di Marco Cavedon fonte: http://memmtveneto.altervista.org/articoli/flattax_minibot.html

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona.  Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?

Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire  dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essereaccettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.

Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

di Giulio Betti
fonte: qui

Questo è il primo articolo di una serie che avrà come oggetto le vicine elezioni politiche italiane, che avranno luogo il 4 marzo 2018. Ad ormai meno di due mesi da questo importante appuntamento, vane sono purtroppo le speranze di vedere costituirsi una maggioranza solida e contraria con decisione al sistema economico e politico europeo nel quale il nostro paese ancora permane, nonostante decenni di stagnazione, recessione economica ed impoverimento della popolazione.

Oggi ci dedichiamo alle posizioni di Luigi di Maio, candidato premier di Movimento 5 Stelle, il partito che i sondaggi danno come il favorito.

Ce l’avete chiesto in tanti:

qui la lettera del candidato premier m5s Di Maio inviata e pubblicata su La Stampa.

Si parte con l’evergreen “debito pubblico che pesa sulle giovani generazioni” evitando accuratamente di dire che se fosse un debito pubblico denominato in valuta nazionale sarebbe garantito senza problemi da Bankitalia, per poi passare da un “non prevediamo assolutamente spesa in più(pauraa!) a un “piano di investimenti” poche righe dopo per realizzare tanti bei progetti… magari ci si potrebbe anche decidere, non trovi Di Maio?

E come si finanziano queste spese in investimenti produttivi, che adesso vuoi fare?

Ma con il taglio della spesa da un’altra parte, facile!

Via gli sprechi. Perché il piano di Cottarelli era “un’ottima base di partenza”.

Ah, bello quello.

E la letterina si conclude poi con i magnificenti 780 euro al mese se non hai un lavoro, che se ti va male il centro per l’impiego magari ti trova un lavoro da 800 euro mensili ultraprecario, e tu accetti perché sennò al terzo rifiuto… via pure i 780!

Ovvero il fallimentare modello tedesco di riforma dei centri per l’impiego targato Hartz, allegriaaa signori!

Ma seriamente, di che stiamo parlando? La solita politica dell’allegro riordinatore dei conti, tolgo di qua e metto di là, sposto di su e ricolloco di giù. La spending review: sono ancora alla Spending Review.

Ovviamente come gli investimenti pubblici e l’aumento del deficit si concilino con l’obbligo di pareggiare il bilancio pubblico stabilito dal Fiscal Compact, beh, non è proprio dato saperlo.

Perchè Di Maio, su moneta unica ed Unione Europea, non proferisce una sola parola nella letterina.

Infatti mi domando, ma tutti i personaggi politici (non solo Di Maio, per carità, vanno da destra a sinistra) che in questi mesi stanno promettendo investimenti produttivi e detassazioni a manetta, come pensano di vedersela poi con la simpatica e misericordiosa Commissione Europea?

A novembre ce l’hanno detto chiaro e tondo: Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione, dichiara che l’Italia, Belgio, Austria, Portogallo e Slovenia devono “adottare le misure necessarie ad aggiustare il loro percorso di bilancio”.

In particolare per l’Italia questo “si dovrà tradurre in un impegno per una manova-bis che vincoli fin da subito il prossimo governo.

L’esecutivo che uscirà dalle urne a marzo dovrà dunque cimentarsi per prima cosa con una manovra correttiva da almeno 3,5 miliardi – l’aggiustamento strutturale aggiuntivo richiesto per il 2018.

Se ciò non dovesse accadere, si aprirebbe la procedura d’infrazione che imbriglierebbe l’autonomia italiana nelle decisioni di politica economica.  Sottolineo: “manovra-bis che vincoli da subito il nuovo governo

A quanto pare Di Maio, e tanti altri politici insieme a lui, questi vincoli non li considerano.

Credono ancora di vivere in uno Stato sovrano….