europea. Il Consiglio ‘’definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione’’.

Il Consiglio dell’Unione Europea invece è composto, ai sensi dell’art. 16 del Trattato sull’Unione europea, da un rappresentante di ciascun Stato membro a livello ministeriale che possa impegnare il governo dello Stato membro, scelto in funzione della materia oggetto di trattazione. Assieme al Parlamento Europeo e alla Commissione esercita la funzione legislativa e di bilancio.

COMMISSIONE.

I poteri della commissione sono ben riassunti nell’articolo 17 TUE.

1- La Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le iniziative appropriate a tal fine. Vigila sull’applicazione dei trattati e delle misure adottate dalle istituzioni in virtù dei trattati. Vigila sull’applicazione del diritto dell’Unione sotto il controllo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Dà esecuzione al bilancio e gestisce i programmi. Esercita funzioni di coordinamento, di esecuzione e di gestione, alle condizioni stabilite dai trattati. Assicura la rappresentanza esterna dell’Unione, fatta eccezione per la politica estera e di sicurezza comune e per gli altri casi previsti dai trattati. Avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale dell’Unione per giungere ad accordi interistituzionali.

2 – Un atto legislativo dell’Unione può essere adottato solo su proposta della Commissione, salvo che i trattati non dispongano diversamente. Gli altri atti sono adottati su proposta della Commissione se i trattati lo prevedono.

3 – Il mandato della Commissione è di cinque anni. I membri della Commissione sono scelti in base alla loro competenza generale e al loro impegno europeo e tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza. La Commissione esercita le sue responsabilità in piena indipendenza. Fatto salvo l’articolo 18, paragrafo 2, i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo. Essi si astengono da ogni atto incompatibile con le loro funzioni o con l’esecuzione dei loro compiti.

4 – A decorrere dal primo novembre 2014, la Commissione è composta da un numero di membri, compreso il Presidente e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, corrispondente ai due terzi del numero degli Stati membri, a meno che il Consiglio Europeo, deliberando all’unanimità, non decida di modificare tale numero. Il Consiglio Europeo dell’11 e 12 dicembre 2008 ha deciso che il sistema di rotazione nella scelta dei membri della Commissione non entrerà in funzione.

Quindi il compito dei commissari è quello di difendere gli interessi generali dell’Unione, non gli interessi dei singoli Paesi. Agiscono in piena indipendenza dai governi nazionali e hanno il potere di iniziativa legislativa, potere che in un contesto almeno formalmente democratico dovrebbe spettare al Parlamento Europeo, l’organo rappresentativo dei cittadini.

Nomina della Commissione: CHI NOMINA CHI.

– ) il Consiglio europeo (CAPI DI STATO o DI GOVERNO degli Stati membri), deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento Europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento Europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio Europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento secondo la stessa procedura.

-) Il Presidente della Commissione nomina i vicepresidenti.

-) I commissari sono membri di gruppi di lavoro guidati dai vicepresidenti, che si occupano di settori politici specifici.

-) Il Consiglio, di comune accordo con il Presidente eletto, adotta l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione, sulla base delle nomine proposte da ognuno degli stati membri.

-) Ogni candidato deve presentarsi di fronte alla commissione parlamentare competente sul portafoglio per il quale viene proposto.

-) A seguito del voto del Parlamento che approva la Commissione, i commissari vengono nominati dal Consiglio Europeo.

Ricordiamo il criterio di scelta: ’’I membri della Commissione sono scelti… tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza’’ ( n. b: indipendenti dagli Stati membri). Pertanto chi vi dice che tramite le elezioni europee sarà possibile nominare dei commissari che faranno l’interesse del popolo italiano sta semplicemente mentendo.

Un appunto…

L’ articolo 11 del TUE prevede iniziative popolari o consultazioni pubbliche su determinate questioni e rimanda all’articolo 24 del TFUE per le procedure.

Peccato che iniziative e consultazioni debbano essere rivolte alla Commissione (i cui membri non sono eletti dai popoli) e non al Parlamento che dovrebbe essere ( e non è) l’organo legislativo e di accoglimento delle istanze dei cittadini, in un contesto, ricordiamolo, almeno formalmente democratico.

3 – REVISIONE DEI TRATTATI SULL’UNIONE EUROPEA.

Le procedure di revisione sono illustrate all’articolo 48 del Trattato sull’Unione Europea. A prescindere dalla procedura avviata, i paesi dell’UE devono esprimersi all’unanimità sulla revisione delle disposizioni del trattato interessate.

Le due procedure: ordinaria e semplificata.

1 – La procedura di revisione ordinaria.

Riguarda le modifiche più importanti apportate ai trattati, quali l’aumento o la riduzione delle competenze dell’UE. Funziona nel modo seguente.

Qualsiasi governo nazionale di un paese dell’UE, il Parlamento Europeo o la Commissione possono presentare proposte di modifica dei trattati al Consiglio UE, che a sua volta le presenta al Consiglio Europeo (formato dai capi di Stato e di governo dei paesi dell’UE). Anche i parlamenti nazionali vengono informati.

Se il Consiglio Europeo decide positivamente, viene convocata una Convenzione composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dai capi di Stato o di governo dei paesi dell’UE, dal Parlamento Europeo e dalla Commissione. E in caso di modifiche al settore monetario anche la Banca Centrale Europea. La Convenzione esamina le proposte di modifica e decide per consensus.

Viene poi convocata una Conferenza di rappresentanti dei governi dei paesi dell’UE da parte del Presidente del Consiglio, con l’obiettivo di adottare di comune accordo le modifiche ai trattati. Tali modifiche entrano in vigore solo dopo essere state ratificate da tutti i paesi dell’UE.

2 – La procedura semplificata.

Si applica per la revisione delle politiche e azioni interne dell’UE (riguardanti ad esempio l’agricoltura e la pesca, il mercato interno, i controlli alle frontiere, la politica economica e monetaria).

Tale procedura evita che ci sia la necessità di convocare una Convenzione europea e una Conferenza intergovernativa.

Il Consiglio Europeo delibera all’unanimità dopo aver consultato la Commissione, il Parlamento Europeo e la Banca Centrale Europea se la revisione riguarda questioni monetarie. Le modifiche dei trattati entreranno in vigore solo se saranno state ratificate da tutti i paesi dell’UE.

Le competenze dell’UE, tuttavia, non possono essere ampliate per mezzo di una procedura di revisione semplificata.

Pertanto, chi vi dice che è importante partecipare alle elezioni del Parlamento UE al fine di riformare l’Europa, vi sta semplicemente prendendo in giro. Per cambiare le regole di funzionamento della moneta euro ad esempio (limiti al deficit e al debito pubblico), condizione indispensabile per poter attuare politiche economiche espansive, non è sufficiente insediare all’interno delle istituzioni UE delle persone scelte dai partiti vincitori. In prima istanza, l’iniziativa legislativa rimane in carico alla Commissione UE, i cui membri, ricordiamolo, vengono nominati sulla base del principio dell’assoluta indipendenza dall’interesse di ciascuna nazione. In secondo luogo, cosa ancora più importante, per cambiare le regole dell’euro o concedere maggiore sovranità agli Stati nazionali pur rimanendo all’interno dell’UE, come recitano i cosiddetti sovranisti, si rende necessaria una modifica dei trattati fondanti dell’Unione Europea, la qual cosa può avvenire solo previo unanime consenso di tutti i Paesi della comunità, e quindi le elezioni europee non servono proprio a nulla, oltre al fatto che si tratta di un’istanza politicamente improponibile. Che interesse avrebbe ad esempio la Germania a cambiare le attuali regole, che consentono alla stessa un surplus finanziario col settore estero a scapito delle economie soprattutto del sud Europa ? Se non bastasse, ecco un altro esempio recente.

4 – OBIETTIVI.

Rileggiamo l’ articolo 3 TFUE (ex articolo 2 del TUE) .

  1. L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli.
  2. L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta contro quest’ultima.
  3. L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.

L’approccio comunitario che si è rivelato tanto vicino al riconoscimento dei diritti civili quanto distante dal riconoscimento dei diritti sociali fondamentali contenuto nella nostra Costituzione Italiana.

L’articolo 3 della Costituzione, come noto, recita:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

All’ articolo 3 del TFUE si ricollegano i due articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che trattano dell’uguaglianza davanti alla legge all’art. 20 e della non discriminazione etnica, religiosa o sessuale all’art. 21.

Si riesce con facilità ad individuare una prima differenza consistente nella mancanza all’interno dell’ art. 3 del TFUE e degli articoli 20 e 21 della Carta di Nizza di un riferimento specifico a quel principio di uguaglianza sostanziale, che rappresenta invece una parte fondamentale della Costituzione italiana: la necessità di eguagliare le persone non soltanto sul piano del trattamento giuridico ma anche sul piano dei fatti.

Questa differenza ha un notevole  peso: l’assenza di un principio di eguaglianza sostanziale nell’ordinamento comunitario implica un modello di forma di governo in cui l’intervento dello Stato (o super Stato se vogliamo guardare alle ambizioni federaliste dell’UE) è quasi inesistente.

Montesquieu aveva messo in evidenza la necessità che le tre funzioni fondamentali dello Stato, legislativa, esecutiva, giudiziaria, fossero affidate a organi diversi, in posizioni di reciproca indipendenza tra loro, al fine di evitare che potesse essere minacciata la libertà.

I modelli di Stato possibili sono tre.

ASSOLUTO
In questo Stato la Corona esercitava il potere sovrano coprendo sia il ruolo  esecutivo che quello legislativo (cioè sia di governo che di produzione delle leggi).
Il potere giudiziario era invece esercitato da giudici nominati dal Re.

Ci sono elementi di questa forma di governo all’interno dell’UE, in quanto, come abbiamo già dimostrato, il potere legislativo è nelle mani di un oligopolio di commissari non eletti direttamente dai cittadini, e spesso al servizio delle grandi lobbies finanziarie ed economiche che esercitano la loro influenza a Bruxelles.

LIBERALE

Lo Stato è garante delle libertà individuali. Lo Stato è minimo, cioè si astiene dall’intervenire al di fuori della sua funzione minimale di garante delle libertà individuali: la proprietà privata, la libertà di pensiero e di stampa, la libertà contrattuale e la libertà personale.

Astenendosi dall’intervenire nell’economia e nel sociale con la creazione diretta di posti di lavoro pubblici e astenendosi dal garantire istruzione, sanità e previdenza a tutti i cittadini gratuitamente, lo Stato non tutela i diritti sociali esimendosi  così dal promuovere il pieno sviluppo della persona umana, garantito invece nel comma 2 art. 3 della nostra Costituzione Italiana. E lo Stato Liberale, che tutela solo in apparenza i diritti sociali e non di fatto, è proprio la forma prevalente dell’Unione Europea, nella quale i governi democraticamente eletti non possono liberamente spendere in una loro moneta sovrana al fine di promuovere la domanda interna, la piena occupazione e la piena produzione di beni e servizi disponibili per tutti, nel nome della tutela della libertà assoluta di concorrenza all’interno del settore privato.

SOCIALE

E’ la forma di governo prevista nella Costituzione Italiana, i cui principi sono incompatibili con i trattati europei, la cui applicazione dovrebbe pertanto essere messa al bando. Lo Stato in questo caso difende la libertà del privato, ma la limita e la coordina al fine di favorire soprattutto l’interesse pubblico. I diritti delle persone vengono tutelati non solo da un punto di vista formale, ma anche di fatto proprio grazie all’intervento di un governo eletto democraticamente dai cittadini, dotato di una sua moneta sovrana con la quale poter attuare politiche macroeconomiche di spesa pubblica espansive, al fine di promuovere la piena occupazione ed il benessere e la dignità di tutte le classi sociali.

Riferimenti:

https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:2bf140bf-a3f8-4ab2-b506-fd71826e6da6.0017.02/DOC_1&format=PDF

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12012E/TXT&from=IT

https://www.simone.it/newdiz/

https://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf

http://www.centrostudieuropei.it/jeanmonnet/wp-content/uploads/2015/04/Lambiase-Luana-Le-origini-dellidea-di-Europa.pdf

https://www.simone.it/catalogo/v2_7.htm

Altro contributo importante per far comprendere l’irrealismo politico e la faciloneria di chi pensa di poter modificare i trattati europei, per allentare i vincoli di bilancio causa della crisi economica.
Di Maria Luisa Visione. Fonte: http://www.sienanews.it/economia/ma-i-trattati-europei-sono-modificabili/
 
Rispondo con questo articolo alla domanda di molti lettori che cercano una spiegazione concreta, o quantomeno verificabile, da contrapporre al comune sentito dire, che oscilla tra mito e realtà.
Per ottenere maggiore flessibilità nelle regole di bilancio nazionale è necessario proporre modifiche ai trattati europei, che consentano di superare i vincoli comunitari imposti agli Stati membri.
Le possibili modifiche sono regolate dall’art. 48 del Trattato sul funzionamento dell’UE, nel quale sono disciplinate due procedure di revisione: quella ordinaria e quella semplificata. 
La revisione ordinaria parte dalle proposte (progetti) esercitabili da governi nazionali, Parlamento europeo o Commissione europea, da sottoporre al Consiglio dell’Unione che potrà decidere di esaminare o meno quanto ricevuto attraverso una convenzione (da convocare), composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, da capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal Parlamento e dalla Commissione europei (anche BCE, in caso di modifiche istituzionali nel settore monetario).  I progetti presentati vengono trasmessi dal Consiglio dell’Unione al Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali. Il tutto allo scopo di convocare una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri, per stabilire le modifiche di comune accordo da apportare ai trattati.  “Le modifiche entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali”, e, se, nei due anni successivi dalla firma di un trattato che modifica i trattati, uno o più Stati membri non hanno ratificato, tutto è deferito al Consiglio europeo.
Nella procedura di revisione semplificata, invece, è il Consiglio europeo che delibera all’unanimità, ma la decisione entra in vigore solo previa approvazione degli Stati membri, conformemente alle rispettive norme costituzionali. Inoltre, la procedura semplificata, non può essere estesa a modificare le competenze assegnate all’Unione.
Ipotizziamo che il nostro Governo chieda di riformare i trattati con una procedura di revisione ordinaria, per realizzare politiche economiche espansive. Sottopone il progetto al Consiglio dell’Unione, anche se non ha alcun alleato tra gli altri Stati membri. Il Consiglio dell’Unione lo trasmette al Consiglio europeo e lo notifica ai parlamenti nazionali. A seguito di parere favorevole, il presidente del Consiglio europeo convoca la convenzione. Viene esaminato il progetto e adottata per consenso la raccomandazione alla conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri (CIG). Se tutti gli Stati membri ratificano (conformemente alle loro rispettive norme costituzionali), le modifiche entreranno in vigore.
Per trasformare quindi le parole in concretezza, quando con facilità si parla di ricevere flessibilità sull’applicazione dei trattati in tema di vincoli di bilancio e politiche economiche e sociali, che consentano di rivedere limiti contabili e di non applicare l’austerity, occorre:

  1. essere preparati e competenti, per essere presi in considerazione;
  2. proporre modifiche concrete e circostanziate, che possano ricevere parere favorevole;
  3. avere l’unanimità da parte degli altri Stati membri.

Diversamente è soltanto un’illusione.

di Elisabetta Uccello
Fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/a_chi_serve_euro.html
Ci viene spesso ripetuto  meccanicamente dai sostenitori della moneta unica europea che l’uscita dall’euro ed il ritorno ad una valuta nazionale ad un tasso di cambio fluttuante avrebbero delle terribili ricadute sull’ economia reale……..
–  Oddio quanto ci costano le materie prime in valuta deprezzata
– Oddio se la valuta nazionale si apprezza tutti corrono a comprare merci all’estero perché costano meno e allora le nostre aziende chiudono
– Oddio ma magari la nostra valuta non viene più accettata all’estero…..
Premesso che tutte queste paure sono infondate, adesso vedremo perché è importante sottolineare e prendere consapevolezza del fatto che sono timori utilizzati solo per distogliere l’ attenzione dalla questione principale.
Non riguarda l’economia reale ma l’economia finanziaria.
La paura è che il tasso di cambio fluttuante non garantisca certezza agli investitori internazionali che cercano di trarre profitto dall’acquisto e dalla vendita di strumenti finanziari denominati in valute liberamente convertibili. Certezza di cosa? Che i loro investimenti non vengano penalizzati dalle variazioni dei tassi di cambio.
L’interesse alle conseguenze negative sull’economia reale (infondate) è solo uno scudo con cui giustificare il sostegno alla natura dell’euro, che in quanto regime di cambi fissi fra ex valute sovrane è assolutamente paragonabile alla funzione che ebbe l’oro per le monete durante il gold standard. Con in più l’aggravante che a differenza dell’oro l’emissione di euro è esclusivamente controllata dalla BCE che come suo scopo ha il mantenimento di un tasso d’inflazione sotto il 2%. Per realizzare costantemente questo obiettivo la quantità di moneta euro in circolazione nell’economia reale dev’essere sempre scarsa rispetto alla capacità produttiva, cioè alla capacità di produrre beni e servizi. Quindi alta disoccupazione e sottoccupazione.
Precisiamo perché le paure trasmesse al popolo sopra riportate sono infondate:
–                     Materie prime:  considerando esclusivamente il costo delle materie prime sul prodotto finito vediamo che questo incide attualmente sul prezzo finale meno della percentuale di tassazione che il produttore deve caricare; questo è il risultato dell’appartenenza all’Eurozona che costringe gli stati ad applicare ai produttori una tassazione molto alta.
Il coefficiente di trasferimento (pass-through) è l’intensità con cui una variazione del tasso di cambio si trasferisce sul prezzo dei beni nazionali.
Il timore di un drastico aumento dei prezzi del prodotto finale dovuto ai maggiori costi delle materie prime a causa del deprezzamento della valuta è infondato, in quanto sul prezzo finito incidono costi di lavorazione e tasse ed imposte che uno stato a moneta sovrana ha tutto l’interesse a  regolare in funzione dello sviluppo della struttura industriale interna.
–                     Se la valuta nazionale si apprezza rispetto ad un’altra difficilmente ci sarà la corsa all’acquisto esclusivamente di prodotti esteri più convenienti innanzitutto perché, grazie al miglioramento delle condizioni lavorative e sociali sostenute da una repubblica a moneta sovrana, il cittadino potrà scegliere la qualità della produzione locale, senza essere costretto da uno stipendio misero e deflazionato come quello ormai usuale in Eurozona a scegliere solo il prodotto meno costoso. Nulla impedisce inoltre ad uno stato sovrano di poter applicare dazi alle importazioni se una politica di forte export neomercantilistico da parte degli altri stati mettesse in pericolo la produzione nazionale, posto che comunque è sempre possibile investire nel settore dei servizi meno soggetto a concorrenza.
–                     Una valuta nazionale viene accettata a livello internazionale in base alle caratteristiche economiche e sociali del paese in questione. Cioè: una valuta è considerata affidabile se l’economia del paese è strutturata in direzione della piena produzione, piena occupazione e c’è uno Stato sociale forte in cui i servizi essenziali siano garantiti a tutti, in modo che chiunque abbia la possibilità di partecipare col proprio lavoro al pieno sviluppo economico e sociale del paese. Tutti hanno interesse a consolidare rapporti commerciali con un paese industrializzato con dette caratteristiche.
Ed agganciandoci proprio a quest’ultimo punto verifichiamo che…
–  Le valute sono richieste negli scambi internazionali da investitori nell’economia reale che valutano generalmente che profitto otterranno in un paese in base alla solidità di quell’economia. Questa è dovuta appunto ad uno Stato che si pone come datore di lavoro di ultima istanza e assicura prosperità e benessere, oppure (in secondo luogo) ad operatori finanziari che investono in titoli di stato emessi da un governo sovrano, che ne controlla i tassi d’interesse ed è sempre solvibile.
Riproponiamo il dubbio: perché ai mercati finanziari interessa che l’euro sia strutturato come un regime di cambi fissi fra valute ex sovrane?
Perché così essi proteggono le loro operazioni dalle variazioni del tasso di cambio.
Chi sono i ‘’mercati finanziari’’?
Sono gli operatori che acquistano e vendono titoli di stato nel mercato primario (prima emissione) e secondario (già in circolazione) e scambiano valute sul Forex (mercato moderno dei cambi valutari, nato nel 1971).
In tutti i casi si tratta sempre di fondi d’investimento, fondi pensione, compagnie di brokerage, banche commerciali, investitori privati.
Al mercato secondario partecipa anche la BCE, che dall’entrata in vigore del Quantitative Easing compra i titoli di stato già acquistati nel primario dalle grandi banche autorizzate ad accedervi.
Al Forex partecipano sia gli investitori privati che le banche centrali dei singoli stati per gli scambi di valuta nazionale.
Ma come fa l’euro, nonostante le politiche di austerità sostenute dall’UE che ne decretano la scarsità nell’economia reale, ad essere ancora così richiesto a livello internazionale?
In Eurozona gli strumenti finanziari in euro sono richiesti perché non sono soggetti alle variazioni di cambio, mentre la rarefazione della valuta ne causa l’apprezzamento.
Consideriamo anche che multinazionali quotate in borsa traggono da questo sistema maggiori profitti, grazie anche alla svalutazione del lavoro (stipendi ridotti) e all’acquisizione di materie prime a costi minori.
Internazionalmente la BCE cerca di controllare il tasso di cambio col dollaro continuando a sostenere politiche di austerità che sono insistentemente deflazionistiche dei salari, in modo tale da continuare ad incentivare l’export di beni a prezzi competitivi. Solo con la perpetua svalutazione dei salari  si può mantenere la bilancia dei pagamenti con l’estero attiva ed allo stesso tempo l’euro forte.
Fino a quando reggerà questo fragilissimo e folle sistema?
 

di Elisabetta Uccello fonte http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/nazionalismi.html
Dimentichiamo la vecchia accezione di nazionalismo alla quale siamo legati, cioè quella in termini negativi e di aggressività nei confronti degli altri popoli.
Si confonde quel nazionalismo con il patriottismo.
Il termine nazionalismo così come ci viene propinato dai media porta con sé la competizione fra popoli.
Il termine patriottismo invece, purtroppo oggi poco usato e travisato dai manipolatori mediatici col nazionalismo aggressivo (o meglio dire imperialismo), indica il senso di appartenenza ad una collettività, l’adesione ai valori, la difesa degli stessi, l’impegno civile per renderla migliore e soprattutto la responsabilità sociale e la partecipazione politica.
Cos’è allora oggi realmente il nazionalismo aggressivo ?
Il nazionalismo in termini negativi oggi è la competizione fra stati promossa dall’Unione Europea.
E’ il neomercantilismo: competizione di merci il cui basso costo è garantito dalla competizione salariale al ribasso. Tutto deciso, scritto ed istituzionalizzato: i trattati europei, il modello della forte competitività fra stati, fatta salva la quale….allora pensiamo a tutto il resto. ..
‘’Fatta salva la competitività’’……Competizione, non cooperazione. Competizione. Cioè, senza mezze misure e timori, guerra.
Guerra economica fra stati…
Gli oligopoli, i più forti, stanno indirizzando la produzione nelle  specificità settoriali della grande industria.
I vertici della grande industria puntano alla produzione di beni a basso costo grazie a salari sempre più bassi, in un sistema di lavoro merce che aliena il lavoratore nella solitudine della grande produzione. Il lavoratore della multinazionale è quasi invisibile.
Questo capitalismo è la base per la concentrazione di ricchezza da parte degli oligopoli. Questo modello di produzione è parassitario  e predatorio e spesso sfocia nel capitalismo finanziario puro, il cui obbiettivo è la tesaurizzazione della ricchezza in un tentativo che sembrerà paradossale, ma sembra proprio essere quello della riesumazione del gold standard, dove al posto dell’ oro si tesaurizza e si cerca di dare valore alla moneta  attraverso la scarsità di circolazione della stessa.  Scarsità di moneta nell’economia reale ovviamente. La moneta gira nel settore finanziario, in un gioco che nelle scommesse sul futuro diventa speculazione.
E’ l’ internazionalismo del capitale.
Cos’ è invece il patriottismo?
E’ una visione della società diversa. Una visione che rigetta gli sfruttatori e i predatori  del lavoro.
E’ una visione che si basa sul rispetto della dignità umana nel suo insieme.
La centralità della dignità umana, del rispetto della piena realizzazione dell’ individuo nel proprio contesto sociale: l’economia al servizio della comunità e del territorio.
Un modello economico che cerca l’indipendenza dallo sfruttatore.
Affinché questo sia possibile, c’è bisogno di una struttura che garantisca al cittadino quei servizi essenziali che tutelino la salute, l’istruzione, la sicurezza: è lo stato.
 
Lo stato della Costituzione della Repubblica Italiana. La sua funzione è duplice:

  1. garantire a tutti i servizi essenziali e grazie al lavoro che egli stesso crea in questi settori, garantire redditi che verranno spesi nell’economia reale e quindi diventeranno domanda, che crea l’offerta. Domanda di beni creata in primis da stipendi pubblici, che quando verranno spesi nell’economia reale diventeranno anche stipendi privati. Domanda di moneta creata in primis dalle tasse, che devono essere un mezzo per imporre l’utilizzo di una determinata valuta dentro un territorio nazionale e mai devono essere uno strumento che lo stato utilizza per finanziarsi, soffocando la domanda che alimenta l’economia reale.
  2. Indirizzare la produzione incentivando o disincentivando i settori e la struttura della stessa in base al BENE e LA GIUSTIZIA SOCIALE, tramite le leggi e la tassazione.

 
Quindi lo stato ha dei doveri. Inderogabili:
–                     Essere al servizio del modello sociale della Costituzione.
–                     Promuovere attraverso la propria spesa a deficit positivo il lavoro nei servizi che garantiscono lo stato sociale; spesa che crea allo stesso tempo la domanda, che crea l’offerta del settore privato.
–                     Controllare attraverso leggi e tassazione che il modello di produzione sia efficiente per tutti ed allo stesso tempo rispetti  la dignità umana ed uno stile di vita eticamente ed ecologicamente corretto.
–                     Lavorare in un sistema di cooperazione internazionale che miri al pieno sviluppo sociale ed economico di tutti gli stati promuovendone e valorizzandone le peculiari ricchezze, senza che la collaborazione fra nazioni si trasformi in schiavitù, competizione e privazione di sovranità.
 
Tutto questo ci viene impedito dalle regole dell’Unione Europea, che impone i sommi principi della competitività fra stati e consegna in mano alla Banca Centrale Europea, indipendente dai governi, il potere di emissione e controllo della moneta.
 
“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’’ (CANTO XXVI INFERNO, DANTE ALIGHIERI).

Fonte http://memmtveneto.altervista.org/articoli/use.html
Premessa di Marco Cavedon.
Possono essere gli Stati Uniti d’Europa una soluzione ?
Una domanda che in molti si pongono. Da parte nostra, sia come Associazione MMT Italia che Veneto, abbiamo intrapreso una scelta netta, che prevede una dura condanna all’intero processo di creazione dell’Unione Europea, assai ingiusto non soltanto sotto il profilo economico ma anche democratico.
Nel nostro Statuto si parla di difesa dei Principi Fondamentali della Costituzione del 1948 e di piena tutela del diritto al popolo italiano all’autodeterminazione, quindi la nostra risposta al quesito sopra formulato è netta.
Non si può parlare di creazione de facto di un’unica nazione in Europa, sia da un punto di vista politico che morale, date le gravissime ingiustizie e crimini sociali che hanno sempre interessato questo processo fin dalle fondamenta e che ancora lo caratterizzano (oggi forse anche più di ieri).
Vieni poi da chiedersi a livello logico che senso ha oggi parlare di creazione di supernazioni e di nuovi imperi, quando la MMT dimostra l’importanza per ciascun popolo di gestire una sua moneta fiat sovrana in condizioni di piena sovranità e flessibilità e dimostra altresì l’inutilità (se non addirittura la dannosità) della creazione di sovrastrutture che riducono tale capacità e che nella storia hanno dimostrato tutti i loro limiti (basti pensare al caso dell’Argentina negli anni ’90 del secolo scorso e alle condizioni in cui oggi versano i paesi del sud Europa, per citare solo due esempi).
Ma ora torniamo a noi e “cediamo la parola” a Giulio Betti, che ci presenterà questo nuovo importante contributo per far bene comprendere il realismo (anche a livello politico) della nostra posizione.
Spesso si dice: “Anziché tornare alle valute nazionali, dobbiamo creare gli Stati Uniti d’Europa, infatti gli USA utilizzano il dollaro tranquillamente, anche se sono un’unione di più Stati!” Ma è corretta questa affermazione, sovente fatta dai federalisti europei? La situazione statunitense è adattabile anche agli Stati nazionali europei?
A mio avviso questa affermazione presenta diverse falle. E’ sì vero che, a livello di dimensioni economiche, l’Eurozona è simile agli Stati Uniti d’America, ma è anche vero che negli USA la spesa pubblica e la tassazione sono decise, in aggregato, dal governo federale, il quale attraverso la Fed determina l’entità dei trasferimenti fiscali ai vari Stati federati. Una cosa ben diversa dagli Stati dell’Eurozona, i quali possono solo fare pareggio di bilancio, senza possibilità di ottenere altri trasferimenti se le cose dovessero andare male.
Ricordiamo anche che tra gli obiettivi statutari della Fed c’è il raggiungimento della piena occupazione, a differenza della Bce che cerca innanzitutto di raggiungere la stabilità dei prezzi.
Va detto che gli USA sono differenti dall’Europa pure per il fatto che essi sono realmente uno stato unitario: vi è un’identità culturale, nazionale e linguistica che l’Europa non ha. Ci si sente prima statunitensi, e POI californiani, o newkorkesi; da noi ci si sente prima tedeschi, francesi, italiani, e poi (semmai) europei. Che significa tutto ciò? Che trasferimenti fiscali verso gli Stati deboli europei sono visti con molto scetticismo, se non addirittura rifiutati, dagli Stati europei che si trovano in posizione di forza, politica ed economica. Negli USA, per ragioni di identità culturale, sono più facilmente accettati. Va precisato che è già molto difficile e divisivo far accettare trasferimenti fiscali all’interno degli Stati nazionali, per sovvenzionare le aree più arretrate (vedi Nord/Sud in Italia, o Ovest/Est in Germania) e tali sovvenzioni creano inoltre svariati problemi. Perciò gli Stati Uniti D’Europa sono, nei fatti, una strada difficilmente praticabile.
Altro fattore da considerare è che la popolazione USA ha un alto grado di mobilità, per quanto riguarda il lavoro. Un disoccupato del Colorado potrà trasferirsi con più facilità in California per cercare lavoro, rispetto a chi ha lavorato una vita in Italia e deve oggi trasferirsi in Finlandia per cercare un’occupazione. Ci sono ovvi ostacoli linguistici, culturali ecc., a differenza degli Stati Uniti d’America.
*Da ultimo, gli squilibri in termini di reddito pro-capite in Europa sono molto più intensi rispetto agli Stati Uniti; infatti paesi come Spagna, Portogallo e Grecia hanno un reddito pro-capite inferiore al 20% rispetto alla media degli altri Stati europei. Negli Stati Uniti, gli Stati federati in questa condizione sono solo 3, cioè il Mississipi, l’Arkansas e il West Virginia, squilibrio che riguarda 9 milioni di residenti. In Europa riguarda dunque svariate decine di milioni di abitanti in più! Ciò vuol dire che sarebbero necessari ingenti trasferimenti fiscali, molto più che negli Stati Uniti, e ciò rende gli USE ancora meno accettabili dai paesi europei attualmente egemoni. Quindi negli USA una valuta unica comporta sì degli svantaggi, ma essi sono più facilmente superabili che in continenti come l’Europa. Il gioco non vale la candela. Sarebbe, anzi, ancora più dannoso di quanto non lo sia già oggi.
*Fonte: “La Soluzione per l’Euro” (2014) di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi.

di Marco Cavedon
fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/macron_lepen.html
Il 7 maggio 2017 si sono concluse in Francia le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, che purtroppo hanno visto trionfare al ballottaggio il “centrista” Emmanuel Macron (fondatore del movimento “En Marche!”) contro Marine Le Pen, leader del partito sovranista Front National, con un consenso del 66,1% contro il 33,9% dell’avversaria.
Inutile sottolineare il clima in cui si è svolta questa tornata, con media completamente schierati dalla parte di Macron, continue violenze (anche il giorno stesso delle elezioni) da parte dell’estrema sinistra (la stessa che ora si lamenta della vittoria del cattivo ex banchiere a servizio delle finanza) e la continua propaganda mistificatoria e bugiarda da parte dei maggiori partiti politici del mondo occidentale e dei tecnocrati di Bruxelles.
Le Pen è stata descritta come la cattiva, brutta, populista e fascista che avrebbe distrutto l’Europa e portato il mondo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale, dipinta così proprio da coloro che quotidianamente si riempiono la bocca di diritti umani, senza magari mai aver letto cosa sta scritto all’articolo 1 comma 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’ONU.
 
Difesa della laicità dello stato, contrasto alle politiche neoliberiste basate sull’arricchimento delle elites finanziarie a scapito del 99% della popolazione, protezione della propria economia, regolazione e non blocco totale dell’immigrazione, rifiuto delle politiche di austerità…accidenti, il fascismo a quanto pare non è più quello di una volta, non c’è proprio più religione.
E se veniamo adesso alle posizioni di Macron, il bel ragazzotto trentanovenne descritto come il benefattore e il democratico per eccellenza, capiamo come non esiste più nemmeno la sinistra di una volta a quanto pare, addirittura l’amicizia con il “demone” degli Stati Uniti “causa” di tutti i mali del mondo.
Senza contare poi le dichiarazioni alquanto infelici proferite nei confronti dei ceti più deboli, come quelle riportate da Adriano Segatori, psichiatra e membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, in base alle quali gli operai sarebbero degli “illetterati” e i minatori dei “tabagisti alcolizzati”.
Per proseguire con altre notizie (che certamente i media molto “pluralisti” e molto “corretti” comunque vi avranno già fornito), vediamo anche le posizioni di Macron circa integralismo islamico ed identità del popolo francese (che in teoria dovrebbe comunque difendere visto che si definisce patriota; ma invece come vedremo tra breve ne nega addirittura l’esistenza).
Il 6 Aprile, durante la campagna presidenziale, la professoressa Barbara Lefebvre, autrice di libri sull’islamismo, rivelò al pubblico della trasmissione L’Emission Politique su France2 la presenza nel gruppo della campagna di Macron di Mohamed Saou, che pubblicò su twitter la classica frase islamista “Non sono Charlie”. Prevedendo un potenziale scandalo, Macron licenziò Saou ma il 14 aprile, invitato su Beur FM, una stazione radio musulmana francese, affermò che “lui (Saou) fece un paio di cose un po’ radicali, ma tuttavia Mohamed è un bravo ragazzo”.
E’ un caso isolato quello di Saou? Nient’affatto. Il 28 aprile Mohamed Louizi, autore del libro “Perché ho lasciato la Fratellanza Musulmana”, rilasciò un dettagliato articolo su Facebook (vedi qui) in cui, riportando nomi e date, spiegò come il movimento politico di Macron fosse largamente infiltrato da militanti dei Fratelli Musulmani.
Il 22 febbraio, visitando degli espatriati francesi a Londra, Macron disse “La cultura francese non esiste”. In altre parole, sul territorio francese, la cultura e le tradizioni francesi non hanno maggiore rilevanza rispetto altre. Lo stesso giorno a Londra addirittura arrivò a negare l’esistenza dell’arte francese.
Ecco quindi l’atteggiamento mondialista e relativista che produce alienazione e sradicamento, negando l’esistenza di diverse culture e delle identità dei popoli ed arrivando pertanto a negare il loro stesso diritto di esistere. Chissà parallelamente cosa accadrebbe se al giorno d’oggi un occidentale facesse gli stessi discorsi nei riguardi di un popolo del terzo mondo, negando il suo diritto ad essere pienamente se stesso in casa propria. Per ulteriori informazioni leggi qui.
Ma veniamo ora alla parte che più ci interessa nell’ambito dell’attività della nostra associazione, ossia quella economica e lo facciamo guardano quali sono i punti salienti del programma di Macron:
–                     Riduzione delle imposte che arriverà ad essere di 20 miliardi all’anno alla fine del quinquennio presidenziale.
–                     50 miliardi di investimenti pubblici in 5 anni.
Ma dove li troverà i soldi per fare tutte queste “belle” cose ? E’ presto detto:
–                     Riduzione della spesa pubblica di 60 miliardi all’anno in 5 anni, di cui 25 miliardi all’anno saranno tagli al sociale (assicurazioni sanitarie e sulla disoccupazione), altri 25 deriveranno dal taglio del personale dell’apparato statale (ben 120.000 licenziamenti in 5 anni), altri 10 deriveranno da tagli alle amministrazioni locali.
–                     Rigoroso mantenimento della soglia deficit/PIL sotto il 3% per tutto il quinquennio fino ad arrivare ad un deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL nel 2022.
–                     Introduzione di ulteriore flessibilità (leggasi precarizzazione) nel mercato del lavoro.
–                     Trasferimento a livello di azienda delle decisioni sulla durata dell’orario di lavoro (mantenendo quella legale a 35 ore).
Si confermano quindi tutte le misure economiche tipiche dell’ideologia neoclassica e neoliberista, che di fatto si basano sulla precarizzazione del lavoro e della tutela del sociale nel nome della competitività globale e vedono lo stato come un’azienda che prima di investire deve risparmiare (e sappiamo bene cosa il risparmio del settore pubblico comporta in macroeconomia) .
Ma non tutta la colpa per l’ascesa al potere di Macron è stata del potere finanziario e mediatico che controllo l’intero mondo occidentale (anche se questa quota di responsabilità rimane comunque quella preponderante, assieme ai cliché legati a concezioni politiche ormai obsolete che non permettono di guardare con obiettività alla realtà del mondo odierno, quali la dicotomia tra fascismo e comunismo).
Una buona parte è dovuta anche per demeriti di Marine Le Pen che, in occasione dell’ultimo confronto televisivo con Macron andato in onda il 3 maggio, si è dimostrata molto efficace nell’imporre i temi e nel sovrastarlo con la sua personalità, mentre nella parte dedicata alle tematiche economiche lo è stata assai di meno.
Molto confuse e per nulla efficaci e coraggiose le idee sull’euro e sulla sovranità monetaria. Le Pen ha parlato solo di un parziale ritorno alla sovranità monetaria mantenendo la circolazione di due monete, “l’euro per le banche e il franco per la gente”. Non molto dissimili le posizioni della nipote Marion Maréchal Le Pen, come testimonia questa intervista pubblicata dalla trasmissione “Piazza Pulita” su “La 7” nella puntata del 4 maggio 2017.
Ben altre sono le cose che si sarebbero dovute dire a tal proposito.
Una Marine Le Pen veramente consapevole delle potenzialità di una moneta fiat sovrana avrebbe saputo ben replicare al candidato “centrista” usando ad esempio i seguenti argomenti:
–                     Una Francia nuovamente sovrana della sua moneta non avrà di fatto alcun limite di spesa. Caro Macron, al posto del tuo “bel” piano di investimenti pubblici di 50 miliardi spalmati in 5 anni io potrò realizzare un intervento molto più ambizioso, anche di più di 50 miliardi ogni anno, in quanto il governo francese sovrano avrà in ogni momento la possibilità di obbligare la banca centrale a finanziare con nuova moneta ogni sua esigenza.
–                     Per far ciò non avrò alcuna necessità di effettuare tagli draconiani ogni anno al welfare come tu invece proponi, anzi, con una nostra moneta sovrana e fuori dal contesto dei trattati internazionali dell’Europa potrò ogni anno sia abbattere le tassazione che innalzare la spesa pubblica, aumentando quindi il deficit per rilanciare la domanda interna, gli investimenti, la produzione industriale di beni e di servizi e l’occupazione, fino ad abbattere completamente disoccupazione, sottoccupazione e povertà.
–                     No caro Macron, la spesa pubblica in deficit, oltre a comportare un pari aumento della ricchezza del settore privato di famiglie ed aziende, non causa alcun problema riguardo la solvibilità del governo. Io potrò indifferentemente decidere di emettere titoli di debito denominati in valuta sovrana oppure finanziare la mia spesa con nuova moneta creata dalla banca centrale. Nel primo caso mi finanzierò presso i mercati e nello stesso tempo aumenterò l’attivo del settore privato che si troverà in mano delle obbligazioni che frutteranno interessi e mai avrò problemi nell’onorare questo debito, in quanto denominato nel nuovo franco unità di conto di cui io ho il monopolio dell’emissione. Nel secondo caso accrediterò direttamente i conti correnti delle aziende che deciderò di pagare per i più svariati interventi pubblici quali creazione e manutenzione di infrastrutture, sanità, polizia, ricerca, istruzione. Creerò quindi maggiore occupazione e pagherò nuovi e dignitosi stipendi che saranno spesi nell’economia reale e alimenteranno consumi, produzione e assunzioni anche nel settore privato. Otterrò ciò anche con un vero e proprio Piano di Lavoro Garantito in settori importanti quali la tutela dell’ambiente e i servizi alle classi sociali più deboli (anziani, malati, bambini, ecc.).
–                     Ancora una volta no caro Macron. Non ci sarà nessuna inflazione derivante dall’aumento della ricchezza del settore privato. L’inflazione si ha quando l’offerta di produzione di beni e servizi non è in grado di reggere la maggiore domanda e questo non è assolutamente il caso dei nostri giorni, in quanto con una disoccupazione del 10%  siamo in una condizione di ampio sottoutilizzo dei fattori produttivi. La spesa a deficit deve rallentare solo quando si è in regime di piena occupazione e quindi una maggiore domanda non sarebbe compensata da maggiore offerta.
–                     Non ci sarà nulla da temere circa il fenomeno della svalutazione. I depositi rimarranno in euro e i cittadini dovranno vendere gli euro alla banca centrale per acquisire il nuovo franco col quale poter pagare le tasse ed effettuare ogni acquisto di beni e servizi. Questo causerà una rivalutazione del franco e non una sua svalutazione ed inoltre porrò subito in essere una forte regolamentazione del settore finanziario, eliminando il settore speculativo parassitario e ponendo forti limiti alla possibilità di vendite allo scoperto (cioè senza possederla veramente) della valuta nazionale sul mercato dei cambi. Problema comunque che all’inizio non ci sarà in quanto il nuovo franco sarà una moneta scarsa e ricercata. E anche se ci dovesse essere svalutazione questo non sarà mai un problema, in quanto ciò renderà appetibili ancora di più le nostre merci per gli acquirenti esteri, che con la loro domanda aumenteranno la produzione e l’occupazione interna fornendoci la loro valuta più forte, che per noi rappresenta un elevato reddito col quale poter finanziare anche le importazioni. Inoltre la correlazione tra svalutazione e inflazione interna è un falso mito, perché sulla determinazione del prezzo finale del bene incidono molti fattori e non solo il costo delle materie prime.
–                     Nulla avrà da temere la Francia anche nell’eventualità (remota) che l’UE ci possa imporre dei dazi sulle esportazioni. La vera ricchezza di ogni nazione progredita è infatti rappresentata in primis dalla domanda interna che io potrò sempre tutelare con la spesa a deficit denominata nel nuovo franco sovrano ed eventuali saldi negativi con l’estero non rappresenteranno mai un problema in tali condizioni, come dimostrano i casi di nazioni del tutto paragonabili come prodotto interno lordo alla nostra o addirittura molto più piccole, quali la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Tutte le osservazioni di cui sopra avrebbero potuto dare a Marine Le Pen molte più chance contro l’avversario. Questo purtroppo però al momento solo nel mondo dei sogni in quando Emmanuel Macron ha vinto e per ben 5 anni sarà libero di combinare i suoi disastri, anche se prima di fornire una valutazione definitiva bisognerebbe vedere quale sarà il risultato delle elezioni legislative di giugno di quest’anno.
Nel frattempo il mio auspicio è che ogni movimento sovranista al cuore e ai giustissimi messaggi di libertà unisca lo studio e la proposta di soluzioni valide ed inattaccabili anche da un punto di vista tecnico ed empirico.