In questa pagina troverai articoli per capire l’MMT, articoli semplici o approfonditi che spiegano la MMT, l’economia, i concetti base o avanzati.

di Pier Paolo Flammini, pubblicato su La Voce di Romagna
In una scuola ci sono 98 bicchieri d’acqua per 100 bimbi. Durante la ricreazione tutti si recano alla mensa per bere, ma in due restano senza acqua. “Dovete essere più veloci degli altri, così berrete anche voi” li sgrida la maestra. I due bimbi si allenano, corrono, si esercitano: e il giorno dopo riescono a bere. Tuttavia ne restano altri due che rimangono a loro volta senza acqua, e la maestra li sgrida. Così anche loro si allenano. E il giorno dopo bevono; eppure altri due bambini restano senza bicchiere.
La maestra e il preside, assieme ai genitori che protestano, si interrogano e arrivano ad una soluzione: “I bimbi devono essere bravi ed allenati. Se tutti si alleneranno, avranno da bere: è impossibile che i bambini allenati non raccolgano quanto meritino”.
Tutti gli alunni diventano bravissimi nella corsa. Eppure ce ne sono sempre due che non riescono a bere. Così cresce l’aggressività nel momento della ricreazione, con spinte, calci, sgambetti, minacce. Il preside è interdetto: tutti si applicano al massimo persino disobbedendo alla legge, ma resta sempre qualche alunno insoddisfatto.
Basterebbe aprire il rubinetto e riempire altri due bicchieri d’acqua, ma le regole del Provveditorato lo vietano. Nessuno sa perché: pensano tutti che se così si è deciso, così è giusto.
Questa piccola storia è una metafora del funzionamento del sistema capitalistico liberista: gli alunni sono i lavoratori e i piccoli imprenditori ai quali si richiede di migliorare (riforme strutturali), i due bimbi senza bicchiere sono i disoccupati, la maestra è lo Stato italiano, il Preside la Commissione Europea, il Provveditorato la Bce.
Sarebbe sufficiente ampliare un po’ la base monetaria (l’acqua, la liquidità) per non avere più disoccupati, ovvero bambini senza bicchieri d’acqua. Si costruirebbe una scuola più solidale e armoniosa e meno aggressiva.

Fonte: http://www.perugiaonline.net/societa/lavoro-transitorio-garantito-la-proposta-di-warren-mosler-40311/#
Autore: Alessandro Catanzaro
“Sono stato a Pompei qualche anno fa e la guida turistica mostrò al nostro gruppo un’antica moneta. Ci disse che lo Stato romano raccoglieva le monete con le tasse e grazie a queste pagava i servizi ai cittadini. Al che io obiettai che succedeva l’esatto contrario: lo Stato prima pagava i servizi e poi tassava. La guida non era convinta. Allora chiesi chi fosse a coniare le monete. La guida mi rispose che era lo Stato, e subito se ne andò via”
L’incontro Comincia con un aneddoto l’esposizione di Warren Mosler, l’economista statunitense fondatore della Mosler Economics-Modern Money Theory, invitato ieri (sabato 25 febbraio) alla Sala dei Notari dal Movimento 5 Stelle. È stata l’occasione per parlare del report sulle politiche di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che verrà presentato la prossima settimana in Commissione Occupazione e Affari Sociali al Parlamento Europeo. Tale report è stato commissionato dal M5s Europa, tramite il gruppo Efdd, alla Fef Academy, che gravita sempre nell’orbita Me-Mmt. Durante l’incontro, Mosler ha avuto poi modo di far conoscere al pubblico la sua teoria economica, soffermandosi in particolare sui piani di lavoro transitorio garantito. Accanto a lui sedevano il suo collaboratore italiano Daniele Della Bona (che ha contribuito alla stesura del report insieme a Giacomo Bracci), la europarlamentare umbra del M5s Laura Agea, la deputata Tiziana Ciprini e la consigliera comunale Cristina Rosetti. Abbiamo avuto modo di parlare con i primi tre delle questioni oggetto del dibattito e non solo.
Intervista a Warren Mosler
Qual è la differenza tra la Sua idea e la nozione di reddito minimo garantito?
Quest’ultimo, nella sua formulazione di base, è slegato dal lavoro. Se le persone non lavorano, non producono: il rischio in questo modo è di causare iperinflazione, perché la ricchezza creata non corrisponde ad un aumento dei beni e servizi disponibili.
I piani di lavoro transitorio garantito come funzionerebbero invece?
In un momento di forte disoccupazione come quello attuale, il settore privato non riesce ad assorbire tutta la forza lavoro disponibile. Ecco perché creare dei piani pubblici, finanziati con risorse provenienti dalla banca centrale, che diano un lavoro temporaneo ai disoccupati, garantendo loro un salario minimo. Questo per consentire alle persone di recuperare potere d’acquisto e all’economia di ripartire. Create queste condizioni, avverrà poi la graduale transizione di questi lavoratori dal settore pubblico a quello privato. Per permettere tutto ciò c’è però bisogno di spesa a deficit.
Ritiene che una misura del genere sia applicabile nell’Europa attuale, estremamente attenta alla tenuta dei conti?
Questo programma non andrebbe contro i valori fondanti dell’Unione Europea. Il principale compito che ha la Banca Centrale Europea è quello di mantenere la stabilità dei prezzi e la mia proposta va proprio in questo senso, dato che combatte tanto l’inflazione quanto la deflazione. Semmai, il problema è di ordine politico.
Intervista a Daniele Della Bona
La Me-Mmt, nata negli Stati Uniti, ha avuto una grande diffusione in Italia. C’è qualche ragione particolare?
Tutto è dovuto all’impegno, qualche anno fa, di un giornalista, Paolo Barnard, e insieme a lui di alcuni attivisti. Da lì si sono creati dei gruppi di promozione e quindi delle associazioni. Queste idee hanno attecchito insomma, anche se Barnard ormai si è distaccato dai gruppi. Ma gli scritti di Mosler stanno via via venendo tradotti in varie lingue (l’ultima in ordine di tempo è il danese), segno che l’interesse è diffuso.
Ci sono altre forze politiche con cui state dialogando, oltre che col M5s?
In Italia non siamo mai andati oltre gli abboccamenti con singoli esponenti di vari partiti, nulla che si sia poi concretizzato. Invece, si è appena aperto un discorso in Spagna con Izquierda Unida: ci hanno fatto un endorsement pubblico e hanno invitato Warren a parlare nel paese iberico.
Intervista a Laura Agea
Mosler parla di piani di lavoro transitorio, che è cosa diversa dal reddito di cittadinanza. Voi puntate sempre su quest’ultimo?
Sì, ma siamo pronti a valutare ogni proposta che punti a redistribuire la ricchezza. Un quarto della popolazione europea è sotto la soglia di povertà: questa cosa non è tollerabile. Ecco perché abbiamo preso contatti con diversi esperti che condividono con noi una visione di un certo tipo, incluso Mosler. Faremo un approfondimento sui piani di lavoro transitorio garantito: è il metodo a 5 stelle. E questo metodo ci servirà qualora dovessimo arrivare al governo, cosa che ci auguriamo.
 Se ciò dovesse accadere, lancereste l’annunciato referendum consultivo sull’euro?
Sì, ma anche qui non parliamo solo di euro, ma di politiche economiche. Quelle fin qui dominanti, impostate sulla stabilità non danno ossigeno al Paese: sono loro a creare le difficoltà, prima ancora che l’euro. Inoltre, c’è una concorrenza sleale all’interno della Ue, con gli Stati che si danneggiano vicendevolmente. A ciò dobbiamo aggiungere le pressioni esterne che subiamo, come avvenuto con l’approvazione del Ceta o nel dibattito sulla concessione dello status di economia di mercato alla Cina. Qui, è il paradigma a dover cambiare.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Nel rispetto della volontà popolare che ha espresso, con la vittoria del No al referendum, la difesa della nostra Costituzione, comincia una serie di appuntamenti con l’intento di divulgare concetti fondamentali in maniera semplice e accessibile. Conosceremo e comprenderemo gli ostacoli che oggi impediscono l’attuazione della parte economica della Costituzione italiana del ‘48.
 
Articolo 47
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio, in tutte le sue forme…
 
Incoraggiare il risparmio
Per il cittadino, risparmiare, significa non spendere oggi una parte del reddito e accantonarla; in realtà nel suo pensiero c’è già insita la funzione del risparmio. In economia il risparmio è dato dalla differenza tra reddito e consumo; rappresenta l’eccesso di entrata sull’uscita, sempre che il reddito sia sufficiente a coprire le spese. Lo scopo del sacrificio di oggi è il bisogno futuro. Di fatto ci sembra scorgere questo nella parola incoraggia dell’articolo 47 della Costituzione: il passaggio ad una cultura orientata al futuro, all’agire affinché la parte accantonata ogni anno come flusso, si trasformi nel tempo in stock di ricchezza.
La Repubblica è l’Italia, sono i suoi organi costituzionali democratici, “responsabili” nella carta costituzionale di spronare e tutelare il risparmio, così come di promuovere le condizioni, per l’esercizio del diritto al lavoro. Perché il lavoro è anche un dovere: lavorare per contribuire al progresso materiale e spirituale della società (articolo 4).
Creare le condizioni per il lavoro, poi, genera risparmio, grazie alle entrate derivanti dall’occupazione.
Sia risparmiare che contribuire alla società con il lavoro sono comportamenti virtuosi. Le azioni di Parlamento e Governo, strumenti della sovranità popolare, nell’osservare principi e limiti costituzionali, camminano costantemente accanto al cittadino in questa direzione.
 
I saldi settoriali e la Costituzione
Il cittadino, insieme alle imprese, appartiene al settore privato e interagisce con il settore pubblico (Stato) e con il settore estero. L’analisi macroeconomica utilizza lo strumento dei saldi settoriali per evidenziare la differenza tra entrate e uscite dei tre settori; se il saldo di un settore è positivo si determina un risparmio (surplus); se è negativo, un indebitamento netto (deficit). L’interazione tra i diversi settori conduce all’identità contabile per cui la somma dei saldi è sempre uguale a 0. In altre parole, almeno uno dei settori deve indebitarsi per rendere valida l’uguaglianza. Se il saldo dello Stato è in deficit, il suo deficit non è altro che la differenza tra le entrate, rappresentate in buona parte dalle tasse versate dai cittadini, e le spese; ad esempio la costruzione di una scuola o il pagamento di stipendi del pubblico impiego. In sostanza, il risparmio nel settore privato aumenta in corrispondenza di un saldo in deficit del settore pubblico.
Mettendo in relazione l’identità contabile dei saldi settoriali con il principio costituzionale incoraggiare il risparmio, possiamo dedurre che la condizione necessaria per attuare il dettato costituzionale, è che lo Stato possa spendere di più di quanto incassa, favorendo, così, il risparmio dei cittadini.
Ma può oggi lo Stato incentivare il risparmio? Di fatto no, dal momento che l’art.3 del Fiscal Compact prevede che le parti contraenti applicano la regola che “in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione europea: la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”. Necessità di pareggio e impossibilità di disavanzo, sancite al nuovo art. 81 della Costituzione, modificato nel 2012.
 
Tutelare il risparmio
Nella tutela del risparmio sancita dalla Costituzione, si riafferma il valore della difesa. Tutelare qualcuno significa proprio proteggerlo, rappresentando i suoi interessi o gestendo i rischi derivanti da una mancata protezione.
Il soggetto da tutelare è il risparmio dei cittadini; i rischi sono rappresentati dall’eventuale mancanza di risparmio o dal non riuscire a preservarlo.  La Repubblica, tutelando il risparmio, rende possibile la creazione di ricchezza.
Nell’intenzione dell’Assemblea Costituente, il riferimento al risparmio è quello legato al concetto lavoristico, al diritto del lavoratore di avere una retribuzione sufficiente in ogni caso a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36).
Il riferimento in tutte le sue forme potrebbe far pensare anche a quella parte di risparmio, trasformata in investimento di natura privatistica, ma, a nostro parere, bisogna evidenziare il concetto di tutela che, nella Costituzione, avvicina il risparmio a strumenti quali depositi su conti correnti e titoli emessi dallo Stato.
 
Il ruolo dello Stato
In osservanza dell’articolo 47, la Repubblica riesce a tutelare il risparmio, evitando che venga aggredito dall’esterno se è depositato in conto corrente o parcheggiato nei Titoli di Stato? Anche in questo caso, la risposta è no.
Da sempre i Titoli di Stato sono considerati sicuri, poiché si ritiene l’emittente, Stato, in grado di adempiere al suo impegno: restituire il prestito e pagare gli interessi nella stessa valuta ricevuta. In uno Stato con potere di emissione monetaria non ci sono ostacoli, sia nell’onorare gli impegni presi, che nell’agire attivamente per la tutela del risparmio. Lo Stato potrà sempre restituire qualsiasi quantitativo di moneta avuta in prestito, perché ne ha il potere di emissione.
Ma il potere di emissione è stato ceduto alla Bce e l’Italia, al pari degli altri paesi dell’Eurozona, riceve la moneta in prestito, finanziandosi sul mercato alla stregua di un privato.
Rispetto alla tutela del risparmio, il cittadino che da sempre deposita il suo denaro in banca affinché sia custodito con la diligenza del buon padre di famiglia, ha appreso che, con il recepimento della direttiva europea sul Bail-in, per importi superiori a 100.000 euro, in caso di dissesto bancario, i suoi soldi concorreranno a ripagare le perdite dell’istituto bancario in default.
 
Gli ostacoli da rimuovere
E’ evidente che la normativa successiva alla Costituzione del ’48 con l’attuazione dei Trattati Europei, è intervenuta sulla parte economica, in contrasto con quanto prescrive l’articolo 47.
Non stupisce, dal momento che l’approccio è completamente diverso.
Nell’Eurozona “Forte concorrenza, stabilità dei prezzi e indipendenza della Banca centrale dai Governi: già a una prima lettura dei Trattati Europei emerge come siano questi i principi sovraordinati agli altri” (Vladimiro Giacché Costituzione Italiana contro i Trattati Europei – Il conflitto inevitabile – 2015).
La Costituzione mette al centro il cittadino e, attraverso il lavoro, lo nobilita come parte attiva della società. Leggendo, invece, gli articoli 127, 128 e 130 del Trattato di Lisbona sono chiari i meccanismi di funzionamento di una Banca centrale, orientata al mercato, alla stabilità dei prezzi e al contenimento dell’inflazione.
Riguardo la possibilità di operare in deficit, l’articolo 3 del Fiscal Compact, come ricordato, non lascia alcun dubbio.
Questi i primi ostacoli da rimuovere per incoraggiare e tutelare il risparmio.

Uno dei nomi più autorevoli del panorama degli economisti post-keynesiani e specificatamente della Modern Money Theory sarà a Roma venerdì 27 gennaio per un incontro intitolato “Lavoro Garantito”: stiamo parlando di Pavlina Tcherneva. L’incontro si svolgerà dalle ore 14:30 alle 17 nell’Aula dei Gruppi Parlamentari di via Campo Marzio, a Roma. Assieme alla Tcherneva relazionerà la dottoressa Tania Sacchetti, della segreteria nazionale della Cgil, che presenterà il Piano Straordinario del Lavoro della Cgil, e l’onorevole Stefano Fassina, di Sinistra Italiana. Questo il programma:
I° intervento: Il Programma di Lavoro Garantito (PLG)
Relatrice Professoressa Pavlina Tcherneva
Direttrice e professoressa associata della facoltà di economia del Bard College, ricercatrice associata al Levy Institute of Bard College, ricercatrice senior c/o CFEPS Centro per la Piena Occupazione e la Stabilità dei Prezzi
– Cos’è un Programma di Lavoro Garantito
– un caso studio: il Plan Jefes in Argentina
– Sostenibilità finanziaria e macroeconomica della Piena Occupazione
– Il problema nell’Eurozona
II° intervento: il Piano Straordinario del Lavoro
Relatrice dottoressa Tania Scacchetti
Segreteria Nazionale CGIL
– La situazione del lavoro in Italia
– La proposta della CGIL
Tavola Rotonda
Relazione finale
Onorevole Stefano Fassina, Sinistra Italiana
La crisi occupazionale in cui versa il Paese ha ripercussioni pesanti sulla capacità di ripresa e di crescita dell’economia, nonché sulla tenuta sociale. Il lavoro deve necessariamente tornare al centro del dibattito politico.
Questo convegno vuole fornire un approfondimento sul tema della creazione diretta di occupazione, su come sia possibile intervenire con la programmazione economica dello Stato a riequilibrare alcuni scompensi che l’impostazione economica attuale comporta, mettendo a serio rischio sistemico l’intero quadro macroeconomico nazionale ed europeo.
Per partecipare è consigliato prenotarsi, apri questo link https://it.surveymonkey.com/r/NQ2YLK8
Pavlina Tcherneva sarà a Roma dopo un altro incontro organizzato il 25 gennaio a Madrid dalle associazioni Rete Mmt Espana e Rete Mmt, clicca qui

Pubblicato su La Voce di Romagna del 3 gennaio 2017, di Pier Paolo Flammini
Nel discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica Matterella ha affermato: “Per l’Italia la priorità resta il lavoro”. Come dargli torto? Tra l’altro, Mattarella è oggi il garante della Costituzione che come sappiamo dall’articolo 1 è “fondata sul lavoro”.
Sarà forse sorpreso, Mattarella, nell’apprendere che le regole dell’Unione Europea, alle quali si è sotto-ordinata la nostra Carta, non hanno invece l’obiettivo del lavoro per tutti, e anzi puntano chiaramente ad avere una quota di disoccupazione in grado di garantire un presunto equilibrio del mercato economico. Tutto scritto nero su bianco e ripreso poi dai documenti economici del Governo. Si chiama Nairu, significa “Tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione”, e attualmente per l’Italia è fissato tra l’11 e il 12%.
Ciò significa che l’intera politica per l’occupazione, e quindi la politica economica governativa, sono funzionali alla persistenza di un elevato tasso di disoccupazione. Mattarella ne dovrebbe essere consapevole.
La scuola economica della MMT invece è pensata per politiche pubbliche di detassazione e investimento tali da garantire una disoccupazione zero, pur in un sistema di libero mercato, regolato in base all’interesse pubblico. Meno tasse e più investimenti e anche, per coloro che temporaneamente restassero senza una occupazione, un sistema di Lavoro Transitorio tale da fissare uno stipendio minimo nazionale e di consentire ai cittadini di partecipare alla creazione del benessere collettivo (articolo 3). Un lavoro transitorio perché, non appena la fase critica dell’economia terminasse, si rientrerebbe in un impiego, dipendente o autonomo, stabile e solido. Si può e siamo sicuri che il Presidente Mattarella sarà con noi.

Per “salvare” Monte dei Paschi di Siena l’Italia rischia di accedere ad un prestito del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità, cosiddetto Fondo Salva Stati) il quale chiederà in cambio il rispetto di “condizionalità”: si tratta dunque di un ulteriore atto di commissariamento dell’Italia.monte-dei-paschi-di-siena
Se si pensa inoltre a cosa è il Mes, viene da ridere. Gli Stati aderenti hanno chiesto in prestito alle banche private del denaro, pagando gli interessi richiesti, e hanno girato al Mes i fondi raccolti (per l’Italia 14 miliardi, per ora). Questi fondi dunque già soggetti ad interessi passivi per l’Italia potrebbero essere dunque di nuovo richiesti, con ulteriore aggravio sia in termini economici sia, appunto, di vincoli alla sovranità nazionale.
Pazzia finanziaria.
Intanto gli italiani si dividono tra chi critica l’aiuto dello Stato per evitare il fallimento di Monte dei Paschi e invoca il cosiddetto bail-in, e chi invece giustifica l’intervento pubblico sia in virtù dell’articolo 47 della Costituzione sia perché consapevole che lasciare totalmente la gestione del risparmio al mercato privato significherebbe aumentare eccessivamente i rischi e far incartare il sistema del risparmio.
Tuttavia sappiamo come agiscano le nazioni fuori dal mondo dorato dell’Eurozona. Gli interventi pubblici per salvare le banche vengono effettuati senza l’aumento di un solo centesimo della tassazione e senza il taglio di servizi pubblici.
Chi si allarma allora per l’intervento pubblico, dovrebbe mettere il naso al di là della cortina di ferro dell’Eurotower, e vedere come funzionano le cose nelle iper-capitalistiche nazioni degli Stati Uniti o della Gran Bretagna, ad esempio.
Noi di MMT Italia chiediamo soltanto che ciò che viene realizzato per salvaguardare il sistema finanziario venga realizzato anche a favore di famiglie, lavoratori e imprese, che non debbono vivere delle esistenze sofferte a causa di decisioni politiche mascherate da leggi naturali.
Se non credete a quello che abbiamo appena scritto, basti guardare per conferme questa breve intervista dell’ex governatore della Fed Ben Bernanke, in cui viene spiegato in che modo la banca centrale degli Stati Uniti è intervenuta per evitare il collasso del sistema bancario nazionale senza aumentare di un cent il livello dell’imposizione fiscale.

 
 

Articolo pubblicato su La Voce di Romagna sabato 6 novembre
Su un totale di 8092 comuni quelli classificati ad alto e medio rischio sismico sono più di tremila. 
Il piano nazionale per la prevenzione del rischio sismico per gli anni che vanno dal 2010 al 2016 è di 965 milioni di euro: la protezione civile stima che questi fondi probabilmente non coprono nemmeno l’1% del fabbisogno complessivo.
Terremoto 24 agosto, la prima immagine dei crolli ad Arquata fonte twitter
Servirebbero dunque investimenti per 95 miliardi di euro; la spesa pubblica è di circa 800 miliardi, quindi dovremmo tagliarla del 12%.
 
Occorrerebbe un taglio drastico di servizi già ridotti al lumicino o aumentare le tasse.
 Per garantirci che al prossimo terremoto il tetto non ci cada in testa ci sarebbe la terza via, ovvero effettuare questa quota di investimenti aumentando il deficit pubblico di circa 5 punti percentuali, che potremmo spalmare su 5 anni con conseguente aumento del debito pubblico.
Ora mi viene da chiedere per alzata di mano a tutti gli abitanti di questi tremila comuni: 
”Ma voi aumentereste di un punto percentuale all’anno il deficit in modo da garantirvi la vostra incolumità?”
 Che in altre parole è come dire: 
“Temi più le politiche fiscali espansive rispetto ad un sisma 6.5 della scala Richter?”
Qualcuno obietterà: “Così creeremmo nuovo debito che graverà sulle future generazioni?”, ma bisogna scegliere se è meglio lasciare ai figli maggior debito pubblico o un cumulo di macerie.
La proposta MMT inoltre ribadisce che questo “deficit” è fittizio, basti pensare che la Bce sta emettendo 80 miliardi al mese, e con soli 35 giorni potrebbe coprire le esigenze di finanziamento anti-sismico dell’Italia. Basta volerlo.


I PLT sono un elemento strutturale nella proposta MMT. La moneta è un caso di monopolio pubblico; questo significa che lo Stato monopolista della valuta può effettuare tutta la spesa pubblica che vuole. È fondamentale però che questa spesa avvenga nel rispetto dell’interesse principale della collettività: la piena occupazione. Lo Stato monopolista della valuta è in grado di dare un lavoro a tutti i disoccupati. Daniele Basciu spiega le caratteristiche dello strumento che può riportare la civiltà nell’Eurozona: i Piani di Lavoro Transitorio. Non esistono impedimenti tecnici, risolvere la disoccupazione è una scelta politica.

1) Perché il diritto dell’Unione Europea prevale sul diritto interno. Questo significa che le leggi ordinarie del Parlamento, i decreti legge, i decreti legislativi e le leggi regionali non possono essere in contrasto con i regolamenti e le direttive dell’Unione Europea. Governo e Parlamento sono in una posizione gerarchica inferiore rispetto all’ordinamento dell’UE.

2) Perché le norme del diritto comunitario possono derogare anche leggi Costituzionali purché non siano norme fondamentali e immodificabili come per esempio i diritti fondamentali dell’ordinamento italiano. Nella pratica però anche i diritti fondamentali, come ad esempio il diritto al lavoro, vengono calpestati a causa dei vincoli di bilancio pubblico imposti dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità e Crescita.

3) Perchè il maggiore progetto dell’Unione Europea è la moneta euro, un progetto fallimentare che ci ha assicurato una moneta troppo forte per la nostra economia e una scarsità di liquidità circolante nell’economia reale a causa dei vincoli di bilancio imposti ai singoli stati membri. Citando il nobel Krugman, ci siamo ridotti “allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Tali danni sono disoccupazione a due cifre, povertà e disperazione dilagante.

4) Perchè versiamo al bilancio dell’Ue molto più di quanto ci torna indietro tramite fondi europei. Dal 2000 ad oggi abbiamo un saldo negativo totale di 72 miliardi di euro (dati Ragioneria dello Stato). Solo nel 2014 per contribuire al bilancio dell’Ue abbiamo perso 20 milioni di euro al giorno provenienti dalle tasse di noi cittadini italiani.

5) Perchè grazie alla partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità (Fondo SalvaStati), abbiamo sborsato ben 14,33 miliardi di euro dal 2012 al 2015, soldi prestati a paesi in difficoltà finanziarie come Grecia, Irlanda, Spagna affinché restituissero i crediti che le banche francesi e tedesche avevano loro incautamente prestato. Il nostro paese, in crisi economica da anni, con la partecipazione ai trattati Ue è stato costretto a dare genialmente miliardi e miliardi di euro all’estero, anzichè investirli nell’economia reale interna. In cambio della nostra contribuzione al MES non abbiamo ottenuto alcun vantaggio.

6) Perchè i vincoli di bilancio, la contribuzione ai fondi europei e ai fondi salva stati sopra enunciati, hanno incidenza DIRETTA sulle tasse di tutti noi, cittadini italiani. Gli aumenti dell’Iva, dell’Imu e tutte le nuove tasse che il governo italiano deve ideare sono necessari al fine di mantenere l’enorme spesa della contribuzione al bilancio europeo e a mantenere un rapporto deficit/pil inferiore al 3%, ovvero a mantenere le entrate dello stato (tasse) praticamente alla pari delle uscite (spesa pubblica). In anni di crisi economica, bisognerebbe invertire la tendenza con nuove politiche economiche, ma l’Ue ci lega le mani.

7) Perchè l’Unione Europea ci impone riforme strutturali che sono volte a favorire una sempre maggiore precarizzazione del mondo del lavoro, e in un momento di crisi di domanda aggregata (i consumi non ripartono) fare politiche di flessibilità del mercato del lavoro è controproducente. Le famose riforme strutturali fatte dalla Germania nei primi anni dell’Euro hanno ridotto la quota salari di 7 punti in 4 anni, mentre in Spagna le riforme non hanno risolto il problema occupazionale ma hanno solamente fatto aumentare i precari. E in Italia l’introduzione del Jobs Act ha fatto aumentare il precariato, secondo l’Università di Torino.

8) Perchè l’Unione Europea impone un vergognoso sistema di due pesi e due misure. Si pensi alla questione degli aiuti di Stato: nonostante questi siano vietati dall’Ue perchè visti come misura che mina la libera concorrenza, l’Ue stessa ha permesso alla Germania di mettere a disposizione del proprio sistema bancario in crisi circa il 10% del proprio Pil, per una cifra complessiva pari a circa 250 miliardi di euro dal 2007 fino ad oggi, mentre l’Italia per il proprio sistema bancario ha messo a disposizione l’1% del proprio Pil, pari a poco più di 4 miliardi di euro. Questo ha determinato un pesante effetto distorsivo della concorrenza tra paesi membri, nonostante i trattati dicano, a parole, di voler eliminare tutte le distorsioni nel mercato unico. Non solo: l’Unione Europea ha messo sotto indagine l’Italia perchè dal 1990 al 2009 avrebbe fornito aiuti di Stato ad imprese coinvolte in calamità naturali, come ad esempio le esenzioni fiscali per le imprese coinvolte nell’alluvione piemontese del 1994. Ora l’Ue richiede alle aziende – molte ormai scomparse, altre incalzate dalla crisi – di restituire le agevolazioni: svar
iati milioni di euro. Ecco la solidarietà europea.

9) Perchè nonostante siamo un paese leader mondiale per quanto riguarda la produzione e la cultura agroalimentare, tecnocrati finlandesi, lettoni, lituani, tedeschi ci impongono da Bruxelles misure strette da rispettare per quanto riguarda i cibi che mettiamo in tavola. I limiti di Bruxelles sono stabiliti dal Regolamento 543 del 2011. Le mele devono avere “3/4 della superficie totale di colorazione rossa per le mele del gruppo di colorazione A”, 1/2 per le B e 1/3 per le C. Ma questo solo per la categoria “extra”, per le altre le percentuali sono differenti. Quanto alle dimensioni, minimo servono 60 mm di diametro o 90 di peso. La natura concepita come una produzione in serie di prodotti tutti uguali. Guai ai difetti della buccia: basta una macchiolina un po’ più grande e quella mela non è più una più mela. Burocrazia anche per altri frutti: 45 mm di diametro minimo per limoni e mandarini, 35 mm per le clementine, 53 mm per le arance. Per i kiwi si è invece ricorsi al peso: minimo 90 g per la categoria “extra”, 70 e 65 per quelle inferiori. Per pesche e pesche noci, è richiesto un calibro minimo di 56 mm per le extra e 51 mm per le altre; per le pere (60 mm per le extra, 55 per le altre); le fragole (25 e 18 mm); e l’uva da tavola (minimo 75 g a grappolo). Infine, i peperoni, la lattuga e i pomodori hanno il loro bel carico di misure burocratiche europee. Con evidenti problemi soprattutto per la vita dei produttori agricoli, già resa difficile dalla terribile crisi economica garantita dall’Ue. Anche i pescatori hanno la loro dose di burocrazia europea, con la dimensione minima delle vongole di 25 mm, nonostante la media italiana sia di 22 mm. In caso di vendita di vongole più piccole di 25 mm, il pescatore rischia multe di 4000 euro. Con danni al lavoro e all’occupazione dei pescatori evidenti.

10) Perchè non vogliamo più essere ridotti ad una colonia, governata da commissari Ue non eletti dai cittadini europei, che da una scrivania di Bruxelles redigono direttive e regolamenti vincolanti per il nostro paese, che creano danni economici e regole assurde per interi settori produttivi nostrani. Perchè non è possibile che il nostro governo sia costretto a chiedere l’approvazione preventiva della propria legge di bilancio alla Commissione Europea, così come il permesso per emettere i titoli di stato, come un bravo scolaretto. Perchè non accettiamo più che la Commissione Europea imponga delle nuove tasse se la legge di bilancio non è di suo gradimento. Perché è evidente che sia IRRIFORMABILE un’Unione dove il monopolio dell’iniziativa legislativa è affidato a burocrati non eletti del tutto indipendenti, i quali non accettano consigli o indicazioni da nessuno, men che meno dai governi.

Perchè vogliamo essere un paese sovrano all’interno dei nostri confini territoriali. Liberi di decidere le nostre politiche migratorie. Liberi di decidere di aiutare il nostro popolo, fino al raggiungimento della piena occupazione. Liberi di avere la nostra maledetta sovranità nazionale, come in tutti gli Stati del mondo civile ed avanzato.

Potremmo andare avanti, ma basta. Questa non è democrazia. Questa è Tecnocrazia europea.

#ITALEXIT, immediatamente!

Di seguito un articolo del professor Sergio Cesaratto, apparso sul blog Politica&Economia, che approfondisce il tema del “vincolo esterno”, o delle cosiddette “partite correnti”, partendo dall’analisi del punto di vista della Mmt. In questi anni il confronto con Cesaratto, e con altri docenti di Economia italiani, è stato molto approfondito proprio su questo aspetto, forse l’unico discrimine posto da taluni ad una corretta applicazione della Modern Money Theory in un paese come l’Italia. Per ora non commentiamo l’articolo, già di per sé molto approfondito: ci fa piacere notare però che le posizioni che non troppi anni fa venivano giudicate totalmente inadatte all’Italia trovino qui invece un dettagliato riscontro anche dottrinale.
Nella foto, il confronto tra Warren Mosler e Sergio Cesaratto all’Università di Siena nel marzo 2014
Mosler a confronto con Cesaratto nel marzo del 2014
Questo è il primo post che fa seguito alla promessa del libro di approfondirne parti, discutere critiche e quant’altro. Intenderei cominciare con la vexata quaestio del vincolo estero discussa nella quarta lezione del libro (Sei lezioni di economia, ndr). Lo faccio perché è politicamente oltre che economicamente centrale.
La questione è posta semplicemente: “E’ la piena sovranità monetaria, vale a dire il possesso di una banca centrale di emissione di una valuta non convertibile, condizione necessaria e sufficiente per l’implementazione di politiche di pieno impiego?”. Questa è la tesi in genere sostenuta dagli esponenti e sostenitori della Modern Monetary Theory (MMT).
La tesi opposta è quella che vede nell’insorgere di squilibri nei conti esteri l’ostacolo principale alla conduzione di politiche di piena occupazione, problema a fronte del quale la piena sovranità monetaria può solo limitatamente essere d’aiuto. Per vincolo estero si intende l’insorgere di squilibri commerciali (e in generale di partite correnti) prima che le politiche fiscali e monetarie abbiano condotto l’economia in piena occupazione. Un MMT, Philip Pilkington (2013), definisce questa tradizione “kaldoriana” dal nome del grande economista eterodosso Nicholas Kaldor (1908-1986). Questo secondo punto di vista è spesso ricondotto anche all’economista britannico Anthony Thirlwall.
“La questione scocciante – afferma Pilkington – è che i problemi sollevati dai kaldoriani sono veramente molto importanti”, sebbene “in contesti specifici”, si precisa. Non per gli Stati Uniti, egli sottolinea, e qui siamo tutti d’accordo. Gli USA stampano una moneta accettata da tutti per i pagamenti, spesso definita moneta di riserva, per cui possono finanziare disavanzi persistenti di bilancia dei pagamenti senza particolari problemi. Pilkington e altri autori MMT sembrano voler restringere la pregnanza della problematica dei kaldoriani ai paesi più arretrati. I kaldoriani sembrano avere invece in mente anche molti, sebbene non tutti, i paesi a uno stadio più avanzato di sviluppo.
La mia strategia in questo post sarà quella di dimostrare come alla fine ci possa trovare d’accordo, in maniera che ciascuno/a non si senta ferito/a nelle proprie suscettibilità e si possa archiviare questo punto (ma non le problematiche che lascia aperte) con reciproca soddisfazione. La critica che mi può essere mossa è di un cherry picking, ovvero di scegliermi passi degli autori MMT in maniera pro domo mea, isolandoli dal contesto. Mi reputo un giocatore piuttosto onesto, per cui preferisco vedere la cosa come la ricerca del diavolo che è nei dettagli, dunque nelle puntualizzazioni, nei caveat, nelle clausole contrattuali scritte in piccolo che gli autori MMT fanno alle loro preposizioni più impegnative, nell’arsenico che secondo Voltaire va aggiunto affinché il sortilegio con cui intendi uccidere un gregge di pecore abbia effetto.
Cambi fissi o flessibili?
Correttamente Sardoni & Wray (2007, p. 2) sostengono che gli economisti di tradizione keynesiana sono generalmente più favorevoli ai tassi di cambio fissi (ma aggiustabili) che a quelli flessibili. I due autori non spiegano questa preferenza, che può tuttavia essere riferita all’evitare il disordine nel commercio internazionale arrecato dalle svalutazioni competitive e agli effetti redistributivi sfavorevoli ai salari che possono risultare dal peggioramento delle ragioni di scambio con l’estero. Correttamente i due autori spiegano come la preferenza keynesiana per i tassi fissi si associ alla necessità di un ordine monetario internazionale, quale quello proposto da Keynes alla conferenza di Bretton Woods (un succinto ma efficace sunto della proposta di Keynes è in Lavoie 2015, pp. 2-5). Tale ordine avrebbe lo scopo di evitare che gli aggiustamenti delle bilance dei pagamenti avvengano solo attraverso misure deflazionistiche dei paesi in disavanzo tali da imprimere una tendenza deflativa all’economia globale, imponendo che l’aggiustamento ricada piuttosto sui paesi in surplus. Gli autori (pp. 3-4) concludono che, nell’impossibilità, oggi come ieri, di instaurare tale ordine a livello globale, cade anche l’argomento a favore dei cambi fissi (sebbene aggiustabili). Infatti:
To adopt a regime of fixed exchange rates without the creation of some sort of ‘world government’ implies that single countries renounce their sovereignty, i.e., their ability to maintain fiscal and currency independence.
Accordo fra “kaldoriani” e MMT: Ordine e istituzioni monetarie internazionali (o al limite europee) sulle linee della International Currency Union di Keynes sono in via di principio desiderabili. In loro assenza è tuttavia preferibile l’adozione di cambi flessibili, o meglio la non adesione a sistemi (accordi) di cambio fissi – evidentemente a seconda delle circostanze un governo monetariamente sovrano cercherà di pilotare il cambio nella direzione desiderata.
I tassi di cambio aggiustabili aggiustano sempre?
Proporre politicamente in Europa un sistema alla Keynes come proposto da Fantacci e Papetti o dal Keynes blog per superare l’euro può dunque essere strumentalmente opportuno, anche se il realismo ci suggerisce di pensare che il recupero della flessibilità del cambio sia una prospettiva più concreta. Ma funziona sempre? La questione che molti “kaldoriani” sollevano è che la flessibilità del cambio come “spazio” per perseguire politiche domestiche di piena occupazione senza preoccuparsi (troppo) del vincolo esterno incontra almeno tre problemi: 1) richiede una elevata elasticità delle esportazioni (che devono aumentare) e delle importazioni (che devono diminuire); 2) il deprezzamento del cambio, accrescendo il prezzo dei beni importati può avere effetti redistributivi sfavorevoli ai salari; 3) questi effetti possono addirittura essere tali da incidere negativamente sulla domanda aggregata – sia nel caso in cui i beni salario importati non abbiamo sostituti domestici, e questo comporti una contrazione dei consumi di beni domestici), che per l’aumento del valore reale del debito estero, pubblico e privato, se denominato in valuta estera (su quest’ultimo aspetto torneremo diffusamente) (Medeiros & Trebay, 2016: 21).
Wray & Sardoni (2007: 15-16) non discutono esplicitamente di questi problemi, ma traspare un’evidente cautela circa le virtù taumaturgiche dei cambi flessibili. Si vedano per esempio questi passi, che contengono parecchi spunti che commentiamo di seguito:
A sovereign nation is able to use domestic policy to achieve domestic or internal stability. As discussed above, this comes at the cost of possibly greater external instability. A floating exchange rate will not necessarily move trade toward balance, as discussed above. However, it must be remembered that from the macro perspective, imports are a benefit while exports are a cost. Hence, a trade deficit means net benefits. This is usually neglected in discussions of trade balances because of the presumed impacts on domestic employment. However, so long as the nation’s domestic policy is geared toward stability, it can achieve full employment, even in the presence of a trade deficit. This, in turn, requires sovereignty, which necessitates a floating exchange rate. It is possible that a trade deficit can exert downward pressure on the exchange rate, which can generate some “pass through” impacts on domestic inflation. If desired, domestic policy can turn to inflation-fighting, including the conventional method of using unemployment to attenuate inflation pressures. While we would not advocate such a method, we merely point out that the sovereign nation can implement policy geared toward achieving internal stability. (miei corsivi)
L’argomentazione è parecchio complessa. Mi sembra che emergano i seguenti punti-arsenico:
–        tassi di cambio flessibili non assicurano necessariamente l’equilibrio commerciale.
–        la flessibilità del cambio può avere  effetti sull’inflazione domestica per contrastare la quale si può dover ricorrere a un accrescimento della disoccupazione.
Da ambedue i punti di vista, oltre ai punti 1-3 più sopra, sembra che si debba guardare con cautela ai cambi flessibili ai fini dell’obiettivo della piena occupazione.
Accordo: la flessibilità del cambio va usata con cautela ed a seconda delle circostanze specifiche di un paese.
In passing, nella citazione i due autori ribadiscono la tradizionale proposizione MMT per cui per un paese è in fondo vantaggioso avere una bilancia commerciale in passivo sì da vivere al di sopra dei propri mezzi. Nulla da obiettare, naturalmente, tutti vorremmo fare come gli americani, ed è un peccato che l’Europa che potrebbe permetterselo non lo faccia, non finanzi cioè persistenti disavanzi commerciali stampando euro. Questo punto ci conduce a un’altra vexata quaestio: quali paesi si possono permettere persistenti disavanzi della bilancia dei pagamenti indebitandosi nella propria valuta? Il punto è importante perché se è vero che non possiamo affidare l’equilibrio con l’estero al sortilegio dei cambi, un po’ di debito estero per finanziare i disavanzi esterni può apparire inevitabile (ma se in valuta estera può diventare un vero arsenico e far fuori noi assieme al gregge).
Solvibile sin tanto che hai la printing press
Se la flessibilità del cambio va usata con cautela e a seconda delle situazioni specifiche, una strada alternativa al finanziamento dei disavanzi esteri risultanti dalle politiche di pieno impiego è quello dell’indebitamento con l’estero. MMT e “kaldoriani” sono d’accordo che un paese monetariamente sovrano è sempre solvibile nel proprio debito estero se denominato nella valuta nazionale (di emissione). Non credo che vi sia bisogno di citazioni al riguardo. Voglio solo notare come questa posizione MMT sia stata spudoratamente plagiata da decine di economisti mainstream (Paul De Grauwe in primis) che l’hanno appresa dalla rete e fatta propria, senza il minimo riconoscimento a chi per primo l’ha sostenuta.
Si noti di passaggio che da ultimo il debito estero che conta è quello relativo al settore pubblico nell’ipotesi che quest’ultimo si assuma un eventuale debito estero delle banche insostenibile per queste ultime, come sostiene Daniel Gros (2013: 512): “Durante una crisi finanziaria il debito privato accumulato durante il precedente boom è solitamente trasformato in debito pubblico”.
Accordo: un paese che emetta debito estero denominato nella propria valuta è sempre solvibile.
Original sin
La questione sembra dunque essere che molti paesi nella loro storia sono incorsi in quello che è stato definito “peccato originale” di aver emesso debito estero denominato in una valuta straniera (Eichengreen et al. 2003). Questo spiana la via degli inferi, o almeno la cacciata dal Paradiso terrestre: il default sul debito estero.
“The alternative theory, ‘original sin’, seeks to explain why many emerging markets are volatile and prone to crisis by focusing on three characteristics that such countries often share: good economic prospects, a certain degree of openness to international capital flows, and a national currency that cannot be used by local firms or the government to borrow abroad, and cannot be used, even at home, for long-term borrowing— a weakness, or ‘sin’, shared by the currencies of almost all emerging market economies.
If a country is economically promising and reasonably open, then people will want to invest. But if its currency cannot be used for either foreign or long-term borrowing, would-be investors must choose between borrowing in a foreign currency such as dollars or borrowing short-term. If a company borrows in dollars to finance a project that generates pesos, a subsequent devaluation of the peso could lead to bankruptcy. If instead the company undertakes a longer-term project and finances it with short-term loans, it will go bust if liquidity dries up and it cannot get the loans renewed. In other words, investments will suffer either from a currency mismatch, because projects that generate local currency are financed with dollar loans, or a maturity mismatch, because longer-term investments have been financed with short-term loans.
This scenario is a recipe for financial fragility. Such systems will be extremely vulnerable to sudden declines in the amount of liquidity in the banking system and to sudden depreciations of the currency. In fact, as the domestic currency starts to decline, companies fearful of further depreciation will attempt to buy foreign currency in order to cover their exposures. This decision will only make matters worse by causing the domestic currency to depreciate even further— a dynamic that can take place even in a floating-rate country, as was the case of Indonesia at the time of its final collapse. For its part, the government will seek to defend the currency by using its international reserves. But using those reserves will dry up the amount of money in the domestic banking system, and as liquidity declines, banks will be forced to call in their loans, precipitating a banking crisis caused by the maturity mismatches. So the two mismatches interact. In fact, such a system is subject to self-fulfilling crises, as in a bank run: If people fear that others may take their money out, they will want to be the first to the door.” Hausmann (1999)
Accordo: La storia suggerisce che il peccato originale porta alla cacciata da un temporaneo paradiso, dunque dopo un periodo di euforia economica segue una crisi finanziaria con un default sul debito estero.
Dimmi allora quel che hai fatto, chi te l’ha mai messo in testa…
La domanda è allora: perché molti paesi nei secoli dei secoli hanno reiterato il peccato originale (lo reiterano e lo reitereranno)?
Una risposta plausibile è che lo fanno paesi con bilance dei pagamenti e valute “deboli”, i cuori deboli insomma: l’indebitamento in valuta straniera o l’adozione di sistemi di cambio in cui si assicura la convertibilità della propria moneta in una moneta internazionale a un tasso fisso sono veicoli con cui raccogliere capitali esteri altrimenti non raccoglibili emettendo titoli in valuta nazionale, considerati insicuri dagli investitori stranieri (insicuri nel senso di portatori di un rischio di svalutazione rispetto alle monete internazionali).
Il punto di vista MMT quale espresso da Bill Mitchell (2009) è il seguente.
Il finanziamento estero da parte dei paesi in surplus dei disavanzi dei paesi in deficit corrisponde a ricchezza desiderata da parte dei primi, per cui il settore estero dovrebbe essere in via di principio disponibile a finanziare i disavanzi anche se emessi nella moneta del debitore. (Il lettore MMT potrà qui percepire un’assonanza con l’argomento per cui in economia chiusa ai disavanzi pubblici corrisponde la creazione di ricchezza netta desiderata dal settore privato). Il paese in disavanzo “finanzia” (so to speak) il desiderio di ricchezza netta del settore estero (del paese in surplus) potendo in tal modo vivere “al di sopra dei propri mezzi”.[1]Qui Mitchell introduce un punto-arsenico, e cioè che il desiderio del paese in surplus di accumulare titoli denominato nella moneta del debitore non sia illimitato. [2] Più in là Mitchell appare più ottimista argomentando che non v’è ragione perché i paesi in surplus perdano il loro appetito per i titoli dei paesi in disavanzo.[3] Ma aggiunge però un nuovo punto-arsenico: l’appetito non scompare nella misura in cui il paese offra sufficienti garanzie di stabilità economica per cui continuerà a servire il debito estero.[4] L’esperienza storica ci suggerisce al riguardo che pochi paesi offrono tale garanzia, paesi come Australia, Nuova Zelanda e Canada che gli MMT, in linea con Eichengreen et al. (2005), indicano come quelli che hanno potuto conciliare persistenti disavanzi esteri (e connesso indebitamento) con la continua emissione di titoli del debito estero denominati in moneta nazionale. Purtroppo l’esperienza della stragrande maggioranza dei paesi fuori del piccolo club dei paesi che emettono monete internazionali o sono ex colonie WASP evidenzia l’assenza di tali garanzie di stabilità. Randall Wray (2011a) lo suggerisce con chiarezza esemplare.[5]Fonte: B. De Conti, A. Biancarelli, P. Rossi,Currency hierarchy, liquidity preference and exchange rates: a Keynesian/minskyan approach, Congrès de l’Association Française d’Économie Politique, Université Montesquieu Bordeaux IV, 2013. Mamma li turchi! Si possono pagare le importazioni nella propria valuta nazionale? Esistono delle valute definite di riserva o internazionali che sono quelle in cui preferibilmente si svolge il commercio internazionale. Poiché le riserve valutarie sono in genere investite nei titoli di Stato del paese che ha emesso quella valuta (per esempio i cinesi investono i dollari che hanno nelle riserve ufficiali in T-bonds americani), la stabilità politico-economica del paese in oggetto conta molto (Eichengreen at al. 2005).Nel primo trimestre 2016 la composizione percentuale delle riserve era suddivisa in: 20,37% €; 63,59% $ USA; 4,08% Yen; 4,79% £ britannica; 0,28% franco svizzero; 6,89% altro (di cui 1,95% $ australiano e 1,90% $ canadese). (Fonte: Natixis)La fatturazione del commercio internazionale è poi soggetta a rapporti di forza: in genere è decisa da chi emette la fattura. E’ vero quanto dice Wray che: “if you offer US or Canadian or Australian Dollars, or UK Pounds, or Japanese Yen, or Euroland Euros, you will NEVER find a lack of bidders. The only question is over the price. Heck, I’ve offered Mexican Pesos, and Colombian Pesos, and Turkish Lira and many other currencies  many times, and never found a lack of bidders”, cioè che anche monete “non di riserva” hanno mercato e possono essere accettate per i pagamenti internazionali. La domanda proverrà da chi intende effettuare acquisti presso il paese di emissione, per esempio beni turchi. Ma in assenza di una sufficiente domanda di questi beni, vale a dire se per esempio la Turchia emette 100 miliardi di £ turche per finanziare le importazioni dall’estero (supponendo che gli stranieri accettino la fatturazione in lire), ma la domanda di beni turchi è di soli 80 miliardi, è possibile che 20 miliardi di £ turca vengano scambiati, per esempio, con dollari USA. La Turchia può a quel punto decidere se lasciar cadere il valore della lira rispetto al dollaro, o se il deprezzamento è indesiderato, può soddisfare la domanda di dollari acquistando lire e cedendo dollari dalle riserve. Se questi dollari non ci sono, o non si vogliono toccare le riserve, la banca centrale o le banche commerciali turche possono ricorrere a prestiti esteri. Con un po’ di fantasia quello che accade è che gli stranieri in possesso dei 20 miliardi di lire turche di cui si vogliono disfare ottengono $ dalla Turchia che se li fa prestare dai medesimi stranieri. [In altri termini, la Turchia si riprende i 20 miliardi di lire turche e in cambio rilascia un “pagherò” (un IOU ben noto agli amici MMT) in cui c’è scritto “ti vendo 20 miliardi di dollari”]. Ecco che, nonostante all’inizio la Turchia abbia fatturato in moneta nazionale, alla fine ha maturato un debito netto in valuta straniera. Oh, è evidente che la Turchia avrebbe dal principio potuto dichiarare la non-convertibilità della propria moneta: ma siamo sicuri che gli esportatori tedeschi, giapponesi o italiani avrebbero accettato di essere pagati in £? E’ evidente che se ripetessimo l’esercizio per il Canada, voi mi potreste dire che il problema non c’è: il Canada fattura in $ canadesi, e se c’è un disavanzo di bilancia dei pagamenti, i dollari canadesi verranno prestati al Canada medesimo che matura così un debito estero nella propria valuta (come i cinesi riprestano al Tesoro USA i dollari guadagnati col surplus commerciale). E infatti il $ canadese è valuta di riserva. La lira turca non lo è, e non lo era la lira italiana (e probabilmente non lo era il franco francese). Insomma, non è che proprio non si possa fatturare nella famosa Pizza di fango del Camerun, o nella lira italiana, ma ci sono dei limiti molto seri.Accordo: l’esperienza storica suggerisce che al di fuori di un relativamente ristretto numero di paesi caratterizzati da notevole affidabilità politico-finanziaria, per altri paesi è complicato indebitarsi nella valuta nazionale; sono questi i paesi che poi cadono facilmente nell’original sin.Come menzionato nel mio libro (p. 201), almeno con riguardo ai paesi più arretrati, Mitchell sembra suggerire misure diverse dall’indebitamento in valuta straniera per aggirare il vincolo estero, come il controllo delle importazioni o la sostituzione delle importazioni.[6]Accordo: se la flessibilità del tasso di cambio non è misura sufficiente a rendere compatibili vincolo esterno e piena occupazione, mentre il paese non desidera indebitarsi in valuta estera, altre misure sono possibili come il controllo delle importazioni o una politica industriale volta a sostituire le importazioni.[7]Queste ultime sono naturalmente misure politicamente difficili (il controllo delle importazioni) o molto complicate da condursi in maniera efficiente (la politica industriale di sostituzione delle importazioni), ma ciò che qui ci preme sottolineare è che vi sia un’ampia convergenza di vedute sul fatto che non vi siano sortilegi, ma una varietà di arsenici a cui ricorrere.Accordo finale: il vincolo estero è tale da rendere impossibili le politiche di pieno impiego? No. C’è una varietà di strumenti che si possono impiegare, nessuno miracolistico, alcuni politicamente difficili da adottare.Guida bibliografica:
Una buona guida al modello di Thirlwall è dovuta alla sempre ottima (e sempre troppo critica) Antonella Palumbo Palumbo, A.2011. “On the theory of the balance-of-payments-constrained growth.” In Sraffa and Modern Economics, edited by R.Ciccone, C. Gehrke and G. Mongiovi, vol. II, 240–259. London and New York:Routledge. Sul ruolo delle esportazioni in Kaldor si veda di Antonella anche: Adjusting Theory to Reality: The Role of Aggregate Demand in Kaldor’s Late Contributions on Economic Growth, Review of Political Economy, 21/2009 (pdf al link). I mutamenti del punto di vista di Kaldor sull’efficacia della flessibilità del cambio sono segnalati da Ramanan nel suo bel blog:http://www.concertedaction.com/2013/04/25/nicholas-kaldor-on-floating-exchange-rates/. Sui default sul debito estero (denominato, com’è tipico in valuta straniera), la letteratura è immensa; studi recenti includono: E.Cavallo, B.Eichengreen, U. Panizza, Foreign savings: No gain, some pain,http://voxeu.org/article/foreign-savings-no-gain-some-pain (e il WP lì citato); antesignano di questi studi è un grande economista nato a Cuba, Díaz Alejandro: si veda al riguardo , Carmen M. Reinhart,The Antecedents and Aftermath of Financial Crises as told by Carlos F. Díaz Alejandro, NBER Working Paper No. 21350 (scaricabile anche da altri siti cercando su google). Che il problema della crisi europea siano i debiti esteri (stipulati, appunto, in una moneta straniera, l’euro), e che dunque la crisi europea nasca come una variante delle tradizionali crisi di bilance dei pagamenti, è esemplarmente esposto da Daniel Gros, Foreign debt versus domestic debt in the euro area, Oxford Review of Economic Policy, 29(3):502-517 · December 2013, che purtroppo richiede chiavi di accesso da biblioteche accreditate, ma si veda il sommario qui:http://voxeu.org/article/external-versus-domestic-debt-euro-crisis. Gros (che ha studiato Economia alla Sapienza) è ahimè spesso un economista molto bacchettone, ma a volte scrive cose molto chiare e condivisibili.
Teorico della necessità di una politica industriale di sostituzione delle importazioni fu l’economista argentino Raul Prebisch (1901-1986). Per una recente discussione di questa strategia v. F. Amico, Notas sobre la Industrialización por Sustitución de Importaciones en Argentina: Buscando adentro la fuente de la competitividad externa,http://ojs.econ.uba.ar/ojs/index.php/H-ind/article/view/391/715. Non sorprendentemente l’articolo esordisce con il seguente passo: “En los textos fundacionales del estructuralismo, un problema central de la industrialización latinoamericana fue la  escasez de divisas” (“Nei testi fondativi dello strutturalismo, un problema centrale della industrializzazione latino-americana è stata la scarsità di valuta estera”). La scuola strutturalista latino-americana è stata la scuola eterodossa indiscutibilmente dominante in quel continente, daAndre Gunder Frank (1929-2005) a Celso Furtado (1920-2004).
Altri riferimenti
Eichengreen, B., Hausmann, R. & Panizza, U., The Mystery of Original Sin,elsa.berkeley.edu/~eichengr/research/osmysteryaug21-03.pdf (pubblicato in Barry Eichengreen and Ricardo Hausmann (eds.), OtherPeople’s Money, Chicago University Press, 2005)Lavoie, M. 2015a. “The Eurozone: Similarities to and Differences from Keynes’s Plan.” International Journal of Political Economy 44, no. 1 (Spring): 3–17. Versione WP: www.boeckler.de/pdf/p_imk_wp_145_2015.pdf
De Medeiros C.A. & N. Trebat (2016), Latin America atCrossroads: Controversies on Growth, Income Distribution and StructuralChange,www.ie.ufrj.br/index.php/index-publicacoes/textos-para-discussao
Hausmann, R. (1999), “Shouldthere be fivecurrencies or 105?”, Foreign Policy(Fall). www.iadb.org/res/publications/pubfiles/pubS-121.pdf
Mitchell, B. (2009) Modernmonetarytheory in an open economy,billy blog,bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=5402
Philip Pilkington: Why MMT is Right and the Dreamers are Wrong – Kaldor Versus the Kaldorians, http://www.nakedcapitalism.com/2013/03/philip-pilkington-why-mmt-is-right-and-the-dreamers-are-wrong-kaldor-versus-the-kaldorians.html
Sardoni, C. &Wray , L.R. (2007), Fixed and Flexible Exchange Rates and Currency Sovereignty, Levy Institute, Working Paper No. 489 | January 2007
Wray, R. (2011a), Currency Solvency and the Special Case of the US Dollar,MMP Blog n. 25,http://neweconomicperspectives.org/2011/11/mmp-blog-25-currency-solvency-and.html
Wray, R. (2014), MMT AND EXTERNAL CONSTRAINTS,http://neweconomicperspectives.org/2014/02/mmt-external-constraints.html
(Come al solito ringrazio Giancarlo Bergamini per aver riletto ed emendato il testo. Mi scuso per aver lasciato in inglese molte citazione, ma il tempo è tiranno!)
[1] “As I have indicated often a CAD [current account deficit] can only occur if the foreign sector desires to accumulate financial (or other) assets denominated in the currency of issue of the country with the CAD. This desire leads the foreign country (whichever it is) to deprive their own citizens of the use of their own resources (goods and services) and net ship them to the country that has the CAD, which, in turn, enjoys a net benefit (imports greater than exports). A CAD means that real benefits (imports) exceed real costs (exports) for the nation in question.This is why I always say that the CAD signifies the willingness of the citizens to “finance” the local currency saving desires of the foreign sector. MMT thus turns the mainstream logic (foreigners finance our CAD) on its head in recognition of the true nature of exports and imports.”[2] “Subsequently, a CAD will persist (expand and contract) as long as the foreign sector desires to accumulate local currency-denominated assets. When they lose that desire, the CAD gets squeezed down to zero. This might be painful to a nation that has grown accustomed to enjoying the excess of imports over exports. It might also happen relatively quickly.”[3]“As the global economy grows, there is no reason to believe that the rest of the world’s desire to diversify portfolios will not mean continued accumulation of claims on any particular country.”[4]“As long as a nation continues to develop and offers a sufficiently stable economic and political environment so that the rest of the world expects it to continue to service its debts, its assets will remain in demand.”[5] “There is little doubt that US dollar-denominated assets are highly desirable around the globe; to a lesser degree, the financial assets denominated in UK Pounds, Japanese Yen, European Euros, and Canadian and Australian dollars are also highly desired. This makes it easier for these nations to run current account deficits by issuing domestic-currency-denominated liabilities. They are thus “special.”Many developing nations will not find a foreign demand for their domestic currency liabilities. Indeed, some nations could be so constrained that they must issue liabilities denominated in one of these more highly desired currencies in order to import. This can lead to many problems and constraints—for example, once such a nation has issued debt denominated in a foreign currency, it must earn or borrow foreign currency to service that debt. These problems are important and not easily resolved.If there is no foreign demand for IOUs (government currency or bonds, as well as private financial assets) issued in the currency of a developing nation, then its foreign trade becomes something close to barter: it can obtain foreign produce only to the extent that it can sell something abroad. This could include domestic real assets (real capital or real estate) or, more likely, produced goods and services (perhaps commodities, for example). It could either run a balanced current account (in which case revenues from its exports are available to finance its imports) or its current account deficit could be matched by foreign direct investment.Alternatively, it can issue foreign currency denominated debt to finance a current account deficit. The problem with that option is that the nation must then generate revenues in the foreign currency in order to service that debt. This is possible if today’s imports allow the country to increase its productive capacity to the point that it can export more in the future—servicing the debt out of foreign currency earned on net exports. However, if such a nation runs a continuous current account deficit without enhancing its ability to export, it will almost certainly run into debt service problems.”[6] “well targetted government spending can create domestic activity which replaces imports. For example, Job Guarantee workers could start making things that the nation would normally import including processed food products” Mitchell (2009).[7]Wray(2014) si esprime in termini simili riassumendo il suo pensiero: “the MMT principles apply to all sovereign countries. Yes, they can have full employment at home. Yes, that could lead to trade deficits. Yes that could (possibly) lead to currency depreciation. Yes that could lead to inflation pass-through. But they have lots of policy options available if they do not like those results. Import controls and capital controls are examples of policy options. Directed employment, directed investment, and targeted development are also policy options.”