2023

La scelta di Olimpia

scritto da Elisabetta Uccello e Giuseppe Nasone

Una storia doppia a puntate scritta a quattro mani, in attesa delle imminenti elezioni. Ricordate Sliding doors?

Bene, lo schema è analogo: una protagonista, un bivio temporale, due situazioni, due vicende. La discriminante: una scelta a monte.

Il colore del pallino che vedrete sulle immagini svelerà qual è la storia che si sta sviluppando nell’ipotetico futuro immaginato dagli autori, pallino blu – storia A, pallino rosso – storia B. Inizia oggi la prima puntata. Buona lettura.

Quello sarebbe stato ricordato da molti come Il giorno della svolta, per altri fu invece Il giorno dell’irreversibile o, con grande umiliazione, Il giorno dal quale niente sarebbe stato più come prima.
Per Olimpia fu semplicemente Il giorno dell’inevitabile vittoria dell’europeismo.
Comunque lo si volesse chiamare, quel giorno fu consegnato alla Storia; fu il giorno in cui finalmente il Parlamento italiano autorizzò all’unanimità la ratifica del Trattato che istituiva, dopo un lungo processo, lo Stato Europa.
L’ atmosfera generale fu festosa e si attese la firma, certa, del Presidente della Repubblica Italiana.
L’ultima firma come tale.
In seguito, ai sensi del nuovo Trattato, la figura sarebbe stata definitivamente sostituita con quella del “Governatore del distretto italico”.
La gente visse la svolta epocale con serena abdicazione. Di più. Con un senso di liberazione.
Dopo anni di attesa, e una efficiente educazione mediatica sull’emergenza economica, sanitaria e ambientale, la Commissione europea, anche a seguito delle insistenti pressioni dell’ONU, diede il via alla procedure di modifica del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
Tutto procedeva liscio.
Le competenze erano ormai tutte in mano alla Commissione. Ed anche l’ Italia, l’ ultima in ordine temporale, si era decisa a siglarne il riconoscimento.
Di tanto in tanto strillavano nelle piazze e nei social di quei movimenti dal basso che si opponevano alla “deriva democratica”. Parlavano di rappresentanza, di Stato, di economia, di diritti sociali. Si diceva fosse gente del popolo. Qualche professore. Per lo più persone che non potevano certo paragonarsi a quei tecnici, con anni di master settoriali alle spalle, che lavoravano alacremente a risolvere i problemi del pianeta.
Si diceva ci fossero persone competenti in mezzo a quella gente del popolo ma di certo dovevano sostenere delle tesi completamente sbagliate. In TV non ci andavano, pertanto nessuno se ne curava.
Talvolta qualcuno di questi nostalgici reazionari – che si facevano chiamare sovranisti – riusciva a farsi eleggere in Parlamento ma poi, una volta in carica, cambiava. Forse costoro si rendevano conto e ammettevano la superiorità della struttura europea? Così organizzata, efficiente, trasparente… e poi tanto carina con i parlamentari nazionali, li sollevava dalle fatiche delle responsabilità: quando dall’alto arrivava un regolamento, bastava semplicemente recepirlo.
In quegli anni la Commissione europea non si era mai fermata. Dinamica, saggia e rigorosa, aveva rispettato tutte le scadenze programmate a lungo termine. Fatti e non parole. Mica come quei parlamentari italiani, chiassosi, sempre a confrontarsi per ogni decisione da prendere. Dalla CECA, alla CEE, all’euro… e con un salto di qualità, all’Unione Europea. Inoltre, dai fondi europei in taluni settori, passando per il PNRR, ora decideva dove quanto e come spendere su tutto: finalmente la Commissione aveva in mano tutta la politica fiscale. Scriveva i piani di ripresa e resilienza e li consegnava già pronti agli esecutivi nazionali. Ma non solo. Controllava perché Stati e popoli, si sa, sono incapaci, inefficienti e spreconi.
Mai l’ Italia sarebbe riuscita da sola, vista l’ urgenza, a stilare un Green Deal digitale con la stessa celerità… Mai una nazione sarebbe riuscita in tempi così brevi a mettersi d’ accordo con le altre per fermare la deriva climatica…

Tanti lo avrebbero ricordato come Il giorno della svolta, oppure Il giorno del sorpasso.
Per Olimpia quello sarebbe stato, e fin da subito fu, Il giorno della definitiva affermazione del sovranismo.
Comunque lo si volesse chiamare, era stato consegnato alla Storia.
Era il giorno in cui i risultati delle elezioni politiche avevano assegnato all’alleanza dei partiti e movimenti sovranisti, con il 52,2% delle preferenze degli elettori, la maggioranza dei seggi in Parlamento.
Ai partiti che in grado variabile rappresentavano le forze politiche filo europeiste andò il 47,8% e la qualifica di opposizione: Il PD frenò la discesa con il 19,3% di preferenze, Fratelli d’Italia raccolse il 13,4%; il M5S, ormai in rotta perenne il 6,8%; peggio ancora la Lega, nonostante l’ennesimo ambiguo e tardivo trasformismo in chiave finto-sovranista edulcorata, con il 3,9% delle preferenze. Il restante 4,4% si distribuì inutilmente tra partitini satelliti fra loro litigiosi, che restarono così fuori dal Parlamento e dai giochi.
Il risultato, in sé straordinario, sorprese gli stessi vincitori che non si aspettavano addirittura di divenire la guida del Paese. Non ancora, quantomeno.
Tuttavia, i molti progressi conseguiti soprattutto nell’ultimo anno, e infine l’apertura dell’opinione pubblica all’antieuropeismo erano fatti incontestabili.
L’accelerazione si ebbe a sei mesi dalle elezioni, mentre una convulsa e burrascosa campagna elettorale entrava nel vivo.
Olimpia comprese, col senno di poi, che tutti quegli anni di attese e speranze, di cadute e rialzate, scoramento e demotivazione (“Tanto la gente non capisce… non s’interessa… le hanno fatto il lavaggio del cervello…”) e rinnovati slanci caparbi e disperati, erano solo espressione di tempi non ancora maturi, una gestazione in cui occorreva lavorare, costruire, perseverare. I primi segnali del cambiamento si palesarono già dal 2020 con la prima emergenza sanitaria e il sorgere di un diffuso interessamento alle questioni politiche che andò crescendo sempre più e in modalità sempre più concrete. Le proteste dei commercianti, le piazze e le categorie nelle battaglie contro il green pass, le resistenze dei sempre meno pochi e sempre più agguerriti, al disumanizzante Grande Reset, il rifiuto del tipo di gestione della questione energetica, fino ad arrivare al miracolo di quelle politiche del 2023. A Olimpia sembrò che tutto fosse avvenuto così in fretta; vide le cose collocarsi una dopo l’altra nei rispettivi giusti incastri sempre più velocemente, spontaneamente, come se non potessero fare altrimenti.
Finalmente le forze sovraniste raggiunsero la quadra per un’alleanza solida, apprezzata dalla gente perché considerata segno di maturità politica. I rappresentanti di tali forze veicolarono messaggi equilibrati e attraenti, in ciò coadiuvati e rafforzati dalla rete di organizzazioni di cittadini da anni impegnate sul territorio nell’informazione alternativa, che in quegli ultimi cruciali mesi lavorarono, e bene, di sponda. L’opinione pubblica seppe superare dialetticamente e rigettare l’etichettatura di nazionalismo data al sovranismo: quest’ultimo, fu concepito non come affermazione di una superiorità nazionale sul resto del mondo bensì consapevolezza di essere “Patria tra le Patrie” in cui ognuna delinea in modo autonomo il proprio cammino e, al tempo stesso, riconosce e dialoga alla pari con le altre. Il passaggio alla soluzione in chiave sovranista del problema UE fu per molti compreso come essenziale.
A indicare la presenza di un’aria nuova e che stavolta non si sarebbe trattata della “solita” tornata elettorale fu un segnale eclatante che emerse dalle proiezioni: la riduzione dell’astensionismo a circa il 17%. L’affluenza alle urne si preannunciò pertanto altissima.
I sondaggi sulle intenzioni di voto individuarono in una prima fase tre blocchi: 1) filo europeisti in testa con il 44-47%; 2) sovranisti, al 39-41%; 3) un 15% circa, equidistante tra le due soluzioni, che ammetteva sia la possibilità di provare a riformare da dentro l’Unione sia l’uscita dalla stessa, qualora le riforme fossero o non intraprese o addirittura negate. Furono questi elettori l’ago della bilancia. Ci si aspettò che il loro voto andasse per inerzia ai partiti pro UE ma, a sorpresa, come fu in seguito calcolato, solo poco meno del 3% di quei votanti rispettò tali previsioni mentre almeno il 12% scelse la fazione opposta. Forse, questo cambio di rotta repentino avvenne anche in conseguenza dell’incauta dichiarazione, rilasciata a pochi giorni dalle elezioni italiane dal presidente della Commissione Europea Von Der Leyen, la quale ribadì che, a prescindere dal risultato elettorale, il piano di rientro nell’OMT per l’Italia non avrebbe avuto dilazioni. Un errore strategico pagato caro, un assist per i sovranisti: la gente era stanca di essere strattonata da piani di riforme e/o da ossessioni e fanatismi contabili e l’opinione pubblica italiana ormai priva di pazienza, ricevette uno scossone all’idea di potere cambiare quella Europa.
Così il voto virò verso l’alleanza.
Gli occhi di Olimpia, come quelli di tutti, erano puntati sul Governo in formazione, e si chiedeva quali sarebbero state le sue prime mosse. Intanto il fermento cresceva. Il giorno seguente alla perdita di tre punti percentuali sul dollaro da parte dell’Euro, la presidente della BCE Lagarde aveva dichiarato in via preventiva che l’istituto avrebbe fatto tutto quel che serve per mantenere la stabilità finanziaria dell’Eurozona; i mercati, nonostante dessero segni d’inquietudine, ancora si mantenevano in una posizione fondamentalmente attendista degli eventi… (CONTINUA LA PROSSIMA PUNTATA)

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