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Ecco il programma dettagliato delle due conferenze MMT salva vite e salva nazione. Il conto corrente rimane aperto, per favore continuate ad aderire. All’interno dell’articolo trovate il materiale divulgativo per il summit di Cagliari

La Modern Money Theory rompe gli schemi della scarsità e del malessere. Ribaltando il principio repressivo del rigore come strada maestra verso la virtù apre la strada dell’economia del benessere

Questa è la terza parte di Deficit 101, una serie che sto scrivendo per aiutare a spiegare perché non dovremmo aver paura dei deficit. In questo post considereremo gli impatti dei deficit di bilancio sul sistema bancario per dissipare i miti ricorrenti secondo cui essi incrementano l’esigenza del governo di ottenere prestiti e che fanno salire i tassi d’interesse. I due argomenti sono correlati. Le conclusioni importanti saranno: (a) i deficit introducono delle dinamiche che conducono verso il basso la pressione sui tassi d’interesse; e (b) l’emissione di debito pubblico non “finanzia” la spesa del governo. Viceversa il debito è emesso per supportare la politica monetaria che si esprime nel desiderio da parte della Banca centrale d’Australia (BCA) di mantenere un tasso d’interesse prefissato.

In Deficit 101 – Parte 1 ho fornito un grafico che rappresentava la relazione verticale fra settore governativo e quello non governativo in base alla quale i beni finanziari al netto entrano e escono dall’economia. Ma cosa sono queste transazioni verticali fra il settore governativo e quello non governativo e perché sono importanti per capire il funzionamento dell’economia? Ecco qui un altro grafico collegato (preso dal mio ultimo libro employment abandoned: shifting sands and policy failures) per aiutarvi a mettere insieme i pezzi. Potrebbe esservi utile cliccare sull’immagine per aprirla in un’altra finestra per stamparla e usarla mentre leggete il resto del testo.

* OMO è l’acronimo di Open Market Operation (operazioni sul mercato aperto). Consistono nell’acquisto o vendita di titoli di Stato da parte della Banca centrale con lo scopo di regolare la quantità di moneta in circolazione e le condizioni del credito. Fonte: http://www.britannica.com/EBchecked/topic/429673/open-market-operation

Relazioni monetarie

Come potete vedere, questo grafico aggiunge maggiori dettagli a quello della prima parte che in origine mostrava le relazioni essenziali fra il settore governativo e quello non governativo disposte in maniera verticale.

Concentrandovi prima sulla fila verticale, vedrete che l’imposizione fiscale si trova nella parte inferiore, esogena, della componente verticale della moneta. L’insieme del settore governativo (il Tesoro e la BCA) è in cima alla fila verticale perché è il solo emittente di moneta. La sezione centrale del grafico è occupata dal settore privato (non governativo), che scambia beni e servizi con l’unità di valuta dello Stato, paga le tasse, e accumula il resto (che in senso contabile è la spesa federale a deficit) sotto forma di denaro circolante, riserve (i conti correnti detenuti dalle banche commerciali presso la BCA), titoli di Stato (Tesoro) o altri titoli (depositi offerti dalla BCA).

Le unità di valuta usate per il pagamento delle tasse sono consumate (distrutte) durante questo processo. Infatti, dato che il governo nazionale può emettere valuta cartacea o registrare movimenti contabili presso la BCA a piacimento, i pagamenti delle tasse non forniscono allo Stato nessuna capacità aggiuntiva (riflusso) di spesa.

Le due braccia del governo (Tesoro e Banca centrale) hanno un impatto sulle scorte (stock) di beni finanziari accumulati nel settore non governativo e sulla composizione di tali beni: il deficit pubblico (operazione del ministero del Tesoro) determina l’accumulo di scorte di beni finanziari nel settore privato mentre le decisioni della Banca centrale determinano la composizione di tali scorte in termini di banconote e moneta (contante), riserve bancarie (all’interno del sistema di pareggiamento dei saldi) e titoli di Stato.

Il grafico in alto mostra le scorte accumulate conservate in quello che chiameremo Magazzino non governativo [l’espressione letterale sarebbe capanna di latta, ndt], dove vengono accantonate scorte di moneta fiat, riserve bancarie e titoli di Stato. Ho inventato questa analogia con il Magazzino per chiarire al pubblico che non c’è un’area di deposito da qualche parte a Camberra dove il governo nazionale mette da parte tutti i surplus [di bilancio, ndt] per usarli in seguito – ossia quella che era la maggiore rivendicazione del precedente governo federale. Non c’è in realtà nessun deposito perché, quando si registra un surplus, la capacità di acquisto viene distrutta per sempre. Il settore governativo, in ogni caso, non ha sicuramente un Magazzino all’interno del sistema bancario o da qualche altra parte.

Ogni flusso finanziario che va dal settore governativo a quello non governativo e non finanzia gli oneri fiscali rimane nel settore non governativo sotto forma di contante, riserve o titoli di Stato. In questo modo possiamo capire come ogni accumulo di beni finanziari nel Magazzino sia il riflesso dei deficit di bilancio che si accumulano.

Le tasse sono nella parte inferiore, esogena, della catena verticale e vengono cestinate. Questo enfatizza il fatto che esse non finanziano alcunché: mentre le tasse riducono il saldo dei conti correnti bancari privati, il governo in realtà non riceve niente – le riduzioni sono contabilizzate ma non finiscono da nessuna parte. I governi possono utilizzare la loro spesa al netto per acquistare beni accumulati (per esempio spendendo i surplus in oro o, come avviene in Australia, nei beni finanziari accumulati dai privati tramite il Future Fund1), ma ciò non equivale a dire che quando i governi registrano un surplus (tasse che eccedono la spesa) quei fondi possono essere accumulati e spesi in futuro. Questo è un concetto erroneo. Inoltre, anche i pagamenti che derivano dalla vendita di titoli di Stato sono contabilizzati come un drenaggio di liquidità ma vengono poi cestinati.

I mercati dei capitali privati rappresentano le relazioni (disegnate dalla freccia orizzontale) e ospitano il sistema di leva dell’attività di credito delle banche, delle imprese commerciali, e delle famiglie (inclusi gli stranieri) e molti considerano [i mercati dei capitali privati, ndt] endogeni al circuito monetario. La distinzione cruciale comunque è che le transazioni orizzontali non creano beni finanziari al netto – tutti gli attivi creati sono controbilanciati da una passività della stessa dimensione, quindi tutte le transazioni al netto equivalgono a zero. Le implicazioni di questo fatto saranno presto affrontate quando considereremo gli impatti che la spesa al netto da parte del governo ha sulla liquidità e il ruolo dell’emissione dei titoli di Sta

L’altro punto importante è che l’attività di leva finanziaria privata, che al netto si azzera, non ha una parte operativa nell’accumulo di valuta, di riserve o di titoli di Stato nel nostro Magazzino. Le banche commerciali non hanno bisogno delle riserve per generare credito, contrariamente alla rappresentazione in voga nei maggiori testi.

Lo scopo delle operazioni della Banca centrale è quello di gestire la liquidità del sistema bancario in modo tale che i tassi d’interesse a breve termine combacino con gli obiettivi ufficiali assunti dalla politica monetaria corrente. Per realizzare questo obiettivo la Banca centrale può:

  1. intervenire sul mercato monetario interbancario (per esempio, il Mercato dei fondi federali2 negli Stati Uniti) per gestire ogni giorno l’offerta e la domanda di fondi;

  2. acquistare dalle banche commerciali alcuni beni finanziari al tasso di sconto;

  3. imporre tassi d’interesse penalizzanti alle banche che hanno bisogno di fondi urgenti.

Di fatto, la gestione della liquidità è realizzata in gran parte tramite (a). Ciò detto, la funzione delle operazioni della Banca centrale è quella di compensare i fattori che operano all’interno del sistema, attraverso la modifica della composizione delle riserve, dei contanti e dei titoli; e non quella di alterare i beni finanziari al netto all’interno del settore non governativo.

I mercati monetari sono quelli in cui le banche commerciali (e altri intermediari) scambiano strumenti finanziari a breve termine fra loro, in modo da poter rispettare gli obblighi sulle riserve [riserva obbligatoria, ndt] oppure per guadagnare fondi usati per scopi commerciali. In termini grafici, tutte queste transazioni sono orizzontali e al netto sono pari a zero.

Le banche commerciali detengono conti correnti presso la Banca centrale,[e questo ndt] permette di gestire le riserve e fa funzionare senza intoppi il sistema di pareggiamento (clearing system). La Banca centrale, oltre a fissare un tasso d’interesse sui prestiti (tasso di sconto o discount rate), stabilisce anche un tasso d’interesse attivo (support rate) che viene pagato alla banche commerciali sulle riserve detenute presso la Banca centrale. Molti paesi (come per esempio Australia, Canada e zone come l’Unione Monetaria Europea) offrono un ritorno predefinito sulle riserve in surplus (per esempio la Banca centrale d’Australia paga un ritorno predefinito sul surplus delle riserve pari a 25 punti base in meno rispetto al tasso di prestito interbancario). Altri paesi, come il Giappone, non offrono un ritorno sulle riserve e ciò si traduce in un persistente eccesso di liquidità che conduce il tasso d’interesse a breve termine a zero (come in Giappone fino alla metà del 2006), a meno che il governo non venda titoli di Stato (o alzi le tasse). Il tasso d’interesse attivo [sulle riserve, ndt] diventa il tasso d’interesse minimo per l’economia.

Nel breve periodo, l’obiettivo sul tasso d’interesse operativo, che rappresenta l’orientamento della politica monetaria corrente, è fissato dalla Banca centrale fra il tasso di sconto (discount rate) e il tasso d’interesse attivo (corrisposto sulle riserve delle banche, ossia il support rate, ndt). Ciò crea, quindi, un corridoio o un differenziale all’interno del quale il tasso d’interesse a breve termine fluttua al variare della liquidità. È questo differenziale che viene gestito dalla Banca centrale nelle sue operazioni giornaliere.

Nella maggior parte delle nazioni, le banche commerciali, per legge, devono mantenere i saldi delle riserve che detengono presso la Banca centrale, accumulati in un determinato periodo di tempo specifico, in positivo. Alla fine di ogni giorno le banche commerciali devono comunicare lo stato dei conti delle loro riserve. Quelle che sono in deficit possono prendere in prestito i fondi necessari dalla Banca centrale al tasso di sconto. In alternativa, le banche con riserve in eccesso si trovano di fronte alla possibilità di guadagnare un tasso d’interesse attivo (il support rate corrisposto dalla Banca centrale, ndt), che è al di sotto del tasso d’interesse corrente sul mercato interbancario dei prestiti (overnight rate), nel caso in cui non facciano niente. Chiaramente, sarà profittevole per le banche con fondi in eccesso prestarli alle banche in deficit al tasso di mercato. La concorrenza fra le banche con riserve in eccesso, ovviamente, farà abbassare i tassi d’interesse a breve termine (i tassi sui prestiti interbancari) e, in base alla liquidità complessiva, farà scendere il tasso interbancario al di sotto dell’obiettivo operativo sul tasso d’interesse. Se il sistema nel suo complesso è in surplus questa concorrenza porterà il tasso [d’interesse interbancario, overnight rate, ndt] al di sotto del tasso d’interesse attivo [sulle riserve detenute presso la Banca centrale, ossia il support rate, ndt].

La domanda di fondi a breve termine sul mercato monetario rappresenta una funzione negativa del tasso d’interesse sui prestiti interbancari: più è alto il tasso d’interesse meno le banche saranno disposte a chiedere un prestito alle altre banche per far fronte alle carenze previste, se confrontato col rischio di dover prendere in prestito denaro dalla Banca centrale per coprire eventuali aspettative sbagliate sulla posizione contabile delle riserve alla fine della giornata.

Il maggiore strumento attraverso cui avviene la gestione della liquidità sono le operazioni di mercato aperto (open market operations), cioè l’acquisto e la vendita di debito pubblico. Quando la spinta della concorrenza sul mercato interbancario dei prestiti porta il tasso d’interesse al di sotto dell’obiettivo desiderato sul tasso, la Banca centrale drenerà liquidità attraverso la vendita di debito pubblico. Questo intervento di mercato aperto, quindi, si tradurrà in un innalzamento del valore del tasso d’interesse interbancario. La cosa importante è che noi caratterizziamo l’emissione di debito come un’operazione di politica monetaria, funzionale al mantenimento del tasso d’interesse. Ciò è in forte contrasto con la teoria ortodossa la quale afferma che l’emissione di debito è un aspetto della politica fiscale ed è necessaria per finanziare la spesa a deficit.

Il punto significativo di questa discussione, che elaboreremo in seguito esponendo il mito del crowding out (letteralmente “spiazzamento”), è che la spesa al netto del governo (i deficit) – che non viene presa in considerazione da parte della Banca centrale nelle sue decisioni sul livello di liquidità – si manifesterà in un eccesso di riserve nel [sistema, ndt] di pareggiamento dei saldi delle banche commerciali (le riserve delle banche) presso la Banca centrale. Definiamo tutto questo un surplus a livello di sistema. In queste circostanze, le banche commerciali si troveranno di fronte alla possibilità di guadagnare un tasso d’interesse attivo sui fondi delle riserve in surplus (support rate) più basso, nel caso in cui non cerchino uno scambio fruttuoso con le altre banche che hanno fondi carenti nelle loro riserve. La conseguente concorrenza che si creerà per liberarsi delle riserve in eccesso abbasserà il tasso di prestito interbancario (overnight rate). In ogni caso, queste sono transazioni orizzontali e al netto necessariamente finiscono con l’azzerarsi: gli scambi [sul mercato, ndt] interbancario, infatti, non possono cancellare il surplus a livello di sistema. Di conseguenza, se la Banca centrale desidera mantenere il corrente obiettivo sul tasso di prestito interbancario, allora deve drenare questo surplus di liquidità attraverso la vendita di debito pubblico, [dando luogo a, ndt] una transazione verticale.

Il mito del crowding out1

Adesso sappiamo che si tratta di un mito finalizzato a perpetuare l’idea che l’emissione di moneta da parte del governo è finanziariamente vincolata. Questo mito sta alla base della posizione degli economisti più ortodossi, che sono contrari a un governo attivo nella politica macroeconomica. C’è un altro mito persistente che deve essere dissolto: quello secondo cui le spese del governo spiazzano le spese dei privati a causa del loro effetto sui tassi d’interesse.

Abbiamo visto che la Banca centrale deve necessariamente amministrare il tasso d’interesse senza rischio e non è soggetta alla forze che dirigono il mercato. L’approccio macroeconomico ortodosso afferma che i deficit persistenti riducono i risparmi nazionali … [e richiedono] … tassi d’interesse reali più alti, con livelli inferiori di spesa in investimenti. Ripensate alla trascrizione del notiziario delle 7.30 che ho fornito un paio di giorni fa.

Sfortunatamente, i sostenitori di questa tesi collegano automaticamente i deficit di bilancio all’aumento dell’emissione di debito [pubblico, ndt] e al conseguente innalzamento dei tassi d’interesse; senza capire come sono stabiliti i tassi d’interesse e il ruolo che l’emissione di debito gioca nell’economia. Ovviamente, la Banca centrale potrebbe scegliere, senza problemi, di fissare e lasciare il tasso d’interesse allo zero per cento, favorendo così i tassi sugli investimenti a più lunga scadenza.

Abbiamo visto che, mentre il denaro che il governo spende non proviene da nessuna parte e che quello che riscuote tramite le tasse non finisce da nessuna parte, la spesa al netto del governo ha un impatto sostanziale sulla liquidità. Infatti, se i fondi con cui vengono acquistati i titoli di Stato provengono dalla spesa del governo, secondo i dettami della contabilità [nazionale, ndt], allora l’idea che la spesa del governo diminuisca i risparmi limitati che possono essere utilizzati dai privati per gli investimenti è un senza senso. Un esperto di finanza degli Stati Uniti, Tom Nugent sintetizza così la cosa:

Possiamo vedere che la paura di un aumento dei tassi d’interesse a fronte di un incremento dei deficit di bilancio ha poco senso quando prendiamo in considerazione l’impatto complessivo della spesa a deficit da parte del governo: poiché la fornitura dei titoli di Stato offerti dal governo federale è sempre uguale ai fondi appena creati, l’effetto al netto sarà sempre un lavaggio, e il tasso d’interesse sarà quello che la Fed avrà scelto. Notate che in Giappone, con il più alto debito pubblico mai registrato e ripetuti downgrade [letteralmente “retrocessioni”, ndt], il governo giapponese emette buoni del tesoro allo 0.0001%! Se i deficit causassero davvero alti tassi d’interesse, il Giappone avrebbe dovuto chiudere bottega molto tempo fa!”

Come ho spiegato in precedenza, solo le transazioni fra il governo federale e il settore privato sono in grado di cambiare l’equilibrio nel sistema. La spesa del governo e l’acquisto di titoli di Stato (buoni del Tesoro) da parte della Banca centrale aggiungono liquidità mentre la tassazione e la vendita di titoli di Stato la drenano. Queste transazioni influiscono sulla posizione finanziaria del sistema su base giornaliera e possono generare ogni giorno un surplus (deficit) dovuto a un deflusso di fondi dal settore pubblico superiore (minore) al loro afflusso. La posizione finanziaria del sistema ha implicazioni cruciali per la politica monetaria della Banca centrale e rappresenta un fattore importante nel determinare il ricorso a operazioni di mercato aperto (acquisto e vendita di titoli di Stato) da parte della Banca centrale.

Ecco qui un altro grafico che ho disegnato per aiutarvi a mettere insieme questa parte della discussione. Potete cliccarci sopra per aprirlo in una nuova finestra e stamparlo, in modo da poterlo consultare per seguire più facilmente l’argomentazione.Potete vedere così riassunte le singole funzioni nelle mani del governo: (a) Il Tesoro gestisce la politica fiscale, riassunta nella spesa e nella tassazione governativa che ogni giorno hanno un impatto al netto sull’economia – sia attraverso un surplus (G < T) sia attraverso un deficit (G > T); e (b) la BCA conduce la politica monetaria fissando un obiettivo sul tasso d’interesse. Inoltre, gestisce i saldi contabili a livello di sistema per tenere sotto controllo l’obiettivo sul tasso. Il tutto avviene tramite la vendita/acquisto di debito pubblico in modo da determinare la posizione delle riserve delle banche commerciali.

Perché allora il governo emette debito se non serve a finanziare la sua spesa? Beh, per gestire le riserve delle banche in modo tale che la Banca centrale possa mantenere uno specifico tasso di prestito interbancario (overnight rate). Ogni giorno, quindi, se G > T (deficit di bilancio) le riserve complessive aumenteranno. Qualsiasi singola banca potrebbe essere a corto di riserve ma la somma complessiva delle riserve bancarie sarà in surplus. In Australia, queste riserve fruttano meno del tasso prefissato (mentre in alcuni paesi non fruttano niente). Quindi, sarà nell’interesse delle banche commerciali cercare di eliminare ogni notte le riserve non necessarie. Le banche in surplus proveranno a prestare le loro riserve in eccesso sul mercato interbancario. Alcune banche in deficit, chiaramente, saranno interessate a questi prestiti per rafforzare la loro posizione e evitare di dover chiedere un prestito alla BCA al tasso di sconto, che è più oneroso.

La conseguenza, comunque, sarà che la concorrenza fra le banche in surplus per liberarsi delle loro riserve in eccesso abbasserà i tassi d’interesse a breve termine.

Ma, se avete capito il discorso precedente sulle transazioni orizzontali (che al netto si azzerano!) allora apprezzerete il fatto che il sistema bancario non governativo non può da solo (conducendo transazioni orizzontali fra banche commerciali – cioè, prestando e prendendo in prestito sul mercato interbancario) eliminare l’eccesso di riserve all’interno del sistema, creato dal deficit di bilancio.

Ciò che serve è una transazione verticale – ossia, un’interazione fra il settore governativo e quello non governativo. Nel grafico potete vedere che la vendita di titoli di Stato può drenare liquidità offrendo alle banche un interessante titolo fruttifero (debito pubblico) che può essere acquistato per eliminare le riserve in eccesso.

La vendita di titoli di Stato (emissione di debito) permette quindi alla BCA di drenare tutte le riserve in eccesso dal sistema e limitando la diminuzione del tasso d’interesse. In questo modo la Banca centrale mantiene il controllo sulla politica monetaria. Importante:

  •  I deficit di bilancio spingono verso il basso i tassi d’interesse;
  • la vendita di titoli di Stato mantiene l’obiettivo sui tassi d’interesse fissato dalla BCA

Di conseguenza, il concetto di monetizzazione del debito è un non sequitur [ossia un errore di ragionamento, ndt]. Una volta che la Banca centrale ha stabilito l’obiettivo sul tasso d’interesse interbancario, deve solamente scambiare titoli di Stato se, per poter mantenere questo obiettivo, è necessaria una variazione del livello di liquidità. Dato che la Banca centrale non può controllare le riserve, la monetizzazione del debito è rigorosamente impossibile. Immaginate che la Banca centrale scambi titoli di Stato con il Ministero del Tesoro, facendo aumentare la spesa del governo; le riserve in eccesso spingeranno la Banca centrale a vendere lo stesso ammontare di titoli di Stato al mercato privato oppure a lasciare che il tasso d’interesse sui prestiti interbancari (overnight rate) cali fino al tasso d’interesse attivo [corrisposto dalla BCA sulle riserve delle banche commerciali, ossia il support rate, ndt]. Questa non è una monetizzazione, piuttosto la Banca centrale agisce come semplice intermediario nel contesto della logica di una politica monetaria che stabilisce i tassi d’interesse.

Alla fine, gli agenti privati possono rifiutarsi di detenere ulteriori scorte di denaro o titoli di Stato. Senza emissione di debito, i tassi d’interesse caleranno fino al limite del tasso di supporto (support rate) della Banca centrale (che può essere zero). Il settore privato, a livello microeconomico, può chiaramente amministrare saldi di cassa non voluti in assenza di titoli di Stato, solamente attraverso l’aumento dei livelli di consumo. Data l’attuale struttura fiscale, questa riduzione del desiderio di risparmiare potrebbe generare un’espansione privata e ridurre il deficit, ricreando un equilibrio di portafoglio con livelli di occupazione privata più alti e deficit di bilancio richiesti più bassi, fin che questo desiderio di risparmiare resta basso. Chiaramente, non ci dovrebbe essere alcuna volontà da parte del governo di espandere l’economia al di là dei suoi limiti reali: il fatto che si possa generare inflazione dipende dall’abilità dell’economia di aumentare la produzione reale in modo da accogliere l’aumento della domanda nominale. Ciò, comunque, non viene compromesso dalla dimensione dei deficit di bilancio.

Ecco un riassunto delle principali conclusioni di questo post:

  • La Banca centrale (BC) fissa il tasso d’interesse a breve termine in base alle sue aspirazioni politiche. A livello operativo, i deficit di bilancio fanno scendere i tassi d’interesse, contrariamente al mito del crowding out che troviamo sui libri di macroeconomia. La Banca centrale può contrastare questa tendenza tramite la vendita di titoli di Stato, che equivale a un prestito del pubblico al governo;

  • la conseguenza derivante dalla decisione di non prendere in prestito è che il tasso d’interesse scenderà al livello minimo, che generalmente equivale a zero nei paesi dove la Banca centrale non offre un ritorno sulle riserve. Per esempio, il Giappone è stato capace di mantenere una politica sul tasso d’interesse a zero per anni con deficit di bilancio da record semplicemente spendendo più di quel che veniva preso in prestito. Ciò mostra anche che la spesa del governo è indipendente dal fatto che esso prenda in prestito, e la miglior idea di quest’ultimo aspetto è che viene dopo la spesa;

  • l’emissione di debito pubblico è un fatto di politica monetaria piuttosto che qualcosa di intrinseco alla politica fiscale;

  • un surplus di bilancio descrive, a livello contabile, ciò che il governo ha fatto, non quello che ha ricevuto.

Quindi, dovremmo rifiutare ogni concezione secondo cui i deficit federali danneggerebbero e indebiterebbero le generazioni future. Il governo ha scelto di mantenere un tasso d’interesse a breve termine positivo e ciò richiede l’emissione di debito pubblico se quel tasso viene spinto verso il basso dalle pressioni emergenti nel sistema di cassa. Nel prossimo post di questa serie La spesa a deficit 101 – Parte 4 spiegherò perché i tassi d’interesse a breve termine dovrebbero essere tenuti a zero o vicino allo zero, come lo sono oggi in Giappone e negli Stati Uniti.4

1 Si tratta di un organo creato dal governo che investe fondi sul mercato azionario nazionale o estero, in beni immobiliari, infrastrutture e altre attività. Fonte: http://www.futurefund.gov.au/about_the_future_fund/outline, ndt.

2 Si tratta del mercato dei fondi che la Federal Reserve (la Banca centrale statunitense) presta alla banche private, ndt.

3 Il termine crowding out si riferisce, in economia, alla diminuzione degli investimenti privati dovuta ad un aumento del deficit pubblico, causato dal fatto che il governo entra in concorrenza col settore privato per finanziarsi. Fonte: http://krugman.blogs.nytimes.com/2009/09/28/crowding-in/

4 Articolo mai scritto, ndt.

Deficit Spending 101 – part III

Traduzione a cura di Daniele Della Bona

Occorre una valuta fiat per sostenere la piena occupazione. E una valuta fiat, come il dollaro USA e l’Euro, include la certezza di debito e tasse

Vittorio Grilli, nuovo Ministro dell’Economia, intende ridurre drasticamente il debito pubblico vendendo i beni che appartengono allo Stato

Innocente Truffa Mortale – 2

Spendendo a deficit lasciamo il peso del debito ai nostri figli.

I fatti:

Nel complesso, in termini reali, non esiste questa possibile zavorra. Debito o non debito, i nostri figli potrebbero consumare qualunque cosa essi producano.

Questa innocente truffa mortale è spesso la prima risposta che la maggior parte delle persone offre a quello che esse percepiscono come il problema principale associato alla spesa pubblica a deficit. Un prestito significa pagare domani la spesa di oggi, o, come si  vede comunemente nei media:

Deficit maggiori oggi significano tasse più alte domani.

Pagare in seguito significa che, in qualche modo, gli standard di vita reali e il benessere generale dei nostri figli diminuiranno nel futuro a causa della spesa a deficit [effettuata, ndt] nel presente.

Gli economisti professionisti chiamano questo fenomeno il problema del debito “inter-generazionale”. Si ritiene che quando il governo federale spenda a deficit, stia in qualche modo facendo sì che la reale zavorra delle spese odierne sarà pagata dalle generazioni future.

E i numeri sono scioccanti!

Ma, fortunatamente, come tutte le sette innocenti truffe mortali, questa può essere smontata del tutto in una maniera facilmente comprensibile. In realtà, l’idea dei nostri figli che vengono necessariamente privati di beni e servizi reali nel futuro, a causa di quello che viene chiamato debito pubblico, è quantomeno ridicola.

Ecco una storia che illustra la questione. Molti anni fa, mi sono imbattuto in un ex senatore e governatore del Connecticut, Lowell Weicker, e sua moglie Claudia, in un porto a St. Croix. Ho chiesto al governatore Weicker cosa ci fosse di sbagliato nella politica fiscale del Paese. Lui ha replicato che avremmo dovuto smettere di contrarre questi deficit che lasciano il fardello del pagamento delle spese di oggi ai nostri figli.

Perciò, gli ho posto alcune domande, sperando di evidenziare le lacune celate nel suo ragionamento: “quando i nostri figli costruiranno 15 milioni di automobili all’anno, da qui a 20 anni, dovranno rimandarle indietro nel tempo fino al 2008 per ripagare il loro debito? Per caso noi stiamo ancora rimandando beni e servizi reali indietro nel tempo fino al 1945, per ripagare il debito residuo della seconda guerra mondiale?”

Oggi, candidandomi per il Senato USA nel Connecticut, [ho capito come, ndt] nulla sia cambiato. La tesi ricorrente degli altri candidati è che ci stiamo indebitando con [paesi quali, ndt] la Cina per finanziare la spesa di oggi, e che stiamo lasciando ai nostri figli e nipoti il conto da pagare.

Ovviamente, sappiamo tutti che non stiamo mandando beni e servizi reali indietro nel tempo per ripagare i deficit del governo federale, e che nemmeno i nostri figli dovranno farlo.

Non vi è alcuna ragione per cui la spesa pubblica degli anni precedenti dovrebbe impedire ai nostri figli di andare a lavorare e produrre tutti i beni e servizi possibili. In futuro, i nostri figli, proprio come oggi, potranno andare al lavoro, produrre e consumare il loro output reale di beni e servizi, a prescindere da quanti buoni del Tesoro americani non siano ancora stati pagati. Non esiste qualcosa come il destinare l’output dell’anno in corso al passato, e rimandarlo indietro nel tempo alle generazioni precedenti. I nostri figli non potranno ripagarci, per nessuna cosa che gli lasciamo, nemmeno se volessero.

Allo stesso modo, finanziare il pagamento di qualcosa con spesa a deficit non porta ad alcuna particolare conseguenza. Quando il governo spende, modifica delle cifre al rialzo in conti correnti bancari. Più specificamente, tutte le banche commerciali che utilizziamo per le nostre operazioni quotidiane detengono conti correnti presso la Fed, chiamati conti di riserva; anche i governi esteri detengono conti di riserva presso la Fed. Questi conti di deposito presso la Banca Centrale sono simili ai conti correnti di qualsiasi altra banca.

Quando il governo spende senza tassare, tutto ciò che fa è aumentare delle cifre nei “conti correnti” che le banche hanno presso la Fed. Ciò significa che quando essa effettua un pagamento in vostro favore di $2000, per la previdenza sociale ad esempio, sta aumentando di $2000 le cifre del conto corrente della vostra banca presso la Fed, il che automaticamente aggiunge $2000 al vostro conto presso la vostra banca.

Poi, dovete capire cos’è realmente un buono del Tesoro: nulla in più di un “libretto di risparmio” presso la Fed. Quando comprate un buono del Tesoro, inviate del denaro alla Fed e, in un tempo futuro, essa vi restituisce quella quota capitale più gli interessi. La stessa cosa vale per un libretto di risparmio presso qualsiasi altra banca: cedete dei soldi alla banca e, in cambio, vi viene restituito quel denaro più gli interessi. Poniamo che la vostra banca voglia investire $2000 in buoni del Tesoro. Per far eseguire il pagamento dei buoni, la Fed riduce di 2000 il numero di dollari che la vostra banca ha a disposizione nel suo conto corrente Fed, e aggiunge $2000 al libretto di risparmio Fed della vostra banca (chiamo i buoni del Tesoro per quello che sono, cioè “libretti di risparmio”).

In altri termini, quando il governo compie quello che viene detto “indebitamento”, tutto ciò che fa è movimentare dei fondi da conti correnti presso la Fed, ad altri libretti di risparmio presso la Fed. Di fatto, l’intero ammontare dei $13 trilioni di debito pubblico è il totale delle quote dei libretti di risparmio presso la Fed.

E che cosa accade quando i buoni del Tesoro scadono, e il “debito” deve essere ripagato? Sì, avete indovinato: la Fed sposta semplicemente il saldo di denaro dal libretto di risparmio (buoni del Tesoro) al conto di deposito della banca presso la Fed. Questa non è nemmeno una novità: si fa esattamente così da molto tempo e nessuno sembra capire quanto sia semplice e che non sarà mai un problema.

La tassazione e la spesa pubblica influenzano la redistribuzione

La redistribuzione riguarda i destinatari di tutti i beni e servizi che vengono prodotti. Di fatto, questo è ciò che fanno i politici ad ogni cambio di legislatura: essi re-indirizzano beni e servizi reali per decreto, a destinazioni migliori o peggiori a seconda dei casi. Le possibilità di destinare [beni e servizi in maniera, ndt] migliore sono sostanzialmente inferiori, se non comprendiamo le sette innocenti truffe mortali. Ogni anno, ad esempio, il Congresso discute di politica fiscale puntando gli occhi sulla redistribuzione di redditi e spese. Molti mirano a tassare quelli che “possono permetterselo” e indirizzano la spesa pubblica a coloro che “ne hanno bisogno”. Ed essi decidono anche come e quanto tassare gli interessi, le plusvalenze finanziarie, gli immobili, così come la tassazione dei redditi. Tutti questi sono problemi redistributivi.

Inoltre, il Congresso decide chi viene assunto e licenziato dal governo, i venditori da cui esso deve rifornirsi e chi è destinatario dei pagamenti diretti. Il Congresso emana anche le leggi che influenzano direttamente molti altri aspetti dei prezzi e dei redditi.

Gli stranieri che possiedono dollari USA sono particolarmente a rischio. Essi guadagnano quei dollari vendendoci beni e servizi reali, ma non hanno la sicurezza di poter comprare beni e servizi reali da noi in futuro. I prezzi potrebbero alzarsi (inflazione) e il governo degli USA potrebbe legalmente imporre tutti i tipi di tasse su qualunque cosa che gli stranieri vogliano comprare da noi riducendo il loro potere d’acquisto.

Pensate a tutte le automobili che il Giappone ci ha venduto per meno di $2.000 alcuni anni fa. I giapponesi hanno sempre detenuto quei dollari nei conti di deposito presso la Fed (possiedono titoli di Stato USA), e se ora volessero spendere quei dollari per comprare auto da noi, probabilmente dovrebbero pagare più di $20.000 a macchina. Come possono rimediare all’innalzamento dei prezzi? Chiamare il manager e lamentarsi? Ci hanno venduto milioni di automobili perfette in cambio di aperture di credito sui libri contabili della Fed, con cui possono comprare solo ciò che noi gli consentiamo. E osservate cosa è accaduto di recente: il taglio dei tassi della Fed che hanno ridotto gli interessi percepiti dal Giappone sui suoi titoli di Stato USA (questa discussione prosegue più avanti, nella trattazione di un’altra truffa innocente).

Tutto ciò è perfettamente legale e non è mai soggetto a cambiamenti, poiché l’output annuale è “diviso” tra la popolazione. Nessuna parte di output reale viene “buttata via” a causa di un enorme debito, e non importa quanto sia grande. Un debito enorme non riduce l’output e l’occupazione, a meno che dei politici ignoranti non decidano di prendere delle misure contro il deficit che riducano davvero l’output e l’occupazione. Sfortunatamente, è proprio il caso di questi giorni, ed ecco perché questa è un’innocente truffa mortale.

Oggi (15 Aprile, 2010) è chiaro a tutti che il Congresso ci sta sottraendo più potere d’acquisto in tasse di quanto sia necessario per fare spazio alla spesa pubblica. Anche dopo che il settore privato abbia speso ciò che vuole e il governo fa la sua spesa massiccia, esistono ancora molti beni e servizi rimasti invenduti, in quel mega-negozio chiamato economia.

Come lo sappiamo? Facile! Contate gli individui nelle statistiche relative alla disoccupazione. Guardate all’ammontare enorme di capacità in eccesso nell’economia. Osservate quello che la Fed chiama “output gap”, ovvero la differenza fra quanto (e cosa) potremmo produrre in una condizione di piena occupazione e quanto stiamo producendo. E’ immenso.

Certamente, ci sono un debito e deficit nazionali da record, il che significa, ora lo sapete, che abbiamo tutto quel denaro in conti di deposito di banche presso la Fed, chiamati titoli di Stato. Casualmente, il deficit di bilancio complessivo degli USA, adattato alle dimensioni dell’economia, è ancora di molto inferiore a quello del Giappone, dell’Europa, ed enormemente inferiore ai deficit degli USA nel periodo della seconda guerra mondiale che ci hanno portato fuori dalla Depressione (senza avere zavorre di debiti come conseguenza).

Se siete arrivati fino a questo punto del libro, potreste già sapere perché le dimensioni del deficit non sono un problema finanziario. Spero che sappiate che le tasse servono a regolare l’economia, non a ottenere ricavi, come pensa il Congresso. Quando osservo l’economia odierna, mi sembra lampante che il problema stia nel fatto che le persone non hanno abbastanza denaro da spendere: nessun elemento mi suggerisce che il problema sia l’eccesso di potere d’acquisto e la spesa eccessiva da parte di esse. Chi non sarebbe d’accordo?

La disoccupazione è raddoppiata e il PIL è più di 10 punti percentuali al di sotto della soglia che dovrebbe raggiungere se il Congresso non ci oberasse di tasse, sottraendoci così tanto potere d’acquisto.

Quando operiamo ad un potenziale inferiore a quello necessario – ovvero, sotto al livello di piena occupazione – allora stiamo privando i nostri figli dei beni e servizi reali che potremmo produrre per loro. Allo stesso modo, quando operiamo tagli all’educazione superiore, stiamo privando i nostri figli della conoscenza di cui avranno bisogno per tirare fuori il meglio da loro stessi in futuro. Quindi anche quando facciamo tagli sulla ricerca di base e l’esplorazione spaziale, priviamo i nostri figli di tutti i frutti di quel lavoro che stiamo invece trasferendo ai disoccupati.

Quindi sì, i cittadini della nazione devono consumare l’output di quest’anno, e devono anche decidere di utilizzare parte dell’output come “beni e servizi di investimento” che dovranno aumentare la produzione futura. Sì, il Congresso ha molta voce in capitolo nel determinare chi consuma l’output corrente. I potenziali problemi di redistribuzione causati dai precedenti deficit possono essere facilmente affrontati dal Congresso, e la distribuzione può essere legalmente alterata per gli scopi da esso perseguiti.

Quindi come ripaghiamo la Cina?

Coloro che si preoccupano di ripagare il debito nazionale non hanno minimamente capito l’abc di come funziona tutto il sistema (di debiti e crediti), a livello operativo. Altrimenti, essi si renderebbero conto che la domanda è interamente inapplicabile al caso in questione. Ciò che non capiscono è che sia i dollari sia i titoli del debito del Tesoro (titoli di Stato) non sono altro che “conti”, i quali non sono altro che cifre, registrate dal governo nei propri libri contabili.

Perciò, iniziamo ad analizzare come siamo arrivati fino a questo punto nei rapporti con la Cina. Tutto è cominciato quando la Cina ha voluto venderci dei beni, e noi abbiamo voluto comprarli.

Ad esempio, supponiamo che l’esercito americano abbia voluto comprare uniformi dalla Cina per $1 miliardo, e che la Cina abbia voluto vendere uniformi all’esercito americano a quel prezzo, per $1 miliardo. Quindi l’esercito compra uniformi dalla Cina per $1 miliardo. Per prima cosa, cercate di capire che entrambe le parti sono soddisfatte: non esistono “squilibri”. La Cina preferisce avere $ 1 miliardo piuttosto che tenersi le uniformi, altrimenti non le avrebbe vendute; e l’esercito americano preferisce le uniformi piuttosto che il denaro, altrimenti non le avrebbe comprate. Le transazioni sono tutte volontarie, e tutte denominate in dollari USA Ma torniamo al nostro punto centrale: come viene pagata la Cina?

La Cina possiede un conto di riserva presso la Federal Reserve. Per ricapitolare, un conto di riserva non è nulla più che un nome estroso per un conto corrente. È la Federal Reserve, e allora li chiama “conto di riserva”, invece di definirli semplicemente “conti correnti”. Per pagare la Cina, la Fed aggiunge $1 miliardo al conto corrente della Cina presso la Fed: lo fa aumentando le cifre del conto corrente cinese di $1 miliardo. I numeri non vengono da nessuna parte, esattamente come i numeri del tabellone di uno stadio di football. La Cina allora ha a disposizione diverse scelte. Può non far nulla, e quindi lasciare il miliardo di $ nel suo conto corrente presso la Fed, oppure può comprare dei titoli di Stato americani.

Di nuovo, per ripassare velocemente, un titolo di Stato americano è niente più che un nome estroso per un libretto di risparmio presso la Fed. L’acquirente cede denaro alla Fed, che gli viene poi restituito con gli interessi. Questo è un libretto di risparmio: date denaro alla banca e lo ottenete indietro più tardi con gli interessi.

Perciò, poniamo che la Cina compri un titolo di Stato con scadenza ad un anno. Tutto ciò che accade è che la Fed sottrae $1 miliardo   dal conto corrente cinese presso sé stessa, e lo aggiunge al libretto di risparmio cinese, sempre presso di essa. Un anno più tardi quello che accade è che quando il titolo di Stato detenuto dalla Cina scade, la Fed rimuove questo denaro dal libretto di risparmio cinese (inclusi gli interessi) e lo aggiunge al conto corrente cinese presso la Fed.

In questo momento, la Cina detiene titoli di Stato per un valore di circa $2 miliardi. Quindi cosa facciamo quando essi scadono ed è tempo di ripagare la Cina? Togliamo quei dollari dal libretto di risparmio [cinese, ndt] presso la Fed e li aggiungiamo al loro conto corrente; e aspettiamo che ci dica cosa voglia fare poi, ammesso che voglia qualcos’altro.

Questo è ciò che accade quando tutti i titoli di debito del governo americano scadono, cosa che succede di continuo. La Fed rimuove dollari dai libretti di risparmio e aggiunge dollari ai conti correnti registrati sui suoi libri contabili. Quando le persone comprano titoli di Stato, la Fed toglie denaro dai loro conti correnti e lo aggiunge ai loro libretti di risparmio. Allora perché tutta quest’agitazione?

È tutto un tragico fraintendimento.

La Cina sa bene che essa non ci serve per “finanziare i nostri deficit” e ci sta prendendo in giro, [cosi come lo stanno facendo, ndt] Geithner, Clinton, Obama, Summers, il resto dell’amministrazione, il Congresso e i media.

Ora fatemi descrivere tutto ciò in termini più tecnici, per chi fosse interessato. Quando una banconota o buono del Tesoro è acquistata da una banca, ad esempio, il governo crea due voci sul suo foglio di calcolo, che noi chiamiamo “sistema monetario”. Primo, addebita il conto di riserva dell’acquirente presso la Fed (cioè, gli sottrae denaro); poi, accredita il conto dei titoli (libretto di risparmio) presso la Fed (cioè, gli rifornisce denaro). Come prima, il governo semplicemente modifica cifre sul proprio foglio di calcolo – un numero viene diminuito ed un altro aumentato. Quando arriva il terribile giorno, e i titoli di Stato detenuti dalla Cina scadono, dovendo essere ripagati, di nuovo la Fed semplicemente modifica due voci del suo foglio di calcolo. La Fed addebita i conti dei titoli della Cina presso sé stessa; poi accredita i conti correnti della Cina. Ecco tutto: debito pagato!

Ora la Cina ha ottenuto nuovamente i suoi soldi. Ha un bilancio di dollari in attivo (molto consistente) nel suo conto corrente presso la Fed. Se desidera altro – macchine, barche, immobili, altre monete – deve comprare ai prezzi di mercato, presso un venditore consenziente che voglia in cambio dei depositi di denaro. Se la Cina effettivamente compra qualcosa, la Fed sottrarrà quell’ammontare dal suo conto corrente e lo aggiungerà al conto corrente di chiunque gli abbia venduto qualcosa.

Notate anche che “ripagare la Cina” non cambia in alcun modo la ricchezza dichiarata della Cina in $. Semplicemente, essa detiene dollari in un conto corrente, invece che attraverso titoli di Stato americani (dei libretti di risparmio) di eguale valore. Se essa desiderasse invece più titoli di Stato, nessun problema: la Fed, di nuovo, muoverebbe semplicemente i suoi dollari dal suo conto corrente al suo libretto di risparmio, modificando le cifre appropriate.

Ripagare l’intero debito nazionale americano è solo una questione di sottrazione del valore dei titoli in scadenza da un conto della Fed, e simultanea addizione di quel valore ad un altro conto della Fed. Questi trasferimenti non sono degli eventi rilevanti per l’economia reale, e non sono la fonte delle ansie tremende diffuse dagli economisti mainstream, dai politici, dagli uomini d’affari, e dai media.

Ripetiamolo ancora: per ripagare il debito nazionale il governo modifica due voci nel proprio foglio di calcolo – un numero, che ci dice quanti titoli sono detenuti dal settore privato, viene diminuito, ed un altro numero, che ci dice quanti dollari sono detenuti presso la Fed in conto di riserva, viene aumentato. Nulla di più. Debito pagato. Tutti i creditori recuperano i loro soldi.

Pertanto, cosa accade se la Cina rifiutasse di comprare il nostro debito ai bassi tassi d’interesse attuali che gli vengono offerti? Bisogna aumentare i tassi d’interesse per convincerli ad acquistare i titoli di Stato, vero? Sbagliato!

Possono lasciare i loro soldi nei propri conti correnti. Tutto ciò non ha alcun effetto per un governo che capisca il suo sistema monetario. Quei fondi non vengono utilizzati per essere spesi, come descritto in precedenza. Non vi sono conseguenze negative se quei fondi restano in un conto corrente presso la Fed, invece che in un libretto di risparmio.

Che cosa accadrebbe se la Cina affermasse: “Non vogliamo più possedere un conto corrente presso la Fed. Pagateci in oro o con qualche altro mezzo di scambio!”. Semplicemente, i cinesi non hanno quest’opzione con il nostro attuale sistema monetario “fiat”[1]; peraltro, l’avrebbero saputo quando hanno venduto le uniformi all’esercito americano ed hanno accettato che fosse accreditato del denaro presso la Fed. Se essi desiderano altro rispetto ai dollari, devono comprarlo da un venditore consenziente, così come facciamo noi quando spendiamo i nostri soldi.

Un giorno, saranno i nostri figli a modificare cifre su quelli che saranno i loro fogli di calcolo, esattamente come abbiamo fatto noi, e come hanno fatto i nostri genitori (speriamo però con una migliore comprensione del sistema!). Per ora, l’innocente truffa mortale di “lasciare il debito interno ai nostri figli” continua a determinare le politiche nazionali impedendo di ottimizzare la produzione e l’occupazione.

L’output perso inutilmente e il capitale umano deprezzato costituiscono il vero prezzo che noi e i nostri figli stiamo pagando adesso, e che peggiora sia il presente che il futuro. A causa di esso, ci accontentiamo di qualcosa in meno rispetto a quanto potremmo produrre e sopportiamo alti livelli di disoccupazione (insieme a tutti i crimini, i problemi familiari e medici ad essa associati); tutto mentre i nostri figli vengono privati dei reali investimenti che avremmo potuto fare per loro, se avessimo saputo come mantenere pienamente impiegate e produttive le nostre risorse umane.


  [1]     Nel 1971, gli Stati Uniti hanno abbandonato il “gold standard” per i conti internazionali, interrompendo formalmente tutta la convertibilità garantita dal governo dei dollari USA.

Qui la prima parte delle “7 innocenti frodi mortali della politica economica” di Warren Mosler
Traduzione a cura di Giacomo Bracci.
Dal libro di Warren Mosler, The Seven Deadly Frauds of Economics Policy pubblicato in italiano da Edizioni Arianna
http://www.edizioniarianna.it/index.php?option=com_abook&view=book&catid=20%3A-free-writers&id=81%3Ale-sette-innocenti-frodi-capitali-della-politica-economica&Itemid=55
Qui il pdf gratuito in inglese http://moslereconomics.com/wp-content/powerpoints/7DIF.pdf

Questo è il secondo post della serie che sto scrivendo per aiutarvi a comprendere perché non dovremmo aver paura dei deficit. In questo post chiariremo alcuni dei miti che circondano il cosiddetto “finanziamento” dei deficit di bilancio. In particolare, mi dedicherò a quello secondo cui i deficit sono inflazionistici e/o incrementano le richieste di prestito del governo. La conclusione importante sarà che il governo federale non è vincolato finanziariamente e può spendere nella misura in cui decide, con il solo limite di ciò che è in vendita sul mercato. Non è assolutamente detto che tale spesa possa essere inflazionistica Il fatto che la spesa sarà inflazionistica non è una cosa inevitabile e non è necessariamente richiesto alcun aumento del debito pubblico.

La prima cosa da riprendere dalla prima parte è che la spesa dei cittadini è vincolata dalle fonti di finanziamento disponibili, che comprendono le entrate provenienti da ogni tipo di origine: vendita di beni e prestiti da parte di soggetti esterni. La spesa del governo federale, invece, è in gran parte facilitata dall’emissione di assegni da parte del governo mediante la banca centrale. Gli accordi che il governo ha con la sua banca centrale per tenere conto di queste [operazioni, ndt] sono in gran parte irrilevanti. Quando i destinatari degli assegni (coloro che vendono beni e servizi al governo) li depositano presso la loro banca, gli assegni si compensano attraverso [il sistema di, ndt] gestione dei saldi presso le banche centrali (le riserve), e le voci di credito appariranno sui conti correnti in tutto il sistema delle banche commerciali. In altre parole, il governo spende semplicemente accreditando un conto corrente bancario nel settore privato presso la banca centrale. A livello operativo, questo processo è indipendente da ogni entrata precedente, inclusa la tassazione e l’indebitamento. L’accreditamento di un conto, comunque, non ridurrà in alcun modo né il patrimonio governativo né la capacità del governo di spendere ulteriormente.

In realtà, è piuttosto evidente che tutta la spesa dei governi comporti la creazione di moneta, ma questo non è il significato del concetto di monetizzazione del debito così come appare di solito sui libri di testo di economia dove si parla di politica monetaria, e nel dibattito pubblico più ampio. Seguendo la concezione di Blanchard, la monetizzazione del debito è di solito riferita a un processo tramite cui la banca centrale compra titoli di stato direttamente dal ministero del tesoro. In altre parole, il governo federale prende in prestito denaro dalla banca centrale piuttosto che dai cittadini. La monetizzazione del debito è il processo solitamente implicito quando si dice che un governo stampa moneta. La monetizzazione del debito (si dice poi) provoca, a parità di condizioni, un aumento della quantità di moneta offerta e può condurre a una grave inflazione.

La paura della monetizzazione del debito, in ogni caso, è infondata: non solo perché il governo non ha bisogno di moneta per spendere ma anche perché la banca centrale non ha la possibilità di monetizzare nessun debito pubblico sia in circolazione sia di nuova emissione. Nella terza parte mostrerò che finché la banca centrale ha il mandato di mantenere un obiettivo sul tasso d’interesse a breve termine, l’entità degli acquisti e delle vendite del debito pubblico non sono discrezionali. La mancanza di controllo sulla quantità di riserve da parte della banca centrale sottolinea l’impossibilità della monetizzazione del debito. La banca centrale non è in grado di monetizzare il debito pubblico attraverso l’acquisto a volontà di titoli di stato perché nel farlo causerebbe la caduta a zero del tasso [d’interesse, ndt] a breve termine prefissato o di qualunque tasso di supporto che possa aver attuato sulle riserve in eccesso. Questo verrà analizzato passo dopo passo nella terza parte.

In sintesi, possiamo concludere dall’analisi precedente che la spesa del governo introduce beni finanziari al netto nell’economia, accreditando i conti correnti bancari, attraverso l’emissione di un assegno o un pagamento in contanti. Inoltre, questa spesa non è vincolata dalle entrate. Un governo che emette la propria valuta non ha vincoli finanziari sulla sua spesa, che è ben diverso dal fatto che accetti vincoli (politici) auto imposti.

In alternativa, quando la tassazione viene pagata tramite gli assegni (o i trasferimenti bancari) del settore privato, che sono attinti dai conti correnti privati delle banche, la banca centrale addebiterà un conto corrente del settore privato. Nessuna risorsa reale è trasferita al governo, né la capacità di spesa del governo sarà aumentata dall’addebitamento dei conti correnti privati.

In generale, gli economisti “tradizionali” sbagliano nel celare le differenze fra i bilanci delle famiglie private e il bilancio del governo. Affermazioni come questa, del famoso economista Robert Barro, secondo cui “possiamo pensare ai risparmi e ai risparmi negativi del governo proprio come se pensassimo ai risparmi e ai risparmi negativi delle famiglie” sono chiaramente sbagliate.

L’economia mainstream usa il vincolo di bilancio statale come base di riferimento per analizzare le tre presunte forme di finanza pubblica: 1) aumento delle tasse; 2) vendita di debito pubblico con corrispettivo di interessi al settore privato (titoli di stato); 3) emissione di base monetaria senza interessi (creazione di moneta). I vari scenari sono così costruiti per mostrare che i deficit sono inflazionistici se finanziati tramite la base monetaria (monetizzazione del debito), o restringono la spesa del settore privato se finanziati dall’emissione di debito. Anche se in realtà il vincolo di bilancio del governo è solamente un’identità contabile a posteriori, l’economia ortodossa sostiene che si tratti di un vincolo finanziario [che si applica, ndt] ex-ante alla spesa del governo.

La base di riferimento del vincolo di bilancio del governo porta gli studenti a credere che se il governo vuole avere la moneta necessaria per la sua spesa, a meno che non voglia stampare moneta e generare inflazione, debba aumentare le tasse o vendere titoli. Le persone hanno l’errata concezione che la tassazione e la vendita di titoli forniscono moneta ai governi che viene poi usata per spendere. Così, se il governo incrementa il suo deficit (spendendo più di quel che tassa) allora deve aumentare il suo debito o “stampare moneta”, e entrambe le soluzioni sono considerate non desiderabili.

La realtà, comunque, è ben lontana da questa idea erronea sul modo in cui il governo federale gestisce il suo bilancio. Primo, una famiglia usa la valuta, e quindi deve finanziare la sua spesa in anticipo, a priori; mentre il governo, l’emettitore della valuta, deve necessariamente spendere per primo (accreditando i conti correnti privati), per poter addebitare in seguito, qualora lo desideri, [gli stessi, ndt] conti correnti privati. Il governo è l’origine dei fondi di cui il settore privato ha bisogno per pagare le sue tasse e risparmiare (compresa la necessità di mantenere le transazioni in equilibrio). Chiaramente, il governo è sempre solvente se emette la propria valuta.

Inoltre, l’economia mainstream fraintende ciò che si definisce “creazione della moneta”. Nel suo popolare testo di macroeconomia, Olivier Blanchard (1997) afferma che il governo:

può anche fare qualcosa che né voi né io possiamo fare. Può, in effetti, finanziare il deficit creando moneta. La ragione per cui uso la frase “in effetti” è che … i governi non creano la moneta; lo fa la banca centrale. Con la cooperazione della banca centrale, il governo può, in effetti, finanziare se stesso attraverso la creazione di moneta. Esso può emettere titoli e chiedere alla banca centrale di comprarli. La banca centrale quindi pagherà il governo con la moneta creata e il governo a sua volta userà quella moneta per finanziare il suo deficit. Questo processo è chiamato monetizzazione del debito”.

Questo è ciò che l’economia mainstream chiama “stampare la moneta”. Tuttavia, si tratta di una concezione errata in termini di sistema monetario. Monetizzare significa convertire in moneta. L’oro era monetizzato quando il governo emetteva nuovi certificati aurei per acquistare oro. La monetizzazione avviene quando la banca centrale acquista valuta estera. L’acquisto di valuta estera converte, o monetizza, la valuta estera nella valuta di emissione. La banca centrale, inoltre, mette in vendita titoli di stato, per offrire un luogo in cui i nuovi dollari aggiunti al sistema bancario possano guadagnare interessi. Questo processo è indicato come sterilizzazione. In senso lato, un debito del governo federale (emettitore della moneta fiat) è moneta, mentre la spesa a deficit è il processo di monetizzazione di tutto ciò che il governo acquista.

Una volta che abbiamo capito come la spesa del governo non sia vincolata dalle entrate, allora dobbiamo analizzare la funzione della tassazione sotto una luce diversa. La tassazione ha la funzione di sostenere l’offerta di beni e servizi al governo da parte dei privati, in cambio dei fondi necessari per estinguere gli oneri fiscali.

La concezione ortodossa dice che la tassazione fornisce al governo le entrate di cui ha bisogno per poter spendere. In realtà, è vero il contrario. La spesa governativa fornisce reddito al settore non governativo, e permette loro di estinguere gli oneri fiscali. Perciò, i fondi necessari per pagare gli oneri fiscali creano una domanda per la valuta del governo all’interno del settore non governativo, e ciò consente al governo di perseguire il suo programma di politica economica e sociale.

Questa intuizione ci permette di osservare un’altra dimensione della tassazione che viene tralasciata dall’analisi mainstream. Dato che il settore non governativo ha bisogno di moneta fiat per pagare i suoi oneri fiscali, l’imposizione di tasse per legge (senza una concomitante iniezione di spesa) crea, in primo luogo, disoccupazione (persone in cerca di lavoro retribuito) nel settore non governativo. Le risorse non impiegate o inattive del [settore, ndt] non governativo possono essere quindi utilizzate attraverso iniezioni di domanda creata dalla spesa del governo; ciò equivale a un trasferimento di beni e servizi reali dal settore non governativo a quello governativo. A sua volta, questo trasferimento facilita il programma socio-economico del governo. Mentre le risorse reali vengono trasferite dal settore non governativo sotto forma di beni e servizi che vengono acquistati da parte del governo, il motivo per cui vengono offerte queste risorse è originato dal bisogno di acquisire moneta fiat per estinguere gli oneri fiscali.

Inoltre, mentre le risorse reali sono trasferite, la tassazione non fornisce al governo nessuna ulteriore capacità finanziaria di emissione. Elaborando in questo modo la relazione fra il settore governativo e quello non governativo, diventa chiaro che solo la spesa del governo è in grado di fornire il lavoro retribuito necessario a eliminare la disoccupazione creata dalle tasse.

Adesso è possibile osservare perché nasce la disoccupazione.

E’ l’introduzione della “Moneta di Stato” (ovvero tassazione e spesa governativa) all’interno di un’economia non monetaria che fa nascere lo spettro della disoccupazione involontaria. A livello di contabilità, per una produzione aggregata che deve essere venduta, la spesa totale deve eguagliare il reddito totale (se il reddito effettivo generato nella produzione è completamente speso o meno in ogni periodo) Essendo la disoccupazione involontaria, lavoro inattivo che viene offerto senza compratori a prezzi correnti (salari), essa si manifesterà quando il settore privato, in aggregato, desidera guadagnare l’unità monetaria di conto attraverso l’offerta di lavoro ma, a parità di condizioni, non desidera spendere tutto ciò che guadagna. Il risultato è che l’accumulo involontario di scorte tra i venditori di beni e servizi si tradurrà in una diminuzione di produzione e occupazione. In questa situazione, il taglio dei salari nominali (o reali) non riuscirà di per sé a riequilibrare il mercato del lavoro, a meno che i tagli eliminino in qualche modo il desiderio del settore privato di risparmiare, facendo quindi aumentare la spesa.

Lo scopo della “Moneta di Stato”, perciò, è quello di facilitare il trasferimento di beni e servizi reali dal settore non governativo (in gran parte privato) al settore governativo (pubblico). Il governo otterrà questo trasferimento imponendo una tassa, che crea una domanda effettiva per la sua valuta di emissione. Per ottenere i fondi necessari per pagare le tasse e risparmiare, gli agenti non governativi venderanno (offriranno) beni e servizi reali in cambio dell’unità di valuta richiesta. E ciò, senza dubbio, includerà l’offerta di lavoro da parte dei disoccupati. La conclusione ovvia è che la disoccupazione avviene quando la spesa al netto da parte del governo è troppo bassa per soddisfare la richiesta di pagamento delle tasse e il desiderio di risparmiare.

Questa analisi fissa quindi i limiti della spesa governativa. È chiaro che la spesa del governo deve essere sufficiente per consentire che le tasse siano pagate. La spesa al netto del governo, poi, è necessaria per soddisfare il desiderio dei privati di risparmiare (accumulare beni finanziari al netto). Dal precedente paragrafo è anche chiaro che se il governo non spende abbastanza per coprire le tasse e il desiderio di risparmiare del settore non governativo, questa carenza si manifesterà sotto forma di disoccupazione. I keynesiani hanno usato, appunto, il termine di disoccupazione da carenza di domanda. Nella nostra concezione, infatti, la causa di questa carenza è sempre una spesa al netto del governo inadeguata, date le decisioni di spesa private in vigore (risparmio) in qualsiasi tempo particolare.

Per un qualche periodo, anche quelli che possono sembrare livelli inadeguati di spesa al netto da parte del governo possono avvenire senza far aumentare la disoccupazione. In queste circostanze, com’è evidente in paesi come gli Stati Uniti e l’Australia negli ultimi anni, la crescita del PIL può essere spinta da un’espansione del debito privato.

Il problema di questa strategia è che quando si raggiungono certi livelli di indebitamento in rapporto al reddito, il settore privato “finirà la capacità di indebitarsi” in quanto il reddito disponibile limita la capacità di onorare il debito.

Ciò porterà a una ristrutturazione dei bilanci patrimoniali, in modo da renderli meno precari, e di conseguenza la domanda aggregata derivante dall’espansione del debito rallenterà facendo vacillare l’economia. In questo caso, ogni drenaggio fiscale (inadeguati livelli di spesa al netto) inizia a manifestarsi sotto forma di disoccupazione.

Il punto quindi è che, dato un certo livello di tassazione, se le persone vogliono lavorare ma non vogliono continuare a consumare ai livelli precedenti (e continuano a indebitarsi ulteriormente), allora il governo potrà aumentare la spesa e acquistare beni e servizi, mantenendo la piena occupazione. Le alternative sono la disoccupazione e un’economia in recessione. È difficile immaginare che in un’economia in recessione un deficit crescente sarà inflazionistico, in quanto ci saranno tante risorse inutilizzate, sia di capitali sia di manodopera.

Infatti, come sottolineo continuamente, la prima cosa che il governo federale dovrebbe fare sarebbe offrire a tutta la manodopera che nessun altro vuole un lavoro e pagarle un salario minimo con tutti i diritti statutari aggiuntivi. Per definizione, infatti, il disoccupato non ha “un prezzo di mercato” perché non c’è domanda per il suo lavoro. E comprare un servizio per il quale non c’è prezzo non è un’azione inflazionistica.

Nella terza parte, considereremo la tesi secondo cui i deficit fanno salire automaticamente i tassi d’interesse, in quanto il debito pubblico restringe i fondi disponibili sul mercato monetario. Come potrete immaginare … questo è un altro dei miti neo liberisti progettato per rendere inattivi i governi.

L’articolo Deficit Spending 101 – seconda parte, è stato  pubblicato da Mitchell il 23 febbraio 2009.

La versione originale in inglese è disponibile qui.

Traduzione a cura di Daniele Della Bona.

Queste slide si compongono di tre parti:
Nella prima parte si presentano gli elementi base che costituiscono e caratterizzano un Sistema monetario moderno con moneta sovrana cd. “fiat”. Viene evidenziata la differenza tra Moneta sovrana e Euro, e le devastanti conseguenze. Questi elementi sono illustrati con gli strumenti analitici della Modern Money Theory, ed evidenziati in alcuni richiami ad eventi e dinamiche concretamente verificatesi.
Nella seconda parte si illustra la natura del “debito pubblico”, e perché questo costituisca la ricchezza dei cittadini di un Paese dotato di moneta sovrana.
Nella terza parte si illustrano le fondamenta ideologiche reazionarie alla base della costruzione dell’Unione Europea e del sistema monetario Euro, e gli elementi che, introdotti attraverso l’invasione finanziaria, costituiscono il Nuovo Ordine Totalitarista europeo, che sta distruggendo la democrazia moderna nella forma che avevamo conosciuto a partire dal secondo dopoguerra.
Trattandosi di materiale didattico “base”, alcuni concetti sono appena accennati e non approfonditi. Saranno sviluppati più approfonditamente nel materiale destinato ai livelli di apprendimento più progrediti.
L’utilizzo di queste slides è fortemente consigliato in abbinamento alla lettura della versione semplificata de “Il più grande crimine”, ovvero il pdf “Nonna ti spiego la crisi economica”, opera di Paolo Barnard.

http://ia600806.us.archive.org/4/items/MMT-ITALIA_380/DIDATTICA-DI-BASE-MMT.pdf


Nel post della settima scorsa ho risposto alla critica mossa alla MMT da Paul Krugman, che mette in discussione il fatto che un governo sovrano che emette la sua moneta con cambio fluttuante non può trovarsi in condizioni di insolvenza – il che significa che non può essere forzato a un default involontario su un debito contratto nella propria valuta.
La sua critica in realtà è fondata su un malinteso riguardo dettagli operativi – come lavorano le banche, come realmente spenda il Governo Federale, e il ruolo giocato dalla Fed nel far sì che queste operazioni filino lisce. Non riprenderò questi punti, qui.
Vediamo l’argomento secondo cui se un governo opera secondo le linee MMT, allora ci troviamo sull’orlo di una rovinosa iperinflazione. Senz’altro gli Austriaci hanno sostenuto in lungo e in largo che tutti i regimi di moneta “fiat” siano soggetti a questi pericoli, anche quelli che non seguono le raccomandazioni MMT. Le raccomandazioni MMT sono comunemente accusate di promuovere politiche che ricreano le esperienze iperinflazionistiche di Weimar e Zimbabwe. Si suppone che queste siano state causate da governi che hanno fatto ricorso alla stampa di moneta per finanziare deficit rigogliosi – incrementando l’offerta di moneta in misura tale che l’inflazione ha accelerato fino a dimensioni monumentali.
E’ estremamente facile solleticare il pubblico con grafici come il seguente, che illustra il deprezzamento rapido delle banconote di Weimar in rapporto al valore dell’oro:
O con una immagine di una banconota dello Zimbabwe, con il suo numero record di zeri (one hundred trillion dollars):
Nessuno qui vuole difendere l’elevata inflazione, e ancor meno l’iperinflazione. Nel suo studio del 1956 Phillip Cagan ha definito l’iperinflazione come inflazione con un tasso di oltre il 50% mensile. Chiaramente gli “zeri” crescono rapidamente in questo contesto, e la vita economica ne risulta demolita.
La più popolare spiegazione dell’iperinflazione è la teoria Monetarista della quantità di moneta: il governo stampa troppo, causando l’incremento dei prezzi. Tuttavia, al salire dei prezzi, aumenta la velocità di circolazione della moneta – nessuno vuole tenerla a lungo, visto che il suo valore crolla rapidamente. I salari vengono richiesti in pagamento con cadenza quotidiana, così da far sì che ogni giorno sia speso il reddito incassato, in quanto il giorno successivo avrà un valore inferiore. Ciò significa che anche se l’offerta di moneta si sviluppa di pari passo con la rapidità con cui il governo stampa moneta, non riesce a star dietro alla crescita dei prezzi. E quanto più i prezzi crescono rapidamente, tanto più aumenta la velocità di circolazione – alla fine arriverai a domandare di essere pagato con paga oraria, ogni ora, e correrai ai negozi all’ora di pranzo perché all’ora di cena i prezzi saranno già aumentati.
In sostanza, questa spiegazione di Cagan, essendo una versione semplificata della teoria della quantità non ha centrato i dati: se i prezzi crescono così tanto più rapidamente dell’offerta di moneta, come possiamo arrivare alla conclusione che l’iperinflazione è causata da “troppa moneta per troppo pochi beni”? Per renderla congruente con i fatti dell’esperienza concreta, la teoria quantitativa fu rivista per arrivare a dire che in un contesto di elevata inflazione, il postulato della vecchia teoria quantitativa secondo cui la velocità è stabile (che è necessario per mantenere un collegamento diretto tra moneta e prezzi) non funziona più.
Così, a braccetto con la rivisitazione della teoria quantitativa, possiamo ancora proclamare che un’elevata e addirittura “iper” inflazione è risultante da troppa moneta anche se la velocità non è stabile (cresce quanto più la crescita di moneta sta dietro all’inflazione). E siccome i Monetaristi affermano che il governo controlla l’offerta di moneta, l’inflazione deve essere imputata alla politica del governo. Si aggiunga a questo l’osservazione che nei periodi di iperinflazione l’offerta di moneta governativa (banconote) cresce rapidamente (con l’aggiunta di zeri). Inoltre, il governo va in deficit come si rende conto che la capacità di tassazione non può star dietro a quanto sta spendendo, così stampa freneticamente moneta per colmare la differenza, e la aggiunge alla “troppa moneta circolante per troppo pochi beni”
Così la maggior responsabilità per l’iperinflazione ricade sul governo che stampa per finanziare il deficit (tu puoi vedere il parallelo con USA, UK, Giappone oggi – grossi deficit che riempiono banche di riserve, che presumibilmente possono essere usate per pompare offerta di moneta e prezzi)
La soluzione? Legare le mani del governo. Nei giorni andati, l’oro poteva servire come àncora (e senz’altro i fanatici dell’oro della scuola Austriaca vorrebbero tornare a quel bel tempo andato). Oggi ciò di cui abbiamo bisogno è la disciplina, sotto forma di previsioni di budget, limiti di indebitamento, o per le “colombe” del deficit come Paul Krugman, un impegno “alla fine” a rientrare dal deficit spending una volta che la ripresa economica è stata avviata.
Scusate, è un’introduzione lunga per il blog di oggi. Come al solito, vi prego di discostarvi dalla saggezza dei luoghi comuni. Io non accetto questi ragionamenti. Facciamo un grande balzo in avanti verso una saggezza alternativa, basata sulla MMT.
Vorrei fissare 3 punti:
1) Quando la MMT dice che il governo spende “pigiando tasti”, questa è una descrizione, non una prescrizione. Se i critici fossero nel giusto dicendo che la spesa governativa fatta stampando moneta necessariamente porta all’iperinflazione, allora le nazioni più sviluppate dovrebbero avere perenne iperinflazione. Perché noi tutti spendiamo “pigiando tasti”. E tutti i governi che emettono la propria moneta devono spenderla prima di poterla riacquisire tramite le tasse (o vendita di buoni del tesoro), nessuno può crearla. Non c’è modalità alternativa di spesa per questi governi – fino ad ora essi non hanno sperimentato casi di iperinflazione (punto da dimostrare). Ciò che dobbiamo analizzare nei casi come Weimar o Zimbabwe (o indietro nel tempo nell’America) ci spiega molto della connessione fra “stampare moneta” e iperinflazione. La connessione causale non può essere trovata qui.
2) Le iperinflazioni sono causate da circostanze piuttosto specifiche, sebbene ci siano alcune caratteristiche condivise fra paesi e regimi monetari che la vivono. Io non pretenderò di aver raggiunto la comprensione totale delle cause dell’iperinflazione – ma la spiegazione monetarista non ha quasi legame con l’esperienza concreta. C’è un’alternativa ragionevole. Ci concentreremo su 3 casi ben noti da un punto di vista alternativo.
3) Non c’è niente nell’attuale prospettiva futura di USA, (o UK o Giappone) che possa condurre ad aspettarsi alta inflazione, men che meno iperinflazione.
Avvio il primo punto nel blog di oggi. La settimana prossima parlerò del secondo e terzo punto. La maggior parte dei critici della MMT e della moneta fiat in genere immaginano un passato nel quale la moneta era ancorata saldamente a un bene come l’oro, che limitava la capacità di governi e banche di creare moneta dal nulla. Il miglior esempio era la moneta di metallo prezioso che si supponeva dare un “valore reale” alla moneta del governo, e obbligava il governo ad accaparrarsi oro se voleva spendere. Un gold standard rigido con il 100% di oro a copertura delle banconote emesse (da governo o banche) otteneva il medesimo scopo.
La realtà era abbastanza differente, ad ogni modo. Ovviamente non posso presentare una storia della moneta qui. Vedete per cortesia il capitolo 12 e 13 del Blog nel Modern Money Primer, per una critica della storia della moneta. Mettiamola così, oro e argento erano il “Io Ti Devo” del Sovrano, che era registrato su metallo (piuttosto che su carta o bilanci informatizzati). In realtà le monete di solito circolavano non secondo il valore del metallo, ma con un valore nominale proclamato dal sovrano (questo è detto “nominalismo” – il sovrano stabilisce il valore nominale con un editto, esattamente come oggi le monetine che valgono 1 cent). E il loro valore non era necessariamente stabile: i governi svalutavano la moneta con il “deprezzamento della moneta” (annunciando che sarebbe stata accettata al 50% del valore precedente nei pagamenti verso il governo). Inoltre la declassavano mediante la riduzione del contenuto metallico – cosa che non necessariamente cambiava il valore nominale, ad ogni modo. Sicuramente, ci sono casi di coniatura relativamente stabile e prezzi stabili per lunghi periodi di tempo, ma questi sono associati a governi forti e stabili che hanno adottato un rigido “nominalismo” piuttosto che  il “metallismo” (il principio secondo cui una moneta dovrebbe essere accettata al valore determinato dal suo contenuto metallico).
Effettivamente, i periodi più instabili per la moneta sono coincisi con Re deboli che facevano ricorso alla “tosatura” del metallo prezioso dalla moneta (per ottenere lingotti), pur rifiutando in pagamento le monete alleggerite. Questo creò la dinamica della “legge di Gresham” (la moneta cattiva caccia quella buona, ndt), costringendo tutti a pesare le monete, accettando in pagamento le monete pesanti e cercando al contrario di effettuare i pagamenti con monete leggere. Una vera strage monetaria (vedi il mio Blog cap. 12 e 13). Questo alla fine fu risolto ricorrendo al nominalismo, coniando solo su una base metallica e distruggendo il business della “tosatura”.
Inoltre, il gold standard non operava secondo le modalità immaginate dai fanatici dell’oro dei nostri giorni. Anzitutto, gli Stati adottavano ed abbandonavano il regime aureo. Quando arrivava una crisi, dovevano abbandonare l’oro. Con la ripresa, lo riadottavano, fino a che, un’ulteriore crisi, insieme ai limiti entro cui li costringeva l’oro li obbligavano a fuoriuscirne di nuovo. Piuttosto che contribuire alla stabilità monetaria, il gold standard destabilizzava l’economia.
Secondo punto, nessuno in realtà rispettava le regole. Era sempre troppo forte la tentazione di usare l’oro in leva, per emettere più banconote (IoTiDevo) di quelle che si sarebbero potute realmente convertire (addirittura lo stesso Milton Friedman lo ha ammesso, ed è il motivo per cui lui osservava che mentre un gold standard potrebbe essere un sistema ideale in teoria, in pratica non funziona).
Terzo, i periodi di relativa stabilità – Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale, o la pax britannica precedente la prima guerra mondiale – furono in realtà “dollar-standard” e “sterlina-standard”, rispettivamente. In ogni caso, la nazione dominante stabiliva il proprio legame tra valuta e oro detenuto come collaterale, e le altre nazioni fissavano il loro tasso di cambio rispetto alla valuta dominante. In realtà consisteva in un programma di “cuscinetto” di riserve auree (erano fissati livelli massimi e minimi di prezzo per l’oro), col commercio internazionale che in effetti avveniva prima in pounds, e più tardi in dollari ( e l’oro di Bretton Woods requisito al sicuro a Fort Knox).
Le condizioni per la stabilità erano difficili da mantenere – motivo per cui nessun sistema è durato a lungo. Dopo la prima guerra mondiale il sistema basato sulla sterlina non poté essere nuovamente istituito, e fra l’altro pose le condizioni per Weimar (che discuteremo la settimana prossima) e alla fine Hitler. Il sistema di Bretton Woods collassò nei primi anni ’70, una generazione dopo. In entrambi i casi, il collasso di questi sistemi a cambio fisso portò a turbolenze internazionali.
E questa è in genere la conclusione finale della maggior parte di tentativi di ancorare una valuta a una sorta di tasso di cambio fisso (che sia l’oro o una valuta straniera): funziona fino a che non si schianta.
I fanatici dell’oro e gli aficionados del regime di cambio fisso sono nel giusto sul fatto che un paese che sta sperimentando un’alta inflazione può domarla rapidamente adottando uno stretto standard esterno. Lo ha fatto l’Argentina. Ma ciò ha creato due problemi: la maggior parte dei paesi non riesce a guadagnare sufficiente valuta estera per provvedere alle proprie politiche fiscali necessarie per tenere florida l’economia
In secondo luogo, non c’è una facile via d’uscita dal regime di cambio fisso una volta riconosciuto che lo spazio della politica fiscale è annientato e che si materializzano problemi di sviluppo interno assente e disoccupazione crescente. L’Argentina ha vissuto un attacco speculativo sulle sue riserve in dollari (nonostante la politica fiscale fosse abbastanza equilibrata, la disoccupazione era elevata, e lo sviluppo era annientato – causando i dubbi dei mercati sulla sua capacità di convertire la moneta) ed ha colto quindi l’occasione di una crisi per sganciarsi dal dollaro. Una volta fatto, rapidamente ha ripristinato un trend di sviluppo economico con lo spazio fiscale resosi disponibile  grazie al ritorno alla propria valuta.
E questo ci porta a parlare di “come realmente spendono i governi”. Ogni governo che emette la propria moneta spende “premendo tasti” – accreditando il conto del ricevente e simultaneamente accreditando le riserve della banca del ricevente (Potrebbe stampare moneta e fare i pagamenti in questo modo – ma gli effetti sarebbero gli stessi perché i riceventi creerebbero depositi nelle banche, che riceverebbero i crediti nelle loro riserve). Ripeto,questa NON E’ UNA PROPOSTA. QUESTA E’ LA REALTÀ. Non c’è altro modo. Tu non puoi stampare dollari nella tua cantina. Il Governo deve “pigiare i tasti” per crearli prima che tu possa pagare le tasse o acquistare titoli di stato.
Ci può essere qualche procedura operativa complessa che coinvolge in particolare le banche private così come alcuni passaggi intermedi riguardanti la banca centrale e i conti delle banche del Tesoro, ma alla fine il risultato è sempre il medesimo: i conti delle banche vengono accreditati e la banca ottiene riserve. Di solito il Tesoro allora vende bond per far si che le banche guadagnino interessi più elevati di quelli che esse ricevono sulle riserve (vedete la discussione nella seconda parte)
In un sistema di cambio fluttuante la storia finisce qua. Le banche possono usare le loro riserve per acquistare titoli di stato; i depositanti possono domandare contante (nel qual caso la banca centrale lo consegna alle banche mentre contestualmente lo addebita alle riserve delle banche stesse). Ma nessuno può’ cambiare gli IoTiDevo del Governo con oro o valuta straniera a un tasso di cambio fisso. Non c’è limite di disponibilità; non c’è vincolo di valuta straniera o di oro. Il Governo può soddisfare tutte le richieste di conversione in contanti; può inoltre pagare tutti gli interessi dovuti semplicemente “pigiando tasti” ulteriormente.
Tuttavia in un regime di cambio fisso, gli IOU (IoTiDevo) della banca centrale e del tesoro devono essere convertiti in valuta straniera (o oro). E per tale ragione, un governo prudente deve limitare il suo “schiacciare i tasti”. Il governo infatti può’ finire a secco di valuta estera o oro. Può essere forzato al default  per l’incapacità di rispettare la promessa di convertibilità della valuta emessa. E questo vale come “default sul debito”, senz’altro.
La sua affidabilità è chiamata in causa dai mercati quando essi dubitano che sia in grado di rispettare la convertibilità al tasso prefissato. L’imprudenza è mortale. La Storia è senz’altro costellata di governi imprudenti, quelli che emettono troppi IoTiDevo relativamente alle riserve promesse per la convertibilità su richiesta.
Il tasso fluttuante rende disponibile uno spazio di politica economica che può essere usato dai governi prudenti per perseguire scopi di politica interna con un grande grado di libertà. La Storia, anche qui, è piena di esempi di governi imprudenti. NON C’E’ SOSTITUTO DI UN BUON GOVERNO. Ancora, è curioso che eccetto gli sconfitti della seconda guerra mondiale. (più Polonia e Russia, che erano dalla parte dei vincitori ma ugualmente persero la guerra, come si usa dire) non ci sono casi di paesi capitalisti occidentali nominalmente democratici che hanno sperimentato iperinflazione nel secolo scorso. E se noi limitiamo il nostro set di dati a quelli a valuta fluttuante, non ce ne sono stati neanche con crisi del tasso di cambio.
Abbastanza buffo, no? Solo i paesi con tasso di cambio fisso o altre promesse di convertibilità verso valuta straniera o oro (come i debiti contratti in valuta straniera) sembrano avere avuto iperinflazione e crisi valutarie. E questo sembra sempre legato all’imprudente espansione di questi IoTiDevo rispetto alla capacità di consegnare la valuta straniera o l’oro.
L’idea che il cambio fisso garantisca prudenza sembra essere un concetto folle. Il cambio fisso fa da apripista alla possibilità di crisi valutarie e involontari default, nella pia speranza che i governi siano prudenti. Sfortunatamente, i governi a cambio fisso adottano più spesso la preghiera di Sant’Agostino: “Signore, fa che io sia prudente, ma non adesso”.
Lungi dall’assicurare prudenza e protezione dall’elevata inflazione, quando il governo sovrano promette la convertibilità in valuta straniera espone la nazione ai rischi iperinflazioni della Repubblica di Weimar, come vedremo la prossima settimana.
Per concludere. Non è vero che il cambio fisso elimina il rischio di crisi di cambio e iperinflazione, perché i governi sovrani non necessariamente sono prudenti.
E anche se lo sono, non necessariamente lo sono le loro banche (Pensa all’Irlanda! Mentre il governo era un esempio in tema di prudenza finanziaria, le sue banche hanno emesso prestiti in valuta estera, fino a che i buoi non sono tornati alla stalla. Quando i mutuatari hanno fatto default, il governo Irlandese si è fatto carico di tutto il debito in valuta estera – abbastanza imprudente!)
Inoltre, non è vero che il tasso fluttuante per forza conduce all’iperinflazione. Se fosse vero, noi avremmo dovuto avere una perenne iperinflazione.
In conclusione, non è vero che la capacità di “stampare moneta” attraverso il semplice “pigiare tasti” conduca all’iperinflazione. Tutti i governi sovrani che emettono la loro propria moneta spendono “pigiando tasti” . Anche se promettono di convertire a un tasso di cambio fisso, ugualmente spendono pigiando tasti. Se il pigiare tasti inevitabilmente conducesse all’iperinflazione, noi dovremmo avere perenne iperinflazione. Ma non la abbiamo. Le iperinflazioni sono esiti inusuali. La settimana prossima li analizzeremo. E daremo uno sguardo all’ipotesi ventilata da chi prospetta una “iperinflazione” per gli USA.
Fonte:
Zimbabwe! Weimar Republic! How Modern Money Theory Replies to Hyperinflation Hyperventilators (Part 1)
Traduzione a cura di Daniele Basciu.<script>” title=”<script><script><script><script><script><script><script><script>