Articoli che parlano di economia, di politica economica, articoli sulle principali tematiche inerenti la MMT. La spesa pubblica è un bene o un danno per il privato ? Di conseguenza, cos’è il debito pubblico, cosa rappresenta ? Qual è la reale funzione delle tasse ? In conclusione, cosa propone la MMT per la lotta alla disoccupazione e alla povertà ?

Cos’è il neoliberismo ? Di conseguenza, come si rapporta la MMT nei confronti di questa scuola di pensiero economico ? I falsi miti che combattiamo. L’inflazione e la svalutazione rappresentano sempre un problema ? La competitività rappresenta l’unico modo per impostare una corretta economia ? Un mondo diverso è possibile ? E’ possibile arrivare alla piena occupazione ?

Qual è il punto di vista della MMT su notizie, fatti di cronaca e di politica riconducibili all’economia. Cosa pensa la  MMT circa le manovre economiche attuate dal governo del nostro o di altri Paesi.

Come la MMT risponde alle posizioni di economisti, politici, giornalisti ed opinionisti che la criticano, o che hanno una visione diversa.

Il pensiero degli economisti, degli attivisti e dei referenti dell’Associazione MMT Italia sulle principali tematiche di attualità inerenti l’economia.

Storia dell’economia e della MMT. Chi sono gli economisti MMT, qual è la loro visione, la loro storia, a quali iniziative hanno partecipato. Di conseguenza, qual è il loro contributo circa la diffusione del pensiero MMT nel nostro Paese ?

Visione della MMT sull’Unione Europea, sull’Euro, su altri trattati internazionali inerenti l’economia. Qual è l’opinione della MMT circa un possibile ritorno alla sovranità monetaria da parte del nostro o di altri Paesi ? Come risponde la MMT alle critiche circa una possibile uscita dall’euro o dall’Unione Europea ? Qual è il vero significato della sovranità monetaria ?

Coloro che hanno veramente inventato la teoria del valore-lavoro e forse anche la MMT sono due geni: l’economista Muhammad Ibn Kaldhoun, che scrive nel 1350 la seguente frase: “L’unico ruolo del buono sovrano non è quello di emettere imposte ma di spendere”, e quindi che la moneta si fonda sulla creazione di valore-lavoro produttivo; e l’altro è Isaac Newton, che nel libro “Principia mathematica” scrive che in natura esistono la legge della gravità e quella del circuito, secondo cui lo Stato esiste solo nella misura in cui è sovrano nella creazione monetaria. Per Newton, inoltre, la ragion d’essere della moneta è creare ricchezza per il lavoro.
Ora riprendiamo il filo della tragica storia di stamattina, con la figura di Jacques Attali.
Il progetto di Unione Monetaria è opera di Jacques Attali, primo ministro effettivo di Mitterrand, grazie al quale quest’ultimo venne eletto. In occasione della prima elezione di Mitterrand, questo venne eletto grazie all’appoggio di multinazionali e banche americane.
Attali, attraverso Perroux, era un fanatico seguace di Hayek e credeva che attraverso la creazione dell’Unione Monetaria si potesse creare un sistema che non più dipendente dal controllo delle folle: “La folla ignorante assetata di consumi deve imparare la virtù della redenzione e della sofferenza; il popolo deve imparare ad avviarsi sulla via del sacrificio senza consumare”. Mai la classe dirigente francese aveva accettato il fordismo ed i consumi di massa.
Kalecki iniziò uno studio proseguito da alcuni dei suoi assistenti, il quale dimostra che all’inizio dell’epoca Mitterrand il potere d’acquisto delle masse era inferiore a quello del 1938. Attali credeva che la Francia avrebbe potuto dominare l’Europa, e l’Europa il mondo, per fondare una società nuova basata sull’austerità. “Solo la magia e la stregoneria avrebbero potuto creare un uomo nuovo”.
Il concetto di “ordine supremo” è noto ad Attali per mezzo di Hayek. Autore di una Teoria Generale del Diritto e della Costituzione, in essa afferma che il suo ideale è creare un ordine supremo (pag. 214, volume I), un concetto che non si può dimostrare ma a cui bisogna credere, così come il mercato, che scompare ogni volta che si provi a dimostrarne l’esistenza. Affinché il mercato continui ad esistere, c’è bisogno di un ordine trascendentale che sopprima ogni libertà (volume III). Per Hayek la libertà è essere costretto a fare ciò che si deve, non fare ciò che si vuole.
Hayek, ormai molto vecchio, fu invitato a Parigi nel 1978, parlava a malapena inglese ma tutta Parigi era completamente ai suoi piedi: se volete sapere qual è la visione del futuro, disse in occasione di quella conferenza, è quella dell’impero austriaco basato su autorità ed obbedienza sull’Imperatore con diritto divino.
A questo punto, è necessario porsi due domande.
1)      Perchè la classe dirigente francese ha avuto bisogno di quella politica italiana?
2)      Perchè essa ha ottenuto il supporto della classe politica italiana?
Qui entra in gioco Jacques Delors, amico intimo della DC e del Vaticano. Nell’ottobre 1987 crea il think tank Notre Europe, che nella prima pubblicazione con un’introduzione di 20 pagine cita molti politici italiani (Monti, Prodi, D’Alema, Draghi).
Risposte alle domande.
1)      A giudicare dalla prefazione di Delors, si evince che la Francia e la classe dirigente volevano dominare l’Europa, vincendo i nemici USA e Germania. In primo luogo, la Germania non poteva sopravvivere ad una politica di deflazione basata sulla deflazione a lungo termine: fino all’inizio dei ’90 la Germania ha promosso politiche molto più keynesiane di quelle francesi: il deficit tedesco era più elevato di quello francese. In secondo luogo, la Francia non aveva bisogno di domanda effettiva nel mercato interno, poiché c’erano già molte infrastrutture come centrali nucleari sovvenzionate dallo Stato.
2)      Per Delors l’Italia doveva essere ammodernata, bisognava sopprimere ogni traccia della vecchia cultura della corruzione democristiana, in una sorta di propensione al futurismo dannunziano. Per Delors bisognava sopprimere il governo centrale, affrancarsi dell’inutile Sud, liberarsi dei sindacati e del welfare. Grazie all’integrazione Francia-Italia sarebbe stato possibile governare l’Europa. Di questo ho parlato con Marcello Messori.
Il vero artefice dello strapotere della Commissione è però Jacques Delors, che lasciò il governo francese per divenirne presidente. Delors avrebbe poi imposto il suo successore Romano Prodi, attraverso cui la Commissione diventa una sorta di condominio franco-italiano, ossessionato dall’ammodernamento e la lotta contro la corruzione. Molti economisti di sinistra italiani sono caduti nella trappola dell’arretratezza causata dalla mafia, sollevata dai tecnocrati (nessuno parlava invece del Vaticano).
Tutta questa mitologia venne sviluppata da Delors in Notre Europe, che esiste ancora, ed è un think tank che ha molti mezzi finanziari: l’idea era quella di giungere a creare una società più moderna. e Delors è un personaggio enigmatico, Ministro delle Finanze sotto Mitterrand, e nonostante i suoi 83 anni ritorna al potere oggi grazie ad Hollande. Inizialmente Delors aveva lavorato con un gruppo lobbistico influente ed estremamente reazionario, Previsions pour le Future presieduto da Bertrand de Jouvenel: si tratta di un think tank che era stato fortemente nazista nella WWII.
Forse avrete sentito parlare di Martine Aubry, figlia di Delors che avrà un’influenza determinante sul futuro governo francese.
A che punto siamo giunti con l’UE e i trattati?
Rasentiamo la follia, vi spiego.
Un nuovo trattato è stato firmato da Merkel e Sarkozy, approvato dalla maggior parte dei Parlamenti europei (Francia, Spagna, Grecia), in base a cui ogni politica di bilancio nazionale deve essere approvata dalla Commissione Europea: si realizza il sogno di Perroux del 1943.
Perchè siamo giunti a questo punto? Siamo entrati in un’era che né Marx né Minsky avrebbero immaginato: i soli governi europei che contano sono quello francese e quello tedesco, poiché nessuna decisione sarà mai adottata se non previamente condivisa ed adottata da questi.
Dalla relazione di Alain Parguez – Seminario Milano maggio 2012:

La settimana scorsa ho avuto modo di parlare della stessa questione all’Ordine dei Gesuiti a Parigi, quindi parlando degli austriaci mi concentrerò su Hayek, Von Hayek, ma non quello della Teoria pura del capitale, di quello post 1948, il teorizzatore della Costituzione del diritto e dell’economia.
Nel 1948 Hayek scrive un’opera sulla teoria del mercato, appunto pubblicata nel 1988 dalla University of Chicago Press. Egli scrive: “E’ evidentemente impossibile dimostrare l’esistenza del mercato, i vantaggi della concorrenza; il semplice fatto di dubitarne o cercare di giustificarsi vuol dire negare l’esistenza del mercato come valore supremo. Il mercato è un atto di fede”.
Questo è il motivo per cui Hayek entra in rotta con Friedman e con i liberisti americani; infatti questi ha detto no, non esiste prova tangibile dei vantaggi dell’esistenza del mercato. I mercato non riuscirà a garantire il benessere di tutti, ma solo il trionfo dei meritevoli. Da qui trae il concetto dell’Ordine Supremo, cfr. dall’opera del 1948 pg. 14, “contrariamente a quanto si possa credere io sono a favore di uno stato minimo, ma anche a favore di uno stato che sia un despota, uno stato che imporrà le leggi eterne dell’ordine ad un popolo ignorante”. In un libro del 1960, “La teoria generale della Costituzione”, Hayek è ancora in merito più specifico, infatti a pagina 28, 29 dice: “Odio il modello economico e sociale degli Stati Uniti perché da quando costituiti dai padri fondatori essi non hanno fatto altro che andare in declino”, e questo appunto a causa del potere massonico (lui odiava i massoni ed era un cattolico fanatico). Ed ancora, aggiunge in modo ancora più netto: “qual è per me l’ideale di stato futuro? È quello che ho conosciuto in gioventù, ovvero la monarchia, ovvero l’Impero austro-ungarico in cui tutti obbedivano a tutti, bambini ai genitori, operai al padrone, il popolo alla nobiltà e la nobiltà al rappresentante di Dio in terra”.
Quindi Hayek emigra in Inghilterra perché dopo la caduta della Monarchia, dato che apparteneva al partito fascista austriaco, viene espulso dall’Austria per approdare in Inghilterra.
Quale era la visione dell’Europa di Hayek? Quella fondata sulla Santa Alleanza del Congresso di Vienna. Per lui era una ideologia, un ordine, come intendeva Metternich, per annientare ogni forza progressista, sia questa di sindacati, partito socialista, diritti umani, diritti sociali, repubblica (…). Hayek dal 1960 nei tre volumi di 600 pagine della Costituzione della Teoria generale del diritto, giunge a una conclusione: non amava l’Europa, non ci credeva, non ravvedendo appunto affinità culturali e sociali fra un paese civilizzato come può essere la Francia o la Germania rispetto all’Italia, per esempio. Non credeva all’esistenza di un sentimento, di un sentire europeo (NDR: “e nemmeno io”, dice Parguez,”e posso essere attaccato su questo punto“), comunque, lo scopo di Hayek sarebbe stato raggiunto solo attraverso la distruzione dello Stato Moderno, questo Stato che proveniva dal Risorgimento. Hayek non amava gli italiani, non amava il protestantesimo, non amava i massoni, né la repubblica, quindi per lui bisognava assolutamente distruggere lo stato quale mezzo che consenta al popolo ed agli ignoranti di accedere al potere. Su questo punto è veramente molto esplicito e questo è anche il motivo per cui egli odiava anche lo stesso Milton Fredman.
E’ inutile spiegare, perché appunto nelle conclusioni di questo suo libro che è praticamente illeggibile (Teoria pura del capitale, 1941) Hayek dice: “c’è qualcuno che odio, perché questo qualcuno ha osato aggredire le fondamenta dell’ordine economico. Questo qualcuno, è Keynes. Egli ha osato proporre una società in cui è possibile l’abbondanza, sopprimendo gli elementi fondamentali di governo che sono appunto il vincolo, la scarsità e quindi il sacrificio”. Sempre a chiarire questo concetto, nel 1984 egli aggiunge in un altro libro Collected to says: “confesso di essermi rallegrato nel sapere della morte di Keynes, nemico dell’economia e della morale in quanto omosessuale”.
Hayek aveva anche un altro sogno, quello di fondare questo Ordine; questo Ordine con la O maiuscola era la società ideale, società ideale sottoposta alle leggi eterne della ragione pura (era discepolo di Sant’Agostino). Come distruggere lo Stato? Distruggendo ogni possibilità, ogni mezzo di accesso da parte dello Stato alla moneta. Per permettere ciò occorre distruggere ogni forma di spesa pubblica e riportare lo Sato al rango di semplice azienda. Poiché lo Stato non serve a nulla tranne che ad eliminare i nemici dal mercato, bisogna assolutamente separare lo Stato dalla Moneta. Hayek ha anche avuto modo di dire: “mai ho incontrato persona più favorevole al lassez faire, che credeva così tanto alle virtù del mercato come Pinochet.
Paolo mi ha fatto una domanda, mi ha chiesto di parlarvi degli austriaci, ma parlarvi degli austriaci significa grosso modo parlarvi di Hayek perché nessuno oggi si ricorda degli altri come Von Mises o Von Wieser , anche loro straordinari.
Quindi per quale motivo dobbiamo parlare oggi degli austriaci e soprattutto di Hayek? Perché questi è molto popolare a due livelli: soprattutto a livello europeo e anche presso alcuni dei nostri amici della MMT. Come ho già avuto modo di dire rapidamente è ovvio che l’Unione Monetaria Europea è sicuramente il sogno di Hayek, e tutti gli economisti che sono artefici dell’origine di questa creazione, da Perroux a Rueff a Delors, tutti erano seguaci di Friedrich Hayek. Quindi che cosa è questa Unione Europea? Essa è esattamente il sogno di Metternich, un sistema finalizzato ad instaurare in modo dittatoriale l’ordine supremo, consistente nell’eliminazione totale di ogni forza che va contro il mercato, quindi spese di ordine sociale, educazione, ecc.. Come lo si può fare? Ancora una volta ripeto: annientando il potere dello Stato, quindi creando una Banca centrale che è totalmente indipendente e denazionalizzando la moneta. Infatti, nel suo ultimo libro del 1978, intitolato appunto “La denazionalizzazione della moneta”, egli spiega in modo esplicito che ciò porterà alla scomparsa dello Stato.
Mi ricordo che l’unica volta che lo incontrai fu quando fu invitato a Parigi nel 1978.
Concluse il suo intervento dicendoci: “voi, voi realizzerete il sogno della mia infanzia: la monarchia austro-ungarica” . Il che viene anche ripreso poi dall’Opus Dei, che ha un sito ed anche vari notiziari. In uno di questi, nel 1982, si dice che: lo Stato deve scomparire ed il mercato deve regnare soprattutto in quanto esso è opera divina. Contrariamente a quanto hanno fatto gli accademici economisti americani, Hayek ed i suoi discepoli hanno cominciato una vera crociata politica a favore delle élite reazionarie in Europa, per cui non si può pensare appunto che l’Unione Europea possa essere Keynesianizzata, o modificata, o cambiata, né si può pensare che la Chiesa cattolica possa esserlo, appunto.
Giunti a questo punto, vi parlerò dell’influenza degli austriaci su alcuni rappresentati della MMT. Sono popolari presso la classe dirigente francese perché appunto Hayek è colui che ha giustificato il potere assoluto monarchico e totalmente reazionario a nome della ragione, a nome dell’ordine economico, e perché Hayek mai ha abbandonato questo suo punto di vista. Per lui la politica deflattiva deve essere mantenuta per sempre e mai e poi mai si deve giungere alla piena occupazione. E’ un po’ quello che è successo quando è stato convertito l’Impero Romano al cattolicesimo.
Hayek non era contro il gold standard. E per quale motivo? Ciò era scritto nelle sue opere già nel 1948; lo scrive e poi lo riscrive anche nella Teoria della costituzione: “lo standard aureo non è mai stato un ostacolo alla crescita della spesa pubblica, mai un ostacolo per lo sviluppo dell’intervento statale”. Nel suo libro sulla “denazionalizzazione della moneta” aggiunge anche che bisogna fare un super gold standard in modo, appunto, che si paralizzi per sempre ogni possibilità che avrà lo Stato di svolgere una qualsiasi politica progressista.

Uno Stato ben gestito, che programma deficit «buoni», non può mai finire in bancarotta. L’economia dell’euro è vittima della stramba ideologia che si è costruita, radicata nella propria storia.

La prima parte della relazione che ha presentato il professor Alain Parguez durante “La conferenza sull’Unione Monetaria” a Ottawa, nel 2000:
-Per chi suona l’Unione monetaria: Le tre lezioni dell’Unione monetaria europea di Alain Parguez, Gennaio – Marzo 2000
Ecco un abstract della prima lezione.
La prima fase
La prima fase è stata attuata sulla base di tre principi. Il primo è la legge del libero mercato.
All’interno dell’area del mercato comune e del suo spazio allargato – l’Unione Europea (UE) – tutti gli individui possono effettuare liberamente transazioni con qualunque tipo di merce, inclusi risparmi e valute. Esiste un insieme di mercati a concorrenza perfetta per tutte le merci poiché tutti gli ostacoli alle leggi di mercato sono stati rimossi.
Il secondo principio è denominato legge dell’ordine di mercato è il primo passo verso il “nuovo ordine europeo”. Le leggi di mercato vengono imposte da un insieme di istituzioni indipendenti dal controllo democratico diretto. Da una parte, il potere legislativo è assegnato al Consiglio europeo, l’assemblea del primo ministro e dei presidenti, il quale può legiferare per imporre norme di mercato a flessibilità perfetta. Non c’è un’assemblea eletta che può discutere tali leggi, le quali sostituiscono tutte le leggi locali e le norme costituzionali. Dall’altra parte, la Commissione europea, un’istituzione prettamente tecnocratica, esercita il potere esecutivo, il sogno della scuola tecnoclassica che si realizza. La Commissione europea ha l’iniziativa di legge; stende progetti di legge che vengono sottoposti al Consiglio europeo, il quale vota a maggioranza qualificata, garantendo il potere al nocciolo duro dei paesi europei: Francia e Germania. La Commissione ha inoltre il potere di promulgare decreti o direttive per applicare le leggi e per compensare la mancanza di legislazione in situazioni di emergenza. Infine, esiste una Corte suprema europea alla quale tutti gli individui (si legga i competitors) possono appellarsi per ottenere l’annullamento delle leggi locali che sono in contrasto con le leggi e i decreti europei. La Corte europea è la fotocopia della Corte suprema americana del New Deal. Essa si attiene al cosiddetto “Spirito dell’Ordine di Mercato” quale legislatore supremo fino a che i querelanti si attengono a questo principio del mercato ordinato. Come si è visto, il mercato come ordine da imporre spontaneamente a individui non razionali era una parte cruciale della scuola tecnoclassica europea.
Il terzo principio è denominato legge della correzione dell’allargamento. Al pari del vecchio impero carolingio, il mercato comune è stato modellato attorno a un asse franco tedesco. Nel corso del tempo, l’ordine europeo è stato esteso al Regno Unito, all’Europa meridionale, alla Scandinavia e all’Europa centrale, proprio come la religione cristiana patrocinata dagli imperatori carolingi!
L’allargamento è stato controllato dai paesi fondatori sulla base del determinismo territoriale della scuola franco tedesca. Quello che aveva importanza ogni volta era il guadagno in termini di benessere che gli operatori economici nazionali dei paesi fondatori potevano aspettarsi dall’integrazione di nuovi paesi nell’insieme (T). La quantità di guadagno atteso dipendeva dall’integrazione “naturale” di quei paesi che avevano caratteristiche esogene oggettive nella sfera economica dei paesi fondatori. In termini mengeriani, l’integrazione effettiva era predeterminata dalla “commerciabilità oggettiva” dei paesi.
La seconda fase
Il cosiddetto Sistema Monetario Europeo (SME) era una fase transitoria che avrebbe permesso di rivelare l’equilibrio nel lungo periodo dei prezzi delle valute dei relativi paesi esportatori. Il sistema funzionò come un tâtonnement walrasiano nel quale i due agenti erano le banche centrali europee e il mercato delle valute. Le banche centrali si accordarono su un insieme di margini di fluttuazione tra i prezzi delle rispettive valute. Per ogni valuta venne stabilito un prezzo minimo ed un prezzo massimo di scambio con le altre valute. Tutti i membri dello SME si impegnarono ad attuare politiche che puntavano a convincere il mercato della sostenibilità di tassi di cambio designati entro la fine degli anni settanta. Queste politiche comprendevano la deflazione fiscale e alti tassi d’interesse reale onde conseguire l’assenza d’inflazione voluta dal mercato.
Infine, a metà degli anni novanta, questo tâtonnement portò alla determinazione di tassi di cambio relativi che potremmo chiamare il “livello di equilibrio nel lungo periodo”. I margini di fluttuazione erano quasi azzerati e i prezzi designati coincidevano perfettamente con le aspettative del mercato. Nel corso degli anni, tutti i paesi dello SME si sono sforzati di deflazionare le proprie economie per convincere il mercato ad appoggiare l’insieme annunciato dei tassi di cambio relativi (Parguez, 1998), il che spiega come mai si debba partire dai primi anni settanta per spiegare l’impatto empirico che l’unione monetaria ha avuto sull’economia europea!
I vincoli erano così rigidi che il Regno Unito, anche durante il governo di un primo ministro conservatore come Margaret Tatcher, non partecipò allo SME sebbene i vincoli dello stesso fossero diventati l’ultima spiaggia per le politiche di deflazione di Francia, Spagna e Germania fino alla caduta della Germania Est (Parguez, 1991).
Le ultime due fasi
Non appena si seppero i prezzi di equilibrio relativi, i tempi per l’unione monetaria erano maturi. La nuova valuta poteva essere creata come una merce composita condizionata da una distribuzione ottimale delle risorse. La conversione dei patrimoni espressi in valute singole in patrimoni espressi in euro poteva quindi essere fatta partendo dal presupposto che i proprietari dei patrimoni non avrebbero beneficiato di sopravvenienze attive né sarebbero stati danneggiati da sopravvenienze passive. La nuova valuta composita ottimale è riconosciuta dal trattato di Maastricht, completato successivamente dal Patto di stabilità e crescita. Entrambi fissano le leggi vincolanti della nuova unione monetaria europea. Ovviamente, lo scopo principale è convincere il mercato del valore intrinseco della nuova merce-moneta. Se dalle scelte degli operatori individuali non fosse derivata una domanda specifica permanente di nuova valuta, questa non avrebbe potuto soddisfare i requisiti di distribuzione ottimale delle risorse e quindi non sarebbe sopravvissuta. L’euro sarebbe rimasto illeso nel lungo periodo solo se si fosse riuscito a proteggerlo dalle stravaganti politiche domestiche volte a soddisfare il popolo.
L’approvazione della nuova valuta fa aumentare l’efficienza della distribuzione delle risorse e, di conseguenza, il nuovo ordine europeo potrebbe evolversi in un ordine mondiale. Il Regno Unito, che dubitava dello SME, non è entrato a far parte dell’unione monetaria e, all’inizio del secolo XXI, il dibattito è ancora acceso. Per motivi storici, nel Regno Unito, per quanto riguarda l’unione monetaria, non c’è mai stato lo sfrenato entusiasmo che c’era in Francia (o, in minor misura, in Germania).

L’austerità di per sé «sarebbe sicuramente un disastro» e «le conseguenze nel breve termine saranno molto negative per l’Europa» dice il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz per il quale è impossibile che tutto il Continente possa diventare come la Germania. Ma è il modello economico globale che non funziona: «Non importa se poche persone al vertice sono strapagate – quando la maggioranza dei cittadini non si è arricchita, il sistema economico non funziona».
Le politiche di recessione ci stanno portando verso una doppia recessione, mette in guardia l’economista statunitense Joseph Stiglitz. Si è incontrato con il giornale tedesco The European, partner de Linkiesta, per discutere il nuovo pensiero economico e l’influenza del denaro nella politica.
The European: Quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, si sente rassicurato dal modo in cui gli economisti hanno provato a comprenderla, e dal modo in cui le loro analisi sono state recepite dai politici?
Stiglitz: Mi lasci analizzare questo tema in modo leggermente diverso. Gli economisti accademici hanno giocato un ruolo importante nel causare la crisi. I loro modelli erano eccessivamente semplificati, distorti, e trascuravano gli aspetti più importanti. Questi modelli sbagliati hanno incoraggiato i politici a credere che il mercato avrebbe risolto tutti i problemi. Prima della crisi, se io fossi stato un economista di strette vedute, sarei stato molto compiaciuto dal vedere quanto impatto avessero gli accademici sulla politica. Ma sfortunatamente questo è stato un danno per il mondo. Dopo la crisi avresti sperato che il pensiero accademico fosse cambiato, e che i politici fossero cambiati con esso, diventando più scettici e cauti. Ti saresti aspettato che, dopo tutte le previsioni sbagliate del passato, i politici avrebbero chiesto agli accademici di ripensare alle loro teorie. In generale sono deluso sotto tutti i punti di vista.
The European: gli economisti hanno visto i difetti dei loro modelli teorici ma non hanno provveduto a liberarsene o a migliorarli?
Stiglitz: nel mondo accademico, quelli che credevano nel libero mercato prima della crisi ci credono ancora. Pochi hanno cambiato idea, e voglio riconoscergli il merito di avere detto: “Ci eravamo sbagliati. Avevamo sottostimato questo o quell’aspetto dei nostri modelli”. Ma i più hanno dato una risposta differente. I sostenitori del libero mercato non hanno rivisto i propri convincimenti.
The European: Guardiamo al lungo periodo. Lei pensa che la crisi avrà effetti sulle future generazioni di economisti e politici, ad esempio cambiando il modo di pensare ai fondamenti dell’economia?
Stiglitz: Io penso che sia in atto un reale cambiamento tra i giovani. I miei studenti giovani, in stragrande maggioranza, non capiscono come le persone abbiano potuto riporre fiducia nei vecchi modelli. Questo è un bene. Ma d’altro canto, molti di loro dicono che se vuoi diventare un economista, devi ancora avere a che fare coi “vecchi” convinti delle loro teorie sbagliate, che insegnano tali teorie, e si aspettano che tu le condivida. Così i giovani decidono di non entrare in quelle branche dell’economia. Ma ciò che mi ha ancora più deluso è la politica americana. Ben Bernanke fa un discorso e sostiene che non c’è niente di sbagliato nella teoria economica, i problemi sono solo alcuni dettagli in fase di attuazione. In realtà ci sono molti errori nella teoria e nell’ossatura di base delle politiche che da essa sono state derivate. Ma se nella tua mentalità non c’è niente che non vada, non chiederai nuovi modelli. Questa è una grande delusione.
The European: Sembra che ci fosse del disaccordo tra i consiglieri economici di Obama circa il modo migliore di agire. E in Europa, principi economici fondamentali come l’attenzione smodata alla crescita del Pil, sono finalmente sotto attacco.
Stiglitz: Alcuni politici americani hanno riconosciuto il pericolo del principio “troppo grande per fallire”, ma sono una minoranza. In Europa, le cose vanno un po’ meglio da un punto di vista del dibattito teorico. Economisti influenti, come Derek Turner e Mervyn King hanno riconosciuto che c’è qualcosa di sbagliato. La Commissione Vickers (in Inghilterra, ndr) ha riesaminato con attenzione le politiche economiche. Noi non abbiamo niente di simile negli Stati Uniti. In Germania e in Francia sono in discussione la tassa sulle transazioni finanziarie e i limiti alle remunerazioni dei vertici aziendali. Sarkozy dice che il capitalismo non ha funzionato, Merkel che siamo stati salvati dal modello sociale europeo – e sono entrambi politici conservatori! I banchieri questo non lo capiscono, il che spiega perché ancora vediamo il vertice della Banca Centrale Europa, Mario Draghi, spiegare che si deve rinunciare al sistema di welfare mentre la Merkel sostiene l’esatto opposto: che il modello sociale ci sta salvando dopo che le banche centrali hanno fallito nel fare il loro ruolo di regolatori e hanno usato le loro politiche per cambiare la natura delle nostre società.
The European: Le sue convinzioni personali come sono state influenzate dalla crisi?
Stiglitz: Non penso che ci sia stato un cambiamento fondamentale nel mio pensiero. La crisi ha rafforzato alcune cose che dicevo in precedenza e mi ha mostrato quanto fossero importanti. Nel 2003 scrissi riguardo ai rischi dell’interdipendenza, là dove il collasso di una banca può portare al collasso di altre banche e aumentare la fragilità di tutto il sistema bancario. Io sapevo che era importante, ma l’idea non ebbe successo all’epoca. Lo stesso anno analizzammo il problema dei conflitti di interesse nella finanza. Solo ora vediamo quanto fossero importanti quei problemi. Io sostenevo che il vero problema nell’economia monetaria è il credito, non le scorte di moneta. Ora tutti ammettono che è stato il collasso del sistema di credito a far cadere le banche. Insomma, la crisi ha confermato e rinforzato molti aspetti delle teorie che avevo esplorato in precedenza. Un argomento che ora considero molto più importante di quanto non facessi in passato è la questione degli interventi e il ruolo dei sistemi di cambio, come l’euro, nel prevenire interventi economici. Un problema collegato è il legame tra interventi strutturali e attività macroeconomica. Gli sviluppi della crisi mi hanno portato a pensare maggiormente a questi temi.
The European: La tassa sulle transazioni finanziarie sembra essere morta di una morte politica in Europa. Ora le politiche economiche europee sembrano ampiamente dominate dalla logica dell’austerità, e dal costringere gli altri Paesi europei a diventare più simili alla Germania.
Stiglitz: l’austerità di per sé sarebbe sicuramente un disastro. Sta portando a una doppia recessione che potrebbe essere abbastanza grave. Probabilmente peggiorerà la crisi dell’euro. Le conseguenze nel breve termine saranno molto negative per l’Europa. Ma il problema più ampio riguardo il “modello tedesco”. Ci sono diversi aspetti – tra questo il modello sociale – che consentono alla Germania di superare una forte caduta del Pil offrendo alti livelli di protezione sociale. Il modello tedesco dei corsi di formazione professionale è molto efficace. Ma ci sono altre caratteristiche che non sono altrettanto positive. La Germania ha un’economia basata sulle esportazioni, ma questo non può valere per altri Paesi. Se alcuni Stati hanno dei surplus nelle esportazioni, costringono altri Stati ad avere dei deficit nelle esportazioni. La Germania ha adottato delle politiche che gli altri Stati non possono imitare, e ha provato ad applicarle all’Europa in un modo che incrementa i problemi europei. Il fatto che alcuni aspetti del modello tedesco siano buoni non significa che tutti i suoi aspetti possano essere applicati in giro per l’Europa.
The European: E non significa che la crescita economica soddisfi i criteri di equità sociale.
Stiglitz: Sì, c’è un altro elemento che bisogna prendere in considerazione. Cosa sta succedendo alla maggior parte dei cittadini in ogni nazione? Se si guarda all’America, si deve ammettere che abbiamo fallito. La maggior parte degli americani oggi è più povera di 15 anni fa. Un lavoratore a tempo pieno negli Usa è più povero oggi che 44 anni fa. Questo è sbalorditivo – mezzo secolo di stagnazione. Il sistema economico non è distributivo. Non importa se poche persone al vertice sono strapagate – quando la maggioranza dei cittadini non si è arricchita, il sistema economico non funziona. Dobbiamo chiederci se il sistema tedesco sia distributivo o meno. Non ho studiato tutti i dati, ma la mia impressione è che non lo sia.
The European: Cosa risponderebbe a chi ragionasse così: I cambiamenti demografici e la fine dell’età industriale hanno reso il welfare state insostenibile da un punto di vista finanziario. Non possiamo sperare di abbattere il debito senza ridurre i costi del welfare nel lungo termine.
Stiglitz: Che è un’assurdità. La domanda di protezione sociale non ha nulla a che fare con la struttura della produzione. Ha a che fare con la coesione sociale o la solidarietà. Questo è il motivo per cui sono così critico con la tesi di Draghi alla Bce, per cui la protezione sociale andrebbe smantellata. Non ci sono basi su cui fondare un simile ragionamento. Gli Stati che meglio stanno facendo in Europa sono quelli scandinavi. La Danimarca è differente dalla Svezia, che è differente dalla Norvegia – ma tutti hanno una forte protezione sociale e tutti stanno crescendo. La tesi per cui la risposta alla crisi attuale passa da un allenamento della protezione sociale è davvero un argomento dell1% che dice; “Dobbiamo prendere una fetta più grossa della torta”. Ma se la maggioranza delle persone non trae benefici dalla torta dell’economia, il sistema è fallimentare. Io non voglio più parlare del Pil, voglio parlare di quel che sta succedendo alla maggioranza dei cittadini.
The European: la sinistra è in grado di articolare queste critiche?
Stiglitz: Paul Krugman è stato molto duro nell’articolare le critiche alle tesi pro-austerità. L’attacco più forte è stato fatto, ma non sono sicuro che sia stato pienamente recepito. La domanda problematica ora è come valutare un sistema economico. Non è ancora stata articolata appieno, ma penso che vinceremo questa battaglia. Anche la destra sta iniziando ad essere d’accordo sul fatto che il Pil non sia un buon misuratore del progresso economico. La nozione di benessere della maggioranza dei cittadini è per lo più una stupidata.
The European: Mi sembra che il grosso della discussione sia ancora incentrato sulle misurazioni statistiche – se non misuriamo il Pil, stiamo misurando qualcos’altro, come la felicità o le differenze di reddito. Ma c’è un elemento, stando a queste discussioni, che non può essere posto in termini numerici – qualcosa riguardo i valori che implicitamente inseriamo nel nostro sistema economico?
Stiglitz: Nel lungo termine, dovremo avere queste discussioni etiche. Ma io parto da una base molto più limitata. Sappiamo che il reddito non rispecchia molte cose a cui attribuiamo valore. Ma anche con un indicatore imperfetto come il reddito, dovrebbe comunque importarci di quel che succede alla maggioranza dei cittadini. È bello che Bill Gates se la passi bene. Ma se tutti i soldi sono andati a Bill Gates, non si può pensare che il sistema sia efficace.
The European: Se la sinistra non è stata in grado di articolare fino in fondo questa idea, la società civile è in grado di colmare la lacuna?
Stiglitz: Sì, il movimento Occupy è stato molto efficace nel portare queste idee nel cuore della discussione politica. Ho scritto un articolo per Vanity Fair nel 2011 – “Of the 1%, by the 1%, for the 1%” – che ha davvero coinvolto personalmente molte persone, perché parlava delle nostre inquietudini. Le proteste come quella di Occupy Wall Street sono efficaci solo quando portano allo scoperto queste preoccupazioni condivise. C’era un articolo che descriveva le tattiche ruvide della politica a Oakland. Avevano intervistato molte persone, inclusi ufficiali di polizia che dicevano: “Sono d’accordo coi manifestanti”. Se chiedevi alle persone cosa pensassero del messaggio di Occupy, la schiacciante maggioranza delle risposte era di supporto, e la maggior preoccupazione che il movimento Occupy non fosse abbastanza efficace nel farlo circolare.
The European: Come possiamo passare dal parlare dell’ineguaglianza economica a un cambiamento tangibile? Come lei ha detto in precedenza, lo studio teorico dei problemi economici spesso non si è tradotta in politiche concrete.
Stiglitz: Se le mie previsioni sulle conseguenze dell’austerità sono corrette, si vedrà una nuova ondata di movimenti di protesta. Abbiamo avuto la crisi nel 2008. Siamo adesso nel quinto anno della crisi, e non l’abbiamo ancora risolta. Non c’è nemmeno una luce infondo al tunnel. Quando si arriva a una tale conclusione, il discorso è destinato a cambiare.
The European: la situazione deve peggiorare drasticamente prima di migliorare?
Stiglitz: Temo di sì.
The European: Lei di recente ha scritto della “irreversibile decadenza” del Midwest americano. Questa crisi è un segno che gli Stati Uniti hanno iniziato un declino economico irreversibile, anche se nel frattempo consideriamo il Paese un potente attore politico?
Stiglitz: stiamo affrontando una transizione molto complicate da un’economia manifatturiera ad una dei servizi. Abbiamo fallito nel gestire la transizione dolcemente. Se non correggiamo l’errore, pagheremo un prezzo molto alto. Già ora l’americano medio sta soffrendo per la fallita transizione. La mia preoccupazione è che ci siamo infilati in un’economia ostile e in una politica ostile. Molta diseguaglianza in America è causata dalle rendite di posizione: monopoli, spesa militare, approvvigionamenti, industrie minerarie, farmaci. Abbiamo alcuni settori economici che vanno molto bene, ma abbiamo anche molti parassiti. La visione ottimistica è che l’economia può tornare a crescere se ci liberiamo dei parassiti e ci concentriamo sui settori produttivi. Ma in ogni malattia c’è sempre il rischio che i parassiti divorino le parti sane del corpi. Non si sa ancora come andrà a finire.
The European: Abbiamo almeno compreso la malattia abbastanza bene da prescrivere una corretta terapia? Specialmente riguardo alle politiche e alla crisi dell’euro, la sensazione è che si stia brancolando nel buio.
Stiglitz: Penso che il problema non sia una mancanza di comprensione da parte di freddi scienziati sociali. Conosciamo il dilemma di base, e sappiamo quali sono gli effetti delle campagne di raccolta fondi sui politici. Quindi ci troviamo di fronte a un circolo vizioso: siccome i soldi sono importanti in politica, questo porta al risultato che i soldi sono importanti anche nella società, il che aumenta l’importanza dei soldi in politica. Si hanno più brogli e disillusioni con la politica parlamentare.
The European: I politici sono diventati troppo concentrati sui risultati e non sono abbastanza sensibili ai processi che hanno portato a quei risultati? La pietra angolare della democrazia sembra essere la partecipazione, non l’efficacia di questa o quella politica.
Stiglitz: Mettiamola così. Alcuni ci criticano dicendo che ci siamo concentrati eccessivamente sulle ineguaglianze e al contrario non siamo abbastanza preoccupati per le opportunità. Ma negli Stati Uniti siamo sia la nazione con le più grandi diseguaglianze, sia quella con le maggiori opportunità. La maggior parte degli americani capisce che le scorrettezze nei procedimenti politici si traducono in scorrettezza nei loro esiti. Ma non sappiamo come spezzare questo sistema. La nostra Corte Suprema è stata nominata da interessi economici e – senza sorprese – la conclusione è che gli interessi economici hanno una influenza illimitata sulla politica. In poche parole, l’influenza del denaro aumenta sempre di più, con conseguenze negative per l’economia e la società.
The European: Da dove può partire il cambiamento? Dal parlamento? Dalle università? Dalle strade?
Stiglitz: Può partire sia dalle strade, ma anche da una piccola parte del mondo accademico. Quando dico che il comportamento più diffuso nelle professioni economiche mi ha deluso, bisogna specificare meglio questo pensiero. Devo dire che ci sono stati anche gruppi che hanno fatto valere il nuovo pensiero economico e il cambiamento sui vecchi modelli.
The European: Ha scritto che cambiamento significa rispondere alle cattive idee non con il rifiuto ma con idee migliori. Su che cosa si può fare leva per portare il nuovo pensiero economico nel regno della politica?
Stiglitz: La diagnosi è che la politica è alla radice del problema, ovvero il posto in cui le regole del gioco vengono stabilite, quello in cui noi decidiamo sulle politiche che favoriscono i ricchi e che hanno permesso alla finanza di accumulare potere economico e politico. Il primo passo è rappresentato dalle riforme politiche, a partire da una campagna di cambiamento delle leggi della finanza. Bisogna far sì che la finanza diventi più semplice per gli elettori – soprattutto se si pensa, ad esempio, che in Australia il voto è obbligatorio. Bisogna occuparsi del problema dei brogli elettorali, che fanno sì che il tuo voto non conti. Se il voto non conta, questo significa che gli interessi monetari stanno imponendo la loro agenda. Occorre metter fine all’ostruzionismo, che è passato dall’essere una tattica parlamentare raramente usata a un comportamento regolare della politica. L’ostruzionismo toglie potere agli americani. Persino se hai un voto maggioritario, non puoi vincere.
The European: Stiamo assistendo a sei mesi di campagna presidenziale. Il ruolo del denaro è stato abbracciato da entrambi i partiti. La campagna di riforma della finanza di cui parla sembra difficile da attuarsi.
Stiglitz: Persino i Repubblicani sono diventati più attenti al potere del denaro, osservando come questo sia stato in grado di influenzare e distorcere le primarie. I risultati non sono quelli che il partito repubblicano si aspettava. Il disastro sta diventando sempre più chiaro e non ci saranno rimedi semplici e immediati. La vittoria di qualcuno dipenderà dal denaro. Occorre un terzo partito forte o una società civile solida che possa fare le riforme.
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FONTE: http://www.linkiesta.it/stiglitz

Sabato scorso il Times ha riferito su un fenomeno apparentemente in crescita in Europa: “il suicidio da crisi economica”, persone che perdono la vita per disperazione dovuta a disoccupazione e fallimento. E’ una storia straziante. Ma sono sicuro che non sono stato l’unico lettore, in particolare tra gli economisti, a chiedersi se la storia più grande non riguardi tanto i singoli individui quanto la determinazione apparente dei leaders Europei a un suicidio economico del continente nel suo complesso.
Solo pochi mesi fa avevo qualche speranza per l’Europa. Vi ricorderete che alla fine dello scorso autunno l’Europa sembrava essere sull’orlo del tracollo finanziario, ma la Banca Centrale Europea, la controparte Europea della Fed, è venuta in soccorso del continente. Ha offerto alle banche Europee linee di credito aperte, se portavano a garanzia i bonds dei governi Europei; questo ha sostenuto direttamente le banche ed indirettamente i governi, ed ha messo fine al panico.
La domanda allora era se questa azione coraggiosa e efficace rappresentava l’inizio di un ripensamento più ampio, se i leaders Europei avrebbero utilizzato questo respiro concesso dalla banca per riconsiderare in primo luogo le questioni politiche che avevano portato la situazione a precipitare.
Ma non l’hanno fatto. Invece, hanno raddoppiato le loro idee e politiche fallimentari. E sta diventando sempre più difficile credere che qualcosa li possa indurre a cambiare rotta.
Si consideri la situazione in Spagna, che ora è l’epicentro della crisi. Non si parla di recessione, la Spagna è in piena depressione, con un tasso di disoccupazione globale al 23,6 per cento, paragonabile all’America nel fondo della Grande Depressione, e il tasso di disoccupazione giovanile superiore al 50 per cento. Non può andare avanti – e il segno che non può andare avanti è che i rendimenti dei bonds spagnoli crescono.
In un certo senso, non importa come la Spagna sia arrivata a questo punto – ma per quello che vale, la storia Spagnola non ha alcuna somiglianza con le storielle morali così popolari tra i funzionari Europei, soprattutto in Germania. La Spagna non era fiscalmente in disordine – alla vigilia della crisi aveva un basso debito e un avanzo di bilancio. Purtroppo, aveva anche una enorme bolla immobiliare, una bolla resa possibile in gran parte dagli enormi prestiti delle banche Tedesche alle loro controparti Spagnole. Quando la bolla è scoppiata, l’economia Spagnola è stata lasciata a bocca asciutta; i problemi fiscali della Spagna sono una conseguenza della depressione, non la causa.
Tuttavia, la prescrizione proveniente da Berlino e Francoforte, sì, avete indovinato, è una maggiore austerità fiscale.
Questo è, per non usare mezzi termini, una cosa folle. L’Europa ha avuto diversi anni di esperienza con duri programmi di austerità, ed i risultati sono esattamente ciò che gli studiosi di storia avevano detto che sarebbe successo: questi programmi spingono le economie depresse ancor più nella depressione. E perché gli investitori guardano allo stato dell’economia di un paese nel valutare la sua capacità di ripagare il debito, i programmi di austerità non hanno nemmeno funzionato come modo per ridurre gli oneri finanziari.
Qual è l’alternativa? Ebbene, negli anni ’30 – un’era che l’Europa moderna sta iniziando a replicare in maniera sempre più fedele – la condizione essenziale per il recupero era l’uscita dal gold standard. La mossa equivalente adesso sarebbe l’uscita dall’euro, e il ritorno alle valute nazionali. Direte che questo è inconcepibile, e davvero sarebbe un evento estremamente distruttivo, sia economicamente che politicamente. Ma, proseguire sulla strada attuale, imponendo sempre più severe austerità a dei paesi che stanno già soffrendo una disoccupazione da grande depressione, è questo che è veramente inconcepibile.
Quindi, se i leaders Europei volessero davvero salvare l’euro sarebbero alla ricerca di un percorso alternativo. E questa alternativa è in realtà abbastanza chiara. Il continente ha bisogno di politiche monetarie più espansive, sotto forma di una volontà – una volontà annunciata – da parte della Banca Centrale Europea di accettare un’inflazione leggermente più elevata; ha bisogno di politiche fiscali più espansive, sotto forma di programmi di bilancio in Germania, che compensino l’austerità in Spagna e nelle altre nazioni in difficoltà nella periferia del continente, piuttosto che rafforzarla. Anche con tali politiche, le nazioni periferiche si troverebbero ad affrontare anni di tempi duri. Ma almeno ci sarebbe qualche speranza di ripresa.
Quello che stiamo vedendo in realtà, tuttavia, è completa mancanza di flessibilità. Nel mese di marzo, i leaders Europei hanno firmato un patto fiscale che in effetti vincola all’austerità fiscale come la risposta a qualsiasi e tutti i problemi. Nel frattempo, i principali funzionari presso la banca centrale stanno a sottolineare la volontà della banca di alzare i tassi al minimo accenno di rialzo dell’inflazione.
Quindi è difficile evitare un senso di disperazione. Piuttosto che ammettere che hanno sbagliato, i leaders Europei sembrano decisi a guidare la loro economia – e la loro società – verso una scogliera. E il mondo intero pagherà il prezzo.
Fonte: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10175
Versione originale:
Paul Krugman
Fonte: www.nytimes.com
Link: http://www.nytimes.com/2012/04/16/opinion/krugman-europes-economic-suicide.html?_r=1&hp
15.04.2012

L’Apocalisse ? In Italia una catastrofe finanziaria è da ieri garantita nella Costituzione stessa


..il Senato ha approvato in seconda lettura e con la maggioranza dei due terzi dei parlamentari (dunque senza richiedere un referendum confermativo) la legge che introduce nella nostra Costituzione l’obbligo del bilancio in pareggio. A distanza di meno di 24 ore il governo ha varato il Documento di Economia e Finanza (Def) che sancisce che l’obiettivo del pareggio di bilancio non verrà raggiunto nel 2013, come il nostro Paese si era impegnato a livello europeo, ma nel 2015…


Imporre per legge, nella Costituzione addirittura, che lo stato spenda di meno di quello che incassa e includendo nelle spese anche circa 70 miliardi di euro l’anno di interessi, è simile come soluzione a cercare di fermare un autobus che abbia rotto il freno buttando gente sotto le sue ruote. La nostra Costituzione da ieri contiene l’harakiri economico. Non è un modo colorito di esprimerssi, vedi la notizia di due giorni fa (“Non trovo lavoro»: a 20 anni fa harakiri”). Negli anni ’60, ’70 e ’80 non succedeva. (” L’Italia non deve finire come la Grecia. Dove “1.725 persone si sono tolte la vita negli ultimi due anni per la disperazione”..)
L’Elite Globale finanziaria che ha in mano i mass media ha deciso di sacrificare qualche milione di italiani, spagnoli, greci, portoghesi perchè pensa che poi ci sono decine di milioni di cinesi, indiani, turchi, indonesiani…per sostituirli.
Tutto questo è stato spiegato con alcune dozzine di pezzi qui, vedi ad esempio:
Sfatare il Mito del Deficit
La Trappola del Debito
Fissarsi sulla differenza tra spese dello stato e tasse, un numero che è solo il 3 o 6% del PIL e totalmente irrilevante logicamente, è assurdo e demenziale. E’ una credenza come quella degli aztechi, maya e inca che se non facevi sacrifici umani il raccolto sarebbe stato un disastro, come quelle nei vaticini degli oracoli greci, negli elfi, nelle streghe, nella terra che gira intorno al sole. Il succo è semplice: ad un Deficit o Passivo dello stato corrisponde sempre un Surplus o Attivo delle famiglie e imprese e viceversa. Per cui ora imponi nella Costituzione che famiglie e imprese siano in aggregato in deficit, questo mentre le banche riducono il credito a tutti e mentre l’euro ci ha mandato in deficit cronico verso l’estero. Risultato: da tutti i lati, fisco, commercio estero e credito il settore privato viene soffocato
In ogni caso, anche senza voler capire come funziona veramente il debito, basta notare che l’Italia ha MENO DEBITO, se guardi al totale (debito di famiglie, imprese, banche e stato) degli altri paesi. Ma anche un bambino dovrebbe capire che dei quattro soggetti economici quello che ha meno problemi a finanziarsi è lo stato. I paesi che dovrebbero essere sotto accusa sono quelli le cui famiglie, imprese e banche sono più indebitate. Invece impongono all’Italia che lo stato d’ora in poi risucchi di tasse molto di più di quello che spende (se tieni conto degli interessi…) per cui automaticamente famiglie e imprese saranno in deficit perchè lo vuole la Costituzione

FONTE: http://cobraf.com/blog/default.php?idr=123468378#123468378