2023 (quinta puntata)

La scelta di Olimpia

scritto da Elisabetta Uccello e Giuseppe Nasone

Una storia doppia a puntate scritta a quattro mani, in attesa delle imminenti elezioni. Ricordate Sliding doors?

Bene, lo schema è analogo: una protagonista, un bivio temporale, due situazioni, due vicende. La discriminante: una scelta a monte.

Il colore del pallino che vedrete sulle immagini svelerà qual è la storia che si sta sviluppando nell’ipotetico futuro immaginato dagli autori, pallino blu – storia A, pallino rosso – storia B. Ecco oggi la quinta puntata. Buona lettura.

n.d.a.: un ringraziamento affettuoso a Pier Paolo Flammini per uno dei suoi più begli articoli pubblicati su questo sito, da cui sono stati tratti stralci e ispirazione nella parziale stesura di questa puntata della storia.

Olimpia entrò come tanti, nel secondo pomeriggio di quel giovedì, nel sito istituzionale del Governo italiano e attese un paio di minuti prima che la conferenza stampa fosse mandata in diretta da Palazzo Chigi.
Il Presidente del Consiglio, con aria seria ma serena, annunciò il grande evento. Nasceva lo Stato dell’Europa. L’Unione Europea superava se stessa: si faceva una grande potenza e con essa si apriva una nuova era, l’era della fine delle divergenze nazionali.
L’emergenza climatica aveva i giorni contati.
La diligenza dei governi nazionali aveva riscosso il meritato plauso: avevano lavorato bene nel corso dei decenni con zelo e costanza.
Specialmente negli ultimi anni, il loro impegno si era rafforzato. Ne era riprova la solerzia con la quale, senza farsi intimorire né rallentare dalle voci di dissenso popolari, avevano di fatto trasferito tutte le competenze alla Commissione Europea.

Lo stato di emergenza sanitario era stato l’opportunità per riordinare la spesa pubblica verso una maggiore sostenibilità ambientale e “sociale”.
Olimpia pensò a quando nel 2011 Mario Monti aveva dichiarato alla LUISS:
“Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata.”.

Ecco a cosa servivano le emergenze! Olimpia capì che servivano a costringere gli Stati a spogliarsi di poteri che altrimenti non avrebbero ceduto.

Vide in una nuova luce la vera natura dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza, piani di riforme dittatoriali redatti da un’oligarchia, la Commissione Europea. Anche ricorrendo a procedure d’urgenza ove necessario per garantire le scadenze prestabilite.
Tutto era strettamente monitorato: a tal fine era stata istituita la “CABINA DI REGIA”, un organo di controllo all’interno della Presidenza del Consiglio.
Per finanziare i progetti era stato istituito il Recovery Fund, un fondo basato sul bilancio UE composto dai contributi degli Stati membri, l’iva e i dazi doganali extra UE ed erano in progetto le Eurotasse.

Ma la novità epocale furono i Recovery Bond, titoli di debito comune europeo. Il 15 giugno 2021 vi era stata la prima emissione a un rating decisamente migliore rispetto a quello dei titoli nazionali.
Il debito pubblico perdeva l’arcaica connotazione nazionale e si faceva, dopo anni di reticenze, europeo.

Funzionava così: l’Unione Europea emetteva titoli sul mercato (Eurobond) per ricevere denaro dagli investitori in cambio della restituzione del capitale e degli interessi a scadenza.
La liquidità raccolta con tale meccanismo veniva distribuita agli Stati membri. Somme che per la UE rappresentavano, sempre, un debito contratto con le banche private e che veniva saldato con la tassazione.
Un fiume di soldi… esultavano tutti… Pochi sapevano che quel conto si sarebbe dovuto pareggiare e che quei soldi si sarebbero dovuti restituire tutti… al centesimo…

L’improvvisa dichiarazione del Governo sull’avvio dell’exit, generò in molte città manifestazioni spontanee di giubilo e anche altre, meno numerose ma non meno cariche di pathos, contrarie a quella decisione. Molti economisti, politici e opinionisti lanciarono moniti simili a maledizioni sull’Italia che osava staccarsi dall’Unione: in breve, saremmo stati spazzati via dagli spread. Ma il punto che più di tutti sulle testate televisive e on line nazionali fece discutere in prospettiva del passaggio alla nuova valuta nazionale, fu la svalutazione improvvisa della lira. Vari commentatori previdero che nel giro di due o tre giorni dalla sua prima immissione, quasi tutti si sarebbero affrettati a cambiare lire per euro, peggiorando ulteriormente il già grave effetto svalutativo previsto della nuova moneta: “perderà tra il 30 e il 50% del suo valore rispetto all’euro” – i notiziari televisivi e radiofonici e i giornali on line parlarono di una perdita immediata tra il 30 e il 50% sull’euro, di un successivo recupero e assestamento finale a una svalutazione tra il 20 e il 30%”. Chi fosse stato abile a detenere euro, almeno in questa prima fase, per poi venderlo successivamente, o non venderli per nulla, avrebbe guadagnato margini enormi.
Si spiegò allo spettatore: “Se tu prima avevi 30 mila euro in banca, ti diranno che adesso sono 30 mila lire, ma già avrai perso il 10% del valore, pari a 3 mila lire, e rischierai di dimezzare i tuoi risparmi in poche ore. Questo governo ti deruberà“. Si parlò anche di crisi di liquidità, di bancomat non funzionanti, di caos totale nel sistema dei pagamenti, e giù fino ad arrivare alla pensionata che non avrebbe potuto sganciare il carrello della spesa dalla catena perché la nuova moneta non sarebbe entrata bene nella fessura.

Le azioni dell’esecutivo si snodarono con molta riservatezza e, oltre al fatto che la Unicredit era stata precettata per fornire supporto logistico e operativo alla nuova Banca Centrale e che la vecchia Bankitalia sarebbe stata lasciata al SEBC, non si seppe molto altro.
A quanto pareva, la nuova moneta sarebbe stata emessa in capo a pochi giorni.
Da qualche giorno, il Presidente del Consiglio si limitava solo a ribadire che il Governo stava lavorando bene, che era sereno, che gli italiani sarebbero stati tutelati nelle loro legittime esigenze e che a breve sarebbero stati forniti dettagli sulle operazioni connesse all’introduzione della nuova moneta.
Per queste comunicazioni abbottonate si sollevò, dai mezzi d’informazione, un coro misto di strenue difese e aspri attacchi: “Il Governo, che ha a sua disposizione i migliori consulenti internazionali, sa perfettamente quello che fa. La sua strategia è ineccepibile.” “Il Presidente del Consiglio pretende pure che gli italiani camminino bendati sopra un filo sospeso sull’abisso?”. Fonti dal Quirinale, non confermate, vociferarono di una serie di comunicazioni riservate intercorse tra il Premier e un Presidente della Repubblica, a quanto parve, molto contrariato dall’essere di fatto tenuto all’oscuro dell’attività del Governo. Molti non seppero come interpretare questo silenzio stampa e dubbi e paure mai completamente vinte cominciarono a riaffiorare. Il consenso popolare così nettamente manifestato per via elettorale cominciò a erodersi, i sondaggi diedero, con esiti misti, una media del 50,5% d’intervistati favorevoli al ritorno alla lira. L’opposizione parlamentare europeista andò acquistando rinnovato vigore, maggioranza e Governo ancora tenevano duro, il premier ribadiva di attendere fiduciosi… (CONTINUA)

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