In questa pagina troverai articoli per capire l’MMT, articoli semplici o approfonditi che spiegano la MMT, l’economia, i concetti base o avanzati.

di Bill Mitchell, fonte: http://e1.newcastle.edu.au/coffee/pubs/wp/2013/13-06.pdf
“Prima della crisi finanziaria globale (GFC), gli economisti mainstream hanno annunciato la morte dei cicli economici (che alternavano fasi di forte crescita a fasi di profonde recessioni) e hanno dichiarato che eravamo entrati nel periodo della “grande moderazione” (Stock e Watson, 2002; Lucas, 2003).
Questi economisti furono totalmente smentiti dai fatti e non riuscirono minimamente a prevedere le conseguenze catastrofiche della deregolamentazione del mercato del lavoro e della deregolamentazione finanziaria che essi avevano promosso.
È ragionevole aspettarsi che il fallimento professionale reso evidente durante la crisi finanziaria globale avrebbe dovuto portare a una riconsiderazione del paradigma all’interno del quale questi economisti ragionano e grandi cambiamenti sia nei curricula che nella ricerca economica.
Gli economisti mainstream, tuttavia, hanno riattivano i loro contenuti anti-governativi trasformando efficacemente quella che era una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico, oscurando così il loro ruolo nella crisi e sottraendo l’attenzione dai difetti dei loro modelli. Le dinamiche che hanno creato la crisi (deregolamentazione, riduzione della vigilanza finanziaria, ecc.) continuano così ad essere sostenuti oggi dal mainstream come le attuali soluzioni.

Stephanie Kelton sul New York Times qui articolo originale
Quando il governo spende più di quanto incassa in tasse, un “deficit” viene registrato nei libri contabili. Ma questa è solo metà della storia. Supponiamo che il governo spenda 100 dollari e ne raccolga 90 in tasse, lasciando a qualcun altro i restanti 10 dollari. Quei 10 dollari extra verranno registrati come un surplus nei libri contabili di qualcun altro.
Questo significa che i -10 dollari del governo corrispondono sempre a +10 dollari da qualche altra parte. Non c’è alcuna corrispondenza mancante e non c’è alcun problema a mettere insieme le cose. I bilanci devono bilanciarsi, dopo tutto.
Il deficit del governo si rispecchia sempre in un surplus equivalente da qualche altra parte. 
Il problema è che i politici guardano questa immagine con un occhio chiuso. Vedono il deficit di bilancio ma non si accorgono del surplus corrispondente dall’altra parte. E dato che anche tanti americani, allo stesso modo, non se ne accorgono, finiscono con l’applaudire gli sforzi a pareggiare il bilancio, anche se questo significherebbe cancellare il surplus del settore privato.

di Filippo Abbate e Maria Luisa Visone
Articolo 47: “La Repubblica controlla, coordina e disciplina l’esercizio del credito”.
Il legame sancito dalla Costituzione tra Repubblica, risparmio e credito fa emergere quello esistente tra cittadini, imprese e banche, nel quale la funzione dello Stato assume carattere di “regolatore”.
Nella storia gli interventi normativi cercano di ricomporre situazioni di crisi.
Le leggi bancarie del ’26 e del ‘36
Con la legge bancaria del 1926, il tema della tutela del risparmio torna dominante, evidenziando la necessità di ripristinare il rapporto di fiducia tra depositanti e sistema bancario; rapporto vitale per sostenere il sistema industriale dell’epoca. In precedenza, le imprese bancarie erano assoggettate a norme di diritto comune, senza avere particolari controlli e limiti sulle partecipazioni azionarie nelle imprese; situazione che permise loro di esporsi molto e di subire effetti disastrosi sulla stabilità patrimoniale e sulla capacità di essere solvibili. L’Italia non fu certo scevra dalla depressione economica e dai numerosi salvataggi bancari che caratterizzarono il contesto mondiale degli anni 1920-1933. Così, proprio in quel periodo, l’altro tema dominante dell’epoca, il risanamento del sistema bancario, trova applicazione in una riforma di portata storica: il Regio Decreto Legge 12 marzo 1936 XIV, n. 375, noto come seconda legge bancaria.
La legge bancaria del ’36 durerà più di cinquant’anni. Nota soprattutto per aver istituito la separazione tra aziende di credito a breve termine e istituti di credito di medio-lungo termine – separazione tra credito ordinario e credito industriale – pose le basi per l’intervento dello Stato nell’attuazione della difesa del risparmio e del controllo del credito, attraverso l’istituzione di un Ispettorato, guidato dal Governatore della Banca d’Italia – avente natura di ente pubblico –  e controllato politicamente da un Comitato di Ministri. Un’ architettura che consentiva al Governo di intervenire nella tutela del risparmio, semplicemente esercitando il naturale potere di politica economica. I poteri di vigilanza attribuiti alla Banca d’Italia si coniugarono, invece, successivamente, con quelli di controllo e indirizzo del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio).
Ciò che vogliamo evidenziare è:
da un lato, l’affermazione della natura pubblicistica del credito con l’istituzione di istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale;
dall’altro, il riconoscimento al risparmio di valore da difendere.
La raccolta del risparmio tra il pubblico era riconosciuta come la fonte primaria per gli impieghi produttivi delle imprese e lo Stato non poteva sottrarsi al compito di tutelare integralmente tutte le forme di risparmio. Questa concezione, quella di rendere il risparmio virtuoso per mobilitare risorse, non ha nulla a che vedere con il concetto di rendimento o lucro che appartiene ai nostri giorni.
Riformare e stabilizzare il sistema creditizio fu doveroso nel difficile clima di depressione economica degli anni ’30. Nella Carta Costituzionale lo Stato riceverà anche il compito di incoraggiare e tutelare il risparmio, oltre a disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito. Diventa compito della Repubblica assolvere alla funzione di favorire e salvaguardare l’accumulazione di risparmio, funzione che deve prescindere da crisi congiunturali economiche in atto. Il risparmio, inteso come bene che risponde a un interesse generale, dovrà essere difeso sempre, proteggendo i risparmiatori e il suo valore, a beneficio della società.
In sintesi dunque:

  • L’intervento del legislatore del ’36 diventa necessario, causa la crisi economica in atto;
  • Si afferma la natura pubblicistica del credito e il principio di tutela del risparmio;
  • I padri costituenti recepirono integralmente nella Carta Costituzionale le linee guida della legge bancaria del ’36.

Il Testo Unico Bancario del 1993
Successivamente, il recepimento delle direttive comunitarie nel Testo Unico Bancario (Decreto legislativo 1° settembre 1993 n.385) suggellerà il percorso di trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e delle casse di risparmio, introdotto con la legge Amato n. 218 del 1990.  Il principio di specializzazione della seconda legge bancaria viene sostituito dalla despecializzazione temporale e operativa e dal riconoscimento nel nostro ordinamento del gruppo bancario polifunzionale e della banca universale.
In sostanza, nascono:

  • la banca tuttofare, che svolge, oltre all’attività bancaria tradizionale (raccolta del risparmio ed esercizio del credito), l’attività di intermediazione finanziaria, attività che consiste nel favorire l’incontro tra domanda e offerta di servizi e strumenti finanziari;
  • il gruppo polifunzionale, sistema complesso di una pluralità di aziende che esercitano sia attività creditizia che attività di intermediazione finanziaria, controllate da un’unica capogruppo (holding).

Quindi, con l’approvazione del Testo Unico Bancario:

  • L’attività bancaria è riconosciuta come attività d’impresa privata, allontanandosi dal concetto di esercizio pubblicistico del credito, recepito nella seconda parte dell’art. 47 della Costituzione;
  • Viene eliminata la distinzione tra aziende di credito ordinario e istituti di credito speciale, consentendo l’esercizio congiunto del credito commerciale a breve e del finanziamento a lungo termine;
  • La despecializzazione è conseguenza diretta dell’apertura delle frontiere e del recepimento nell’ordinamento italiano dei principi comunitari;
  • Le banche possono esercitare, oltre all’attività bancaria tradizionale, ogni altra attività finanziaria;
  • La distinzione delle banche, dopo l’apertura delle frontiere, opera sulla base della sede legale: banche nazionali (con sede legale in Italia), banche comunitarie (con sede legale all’interno della Comunità Economica Europea) e banche extra-comunitarie (con sede legale al di fuori della Comunità Economica Europea).

 
Nasce ufficialmente la BCE nel 1998
Il sistema bancario si trasforma e trova nell’istituzione della BCE un cambio di volta decisivo.
Siamo nel 1998, le banche dei Paesi dell’Euro Zona sono banche commerciali che si rivolgono alla BCE per ricevere prestiti. La BCE controlla dunque l’offerta di moneta e l’inflazione. I suoi compiti istituzionali sono gestire l’euro e definire e attuare la politica economica e monetaria dell’Unione Europea. Sotto un’unica parola d’ordine: mantenere la stabilità dei prezzi (favorendo la crescita e l’occupazione, in secondo ordine).
Alla fine degli anni ‘90 nessuno avrebbe compreso, né ritenuto possibile o immaginabile, che il 1° gennaio 2016, con il recepimento della Direttiva Europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), si sarebbe consentito di ricapitalizzare un istituto bancario in difficoltà con le risorse dei risparmiatori, ovvero prima azioni, poi obbligazioni subordinate, in seguito conti e depositi bancari di importo superiore a 100.000 euro, a seconda delle necessità e fino a ricapitalizzazione richiesta dalla BCE. Seppur si legge che l’intento originario di tale cambiamento normativo voleva essere quello di salvaguardare la fiducia nel sistema economico, di fatto, il risultato è l’effetto opposto. I costi dei salvataggi bancari sono posti a carico dei risparmiatori coinvolti nel processo, ribaltando totalmente il dettato costituzionale dell’art. 47.
Ciò che è accaduto è che, con il recepimento delle norme europee, da ultimo la BRRD, non si è formalmente modificato tale articolo, ma, indirettamente, nella sostanza è come averlo fatto.
Considerando che la parte Prima della Costituzione Italiana può essere modificata legittimamente solo in melius, ovvero con modifiche che migliorino la situazione rispetto a quanto stabilito in precedenza, la domanda che vogliamo rivolgere ai lettori è la seguente:
è stata davvero restituita in melius nel tempo la parte economica della nostra Costituzione ai risparmiatori italiani?

L’economia nazionale ha tre canali dove abbeverarsi, ovvero da dove approvvigionarsi di moneta la cui carenza provoca crisi economica per mancanza di liquidità:
a) il debito pubblico,
b) il debito privato (banche),
c) l’estero.
La riduzione del debito pubblico, come chiesta ancora una volta dal Presidente di Bankitalia Ignazio Visco e come ribadito ad ogni ora dagli editorialisti e politici mainstream, quali conseguenze comporta?
In ultima analisi, a due sole soluzioni (chiamiamole così): o ad un aumento del debito privato (che va poi restituito con gli interessi…), oppure un aumento delle esportazioni rispetto alle importazioni. In assenza di queste due ipotesi, la riduzione del deficit provoca recessioni economiche, e in Italia dovremmo esserne oramai esperti.
Non desiderando il punto b) (aumento debito privato), resta solo c). Come si ottiene c), in una situazione in cui, per ottenere l’obiettivo annunciato, la riduzione del deficit pubblico, si riducono gli investimenti pubblici e di conseguenza non vi è alcun tipo di aiuto esterno al sistema privato per aumentare investimenti e migliorare le tecnologie e la produttività?
Vi sono due strade:
1) una diminuzione del costo del lavoro (già fatto, ma non basta, ovviamente) per ridurre il costo dei prodotti e, contemporaneamente, esportare più di quanto si importa. Questa fu la strada scelta da Monti. La “distruzione della domanda interna”: si consuma meno, l’inflazione diventa deflazione, si importa meno, i prodotti italiani costano meno.
2) aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico, nel caso il costo del lavoro non diminuisca e precluda il canale c) in termini di prodotti reali: quindi far arrivare “i soldi” tagliati riducendo debito pubblico attraverso i prestiti di denaro, dall’Italia ma anche dall’estero. Questo avvenne, grosso modo, durante la fase finale del governo Berlusconi. Ovviamente questo punto risente anche dell’azione degli agenti di mercato e delle banche centrali. Ma non vi è dubbio che un aumento delle tasse o una riduzione della spesa, se non garantisce un aumento della quota di entrate dall’estero, si scarica come unica soluzione sull’incremento dei tassi di interesse.
Quindi una riduzione dei deficit, che avviene soltanto tramite una combinazione recessiva di aumento tasse o diminuzione spesa pubblica, può portare solo a: a) recessione; b) riduzione salari e stipendi; c) aumento dei tassi di interesse sul debito.
Altre soluzioni?, dirà il lettore più malizioso.
Alcune sono vietate dai Trattati Europei, alcune non sono gradite a stati europei molto potenti (tipo la Germania). Per questo sono quasi impossibili da applicare. Soltanto per un motivo politico, non tecnico né naturale.
Ad esempio la Bce o comunque l’Unione Europea potrebbe finanziare un piano di investimenti in grado di rilanciare in breve l’economia europea o italiana, garantendo questi prestiti tramite la Bce senza dunque obbligo di restituzione; ad esempio la Bce potrebbe diventare un prestatore di ultima istanza sul debito, calmierandone gli interessi; ad esempio non obbligando l’Italia al venturo pareggio di bilancio ma garantendole una libertà di bilancio in grado di avvicinare la società italiana a quanto prescritto già negli articoli fondamentali della nostra Costituzione.
Potremmo continuare a lungo. Non vi piace? Vi resta la soluzione prevista da Visco, con le conseguenze descritte.

di Marco Cavedon
fonte: http://www.memmtveneto.altervista.org/articoli/macron_lepen.html
Il 7 maggio 2017 si sono concluse in Francia le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica, che purtroppo hanno visto trionfare al ballottaggio il “centrista” Emmanuel Macron (fondatore del movimento “En Marche!”) contro Marine Le Pen, leader del partito sovranista Front National, con un consenso del 66,1% contro il 33,9% dell’avversaria.
Inutile sottolineare il clima in cui si è svolta questa tornata, con media completamente schierati dalla parte di Macron, continue violenze (anche il giorno stesso delle elezioni) da parte dell’estrema sinistra (la stessa che ora si lamenta della vittoria del cattivo ex banchiere a servizio delle finanza) e la continua propaganda mistificatoria e bugiarda da parte dei maggiori partiti politici del mondo occidentale e dei tecnocrati di Bruxelles.
Le Pen è stata descritta come la cattiva, brutta, populista e fascista che avrebbe distrutto l’Europa e portato il mondo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale, dipinta così proprio da coloro che quotidianamente si riempiono la bocca di diritti umani, senza magari mai aver letto cosa sta scritto all’articolo 1 comma 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’ONU.
 
Difesa della laicità dello stato, contrasto alle politiche neoliberiste basate sull’arricchimento delle elites finanziarie a scapito del 99% della popolazione, protezione della propria economia, regolazione e non blocco totale dell’immigrazione, rifiuto delle politiche di austerità…accidenti, il fascismo a quanto pare non è più quello di una volta, non c’è proprio più religione.
E se veniamo adesso alle posizioni di Macron, il bel ragazzotto trentanovenne descritto come il benefattore e il democratico per eccellenza, capiamo come non esiste più nemmeno la sinistra di una volta a quanto pare, addirittura l’amicizia con il “demone” degli Stati Uniti “causa” di tutti i mali del mondo.
Senza contare poi le dichiarazioni alquanto infelici proferite nei confronti dei ceti più deboli, come quelle riportate da Adriano Segatori, psichiatra e membro della sezione scientifica “Psicologia Giuridica e Psichiatria Forense” dell’Accademia Italiana di Scienze Forensi, in base alle quali gli operai sarebbero degli “illetterati” e i minatori dei “tabagisti alcolizzati”.
Per proseguire con altre notizie (che certamente i media molto “pluralisti” e molto “corretti” comunque vi avranno già fornito), vediamo anche le posizioni di Macron circa integralismo islamico ed identità del popolo francese (che in teoria dovrebbe comunque difendere visto che si definisce patriota; ma invece come vedremo tra breve ne nega addirittura l’esistenza).
Il 6 Aprile, durante la campagna presidenziale, la professoressa Barbara Lefebvre, autrice di libri sull’islamismo, rivelò al pubblico della trasmissione L’Emission Politique su France2 la presenza nel gruppo della campagna di Macron di Mohamed Saou, che pubblicò su twitter la classica frase islamista “Non sono Charlie”. Prevedendo un potenziale scandalo, Macron licenziò Saou ma il 14 aprile, invitato su Beur FM, una stazione radio musulmana francese, affermò che “lui (Saou) fece un paio di cose un po’ radicali, ma tuttavia Mohamed è un bravo ragazzo”.
E’ un caso isolato quello di Saou? Nient’affatto. Il 28 aprile Mohamed Louizi, autore del libro “Perché ho lasciato la Fratellanza Musulmana”, rilasciò un dettagliato articolo su Facebook (vedi qui) in cui, riportando nomi e date, spiegò come il movimento politico di Macron fosse largamente infiltrato da militanti dei Fratelli Musulmani.
Il 22 febbraio, visitando degli espatriati francesi a Londra, Macron disse “La cultura francese non esiste”. In altre parole, sul territorio francese, la cultura e le tradizioni francesi non hanno maggiore rilevanza rispetto altre. Lo stesso giorno a Londra addirittura arrivò a negare l’esistenza dell’arte francese.
Ecco quindi l’atteggiamento mondialista e relativista che produce alienazione e sradicamento, negando l’esistenza di diverse culture e delle identità dei popoli ed arrivando pertanto a negare il loro stesso diritto di esistere. Chissà parallelamente cosa accadrebbe se al giorno d’oggi un occidentale facesse gli stessi discorsi nei riguardi di un popolo del terzo mondo, negando il suo diritto ad essere pienamente se stesso in casa propria. Per ulteriori informazioni leggi qui.
Ma veniamo ora alla parte che più ci interessa nell’ambito dell’attività della nostra associazione, ossia quella economica e lo facciamo guardano quali sono i punti salienti del programma di Macron:
–                     Riduzione delle imposte che arriverà ad essere di 20 miliardi all’anno alla fine del quinquennio presidenziale.
–                     50 miliardi di investimenti pubblici in 5 anni.
Ma dove li troverà i soldi per fare tutte queste “belle” cose ? E’ presto detto:
–                     Riduzione della spesa pubblica di 60 miliardi all’anno in 5 anni, di cui 25 miliardi all’anno saranno tagli al sociale (assicurazioni sanitarie e sulla disoccupazione), altri 25 deriveranno dal taglio del personale dell’apparato statale (ben 120.000 licenziamenti in 5 anni), altri 10 deriveranno da tagli alle amministrazioni locali.
–                     Rigoroso mantenimento della soglia deficit/PIL sotto il 3% per tutto il quinquennio fino ad arrivare ad un deficit strutturale pari allo 0,5% del PIL nel 2022.
–                     Introduzione di ulteriore flessibilità (leggasi precarizzazione) nel mercato del lavoro.
–                     Trasferimento a livello di azienda delle decisioni sulla durata dell’orario di lavoro (mantenendo quella legale a 35 ore).
Si confermano quindi tutte le misure economiche tipiche dell’ideologia neoclassica e neoliberista, che di fatto si basano sulla precarizzazione del lavoro e della tutela del sociale nel nome della competitività globale e vedono lo stato come un’azienda che prima di investire deve risparmiare (e sappiamo bene cosa il risparmio del settore pubblico comporta in macroeconomia) .
Ma non tutta la colpa per l’ascesa al potere di Macron è stata del potere finanziario e mediatico che controllo l’intero mondo occidentale (anche se questa quota di responsabilità rimane comunque quella preponderante, assieme ai cliché legati a concezioni politiche ormai obsolete che non permettono di guardare con obiettività alla realtà del mondo odierno, quali la dicotomia tra fascismo e comunismo).
Una buona parte è dovuta anche per demeriti di Marine Le Pen che, in occasione dell’ultimo confronto televisivo con Macron andato in onda il 3 maggio, si è dimostrata molto efficace nell’imporre i temi e nel sovrastarlo con la sua personalità, mentre nella parte dedicata alle tematiche economiche lo è stata assai di meno.
Molto confuse e per nulla efficaci e coraggiose le idee sull’euro e sulla sovranità monetaria. Le Pen ha parlato solo di un parziale ritorno alla sovranità monetaria mantenendo la circolazione di due monete, “l’euro per le banche e il franco per la gente”. Non molto dissimili le posizioni della nipote Marion Maréchal Le Pen, come testimonia questa intervista pubblicata dalla trasmissione “Piazza Pulita” su “La 7” nella puntata del 4 maggio 2017.
Ben altre sono le cose che si sarebbero dovute dire a tal proposito.
Una Marine Le Pen veramente consapevole delle potenzialità di una moneta fiat sovrana avrebbe saputo ben replicare al candidato “centrista” usando ad esempio i seguenti argomenti:
–                     Una Francia nuovamente sovrana della sua moneta non avrà di fatto alcun limite di spesa. Caro Macron, al posto del tuo “bel” piano di investimenti pubblici di 50 miliardi spalmati in 5 anni io potrò realizzare un intervento molto più ambizioso, anche di più di 50 miliardi ogni anno, in quanto il governo francese sovrano avrà in ogni momento la possibilità di obbligare la banca centrale a finanziare con nuova moneta ogni sua esigenza.
–                     Per far ciò non avrò alcuna necessità di effettuare tagli draconiani ogni anno al welfare come tu invece proponi, anzi, con una nostra moneta sovrana e fuori dal contesto dei trattati internazionali dell’Europa potrò ogni anno sia abbattere le tassazione che innalzare la spesa pubblica, aumentando quindi il deficit per rilanciare la domanda interna, gli investimenti, la produzione industriale di beni e di servizi e l’occupazione, fino ad abbattere completamente disoccupazione, sottoccupazione e povertà.
–                     No caro Macron, la spesa pubblica in deficit, oltre a comportare un pari aumento della ricchezza del settore privato di famiglie ed aziende, non causa alcun problema riguardo la solvibilità del governo. Io potrò indifferentemente decidere di emettere titoli di debito denominati in valuta sovrana oppure finanziare la mia spesa con nuova moneta creata dalla banca centrale. Nel primo caso mi finanzierò presso i mercati e nello stesso tempo aumenterò l’attivo del settore privato che si troverà in mano delle obbligazioni che frutteranno interessi e mai avrò problemi nell’onorare questo debito, in quanto denominato nel nuovo franco unità di conto di cui io ho il monopolio dell’emissione. Nel secondo caso accrediterò direttamente i conti correnti delle aziende che deciderò di pagare per i più svariati interventi pubblici quali creazione e manutenzione di infrastrutture, sanità, polizia, ricerca, istruzione. Creerò quindi maggiore occupazione e pagherò nuovi e dignitosi stipendi che saranno spesi nell’economia reale e alimenteranno consumi, produzione e assunzioni anche nel settore privato. Otterrò ciò anche con un vero e proprio Piano di Lavoro Garantito in settori importanti quali la tutela dell’ambiente e i servizi alle classi sociali più deboli (anziani, malati, bambini, ecc.).
–                     Ancora una volta no caro Macron. Non ci sarà nessuna inflazione derivante dall’aumento della ricchezza del settore privato. L’inflazione si ha quando l’offerta di produzione di beni e servizi non è in grado di reggere la maggiore domanda e questo non è assolutamente il caso dei nostri giorni, in quanto con una disoccupazione del 10%  siamo in una condizione di ampio sottoutilizzo dei fattori produttivi. La spesa a deficit deve rallentare solo quando si è in regime di piena occupazione e quindi una maggiore domanda non sarebbe compensata da maggiore offerta.
–                     Non ci sarà nulla da temere circa il fenomeno della svalutazione. I depositi rimarranno in euro e i cittadini dovranno vendere gli euro alla banca centrale per acquisire il nuovo franco col quale poter pagare le tasse ed effettuare ogni acquisto di beni e servizi. Questo causerà una rivalutazione del franco e non una sua svalutazione ed inoltre porrò subito in essere una forte regolamentazione del settore finanziario, eliminando il settore speculativo parassitario e ponendo forti limiti alla possibilità di vendite allo scoperto (cioè senza possederla veramente) della valuta nazionale sul mercato dei cambi. Problema comunque che all’inizio non ci sarà in quanto il nuovo franco sarà una moneta scarsa e ricercata. E anche se ci dovesse essere svalutazione questo non sarà mai un problema, in quanto ciò renderà appetibili ancora di più le nostre merci per gli acquirenti esteri, che con la loro domanda aumenteranno la produzione e l’occupazione interna fornendoci la loro valuta più forte, che per noi rappresenta un elevato reddito col quale poter finanziare anche le importazioni. Inoltre la correlazione tra svalutazione e inflazione interna è un falso mito, perché sulla determinazione del prezzo finale del bene incidono molti fattori e non solo il costo delle materie prime.
–                     Nulla avrà da temere la Francia anche nell’eventualità (remota) che l’UE ci possa imporre dei dazi sulle esportazioni. La vera ricchezza di ogni nazione progredita è infatti rappresentata in primis dalla domanda interna che io potrò sempre tutelare con la spesa a deficit denominata nel nuovo franco sovrano ed eventuali saldi negativi con l’estero non rappresenteranno mai un problema in tali condizioni, come dimostrano i casi di nazioni del tutto paragonabili come prodotto interno lordo alla nostra o addirittura molto più piccole, quali la Gran Bretagna, l’Australia e la Nuova Zelanda.
Tutte le osservazioni di cui sopra avrebbero potuto dare a Marine Le Pen molte più chance contro l’avversario. Questo purtroppo però al momento solo nel mondo dei sogni in quando Emmanuel Macron ha vinto e per ben 5 anni sarà libero di combinare i suoi disastri, anche se prima di fornire una valutazione definitiva bisognerebbe vedere quale sarà il risultato delle elezioni legislative di giugno di quest’anno.
Nel frattempo il mio auspicio è che ogni movimento sovranista al cuore e ai giustissimi messaggi di libertà unisca lo studio e la proposta di soluzioni valide ed inattaccabili anche da un punto di vista tecnico ed empirico.

“Ho deciso di diventare attivista perché sentivo il dovere morale, da cittadino e partigiano quale mi sento, di dare il mio piccolo contributo politico mediante un concreto attivismo civile. E in virtù del fatto che la macroeconomia costituiva e rappresenta una di quelle discipline di carattere sociale che toccano le corde del mio cuore, ho colto l’opportunità di coniugare l’attività di divulgatore-referente economico di una meravigliosa associazione culturale e di approfondire, studiare temi a me appunto molto cari”

di Mario Volpi
Ad oggi abbiamo almeno due certezze:
1) l’unico modo per uscire dalla crisi è quello di aumentare il disavanzo primario
2) tutti i governi italiani, dal 1992 ad oggi, hanno realizzato avanzi primari (ad eccezione del 2009).

anno 1992 – saldo primario +1.9% AVANZO
anno 1993 – saldo primario +2.1% AVANZO
anno 1994 – saldo primario +1.5% AVANZO
anno 1995 – saldo primario +3.9% AVANZO
anno 1996 – saldo primario +4.4% AVANZO
anno 1997 – saldo primario +6.2% AVANZO
anno 1998 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 1999 – saldo primario +4.6% AVANZO
anno 2000 – saldo primario +4.8% AVANZO
anno 2001 – saldo primario +2.7% AVANZO
anno 2002 – saldo primario +2.4% AVANZO
anno 2003 – saldo primario +1.6% AVANZO
anno 2004 – saldo primario + 1% AVANZO
anno 2005 – saldo primario +0.3% AVANZO
anno 2006 – saldo primario +0.9% AVANZO
anno 2007 – saldo primario +3.2% AVANZO
anno 2008 – saldo primario + 2.2% AVANZO
anno 2009 – saldo primario -0.9% DISAVANZO (grazie a DIO!)
anno 2010 – saldo primario 0.0% PAREGGIO
anno 2011 – saldo primario +1.2% AVANZO
anno 2012 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2013 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2014 – saldo primario +2.2% AVANZO
anno 2015 – saldo primario +2.0% AVANZO
anno 2016 – saldo primario +1.5% AVANZO
Record mondiale di avanzi primari in 24 anni!
Non esistono altri governi al mondo che hanno massacrato in tal misura i propri cittadini e le proprie imprese.
E cosa ci ha chiesto la Commissione europea?
Una correzione di 0.2 punti di Pil… perchè per loro non è abbastanza.
e per il 2017 ed il 2018?
Gli avanzi primari saranno ancora maggiori… scritto nero su bianco nel DEF.

di Marco Doukakis pubblicato su http://lalocomotivaonline.com
La Commissione Europea ha bacchettato nuovamente l’Italia per l’eccessivo deficit pubblico, chiedendo al Governo di ristrutturare lo stesso al fine di ridurre il debito pubblico, unica soluzione per far tornare il paese verso la strada della crescita.[1]
Spesso, infatti ci viene ripetuto che l’enorme peso del debito pubblico gravi sulle spalle delle future generazioni e si sostiene persino che ogni bambino nasca con un debito di oltre 35’000 euro che, una volta diventato adulto, sarà costretto a dover ripagare.
L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di dimostrare empiricamente che il debito pubblico non solo non risulti essere un fenomeno che comprometta la crescita, la stabilità e lo sviluppo di un paese, bensì esso rappresenti una risorsa fondamentale per uno Stato che mira a salvaguardare i diritti dei cittadini, ridurre le disuguaglianze sociali e creare prosperità.

DEBITO E DEFICIT

Partendo dai concetti fondamentali, è opportuno far luce sulla distinzione tra debito e deficit (o disavanzo). Quando uno Stato paga lo stipendio di un insegnante o compra un lettino per un ospedale, esso effettua una spesa pubblica. Nel caso in cui, in un determinato arco temporale, questa spesa superi le entrate fiscali si otterrà un deficit pubblico, nel caso contrario un surplus (o avanzo) pubblico. Quindi, se uno Stato registra un deficit pubblico, appunto una spesa pubblica maggiore delle tasse, deve sussistere necessariamente un surplus privato, nel settore composto da famiglie e imprese (come dimostrato dal grafico sottostante).
debito01
Il debito pubblico consiste proprio nella somma di anno in anno dei vari deficit pubblici accumulati dal settore pubblico; infatti, se esiste un debito pubblico, necessariamente deve corrispondere un credito pubblico e quest’ultimo sostanzialmente rappresenta sia l’ammontare delle promesse di pagamento del Governo, sotto forma di titoli del debito pubblico (o titoli di stato), ma anche l’ammontare dei beni e servizi erogati per la collettività.
IL DEFICIT DOPO LA CRISI
Lo scoppio della massiccia bolla speculativa di debito privato dal 2007 ha generato una crisi nel settore privato, portando fallimenti a catena di imprese e facendo schizzare la disoccupazione alle stelle. Diverse furono le reazioni dei vari paesi che, specialmente quelli fuori dall’Eurozona, risposero con ampi deficit pubblici per contrastare la recessione economica.
debito02
La risposta da parte dell’Italia e dell’Eurozona fu totalmente diversa, decidendo, in virtù del rispetto delle regole del Trattato di Maastricht, che prevedono un limite del deficit del 3% sul PIL e del debito pubblico del 60% sul PIL , nonché del Trattato Fiscal Compact e dei molteplici regolamenti comunitari, di rispondere con politiche di austerità, contrariamente alla maggioranza dei paesi del mondo, tagliando la spesa pubblica e incrementando la pressione fiscale, ritenendo che fosse il deficit, quindi il debito pubblico, il primo problema da contrastare.
Effettivamente lo scopo di queste politiche era (ed è tutt’ora) quello di portare l’Eurozona verso la “ripresa”, che sfortunatamente sembra non esserci stata.
debito03

IL GIAPPONE COME “CASUS BELLI”

Attualmente il debito pubblico italiano ammonta a circa il 133% del PIL, il più grande in Europa dopo quello greco, che ammonta al 177% del PIL.
Dall’altra parte del globo pare che non ci si preoccupi più di tanto come nel nostro paese; questo è il caso del Giappone. Il paese del Sol Levante risulta essere ad oggi l’economia con il più alto debito pubblico al mondo, pari a circa il 230% sul PIL, accumulando di anno in anno persistenti deficit pubblici, pagando tuttavia tassi d’interesse sul debito del tutto irrisori, addirittura in territorio negativo, con una disoccupazione al 3% della forza lavoro; nonostante ciò, pur non riuscendo a uscire dalla gabbia della deflazione (checché se ne dica della spesa pubblica che generi ondate di inflazione).
Una delle critiche più frequenti, riguardo questa asimmetria tra debito e interessi, ruota attorno all’errata convinzione che l’enorme debito pubblico nipponico sia quasi interamente in mano ai cittadini giapponesi.
Questa spiegazione non risulta essere la causa, bensì la conseguenza che bassi tassi d’interesse non stimolino gli investitori internazionali ad acquistare titoli di stato nipponici, essendo la Bank of Japan, anziché il mercato, a influenzare il “costo del debito” manovrando i tassi d’interesse al ribasso (oggi volutamente stabiliti allo 0%).[2]
Detto ciò, la sostenibilità del debito pubblico giapponese non deriva dal fatto che sia detenuto dai cittadini nipponici, ad oggi smentita totalmente dai fatti, ma che esso venga garantito dalla propria banca centrale, che per di più, ne detiene oltre il 40%.
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Come il Giappone, anche gli Stati Uniti sono un paese “con zero probabilità di default”, come spiegato dall’ex capo della FED Alan Greenspan, dal premio nobel Joseph Stiglitz, nonché dall’investitore Warren Buffett. [3]
Stesso discorso vale anche per la Gran Bretagna, la Svezia, l’Australia, la Norvegia, il Canada e tutti quei paesi che hanno una banca centrale che garantisce il debito pubblico dello Stato.
Esso, è bene precisare, non risulta essere l’unico requisito; infatti è necessario che la valuta di un Paese abbia un cambio flessibile, ovvero nessun accordo valutario di cambio fisso, come fu il Gold Standard fino al 1971, il caso dell’Argentina fino al 2001 e dell’Italia stessa dal 1978 al 1992 con il Sistema Monetario Europeo, che provocò l’esplosione della spesa per interessi sul debito.

IL PRINCIPALE RUOLO DELLA BANCA CENTRALE

Storicamente le più antiche banche centrali, come la Bank of England e la Banque de France, furono create proprio per affiancare l’operato del governo e garantire il debito del sovrano. [4]
Pertanto, ancora oggi, il debito pubblico di un Paese non risulta essere un problema per la sua entità, bensì per il suo assetto istituzionale; infatti se esso viene garantito dalla propria banca centrale, il Governo può far fronte a tutti i pagamenti denominati nella stessa valuta che emette.
Tuttavia, questa situazione non è paragonabile alla realtà dell’Eurozona, essendo la Banca Centrale Europea, per statuto, non obbligata a garantire i debiti pubblici dei singoli paesi dell’Euro, lasciando quest’ultimi nelle fauci dei mercati dei capitali, non potendo nemmeno influenzare il costo di ogni singolo centesimo preso in prestito.
Infatti, già nel 1992, l’economista britannico Wynne Godley delineò profeticamente le inevitabili conseguenze della cattiva impostazione dell’Eurozona:
“Se un Governo non ha la propria Banca Centrale la
quale può creare denaro liberamente, i suoi utilizzatori
(spenditori) possono essere finanziati solo attraverso il
prestito nel libero mercato in competizione con le
imprese, e questo può risultare eccessivamente caro o
addirittura impossibile, particolarmente quando si è in
condizione di estrema emergenza; il pericolo, allora, è
che le restrizioni di bilancio alle quali i Governi sono
singolarmente impegnati faranno conoscere una
tendenza disinflazionistica che chiuderà l’Europa in
blocco in una depressione senza potere di ripresa”.
[5]
La “crisi degli spread”, che portò gli interessi sul debito pubblico dei paesi PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) alle stelle, altro non fu che il risultato di questa anomalia. Non furono nemmeno necessarie le “riforme” dei singoli governi a ridurre il costo del debito , bensì fu semplicemente l’intervento della BCE a Luglio del 2012, con la celeberrima frase di Mario Draghi “whatever it takes to preserve the Euro”, che bastò a far calmierare i mercati e ad abbassare i tassi d’interesse sul debito.
È opportuno evidenziare che la BCE sia alla fine intervenuta indirettamente, anche se in ritardo, ad alleggerire il peso dei debiti con politiche monetarie espansive, ma rimane comunque l’impossibilità di attuare politiche fiscali espansive, tramite maggiori deficit.

UN VENTENNIO DI SACRIFICI

Volendo dare uno sguardo al deficit primario, il deficit pubblico scorporato dalla spesa per interessi sul debito, l’Italia risulta essere il paese dell’Eurozona che più di tutti ha accumulato persistenti avanzi primari, comprimendo notevolmente la spesa pubblica e aumentando le tasse alle famiglie e alle imprese.
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Ogni accumulo di 1 punto percentuale di avanzo primario genera un effetto recessivo di oltre 2.8 punti percentuali in termini di PIL, come confermato dall’economista Paul De Grauwe[6], facendo aumentare il debito pubblico sul PIL più che proporzionalmente (questo meccanismo è chiamato “moltiplicatore fiscale”).
Il risultato è che le politiche di austerità sono risultate essere fallimentari persino per contenere i bilanci pubblici.
Per oltre venti anni, con il “mantra delle riforme”, sono state implementate scellerate politiche di privatizzazioni di asset pubblici, di compressione degli stipendi dei lavoratori, di tagli ai servizi essenziali della cittadinanza e di ridimensionamento dei bilanci pubblici, limitando notevolmente l’intervento pubblico nell’economia reale.
Sebbene siano state prese queste decisioni politiche, già nel 1995 il premio nobel William Vickrey spiegò l’assurdità dei sacrifici:
“I deficit sembrano rappresentare una spesa
dissoluta e peccaminosa a scapito delle
generazioni future che saranno lasciate con una
dotazione più piccola di capitale investito.
Questa fallacia sembra derivare da una falsa
analogia sull’indebitamento da parte degli
individui. La realtà attuale è quasi l’esatto
opposto. I deficit incrementano il reddito netto
disponibile degli individui. Questo potere
d’acquisto aggiuntivo, una volta speso, finisce ai
mercati per la produzione privata, inducendo i
produttori a investire in capacità aggiuntiva degli
impianti, che formeranno parte del patrimonio
reale del futuro. Questo va aggiunto a qualsiasi
pubblico investimento effettuato in
infrastrutture, istruzione, ricerca, e simili”. [7]
Infine la presunta convinzione che lo Stato si debba comportare come un’azienda (o come un buon padre di famiglia) e la continua retorica dell’irresponsabilità cadono in contraddizione con il fatto che il mancato investimento di oggi da parte del settore pubblico, lascia una minore dotazione di ricchezza reale alle future generazioni un domani.


[1]http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-02-22/la-commissione-ue-conferma-debito-entro-aprile-l-italia-deve-adottare-soluzioni-credibili-115554.shtml?uuid=AENQC9a
[2] https://www.ft.com/content/9c119e4a-fdab-11e6-8d8e-a5e3738f9ae4
[3] https://www.youtube.com/watch?v=HYXASbjErx0
[4] http://www.bankofengland.co.uk/about/Pages/history/default.aspx
[5] Wynne Godley, Cambridge University, 1992
[6] http://www.tpi.it/mondo/grecia/euro-pro-contro-intervista-de-grauwe
[7] William Vickrey (premio Nobel 1996), in Fifteen Fatal Fallacies of Financial Fundamentalism, 1996

Da SienaNews di Maria Luisa Visone
 
A 60 anni di vita dell’atto di nascita dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 siglavano la determinazione a costruire un mercato comune in Europa e un’unione sempre più stretta tra i popoli europei, molte contraddizioni emergono oggi. Contraddizioni che si esprimono in numeri economici, sui quali diverse possono essere le interpretazioni.
Il settore bancario è l’emblema dello stato di salute dell’UE, rispondendo a quel passaggio, non ancora concluso, di realizzare l’Unione bancaria, resasi necessaria, a seguito della crisi finanziaria che ancora persiste. Mentre è sempre in discussione l’EDIS (sistema europeo di garanzia dei depositi), meccanismo prudenziale il cui obiettivo è affiancarsi ai sistemi nazionali per restituire un livello più elevato di tutele patrimoniali in caso di dissesto degli enti creditizi, il dibattito si sposta sul tema dell’integrazione.
Cito l’EDIS, per la finalità a tendere, che è quella di coprire l’intero ammontare dei bisogni di liquidità e delle perdite sopportate dagli schemi nazionali, in caso di risoluzione delle banche. In sostanza, si mettono in comune le risorse in maniera preventiva per darne beneficio, in caso di necessità, al singolo. Il meccanismo vale per coloro che fanno parte dell’Unione bancaria, proprio perché l’obiettivo è ridurre l’asimmetria tra gli schemi nazionali e lo schema comunitario. Integrarli, quindi.
Ma se di asimmetria trattasi, prende sempre più forza l’opinione che l’applicazione degli stress test per le banche europee, abbia visto parametri non uniformi nel tempo. Già ad ottobre dell’anno scorso il Financial Times evidenziava differenze di applicazione nei criteri, a favore di uno degli istituti tedeschi più importanti. A Siena, le indicazioni perentorie della Bce di liberarsi in tempi brevi degli NPL, non hanno condotto certo all’esito di creare migliori condizioni per affrontare il pericolo di probabili scenari avversi.
Dai numeri, tuttavia, possiamo apprendere.
Gli ultimi dati ci raccontano di un aumento delle passività di bilancio detenute dalla Bundesbank del +487% da gennaio dell’anno scorso a febbraio di quest’anno, a testimonianza della percezione di solidità del sistema bancario che caratterizza i depositi. Nella classifica del maggior ammontare di depositi esteri, alla Germania, seguono Francia e Olanda.
In Gran Bretagna si è appena registrato il livello più basso, dal 1975, di coloro che sono in cerca di lavoro e chiedono sussidi da parte dello Stato, smentendo, per ora, le previsioni pessimistiche collegate alla Brexit.
La Spagna, nel 2016, con un deficit di circa il 4,6% (ben al di sopra del 3%) ha registrato una crescita del PIL quasi doppia rispetto alla media europea. In sintesi, il deficit ha favorito la sua ripresa economica.
Se avanza la percezione che aver ceduto sovranità a Bruxelles non è bastato per creare vera integrazione, dipende dalle differenze che esistono, di fatto, nei diversi Paesi.
Le due velocità e l’ulteriore cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali, annunciate come soluzione per raggiungere lo stesso obiettivo in tempi diversi, francamente, non mi convincono.

Durante l’assemblea straordinaria del 14 gennaio 2017 l’associazione ME MMT ITALIA ha deliberato all’unanimità:
1) La nuova denominazione ufficiale MMT ITALIA;
2) L’art. 2 Principi e finalità di seguito integralmente riportato.

Articolo 2
Principi e finalità

2.1. L’associazione non ha scopo di lucro e nasce al fine di svolgere attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, nel pieno rispetto delle libertà e dignità degli associati, secondo principi di democrazia, uguaglianza ed equità.

Scopo dell’associazione è coordinare e supportare le singole associazioni aderenti ed eventuali altre associazioni che condividano i medesimi obiettivi.
I punti fondamentali che caratterizzano l’attività dell’associazione sono i seguenti:
1. Lo studio, la promozione e la diffusione dei contenuti della scuola economica denominata Modern Money Theory (in seguito MMT), così come elaborata e sviluppata dall’economista Warren Bruce Mosler e da altri economisti MMT riconosciuti come tali a livello internazionale.
2. A tal fine l’associazione si rifà alla radicalità ed alla piena applicazione del messaggio emerso nel corso dei meeting tenuti a Rimini nel 2012 in seguito ai quali è iniziato il processo di divulgazione sul territorio nazionale della MMT con il contributo degli economisti Warren Mosler, Mathew Forstater, Alain Parguez e del giornalista Paolo Barnard.
3. L’associazione crede che solo l’applicazione di politiche di piena occupazione, stabilità dei prezzi, piena realizzazione dello stato sociale, nel rispetto della democrazia e della libertà dei popoli, possano contribuire allo sviluppo armonioso dell’umanità verso forme di convivenza pacifica, costruttiva e solidale, al fine anche di progredire verso un futuro sostenibile, possibile solo con la revisione dell’attuale modello capitalista che a sua volta è possibile solo riconoscendo il ruolo dello Stato a moneta sovrana, che per definizione non ha la necessità di perseguire le logiche di profitto dell’ideologia economica neoclassica e neoliberista.
4. L’associazione promuove la piena applicazione dei principi fondamentali della Costituzione Italiana del 1948 e difende il pieno diritto del popolo italiano all’autodeterminazione e al benessere economico e sociale.
5. L’associazione promuove la realizzazione di studi e documentazione di supporto, incontri, seminari, manifestazioni, prodotti editoriali e multimediali e ogni altra attività che abbia lo scopo di diffondere ed applicare la MMT, nel rispetto delle disposizioni del presente statuto.