Postato il 04/06/2019.

Documento redatto dal Comitato Scientifico MMT, in risposta all’articolo de l'”Avvenire” intitolato “La nuova teoria «MMT». La spesa pubblica senza freni, l’idea Usa che seduce e spaventa“, del 25 Aprile 2019.

Questo scritto vuole rappresentare l’inizio di un dibattito serio e costruttivo sulla MMT all’interno del mondo dei media nazionali. Ci siamo sentiti in dovere di replicare ad una serie di inesattezze ed imprecisioni pubblicati da l'”Avvenire” nell’articolo di cui sopra. Tuttavia ringraziamo il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana per l’interesse dimostrato e per aver stimolato il confronto.

Di seguito la nostra risposta.

Che cos’è la Modern Monetary Theory – MMT ?

Questa teoria nasce 25 anni fa ad opera dell’economista Warren Mosler e si sviluppa originariamente negli USA; oggi annovera tra i suoi sostenitori economisti di varie nazionalità.

Per i suoi contenuti, la MMT si sta imponendo sempre più all’attenzione degli organi di informazione e nel dibattito accademico; per la sua straordinaria portata sociale, attira un apprezzamento e un crescente seguito popolare nei vari continenti, fenomeno davvero straordinario, anzi unico per una teoria economica.

In Italia nel 2012, a seguito dei tre summit MMT a Rimini e Cagliari, convegni di macroeconomia con una partecipazione da guinness dei primati (migliaia di partecipanti), gli attivisti si riuniscono e convergono in organizzazioni volte a divulgare a ogni livello sociale la MMT e a svolgere un’opera di “alfabetizzazione macroeconomica”.

Ad oggi, quest’opera e il contributo al dibattito economico degli attivisti italiani (dove si ritrovano sia il cittadino comune, sia il laureato in economia, il ricercatore, l’analista, il consulente finanziario, ecc.) si sono concretizzati in migliaia d’incontri pubblici, centinaia di apparizioni in televisione e articoli sui quotidiani, contatti e collaborazioni con forze politiche, dialogo con accademici e docenti universitari di economia, presenza costante su social media e siti web, traduzione ed elaborazione di documenti e tanto altro ancora.

Ci piace sottolineare che la nostra Associazione opera da anni in tutto il territorio nazionale autofinanziandosi, senza mai aver usufruito di nessun contributo esterno; questo può dare un’idea dell’importanza che diamo alla nostra opera di informazione.

Ma torniamo al punto. La MMT è una scuola di pensiero macroeconomico post-keynesiana, forse la più vicina allo spirito della Teoria Generale di John Maynard Keynes, che in seguito venne ripresa e sviluppata, con una concezione più progressista del suo autore, da economisti quali Michał KaleckiJoan RobinsonNicholas Kaldor, Piero Sraffa e Hyman Minsky, con grande enfasi sulle politiche favorevoli ai lavoratori, alla redistribuzione, a elevati livelli di occupazione e di protezione sociale.

Ha solide basi teoriche e affonda le sue radici nel Cartalismo elaborato, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp, e dall’inglese Alfred Mitchell-Innes, poi ripreso da John Maynard Keynes nel suo Trattato sulla moneta e da una serie di economisti successivi come Abba Lerner e Charles Goodhart.

Tra i suoi contributi accademici, sono sicuramente da annoverare l’analisi sul funzionamento della moneta moderna (o moneta fiat), sui rapporti del sistema bancario con la banca centrale e il Tesoro e lo sviluppo di modelli previsionali validi e apprezzati, come citato nel vostro articolo, anche da analisti di Wall Street.

L’approccio alla fenomenologia economica è anche “pragmatico”, concreto e teso ad osservare come nel mondo reale funzionano le cose e ad individuarne deduttivamente il perché; ciò sovente dà una marcia in più a questi economisti nel confronto con posizioni tradizionali meramente teoriche.

Un esempio di ciò è il dibattito, citato dal vostro giornalista, tra il famoso Paul Krugman e la MMTeer Stephanie Kelton, “vinto” dalla seconda: senza addentrarci nei dettagli, le obiezioni e il relativo modello teorico sostenuti dal premio Nobel Krugman sono stati dalla Kelton smentiti con i dati del mondo reale, spiegando anche che il modello era sbagliato perché riferito a una tipologia di sistema monetario non paragonabile a quello attuale.

Non ha brillato Krugman, né per competenza, né per eleganza, trattando la Kelton come economista di secondo ordine.

Non certo una bella figura per un premio Nobel fare un po’ il sostenuto con una “sconosciuta” economista e poi farsi insegnare da quest’ultima che, alla presenza di una spesa dello stato, il tasso d’interesse si muove in senso diametralmente opposto rispetto a quanto da lui ipotizzato, con la precisazione che “qualsiasi banchiere te lo saprebbe dire”.

Una delle cose che più apprezziamo di questa Teoria è che essa sviluppa un modello caratterizzato dal superamento del secolare conflitto inflazione-piena occupazione, grazie al consapevole e sapiente utilizzo della moneta moderna, che ha le potenzialità necessarie allo scopo: oggi, applicando la MMT, è possibile perseguire contemporaneamente la piena occupazione e la stabilità dei prezzi.

È innegabile l’estrema valenza sociale di tali proposte di politica economica; riteniamo che la MMT sia uno strumento unico e prezioso, in grado di dare un contributo fondamentale alla realizzazione del modello socio-economico delineato dalla Costituzione italiana, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica democratica e lo indica quale diritto, dovere e libertà.

Nel vostro articolo si cita Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, che davanti al Congresso ha ribadito che “l’idea che i deficit non importino per Paesi che possono indebitarsi nella loro stessa moneta è semplicemente sbagliata”.

Se Powell volesse approfondire meglio la Teoria, magari direttamente dai suoi sviluppatori e non da rumors orecchiati qua e là, potrebbe scoprire che il concetto portato avanti dalla MMT è alquanto diverso da quello di uno Stato che spende come se non ci fosse un domani.

Riguardo all’entità del deficit dello Stato, è bene ricordare che la MMT non ha una posizione dogmatica su quale debba essere il saldo del settore pubblico. In avanzo, in pareggio o in disavanzo che sia, lungi dal vincolare le proprie decisioni di spesa al rispetto di posizioni contabili prestabilite (l’idea diffusa dei “conti in ordine”), uno Stato guarderà sempre all’economia nazionale e alle sue esigenze contingenti, spenderà nella misura ritenuta necessaria e calibrerà la pressione fiscale ad un livello tale da lasciare alle persone abbastanza moneta da comprare, in una situazione di piena occupazione, la produzione interna e ciò che il resto del mondo ci vuole vendere.

Se per fare questo in un certo anno occorre sperimentare deficit importanti, ciò non deve rappresentare un problema, oltre che per quanto già detto nel vostro articolo, neanche da un punto di vista contabile: uno Stato che s’indebita nella moneta che lui stesso produce avrà sempre, per definizione, la capacità di pagare i propri debiti. Anzi, la spesa a deficit è un qualcosa di necessario, come ammesso anche dall’economista premio Nobel William Vickrey: essa rappresenta l’attivo del settore privato, che si manifesta appunto quando la spesa pubblica del settore governo è maggiore della tassazione. Ricordiamo inoltre che il settore privato di famiglie ed aziende non può aumentare in aggregato il suo attivo, non potendo legalmente creare il denaro, se non tramite politiche neoliberiste e neomercantiliste basate sulle esportazioni e l’abbattimento della domanda interna, al fine di essere competitivi. Si tratta di politiche che, laddove applicate, hanno dimostrato sempre i loro limiti in termini di costi sociali; pensiamo allo sfruttamento della manodopera nei paesi emergenti (quali la Cina e l’India), ma anche nelle cosiddette economie avanzate quali la Germania, che “vanta” un esercito di milioni di minijobbers, lavoratori pagati massimo 450 euro al mese.

A questo proposito, è certamente vero che oggi all’Italia, con l’Euro, è impedito di realizzare i deficit di volta in volta adeguati al caso.

È anche vero che ci sono altri problemi diretta conseguenza dei vincoli e delle anomalie strutturali di questo sistema monetario, come il tasso d’interesse dei titoli di stato in mano non al Tesoro bensì ai mercati: a causa dell’impossibilità della BCE, sancita dal Trattato di Maastricht, di acquistare sul mercato primario i titoli in asta, viene meno un aspetto essenziale della naturale collaborazione tra l’autorità monetaria e quella fiscale, secondo cui il Tesoro agisce e la Banca Centrale reagisce in conseguenza.

Non esiste fuori dall’Euro un meccanicismo che lega l’andamento dei tassi d’interesse dei titoli di stato con quello del deficit governativo. È ampia la casistica storica di aumenti di deficit accompagnati a contemporanea riduzione, non aumento, del tasso d’interesse sui titoli di debito pubblico. A titolo esemplificativo citiamo: Argentina (2015-2016); Stati Uniti (1982-1983; 1990-1993; 2008-2010); Vietnam (2012-2014; 2017-2018); India (2001-2002; 2008-2009); Francia (1992-1994); Cina (vari anni dal 2006 a oggi).

Tutto questo dovrebbe fare riflettere: quanto la BCE sta veramente operando in favore degli stati aderenti all’Eurozona?

E, ancora più a monte: l’appartenenza al sistema Euro è davvero vantaggiosa in termini assoluti per l’Italia?

Riguardo poi alla citazione riportata nell’articolo in cui “i ricchi troverebbero la MMT conveniente, poiché con più deficit pagherebbero meno tasse”, non corrisponde al vero in quanto le tasse, per la MMT, rappresentano un importante strumento di politica fiscale per ottenere l’effetto della redistribuzione della ricchezza e il suo compito primario non è certo quello di finanziare la spesa pubblica. Uno stato sovrano della sua valuta prima deve spenderla (creandola dal nulla) e solo in un secondo momento ne può pretendere il riscatto con la tassazione.

Inutile commentare, infine, la definizione denigratoria su Warren Mosler, definito uno “squalo” di Wall Street; Mosler è il fondatore della MMT e chi la comprende si rende conto del grande valore sociale delle sue proposte. A tal proposito vi invitiamo a leggere i suoi scritti.

Concludendo, la demonizzazione del deficit sottesa a tanta disinformazione è figlia dei nostri tempi; questo non significa che essa debba essere considerata una cosa giusta, anzi, ben vengano dibattiti che, come quello portato avanti dalla MMT, aprano la possibilità a che alcuni degli assunti macroeconomici acquisiti nei decenni passati, e dati per scontati oggi, siano da tutti misurati nella loro reale consistenza, ex novo e senza pregiudizi.

A nostro parere, il punto focale è che, come asserisce la MMT, il deficit dello Stato equivale al risparmio del settore privato. Detto con parole nostre semplici: se ci mancano soldi (basta guardare al livello attuale dei nostri consumi per capire che soldi non ce ne sono abbastanza) lo Stato ce li deve fornire, e lo può fare solo attraverso deficit di bilancio, creando redditi legati al lavoro, quindi alla produzione di beni e servizi.

Se non lo fa, per noi sono guai.

Ormai, si consenta l’ironia, certe cose le hanno capite persino alla BCE se, nel suo Research Bulletin n. 36 del 2017 è scritto che: “… In un’economia che ha una propria moneta a corso forzoso, l’autorità monetaria e quella fiscale possono garantire che il debito pubblico denominato in quella valuta nazionale non sia soggetto a default, cioè che i titoli pubblici che giungano a maturazione siano convertiti in valuta a parità. Con una disposizione di questo tipo la politica fiscale può focalizzarsi sulla stabilizzazione del ciclo economico anche quando la politica monetaria sui tassi raggiunge il livello nominale minimo. Nonostante ciò le autorità fiscali dei paesi dell’area euro hanno rinunciato alla possibilità di emettere debito non soggetto a default. Di conseguenza una stabilizzazione efficace del ciclo macroeconomico è diventata un obiettivo difficile da raggiungere”.

Un’ammissione importante, anche se la MMT va oltre e consente allo Stato di superare, non già solo di stabilizzare, il ciclo economico.

Ma questa è un’altra storia…

Di Marco Cavedon, postato il 02/06/2019.

Venerdì 7 giugno 2019 alle ore 21:00 su Canale Italia (canale 53 del digitale terrestre), andrà in onda la trasmissione “Notizie Oggi Lineasera”, il cui conduttore sarà Vito Monaco.

Dopo ormai anni di assenza, abbiamo il piacere di annunciare che la Modern Money Theory tornerà in diretta in prima serata sulla televisione nazionale.

Il titolo della puntata sarà “Sovranità Monetaria, l’economia al servizio dei cittadini.” La serata sarà interamente dedicata alla Modern Money Theory e saranno presenti rappresentanti dell’Associazione MMT Italia, imprenditori e analisi dei mercati finanziari. Avremmo modo di presentare ai telespettatori una visione dell’economia molto diversa da quella che ci viene solitamente propinata dai media mainstream.

Parleremo della sovranità monetaria così come viene presentata dalla Modern Money Theory, e cioè al pieno delle sue potenzialità, di euro, Unione Europea, dei falsi miti dell’economia neoliberista e di come imprenditori e analisti finanziari vedono l’attuale fase di congiuntura economica.

Mi raccomandato, non mancate a questo importante appuntamento e diffondete la notizia!

Un punto di vista alternativo.

Di Marco Cavedon, postato il 28/04/2019.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2019/04/28/sovranita-monetaria-euro-ed-unione-europea/

Non mancate al nostro prossimo evento MMT a Belfiore di Pramaggiore (clicca qui per scaricare la locandina).

In occasione delle imminenti elezioni europee, avremmo modo di chiarire aspetti fondamentali che condizionano oggi come oggi la vita sociale e democratica del nostro paese.

L’euro è veramente un vantaggio per tutti noi ?

L’Unione Europea è veramente un qualcosa di positivo che difende la nostra economia e la nostra democrazia ?

Il ritorno alla sovranità monetaria da parte del nostro paese rappresenterebbe veramente una catastrofe, come ci dicono la quasi totalità dei media, dei politici e degli economisti ?

Non vi resta che scoprirlo, partecipando al nostro evento in programma per il 10 maggio 2019 ore 21 presso Belfiore di Pramaggiore (VE), Bar Filippi, Via Lison 3.

Vi aspettiamo numerosi !

Fonte:
https://mmtveneto.wordpress.com/2019/04/10/come-funziona-lunione-europea/

Cosa è fondamentale sapere in vista delle imminenti elezioni.

Di Elisabetta Uccello, postato il 10/04/2019. Revisione di Marco Cavedon.

In vista delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo del 26 maggio 2019, è necessario fare ancora una volta chiarezza sui suoi reali poteri e funzioni e sul procedimento di riforma dei trattati europei .

Attenzione: questo scritto non vuole rappresentare un articolo a favore di una riforma dell’attuale assetto dell’Unione Europea, al fine di introdurre meccanismi maggiormente democratici; più volte ci siamo espressi circa le problematiche enormi da un punto di vista politico nel procedere di fatto verso la creazione di un superstato europeo, seppur formalmente democratico. Tuttavia è utile informare le persone del perché, anche chi condivide questo percorso, si troverà di fronte ad ostacoli tecnicamente e politicamente pressoché insormontabili.

E’ fondamentale avere il quadro completo del contesto per comprendere che i messaggi dei partiti candidati alla competizione elettorale sono errati, e si avvalgono della carente preparazione giuridica dei cittadini per portare a se’ voti.

Illustreremo:

  1. COS’E’ L’UNIONE EUROPEA: definizione giuridica, da dove nasce e come vuole evolvere il proprio ordinamento.
  2. GLI ORGANI DELL’UNIONE EUROPEA: nello specifico poteri, funzioni e composizione di Parlamento e Commissione.
  3. PROCEDURA DI RIFORMA DEI TRATTATI.
  4. GLI OBIETTIVI DELL’UNIONE EUROPEA.

Le nozioni qui riportate sono tratte esclusivamente dai trattati istitutivi dell’ Unione Europea e dai siti ufficiali della stessa.

Le integrative spiegazioni giuridiche sono riportate dai dizionari giuridici italiani accreditati.

1 – COS’E’ L’UNIONE EUROPA.

L’ Unione Europea è un’organizzazione SOVRANAZIONALE.

Il trattato di Maastricht istituisce l’ Unione Europea, programmata evoluzione delle precedenti comunità europee (la CECA, l’Euratom e la CEE), organizzazioni formalmente intergovernative ma sostanzialmente sovranazionali.

Ma che differenza c’e’ fra organizzazione intergovernativa e sovranazionale?

Il metodo intergovernativo di associazione a livello internazionale è quello che non prevede alcun sacrificio di sovranità da parte degli Stati che vi aderiscono. In un’organizzazione di tipo intergovernativo il meccanismo decisionale si fonda esclusivamente o comunque in modo prevalente sulla regola del consenso unanime degli Stati partecipanti, con la conseguenza che ciascuna nazione, manifestando il proprio dissenso, esercita sostanzialmente un diritto di veto.

Il metodo intergovernativo prevede che gli Stati collaborino oppure che al massimo si consultino e il metodo che adoperano per coordinarsi è quello dell’unanimità. Quindi è sufficiente il veto di un solo Paese per bloccare le proposte.

Intergovernativo è il metodo classico, confederale di relazioni tra i governi nazionali e le diplomazie. Il processo decisionale è affidato ad organi di Stati, all’interno dei quali gli individui agiscono nell’interesse e secondo le istruzioni del proprio Paese di appartenenza. Una decisione comune viene adottata solo quando è nell’interesse di tutti portarla avanti, evitando che le volontà di alcune nazioni vengano imposte a tutte le altre.

Ogni Stato è sovrano ed indipendente, le relazioni che sorgono fra le nazioni sono su un piano di parità, sia per diritti che per doveri.

Sovranazionale è un metodo che prevede un’autorità centrale sopra le nazioni e quindi più centralizzato. Gli Stati membri trasferiscono agli organismi comunitari la loro sovranità in determinate materie, attribuendo ad essi il potere di emanare disposizioni pienamente vincolanti e, in taluni casi, direttamente applicabili.

Le decisioni sono approvate non all’unanimità ma a maggioranza.

Il processo decisionale è affidato ad organi  composti da individui, i quali possono esprimere le loro opinioni in modo indipendente rispetto agli Stati di provenienza.

Inoltre, decidendo di cedere la propria sovranità, gli Stati si sono vincolati al rispetto del principio maggioritario, in base al quale è possibile l’adozione di atti applicabili a tutti i Paesi aderenti, assunti tuttavia senza il loro consenso unanime.

(Con il caso van Gend & Loos  del 1960 l’allora Comunità Economica Europea si eleva ad un rango diverso da quello su cui si ponevano le comuni organizzazioni internazionali, poiché il caso ha costituito il fondamento del principio di efficacia diretta di alcune categorie di norme comunitarie, cioè la ‘non applicazione’ della normativa nazionale contrastante con quella europea competente in materia).

Aggiungiamo  un’ulteriore caso: lo Stato Federale .

Lo Stato federale è qualcosa di più perché c’è un unico Governo centrale e i vari Paesi diventano “Stati federati”, cioè “regioni” con una certa dose di autonomia, tuttavia molto limitata in quanto dipendente in prima istanza dalle decisioni prese dal “centro”. Ad esempio, la regione Veneto, così come lo Stato della California, pur potendo tassare e spendere (possono quindi operare delle politiche fiscali), non possono espandere il proprio bilancio a piacimento, dipendendo in prima istanza dalla moneta creata ed immessa dalle istituzioni centrali nell’economia attraverso la spesa pubblica.

L’Unione Europea non è un punto d’arrivo ma solo una tappa nel processo di creazione degli Stati Uniti d’Europa; e’ un soggetto che evolve nel tempo con l’incremento delle competenze ad essa attribuite.

Mettiamo in evidenza che uno Stato è libero oppure no di cedere la propria autorità ad un’entità sovranazionale. Nel caso della Costituzione Italiana tuttavia si parla di limitazioni e non di cessioni di sovranità, per il solo fine della pace e della giustizia tra nazioni. All’UE gli Stati hanno singolarmente e volontariamente deciso di cedere parte della propria sovranità approvandone e ratificandone i trattati. Ed è anche vero che il singolo Paese può in ogni momento decidere di riprendersela uscendo appunto dall’UE, cosa non possibile all’interno di uno Stato federale in cui il potere di imperio del governo centrale è garantito da una polizia federale e da un esercito. Purtroppo in questo caso, il singolo Paese per separarsi non ha altra strada che quella di scegliere una vera e propria rivolta, con possibili risvolti violenti.

L’ UE avanza per fasi, cioè per obiettivi volti al raggiungimento di uno scopo finale, gli Stati Uniti d’ Europa.

Espressioni contenenti una chiara allusione alla auspicata “Federazione europea”, oppure agli “Stati Uniti d’Europa” non sono recenti: Il termine “Stati Uniti d’Europa” fu usato da Victor Hugo al congresso internazionale di Parigi nel 1849.

Tra i promotori di questo progetto, nominando solo alcuni, troviamo anche Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, Winston Churchill (anni ‘30), Giovanni Agnelli e infine il politico italiano Filippo Turati il quale consigliava all’Europa di seguire l’esempio Statunitense: se la federazione europea e quella americana si fossero unite, saremmo diventati i “padroni economici” del globo terrestre per vincere la concorrenza asiatica. E questo è proprio il concetto neoliberista della competizione tra Paesi, nella quale per sopravvivere bisogna massimizzare le esportazioni ed il saldo finanziario con l’estero a scapito degli altri. Quella logica che non tiene conto di come sia possibile utilizzare una moneta sovrana per creare occupazione tutelando la domanda interna, e che ha rappresentato spesso la vera causa dei conflitti tra nazioni che si sono succeduti nella storia.

Luigi Einaudi già nel 1918 propose alla Società delle Nazioni una sorta di super Stato fornito di una sovranità diretta sui cittadini dei vari Paesi, con il diritto di stabilire imposte proprie, mantenere un esercito Super-Nazionale, con una propria amministrazione. Nel 1935 Carlo Rosselli del futuro Partito d’Azione propose l’elaborazione di una costituzione europea e la necessità di portare l’idea del federalismo europeo a contatto con le masse popolari.

Nulla di nuovo insomma. Gli Stati Uniti d’ Europa sembrano proprio progettati da tempo e l’UE ne è solo una tappa. Tuttavia questo processo è stato caratterizzato fin dall’inizio da una metodologia alquanto elitaria ed antidemocratica e lo si ravvisa anche nelle dichiarazioni degli attuali leader delle istituzione europee.

“Noi prendiamo una decisione in una stanza, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo di vedere cosa succede. Se non provoca proteste o rivolte, è perché la maggior parte delle persone non ha idea di ciò che è stato deciso; allora noi andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno.“ — Jean-Claude Juncker, attuale presidente della Commissione Europea dal 1º novembre 2014.

2- GLI ORGANI DELL’ UNIONE EUROPEA: QUALI SONO E CHE FUNZIONI HANNO.

I principali organi dell’UE sono Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, Commissione Europea, Consiglio dell’Unione Europea, Corte di Giustizia Europea, Banca Centrale Europea, Corte dei Conti Europea.

Ci soffermiamo in quest’ articolo ad analizzare soprattutto il ruolo di Parlamento e Commissione.

IL PARLAMENTO EUROPEO.

E’ definito l’organo legislativo ma non ha potere di iniziativa legislativa:

Cosa fa il Parlamento europeo?

1 – ADOTTA la legislazione dell’UE, insieme al Consiglio dell’UE, sulla base delle proposte della Commissione Europea.

Come si svolge il lavoro legislativo?

In seno a una commissione parlamentare, il deputato elabora una relazione su una proposta di “testo legislativo” presentata dalla Commissione Europea, la quale ha il monopolio dell’iniziativa normativa. La commissione parlamentare vota su tale relazione, eventualmente modificandola. Il Parlamento definisce la propria posizione apportando modifiche al testo e votandolo in Aula. Questo processo viene ripetuto una o più volte, a seconda del tipo di procedura e in base al raggiungimento o meno di un accordo con il Consiglio UE.

Per l’adozione degli atti legislativi, si distinguono la procedura legislativa ordinaria (codecisione), che pone il Parlamento allo stesso livello del Consiglio UE, e le procedure legislative speciali (detta non legislativa o consultazione), che si applicano esclusivamente a casi specifici in cui il Parlamento svolge soltanto un ruolo consultivo.

Il Parlamento è ‘’colegislatore’’ su un piano di parità con il Consiglio UE nella maggioranza dei settori (procedura legislativa ordinaria), ma per determinate questioni (ad esempio, la fiscalità), il Parlamento Europeo esprime soltanto un parere consultivo (procedura di consultazione).

Il comitato di conciliazione, che riunisce rappresentanti del Consiglio UE e altrettanti rappresentanti del Parlamento, ha il compito di giungere ad un parere comune su un progetto entro un termine di ventuno giorni dalla convocazione.

Se il comitato di conciliazione non giunge a un accordo su un progetto tra Parlamento e Consiglio, oppure il Parlamento respinge il progetto, la Commissione presenta una nuova proposta di legge.

L’iniziativa legislativa spetta alla Commissione.

Il Trattato di Maastricht, rafforzato dal trattato di Lisbona, ha ‘’addirittura’’ concesso al Parlamento Europeo un diritto di iniziativa legislativa che gli consente di chiedere alla Commissione di presentare una proposta. Ma……a norma dell’articolo 225 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea,  la Commissione può rifiutare di elaborare la proposta legislativa richiesta dal Parlamento. E qui finisce l’iniziativa legislativa del Parlamento Europeo.

Si, quello eletto direttamente dai cittadini.

2- Partecipa alla programmazione annuale e pluriennale.

La Commissione avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale e prepara un progetto di bilancio, che viene sottoposto al Parlamento e al Consiglio UE.

Il Parlamento adotta una risoluzione sulla programmazione annuale e il suo Presidente chiede al Consiglio di esprimere un parere sul programma di lavoro della Commissione e sulla risoluzione del Parlamento. Il Consiglio adotta la sua posizione sul progetto di bilancio e la comunica al Parlamento.

Se il Parlamento approva la posizione del Consiglio o non delibera, il bilancio si considera adottato. Tuttavia solitamente il Parlamento approva degli emendamenti e il testo emendato è trasmesso al Consiglio. In questo caso il Presidente del Parlamento convoca senza indugio il comitato di conciliazione. Il comitato di conciliazione non si riunisce se, entro un termine di dieci giorni dalla trasmissione, il Consiglio comunica al Parlamento che approva tutti gli emendamenti.

Se il comitato di conciliazione non giunge ad un accordo su un progetto comune oppure il Parlamento respinge il progetto, la Commissione presenta una nuova proposta di bilancio.

Anche in questo caso quindi il Parlamento Europeo non ha un potere di iniziativa, né esercita una potestà esclusiva circa l’approvazione del bilancio.

Nota: il Consiglio Europeo è composto dai capi di Stato o di governo, dal suo Presidente – eletto per due anni e mezzo con mandato rinnovabile una volta – e il Presidente della Commissione europea. Il Consiglio ‘’definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione’’.

Il Consiglio dell’Unione Europea invece è composto, ai sensi dell’art. 16 del Trattato sull’Unione europea, da un rappresentante di ciascun Stato membro a livello ministeriale che possa impegnare il governo dello Stato membro, scelto in funzione della materia oggetto di trattazione. Assieme al Parlamento Europeo e alla Commissione esercita la funzione legislativa e di bilancio.

COMMISSIONE.

I poteri della commissione sono ben riassunti nell’articolo 17 TUE.

1- La Commissione promuove l’interesse generale dell’Unione e adotta le iniziative appropriate a tal fine. Vigila sull’applicazione dei trattati e delle misure adottate dalle istituzioni in virtù dei trattati. Vigila sull’applicazione del diritto dell’Unione sotto il controllo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Dà esecuzione al bilancio e gestisce i programmi. Esercita funzioni di coordinamento, di esecuzione e di gestione, alle condizioni stabilite dai trattati. Assicura la rappresentanza esterna dell’Unione, fatta eccezione per la politica estera e di sicurezza comune e per gli altri casi previsti dai trattati. Avvia il processo di programmazione annuale e pluriennale dell’Unione per giungere ad accordi interistituzionali.

2 – Un atto legislativo dell’Unione può essere adottato solo su proposta della Commissione, salvo che i trattati non dispongano diversamente. Gli altri atti sono adottati su proposta della Commissione se i trattati lo prevedono.

3 – Il mandato della Commissione è di cinque anni. I membri della Commissione sono scelti in base alla loro competenza generale e al loro impegno europeo e tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza. La Commissione esercita le sue responsabilità in piena indipendenza. Fatto salvo l’articolo 18, paragrafo 2, i membri della Commissione non sollecitano né accettano istruzioni da alcun governo, istituzione, organo o organismo. Essi si astengono da ogni atto incompatibile con le loro funzioni o con l’esecuzione dei loro compiti.

4 – A decorrere dal primo novembre 2014, la Commissione è composta da un numero di membri, compreso il Presidente e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, corrispondente ai due terzi del numero degli Stati membri, a meno che il Consiglio Europeo, deliberando all’unanimità, non decida di modificare tale numero. Il Consiglio Europeo dell’11 e 12 dicembre 2008 ha deciso che il sistema di rotazione nella scelta dei membri della Commissione non entrerà in funzione.

Quindi il compito dei commissari è quello di difendere gli interessi generali dell’Unione, non gli interessi dei singoli Paesi. Agiscono in piena indipendenza dai governi nazionali e hanno il potere di iniziativa legislativa, potere che in un contesto almeno formalmente democratico dovrebbe spettare al Parlamento Europeo, l’organo rappresentativo dei cittadini.

Nomina della Commissione: CHI NOMINA CHI.

– ) il Consiglio europeo (CAPI DI STATO o DI GOVERNO degli Stati membri), deliberando a maggioranza qualificata, propone al Parlamento Europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione. Tale candidato è eletto dal Parlamento Europeo a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza, il Consiglio Europeo, deliberando a maggioranza qualificata, propone entro un mese un nuovo candidato, che è eletto dal Parlamento secondo la stessa procedura.

-) Il Presidente della Commissione nomina i vicepresidenti.

-) I commissari sono membri di gruppi di lavoro guidati dai vicepresidenti, che si occupano di settori politici specifici.

-) Il Consiglio, di comune accordo con il Presidente eletto, adotta l’elenco delle altre personalità che propone di nominare membri della Commissione, sulla base delle nomine proposte da ognuno degli stati membri.

-) Ogni candidato deve presentarsi di fronte alla commissione parlamentare competente sul portafoglio per il quale viene proposto.

-) A seguito del voto del Parlamento che approva la Commissione, i commissari vengono nominati dal Consiglio Europeo.

Ricordiamo il criterio di scelta: ’’I membri della Commissione sono scelti… tra personalità che offrono tutte le garanzie di indipendenza’’ ( n. b: indipendenti dagli Stati membri). Pertanto chi vi dice che tramite le elezioni europee sarà possibile nominare dei commissari che faranno l’interesse del popolo italiano sta semplicemente mentendo.

Un appunto…

L’ articolo 11 del TUE prevede iniziative popolari o consultazioni pubbliche su determinate questioni e rimanda all’articolo 24 del TFUE per le procedure.

Peccato che iniziative e consultazioni debbano essere rivolte alla Commissione (i cui membri non sono eletti dai popoli) e non al Parlamento che dovrebbe essere ( e non è) l’organo legislativo e di accoglimento delle istanze dei cittadini, in un contesto, ricordiamolo, almeno formalmente democratico.

3 – REVISIONE DEI TRATTATI SULL’UNIONE EUROPEA.

Le procedure di revisione sono illustrate all’articolo 48 del Trattato sull’Unione Europea. A prescindere dalla procedura avviata, i paesi dell’UE devono esprimersi all’unanimità sulla revisione delle disposizioni del trattato interessate.

Le due procedure: ordinaria e semplificata.

1 – La procedura di revisione ordinaria.

Riguarda le modifiche più importanti apportate ai trattati, quali l’aumento o la riduzione delle competenze dell’UE. Funziona nel modo seguente.

Qualsiasi governo nazionale di un paese dell’UE, il Parlamento Europeo o la Commissione possono presentare proposte di modifica dei trattati al Consiglio UE, che a sua volta le presenta al Consiglio Europeo (formato dai capi di Stato e di governo dei paesi dell’UE). Anche i parlamenti nazionali vengono informati.

Se il Consiglio Europeo decide positivamente, viene convocata una Convenzione composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dai capi di Stato o di governo dei paesi dell’UE, dal Parlamento Europeo e dalla Commissione. E in caso di modifiche al settore monetario anche la Banca Centrale Europea. La Convenzione esamina le proposte di modifica e decide per consensus.

Viene poi convocata una Conferenza di rappresentanti dei governi dei paesi dell’UE da parte del Presidente del Consiglio, con l’obiettivo di adottare di comune accordo le modifiche ai trattati. Tali modifiche entrano in vigore solo dopo essere state ratificate da tutti i paesi dell’UE.

2 – La procedura semplificata.

Si applica per la revisione delle politiche e azioni interne dell’UE (riguardanti ad esempio l’agricoltura e la pesca, il mercato interno, i controlli alle frontiere, la politica economica e monetaria).

Tale procedura evita che ci sia la necessità di convocare una Convenzione europea e una Conferenza intergovernativa.

Il Consiglio Europeo delibera all’unanimità dopo aver consultato la Commissione, il Parlamento Europeo e la Banca Centrale Europea se la revisione riguarda questioni monetarie. Le modifiche dei trattati entreranno in vigore solo se saranno state ratificate da tutti i paesi dell’UE.

Le competenze dell’UE, tuttavia, non possono essere ampliate per mezzo di una procedura di revisione semplificata.

Pertanto, chi vi dice che è importante partecipare alle elezioni del Parlamento UE al fine di riformare l’Europa, vi sta semplicemente prendendo in giro. Per cambiare le regole di funzionamento della moneta euro ad esempio (limiti al deficit e al debito pubblico), condizione indispensabile per poter attuare politiche economiche espansive, non è sufficiente insediare all’interno delle istituzioni UE delle persone scelte dai partiti vincitori. In prima istanza, l’iniziativa legislativa rimane in carico alla Commissione UE, i cui membri, ricordiamolo, vengono nominati sulla base del principio dell’assoluta indipendenza dall’interesse di ciascuna nazione. In secondo luogo, cosa ancora più importante, per cambiare le regole dell’euro o concedere maggiore sovranità agli Stati nazionali pur rimanendo all’interno dell’UE, come recitano i cosiddetti sovranisti, si rende necessaria una modifica dei trattati fondanti dell’Unione Europea, la qual cosa può avvenire solo previo unanime consenso di tutti i Paesi della comunità, e quindi le elezioni europee non servono proprio a nulla, oltre al fatto che si tratta di un’istanza politicamente improponibile. Che interesse avrebbe ad esempio la Germania a cambiare le attuali regole, che consentono alla stessa un surplus finanziario col settore estero a scapito delle economie soprattutto del sud Europa ? Se non bastasse, ecco un altro esempio recente.

4 – OBIETTIVI.

Rileggiamo l’ articolo 3 TFUE (ex articolo 2 del TUE) .

  1. L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli.
  2. L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta contro quest’ultima.
  3. L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L’Unione combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.

L’approccio comunitario che si è rivelato tanto vicino al riconoscimento dei diritti civili quanto distante dal riconoscimento dei diritti sociali fondamentali contenuto nella nostra Costituzione Italiana.

L’articolo 3 della Costituzione, come noto, recita:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

All’ articolo 3 del TFUE si ricollegano i due articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che trattano dell’uguaglianza davanti alla legge all’art. 20 e della non discriminazione etnica, religiosa o sessuale all’art. 21.

Si riesce con facilità ad individuare una prima differenza consistente nella mancanza all’interno dell’ art. 3 del TFUE e degli articoli 20 e 21 della Carta di Nizza di un riferimento specifico a quel principio di uguaglianza sostanziale, che rappresenta invece una parte fondamentale della Costituzione italiana: la necessità di eguagliare le persone non soltanto sul piano del trattamento giuridico ma anche sul piano dei fatti.

Questa differenza ha un notevole  peso: l’assenza di un principio di eguaglianza sostanziale nell’ordinamento comunitario implica un modello di forma di governo in cui l’intervento dello Stato (o super Stato se vogliamo guardare alle ambizioni federaliste dell’UE) è quasi inesistente.

Montesquieu aveva messo in evidenza la necessità che le tre funzioni fondamentali dello Stato, legislativa, esecutiva, giudiziaria, fossero affidate a organi diversi, in posizioni di reciproca indipendenza tra loro, al fine di evitare che potesse essere minacciata la libertà.

I modelli di Stato possibili sono tre.

ASSOLUTO
In questo Stato la Corona esercitava il potere sovrano coprendo sia il ruolo  esecutivo che quello legislativo (cioè sia di governo che di produzione delle leggi).
Il potere giudiziario era invece esercitato da giudici nominati dal Re.

Ci sono elementi di questa forma di governo all’interno dell’UE, in quanto, come abbiamo già dimostrato, il potere legislativo è nelle mani di un oligopolio di commissari non eletti direttamente dai cittadini, e spesso al servizio delle grandi lobbies finanziarie ed economiche che esercitano la loro influenza a Bruxelles.

LIBERALE

Lo Stato è garante delle libertà individuali. Lo Stato è minimo, cioè si astiene dall’intervenire al di fuori della sua funzione minimale di garante delle libertà individuali: la proprietà privata, la libertà di pensiero e di stampa, la libertà contrattuale e la libertà personale.

Astenendosi dall’intervenire nell’economia e nel sociale con la creazione diretta di posti di lavoro pubblici e astenendosi dal garantire istruzione, sanità e previdenza a tutti i cittadini gratuitamente, lo Stato non tutela i diritti sociali esimendosi  così dal promuovere il pieno sviluppo della persona umana, garantito invece nel comma 2 art. 3 della nostra Costituzione Italiana. E lo Stato Liberale, che tutela solo in apparenza i diritti sociali e non di fatto, è proprio la forma prevalente dell’Unione Europea, nella quale i governi democraticamente eletti non possono liberamente spendere in una loro moneta sovrana al fine di promuovere la domanda interna, la piena occupazione e la piena produzione di beni e servizi disponibili per tutti, nel nome della tutela della libertà assoluta di concorrenza all’interno del settore privato.

SOCIALE

E’ la forma di governo prevista nella Costituzione Italiana, i cui principi sono incompatibili con i trattati europei, la cui applicazione dovrebbe pertanto essere messa al bando. Lo Stato in questo caso difende la libertà del privato, ma la limita e la coordina al fine di favorire soprattutto l’interesse pubblico. I diritti delle persone vengono tutelati non solo da un punto di vista formale, ma anche di fatto proprio grazie all’intervento di un governo eletto democraticamente dai cittadini, dotato di una sua moneta sovrana con la quale poter attuare politiche macroeconomiche di spesa pubblica espansive, al fine di promuovere la piena occupazione ed il benessere e la dignità di tutte le classi sociali.

Riferimenti:

https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:2bf140bf-a3f8-4ab2-b506-fd71826e6da6.0017.02/DOC_1&format=PDF

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:12012E/TXT&from=IT

https://www.simone.it/newdiz/

https://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf

http://www.centrostudieuropei.it/jeanmonnet/wp-content/uploads/2015/04/Lambiase-Luana-Le-origini-dellidea-di-Europa.pdf

https://www.simone.it/catalogo/v2_7.htm

Di Marco Cavedon, postato l’11/03/2019.

Fonte: https://mmtveneto.wordpress.com/2019/03/11/i-nuovi-provvedimenti-del-governo-giallo-verde/

I nuovi provvedimenti del governo “giallo-verde” possono veramente definirsi una svolta ?

Oggi analizzeremo le tre principali misure con le quali il governo Lega – Movimento 5 Stelle si è prefissato di risolvere i problemi economici del nostro paese, e cercheremo di capire se le cose stanno veramente così come ci vengono descritte.

  1. Quota 100.

Partiamo con il primo di questi tre provvedimenti, ossia “quota 100”, un’opzione che consente ai lavoratori l’uscita anticipata dal lavoro rispetto ai limiti stabiliti dalla Legge Fornero (art. 24 Decreto Legge 6 dicembre 2011, n.201). Contrariamente a quanto affermato più volte dal principale sostenitore di questo provvedimento, il segretario della Lega Matteo Salvini, il decreto legge 4/2019, ossia la legge non ancora ratificata dal Parlamento con cui si introduce “quota 100”, non rappresenta affatto un’abrogazione della Legge Fornero, bensì un’aggiunta di una nuova modalità ai canali di pensionamento tradizionali già in vigore.

Va precisato che si tratta solo di una misura transitoria, in quanto prevede la possibilità di accedere alla pensione anticipata per i lavoratori che hanno maturato 38 anni di contributi con 62 anni di anzianità, ma solamente nel caso si maturino questi requisiti entro il 31/12/2021.

Si tratta veramente, come sostenuto dal governo, di una manovra espansiva in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’economia ? La risposta è NO, in quanto viene ripristinato il divieto di cumulo tra reddito di lavoro e pensione sino al raggiungimento dell’età della pensione di vecchiaia (67 anni), per rafforzare, almeno nelle intenzioni, l’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani.

Coloro che decideranno di utilizzare questa opzione godranno di conseguenza di un reddito totale inferiore e pertanto di un minore potere di spesa, alla luce anche del fatto che, contrariamente a quanto dichiarato dal governo, non è affatto vero che queste persone non subiranno alcuna penalizzazione rispetto a chi maturerà i requisiti previsti dalla Legge Fornero. Se è pur vero che chi ha 18 anni di contributi al 1995 continuerà a vedersi calcolato l’assegno col sistema precedente retributivo fino al 2011, va però considerata la penalizzazione in base al sistema contributivo. L’assegno pensionistico verrà di fatto ridotto, in quanto il calcolo contributivo non si basa sugli ultimi stipendi o retribuzioni percepite come il sistema retributivo, ma sui contributi effettivamente versati nel corso dell’attività lavorativa, rivalutati e trasformati in rendita da un coefficiente che aumenta all’aumentare dell’età pensionabile.

L’ultima stima proposta sulle eventuali perdite con “quota 100” è al momento quella dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, basata su un campione statistico approssimativo. Secondo gli esperti, scegliere “quota 100” può costare, in termini di minore pensione, dal 5,6% nel caso in cui l’uscita dal lavoro si anticipi di un anno, fino al 34,7% in caso di uscita 6 anni prima.

Non propriamente “un affare” pertanto.

Vero è che i datori di lavoro potrebbero assumere nuovi lavoratori giovani per rimpiazzare coloro che andranno in pensione prima e il tasso di disoccupazione potrebbe calare, ma ciò è tutto da dimostrare alla luce del fatto che il governo attuale, accogliendo le richieste della Commissione Europea, ha abbassato il deficit per il 2019 dal 2,4% inizialmente previsto al 2%, un valore prossimo a quanto realizzato per il 2018. Non sono pertanto state messe in atto misure economiche espansive in grado di rilanciare la domanda aggregata e l’occupazione, considerando anche che per il 2019 è previsto pure un elevato avanzo primario strutturale (pari al 2,3% del PIL e in aumento per il 2020 e il 2021). Ricordiamo che l’avanzo primario rappresenta una sottrazione al netto di risorse all’economia reale, dal momento in cui viene calcolato in base alla formula entrate meno spese (escluse quelle per il pagamento degli interessi sulle obbligazioni governative).

Figura tratta da pagina 9 del dossier sulla Manovra di Bilancio 2019 – 2021.

Saldi_2018_2021
  1. Reddito di cittadinanza.

Questa misura è contenuta sempre all’interno del decreto legge 4/2019 (lo stesso che prevede le disposizioni per “quota 100”). Dal sito del Ministero del Lavoro, apprendiamo che si tratta di una misura di sostengo economico ai redditi famigliari e che è associato ad un percorso di reinserimento lavorativo e sociale, senza però un intervento diretto dello Stato nella creazione di occupazione, come al contrario prevede il Programma di Lavoro Garantito MMT.

L’importo complessivo non può superare i 9.360 euro annui (780 euro mensili) moltiplicati per la scala di equivalenza (un valore che varia da 1 a 2,1 in base ai componenti del nucleo famigliare). Il versamento del beneficio decorre dal mese successivo alla richiesta e viene erogato per un periodo continuativo massimo di 18 mesi. Potrà essere rinnovato, previa sospensione di un mese prima di ciascun rinnovo. Per accedere a questo sostegno, invero assai ridotto, è prevista tutta una serie di clausole molto stringenti. Andiamo ad analizzarne alcune.

Il nucleo famigliare deve essere in possesso di:

  • un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 30.000 euro;
  • un valore del patrimonio mobiliare non superiore a 6.000 euro per il single, incrementato in base al numero dei componenti della famiglia (fino a 10.000 euro), alla presenza di più figli (1.000 euro in più per ogni figlio oltre il secondo) o di componenti con disabilità (5.000 euro in più per ogni componente con disabilità).
  • un valore del reddito famigliare inferiore a 6.000 euro annui, moltiplicato per il corrispondente parametro della scala di equivalenza (pari ad 1 per il primo componente del nucleo famigliare, incrementato di 0,4 per ogni ulteriore componente maggiorenne e di 0,2 per ogni ulteriore componente minorenne, fino ad un massimo di 2,1).

Si tratta pertanto di un aiutino che verrà concesso solo a quelle famiglie in condizioni gravi di povertà.

Per accedere alla misura è inoltre necessario che nessun componente del nucleo familiare possieda:

  • autoveicoli immatricolati la prima volta nei 6 mesi antecedenti la richiesta, o autoveicoli di cilindrata superiore a 1.600 cc oppure motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati la prima volta nei 2 anni antecedenti (sono esclusi gli autoveicoli e i motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità);
  • navi e imbarcazioni da diporto (art. 3, c.1, D.lgs. 171/2005).

Pertanto chi, magari per motivazioni contingenti, ha avuto la necessità di acquistare di recente un’auto nuova anche di categoria media ed è in seguito caduto in disgrazia, dovrà attendere due anni prima di poter accedere a questo piccolo sostegno al reddito famigliare.

Ma non è finita qui. Per ricevere il Reddito di cittadinanza è necessario rispettare alcune “ condizionalità “ che riguardano l’immediata disponibilità al lavoro e l’adesione ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, che può prevedere attività di servizio alla comunità, per la riqualificazione professionale o il completamento degli studi nonché altri impegni finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale. Al rispetto di queste condizioni sono tenuti i componenti del nucleo famigliare maggiorenni, non occupati e che non frequentano un regolare corso di studi o di formazione.

Andiamo a vedere in cosa consiste questo cosiddetto “Patto per il Lavoro”.

Il beneficiario dovrà accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue (una in caso di rinnovo del Reddito di cittadinanza).

La congruità dell’offerta di lavoro viene definita sulla base di tre principi (art. 25 del decreto legislativo 150/2015):

  • coerenza tra l’offerta di lavoro e le esperienze e competenze maturate;
  • distanza del luogo di lavoro dal domicilio e tempi di trasferimento mediante mezzi di trasporto pubblico;
  • durata dello stato di disoccupazione.

Con riferimento alla durata di fruizione del Reddito di cittadinanza ed al numero di offerte rifiutate, il principio di cui al punto 2 come descritto dal DM n. 42 del 10 aprile 2018 viene integrato come segue:

  • nei primi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 100 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario o comunque raggiungibile in cento minuti con i mezzi di trasporto pubblici, se si tratta di prima offerta; entro 250 chilometri di distanza se si tratta di seconda offerta; ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;
  • decorsi dodici mesi di fruizione del beneficio è congrua un’offerta entro 250 chilometri di distanza dalla residenza del beneficiario nel caso si tratti di prima o seconda offerta, ovvero ovunque collocata nel territorio italiano se si tratta di terza offerta;

In caso di rinnovo del beneficio è congrua un’offerta ovunque sia collocata nel territorio italiano anche nel caso si tratti di prima offerta.

Si tratta pertanto di condizioni molto pesanti da rispettare, che possono comportare l’assenza da casa per mesi o per anni di un padre o una madre di famiglia per accettare un lavoro a molti Km di distanza. Basti pensare che anche nel caso in famiglia ci siano delle persone disabili, è previsto comunque un limite massimo pari a 250 Km di distanza dalla propria residenza.

Andiamo ora ad analizzare le modalità tecniche con cui viene erogato questo cosiddetto sostegno al reddito.

Il beneficiario avrà diritto ad ottenere una carta da pagamento elettronica, attualmente emessa da Poste Italiane. Anche in questo caso limiti e restrizioni si sprecano e rendono questo strumento molto difficile da utilizzare. Basti pensare che questa carta, oltre all’acquisto di beni e servizi di base, consente di effettuare prelievi di contante entro un limite mensile di soli 100 euro per i nuclei familiari composti da un singolo individuo (incrementata in base al numero di componenti il nucleo). Il beneficio dovrà inoltre essere fruito entro il mese successivo a quello di erogazione. L’importo non speso o non prelevato viene sottratto nella mensilità successiva, nei limiti del 20% del beneficio erogato. È prevista inoltre la decurtazione dalla Carta degli importi complessivamente non spesi o non prelevati nei sei mesi precedenti, ad eccezione di una mensilità.

L’impressione anche in questo caso è che nelle intenzioni iniziali si sia voluta proporre una misura di sostengo ai redditi più bassi, di fatto in seguito vanificata a causa degli strettissimi vincoli di bilancio dell’Unione Europea, che ha imposto di ridurre un deficit già miserrimo del 2,4 % del PIL ad una valore ancora più basso. La proposta MMT è completamente diversa, in quanto prevede l’erogazione di salari decisamente più elevati del misero sostengo del Reddito di cittadinanza, mediante un intervento diretto del governo per la creazione di lavori nel settore pubblico. Questi redditi dovranno diventare la base minima di dignità sotto la quale non si potrà andare.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

  1. Flat tax.

E’ una misura prevista all’interno della Legge di Bilancio 2019, per la cui applicazione servono però decreti attuativi non ancora emanati. Si tratta di stabilire una percentuale massima di tassazione, variabile in base ai ricavi di partite IVA e imprese e  ai redditi delle famiglie.

A causa sempre delle trattative con l’Europa, che, ricordiamolo, hanno previsto una riduzione del deficit pubblico per il 2019 al 2%, l’entrata in vigore di questo provvedimento avverrà nel corso di ben 3 anni:

  • per il 2019 verrà applicata solo per le partite IVA che nell’anno precedente hanno dichiarato ricavi fino a 65.000 euro, nella misura del 15%
  • per il 2020 verrà applicata alle partite IVA con ricavi fino a 100.000 euro, nella misura del 20%
  • per il 2021 verrà applicata alle imprese con ricavi superiori ai 100.000 euro e alle famiglie, secondo percentuali non ancora definite. In base alle ultime informazioni, per le famiglie ci sarà un’aliquota del 15% per i redditi fino a 80.000 euro e del 20% per i redditi superiori. A causa degli obiettivi economici di riduzione della spesa pubblica a deficit già promessi all’Europa, ci potrebbero però essere anche delle aliquote diverse: 23% per i redditi fino a 75.000 euro, 33% per i redditi superiori. Per i redditi famigliari inferiori ai 50.000 euro è invece previsto un sistema di deduzioni.

Vediamo pertanto nella logica di cui sopra un primo errore. Si preferisce prioritariamente abbassare la tassazione delle piccole imprese e pertanto stimolare il lato dell’offerta, mentre la detassazione sui redditi delle famiglie è prevista solo molto più tardi. Si permane pertanto nello scorretto assunto neoliberista secondo il quale sarebbero le imprese di per sé a creare ricchezza e lavoro, non comprendendo che queste in verità producono beni reali e non finanziari, e per fare questo hanno prima bisogno di un aumento della domanda aggregata che può essere realizzato solo con la spesa a deficit da parte dello Stato.

E qui veniamo al secondo errore, perché il deficit dello Stato rimarrà basso anche nel 2019 e negli anni seguenti verrà ulteriormente ridotto. La legge finanziaria per il 2019 prevede, dopo l’approvazione a seguito della trattativa con l’UE, varie misure di taglio della spesa pubblica quali dismissioni immobiliari, riduzione della spesa in conto capitale (investimenti, quelli che per televisione tutti dicono che servono ma nessuno vuole realmente fare), l’abrogazione di diversi tipi di crediti d’imposta per le imprese, l’istituzione della web tax, cioè di una tassa che grava sulle imprese che prestano servizi digitali (ma il mantra del Movimento 5 Stelle non era investire nel campo dell’informatizzazione?), il rinvio a fine anno delle assunzioni a tempo indeterminato per alcuni settori del pubblico impiego, riduzioni e riprogrammazioni della spesa per quanto riguarda il Fondo per favorire la competitività e la produttività, il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione Territoriale, le risorse destinate a Ferrovie dello Stato per la realizzazione dei progetti previsti (ma il mantra della Lega non era realizzare la TAV ?). E’ previsto inoltre per gli anni a venire il ricorso alle clausole di salvaguardia sull’IVA, una tassa che va a colpire proprio i consumi e che potrebbe portare nelle casse dello stato più di 9 miliardi nel 2020, più di 13 miliardi nel 2021.

Per ulteriori approfondimenti, vedi qui.

Per concludere, abbiamo per l’ennesima volta la dimostrazione di come nessun governo possa risolvere la grave situazione economica in cui ancora ci troviamo, fintantoché si decide di continuare a rispettare le regole dell’eurozona.