In questa pagina troverai articoli per capire l’MMT, articoli semplici o approfonditi che spiegano la MMT, l’economia, i concetti base o avanzati.

L’economia nazionale ha tre canali dove abbeverarsi, ovvero da dove approvvigionarsi di moneta la cui carenza provoca crisi economica per mancanza di liquidità:
a) il debito pubblico,
b) il debito privato (banche),
c) l’estero.
La riduzione del debito pubblico, come chiesta ancora una volta dal Presidente di Bankitalia Ignazio Visco e come ribadito ad ogni ora dagli editorialisti e politici mainstream, quali conseguenze comporta?
In ultima analisi, a due sole soluzioni (chiamiamole così): o ad un aumento del debito privato (che va poi restituito con gli interessi…), oppure un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni. In assenza di queste due ipotesi, la riduzione del deficit provoca recessioni economiche, e in Italia dovremmo esserne oramai esperti.
Non desiderando il punto b) (aumento debito privato), resta solo c). Come si ottiene c), in una situazione in cui, per ottenere l’obiettivo annunciato, la riduzione del deficit pubblico, si riducono gli investimenti pubblici e di conseguenza non vi è alcun tipo di aiuto esterno al sistema privato per aumentare investimenti e migliorare le tecnologie e la produttività?
Vi sono due strade:
1) una diminuzione del costo del lavoro (già fatto, ma non basta, ovviamente) per ridurre il costo dei prodotti e, contemporaneamente, esportare più di quanto si importa. Questa fu la strada scelta da Monti. La “distruzione della domanda interna”: si consuma meno, l’inflazione diventa deflazione, si importa meno, i prodotti italiani costano meno.
2) aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, nel caso il costo del lavoro non diminuisca e precluda il canale c) in termini di prodotti reali: quindi far arrivare “i soldi” tagliati riducendo debito pubblico attraverso i prestiti di denaro, dall’Italia ma anche dall’estero. Questo avvenne, grosso modo, durante la fase finale del governo Berlusconi. Ovviamente questo punto risente anche dell’azione degli agenti di mercato e delle banche centrali. Ma non vi è dubbio che un aumento delle tasse o una riduzione della spesa, se non garantisce un aumento della quota di entrate dall’estero, si scarica come unica soluzione sull’incremento dei tassi di interesse.
Quindi una riduzione dei deficit, che avviene soltanto tramite una combinazione recessiva di aumento tasse o diminuzione spesa pubblica, può portare solo a: a) recessione; b) riduzione salari e stipendi; c) aumento dei tassi di interesse sul debito.
Altre soluzioni?, dirà il lettore più malizioso.
Alcune sono vietate dai Trattati Europei, alcune non sono gradite a stati europei molto potenti (tipo la Germania). Per questo sono quasi impossibili da applicare. Soltanto per un motivo politico, non tecnico né naturale.
Ad esempio la Bce o comunque l’Unione Europea potrebbe finanziare un piano di investimenti in grado di rilanciare in breve l’economia europea o italiana, garantendo questi prestiti tramite la Bce senza dunque obbligo di restituzione; ad esempio la Bce potrebbe diventare un prestatore di ultima istanza sul debito, calmierandone gli interessi; ad esempio non obbligando l’Italia al venturo pareggio di bilancio ma garantendole una libertà di bilancio in grado di avvicinare la società italiana a quanto prescritto già negli articoli fondamentali della nostra Costituzione.
Potremmo continuare a lungo. Non vi piace? Vi resta la soluzione prevista da Visco, con le conseguenze descritte.

di Marco Cavedon
fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/macron_lepen.html
Il 7 maggio 2017 si sono concluse in Francia le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, che purtroppo hanno visto trionfare al ballottaggio il “centrista” Emmanuel Macron (fondatore del movimento “En Marche!”) contro Marine Le Pen, leader del partito sovranista Front National, con un consenso del 66,1% contro il 33,9% dell’avversaria.
Inutile sottolineare il clima in cui si è svolta questa tornata, con media completamente schierati dalla parte di Macron, continue violenze (anche il giorno stesso delle elezioni) da parte dell’estrema sinistra (la stessa che ora si lamenta della vittoria del cattivo ex banchiere a servizio delle finanza) e la continua propaganda mistificatoria e bugiarda da parte dei maggiori partiti politici del mondo occidentale e dei tecnocrati di Bruxelles.
Le Pen è stata descritta come la cattiva, brutta, populista e fascista che avrebbe distrutto l’Europa e portato il mondo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale, dipinta così proprio da coloro che quotidianamente si riempiono la bocca di diritti umani, senza magari mai aver letto cosa sta scritto all’articolo 1 comma 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’ONU.
 
Difesa della laicità dello stato, contrasto alle politiche neoliberiste basate sull’arricchimento delle elites finanziarie a scapito del 99% della popolazione, protezione della propria economia, regolazione e non blocco totale dell’immigrazione, rifiuto delle politiche di austerità…accidenti, il fascismo a quanto pare non è più quello di una volta, non c’è proprio più religione.
E se veniamo adesso alle posizioni di Macron, il bel ragazzotto trentanovenne descritto come il benefattore e il democratico per eccellenza, capiamo come non esiste più nemmeno la sinistra di una volta a quanto pare, addirittura l’amicizia con il “demone” degli Stati Uniti “causa” di tutti i mali del mondo.
Senza contare poi le dichiarazioni alquanto infelici proferite nei confronti dei ceti più deboli, come quelle riportate da Adriano Segatori, psichiatra e membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, in base alle quali gli operai sarebbero degli “illetterati” e i minatori dei “tabagisti alcolizzati”.
Per proseguire con altre notizie (che certamente i media molto “pluralisti” e molto “corretti” comunque vi avranno già fornito), vediamo anche le posizioni di Macron circa integralismo islamico ed identità del popolo francese (che in teoria dovrebbe comunque difendere visto che si definisce patriota; ma invece come vedremo tra breve ne nega addirittura l’esistenza).
Il 6 Aprile, durante la campagna presidenziale, la professoressa Barbara Lefebvre, autrice di libri sull’islamismo, rivelò al pubblico della trasmissione L’Emission Politique su France2 la presenza nel gruppo della campagna di Macron di Mohamed Saou, che pubblicò su twitter la classica frase islamista “Non sono Charlie”. Prevedendo un potenziale scandalo, Macron licenziò Saou ma il 14 aprile, invitato su Beur FM, una stazione radio musulmana francese, affermò che “lui (Saou) fece un paio di cose un po’ radicali, ma tuttavia Mohamed è un bravo ragazzo”.
E’ un caso isolato quello di Saou? Nient’affatto. Il 28 aprile Mohamed Louizi, autore del libro “Perché ho lasciato la Fratellanza Musulmana”, rilasciò un dettagliato articolo su Facebook (vedi qui) in cui, riportando nomi e date, spiegò come il movimento politico di Macron fosse largamente infiltrato da militanti dei Fratelli Musulmani.
Il 22 febbraio, visitando degli espatriati francesi a Londra, Macron disse “La cultura francese non esiste”. In altre parole, sul territorio francese, la cultura e le tradizioni francesi non hanno maggiore rilevanza rispetto altre. Lo stesso giorno a Londra addirittura arrivò a negare l’esistenza dell’arte francese.
Ecco quindi l’atteggiamento mondialista e relativista che produce alienazione e sradicamento, negando l’esistenza di diverse culture e delle identità dei popoli ed arrivando pertanto a negare il loro stesso diritto di esistere. Chissà parallelamente cosa accadrebbe se al giorno d’oggi un occidentale facesse gli stessi discorsi nei riguardi di un popolo del terzo mondo, negando il suo diritto ad essere pienamente se stesso in casa propria. Per ulteriori informazioni leggi qui.
Ma veniamo ora alla parte che più ci interessa nell’ambito dell’attività della nostra associazione, ossia quella economica e lo facciamo guardano quali sono i punti salienti del programma di Macron:
–                     Riduzione delle imposte che arriverà ad essere di 20 miliardi all’anno alla fine del quinquennio presidenziale.
–                     50 miliardi di investimenti pubblici in 5 anni.
Ma dove li troverà i soldi per fare tutte queste “belle” cose ? E’ presto detto:
–                     Riduzione della spesa pubblica di 60 miliardi all’anno in 5 anni, di cui 25 miliardi all’anno saranno tagli al sociale (assicurazioni sanitarie e sulla disoccupazione), altri 25 deriveranno dal taglio del personale dell’apparato statale (ben 120.000 licenziamenti in 5 anni), altri 10 deriveranno da tagli alle amministrazioni locali.
–                     Rigoroso mantenimento della soglia deficit/PIL sotto il 3% per tutto il quinquennio fino ad arrivare ad un deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL nel 2022.
–                     Introduzione di ulteriore flessibilità (leggasi precarizzazione) nel mercato del lavoro.
–                     Trasferimento a livello di azienda delle decisioni sulla durata dell’orario di lavoro (mantenendo quella legale a 35 ore).
Si confermano quindi tutte le misure economiche tipiche dell’ideologia neoclassica e neoliberista, che di fatto si basano sulla precarizzazione del lavoro e della tutela del sociale nel nome della competitività globale e vedono lo stato come un’azienda che prima di investire deve risparmiare (e sappiamo bene cosa il risparmio del settore pubblico comporta in macroeconomia) .
Ma non tutta la colpa per l’ascesa al potere di Macron è stata del potere finanziario e mediatico che controllo l’intero mondo occidentale (anche se questa quota di responsabilità rimane comunque quella preponderante, assieme ai cliché legati a concezioni politiche ormai obsolete che non permettono di guardare con obiettività alla realtà del mondo odierno, quali la dicotomia tra fascismo e comunismo).
Una buona parte è dovuta anche per demeriti di Marine Le Pen che, in occasione dell’ultimo confronto televisivo con Macron andato in onda il 3 maggio, si è dimostrata molto efficace nell’imporre i temi e nel sovrastarlo con la sua personalità, mentre nella parte dedicata alle tematiche economiche lo è stata assai di meno.
Molto confuse e per nulla efficaci e coraggiose le idee sull’euro e sulla sovranità monetaria. Le Pen ha parlato solo di un parziale ritorno alla sovranità monetaria mantenendo la circolazione di due monete, “l’euro per le banche e il franco per la gente”. Non molto dissimili le posizioni della nipote Marion Maréchal Le Pen, come testimonia questa intervista pubblicata dalla trasmissione “Piazza Pulita” su “La 7” nella puntata del 4 maggio 2017.
Ben altre sono le cose che si sarebbero dovute dire a tal proposito.
Una Marine Le Pen veramente consapevole delle potenzialità di una moneta fiat sovrana avrebbe saputo ben replicare al candidato “centrista” usando ad esempio i seguenti argomenti:
–                     Una Francia nuovamente sovrana della sua moneta non avrà di fatto alcun limite di spesa. Caro Macron, al posto del tuo “bel” piano di investimenti pubblici di 50 miliardi spalmati in 5 anni io potrò realizzare un intervento molto più ambizioso, anche di più di 50 miliardi ogni anno, in quanto il governo francese sovrano avrà in ogni momento la possibilità di obbligare la banca centrale a finanziare con nuova moneta ogni sua esigenza.
–                     Per far ciò non avrò alcuna necessità di effettuare tagli draconiani ogni anno al welfare come tu invece proponi, anzi, con una nostra moneta sovrana e fuori dal contesto dei trattati internazionali dell’Europa potrò ogni anno sia abbattere le tassazione che innalzare la spesa pubblica, aumentando quindi il deficit per rilanciare la domanda interna, gli investimenti, la produzione industriale di beni e di servizi e l’occupazione, fino ad abbattere completamente disoccupazione, sottoccupazione e povertà.
–                     No caro Macron, la spesa pubblica in deficit, oltre a comportare un pari aumento della ricchezza del settore privato di famiglie ed aziende, non causa alcun problema riguardo la solvibilità del governo. Io potrò indifferentemente decidere di emettere titoli di debito denominati in valuta sovrana oppure finanziare la mia spesa con nuova moneta creata dalla banca centrale. Nel primo caso mi finanzierò presso i mercati e nello stesso tempo aumenterò l’attivo del settore privato che si troverà in mano delle obbligazioni che frutteranno interessi e mai avrò problemi nell’onorare questo debito, in quanto denominato nel nuovo franco unità di conto di cui io ho il monopolio dell’emissione. Nel secondo caso accrediterò direttamente i conti correnti delle aziende che deciderò di pagare per i più svariati interventi pubblici quali creazione e manutenzione di infrastrutture, sanità, polizia, ricerca, istruzione. Creerò quindi maggiore occupazione e pagherò nuovi e dignitosi stipendi che saranno spesi nell’economia reale e alimenteranno consumi, produzione e assunzioni anche nel settore privato. Otterrò ciò anche con un vero e proprio Piano di Lavoro Garantito in settori importanti quali la tutela dell’ambiente e i servizi alle classi sociali più deboli (anziani, malati, bambini, ecc.).
–                     Ancora una volta no caro Macron. Non ci sarà nessuna inflazione derivante dall’aumento della ricchezza del settore privato. L’inflazione si ha quando l’offerta di produzione di beni e servizi non è in grado di reggere la maggiore domanda e questo non è assolutamente il caso dei nostri giorni, in quanto con una disoccupazione del 10%  siamo in una condizione di ampio sottoutilizzo dei fattori produttivi. La spesa a deficit deve rallentare solo quando si è in regime di piena occupazione e quindi una maggiore domanda non sarebbe compensata da maggiore offerta.
–                     Non ci sarà nulla da temere circa il fenomeno della svalutazione. I depositi rimarranno in euro e i cittadini dovranno vendere gli euro alla banca centrale per acquisire il nuovo franco col quale poter pagare le tasse ed effettuare ogni acquisto di beni e servizi. Questo causerà una rivalutazione del franco e non una sua svalutazione ed inoltre porrò subito in essere una forte regolamentazione del settore finanziario, eliminando il settore speculativo parassitario e ponendo forti limiti alla possibilità di vendite allo scoperto (cioè senza possederla veramente) della valuta nazionale sul mercato dei cambi. Problema comunque che all’inizio non ci sarà in quanto il nuovo franco sarà una moneta scarsa e ricercata. E anche se ci dovesse essere svalutazione questo non sarà mai un problema, in quanto ciò renderà appetibili ancora di più le nostre merci per gli acquirenti esteri, che con la loro domanda aumenteranno la produzione e l’occupazione interna fornendoci la loro valuta più forte, che per noi rappresenta un elevato reddito col quale poter finanziare anche le importazioni. Inoltre la correlazione tra svalutazione e inflazione interna è un falso mito, perché sulla determinazione del prezzo finale del bene incidono molti fattori e non solo il costo delle materie prime.
–                     Nulla avrà da temere la Francia anche nell’eventualità (remota) che l’UE ci possa imporre dei dazi sulle esportazioni. La vera ricchezza di ogni nazione progredita è infatti rappresentata in primis dalla domanda interna che io potrò sempre tutelare con la spesa a deficit denominata nel nuovo franco sovrano ed eventuali saldi negativi con l’estero non rappresenteranno mai un problema in tali condizioni, come dimostrano i casi di nazioni del tutto paragonabili come prodotto interno lordo alla nostra o addirittura molto più piccole, quali la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Tutte le osservazioni di cui sopra avrebbero potuto dare a Marine Le Pen molte più chance contro l’avversario. Questo purtroppo però al momento solo nel mondo dei sogni in quando Emmanuel Macron ha vinto e per ben 5 anni sarà libero di combinare i suoi disastri, anche se prima di fornire una valutazione definitiva bisognerebbe vedere quale sarà il risultato delle elezioni legislative di giugno di quest’anno.
Nel frattempo il mio auspicio è che ogni movimento sovranista al cuore e ai giustissimi messaggi di libertà unisca lo studio e la proposta di soluzioni valide ed inattaccabili anche da un punto di vista tecnico ed empirico.

“Ho deciso di diventare attivista perché sentivo il dovere morale, da cittadino e partigiano quale mi sento, di dare il mio piccolo contributo politico mediante un concreto attivismo civile. E in virtù del fatto che la macroeconomia costituiva e rappresenta una di quelle discipline di carattere sociale che toccano le corde del mio cuore, ho colto l’opportunità di coniugare l’attività di divulgatore-referente economico di una meravigliosa associazione culturale e di approfondire, studiare temi a me appunto molto cari”

di Mario Volpi
Ad oggi abbiamo almeno due certezze:
1) l’unico modo per uscire dalla crisi è quello di aumentare il disavanzo primario
2) tutti i governi italiani, dal 1992 ad oggi, hanno realizzato avanzi primari (ad eccezione del 2009).

anno 1992 – saldo primario +1.9% AVANZO
anno 1993 – saldo primario +2.1% AVANZO
anno 1994 – saldo primario +1.5% AVANZO
anno 1995 – saldo primario +3.9% AVANZO
anno 1996 – saldo primario +4.4% AVANZO
anno 1997 – saldo primario +6.2% AVANZO
anno 1998 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 1999 – saldo primario +4.6% AVANZO
anno 2000 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 2001 – saldo primario +2.7% AVANZO
anno 2002 – saldo primario +2.4% AVANZO
anno 2003 – saldo primario +1.6% AVANZO
anno 2004 – saldo primario + 1% AVANZO
anno 2005 – saldo primario +0.3% AVANZO
anno 2006 – saldo primario +0.9% AVANZO
anno 2007 – saldo primario +3.2% AVANZO
anno 2008 – saldo primario + 2.2% AVANZO
anno 2009 – saldo primario -0.9% DISAVANZO (grazie a DIO!)
anno 2010 – saldo primario 0.0% PAREGGIO
anno 2011 – saldo primario +1.2% AVANZO
anno 2012 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2013 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2014 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2015 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2016 – saldo primario +1.5% AVANZO
Record mondiale di avanzi primari in 24 anni!
Non esistono altri governi al mondo che hanno massacrato in tal misura i propri cittadini e le proprie imprese.
E cosa ci ha chiesto la Commissione europea?
Una correzione di 0.2 punti di Pil… perchè per loro non è abbastanza.
e per il 2017 ed il 2018?
Gli avanzi primari saranno ancora maggiori… scritto nero su bianco nel DEF.

di Marco Doukakis pubblicato su http://lalocomotivaonline.com
La Commissione Europea ha bacchettato nuovamente l’Italia per l’eccessivo deficit pubblico, chiedendo al Governo di ristrutturare lo stesso al fine di ridurre il debito pubblico, unica soluzione per far tornare il paese verso la strada della crescita.[1]
Spesso, infatti ci viene ripetuto che l’enorme peso del debito pubblico gravi sulle spalle delle future generazioni e si sostiene persino che ogni bambino nasca con un debito di oltre 35’000 euro che, una volta diventato adulto, sarà costretto a dover ripagare.
L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di dimostrare empiricamente che il debito pubblico non solo non risulti essere un fenomeno che comprometta la crescita, la stabilità e lo sviluppo di un paese, bensì esso rappresenti una risorsa fondamentale per uno Stato che mira a salvaguardare i diritti dei cittadini, ridurre le disuguaglianze sociali e creare prosperità.

DEBITO E DEFICIT

Partendo dai concetti fondamentali, è opportuno far luce sulla distinzione tra debito e deficit (o disavanzo). Quando uno Stato paga lo stipendio di un insegnante o compra un lettino per un ospedale, esso effettua una spesa pubblica. Nel caso in cui, in un determinato arco temporale, questa spesa superi le entrate fiscali si otterrà un deficit pubblico, nel caso contrario un surplus (o avanzo) pubblico. Quindi, se uno Stato registra un deficit pubblico, appunto una spesa pubblica maggiore delle tasse, deve sussistere necessariamente un surplus privato, nel settore composto da famiglie e imprese (come dimostrato dal grafico sottostante).
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Il debito pubblico consiste proprio nella somma di anno in anno dei vari deficit pubblici accumulati dal settore pubblico; infatti, se esiste un debito pubblico, necessariamente deve corrispondere un credito pubblico e quest’ultimo sostanzialmente rappresenta sia l’ammontare delle promesse di pagamento del Governo, sotto forma di titoli del debito pubblico (o titoli di stato), ma anche l’ammontare dei beni e servizi erogati per la collettività.
IL DEFICIT DOPO LA CRISI
Lo scoppio della massiccia bolla speculativa di debito privato dal 2007 ha generato una crisi nel settore privato, portando fallimenti a catena di imprese e facendo schizzare la disoccupazione alle stelle. Diverse furono le reazioni dei vari paesi che, specialmente quelli fuori dall’Eurozona, risposero con ampi deficit pubblici per contrastare la recessione economica.
debito02
La risposta da parte dell’Italia e dell’Eurozona fu totalmente diversa, decidendo, in virtù del rispetto delle regole del Trattato di Maastricht, che prevedono un limite del deficit del 3% sul PIL e del debito pubblico del 60% sul PIL , nonché del Trattato Fiscal Compact e dei molteplici regolamenti comunitari, di rispondere con politiche di austerità, contrariamente alla maggioranza dei paesi del mondo, tagliando la spesa pubblica e incrementando la pressione fiscale, ritenendo che fosse il deficit, quindi il debito pubblico, il primo problema da contrastare.
Effettivamente lo scopo di queste politiche era (ed è tutt’ora) quello di portare l’Eurozona verso la “ripresa”, che sfortunatamente sembra non esserci stata.
debito03

IL GIAPPONE COME “CASUS BELLI”

Attualmente il debito pubblico italiano ammonta a circa il 133% del PIL, il più grande in Europa dopo quello greco, che ammonta al 177% del PIL.
Dall’altra parte del globo pare che non ci si preoccupi più di tanto come nel nostro paese; questo è il caso del Giappone. Il paese del Sol Levante risulta essere ad oggi l’economia con il più alto debito pubblico al mondo, pari a circa il 230% sul PIL, accumulando di anno in anno persistenti deficit pubblici, pagando tuttavia tassi d’interesse sul debito del tutto irrisori, addirittura in territorio negativo, con una disoccupazione al 3% della forza lavoro; nonostante ciò, pur non riuscendo a uscire dalla gabbia della deflazione (checché se ne dica della spesa pubblica che generi ondate di inflazione).
Una delle critiche più frequenti, riguardo questa asimmetria tra debito e interessi, ruota attorno all’errata convinzione che l’enorme debito pubblico nipponico sia quasi interamente in mano ai cittadini giapponesi.
Questa spiegazione non risulta essere la causa, bensì la conseguenza che bassi tassi d’interesse non stimolino gli investitori internazionali ad acquistare titoli di stato nipponici, essendo la Bank of Japan, anziché il mercato, a influenzare il “costo del debito” manovrando i tassi d’interesse al ribasso (oggi volutamente stabiliti allo 0%).[2]
Detto ciò, la sostenibilità del debito pubblico giapponese non deriva dal fatto che sia detenuto dai cittadini nipponici, ad oggi smentita totalmente dai fatti, ma che esso venga garantito dalla propria banca centrale, che per di più, ne detiene oltre il 40%.
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Come il Giappone, anche gli Stati Uniti sono un paese “con zero probabilità di default”, come spiegato dall’ex capo della FED Alan Greenspan, dal premio nobel Joseph Stiglitz, nonché dall’investitore Warren Buffett. [3]
Stesso discorso vale anche per la Gran Bretagna, la Svezia, l’Australia, la Norvegia, il Canada e tutti quei paesi che hanno una banca centrale che garantisce il debito pubblico dello Stato.
Esso, è bene precisare, non risulta essere l’unico requisito; infatti è necessario che la valuta di un Paese abbia un cambio flessibile, ovvero nessun accordo valutario di cambio fisso, come fu il Gold Standard fino al 1971, il caso dell’Argentina fino al 2001 e dell’Italia stessa dal 1978 al 1992 con il Sistema Monetario Europeo, che provocò l’esplosione della spesa per interessi sul debito.

IL PRINCIPALE RUOLO DELLA BANCA CENTRALE

Storicamente le più antiche banche centrali, come la Bank of England e la Banque de France, furono create proprio per affiancare l’operato del governo e garantire il debito del sovrano. [4]
Pertanto, ancora oggi, il debito pubblico di un Paese non risulta essere un problema per la sua entità, bensì per il suo assetto istituzionale; infatti se esso viene garantito dalla propria banca centrale, il Governo può far fronte a tutti i pagamenti denominati nella stessa valuta che emette.
Tuttavia, questa situazione non è paragonabile alla realtà dell’Eurozona, essendo la Banca Centrale Europea, per statuto, non obbligata a garantire i debiti pubblici dei singoli paesi dell’Euro, lasciando quest’ultimi nelle fauci dei mercati dei capitali, non potendo nemmeno influenzare il costo di ogni singolo centesimo preso in prestito.
Infatti, già nel 1992, l’economista britannico Wynne Godley delineò profeticamente le inevitabili conseguenze della cattiva impostazione dell’Eurozona:
“Se un Governo non ha la propria Banca Centrale la
quale può creare denaro liberamente, i suoi utilizzatori
(spenditori) possono essere finanziati solo attraverso il
prestito nel libero mercato in competizione con le
imprese, e questo può risultare eccessivamente caro o
addirittura impossibile, particolarmente quando si è in
condizione di estrema emergenza; il pericolo, allora, è
che le restrizioni di bilancio alle quali i Governi sono
singolarmente impegnati faranno conoscere una
tendenza disinflazionistica che chiuderà l’Europa in
blocco in una depressione senza potere di ripresa”.
[5]
La “crisi degli spread”, che portò gli interessi sul debito pubblico dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) alle stelle, altro non fu che il risultato di questa anomalia. Non furono nemmeno necessarie le “riforme” dei singoli governi a ridurre il costo del debito , bensì fu semplicemente l’intervento della BCE a Luglio del 2012, con la celeberrima frase di Mario Draghi “whatever it takes to preserve the Euro”, che bastò a far calmierare i mercati e ad abbassare i tassi d’interesse sul debito.
È opportuno evidenziare che la BCE sia alla fine intervenuta indirettamente, anche se in ritardo, ad alleggerire il peso dei debiti con politiche monetarie espansive, ma rimane comunque l’impossibilità di attuare politiche fiscali espansive, tramite maggiori deficit.

UN VENTENNIO DI SACRIFICI

Volendo dare uno sguardo al deficit primario, il deficit pubblico scorporato dalla spesa per interessi sul debito, l’Italia risulta essere il paese dell’Eurozona che più di tutti ha accumulato persistenti avanzi primari, comprimendo notevolmente la spesa pubblica e aumentando le tasse alle famiglie e alle imprese.
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Ogni accumulo di 1 punto percentuale di avanzo primario genera un effetto recessivo di oltre 2.8 punti percentuali in termini di PIL, come confermato dall’economista Paul De Grauwe[6], facendo aumentare il debito pubblico sul PIL più che proporzionalmente (questo meccanismo è chiamato “moltiplicatore fiscale”).
Il risultato è che le politiche di austerità sono risultate essere fallimentari persino per contenere i bilanci pubblici.
Per oltre venti anni, con il “mantra delle riforme”, sono state implementate scellerate politiche di privatizzazioni di asset pubblici, di compressione degli stipendi dei lavoratori, di tagli ai servizi essenziali della cittadinanza e di ridimensionamento dei bilanci pubblici, limitando notevolmente l’intervento pubblico nell’economia reale.
Sebbene siano state prese queste decisioni politiche, già nel 1995 il premio nobel William Vickrey spiegò l’assurdità dei sacrifici:
“I deficit sembrano rappresentare una spesa
dissoluta e peccaminosa a scapito delle
generazioni future che saranno lasciate con una
dotazione più piccola di capitale investito.
Questa fallacia sembra derivare da una falsa
analogia sull’indebitamento da parte degli
individui. La realtà attuale è quasi l’esatto
opposto. I deficit incrementano il reddito netto
disponibile degli individui. Questo potere
d’acquisto aggiuntivo, una volta speso, finisce ai
mercati per la produzione privata, inducendo i
produttori a investire in capacità aggiuntiva degli
impianti, che formeranno parte del patrimonio
reale del futuro. Questo va aggiunto a qualsiasi
pubblico investimento effettuato in
infrastrutture, istruzione, ricerca, e simili”. [7]
Infine la presunta convinzione che lo Stato si debba comportare come un’azienda (o come un buon padre di famiglia) e la continua retorica dell’irresponsabilità cadono in contraddizione con il fatto che il mancato investimento di oggi da parte del settore pubblico, lascia una minore dotazione di ricchezza reale alle future generazioni un domani.


[1]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-22/la-commissione-ue-conferma-debito-entro-aprile-l-italia-deve-adottare-soluzioni-credibili-115554.shtml?uuid=AENQC9a
[2] https://www.ft.com/content/9c119e4a-fdab-11e6-8d8e-a5e3738f9ae4
[3] https://www.youtube.com/watch?v=HYXASbjErx0
[4] http://www.bankofengland.co.uk/about/Pages/history/default.aspx
[5] Wynne Godley, Cambridge University, 1992
[6] http://www.tpi.it/mondo/grecia/euro-pro-contro-intervista-de-grauwe
[7] William Vickrey (premio Nobel 1996), in Fifteen Fatal Fallacies of Financial Fundamentalism, 1996

Da SienaNews di Maria Luisa Visone
 
A 60 anni di vita dell’atto di nascita dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 siglavano la determinazione a costruire un mercato comune in Europa e un’unione sempre più stretta tra i popoli europei, molte contraddizioni emergono oggi. Contraddizioni che si esprimono in numeri economici, sui quali diverse possono essere le interpretazioni.
Il settore bancario è l’emblema dello stato di salute dell’UE, rispondendo a quel passaggio, non ancora concluso, di realizzare l’Unione bancaria, resasi necessaria, a seguito della crisi finanziaria che ancora persiste. Mentre è sempre in discussione l’EDIS (sistema europeo di garanzia dei depositi), meccanismo prudenziale il cui obiettivo è affiancarsi ai sistemi nazionali per restituire un livello più elevato di tutele patrimoniali in caso di dissesto degli enti creditizi, il dibattito si sposta sul tema dell’integrazione.
Cito l’EDIS, per la finalità a tendere, che è quella di coprire l’intero ammontare dei bisogni di liquidità e delle perdite sopportate dagli schemi nazionali, in caso di risoluzione delle banche. In sostanza, si mettono in comune le risorse in maniera preventiva per darne beneficio, in caso di necessità, al singolo. Il meccanismo vale per coloro che fanno parte dell’Unione bancaria, proprio perché l’obiettivo è ridurre l’asimmetria tra gli schemi nazionali e lo schema comunitario. Integrarli, quindi.
Ma se di asimmetria trattasi, prende sempre più forza l’opinione che l’applicazione degli stress test per le banche europee, abbia visto parametri non uniformi nel tempo. Già ad ottobre dell’anno scorso il Financial Times evidenziava differenze di applicazione nei criteri, a favore di uno degli istituti tedeschi più importanti. A Siena, le indicazioni perentorie della Bce di liberarsi in tempi brevi degli NPL, non hanno condotto certo all’esito di creare migliori condizioni per affrontare il pericolo di probabili scenari avversi.
Dai numeri, tuttavia, possiamo apprendere.
Gli ultimi dati ci raccontano di un aumento delle passività di bilancio detenute dalla Bundesbank del +487% da gennaio dell’anno scorso a febbraio di quest’anno, a testimonianza della percezione di solidità del sistema bancario che caratterizza i depositi. Nella classifica del maggior ammontare di depositi esteri, alla Germania, seguono Francia e Olanda.
In Gran Bretagna si è appena registrato il livello più basso, dal 1975, di coloro che sono in cerca di lavoro e chiedono sussidi da parte dello Stato, smentendo, per ora, le previsioni pessimistiche collegate alla Brexit.
La Spagna, nel 2016, con un deficit di circa il 4,6% (ben al di sopra del 3%) ha registrato una crescita del PIL quasi doppia rispetto alla media europea. In sintesi, il deficit ha favorito la sua ripresa economica.
Se avanza la percezione che aver ceduto sovranità a Bruxelles non è bastato per creare vera integrazione, dipende dalle differenze che esistono, di fatto, nei diversi Paesi.
Le due velocità e l’ulteriore cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali, annunciate come soluzione per raggiungere lo stesso obiettivo in tempi diversi, francamente, non mi convincono.

Durante l’assemblea straordinaria del 14 gennaio 2017 l’associazione ME MMT ITALIA ha deliberato all’unanimità:
1) La nuova denominazione ufficiale MMT ITALIA;
2) L’art. 2 Principi e finalità di seguito integralmente riportato.

Articolo 2
Principi e finalità

2.1. L’associazione non ha scopo di lucro e nasce al fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, nel pieno rispetto delle libertà e dignità degli associati, secondo principi di democrazia, uguaglianza ed equità.

Scopo dell’associazione è coordinare e supportare le singole associazioni aderenti ed eventuali altre associazioni che condividano i medesimi obiettivi.
I punti fondamentali che caratterizzano l’attività dell’associazione sono i seguenti:
1. Lo studio, la promozione e la diffusione dei contenuti della scuola economica denominata Modern Money Theory (in seguito MMT), così come elaborata e sviluppata dall’economista Warren Bruce Mosler e da altri economisti MMT riconosciuti come tali a livello internazionale.
2. A tal fine l’associazione si rifà alla radicalità ed alla piena applicazione del messaggio emerso nel corso dei meeting tenuti a Rimini nel 2012 in seguito ai quali è iniziato il processo di divulgazione sul territorio nazionale della MMT con il contributo degli economisti Warren Mosler, Mathew Forstater, Alain Parguez e del giornalista Paolo Barnard.
3. L’associazione crede che solo l’applicazione di politiche di piena occupazione, stabilità dei prezzi, piena realizzazione dello stato sociale, nel rispetto della democrazia e della libertà dei popoli, possano contribuire allo sviluppo armonioso dell’umanità verso forme di convivenza pacifica, costruttiva e solidale, al fine anche di progredire verso un futuro sostenibile, possibile solo con la revisione dell’attuale modello capitalista che a sua volta è possibile solo riconoscendo il ruolo dello Stato a moneta sovrana, che per definizione non ha la necessità di perseguire le logiche di profitto dell’ideologia economica neoclassica e neoliberista.
4. L’associazione promuove la piena applicazione dei principi fondamentali della Costituzione Italiana del 1948 e difende il pieno diritto del popolo italiano all’autodeterminazione e al benessere economico e sociale.
5. L’associazione promuove la realizzazione di studi e documentazione di supporto, incontri, seminari, manifestazioni, prodotti editoriali e multimediali e ogni altra attività che abbia lo scopo di diffondere ed applicare la MMT, nel rispetto delle disposizioni del presente statuto.

di Pier Paolo Flammini, pubblicato su La Voce di Romagna
In una scuola ci sono 98 bicchieri d’acqua per 100 bimbi. Durante la ricreazione tutti si recano alla mensa per bere, ma in due restano senza acqua. “Dovete essere più veloci degli altri, così berrete anche voi” li sgrida la maestra. I due bimbi si allenano, corrono, si esercitano: e il giorno dopo riescono a bere. Tuttavia ne restano altri due che rimangono a loro volta senza acqua, e la maestra li sgrida. Così anche loro si allenano. E il giorno dopo bevono; eppure altri due bambini restano senza bicchiere.
La maestra e il preside, assieme ai genitori che protestano, si interrogano e arrivano ad una soluzione: “I bimbi devono essere bravi ed allenati. Se tutti si alleneranno, avranno da bere: è impossibile che i bambini allenati non raccolgano quanto meritino”.
Tutti gli alunni diventano bravissimi nella corsa. Eppure ce ne sono sempre due che non riescono a bere. Così cresce l’aggressività nel momento della ricreazione, con spinte, calci, sgambetti, minacce. Il preside è interdetto: tutti si applicano al massimo persino disobbedendo alla legge, ma resta sempre qualche alunno insoddisfatto.
Basterebbe aprire il rubinetto e riempire altri due bicchieri d’acqua, ma le regole del Provveditorato lo vietano. Nessuno sa perché: pensano tutti che se così si è deciso, così è giusto.
Questa piccola storia è una metafora del funzionamento del sistema capitalistico liberista: gli alunni sono i lavoratori e i piccoli imprenditori ai quali si richiede di migliorare (riforme strutturali), i due bimbi senza bicchiere sono i disoccupati, la maestra è lo Stato italiano, il Preside la Commissione Europea, il Provveditorato la Bce.
Sarebbe sufficiente ampliare un po’ la base monetaria (l’acqua, la liquidità) per non avere più disoccupati, ovvero bambini senza bicchieri d’acqua. Si costruirebbe una scuola più solidale e armoniosa e meno aggressiva.

Fonte: http://www.perugiaonline.net/societa/lavoro-transitorio-garantito-la-proposta-di-warren-mosler-40311/#
Autore: Alessandro Catanzaro
“Sono stato a Pompei qualche anno fa e la guida turistica mostrò al nostro gruppo un’antica moneta. Ci disse che lo Stato romano raccoglieva le monete con le tasse e grazie a queste pagava i servizi ai cittadini. Al che io obiettai che succedeva l’esatto contrario: lo Stato prima pagava i servizi e poi tassava. La guida non era convinta. Allora chiesi chi fosse a coniare le monete. La guida mi rispose che era lo Stato, e subito se ne andò via”
L’incontro Comincia con un aneddoto l’esposizione di Warren Mosler, l’economista statunitense fondatore della Mosler Economics-Modern Money Theory, invitato ieri (sabato 25 febbraio) alla Sala dei Notari dal Movimento 5 Stelle. È stata l’occasione per parlare del report sulle politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che verrà presentato la prossima settimana in Commissione Occupazione e Affari Sociali al Parlamento Europeo. Tale report è stato commissionato dal M5s Europa, tramite il gruppo Efdd, alla Fef Academy, che gravita sempre nell’orbita Me-Mmt. Durante l’incontro, Mosler ha avuto poi modo di far conoscere al pubblico la sua teoria economica, soffermandosi in particolare sui piani di lavoro transitorio garantito. Accanto a lui sedevano il suo collaboratore italiano Daniele Della Bona (che ha contribuito alla stesura del report insieme a Giacomo Bracci), la europarlamentare umbra del M5s Laura Agea, la deputata Tiziana Ciprini e la consigliera comunale Cristina Rosetti. Abbiamo avuto modo di parlare con i primi tre delle questioni oggetto del dibattito e non solo.
Intervista a Warren Mosler
Qual è la differenza tra la Sua idea e la nozione di reddito minimo garantito?
Quest’ultimo, nella sua formulazione di base, è slegato dal lavoro. Se le persone non lavorano, non producono: il rischio in questo modo è di causare iperinflazione, perché la ricchezza creata non corrisponde ad un aumento dei beni e servizi disponibili.
I piani di lavoro transitorio garantito come funzionerebbero invece?
In un momento di forte disoccupazione come quello attuale, il settore privato non riesce ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile. Ecco perché creare dei piani pubblici, finanziati con risorse provenienti dalla banca centrale, che diano un lavoro temporaneo ai disoccupati, garantendo loro un salario minimo. Questo per consentire alle persone di recuperare potere d’acquisto e all’economia di ripartire. Create queste condizioni, avverrà poi la graduale transizione di questi lavoratori dal settore pubblico a quello privato. Per permettere tutto ciò c’è però bisogno di spesa a deficit.
Ritiene che una misura del genere sia applicabile nell’Europa attuale, estremamente attenta alla tenuta dei conti?
Questo programma non andrebbe contro i valori fondanti dell’Unione Europea. Il principale compito che ha la Banca Centrale Europea è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e la mia proposta va proprio in questo senso, dato che combatte tanto l’inflazione quanto la deflazione. Semmai, il problema è di ordine politico.
Intervista a Daniele Della Bona
La Me-Mmt, nata negli Stati Uniti, ha avuto una grande diffusione in Italia. C’è qualche ragione particolare?
Tutto è dovuto all’impegno, qualche anno fa, di un giornalista, Paolo Barnard, e insieme a lui di alcuni attivisti. Da lì si sono creati dei gruppi di promozione e quindi delle associazioni. Queste idee hanno attecchito insomma, anche se Barnard ormai si è distaccato dai gruppi. Ma gli scritti di Mosler stanno via via venendo tradotti in varie lingue (l’ultima in ordine di tempo è il danese), segno che l’interesse è diffuso.
Ci sono altre forze politiche con cui state dialogando, oltre che col M5s?
In Italia non siamo mai andati oltre gli abboccamenti con singoli esponenti di vari partiti, nulla che si sia poi concretizzato. Invece, si è appena aperto un discorso in Spagna con Izquierda Unida: ci hanno fatto un endorsement pubblico e hanno invitato Warren a parlare nel paese iberico.
Intervista a Laura Agea
Mosler parla di piani di lavoro transitorio, che è cosa diversa dal reddito di cittadinanza. Voi puntate sempre su quest’ultimo?
Sì, ma siamo pronti a valutare ogni proposta che punti a redistribuire la ricchezza. Un quarto della popolazione europea è sotto la soglia di povertà: questa cosa non è tollerabile. Ecco perché abbiamo preso contatti con diversi esperti che condividono con noi una visione di un certo tipo, incluso Mosler. Faremo un approfondimento sui piani di lavoro transitorio garantito: è il metodo a 5 stelle. E questo metodo ci servirà qualora dovessimo arrivare al governo, cosa che ci auguriamo.
 Se ciò dovesse accadere, lancereste l’annunciato referendum consultivo sull’euro?
Sì, ma anche qui non parliamo solo di euro, ma di politiche economiche. Quelle fin qui dominanti, impostate sulla stabilità non danno ossigeno al Paese: sono loro a creare le difficoltà, prima ancora che l’euro. Inoltre, c’è una concorrenza sleale all’interno della Ue, con gli Stati che si danneggiano vicendevolmente. A ciò dobbiamo aggiungere le pressioni esterne che subiamo, come avvenuto con l’approvazione del Ceta o nel dibattito sulla concessione dello status di economia di mercato alla Cina. Qui, è il paradigma a dover cambiare.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Nel rispetto della volontà popolare che ha espresso, con la vittoria del No al referendum, la difesa della nostra Costituzione, comincia una serie di appuntamenti con l’intento di divulgare concetti fondamentali in maniera semplice e accessibile. Conosceremo e comprenderemo gli ostacoli che oggi impediscono l’attuazione della parte economica della Costituzione italiana del ‘48.
 
Articolo 47
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme…
 
Incoraggiare il risparmio
Per il cittadino, risparmiare, significa non spendere oggi una parte del reddito e accantonarla; in realtà nel suo pensiero c’è già insita la funzione del risparmio. In economia il risparmio è dato dalla differenza tra reddito e consumo; rappresenta l’eccesso di entrata sull’uscita, sempre che il reddito sia sufficiente a coprire le spese. Lo scopo del sacrificio di oggi è il bisogno futuro. Di fatto ci sembra scorgere questo nella parola incoraggia dell’articolo 47 della Costituzione: il passaggio ad una cultura orientata al futuro, all’agire affinché la parte accantonata ogni anno come flusso, si trasformi nel tempo in stock di ricchezza.
La Repubblica è l’Italia, sono i suoi organi costituzionali democratici, “responsabili” nella carta costituzionale di spronare e tutelare il risparmio, così come di promuovere le condizioni, per l’esercizio del diritto al lavoro. Perché il lavoro è anche un dovere: lavorare per contribuire al progresso materiale e spirituale della società (articolo 4).
Creare le condizioni per il lavoro, poi, genera risparmio, grazie alle entrate derivanti dall’occupazione.
Sia risparmiare che contribuire alla società con il lavoro sono comportamenti virtuosi. Le azioni di Parlamento e Governo, strumenti della sovranità popolare, nell’osservare principi e limiti costituzionali, camminano costantemente accanto al cittadino in questa direzione.
 
I saldi settoriali e la Costituzione
Il cittadino, insieme alle imprese, appartiene al settore privato e interagisce con il settore pubblico (Stato) e con il settore estero. L’analisi macroeconomica utilizza lo strumento dei saldi settoriali per evidenziare la differenza tra entrate e uscite dei tre settori; se il saldo di un settore è positivo si determina un risparmio (surplus); se è negativo, un indebitamento netto (deficit). L’interazione tra i diversi settori conduce all’identità contabile per cui la somma dei saldi è sempre uguale a 0. In altre parole, almeno uno dei settori deve indebitarsi per rendere valida l’uguaglianza. Se il saldo dello Stato è in deficit, il suo deficit non è altro che la differenza tra le entrate, rappresentate in buona parte dalle tasse versate dai cittadini, e le spese; ad esempio la costruzione di una scuola o il pagamento di stipendi del pubblico impiego. In sostanza, il risparmio nel settore privato aumenta in corrispondenza di un saldo in deficit del settore pubblico.
Mettendo in relazione l’identità contabile dei saldi settoriali con il principio costituzionale incoraggiare il risparmio, possiamo dedurre che la condizione necessaria per attuare il dettato costituzionale, è che lo Stato possa spendere di più di quanto incassa, favorendo, così, il risparmio dei cittadini.
Ma può oggi lo Stato incentivare il risparmio? Di fatto no, dal momento che l’art.3 del Fiscal Compact prevede che le parti contraenti applicano la regola che “in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea: la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”. Necessità di pareggio e impossibilità di disavanzo, sancite al nuovo art. 81 della Costituzione, modificato nel 2012.
 
Tutelare il risparmio
Nella tutela del risparmio sancita dalla Costituzione, si riafferma il valore della difesa. Tutelare qualcuno significa proprio proteggerlo, rappresentando i suoi interessi o gestendo i rischi derivanti da una mancata protezione.
Il soggetto da tutelare è il risparmio dei cittadini; i rischi sono rappresentati dall’eventuale mancanza di risparmio o dal non riuscire a preservarlo.  La Repubblica, tutelando il risparmio, rende possibile la creazione di ricchezza.
Nell’intenzione dell’Assemblea Costituente, il riferimento al risparmio è quello legato al concetto lavoristico, al diritto del lavoratore di avere una retribuzione sufficiente in ogni caso a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36).
Il riferimento in tutte le sue forme potrebbe far pensare anche a quella parte di risparmio, trasformata in investimento di natura privatistica, ma, a nostro parere, bisogna evidenziare il concetto di tutela che, nella Costituzione, avvicina il risparmio a strumenti quali depositi su conti correnti e titoli emessi dallo Stato.
 
Il ruolo dello Stato
In osservanza dell’articolo 47, la Repubblica riesce a tutelare il risparmio, evitando che venga aggredito dall’esterno se è depositato in conto corrente o parcheggiato nei Titoli di Stato? Anche in questo caso, la risposta è no.
Da sempre i Titoli di Stato sono considerati sicuri, poiché si ritiene l’emittente, Stato, in grado di adempiere al suo impegno: restituire il prestito e pagare gli interessi nella stessa valuta ricevuta. In uno Stato con potere di emissione monetaria non ci sono ostacoli, sia nell’onorare gli impegni presi, che nell’agire attivamente per la tutela del risparmio. Lo Stato potrà sempre restituire qualsiasi quantitativo di moneta avuta in prestito, perché ne ha il potere di emissione.
Ma il potere di emissione è stato ceduto alla Bce e l’Italia, al pari degli altri paesi dell’Eurozona, riceve la moneta in prestito, finanziandosi sul mercato alla stregua di un privato.
Rispetto alla tutela del risparmio, il cittadino che da sempre deposita il suo denaro in banca affinché sia custodito con la diligenza del buon padre di famiglia, ha appreso che, con il recepimento della direttiva europea sul Bail-in, per importi superiori a 100.000 euro, in caso di dissesto bancario, i suoi soldi concorreranno a ripagare le perdite dell’istituto bancario in default.
 
Gli ostacoli da rimuovere
E’ evidente che la normativa successiva alla Costituzione del ’48 con l’attuazione dei Trattati Europei, è intervenuta sulla parte economica, in contrasto con quanto prescrive l’articolo 47.
Non stupisce, dal momento che l’approccio è completamente diverso.
Nell’Eurozona “Forte concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della Banca centrale dai Governi: già a una prima lettura dei Trattati Europei emerge come siano questi i principi sovraordinati agli altri” (Vladimiro Giacché Costituzione Italiana contro i Trattati Europei – Il conflitto inevitabile – 2015).
La Costituzione mette al centro il cittadino e, attraverso il lavoro, lo nobilita come parte attiva della società. Leggendo, invece, gli articoli 127, 128 e 130 del Trattato di Lisbona sono chiari i meccanismi di funzionamento di una Banca centrale, orientata al mercato, alla stabilità dei prezzi e al contenimento dell’inflazione.
Riguardo la possibilità di operare in deficit, l’articolo 3 del Fiscal Compact, come ricordato, non lascia alcun dubbio.
Questi i primi ostacoli da rimuovere per incoraggiare e tutelare il risparmio.