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L’AUTONOMIA REGIONALE

AUTONOMIA REGIONALE UE

LA CRITCA

Un dibattito che ritorna

Il tema dell’autonomia differenziata è tornato con forza nel panorama politico in occasione delle elezioni regionali in Veneto del 2025, ma le sue radici affondano nel dibattito nato qualche anno fa soprattutto in occasione del referendum consultivo del 22 ottobre 2017. Da allora, il discorso pubblico si muove spesso tra fraintendimenti, slogan e semplificazioni che finiscono per oscurare il nucleo giuridico della questione.

La Costituzione italiana non lascia spazi interpretativi: l’autonomia regionale non è un atto di indulgenza politica, né una concessione negoziabile al ribasso, ma un modello di decentramento rigidamente tipizzato.

La cornice costituzionale dell’art. 116, comma 3 Cost.

Il fulcro dell’autonomia differenziata è l’art. 116, comma 3, della Costituzione, che prevede la possibilità di attribuire alle Regioni ordinarie ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia.
Questa disposizione, però, non è immediatamente operativa: richiede un percorso complesso e multilivello.

L’attribuzione dell’autonomia speciale “aggravata” può avvenire solo attraverso una procedura composta da tre elementi tutti necessari:

un’iniziativa della Regione, che deve formulare una richiesta ufficiale allo Stato;
un’intesa tra Stato e Regione, atto bilaterale e vincolato nei contenuti;
una legge dello Stato approvata a maggioranza assoluta delle Camere, cioè una legge rinforzata, non equiparabile a una legge ordinaria.

È fondamentale comprendere che il referendum consultivo non entra in questa procedura.
Può orientare politicamente, può misurare un clima sociale, ma non può in alcun modo sostituire né l’intesa né la legge statale. In altri termini:
il referendum non obbliga lo Stato a concedere nulla.

Il referendum del Veneto: un po’ di chiarezza

L’esperienza del Veneto conferma il limite strutturale di ogni consultazione regionale su questa materia.
La Regione aveva promosso nel 2017 un referendum su un tema che, secondo la legge vigente, essa può soltanto proporre, ma che resta di esclusiva competenza statale.

L’iniziativa regionale era legittima, ma:

– non generava obblighi giuridici,
– non vincolava lo Stato,
– non attuvava automaticamente l’art. 116, comma 3 Cost.

Il referendum era ed è dunque uno strumento di espressione, non di produzione normativa.
Tutto ciò che riguarda l’autonomia differenziata inizia e finisce nel rapporto Stato–Regione, non nel rapporto Regione–cittadini.

La “semispecialità”: cosa è davvero l’autonomia differenziata

Come ha ricordato spesso l’illustre Professor Daniele Trabucco, l’autonomia nel terzo comma dell’art. 116 non trasforma una Regione ordinaria in una Regione speciale.
È una forma particolare di decentramento che possiamo definire “semispecialità”: un modello intermedio, che amplia alcune competenze ma senza alterare l’architettura generale dello Stato regionale.

Questa “semispecialità” richiede necessariamente:

– una definizione puntuale dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni),
– una ricognizione chiara e rigorosa delle risorse finanziarie,
– un rispetto sostanziale dell’unità giuridico-economica della Repubblica, sancita dall’art. 120 Cost.

Senza LEP, senza risorse definite, senza garanzie comuni, non può esistere alcuna autonomia differenziata costituzionalmente legittima.
Altrimenti, si produrrebbe un regionalismo “a geometria variabile” incompatibile con l’art. 3, comma 2 Cost., cioè con l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

Il cuore dell’autonomia: l’intesa Stato–Regione

L’intesa è la chiave di volta dell’intero edificio.
Non è un atto politico generico, non è un protocollo d’intenti, non è un documento simbolico:
è l’atto genetico dell’autonomia differenziata.

Senza intesa non può esistere alcuna autonomia, perché solo l’intesa definisce:

– materie trasferite,
– modalità operative,
– risorse stanziate,
– limiti, controlli e garanzie.

È un atto bilaterale e negoziato, che non può e non poteva in alcun modo essere sostituito da referendum, petizioni, deliberazioni dei Consigli regionali o pressioni mediatiche.
Dopo l’intesa, la legge statale che la recepisce—approvata a maggioranza assoluta—costituisce la cornice giuridica rigida che ne assicura stabilità e piena efficacia.

L’equivoco più diffuso: autonomia non significa indipendenza

Molti credono, o fanno credere, che l’autonomia differenziata consenta di:
trattenere più tasse,
ridurre il residuo fiscale,
sottrarsi alla finanza statale.

Si tratta di un MALINTESO TOTALE!

La finanza regionale è regolata dall’art. 119 Cost., che garantisce:

– perequazione,
– coordinamento della finanza pubblica,
– tutela dei diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale.

Nessuna autonomia differenziata—nemmeno la più ampia—può violare questi tre principi.
L’Italia non riconosce un federalismo competitivo, né può tollerare sistemi fiscali che creano cittadini di serie A e di serie B.

L’autonomia differenziata non è, e non potrà mai essere, un percorso verso l’indipendenza, e non può mettere in discussione l’unità e indivisibilità della Repubblica garantita dall’art. 5 Cost.

VERO PROBLEMA E SOLUZIONE

Il peso del vincolo esterno e l’illusione dell’autonomia fiscale

L’Italia, oggi, è un corpo ferito che continua a camminare sotto un giogo imposto da lontano. Non è Roma a stringere quella maledetta cinghia, ma Bruxelles, che parla in nome di una finanza oligarchica internazionale di stampo predatorio/piratesco anglosassone. Eppure, oggi nelle piazze del Veneto e nelle campagne elettorali, si preferisce colpire il vicino anziché vedere chi davvero tira le fila.

Il referendum sull’autonomia—celebrato come una festa della libertà—aveva rivelato soprattutto un dolore profondo. Il Veneto soffriva, e oggi soffre molto di più, per ragioni che i suoi stessi governanti fingono di ignorare. Parlano di tasse che “vanno a Roma”, come se il male stesse lì. Ma la verità è più amara: ciò che impoverisce il Veneto, è lo Stato che, da quasi trent’anni, toglie più di quanto dà, come imposto dall’Unione Europea.

La moneta non cresce nei campi, come ricorda spesso il noto Avvocato Marco Mori; quindi, per semplificare, se lo Stato si riprende con le Tasse più soldi di quelli che prima ha dato ai cittadini con la Spesa Pubblica, la ricchezza evapora dalle tasche di cittadini e imprese.
Non importa quanto siano alte le Tasse, non importa quanto sia imperfetta la Spesa Pubblica: ciò che conta è il saldo finale! In Italia l’ammontare complessivo delle tasse in tutte le loro forme, supera di gran lunga la spesa statale. Questo saldo è il vero macigno che schiaccia il Veneto e tutta l’Italia.

Il teatrino politico e il mito dell’indipendenza

Questo salasso mortale, questa mancanza di liquidità, che negli ultimi mesi ha spinto più di 1000 aziende venete sull’orlo del fallimento, come denunciato con dolore da alti esponenti regionali di Confindustria negli studi radiofonici di Veneto24, non è certo frutto della volontà di Roma, che ormai esegue e basta. L’ordine viene da Bruxelles: avanzi primari, tagli, vincoli al pareggio di bilancio.

E allora, che senso ha avuto il referendum sulla “autonomia fiscale”? E che senso ha parlarne ancora oggi in occasione delle elezioni regionali 2025, quando la nostra stessa moneta è in gabbia nei Trattati Europei che proprio i sostenitori dell’autonomia difendono con così tanto fervore?

È un teatrino costoso, una scenografia elettorale con grande spreco di energie e danaro.

C’è poi chi sogna addirittura l’indipendenza, come fosse un prato verde oltre la collina. Ma è un sogno pericoloso: incostituzionale, penalmente rilevante, e realizzabile solo attraverso un conflitto. Chi lo invoca, anche senza volerlo, soffia su braci che potrebbero incendiarsi in guerra civile. E in quel caos, i veri padroni—le grandi banche d’affari, i poteri economici senza volto—non perderebbero nulla: anzi, regnerebbero su un’Italia ridotta in pezzi.

Il patto democratico e il rischio dell’inganno collettivo

Negare l’indipendenza non è negare la democrazia. La democrazia è un patto: un ordine costruito sul compromesso, sulla scelta di vivere insieme entro confini che la storia ha sigillato con durezza. Romperli per ogni capriccio locale significherebbe precipitare nel caos.

L’Italia non è perfetta—ma non lo siamo nemmeno noi. E proprio per questo lo Stato serve: per contenere gli egoismi, per tenere unito ciò che la fragilità umana tende a dividere. Chi oggi punta il dito contro Roma sbaglia bersaglio: il vero problema sta altrove, in un vincolo esterno che prosciuga scientemente la vita economica del Paese.

E mentre le piazze rumoreggiano, mentre ognuno rivendica il proprio pezzo di terra, c’è un popolo silenzioso che continua a lavorare, a tirare avanti, a stringere i denti come può. Sono famiglie, lavoratori, artigiani, giovani, imprenditori coraggiosi che stanno vedendo sfumare ciò che speravano di costruire. Non chiedono bandiere nuove, né confini diversi: chiedono solo di respirare, di vivere in una terra che non li tradisca.

È per loro che l’Italia deve restare intera. Per chi non ha voce, per chi non ha tempo di urlare, per chi al mattino apre la serranda e spera che quel giorno sia un po’ meno duro del precedente. Se li dividiamo, se li lasciamo soli, saranno i primi a cadere.

E allora, di fronte a tutto questo, una domanda resta sospesa come una foglia nell’aria d’autunno:
che Paese vogliamo essere? Uno che si frantuma seguendo rabbie sbagliate, o uno che, pur ferito, trova finalmente la forza di stringersi, come una coorte che resiste e vince?

Diego Manca,
Presidente MMT Regione Veneto